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Venerdì, 10 Gennaio 2014 19:21

Qual'è il significato dei gesti della Consacrazione?

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Ecco alcune brevi indicazioni sui gesti rituali, per riservare uno spazio più adeguato alla questione di maggiore rilievo secondo l’attuale rito della messa latina.

La copertura del calice è essenzialmente un gesto di prudenza, per evitare che vi cadano elementi estranei, soprattutto quando contiene il vino trasformato nel sangue di Cristo. Nei primi secoli si stendeva una sola tovaglia sull’altare, come mostra il mosaico di san Vitale a Ravenna. Le tovaglie si moltiplicarono dal secolo ottavo, probabilmente per evitare che il vino consacrato, versato accidentalmente, finisse fuori dall’altare. La prima di queste tovaglie fu chiamata palla corporalis: coprendo l’intero altare, sulla parte anteriore erano poste le offerte, mentre quella posteriore era piegata sul calice, proprio per preservarlo da impurità. Da questa tovaglia unica siamo giunti al corporale sul quale si pongono le oblate e alla palla, che può essere usata per coprire il calice.

Secondo un uso greco, seguito in Palestina ai tempi di Gesù, prima di bere del vino vi si aggiungeva una modica quantità d’acqua. Le antiche preghiere eucaristiche orientali ricordano questo gesto durante l’ultima cena, pur non essendovene traccia nel Vangelo. Quando i fedeli si comunicavano sotto le due specie, l’acqua veniva versata dal diacono in capienti calici, con un gesto a forma di croce. Scomparsa la comunione al calice dei fedeli, la quantità di vino è limitata e il sacerdote vi versa solo poche gocce d’acqua. La Chiesa antica ha visto in questo gesto simbolico l’unione a Cristo che salva. Come il vino assimila l’acqua, così Gesù, unendoci a lui, ha preso su di sé i nostri peccati: «Se qualcuno offre solo vino, il Sangue di Cristo comincia a essere senza di noi, ma se offre acqua soltanto, il popolo comincia ad essere senza Cristo» (Lettera di Cipriano di Cartagine a Cecilio).

Lo spezzare il pane è seguito dall’immissione di un pezzo di ostia consacrata nel calice. Rompere il pane per condividerlo era un gesto comune presso gli ebrei. Lo troviamo fra i gesti di Gesù durante la cena: la frazione del pane diventa il nome con cui la tradizione lucana indica l’eucaristia (At 2,42; 20,7).

Per la liturgia antica sembra un gesto funzionale per comunicare i fedeli, assumendo una forma rituale precisa. Il rito non ha solo una funzione pratica; significa che noi, pur essendo molti, diventiamo un solo corpo nella comunione a un solo pane che è Cristo, come dice l’apostolo Paolo. Ricordando l’episodio della moltiplicazione dei pani, il gesto assume un valore escatologico: tutti possono avere parte al Regno di Dio. Alla frazione del pane è legato il gesto dell’immixtio, l’immersione nel calice di un pezzo di pane consacrato. Fra le varie interpretazioni possibili, la più convincente fa riferimento al rito del fermentum. Nella messa papale una parte del pane consacrato era conservata per la celebrazione seguente, volendo indicare così la continuità del sacrificio eucaristico, un’altra parte era inviata ai vescovi suburbicari e ai preti delle chiese titolari romane. Il rito era praticato anche dai vescovi nei confronti dei preti delle chiese circostanti.

Venendo alla domanda più importante, il significato teologico del sangue versato dal Signore ha interessato la riflessione di teologi e mistici lungo tutta la storia della Chiesa. In questa sede mi devo limitare a pochi accenni biblici. La Pasqua di Cristo è il centro della salvezza secondo il disegno del Padre. Al mistero della Pasqua è legato il sangue dell’agnello, nella sua dimensione profetica dell’Antico Patto e nella sua realtà del Nuovo. L’angelo del Signore ha risparmiato le case degli ebrei per il sangue dell’agnello sugli stipiti. La celebrazione dell’alleanza al Sinai è ratificata con l’aspersione del sangue sul popolo. Nell’ultima cena Gesù indica il proprio sangue come sangue dell’alleanza: è il sangue versato nel suo passaggio verso il Padre, perché tutti gli uomini possano trovare salvezza.

Il sangue di Cristo è un elemento fondamentale dell’alleanza. Esprime l’adesione piena al disegno del Padre, come indicano svariati passi del Nuovo Testamento: mediante il sangue di Cristo abbiamo la redenzione e la remissione dei peccati (Ef 1,7; 1Gv 1,79), siamo giustificati (Rom 5,9), Dio ha operato la pacificazione (Col 1,20). Questi testi vogliono porre in evidenza la realtà fisica del sacrificio, a testimonianza del dono totale che Cristo ha fatto di se stesso per la salvezza dell’umanità. L’effusione del sangue fisico di Cristo significa il dono della sua vita per noi. Nell’effusione del sangue di Cristo si manifesta l’amore divino effuso, come dono totale di sé (Mc 10,45, Mt 20,28).

Infine, nell’immagine giovannea del sangue uscito dal costato di Cristo (Gv 19,34) abbiamo la conferma della realtà della morte ma si annuncia anche il frutto della morte: secondo lo stesso evangelista l’abbondanza di vita che si espande dalla Pasqua è frutto della morte di Cristo (Gv 7,38). Le parole del rito eucaristico («questo è il calice del mio sangue, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me») raccordano la realtà fisica del sangue di Cristo al suo significato teologico: il sangue offerto nel vino consacrato è il sangue di Cristo nella sua realtà pasquale, presente nell’eucaristia come dono offerto agli uomini perché l’accolgano nella loro vita e, a loro volta, si lascino trasformare in dono totale.

Padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria.

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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

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