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Martedì, 19 Aprile 2016 00:00

Trattato di Mariologia (parte 5)

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LA NASCITA DI GESÙ
Dalle pagine di S. Luca (2, 119) risulta che il ruolo di Maria è molto attivo. È lei che dà il bambino alla luce. Scrive bene il Feuillet: «Questo Salvatore, che è la buona novella escatologica, viene scoperto per la prima volta dagli uomini come legato in qualche modo a Maria e inseparabile da lei; il ruolo attivo è esercitato da lei: è Maria che avvolge in panni e adagia in un presepio il Salvatore che i pastori riconoscono da questo segno; così, dunque, è innanzitutto per il tramite di Maria che viene offerta al mondo la sorgente della gioia e della pace». 

«Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia» (v. 7).

È chiaro che primogenito significa solo che Maria prima non aveva avuto altri figli (da cui gli obblighi legali relativi al primo nato). Ma quello che ora più ci interessa è il fatto che molti studiosi antichi e moderni hanno visto nelle parole di S. Luca un delicato accenno al parto verginale e miracoloso. È la madre stessa che dà alla luce il figlio senza l’aiuto di alcuno, è lei che subito lo accudisce, con la massima naturalezza e semplicità. Come poteva trattarsi di un parto normale?

Dopo la visita dei pastori leggiamo che: 

«Maria, da parte sua, custodiva tutti questi fatti, meditandoli nel suo cuore» (v. 19).

Maria ci appare qui come maestra di contemplazione. Il verbo «meditare» infatti traduce il verbo greco symballo, che significa mettere a confronto. La Beata Vergine quindi metteva a confronto le parole che aveva sentito e le cose che aveva visto, penetrando sempre più nel mistero da cui era avvolta.

LA PRESENTAZIONE AL TEMPIO
Maria e Giuseppe si recano al tempio per offrire il bambino al Signore, secondo la prescrizione legale. Qui incontrano un uomo ripieno di Spirito Santo, Simeone, che si rivolge a Maria dicendo:

«Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, e come segno di contraddizione — e anche a te una spada trafiggerà l’anima affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (vv. 3435).

 

Simeone si riferisce qui a due soggetti diversi, prima al bambino e poi alla madre. Il bambino sarà segno di contraddizione poiché alcuni lo accetteranno e altri lo rifiuteranno. La madre sarà trafitta dalla spada del dolore, in quanto associata al destino del figlio. contempla come un unico martirio la passione di Gesù e la compassione della madre. L’annuncio della compassione di Maria per Simeone, innanzitutto, una maniera velata di predire la passione del suo figlio, poiché è evidente che l’oggetto principale di questa profezia è il destino crudele del Messia».1

Paolo VI fa sua questa interpretazione nella Marialis Cultus. Commentando questo episodio egli chiama Maria «la Vergine offerente», e scrive: «Mistero di salvezza, dunque, che nei suoi vari aspetti orienta l’episodio della presentazione al tempio verso l’evento salvifico della croce. Ma la Chiesa stessa, soprattutto a partire dai secoli del Medioevo, ha intuito nel cuore della Vergine, che porta il Figlio a Gerusalemme per presentarlo al Signore, una volontà oblativa che superava il senso ordinario del rito. Di tale intuizione abbiamo testimonianza nell’affettuosa apostrofe di S. Bernardo: «Offri il tuo Figlio, o Vergine santa, e presenta al Signore il frutto benedetto del tuo seno. Offri per la riconciliazione di noi tutti la vittima santa, a Dio gradita”».2
 

IL RITROVAMENTO DI GESÙ FRA I DOTTORI DEL TEMPIO
Durante il pellegrinaggio annuale a Gerusalemme Gesù, all’età di dodici anni, rimane nel tempio all’insaputa dei genitori, i quali lo cercano angosciati per tre giorni (2, 41 ss.). Alla fine lo trovano fra i dottori del tempio, mentre li ascoltava e li interrogava, e i dottori ammiravano la sua intelligenza e le sue risposte.

«Al vederlo rimasero stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io debbo stare presso il Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro» (vv. 4849).

L’espressione di Maria: «Figlio, perché ci hai fatto questo?» non è in alcun modo un rimprovero, ma solo la domanda di una madre angosciata di fronte a un fatto per lei incomprensibile.
La risposta di Gesù fa presente il suo obbligo di dare una priorità assoluta al suo «stare presso il Padre», superando i legami della famiglia terrena. Maria e Giuseppe fanno fatica a entrare in questa nuova prospettiva di distacco. In questo senso «non comprendono».3

«Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutti questi fatti nel suo cuore» (v. 51).

L’ultimo accenno a Maria nel Vangelo dell’infanzia di S. Luca è ancora un riferimento alla sua vita interiore di profonda contemplazione, come già abbiamo visto esaminando il versetto 19.
 

L’ELOGIO DELLA DONNA DEL POPOLO
Al di fuori del Vangelo dell’infanzia S. Luca fa riferimento a Maria soltanto in un episodio della vita pubblica di Gesù:

«Mentre diceva questo, una donna in mezzo alla folla alzò la voce e disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!»» (11, 2728).

Il testo non è per nulla antimariano, poiché Gesù vuol dire soltanto che bisogna mettersi al di sopra di una prospettiva puramente umana e biologica. La grandezza di Maria sta nell’essere stata all’altezza della sua vocazione, nell’avere ascoltato per prima la parola di Dio (1, 2838) e nell’averla conservata nel suo cuore (2, 19 e 51).

LA PENTECOSTE
«Entrati in città, salirono al piano superiore del luogo dove si riunivano. C’erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù, e con i fratelli di lui» (At 1, 1314).

È questo l’unico accenno a Maria nell’opera lucana degli Atti degli Apostoli. Maria appare al centro della Chiesa primitiva, «implorante con le sue preghiere il dono dello Spirito, che l’aveva già adombrata nell’Annunciazione» (Lumen Gentium 59). Paolo VI parla di una sua «presenza orante (…) nella Chiesa nascente e nella Chiesa di ogni tempo».4Bellissime poi sono le parole di Giovanni Paolo II a proposito del terzo mistero glorioso del Rosario, che è appunto la Pentecoste5: «Al centro del percorso di gloria del Figlio e della Madre il Rosario pone, nel terzo mistero glorioso, la Pentecoste, che mostra il volto della Chiesa quale famiglia riunita con Maria, ravvivata dall’effusione dello Spirito, pronta per la missione evangelizzatrice. La contemplazione di questo, come degli altri misteri gloriosi, deve portare i credenti a prendere coscienza sempre più viva della loro esistenza nuova in Cristo, all’interno della realtà della Chiesa, un’esistenza di cui la Pentecoste costituisce la grande «icona»».

S. Giovanni
IL PROLOGO

L’evangelista S. Giovanni parla esplicitamente di Maria in due testi fondamentali, quello delle nozze di Cana e quello di Maria sotto la croce. Tuttavia si potrebbe aggiungere anche un terzo testo indirettamente mariano, se si legge Gv 1, 13 al singolare. Cominciamo quindi con l’esame di questo versetto. Letto al singolare il testo suona così:

«A quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo nome: lui che non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio è stato generato» (vv. 1213).

Come è ben noto, la traduzione al plurale suona invece: «… a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati».

Dal punto di vista della critica testuale, afferma il P. Serra6 la lezione al plurale è attestata da tutti i manoscritti greci, i più antichi dei quali però non risalgono a oltre il IV secolo, e da altre testimonianze del III secolo. Geograficamente tali testimonianze si concentrano tutte attorno all’area di Alessandria d’Egitto, nella regione del Nilo. La lezione al singolare, benché goda di una documentazione assai inferiore per numero, risulta tuttavia essere la più antica e la più diffusa dal punto di vista geografico. Essa infatti appare negli scritti patristici del II secolo e degli inizi del III, ed è dislocata in tutta l’area del Mediterraneo. E si possono anche trovare delle ragioni assai plausibili del passaggio dalla lettura al singolare a quella al plurale. Per cui il P. Serra può concludere: «La lettura al singolare di Gv 1, 13 ha seri fondamenti nella trasmissione testuale. In aggiunta, essa trova un riscontro sorprendente in 1 Gv 5, 18, dove l’evangelista afferma: «Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca più, il Generato da Dio lo custodisce…».7 Secondo questa lezione (che ha il conforto dei codici sicuramente più autorevoli), Gesù è “il generato da Dio»: definizione che ben si armonizza con Gv 1, 13, nella variante al singolare («da Dio è stato generato»)». Secondo questa lezione (che ha il conforto dei codici sicuramente più autorevoli), Gesù è “il generato da Dio»: definizione che ben si armonizza con Gv 1, 13, nella variante al singolare («da Dio è stato generato»)».

Qualora dunque si legga questo versetto al singolare, una della conseguenze più ovvie è che il Verbo prese carne nel grembo di Maria non dal sangue [letteralmente: dai sangui], né da volere di carne, né da volere di uomo, ma generato da Dio. Scrive ancora il P. Serra:

«Nel processo dell’incarnazione non ebbe gioco alcun desiderio-istinto sessuale («né da volere di carne») da parte dell’uomo («né da volere di uomo»). L’unica paternità a riguardo di Gesù fu quella di Dio («ma da Dio è stato generato»). Nell’ordine della carne Cristo ha una madre (cf. v. 14), non un padre terreno. Dio solo è suo Padre. Egli è «Figlio del Padre» (2 Gv 3), è il suo «Unigenito» (Gv 1, 14. 18)».8 È quindi affermata la concezione verginale.

Consideriamo adesso, sempre nello stesso versetto 1, 13 letto al singolare, l’espressione «non da sangue». Essa letteralmente dovrebbe essere tradotta «non dai sangui». Perché questo plurale? Il P. de la Pottierie afferma che il plurale «sangui» secondo la tradizione giudaica indicava la perdita di sangue a cui andava naturalmente soggetta la donna al momento di partorire. Tale perdita rendeva impura la donna. Secondo l’evangelista S. Giovanni quindi Gesù sarebbe nato «non da sangui» nel senso che Maria avrebbe dato alla luce il Verbo incarnato con un parto verginale e indolore, non accompagnato da spargimento di sangue.9

LE NOZZE DI CANA
Si ritiene comunemente che S. Luca sia per eccellenza «l’evangelista di Maria», e senza dubbio vi sono buone ragioni per affermarlo. Tuttavia, esaminando bene le cose, «si può dire con sicurezza che il Vangelo di S. Giovanni è ancora più mariano di quello di S. Luca».10 È vero che il nome «Maria» non vi si trova nemmeno una volta (mentre nel Vangelo di S. Luca appare dodici volte), tuttavia la duplice menzione della presenza della Madre di Gesù alle nozze di Cana e sotto la croce è della più grande importanza nella storia della salvezza.
Bisogna tenere presente infatti che Maria non si è limitata a comunicare a S. Giovanni questo o quel particolare riguardante l’infanzia di Gesù, come sembra avere fatto con S. Luca (cf. Lc 2,19. 51). Vivendo con Giovanni in una stretta e prolungata intimità (Cf. Gv 19,27), ella ha dovuto esercitare, più col suo silenzio che con le sue parole, un influenza profonda sulla maniera di giudicare, di sentire, di scrivere di Giovanni. Del resto non fa meraviglia che colui che è il teologo dell’incarnazione sia anche il teologo della Madre del Verbo incarnato.
I Semiti hanno un debole per quel procedimento letterario denominato «inclusione» (inclusio), che consiste nell’impiegare all’inizio e alla fine di un periodo la stessa espressione. Così ad esempio il salmo 8 inizia e si conclude con le parole: «O Signore nostro Dio, è grande il tuo nome su tutta la terra!». Ora, tutto il Vangelo di S. Giovanni appare «mariano» a causa di un’amplissima inclusio: alla Madre di Gesù è assegnato un posto d’onore tanto all’inizio del ministero pubblico di Gesù (a Cana), quanto alla fine (sul Calvario).
Le due pericopi riguardanti la presenza di Maria alle nozze di Cana (2, 111) e sotto la croce del Figlio (19, 2527) formano come la cornice di questo Vangelo, e gli conferiscono una struttura solida e simmetrica. Notiamo anche la corrispondenza fra le espressioni «c’era la madre di Gesù» (2, 1) e «stava presso la croce di Gesù sua madre»; così pure in entrambe le situazioni Gesù chiama la madre «donna» (2, 4 e 19, 26); mentre a Cana si ha il primo segno (2, 11), sul Calvario «tutto è compiuto» (19, 30).

La pagina evangelica delle nozze di Cana ha dato luogo a svariate e ricchissime interpretazioni, che trovano nel testo una grande abbondanza di riferimenti simbolici.11 Ma è bene non dimenticare anche il senso storico immediato, che ci permette di conoscere meglio la figura di Maria. È da questo punto di vista che esamineremo il nostro brano.12

Il senso della pagina evangelica è innanzitutto cristologico, come risulta dall’affermazione conclusiva: «Questo fu, a Cana di Galilea, l’inizio dei segni compiuti da Gesù: egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (2, 11). Tuttavia il ruolo di Maria è fondamentale. Essa è menzionata prima di Gesù (2, 1), e con tutta probabilità Gesù venne invitato con i suoi discepoli proprio perché c’era sua madre, verosimilmente amica della famiglia degli sposi. S. Tommaso pensa persino che fu chiesto a Maria se bisognava invitare Gesù13 A un certo punto viene a mancare il vino, e Maria dice rivolta a Gesù: «Non hanno vino». Si noti l’espressione: la Beata Vergine non dice: «Non c’è vino», ma: «Non hanno vino». Ciò che la preoccupa non è il fatto che la festa venga rovinata, ma che gli sposi vedano guastato quello che dovrebbe essere il più bel giorno della loro vita.

Scrive il P. Spicq: «S. Giovanni in questo modo rivela non solo il dono di osservanza della madre di Gesù, la sua attenzione ai dettagli materiali, ma soprattutto la delicatezza del suo cuore e la sua innata compassione (…). Mentre secondo i Vangeli sinottici la maggior parte dei miracoli di Gesù sono provocati dalla sua pietà per gli infelici, per cui il Maestro è «commosso nelle viscere», qui si potrebbe dire che egli impara da sua Madre a commuoversi; in ogni caso è la compassione di Maria che è stata all’origine del primo fra tutti i «segni» di Gesù».14

A proposito poi della richiesta di un miracolo implicita nelle parole di Maria il P. Spicq continua: «Questa sicurezza nel domandare un’azione prodigiosa presuppone che Maria sappia ciò che suo Figlio può fare. Ciò implica tutto quello che noi conosciamo attraverso i Vangeli dell’infanzia di Matteo e Luca. C’è, nel cuore della Madre, al tempo stesso il risveglio dei ricordi di quei fatti meravigliosi che accompagnarono il concepimento e la nascita del suo Figlio — «conservando queste cose nel suo cuore e meditandole» (Lc 2, 19. 51) non era nell’ignoranza del mistero dell’incarnazione — e la costatazione del fatto che i primi discepoli si erano raggruppati intorno a Gesù, che l’aveva lasciata per cominciare il suo ministero pubblico. La sua opera è dunque inaugurata. Non è forse venuta l’ora per mettere in opera il suo credito divino, e precisamente per aiutare delle persone care, di condizioni modeste, che stanno per essere sommerse dalla confusione per questo imprevisto incidente che comprometteva la loro ospitalità?».15

«Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta ora»» (v. 4).

Questa nuova traduzione della CEI della risposta di Gesù è molto pertinente, e rende bene il senso. Il Signore vuol dire che non ancora giunto il momento di manifestarsi come taumaturgo e Re-Messia, e per questo sembra declinare l’invito fattogli dalla Madre.16 Tuttavia la Beata Vergine non si dà per vinta, e dice ai servitori:

«Qualsiasi cosa vi dirà, fatela» (v. 5).

Sentiamo ancora il P. Spicq: «Se la risposa di Gesù fosse stata un rifiuto, la Santa Vergine avrebbe compreso e obbedito (…). Ma ella sembra contare sul miracolo. È una madre che conosce il cuore di suo figlio. Più attenta forse al suono della sua voce, allo sguardo, all’accento delle parole che al loro senso materiale, ella è persuasa che egli saprà conciliare il suo dovere col desiderio di piacerle (…). Sembra facile ricostruire qui la psicologia della Vergine. Ella ha e conserva la confidenza anche quando ha ben compreso le obiezioni di suo Figlio. Ma dice dentro di sé: «Che la tua ora non sia ancora giunta è possibile; ma per il mio umile intervento e la mia preghiera al Padre sono sicura che sta per arrivare». C’è la sicurezza straordinaria della Madre di Dio nel suo intervento personale capace di modificare l’ordine previsto dal piano divino (…). O meglio: l’intercessione di Maria è prevista dal Padre che ne tiene conto nella determinazione dei tempi favorevoli e delle epoche della salvezza (…). Così Maria vince la sua causa e ottiene per Gesù il permesso di operare il miracolo».17 E il miracolo clamoroso provoca la fede dei discepoli, i quali «credettero in lui» che aveva così «manifestato la sua gloria» (2, 11). Si tratta della «gloria come dell’Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (1, 14). Questa gloria del Verbo incarnato fu manifestata per la prima volta grazie all’intervento di sua Madre.
 

MARIA SOTTO LA CROCE
«Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo la prese con sé» (19, 2527).

È questo l’altro grande testo mariano del Vangelo di S. Giovanni. La presenza di Maria sotto la croce rappresenta il punto culminante della sua associazione alla missione salvifica di Cristo, nel modo descritto dalla Lumen Gentium (n. 58), secondo cui Maria fu presente sotto la croce non senza un disegno divino, «soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di Lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata». La passione di Gesù diventa in Maria una compassione. Commentando questi versetti la Bibbia di Gerusalemme si colloca nella prospettiva giusta. Leggiamo infatti: «Il contesto scritturistico (vv. 24. 28. 36. 37) e il carattere singolare dell’appellativo «donna» sembrano indicare che l’evangelista vede qui un atto che supera la semplice pietà filiale: la proclamazione della maternità spirituale di Maria, nuova Eva, ai credenti rappresentati dal discepolo prediletto (cf. 15, 1015)».

Innanzitutto ci colpisce l’appellativo «donna» con cui Gesù si rivolge alla Madre. Esso indica che Maria è chiamata a svolgere un ruolo che supera il semplice rapporto privato madre-figlio, e che si colloca nel cuore della storia della salvezza. La parola, già usata da Gesù alle nozze di Cana (2, 4), richiama la donna di Genesi 3, 15 che schiaccerà la testa al serpente, e richiama anche la donna del capitolo 12 dell’Apocalisse, che lotta contro il serpente antico (v. 9). Così possiamo notare che questa donna misteriosa compare, secondo una grandiosa «inclusione», all’inizio e alla fine della Bibbia, e all’inizio e alla fine del Vangelo di S. Giovanni, l’ultimo e il più spirituale dei Vangeli.

Possiamo contemplare la scena. Sul Calvario è presente Gesù, nuovo Adamo, e Maria, nuova Eva. In mezzo sta la nuova Umanità, rappresentata da Giovanni. Gesù si rivolge a Maria e le dice: «Donna, tuo figlio». Possiamo immaginare che Maria abbia manifestato assenso, con uno sguardo o con un cenno del capo. Allora , dopo l’assenso di Maria, si rivolge a Giovanni e gli dice: «Ecco tua madre». Abbiamo qui qualcosa di simile alla scena dell’Annunciazione, dove ci fu la proposta dell’angelo, il consenso di Maria, il risultato: «e il Verbo si fece carne».
Sul Calvario abbiamo la proposta di Gesù, il consenso di Maria, il risultato: «la dichiarata maternità spirituale di Maria verso Giovanni, che rappresenta tutti i credenti».18«E da quell’ora il discepolo la prese con sé», cioè non soltanto la prese nella sua casa, ma anche la fece entrare nella sua vita. In questo momento nascono il culto e la devozione mariana. Cioè contemporaneamente alla Chiesa, sul Calvario.

 

DONNA DELLAPOCALISSE
Il Nuovo Testamento si conclude con il misterioso libro dell’Apocalisse, nel quale si torna a parlare della donna di Gen 3, 15 (Cf. Ap, c. 12). Infatti il testo di S. Giovanni richiama sotto molti aspetti questa donna e la sua lotta con il serpente (cf. Ap 12, 9: «il grande drago, il serpente antico»).

L’interpretazione di questa pagina giovannea non trova concordi gli studiosi. Chi è la donna di cui si parla? Le risposte sono così riassunte da Bastero de Eleizaide:

1. Alcuni ammettono un doppio senso letterale nel testo. Per costoro tanto Maria quanto la Chiesa rientrano in questo senso.

2. Altri sostengono che Maria è indicata secondo il senso letterale, e la Chiesa in senso tipico.

3. Alcuni affermano che la donna è la Chiesa in senso letterale primario e Maria in senso letterale secondario.

4. Altri ancora dicono che si tratta della Chiesa in senso esplicito e di Maria in senso implicito.

Forse, mi pare, la soluzione migliore sta nel dire che nell’immagine della donna si sovrappongono in realtà tre figure — ciò può accadere in una visione, come è quella dell’Apocalisse.19

Le tre figure sono quelle di Eva, di Maria e della Chiesa (soprattutto la Chiesa dell’Antico Testamento).

Alcuni tratti dell’immagine della donna si adattano a una figura ma non a un’altra, come ad esempio le doglie e il travaglio del parto non si addicono al parto di Betlemme.

Scrive A. George: «Abbiamo dunque tre immagini sovrapposte:

Eva, Maria, la Chiesa. La Chiesa, Popolo di Dio, è in primo piano. Però, dal punto di vista mariano, ciò significa che si vede in Maria colei che incarna e che rappresenta per eccellenza il Popolo di Dio, la fraternità di tutti i discepoli di Gesù».20

Possiamo dunque vedere, come fa la Liturgia nella festa dell’Assunzione, nella «donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle», la Vergine Maria, la Donna già profeticamente adombrata all’inizio della Sacra Scrittura (Gen 3, 15).

Conclusione
Penso che possiamo concludere facendo nostre alcune affermazioni del P. A. Serra nella sua ampia e dotta trattazione alla voce «Bibbia» del Nuovo Dizionario di Mariologia: «Se guardiamo alla quantità, sono relativamente poco numerosi i brani che parlano di Maria. Ma il «poco» della quantità cede al «molto» della qualità. Frasi apparentemente scarne e asciutte, versetti o incisi che uno giudicherebbe del tutto marginali a prima vista, convogliano invece tradizioni plurime. Esse allungano le radici nell’Antico Testamento; passano quindi attraverso l’area del giudaismo chiamato «intertestamentario» assumendo non di rado sensi parzialmente nuovi; sfociano infine nel Nuovo Testamento, secondo angolazioni proprie alla prospettiva teologica di ciascun autore».

«Si giunge, per questa via, a una gioiosa costatazione. Le pericopi mariane, con le rispettive unità che le compongono, appaiono come tessere di un mosaico più vasto. Fin dall’Antico Testamento la figura e la missione di Maria sono avvolte dalla penombra degli oracoli profetici e delle istituzioni di Israele. Alle soglie del Nuovo Testato ella sorge all’orizzonte della storia salvifica come sintesi ideale dell’antico Popolo di Dio (cf. l’immagine della Figlia di Sion) e come madre del Cristo Messia. Poi, a mano a mano che Cristo, «sole di giustizia» (cf. Ml 3, 20), avanza sul firmamento dell’alleanza nuova, Maria ne segue la traiettoria come serva e discepola del suo Signore, in un crescendo di fede. Al punto culminante, che è il mistero pasquale, Cristo fa di sua madre la “madre» di tutti i suoi discepoli di ogni tempo. Da quell»“ora» la Chiesa apprende che Maria appartiene ai valori costitutivi del proprio Credo».21



                                                
 

NOTE:

 

1 A. FF.UILLET, Le jugement messianique en Marie dans Lc 2, 35, in AA– Vv., Studia Mediaevalia et Mariologica, Roma 1971, p. 435.

2 Paolo VI, Il culto della Vergine Maria (Marialis cultus), n.20.

3Alcuni riferiscono la non comprensione al fatto che Gesù si proclamasse Figlio del Padre. Ma abbiamo già visto che Maria non poteva non aver conosciuto sin dal momento dell’Annunciazione, attraverso le parole dell’angelo, e poi ancora quelle di Elisabetta, la divinità di suo Figlio. Altri Autori invece pensano, più giustamente, che Gesù, nella sua risposta, ha fatto allusione ai tre giorni della sua morte, dopo i quali sarebbe stato ritrovato nella Risurrezione. Così scrive per esempio il Laurentin (Maria, cit., p. 22): «Il senso del brano è il ritorno di Gesù al Padre suo, oggetto della sua prima e ultima parola (Le 24, 46). Il senso simbolico inculcato da Luca è questo: l’episodio di Gesù scomparso per tre giorni a Gerusalemme durante la festa di Pasqua è un segno precursore della sua morte. E in questa occasione egli esprime non solo la sua figliolanza divina, ma il mistero del suo ritorno al Padre. Il versetto (2,50) che interessa il nostro studio. «Ed, essi (Maria e Giuseppe) non compresero ciò che aveva detto loro», testimonia non già che Maria ignorasse la figliolanza divina, annunciata a lei in 1, 32 e 35, ma bensì che essa ignorava il mistero pasquale, e che viveva nella condizione comune e oscura della fede. È quanto il Concilio ha sottolineato ai nn. 57 e 58 della Lumen Gentium».

 

4 PAOLO VI, Il culto della Vergine Maria, Marialis cultus n. 18.

5 GIOVANNI PAOLO II, Rosarium Virginis Mariae n. 23.

6 A. SERRA, Voce «Vergine» in NDM, p. 1431.

7 I bid., p. 1432.

8 Ibid., pp. 14321433.

9 Prospettiva questa interpretazione del P. de la Potierrie ha suscitato delle opposizioni. Per un quadro della situazione si può sempre vedere la trattazione del P. Serra nel NDM, pp 1445 ss.

10 Quadro L’affermazione è di G. M. BEHLER, in Lodi bibliche di Maria, Paoline, Catania, 1970, p. 124. A questo autore mi ispiro per queste prime osservazioni sulla pericope delle nozze di Cana.

11 Si può vedere ad esempio la trattazione di A. Serra alla voce «Bibbia» del NDM, pp. 274 ss., con la relativa bibliografia.

12 È la prospettiva di C. Spicq nell’articolo: Il primo miracolo di Gesù dovuto a sua Madre, in Sacra Doctrina 6970 (1973), pp. 125144. Seguiremo soprattutto le osservazioni di questo Autore.

13 Cf. TOMMASO D’AQUINO, Commento a Giovanni.

14 Cf. C. SPICQ, art. cit., pp. 127128.

15 Ibid., pp. 128129.

16 L’espressione «la mia ora» viene riferita dalla quasi totalità degli studiosi all’ora della passione. Ma il P. Spicq (art. cit., p. 130) va controcorrente, e interpreta l’ora come l’ora della manifestazione. In questo modo tutto diventa più semplice e chiaro, anche se vengono così compromessi molti dei simbolismi che gli esegeti vedono racchiusi in questa pagina. Per quanto riguarda l’appellativo: «Donna», rimando all’esame che ne faremo trattando di Maria sotto la croce.

17 C. SPICQ, art. cit., pp. 131132.

18 La «dichiarata» maternità poiché, volendo essere esatti, bisogna dire che Maria ci aveva già concepiti spiritualmente a Nazaret, al momento del Fiat dell’Annunciazione. Sul Calvario ci ha, per così dire. dati alla luce con un parto spirituale doloroso, al quale probabilmente si riferisce il testo di Ap 12,2 sulla donna incinta «che gridava per le doglie e il travaglio del parto».

19 Si può vedere a questo proposito la suggestiva presentazione del libro

dell’Apocalisse nel libro di ROMANO GUARDINI, Il Signore, Vita e Pensiero, Milano (varie ristampe). In particolare l’Autore ritiene che le visioni

dell’Apocalisse vadano considerate come quelle che appaiono nel sogno, dove

le immagini si sovrappongono e possono anche avere aspetti che nella realtà

non sono conciliabili fra loro (per esempio, come può l’Agnello prendere in mano il libro se non ha le mani?; cf. 5, 7. Ciò è possibile nel sogno).

20 A. GEORGE, Marie dans le Nouveau Testament, Desclée, 1981, p. 140.

21 Voce «Bibbia» in NDM, pp. 231 ss.; pp. 301302.

Letto 447 volte Ultima modifica il Giovedì, 21 Aprile 2016 08:22
Admin

Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

   

Mons. Luigi Negri


   

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