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Giovedì, 21 Aprile 2016 00:00

Trattato di Mariologia (parte 6)

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MARIA PRESSO I SANTI PADRI

L’argomento dello sviluppo della dottrina mariana nel pensiero patristico è assai ampio, e può essere affrontato in vari modi. Ad esempio secondo i vari temi, oppure esaminando singolarmente i diversi Padri dell’Oriente e dell’Occidente. È questa la via seguita dal Melotti1, ed è anche quella che seguiremo noi, naturalmente senza alcuna pretesa di completezza, ma soffermandoci soltanto sulle figure più rappresentative.

Il periodo patristico può essere diviso in quattro parti2. Iniziamo con l’esame della prima.

Dall’inizio dell’età patristica alla fine del II secolo.

S. IGNAZIO D1 ANTIOCHIA († 107)

È una delle figure principali dell’antichità cristiana ed è il primo Padre apostolico che ci parla di Maria. Egli ne afferma decisamente la maternità divina e la verginità. La vera maternità di Maria è garanzia della verità dell’Incarnazione (contro il docetismo e l’incipiente gnosticismo):

«Tappatevi le orecchie se qualcuno vi parla di Gesù Cristo in modo diverso da noi: egli è della stirpe di Davide, egli è da Maria; egli veramente nacque, mangiò e bevve, veramente fu perseguitato sotto Ponzio Pilato, veramente fu crocifisso e morì, veramente risuscitò dai morti».3

«Rimase occulta al principe di questo mondo la verginità di Maria e il suo parto, come pure la morte del Signore: tre clamorosi misteri che si compirono nel silenzio di Dio».4

«Queste prime affermazioni intorno alla verità dí Maria Santissima appaiono come un’incipiente riflessione teologica sulle affermazioni mariane contenute nella Sacra Scrittura. La concezione e il parto appaiono legati alla cristologia, come il modo dell’entrata del Verbo nel nostro mondo, che tocca radicalmente la verità della sua carne e la sua relazione con il genere umano; il mistero della verginità appare strettamente legato con altri misteri custoditi nel silenzio di Dio e direttamente riferiti alla sua volontà salvifica riguardo agli uomini».5

S. GIUSTINO († 165)
È il più grande apologista del Il secolo. Egli vede il Nuovo Testamento come il compimento dell’Antico, e in questo contesto considera la verginità di Maria (Maria è per lui «la Vergine» per eccellenza) come il compimento della profezia di Isaia (7, 14). Ma soprattutto il rapporto fra i due Testamenti, dal punto di vista mariano, emerge dal confronto-antitesi fra Eva e Maria. S. Giustino è il primo a istituire questo parallelismo. Egli afferma che la vita deve ritornare per la stessa strada dalla quale era entrata la morte, contrapponendo così la scena del Paradiso terrestre a quella dell’Annunciazione.

Sentiamo le sue parole:

«Egli si è fatto uomo dalla Vergine affinché per quella via dalla quale ebbe principio la disobbedienza provocata dal serpente, per quella stessa via essa fosse annientata. Eva, infatti, quando era ancora vergine e incorrotta, concepì la parola del serpente e partorì disobbedienza e morte. Invece Maria, la Vergine, accolse fede e gioia quando l’angelo Gabriele le recò il lieto annunzio che lo spirito del Signore sarebbe venuto su di lei e che la Virtù dell’Altissimo l’avrebbe adombrata, e per questo motivo il Santo nato da lei sarebbe Figlio di Dio; e rispose: Mi avvenga secondo la tua parola (Lc 1, 38)».6
 

S. IRENEO († c. 200)
S. Ireneo, Vescovo di Lione, è giustamente ritenuto da molti come «il padre della mariologia». La sua teologia è una dottrina della storia della salvezza, che avviene mediante una «ricapitolazione», con cui si ristabilisce l’ordine violato dal peccato (aspetto di riparazione) e si supera l’abbozzo iniziale (aspetto di compimento e di superamento). In questa ricapitolazione domina ovviamente l’antitesi Adamo-Cristo, ma ha un’importanza fondamentale anche l’antitesi Eva-Maria (già abbozzata da Giustino). Secondo Ireneo la funzione di Maria è necessaria alla logica del piano divino. Vediamo il testo fondamentale7. Dopo aver enunciato le grandi linee del disegno di Dio, Ireneo vi ricollega la funzione di Maria con un consequenter (di conseguenza) così audace, così sconcertante che i traduttori molto spesso lo evitano8:
 

«Di conseguenza (…) troviamo Maria, la Vergine obbediente (…). Eva disobbedì quando era ancora vergine (…) e divenne per sé e per tutto il genere umano causa di morte (…); Maria invece divenne con la sua obbedienza, per sé e per tutto il genere umano, causa di salvezza (…). Vi è una ripresa retroattiva di Maria su Eva (una recirculatio). Infatti ciò che è legato non si scioglie se non seguendo l’ordine inverso del legamento (…). Per questo Luca, iniziando la genealogia del Signore, la portò fino ad Adamo, poiché non quegli antenati diedero la vita a lui, ma egli fece rinascere essi nel vangelo di vita. Parallelamente il nodo della disubbidienza di Eva fu sciolto dall’obbedienza di Maria, e ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, Maria lo sciolse con la sua fede».

 

Attingendo anche ad altri passi di S. Ireneo possiamo presentare il quadro seguente:9
 

Eva

Maria

- vergine decaduta.

- Vergine che ricapitola Eva

- vergine sedotta

- Vergine evangelizzata

dall’angelo ribelle.

dall’angelo fedele.

- vergine disobbediente.

- Vergine obbediente.

- vergine causa di morte

- Vergine causa di salvezza

per sé e per il genere umano.

per sé e per il genere umano.

- vergine condannata.

- Vergine avvocata di Eva.

Conclude il Laurentin: «Giustino e soprattutto Ireneo esplicitano un elemento dello sviluppo dottrinale, mettendo in risalto il significato di Maria nel piano della salvezza. Maria ha una funzione inaugurale analoga a quella di Eva: ciò implica tutta una teologia della donna, che non è passiva e di secondo piano, ma, sotto molti aspetti, attiva e di guida. In S. Ireneo questa linea si afferma con un vigore che non sarà mai superato. Gli scrittori posteriori allargheranno le basi del raffronto, ma sino ai nostri giorni nessuno l’ha espresso in modo più denso e più profondo».10

 

Dalla fine del II secolo al Concilio di Nicea (325)

ORIGENE († 253)
Con Origene siamo di fronte al più grande maestro della scuola alessandrina, e a una delle più grandi figure cristiane di tutti i tempi. La sua teologia mariana è caratterizzata soprattutto da tre punti: il concepimento verginale, la divina maternità e la verginità perpetua.

Egli difende il concepimento verginale contro il pagano Celso, dicendo che non si tratta di un mito, ma di un fatto storico. Quanto alla divina maternità, che Dio sia nato da una donna non è disdicevole per Dio, tanto più se chi lo accoglie è la Vergine pura, adombrata dallo Spirito Santo. Sembra che Origene abbia usato il titolo di «Madre di Dio» (Theotókos), sebbene ciò non risulti direttamente dai suoi testi che ci sono rimasti. Il punto su cui egli però insiste maggiormente è quello della perpetua verginità di Maria; Maria è ai suoi occhi il modello della vita verginale femminile, come Gesù lo è di quella maschile. E celebre questo suo testo:

«lo credo ragionevole che la primizia della purezza casta degli uomini sia Gesù, e delle donne Maria; non sarebbe infatti pio ascrivere ad altra che a lei la primizia della verginità»11

Maria comincia a essere vista come modello di virtù, e in particolare della verginità consacrata, secondo quella linea di pensiero che avrà in Occidente il suo più grande rappresentante in S. Ambrogio.

Maria risplende poi per la sua fede e la sua carità. Per la sua fede («Beata colei che ha creduto», Lc 1, 45), anche se, a parere di Origene, la «spada che trafiggerà la sua anima» indicherebbe un venir meno di Maria nella fede ai piedi della croce (interpretazione questa che avrà un certo seguito presso alcuni Padri orientali). Per la sua carità, in quanto ella si presenta come modello di spiritualità e di apostolato, in particolare nella visita a Sant’Elisabetta, salendo «in fretta» (Lc 1, 39) verso le vette della santità.

TERTULLIANO († dopo il 220)
È uno dei primissimi scrittori cristiani di lingua latina. Nella sua dottrina mariana egli ritorna sul parallelismo-antitesi fra Eva e Maria, di cui loda la fede esaltandone il significato salvifico.
12

Egli afferma chiaramente la concezione verginale di Maria, ma dice che il suo fu un parto normale (nega cioè la verginità nel parto), e forse nega anche la verginità dopo il parto (cioè afferma chc Maria ebbe altri figli). Nega poi la perfetta santità di Maria. Commentando Mc 3, 33 e i passi paralleli («Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?»), egli vi vede quasi un ripudio di Maria da parte del Figlio, in quanto ella non avrebbe fatto parte dei suoi veri discepoli».13

Come si vede, Tertulliano non ha ancora colto tutte le conseguenze santificanti della maternità divina. Inoltre occorre tener presente che. egli spesso si lascia guidare dalle sue idee personali più che dalla tradizione della Chiesa, anche a motivo dell’influsso rigorista dell’eresia di Montano, alla quale egli aderì negli ultimi anni della sua vita.

Dal Concilio di Nicea al Concilio di Efeso (431)
È il periodo d’oro della patristica. Sarà qui necessario distinguere i Padri dell’Oriente da quelli dell’Occidente.

 

a) In Oriente

Per quanto riguarda la verginità di Maria dopo il parto sembra che alla fine di questo periodo essa non sia ancora riconosciuta da tutti. Però ha dei grandi difensori in Atanasio, Epifanio, Giovanni Crisostomo.

S. ATANASIO († 373)
Partecipò come diacono al Concilio di Nicea e poi divenne vescovo di Alessandria. È denominato giustamente «il pilastro della Chiesa», e «il padre dell’ortodossia». Il suo pensiero mariano ha avuto influssi in campo dogmatico, liturgico e ascetico.

In campo dogmatico S. Atanasio è il grande difensore della divifnità del Verbo, «consostanziale» al Padre. Il riflesso in campo mariologico è ovviamente quello di un’accentuazione della maternità divina di Maria. È lei che ha dato al Verbo una vera natura umana, uguale alla nostra.

In campo liturgico sembra che a lui appartenga la prima omelia mariana, in cui tesse l’elogio di Maria ispirandosi al Magnificat:

«Veramente la tua anima magnifica il Signore e il tuo spirito esulta in Dio tuo salvatore: in futuro ti loderà per tutta l’eternità ogni generazione (…). Te loda Adamo, chiamandoti «madre di tutti i viventi». Te loda Mosè, contemplandoti come arca della nuova alleanza, da ogni parte rivestita d’oro. Davide ti acclama beata, dichiarandoti «città del gran Re», «città del Dio degli eserciti». Anche in futuro ti loderanno tutte le generazioni umane».14
 

Ma dove S. Atanasio si distingue in modo particolare è nel campo ascetico. Proseguendo sulla via già tracciata da Origene, egli vede in Maria il modello di tutte le virtù. È celebre questo suo ritratto della Beata Vergine, che anticipa quello di S. Ambrogio:

«Maria era una vergine pura, di animo equilibrato (…). Amava le opere buone (…) Non desiderava essere vista dagli uomini (…). Pregava Dio da sola a solo (…). Non gridava, e stava attenta a non sparlare di alcuno e a non ascoltare altri dir male di altri (…). Non si inquietava; non invidiava; non si vantava, ma era umilissima; non aveva alcuna malvagità nel cuore (…). Ogni giorno avanzava e progrediva (…). In luogo di pani visibili si riforniva delle parole di verità; al posto del vino teneva gli insegnamenti del Salvatore e in quelli si dilettava (…). Ecco l’immagine della verginità! E di fatto Maria fu tale».15
 

S. EFREM († 373)
Fu denominato «la cetra dello Spirito Santo». Canta in modo impareggiabile la santità di Maria, la sua verginità, la sua dignità e il suo ruolo nella storia della salvezza, aggiungendo elementi nuovi al parallelismo Eva-Maria.

La Vergine è per lui senza alcuna macchia:

«Tu solo (o Gesù) e tua madre siete di una bellezza che supera tutti: perché in te non c’è macchia alcuna e nessuna ombra in tua madre».16

Tuttavia, secondo S. Efrem, Maria dovette progredire nel cammino della fede, che non fu esente da prove e da dubbi.

Con questo Autore inizia l’era dell’innografia mariana. In un inno dedicato al Natale leggiamo:

«Maria effondeva il suo cuore con inimitabili accenti e cantava il suo canto di culla: «Chi mai diede alla solitaria di concepire e dare alla luce colui che insieme è uno e molti, piccolo e grande, tutto in me e tutto dovunque? Il giorno in cui Gabriele entrò presso di me povera, in un istante mi ha fatto signora e ancella. Perché io sono ancella della tua divinità, ma anche madre della tua umanità, o Signore e Figlio mio! «».17

Come canta il Natale, così S. Efrem ci dà anche una preziosa testimonianza, mantenutasi nella tradizione bizantina sino a oggi, dell’apparizione di Gesù risorto alla Madre:

«Come Maria fu presente al primo miracolo, così ebbe le primizie della risurrezione dagli inferi».18

I PADRI CAPPADOCI

S. Basilio († 379), suo fratello S. Gregorio Nisseno († 394) e l’amico S. Gregorio Nazianzeno († 390) costituiscono un gruppo di Padri che ebbero un’importanza e un influsso eccezionali sul progresso del dogma e del pensiero teologico.

Per quanto riguarda la mariologia, S. Basilio insiste in modo particolare sulla perpetua verginità di Maria, che pur non essendo indispensabile al progetto salvifico di Dio, tuttavia ne promana, secondo il senso comune dei fedeli.

S. Gregorio Nazianzeno, detto «il teologo» per eccellenza, afferma con la massima decisione che Maria deve essere detta Madre di Dio:

«Se uno non crede che Maria santissima è Madre di Dio (Theotókos), è escluso dalla divinità».19

Per lui poi Maria è tutta santa, e si colloca al vertice del cammino di perfezione.

S. Gregorio Nisseno, «il mistico», «usa forse per primo l’analogia tra il parto verginale di Maria e la generazione eterna del Verbo come argomento contro le dottrine ariane: come infatti, nascendo da Maria, Cristo non corruppe la sua verginità fisica, ma nacque senza dolori di parto, così, anzi infinitamente di più, nascendo eternamente dal Padre il Verbo non indusse nel Genitore alcuna «passione» o situazione che l’abbia mutato (…), In tal modo Gregorio mostra che a quel tempo la dottrina del parto verginale era accettata dai cattolici e dagli ariani».20
 

EPIFANIO DI SALAMINA († 403)
Questo Autore ha una grande importanza nel campo della mariologia sia per la strenua difesa della perpetua verginità di Maria, sia anche, e questo è il suo apporto più originale, perché affronta per primo il tema della fine terrena della Beata Vergine.

Quanto al primo punto egli afferma che presso il popolo cristiano Maria è «la Vergine» per eccellenza:

«Vi fu mai qualcuno che osasse nominare Maria santissima senza aggiungervi di proprio il titolo di «vergine»? Con tali I appellativi si sogliono indicare le qualità personali. A ogni giusto infatti fu attribuito un nome che a lui conveniva. Ad Abramo fu dato il titolo di «amico di Dio», né esso potrà mai venir meno. Giacobbe ebbe il soprannome di «Israele» (…). Così Maria Santissima è detta » la Vergine»: mai tale nome le sarà mutato».21

Epifanio non ammette in Maria alcuna mancanza o debolezza. Ella è piena di grazia sotto tutti gli aspetti.

Per quanto riguarda la sua fine terrena, la testimonianza di Epifanio è fondamentale, come fa notare il Laurentin, il quale scrive:22

«Egli pone per primo la questione della fine del destino terreno di Maria. Lo fa in modo del tutto occasionale, nella sua famosa lettera ai cristiani d’Arabia, che inserì nel suo Panarion nel 377. 23 Cosa curiosa, questo testimone perfettamente informato delle più minute tradizioni palestinesi, si confessa sprovvisto di qualsiasi elemento di risposta. Non ha sentito parlare di una tomba di Maria a Gerusalemme, né della sua morte in questo luogo. Non sa neppure se Maria sia morta oppure no. Comprende solo che la sua fine fu degna di lei e intravede che ciò dovette implicare qualche prodigio. Ma, in assenza di ogni dato, preferisce imitare il silenzio dei libri santi. Infatti in essi non si trova, scrive Epifanio,

««né la morte di Maria, né se essa sia morta, né se sia stata seppellita, né se non sia stata seppellita (…). La Scrittura ha mantenuto un silenzio completo a causa della grandezza del prodigio, per non colpire con uno stupore eccessivo lo spirito degli uomini. Per parte mia, non oso parlarne. Conservo tutto ciò nel mio pensiero e taccio»».

Epifanio, continua il Laurentin, «dopo aver mostrato che Lc 2, 35 inviterebbe a pensare che Maria sia morta martire, e Ap 12, 14, al contrario, che sia stata trasferita viva in cielo», così prosegue:

««È possibile che ciò si sia compiuto in Maria. Non l’affermo, tuttavia, in modo assoluto, e non dico che essa rimase immortale. Ma non decido neppure che essa sia mortale. La Scrittura, infatti, si è posta al di sopra dello spirito umano e ha lasciato questo punto nell’incertezza, per riverenza verso questa Vergine incomparabile, per tagliar corto a ogni pensiero basso e carnale a suo riguardo. E morta? Lo ignoriamo»».

Conclude il Laurentin: «La lezione è che i veri servitori della fede non furono gli autori dei libri apocrifi, che improvvisarono delle risposte a forza di racconti mitici, in cui tutti i particolari della morte di Maria venivano raccontati, bensì il probo Epifanio, che pose il problema con un senso acuto del mistero e, più tardi, i teologi che passarono al vaglio dei criteri dogmatici i racconti leggendari della dormizione».

S. GIOVANNI CRISOSTOMO († 407)
Questo grande Padre della Chiesa orientale costituisce in un certo senso un caso unico per quanto riguarda la mariologia. Infatti mentre da una parte sostiene nel modo più deciso la maternità divina di Maria (pur senza usare la formula «Madre di Dio», come non fa del resto alcun appartenente alla scuola antiochena), la sua verginità perpetua e la sua collaborazione alla salvezza, tuttavia ammette in lei delle deficienze sul piano della santità personale. A suo parere, per esempio, Maria alle nozze di Cana chiese un miracolo per riceverne gloria lei dai commensali.24 Questa idea, che appare a noi oggi come manifestamente inaccettabile, non fu tuttavia contestata al suo tempo, il che mostra che «allora la Chiesa non era ancora arrivata [almeno in Oriente] ad avere della persona della Vergine un’idea immune da imperfezioni: molto contribuirà a ciò il Concilio di Efeso (431) e la tradizione latina».25

b) In Occidente

S. ZENO DI VERONA († 372)
È uno dei grandi difensori della verginità perpetua di Maria. Ella fu vergine prima, durante e dopo il parto:

«O grande mistero! Maria concepì, Vergine incorrotta; dopo la concezione, Vergine, partorì; dopo il parto, Vergine rimase. Prende fuoco la mano dell’incredula ostetrica che vuole rendersi conto se la partoriente può essere trovata nelle condizioni di una vergine. Ma la fiamma vorace si spegne appena la mano entra in contatto con il bambino. E così quell’ostetrica, fortunatamente curiosa, dopo aver ammirato a lungo la donna vergine e il divino fanciullo, esultando di immensa gioia, se ne andò guarita, lei che era venuta per guarire».26

S. Zeno precisa inoltre che la Vergine ha concepito per divino intervento del Figlio suo, e la concezione sarebbe avvenuta attraverso l’orecchio, per controbilanciare la colpa di Eva, che proprio attraverso l’udito era stata sedotta dal serpente.

In S. Zeno troviamo anche il parallelismo Chiesa-Maria, che sarà sviluppato da S. Ambrogio.

S. AMBROGIO († 397)
Può essere giustamente definito «il padre della mariologia occidentale». Ritengo che lo si possa considerare come il primo grande «innamorato di Maria».

Egli attinge inesauribilmente alla Sacra Scrittura, seguendo quella di pensiero che da Origene passa attraverso Atanasio e i Padri Cappadoci. La verginità è al centro del suo interesse. È stato detto che «la verginità, attinta forse alla sua devozione mariana, è come il paese del suo cuore» (A. Hamman). Egli parla con entusiasmo della vita monastica e della consacrazione verginale al Signore. Sua sorella Marcellina ebbe il velo di vergine da Papa Liberio, e lo stesso Ambrogio si prese cura di molti monasteri di vergini.

Maria Santissima è per lui il modello dell’assoluta perfezione per tutti i cristiani, ma soprattutto per quanti si consacrano a Dio nella verginità. È celebre il ritratto che egli fa della Vergine Maria:27

«Ella era vergine non solo di corpo, ma anche di mente, e non falsò mai, con la doppiezza, la sincerità degli affetti. Umile di cuore, riflessiva, prudente, non loquace, amante dello studio divino, non riponeva la sua speranza nelle instabili ricchezze, ma nella preghiera dei poveri. Assidua nel lavoro, modesta nel parlare, cercava come giudice dei suoi pensieri non l’uomo, ma Dio.

Non Offendeva nessuno, era caritatevole con tutti, rispettava i più anziani, non invidiava gli uguali. Fuggiva l’ostentazione, seguiva la ragione, amava la virtù. Quando mai offese, sia pure con un solo sguardo, i genitori? Quando mai fu in disaccordo con i congiunti o disprezzò il misero? Quando mai dileggiò il debole? Quando schivò il povero, ella che era solita prendere parte a convegni umani solo quando lo richiedeva la carità e non ne scapitava il pudore? Nulla di bieco nello sguardo, nulla di arrogante nelle parole, nulla di inverecondo negli atti. Non un gesto incomposto, non un passo precipitato, non voce alterata. L’aspetto stesso della sua persona rifletteva la santità della niente ed era espressione di bontà».28

S. Ambrogio insiste poi con estrema decisione sulla verginità di Maria nel parto: ella è la «porta chiusa» di cui ha parlato il profeta Ezechiele (44, 1 ss.).

Ecco come S. Ambrogio si esprime:

«Il profeta aggiunge poi di aver visto edifieare, su un altissimo monte, una città con molte porte, una delle quali è chiusa; e il Signore mi disse: questa porta sarà chiusa e non si aprirà, e nessun uomo passerà per essa (…). Qual è questa porta se non Maria? F. perché è chiusa se non perché è vergine? Maria è dunque la porta per cui Cristo entrò da lei senza offuscarne il candore. «Questa porta, dice, sarà chiusa e non si aprirà». Nobile porta è Maria, che era chiusa e non si aprì. Passò per essa Cristo senza aprirla (…). La verginità è la porta chiusa, il giardino cintato, la fonte sigillata»?29

A S. Ambrogio dobbiamo poi una delle più belle pagine della letteratura cristiana, quando egli descrive Maria sotto la croce:

«La madre mirava con occhio pietoso le piaghe del Figlio, dal quale sapeva che sarebbe venuta la redenzione del mondo. Stava ritta, offrendo uno spettacolo non dissimile da quello di lui, mentre non temeva chi l’avesse uccisa. Il Figlio pendeva dalla croce, la madre si offriva ai persecutori. Se l’avesse tatto anche solo per essere abbattuta prima del Figlio, già sarebbe lodevole il suo affetto materno, per il quale non voleva sopravvivere al Figlio; ma se invece l’ha fatto per morire col Figlio, è perché bramava di risorgere con lui, non ignara del mistero di aver generato colui che sarebbe risorto. Sapendo inoltre che la morte del Figlio avveniva per il bene di tutti, si affrettava anche lei, se avesse semmai potuto apportare qualcosa al bene comune con la sua propria morte».30
 

Scrive il Toniolo: «Con questo scorcio Ambrogio supera di gran lunga tutta la tradizione greca; non c’è più la spada del dubbio che trafigge la Vergine alla morte del Figlio: c’è una donna che sa chi è colui che muore e sa perché lo ha generato; sa che morendo egli salva e risorgerà glorioso, e vuole precederlo nella morte, o almeno accompagnarlo per risuscitare subito con lui; vuole condividerne la causa fino al martirio. È la madre del Redentore che inaugura i tempi nuovi con il suo mistero pasquale».31

Un altro punto caratteristico di S. Ambrogio è il parallelismo Maria-Chiesa, su cui insisterà molto il Concilio Vaticano II. Scrive, fra l’altro, il nostro Autore:

«Ben a ragione Maria è sposa, ma vergine, perché essa è l’immagine della Chiesa, che è senza macchia, ma anche sposa. Ci ha concepiti verginalmente dallo Spirito e verginalmente ci dà alla luce, senza un lamento».32
Questo passo di S. Ambrogio è uno dei pochissimi citati dal Concilio con l’esplicita indicazione dell’autore; leggiamo infatti nella Lumen Gentium:

«La Madre di Dio è figura della Chiesa, come già insegnava sant’Ambrogio, nell’ordine cioè della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo» (n. 63).

S. AGOSTINO († 430)
Il più grande fra i Padri dell’Occidente, e forse il più grande fra i dottori cristiani in assoluto, presenta una dottrina mariologica perfetta, raccogliendo il meglio della tradizione precedente, e offrendo anche certe intuizioni sul mistero della Vergine Maria che appaiono di una profondità unica, e che saranno accolte dal Concilio Vaticano II.

Non per nulla egli è il Padre più citato dal Concilio, il quale attinge da lui soprattutto la tendenza a collocare la Beata Vergine Maria nel contesto del mistero di Cristo e della Chiesa. Ella si trova al centro di un misterioso piano di Dio, ed è una pura grazia del Signore donata in Cristo all’umanità.

Secondo S. Agostino la maternità divina di Maria e la sua verginità prima del parto, nel parto e dopo il parto appartengono ai dati della fede. Egli sostiene in particolare che Maria emise un vero e proprio voto di verginità prima dell’Annunciazione, tesi che diventerà patrimonio comune della tradizione occidentale. Egli poi ha espressioni entusiastiche di lode riguardo alla santità personale di Maria, della quale

«per l’onore che si deve al Signore non voglio che si faccia alcuna questione quando si tratta di peccati».33

Ma questa totale esclusione del peccato si estende anche al peccato originale? La questione è molto interessante, e va inquadrata in un ambito più ampio.

L’eretico Pelagio aveva sostenuto la perfetta santità di Maria, ma in quanto era mosso a ciò dalla sua negazione del peccato originale e dal suo ottimismo riguardo alle possibilità della natura umana, anche se abbandonata alle sue sole forze. Maria sarebbe un caso di perfetta santità, che però sarebbe accessibile a tutti. S. Agostino risponde con particolare acume che il caso di Maria è un’eccezione, che ha come spiegazione un intervento particolare della grazia di Dio.34

Ma il vescovo pelagiano Giuliano di Eclano portò il conflitto su punto più delicato: non più l’assenza dei peccati attuali, bensì Ila del peccato originale, trasmesso per generazione, secondo Agostino. In questo modo, dice Giuliano, «tu consegni Maria al diavolo per la condizione della sua nascita».35

Qui il vescovo di Ippona, fa notare il Laurentin36, «non ebbe la stessa padronanza che aveva avuto nel conflitto precedente, e se la cavò con un testo equivoco, in cui si può vedere chiaramente, in defitiva, il progredire delle due esigenze della Tradizione [santità piena di Maria e trasmissione ereditaria del peccato originale], ma in cui tutti gli autori seguenti vedranno per lunghi secoli la negazione del privilegio dell’Immacolata Concezione». Ecco il testo:

«Quanto a Maria, noi non la consegniamo affatto in potere del diavolo in conseguenza della sua nascita; tutt’altro, poiché sosteniamo che questa conseguenza viene cancellata dalla grazia della rinascita».37

Continua il Laurentin: «Anche qui, l’apparente difensore della Vergine (Giuliano) è un eretico. Egli propone un attributo vero sotto una luce falsa: l’Immacolata Concezione non è per lui un privilegio unico, e neppure un effetto particolare della grazia divina, bensì la sorte comune di tutti i cristiani. Agostino ha ragione di opporgli il dominio universale del peccato originale e la necessità della grazia per vincere il peccato. Affermando il carattere unico del privilegio mariano, e il carattere di preservazione per mezzo della grazia del Redentore, che ne è l’essenza stessa, la definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione sarà infinitamente più vicina ad Agostino che al suo avversario».

«Tuttavia, per essere stata presentata in maniera prematura e caricaturale dagli eretici, e aver subìto per questo fatto l’opposizione di S. Agostino, l’idea della concezione senza peccato di Maria sarà, per lunghi secoli, sospetta in Occidente. Così i Latini, sinora all’avanguardia, resteranno in ritardo sui Greci, presso i quali la progressiva scoperta della santità originale di Maria continuerà sino ai secoli VIII-IX».38

Un punto in un certo modo nuovo e originale di S. Agostino è quello della maternità spirituale di Maria nei nostri riguardi. Egli scrive:

«Maria è stata l’unica donna a essere insieme madre e vergine, tanto nello spirito quanto nel corpo. Spiritualmente però non fu madre del nostro capo, cioè del nostro Salvatore, dal quale piuttosto ebbe la vita, come l’hanno tutti coloro che credono in lui; anche lei è una di questi, ai quali si applica giustamente il nome di figli dello sposo (cf. Mt 9, 15). È invece senza alcun dubbio madre delle sue membra, nel senso che ha cooperato mediante l’amore a far sì che nella Chiesa nascessero i fedeli, che formano le membra di quel capo».39

Quest’ultima frase è citata nella Lumen Gentium al n. 53. Notiamo e Maria Santissima, agli occhi di S. Agostino, cooperi alla salvezza maternamente mediante l’amore, mentre la Chiesa coopera, anch’essa maternamente, sul piano sacramentale.

Concilio di Efeso (431) e la conclusione dell’epoca patristica
 

La definizione di Maria Santissima come «Madre di Dio» (Theotókos) fatta al Concilio di Efeso segna una tappa decisiva nella storia della dottrina e nello sviluppo del culto mariano.In Oriente si moltiplicheranno le omelie e i discorsi su Maria, con i grandi nomi di Germano di Costantinopoli († 733), Andrea di Creta († 740) e soprattutto Giovanni Damasceno († 749).
L’idea della santità di Maria fin dalla sua concezione prende il suo avvio deciso in Oriente, anche se non è ancora ben esplicitata la coscienza chiara del fatto.

Per quanto riguarda invece l’Occidente si deve dire che non si registrano, su questo punto, dei progressi significativi. L’influsso di Agostino, con la sua posizione quanto meno ambigua sull’esenzione di Maria dal peccato originale, è certamente uno dei motivi determinanti di questa stasi.

Se vogliamo riassumere le conclusioni che si possono trarre dall’esame del pensiero patristico in campo mariologico possiamo dire che le principali acquisizioni sono le seguenti:40

1. Il riconoscimento solenne della maternità divina, base di tutta la dottrina mariana.

2. Il riconoscimento della verginità perpetua di Maria (prima del parto, nel parto e dopo il parto).

3. Il riconoscimento della sua santità eccezionale.

4. Il riconoscimento di una sua cooperazione tutta speciale alla salvezza, secondo il parallelismo Eva-Maria.

Rimangono da chiarire l’esenzione o meno di Maria dal peccato originale e le modalità del termine della sua vita terrena.


 

                                                



NOTE:

1 L. MELOTTI, Maria, la madre dei viventi, Elle Di Ci, Torino 1986, pp. 50 ss. A questo Autore e alla sua bella trattazione mi ispiro molto in queste pagine dedicate ai Santi Padri.

2 G. JOUASSARD, Marie à travers la patristique, in Maria, I, Beauchesne, Parigi 1949, pp. 69157.

3 S. IGNAZIO DI ANTIOCHIA, Ai Tralliani 9, PG 5, 681.

4 ID. Agli Efesini 19, PG 5, 660.

5. J. L. BASTERO DE ELEIZAIDE, Maria, madre del Redentor, Edizioni Università di Navarra, Pamplona 2004, p. 40.

6 S. GIUSTINO, Dialogo con Trifone 100, PG 6, 709711.

7 S . IRENEO, Contro le eresie, III, 22, PG 7, 958960.

8 L’osservazione è del LAURENTIN, La Vergine Maria, Paoline, Roma 1983, p. 61.

9 Cf. L. MELOTTI, Maria, cit., p. 52.

10 R. LAURENTTN, La Vergine Maria, cit., pp. 6263.

11 ORIGENE, Commento a Matteo, X, 17, PG 13, 877.

12 TERTULLIANO, La carne di Cristo 17, CCL 2, 905.

13 Cf. ibid., 7, CCL 2, 888 ss. A questo punto il Melotti, op. cit., p. 55, fa notare che «in questo periodo (prima metà del III secolo), a eccezione del concepimento verginale, l’idea che ci si fa della santità di Maria e tutt’altro che unanime, senza provocare lo scandalo del popolo cristiano, e senza suscitare reazioni da parte dell’autorità religiosa. All’inizio del IV secolo la situazione non sarà cambiata».

14 S. ATANASIO, Omelia sulla santa Vergine Madre di Dio, Le Muséon 71 (1958), 209239.

15 ID., Sulla verginità, CSCO 151, 5862.

16 S. EFREM, Carmi nisibeni 27, 8, CSCO 219, 76.

17 ID., Inni sul Natale 5, 1920, CSCO 187, 4142.

18 ID., Spiegazione del Vangelo concordato (Diatèssaron), 2028, CSCO 145,232236.

19 S. GREGORIO NAZIANZENO, Lettera a Cledonio, PG 37, 177.

20 E. TONIOLO, Voce «Padri della Chiesa» in NDM, p. 1062.

21 EPIFANIO DI SALAMINA, Contro le eresie 78, 6, PG 42, 705707.

22 R. LAURENIIN, La Vergine Maria, cit., pp. 7273.

23EPIFANIO DI SALAMINA, op. cit. 78, 1011 (PG 42, 716 AD).

24 Cf. Omelie su Giovanni 22, PG 59, 133135.

25 E. TONIOLO, op. cit., p. 1064.

26 S. ZENO DI VERONA, Trattati, PL 11, 414415. S. Zeno si riferisce alla vicenda della levatrice di cui parla il Protovangelo di Giacomo, 20, 14.

27 S. AMBROGIO, Le vergini 2, 7, PL 16, 209.

28 Chi volesse proseguire nella lettura di questa incantevole descrizione della Beata Vergine può consultare facilmente Testi Mariani del Primo Millennio 3, Città Nuova, Roma 1990, pp. 164 ss.

29 S. AMBROGIO, L’educazione della vergine, 5258, PL 16,319321.

30 Ibid., 49, PL 16, 318.

31 E. TONIOLO, op. cit., p. 1072.

32 S. AMBROGIO, Commento a S. Luca 2, 7, PL 15, 16351636.

33 S. AGOSTINO, La natura e la grazia 42, PL 44,267.

34 Ibid.

35 È S. Agostino stesso che riferisce questa obiezione a lui rivolta, nell’Opera incompiuta contro Giuliano 4, 122, PL 45, 1417.

36 R LAURENTIN, La Vergine Maria, cit., pp. 7475.

37 S. AGOSTINO, Opera incompiuta contro Giuliano, cit., 1418.

38 Non è questo l’unico caso in cui il fatto che qualche prerogativa mariana fosse difesa da eretici ha ritardato il suo accoglimento ufficiale nella Chiesa. Sentiamo ancora il Laurentin: «Oltre al fatto che la sana reazione contro i culti pagani creava un clima sfavorevole alla valorizzazione delle grandezze di Maria, i più porta ti a celebrare i suoi privilegi furono coloro che erano i meno sensibili alla loro contropartita dogmatica: i manichei, dispregiatori del matrimonio, erano più disposti degli altri a difendere la verginità di Maria dopo il suo parto; i doceti, negatori della realtà del corpo di Cristo, a difendere la sua verginità

in parla; i pelegiani, campioni abusivi dei poteri naturali dell’uomo, a mettere in evidenza la sua perfetta santità; mentre gli spiriti ancora sedotti dai culti pagani erano portati a valutare il titolo di Theotókos. Non diremo che gli eretici furono i promotori dei privilegi di Maria, bensì che furono gli spauracchi elle ne tennero lontani: infatti i loro principi erronei (o le loro affermazioni esplicite) proiettavano su Maria una falsa luce. Non era facile operare un discernimento tra queste caricature e le prime affermazioni autentiche degli attributi di Maria. Coloro che davano la caccia all’errore sotto tutte le sue forme erano tentati di

considerare in blocco le prime formulazioni del dogma come dei rami di un

albero cattivo che bisognava sradicare op. cit., pp. 7071).

39 S. AGOSTINO, La santa verginità 6,6 PG 40,399.

40 Cf. L. MELOTTI, Maria, la madre dei viventi, cit., p. 60.

Letto 472 volte Ultima modifica il Lunedì, 26 Settembre 2016 20:50
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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

   

Mons. Luigi Negri


   

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