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Mercoledì, 13 Aprile 2016 00:00

Trattato di Mariologia (parte 4)

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MARIA NEL NUOVO TESTAMENTO

S. Paolo

Nello studio dei testi mariani del Nuovo Testamento procedere­mo secondo l’ordine cronologico. Ora, il primo scritto del Nuovo Testamento in cui si fa menzione della madre di Gesù è la lettera ai Galati, scritta da S. Paolo secondo alcuni prima dell’anno 49, secon­do altri invece, più verosimilmente, verso l’anno 54. In ogni modo qualche anno prima dei Vangeli. Sentiamo le parole dell’Apostolo (Gal 4, 45):

«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli».

Il testo è variamente interpretato, sotto l’aspetto mariologico. Alcuni autori cattolici vi vedono espressa la concezione verginale (nato da donna), ma forse questo è andare oltre la prospettiva di S. Paolo. Egli sembra esclusivamente voler sottolineare l’abbassa­mento del Figlio di Dio, che diventa un uomo nato da donna. Natu­ralmente la concezione verginale, anche se non è esplicitamente af­fermata, non è però in alcun modo esclusa.

È interessante poi notare la struttura del testo, che è manifestamente un chiasmo, cioè quella forma letteraria particolare che può essere così indicata:

a b b» a». Il testo infatti può essere scritto così:

a — Dio mandò il suo Figlio,

b — nato da donna, nato sotto la legge,

b» — per riscattare coloro che erano sotto la legge,

a» — perché ricevessimo l’adozione a figli.
 

Con la lettera «a» si indica la figliolanza, con la lettera «b» la legge, per cui il chiasmo può essere così esplicitato:

a (figliolanza )b (legge)

b» (legge) a» (figliolanza)

In questa struttura sembra che l’espressione nato da donna sia un di più, qualcosa che turba la linearità del procedimento. Non si può allora pensare che se S. Paolo ha inserito questo inciso è perché esso ha ai suoi occhi un’importanza particolare? Questa donna è Colei che ha introdotto il Figlio di Dio nel mondo! L’Apostolo quindi, anche a costo di guastare l’armonia del testo, ha voluto in ogni modo farne menzione.

Possiamo allora capire le parole di G. Söll: «Dal punto di vista dogmatico l’enunciato di Gal 4, 4 è il testo mariologicamente più significativo del Nuovo Testamento, anche se la sua importanza non fu pienamente avvertita da certi teologi di ieri e di oggi. Con Paolo ha inizio l’aggancio della mariologia con la cristologia, proprio mediante l’attestazione della divina maternità di Maria e la prima intuizione di una considerazione storico-salvifica del suo significato». 1

 

S. Marco
L’Evangelista S. Marco non tratta dei Vangeli dell’infanzia, quindi è comprensibile che i suoi accenni a Maria siano limitati. Essi infatti si riconducono a due soli episodi. Uno è riferito al capitolo terzo (vv. 3135), e l’altro al capitolo sesto (vv. 16).

Nel primo episodio Gesù sta parlando, quando arrivano la madre e alcuni suoi parenti. L’annuncio del loro arrivo viene dato a Gesù, il quale risponde che la sua famiglia è più vasta, e che ciò che conta non è il sangue o la parentela, ma l’obbedienza alla volontà di Dio.

«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Chi fa la volontà di Dio è mio fratello, e sorella e madre» (vv. 3335).

È chiaro che qui Gesù non vuole in alcun modo svalutare la grandezza di Maria. Egli dice soltanto che tale grandezza va al di là dei legami della carne e del sangue. Infatti la Beata Vergine più di ogni altro aveva compiuto e compiva la volontà di Dio, e qui stava la sua grandezza, più che nella maternità puramente biologica. In questo senso spirituale ella era più veramente e più autenticamente madre.

Nell’altro testo i Nazaretani meravigliati e increduli si chiedono riguardo a Gesù:

«Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria?» (6, 3).

(Per l’esattezza bisognerebbe tradurre: il figlio della Maria?).

È interessante confrontare questa espressione con quella che compare negli altri tre vangeli:

«Non è costui il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria?» (Mc 13, 55).

«Non è costui il figlio di Giuseppe?» (Lc 4, 22).

«Non è costui Gesù, il figlio di Giuseppe, di cui conosciamo il padre e la madre?» (Gv 6, 42).
 

La Bibbia di Gerusalemme fa notare: «Il carpentiere, e non «il figlio del carpentiere»»; l’espressione di S. Marco fa più attenzione alla nascita verginale di Gesù. Giustamente scrive D. Edwards:2

«Per il fatto che il suo Vangelo non comportava nessun racconto dell’infanzia, Marco non poteva menzionare un uomo come padre di senza dare l’impressione che questi era nato secondo le vie ordinarie della natura. Oppure avrebbe dovuto introdurre nel suo testo, ma con una difficile e maldestra digressione, una spiegazione che lì sarebbe stata fuori posto».
 

S. Matteo
L’Evangelista S. Matteo tratta degli avvenimenti dell’infanzia di Gesù nei suoi primi due capitoli. Come scrive il Laurentin, l’idea sottintesa è quella di una nuova creazione, una creazione secondo lo Spirito, presente al di sopra delle acque in Gen 1, 1.

Lo Spirito, prosegue il Laurentin, viene pure su Maria per la nuova creazione in Mt 1, 18 e 20. Questa doppia menzione dello Spirito Santo su Maria acquista la sua portata in riferimento non solo a Gen 1, 1, ma anche ad altri testi.3 Tuttavia nei primi due capitoli di S. Matteo la Vergine non ha nessun rilievo. È Giuseppe il personaggio di primo piano4 È lui che riceve il messaggio. Maria è soltanto oggetto del concepimento per opera dello Spirito Santo. Matteo non dice niente della parte attiva che essa ha potuto prendere a questa manifestazione dello Spirito, né della sua grazia, né delle sue virtù. Essa è soltanto il luogo del mistero che riassume nel nome dato al Messia: Emmanuele, Dio con noi.

Un punto caratteristico del Vangelo di S. Matteo è quello dell’atteggiamento di Giuseppe di fronte al concepimento di Maria. Secondo l’interpretazione tradizionale Maria non disse nulla al suo sposo, affidandosi totalmente a Dio, e questi, appena venne a sapere della sua gravidanza si trovò in un grave dubbio su quello che avrebbe dovuto fare. Ma oggi si fa sempre più consistente un’altra interpretazione. Maria avrebbe subito detto tutto a Giuseppe, e il dubbio di quest’ultimo non avrebbe avuto per oggetto la natura del concepimento di Maria, ma la propria idoneità ad accoglierla come sua sposa.
Il Laurentin scrive: «Il senso letterale sarebbe dunque questo: Giuseppe non ha voluto prendere per moglie colei che era stata l’oggetto di questo intervento miracoloso di Dio. Per questo egli è giusto, e non lo sarebbe stato se il suo proposito fosse stato di sottrarre alla legge una donna adultera. Allo scrupolo di Giuseppe l’angelo risponde in termini che bisognerebbe tradurre così:

«Non aver paura di prendere Maria per sposa… Difatti, sebbene il bambino che ella ha concepito sia dallo Spirito Santo…, sei tu il chiamato a dargli il nome di Gesù»(1, 2021)».5

 

S. Luca
S. Luca è l’evangelista che ci parla più diffusamente di Maria, e i primi due capitoli del suo Vangelo sono di una straordinaria ricchezza, soprattutto se vengono esaminati alla luce dei moltissimi riferimenti all’Antico Testamento e nella prospettiva della storia della salvezza. 
Noi siamo costretti a limitarci a un esame sintetico del testo. Cercherò di mettere in luce i punti che più mi sembrano degni di un’attenta considerazione.

L’ANNUNCIAZIONE

«Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (1, 28).

È il saluto dell’angelo a Maria, che più letteralmente dovrebbe essere tradotto: «Rallegrati, o ricolma del favore divino (kecharitoméne), il Signore è con te».

Queste parole richiamano immediatamente quelle del profeta Sofonia (3, 1417), rivolte alla Figlia di Sion (simbolo di Israele), alla quale è annunciata la liberazione, la venuta del Messia:

«Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore,

figlia di Gerusalemme L). Il Signore è re d’Israele nel tuo seno (…).

Il Signore tuo Dio è nel tuo seno, Salvatore potente».

L’espressione «nel tuo seno», o «nelle tue viscere» (in ebraico bekirebék) ritornerà ancora nelle parole dell’angelo rivolte poco dopo a Maria (v. 31):

«Concepirai nel tuo seno un figlio e lo darai alla luce».

Perché l’angelo non si limita a dire: «Concepirai un figlio e lo darai alla luce», ma aggiunge pleonasticamente «nel tuo seno»?

Appunto per sottolineare il riferimento alla profezia di Sofonia, nella quale compare per due volte questa espressione?6 Abbiamo qui un indizio chiaro che quel bambino che sarà concepito nel seno di Maria non sarà soltanto il Messia, ma Dio stesso. Torneremo fra poco su questo punto.

«Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo? Non conosco uomo»» (v. 34).

Queste parole della Vergine Maria, le prime che vengono riportate nel Vangelo, hanno dato luogo a diverse interpretazioni, e la discussione continua ancora oggi.

L’interpretazione tradizionale, almeno da S. Agostino in poi, vede espresso in queste parole un proposito di verginità da parte di Maria. Infatti Maria era già promessa sposa di Giuseppe. Che senso allora potrebbe avere la sua risposta: «Non conosco uomo» (cioè non ho rapporti con uomo) se non quello che non vuole avere in futuro rapporti con Giuseppe?

Altri autori invece dicono che Maria voleva solo dire che in quel momento non conosceva ancora Giuseppe, in quanto non era ancora andata ad abitare con lui. Ma in questo caso le si sarebbe potuto rispondere: «Non lo conosci adesso, ma lo conoscerai». Infatti l’angelo dice: «Concepirai», al futuro.

Infine un’altra interpretazione7 si basa sulla profezia di Is 7, 14:

«Ecco, la vergine concepirà». Maria avrebbe dunque inteso dire così: «Come avverrà questo dal momento che, in base alla profezia di Isaia, io dovrei rimanere vergine?». I punti deboli di questa interpretazione sono che essa tira troppo la grammatica, oltre i limiti di elasticità, e introduce dei presupposti estranei ai dati del testo.

Bisogna poi tenere presente che al tempo di Maria l’interpretazione di almah nel senso di vergine non era affatto comune. Il Laurentin8 conclude a questo punto, rispondendo a quanti ritengono anacronistico un proposito di verginità da parte di Maria:

«La pratica della verginità era in uso presso gli esseni, e la troviamo molto diffusa fin dalla prima generazione cristiana. Infine Maria era spiritualmente in condizione di essere all’avanguardia di questa scoperta». «Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà santo sarà chiamato Figlio di Dio»» (v. 35).

Molti studiosi hanno visto nella prima parte di questo versetto una stretta affinità con Esodo 40, 3435:

«Allora la nube coprì la tenda del convegno e la Gloria del Signore riempì la dimora. Mosè non poté entrare nella tenda del convegno perché la nube dimorava su di essa e la Gloria del Signore riempiva la dimora».

Seguendo da vicino la trattazione di A. Serra9 possiamo fare corrispondere i due testi in questo modo:

 

S. Luca

Esodo

Lo Spirito Santo
che è la Potenza dell’Altissimo

La nube (simbolo della presenza di Dio)

Scende – copre
con la sua ombra Maria

Copre – adombra
la tenda del convegno

Perciò il grembo di lei
darà vita

Perciò la Dimora
è riempita

A uno che sarà chiamato
Santo-Figlio di Dio.

Dalla Gloria di Dio.


La forza del parallelismo, scrive P. Serra, sta qui: come la nube che avvolge la tenda del convegno significa che l’interno della Dimora è riempito dalla Gloria di Jahvé, così la Potenza dello Spirito che scende e adombra Maria fa sì che il grembo di lei sia riempito dalla presenza di un Essere che sarà Santo-Figlio di Dio.

L’aspetto più importante degli accostamenti sopra rilevati sta nell’equivalenza fra «la Gloria di Jahvè» da una parte e gli appellativi «Santo-Figlio di Dio» dall’altra. Detto in altre parole: il bambino che dovrà nascere da Maria sarà di natura divina. Pertanto i titoli «Santo» e «Figlio di Dio» sono da intendere nel loro senso pieno.10

Alla fine il P. Serra cita S. Lyonnet: «Questa presenza divina che aveva per il passato dimorato sul tabernacolo, riempita la dimora tanto da proibirne a Mosè l’entrata, poi abitato il tempio di Gerusalemme, o più esattamente la parte più segreta di questo tempio, il Santo dei Santi, questa presenza che doveva infine consacrare il tempio simbolico dell’era messianica, ecco che l’angelo Gabriele annuncia a Maria che sta per realizzarsi e quasi attualizzarsi nel suo seno, trasformando questo seno verginale in santuario, un Santo dei Santi vivente; questa presenza divina che ella dalla sua infanzia aveva imparato a venerare in un solo luogo della terra, là dove solo il sommo sacerdote entrava una volta l’anno nel gran giorno dell’espiazione, l’angelo Gabriele le insegna oggi che deve ormai adorarla in se stessa!»11
L’ultima parte del versetto 35, nella versione che abbiamo riportato, offre un fondamento solido alla tesi di P. Ignazio de la Pottierie che vi vede indicata la verginità nel parto.12 Secondo questo autore infatti l’aggettivo «santo» qualifica la nascita. Il « nascere santo» implica l’assenza di contaminazione, e più in concreto l’assenza della contaminazione dell’effusione del sangue che rende impura la donna (cf. Lv 12, 2.5; 18, 19). Così quando l’angelo dice che il bambino «nascerà santo» indica che il parto sarà verginale.

« Ecco la serva del Signore: avvenga di me secondo la tua parola» (v. 38) Queste parole della Beata vergine Maria sono commentate con chiarezza e profondità da Bastero di Eleizalde nel modo seguente. Egli distingue due parti:
a) «Ecco sono la serva del Signore». Questa frase costituisce la definizione che Maria dà di se stessa. È il terzo nome che questa narrazione attribuisce alla Vergine. Il primo le fu imposto dagli uomini (Maria), il secondo le fu assegnato da Dio (Piena di grazia), il terzo fu scelto da le stessa ed è quello da lei preferito (Serva del Signore).

Questo nome ha un chiaro sapore veterotestamentario: Anna, madre di Samuele, si denomina «la serva del Signore» (cf. 1 Sam 1, 11), e lo stesso fa Ester (4, 17); ugualmente Mosè (cf. Gs 14, 7), Giosuè (cf. Gs 24, 29), Davide (cf. I Re 8, 26) sono tutti «servi del Signore»; e in un modo collettivo Israele è, per eccellenza, il servo del Signore (cf. Ne 1, 6).

Sotto questa forma Maria si associa agli anawim o poveri di Jahvé, che appartenendo a Lui ricevono la sua protezione e assistenza.

b) «Avvenga di me secondo la tua parola». Maria, la serva del Signore, accetta la parola di Jahwè, cooperando positivamente e in una forma immediata all’opera di Dio enunciata dall’angelo. Maria dice un sì libero e cosciente al concepimento umano del Figlio di Dio. Qui si radica la grandezza del fiat di Maria, che fu essenzialmente un atto di fede e di obbedienza, che colloca la Beata Vergine nel cuore stesso della storia della salvezza.

 

LA VISITAZIONE

Nell’episodio della Visitazione balza agli occhi l’accostamento che S. Luca fa tra Maria e l’Arca dell’Alleanza (cf. 2 Sam 6, 111; i Cr 15, 316, 2). L’Arca e Maria salgono attraverso il paese di Giuda: nel primo caso c’è la gioia del popolo, nel secondo c’è la gioia di Elisabetta. Nel primo c’è l’esultanza di Davide, nel secondo c’è l’esultanza del Battista. Davide esclama: «Come potrà venire a

me l’arca del Signore?» (2 Sam 6, 9). Elisabetta esclama: «A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me?» (Lc 2, 43). L’arca del Signore rimase tre mesi in casa di Obed-Edom (2 Sam 6, 11). Maria rimase tre mesi in casa di Elisabetta (Lc 2, 56). Da tutto ciò appare chiaro che S. Luca considera Maria come la vera Arca dell’Alleanza, poiché ella racchiude nel suo grembo il vero Figlio di Dio. Si può quindi dire che l’Arca è una prefigurazione di Maria, secondo il senso tipico. 
Di conseguenza, «se l’arca era sede misteriosa di Dio, il grembo di Maria fu sede fisica del Dio incarnato. Se, per questo, l’arca, costruita con legno incorruttibile, era degna della massima venerazione — e bene fece Davide preoccupandosi di portarla in seno al popolo di Israele nel modo più degno — similmente fu cosa degna che il corpo di Maria, preservato dalla corruzione, fosse trasferito nella città celeste fra il gaudio degli angeli e dei beati».13 Per questo nella Messa della Vigilia dell’Assunzione viene presentato il Libro delle Cronache, citato sopra.

Vediamo adesso di analizzare alcuni punti della narrazione evangelica della Visitazione. Quando Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, che la visitava, ripiena di Spirito Santo:

«esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!»» (v. 42).

Qui, fra le tante cose che si possono notare, possiamo osservare col Laurentin che, se non si trattasse di un testo ispirato, potremmo vedere il cristocentrismo in difetto. La benedizione del Figlio infatti non dovrebbe venire prima di quella della Madre? E così pure quando subito dopo Elisabetta si meraviglierà per la visita della Madre del Signore, non sarebbe stato più ovvio che si meravigliasse della visita del Signore, più che di quella della Madre? E ancora quando dirà che il bambino ha esultato nel suo grembo alla voce del saluto di Maria, non sarebbe stato meglio riferirsi piuttosto all’azione di Gesù racchiuso nel grembo materno? Questa esaltazione di Maria, naturalmente sempre nella luce di Gesù, è uno dei motivi dominanti del primo capitolo di S. Luca.

«A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?» (v. 43).

Questo testo è fondamentale per quanto riguarda la base biblica dell’appellativo «Madre di Dio» dato alla Vergine. Infatti si può facilmente dimostrare che qui il termine Signore non è soltanto regale e messianico, ma indica Dio, Jahwè. «Madre del Signore» è quindi equivalente a «Madre di Dio».

«E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (v. 45).

È la prima beatitudine del Vangelo: la beatitudine della fede! Ed è rivolta a Maria, la prima credente cristiana. 14

Passiamo adesso a esaminare alcuni aspetti del Magnificat, il cantico di Maria (vv. 4655). Scrive S. Zedda, esaminando il cantico nel suo insieme: «Lo sguardo della fede fa vedere a Maria Dio come padrone e guida della storia della salvezza; le fa comprendere le linee del modo in cui Dio dirige gli avvenimenti: egli mette da parte i potenti della terra e innalza quelli che non contano, l’umile gente, i poveri, tra cui ella vede se stessa: ha guardato all’umile condizione della sua serva; grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente. Nel Magnificat c’è veramente la creatura che «si gloria di Dio solo», secondo l’espressione con cui S. Paolo riassume la spiritualità di fede di Abramo, dei profeti, dei salmisti e dei credenti del Nuovo Testamento (cf. Rm 3, 27; 4, 18;1 Cor 1, 2931; 2 Cor 10, 17; Ef 2, 9).15

«Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato i ricchi a mani vuote» (vv. 5153).

Qual è il senso esatto di queste parole? Se noi ci guardiamo attorno vediamo che anche oggi nel mondo, il più delle volte, i ricchi dominano con prepotenza e i poveri e gli umili vengono oppressi.
In che senso dunque la Beata Vergine ha detto che la situazione è capovolta?
Dobbiamo portarci su un piano di fede. Con la venuta in mezzo a noi del Figlio di Dio ci sono dati dei beni immensurabili sul piano grazia. Siamo divenuti ricchi davanti a Dio, anche se siamo poveri di beni materiali. Anzi, questi doni vengono dati ai poveri: «Beati voi, che siete poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Le 6, 20). I ricchi invece non accolgono i doni di Dio, e conservano solo le loro ricchezze materiali. Ma che cosa sono queste ricchezze materiali in confronto a quelle spirituali? Quasi nulla. Per cui la situazione è capovolta:

i poveri sono diventati ricchi e i ricchi sono diventati poveri.16

Concludiamo questo breve esame del Magnificat con le belle parole di Paolo VI: «Questo canto è la preghiera per eccellenza di Maria, il canto per eccellenza dei tempi messianici, nel quale confluiscono l’esultanza dell’Antico e del Nuovo Israele, poiché — come sembra suggerire Sant’Ireneo — nel cantico di Maria confluì il tripudio di Abramo che presentiva il Messia (cf. Gv 8, 56) e risuonò, profeticamente anticipata, la voce della Chiesa (…). Infatti il cantico della Vergine, dilatandosi, è divenuto preghiera di tutta la Chiesa in tutti i tempi».17

 

                                                

NOTE:

1 G. Söll, Storia dei dogmi mariani, LAS, Roma 1981, p. 31.

2 D. EDWARDS, The Virgin Birth in History and Faith, Londra 1943, pp. 5859.

3 Sal 104, 30; Gb 27,3; 33, 4; Ez 37, 5. 910. 14; Is 44, 34. Cf. A. PAUL, L’Evangile de l’enfance selon saint Matthieu, Parigi 1968, p. 85.

4 Si noti quanto detto precedente.

5 R. LAURENTIN, Maria, cit., p. 25.

6 Si veda a questo proposito la trattazione magistrale di MAX THURIAN, in Maria Madre del Signore, immagine della Chiesa (trad. dal francese), Morcelliana, Brescia 1964, pp, 25 ss.

7 Cf. in particolare J. P. AUDET, L’annonce à Marie, in Rev. Bibl. 1956, 63, pp. 365372.

8 R. LAURENTIN, La Vergine Maria, Paoline, Roma 1983, p. 56.

9 A. SERRA, Voce «Madre di Dio» in NDM, pp. 808809.

10 Come si vede il P. Serra traduce diversamente da come abbiamo fatto noi la seconda parte del versetto, rendendolo così: «Per questo colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio». Ho preferito l’altra traduzione, che è quella

riveduta della CEI (1997), per i motivi che vedremo subito.

11 S. LYONETT, Il racconto dell’Annunciazione e la maternità della Madonna, in La scuola cattolica 82 (1954), p. 441.

12 Cf. I. DE LA POTTIERIE, Il parto verginale del Verbo Incarnato, in Marianum 45 (1984), pp. 127174.

13 G. BRESSAN, Immacolata Concezione e Assunzione di Maria, in Parola per l’assemblea festiva 63, Queriniana, Brescia 1972. p. 65.

14 Si noti che la beatitudine della fede è anche l’ultima che compare nei Vangeli, quando Gesù dice: «Beati quelli che credono pur senza aver visto!» (Cv 20, 29). Abbiamo così una grande «inclusione semitica», che racchiude il Vangelo, il lieto annunzio, entro la beatitudine della fede.

15 S. ZEDDA, Maria nel Vangelo dell’infanzia di San Luca, in Rivista del clero

italiano 57 (1976), 1, p. 22.

16 In questo senso vanno interpretate anche le pendei di S. Giacomo (Gc 5. 3): «Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine». Da che mondo è mondo non si è mai visto che l’oro e l’argento si arrugginiscono! Ma da quando sono entrati nel mondo i beni della salvezza portati da Gesù, accolti dai

poveri e rifiutati dai ricchi, l’oro e l’argento di questi ultimi sono stati infinitamente svalutati, per cui è come se si fossero arrugginiti.

17 PAOLO VI, Il culto della Vergine Maria (Marialis cultus) n. 18.

Letto 493 volte Ultima modifica il Martedì, 19 Aprile 2016 23:38
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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

   

Mons. Luigi Negri


   

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