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Don Tullio

Don Tullio

Don Tullio è un sacerdote di Santa Romana Chiesa, Dottore in teologia morale e laurea in giurisprudenza.

Giovedì, 22 Maggio 2014 00:00

Corazza s. Patrizio

Io associo oggi a me la forza possente dell’invocazione della Trinità: io credo la Trinità nell’Unità, il Creatore dell’universo. Io associo oggi a me la forza della Nascita di Cristo con il suo Battesimo, la forza della sua Crocifissione e della sua Sepoltura, la forza della sua Resurrezione e della sua Ascensione, la forza della sua Venuta per il Giudizio Universale. Io associo oggi a me la forza dell’amore dei cherubini, nell» obbedienza degli angeli, nella speranza della resurrezione e della ricompensa, nelle preghiere dei Patriarchi, nelle predizioni dei profeti, nella predicazione degli Apostoli, nella fede dei Confessori, nell’innocenza delle sante Vergini, nelle imprese degli uomini giusti. Io associo oggi a me: la forza del Cielo, la luce del sole, il fulgore della luna, lo splendore del fuoco, la velocità del lampo, la rapidità del vento, la profondità del mare, la stabilità della terra, la saldezza delle rocce. Io associo oggi a me: la forza del Signore per guidarmi, il potere di Dio per sollevarmi, la saggezza di Dio per insegnarmi, l’occhio di Dio per custodirmi, l’orecchio di Dio per udirmi, la parola di Dio per darmi di parlare, la mano di Dio per guidarmi, la via di Dio perché stia davanti a me, lo scudo di Dio per proteggermi, l’esercito di Dio per custodirmi dai tranelli dei diavoli, dalle tentazioni del vizio, dalle passioni della natura, da chiunque mi voglia del male, che sia vicino o lontano, solo o con molti. Io invoco oggi tutte queste forze contro ogni crudele e impietoso potere che si opponga al mio corpo e alla mia anima, contro le stregonerie di falsi profeti, contro le leggi nere del paganesimo, contro le leggi false degli eretici, contro la pratica dell’idolatria, contro i sortilegi di streghe, dei maghi e dei druidi, contro ogni conoscenza che lega l’anima dell’uomo. Cristo proteggimi oggi contro il veleno, contro il fuoco, contro l’annegamento, contro ogni ferita mortale, così che io possa avere abbondante ricompensa. Cristo con me, Cristo davanti a me, Cristo dietro di me, Cristo in me, Cristo sotto di me, Cristo sopra di me, Cristo alla mia destra, Cristo alla mia sinistra, Cristo quando mi corico, Cristo nel seggio del carro, Cristo sulla poppa della nave, Cristo nel cuore di ogni uomo che mi pensa, Cristo sulle labbra di tutti coloro che parlano di me, Cristo in ogni occhio che mi guarda, Cristo in ogni orecchio che mi ascolta.Io associo oggi a me la forza possente dell’invocazione della Trinità: io credo la Trinità nell’Unità, il Creatore dell’universo.


Mia traduzione da http://www.newadvent.org/cathen/11554a.htm Don Tullio Rotondo

Cristo regni!

Alcune persone, imbarazzate dallo scandalo, pretendono che Giovanni Paolo II non abbia mai baciato il Corano . Oppure dicono che il ritratto libro nella fotografia non sia il Corano, o affermano che si tratti di un montaggio fotografico! Queste obiezioni sono facili da smontare. Innanzitutto, c'è la testimonianza del Patriarca caldeo cattolico Raphaël I BiDawid (1922-2003), che era presente a quell'incontro : «Il 14 maggio (1999) sono stato ricevuto dal Papa, con una delegazione composta dall'iman sciita della moschea sunnita Khadum e dal presidente del consiglio di amministrazione della Banca islamica irachena. C'era anche un rappresentante del Ministero iracheno della religione [...]. Alla fine dell'udienza, il Papa si è inchinato davanti al libro sacro musulmano, il Corano, presentato dalla delegazione, e lo ha baciato in segno di rispetto. La foto di questo gesto è stata mandata in onda a più riprese dalla televisione irachena per dimostrare che il Papa non solo ha consapevolezza della sofferenza del popolo iracheno, ma che ha anche molto rispetto per per l'islam». ( "Il Patriarca di Babilonia dei Caldei :"Speriamo nella pace attendendo il Papa" Agenzia Internazionale Fides - n. 3325 - 11 giugno 1999 - http://web.archive.org/web/20010702035008/http://www.fides.org/Italian/1999/i19990604.html#i336 ) L'Agenzia Fides, si noti bene, è Organo della Pontificia Opera per la Propagazione della Fede, quindi del Vaticano .

La stessa Agenzia Fides ha scritto anche: «Il Papa si è chinato ed ha baciato il Corano»: lo ha detto a Fides Raphael I Bidawid, Patriarca di Babilonia dei Caldei, raccontando dell’udienza accordata da Giovanni Paolo II lo scorso 14 maggio ad una delegazione irakena composta – oltre che dallo stesso Bidawid — dall’imam sciita della moschea di Khadum, Hussein Ismail Hayder, dal presidente sunnita del consiglio di amministrazione della Iraqi Islamic Bank, Abdul Latif Hemin Mohammed, e da un rappresentante del ministero irakeno del culto. Quel bacio al Corano, segno di rispetto del Papa per la fede di un miliardo e 34 milioni di fedeli dell’Islam, accompagna il desiderio del pontefice di svolgere prossimamente il pellegrinaggio ad Ur dei Caldei, sulle orme di Abramo, il padre comune dei cristiani, degli ebrei e dei musulmani. ( «Quel bacio del Papa al Corano: come saperne di più sui fondamenti dell’Islam» Agenzia Internazionale Fides — n. 332511 giugno 1999

http://web.archive.org/web/20010110012800/http://www.fides.org/Italian/1999/i19990611.html#i353a )

Qui ( https://lucediverit.wordpress.com/2019/06/25/le-foto-dei-testi-dellagenzia-fides-che-documentano-come-il-papa-ha-baciato-davvero-il-corano/ ) trovate le foto dei testi appena citati dell’Agenzia Fides  , organo del Vaticano, che documentano in modo netto che il Papa ha davvero baciato il Corano .… Se lo dicono gli stessi organi di informazione del vaticano chi può smentirli?

Questa testimonianza potrebbe bastare perché riporta ben 2 articoli della agenzia Fides, che è del Vaticano e che certamente non dice bufale sul Papa peraltro c’è la testimonianza mai smentita del cardinale Bidawid, ma si potrebbero citare anche altri articoli apparsi sui media:

- Un articolo apparso su La Vie, del 10 settembre 2008, contiene un’affermazione di Rémi Brague, professore di filosofia alla Sorbona e a Monaco, rilasciata nel corso di un’intervista: «Quale è il suo atteggiamento profondo (di Benedetto XVI) nei confronti dell’islam»? Risposta di Brague: «Non credo che lo conosca bene. Non ha avuto alcuna ragione di studiarlo. E io non so chi lo consiglia a questo riguardo. Spero che eviti certi errori come quello, molto più grave, di Giovanni Paolo II, di baciare il Corano […]. Avrebbe fatto molto meglio prima a leggerselo». (cfr. http://www.corrispondenzaromana.it/il-vescovo-e-il-corano/ ) Remi Brague è stato insignito pochi anni fa di un alto riconoscimento da parte di Papa Benedetto. Cattolico, docente e filosofo francese, professore emerito di Filosofia medievale e araba presso l’Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne, Remi Brague conosce molto bene l’islam e il Corano e afferma con chiarezza che il bacio di cui stiamo parlando c’è stato ed è stato un grave errore.

Il bacio del Corano da parte di GP II è un fatto storico di cui parla S. Oder (sacerdote e postulatore della causa di beatificazione di GP II ) nel suo libro «Perché è santo» , BURextra Rizzoli, 2011 p. 124 ss. ed è un fatto storico dimostrato da moltissime foto autentiche del Vaticano che anche io (Don Tullio Rotondo) ho acquistato direttamente all’Osservatore Romano; sono foto dell’Osservatore Romano ( ( 

)

Dunque GP II ha davvero baciato il Corano! Per colui che sa cosa è un processo di beatificazione è evidente che questa testimonianza è assolutamente invincibile quanto a sicurezza perché è il frutto di approfonditi studi e di un vero processo nel quale si appura la verità sulla vita di una persona in ordine alla sua beatificazione. Mostrano grande incompetenza coloro che, di fronte ad una tale affermazione di un dato storico che tutto il mondo conosce, vogliono tuttora negare tale bacio … ovviamente non fanno questo coloro che hanno idea di cosa sia la scienza storica e come vada realizzato uno studio serio secondo tale scienza. L’interpretazione data a tale gesto di s. G. P. II da mons. Oder non esclude che il gesto sia stato scandaloso per i musulmani e per i cristiani e gravemente imprudente per il fatto che il bacio di un testo così anticristiano da parte di un Papa indica per sé stesso l’amore suo per esso. Ritengo che il Papa volesse fare solo un atto indicante rispetto ma un tale rispetto si è compiuto attraverso un atto evidentemente imprudente e scandaloso perché un bacio è segno di amore, che è più del rispetto, e un cristiano non può amare né dare segni di amore ad un libro che diffonde falsità ed eresie terribili contro Cristo e la Chiesa; lo scandalo c’è stato, come detto, e anche tra molti cristiani che hanno commentato in modo durissimo un tale atto che mai un cristiano, e tanto più un Papa, dovrebbe fare. Facciamo notare che, comunque, il Papa, anche se santo, non è impeccabile .…

Sembra che il card. Dziwisz abbia negato che s. Giovanni Paolo II abbia mai baciato il Corano ma tale negazione, se davvero ci fosse, sarebbe un colossale errore perché il bacio del Corano di Giovanni Paolo II ha fatto il giro del mondo e non solo non è mai stato smentito ma è stato confermato dal Vaticano e se, dato e non concesso, il bacio fosse un falso, sarebbe gravissima la mancata smentita dal Vaticano stesso; tempo fa la Benetton realizzò per una pubblicità un fotomontaggio in cui veniva alterata l’immagine del Papa e fu denunciata . Molto più doveva essere denunciato e smentito chi avesse diffuso un atto così grave di un Papa, che è il Vicario di Cristo, e in questo caso bacia un libro che nega la divinità di Cristo, fatto incredibile e oggettivamente gravissimo ….ma dal Vaticano nessuna smentita anzi la conferma del card. Bidawid e ora del postulatore della causa … e le foto realizzate dall’Osservatore Romano che documentano tale bacio. Chi non smentisce cose pubbliche e affermate dai suoi stessi portavoce, come il Patriarca Bidawid, non fa altro che confermare le stesse, come è evidente . Inoltre, come detto, il processo di beatificazione ha appurato che s. G. P. II ha effettivamente baciato il Corano e infatti ben 2 articoli da noi citati più su e indicanti tali bacio sono stati scritti sull’agenzia Fides che è del Vaticano .… e non può dire bufale sul Papa !! Peraltro il card. Bidawid era presente e ha spiegato perfettamente come sono andate le cose. Qualcuno afferma assurdamente che nelle foto il Papa non bacia il Corano ma fa altro, faccio notare a costoro che le foto sono molto chiare e che … le foto non sono state fatte né da islamici né da fotoamatori inesperti ma dall’Osservatore Romano e sono scattate con molta precisione per far vedere il gesto del Papa che bacia il Corano! In questo video mostrò le foto autentiche dell’Osservatore Romano che mostrano come s. Giovanni Paolo II ha baciato il Corano (

) .

Notate che Corano nega la Divinità di Cristo, la sua morte di Croce e la sua Risurrezione … dunque mai un cattolico può baciare questo libro, giacché il bacio indica amore e certo non possiamo amare un libro che nega la Verità ponendosi radicalmente contro la Chiesa Cattolica. Il Corano, poi, sappiamo bene che avvilisce le donne permettendo la poligamia e altre cose … Baciarlo significa accettare implicitamente queste aberrazioni. Certamente Giovanni Paolo II non si è accorto di tutto questo, almeno lo posso pensare e sperare, perché mai avrebbe fatto una cosa così grave se si fosse accorto pienamente di ciò che stava facendo e delle conseguenze di tale gesto. Interessante mi pare il commento che fa Magdi Allam ex musulmano ora cristiano a questo colossale errore di s. Giovanni Paolo II :«Eppure Il Corano è un testo profondamente anti-cristiano e ancor di più è anti-ebraico. Allah nel Corano ordina ai musulmani di annientare, combattere e di non scegliersi per alleati i cristiani e gli ebrei. «Dicono i giudei: “Esdra è figlio di Allah”; e i nazareni dicono: “Il Messia è figlio di Allah”. Questo è ciò che esce dalle loro bocche. Ripetono le parole di quanti già prima di loro furono miscredenti. Li annienti Allah. Quanto sono fuorviati!». (5, 14) «Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati». (9, 29)«O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni essi sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti». (9, 30)Invito tutti a conoscere ciò che Allah prescrive nel Corano.» ( https://www.magdicristianoallam.it/blogs/verita-e-libeta/san-giovanni-paolo-ii-bacio-il-corano-eppure-allah-nel-libro-sacro-dell%E2%80%99islam-ordina-di-combattere-e-annientare-i-cristiani-e-gli-ebrei.html ). Preciso che Magdi Allam sa bene cosa è il Corano e mai si è sognato di dire che il libro che bacia il Papa nelle foto dell’evento in questione non sia il Corano . Faccio notare che, contrariamente ad alcuni cattolici evidentemente poco competenti in materia, né il card. Bidawid né eminenti islamisti cattolici come p. Samir Khalil Samir, che certamente conoscono benissimo l’arabo, mai si sono sognati di negare tale bacio del Corano ( si veda anche qui http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=27200&size=A )

Tale bacio è stato oggettivamente scandaloso anche perché … » … il fatto di baciare il Corano, gesto spontaneo del Papa per marcare il suo rispetto per questo Libro che è la fonte di ispirazione per tanti uomini, gesto che è stato interpretato da molti musulmani come significativo per il riconoscimento del carattere “rivelato” del Corano (il che non può essere per un cristiano), gli altri gesti non comportano ambiguità.» http://www.asianews.it/notizie-it/Giovanni-Paolo-II-e-i-musulmani-(III-parte)-21465.html

Dunque , il bacio del Corano ha fatto pensare a molti musulmani che il Papa abbia riconosciuto il Corano come libro rivelato da Dio! …questo è evidentemente scandaloso e grandemente scandaloso. Un libro che nega la divinità di Cristo trattato in modo da far pensare che sia un libro rivelato, dunque vero! L’errore grandissimo e gravissimo, oggettivamente, del Papa è evidente . Ovviamente il Papa ha mille e mille volte ribadito che Gesù è Dio ma in questo caso è stato grandemente e oggettivamente imprudente. Peraltro rinveniamo nel pontificato i s. Giovanni Paolo II anche qualche altro gesto che ci pare assurdo … come queste sue parole … «San Giovanni Battista protegga l’Islam » ( Visita a Wadi Al-Kharrar , Preghiera del santo Padre Giovanni Paolo II Martedì, 21 Marzo 2000, https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/travels/2000/documents/hf_jp-ii_spe_20000321_wadi-al-kharrar.pdf ) S. Giovanni Battista penso si sia rivoltato nella tomba a sentire quelle parole …

Questo articolo che ora si conclude serva a far capire che la Verità non cambia e vale per tutti, anche per il Papa, e questo lo sanno bene i veri cattolici che sono servi di Dio e non degli uomini, della Verità e non degli accomodamenti ed errori umani! Precisiamo che tale errore del Papa non vuole significare né che il Corano sia divino, né che il Papa non sia infallibile; l’infallibilità del Papa non si ha sempre e tale infallibilità non è impeccabilità; il Papa può peccare e , purtroppo, anche scandalizzare , come si è verificato in questo caso.

 

Dio ci aiuti a testimoniare sempre e ovunque la Verità!

Don Tullio Rotondo

 

Secondo i maestri spirituali la desolazione e quindi certe forme di "depressione"...e quindi di accidia .. sono legate, spesso, alla nostra negligenza nell'ascoltare e attuare la parola di Dio e quindi sono legate al peccato, specie a certi peccati di particolare gravità .... 
S. Ignazio scrive .….. in «Esercizi spirituali«
[317] 1 La quarta, sulla desolazione spirituale. Chiamo desolazione tutto il contrario della terza regola, 
2 ad esempio oscurità dell’anima, turbamento in essa, mozione verso le cose basse e terrene, inquietudine da agitazioni e tentazioni diverse, 
3 che portano a sfiducia, senza speranza, senza amore, e la persona si trova tutta pigra, tiepida, triste e come separata dal suo Creatore e Signore. 
4 Come infatti la consolazione è contraria alla desolazione, alla stessa maniera i pensieri che sorgono dalla consolazione sono contrari ai pensieri che sorgono dalla desolazione. [322] 1 La nona. Tre sono le cause principali per cui ci troviamo desolati:
1 la prima è perché siamo tiepidi, pigri o negligenti nei nostri esercizi spirituali, e così per le nostre colpe la consolazione spirituale si allontana da noi; 
2 la seconda, per farci provare quanto valiamo e quanto avanziamo nel suo servizio e lode, senza tanto sostegno di consolazioni e grandi grazie. 
3 la terza, per darci vera nozione e conoscenza, affinché sentiamo intimamente che non dipende da noi procurare o conservare grande devozione, amore intenso, lacrime, né alcun’altra consolazione spirituale, ma che tutto è dono e grazia di Dio nostro Signore; 
4 e affinché non poniamo nido in casa altrui, elevando il nostro intelletto in qualche superbia o vanagloria, attribuendo a noi stessi la devozione o le altre parti della consolazione spirituale. Dio vuole portare vera e santa gioia spirituale; la desolazione e queste forme di «depressione» e di accidia vengono da satana .….
[329] 1 La prima. È proprio di Dio e dei suoi angeli nelle loro mozioni, dare vera letizia e gioia spirituale, rimuovendo ogni tristezza e turbamento che il nemico induce; 
2 del quale è proprio combattere contro tale letizia e consolazione spirituale, portando ragioni apparenti, sottigliezze e continui inganni. 
Galati 5:22 Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé;
Galati 5:23 contro queste cose non c’è legge.Come combattere questa desolazione, «depressione» e accidia ?
Rimettendoci sotto la guida dello Spirito Santo, con la frequente confessione dei peccati, con la ricezione frequente e degna dell’Eucaristia, con una seria vita di preghiera, con la pratica della direzione spirituale, con la pratica degli esercizi spirituali …inoltre .….con una seria pratica dell’esame di coscienza e con una intensa e discreta penitenza. 
S. Ignazio di Loyola nei suoi «Esercizi spirituali» afferma 
[319] 1 La sesta. Dato che nella desolazione non dobbiamo cambiare i primi propositi, giova molto cambiare intensamente se stessi contro la stessa desolazione; 
2 per esempio insistendo di più nella preghiera, meditazione, esaminandosi molto e dando maggior spazio alla penitenza in modo opportuno.

“Uno dei padri vedendo uno peccare, pianse amaramente dicendo: “Oggi a te domani a me”. Anche se uno pecca in qualunque maniera davanti a te, non giudicarlo ma considerati peccatore più di lui.” (Detti dei Padri, Collezione anonima Coislin 126- Nau 327, vedi in “Detti editi e inediti dei Padri del deserto”, ed Qiqajon, 2002, p.237) Dai “Detti inediti dei Padri del deserto” Si racconta a proposito della s. umiltà che: « Un giorno abba (padre) Antonio (s. Antonio abate) pregava nella sua cella e giunse una voce dal cielo che gli disse: “Antonio, non sei ancora arrivato al grado di santità del tal ciabattino di Alessandria”. L’anziano si alzò di buon mattino, prese il suo bastone di palma e andò a trovarlo. Entrò, l’abbracciò, sedette accanto a lui e gli disse: ‘‘Fratello, dimmi quello che fai’’. Quello rispose: ‘‘Non so che cosa faccio di buono, abba. Semplicemente, al mattino, quando mi alzo e mi metto al lavoro, mi dico che tutti gli abitanti di questa città, dal più piccolo al più grande, entreranno nel Regno a motivo delle loro opere di giustizia; io solo riceverò il castigo per i miei peccati. E di nuovo, la sera, prima di addormentarmi, mi ripeto la stessa cosa”.

    A queste parole l’anziano disse: ‘‘In verità, come un buon orafo che sta a lavorare in pace a casa sua, hai ereditato il regno dei cieli; io invece non ho discernimento anche se dimoro sempre nel deserto e non ti ho raggiunto’’ » (Cfr. “Detti inediti…”, pp.195-196).……

  Dice ancora s. Alfonso “Dobbiamo tutti persuaderci, che noi stiamo come sulla cima d'un monte, sospesi sull'abisso di tutt'i peccati, e sostenuti dal solo filo della Grazia: se questo filo ci lascia, noi certamente cadiamo in tale abisso e commetteremo le scelleraggini più orrende. Sal. 93. 17. Se Dio non mi avesse soccorso, io sarei caduto in mille peccati, ed ora starei nell'Inferno; così dicea il Salmista, e così dee dire ognuno di noi. Questo intendeva ancora S. Francesco d'Assisi, quando dicea, ch'esso era il peggior peccatore del Mondo. Ma, Padre mio (gli disse il compagno) questo che dite non è vero; vi sono molti nel mondo, che certamente son peggiori di voi. Sì ch'è troppo vero quel che dico (rispose il Santo), perché se Dio non mi tenesse le mani sovra, io commetterei tutt'i peccati.” “Venne voglia a F. Ruffino di sapere, in che consisteva quell' umiltà sì grande, e di tanto merito del B. P. S. Francesco. La onde seco ragionando gli disse. Padre mio amantissimo, vorrei che mi dicesti da dovero, in quanto conto voi vi tenete, e quello che vi pare di voi medesimo. A cui rispose il Santo. Io mi tengo d’esser veramente il maggior peccatore di questo mondo, e che manco servo Dio ch» alcun altro. E F. Ruffino di nuovo soggiunse, che ciò non poteva dir con verità, né con buona coscienza, stante che gl» altri (secondo si vedeva chiaramente) commettevano molti grandi peccati, de» quali (Dio gratia) egli era innocente. A che replicò il Santo: se con tanta misericordia avesse il Signore favorito quei tali, come egli ha fatto a me; per tristi e scellerati, che si fossero, son certo, che sarebbono stati molto più grati a Dio, che non son io, e gli harebbero servito molto meglio.…. Laonde per questa tanta gratia, che mi fa, io m» accuso, e confesso, per il maggior peccatore che sia».(MARCO DA LISBONA, Cronicas da Ordem dos frades Menores do serafico P. S. Francisco, Lisboa 1556, ed. ital.: Croniche de gli Ordini instituiti dal P. S. Francesco. Composte dal R. P. F. Marco da Lisbona.… e tradotte nella nostra italiana da M. Horatio Diola, Venetia 1582, P. I, lib. I, c. 68, p. 8485:)

Il B. Raimondo da Capua, Maestro Generale dei Domenicani, racconta di Santa Caterina da Siena che «ella non solo si metteva sotto alla più vile delle anime e desiderava incessantemente d’essere considerata come l’ultima di tutte, ma credeva fermamente di esser la causa di tutti i mali altrui. Ogni volta che pensava alle iniquità e alle sventure del mondo in generale o di ciascun individuo in particolare, ne attribuiva a se stessa la colpa, dicendo: Sei tu la causa di tutti questi mali; rientra dunque in te stessa e piangi le tue colpe ai piedi del Signore». E la Santa ciò spiegava dicendo ch’ella aveva mal corrisposto ai disegni di Dio sopra l’anima sua.» 

Disse s. Antonio “Ho visto tutte le reti del diavolo distese sulla terra e ho detto gemendo: chi potrà mai scampare da esse ? E udii una voce che mi disse “L’umiltà”. (“Vita e detti dei Padri del deserto”, Antonio,7)
Nel 1822, Dio ha concesso al Santo Curato d’Ars di avere una chiara visione delle sue miserie. Ne fu talmente spaventato che pregò l’Onnipotente di diffondere una luce meno viva sulla sua anima, per paura di avere pensieri di disperazione. Un giorno dirà al barone Belvey: «Non chiedete a Dio la conoscenza completa della vostra miseria, io l’ho chiesta una volta e l’ho ottenuta, se Dio non mi avesse sostenuto, in quel momento stesso sarei precipitato nella disperazione».

DOROTEO DI GAZA SCRITTI E INSEGNAMENTI SPIRITUALI L’UMILTA

«E’ evidente infatti che chi è umile, l’uomo di fede, sa che non può fare nulla di buono senza l’aiuto e la protezione di Dio e così non smette mai di invocare Dio perché abbia misericordia di lui» Disse uno degli Anziani: «Prima di ogni altra cosa abbiamo bisogno dell’umiltà», dobbiamo essere pronti a chiedere « Perdonatemi » ad ogni parola che ci viene detta, perché l’umiltà annienta ogni inganno dell’Avversario». Qual’é il senso profondo di questa parola dell’Anziano? Perché dice che prima di ogni altra cosa abbiamo bisogno dell’umiltà e non invece: « prima di ogni altra cosa abbiamo bisogno di sobrietà »? Dice infatti l’Apostolo: «Ogni atleta è sobrio in tutto»(1 Cor 9,25) o perché non dice: «Prima di ogni altra cosa abbiamo bisogno del timore di Dio»? Difatti sta scritto: «Principio della sapienza è il timore del Signore» (Sal 110,10); ed anche « Il timore del Signore tiene lontani dal male » (Prv 15,27). E perché l’Anziano non dice: «Prima di ogni altra cosa abbiamo bisogno di fare l’elemosina o abbiamo bisogno della fede»? Infatti sta scritto: «L’elemosina e la fede purificano i peccati » (Prov 15,27) e l’apostolo dice: «Senza la fede è impossibile piacere a Dio » (Eb 116).

Se dunque è impossibile piacere a Dio senza la fede, se l’elemosina e la fede purificano i peccati e se con il timore del Signore ciascuno si tiene lontano dal male e, ancora, se principio di sapienza è il timore del Signore, se ogni atleta è sobrio in tutto, come mai l’Anziano dice: «Prima di ogni altra cosa abbiamo bisogno dell’umiltà » e lascia da parte tutte queste cose che pure sono così necessarie? L’Anziano vuoi farci capire che né il timore di Dio, nè il fare l’elemosina, né la fede, né la sobrietà né alcun’altra virtù possono essere realizzate senza l’umiltà. Perciò dice: «Prima di ogni altra cosa, abbiamo bisogno dell’umiltà e dobbiamo essere pronti a dire: “Perdonatemi!» ad ogni parola che ci vien detta, perché l’umiltà annienta ogni inganno del nemico e avversario ». Ecco, fratelli, vedete qual è la potenza dell’umiltà, vedete quale efficacia ha il dire: « Perdonatemi! ». Perché il Divisore vien chiamato non soltanto nemico, ma anche avversario? Si chiama nemico perché odia l’uomo, odia il bene, perché è sempre pronto a tendere insidie; si chiama avversario perché cerca di impedire ogni opera buona. Uno vuol pregare? Il Divisore si oppone, glielo impedisce facendo nascere in lui pensieri malvagi, continue distrazioni, oppure gettandolo nell’acedia. Uno vuol fare l’elemosina? e il Divisore glielo impedisce con l’attaccamento al denaro, l’avarizia. Un altro vuole vegliare? Glielo impedisce con la pigrizia e l’indolenza; e così si oppone ad ogni opera buona che cerchiamo di fare. Per questo viene chiamato non soltanto nemico, ma anche avversario.

Ed è con l’umiltà, dunque, che si possono annientare tutti gli inganni del nemico e avversario. Veramente grande infatti è l’umiltà. Tutti i santi hanno camminato nella via dell’umiltà e grazie a questa fatica hanno abbreviato il cammino, come sta scritto: «Guarda la mia umiliazione e la mia fatica e perdona ogni mio peccato » (Sal 24,18). L’umiltà infatti, anche da sola può farci entrare nel Regno dei cieli come diceva abba Giovanni , ma più lentamente. Umiliamoci dunque un poco anche noi e saremo salvati e se non possiamo sottoporci a grandi fatiche a motivo della nostra debolezza, cerchiamo almeno di umiliarci. Ed io ho fede nella misericordia di Dio, ho fede che per il poco che facciamo in questa via dell’umiltà, ci troviamo anche noi là dove sono i santi che hanno affrontato grandi fatiche servendo Dio. Sì, noi siamo deboli e non possiamo sottoporci a grandi fatiche, ma non potremmo almeno umiliarci? Fratelli, beato chi possiede l’umiltà! Grande è l’umiltà; ha definito molto bene chi possiede la vera umiltà quel santo che dice: «L’umiltà non si adira e muove ad ira nessuno ». Sembra una cosa strana perché l’umiltà si contrappone soltanto all’orgoglio, custodisce l’uomo proprio dall’orgoglio e invece ci si adira anche a motivo delle ricchezze e dei cibi; come è possibile dire dunque: « L’umiltà non si adira e non muove ad ira nessuno »? Grande è l’umiltà come dicevo; ha il potere di attirare nell’anima la grazia di Dio. E così la grazia stessa di Dio custodisce l’anima anche da queste altre due gravi passioni: perché c’è forse qualcosa di più grave che adirarsi o irritare il prossimo? Come ha detto Evagrio: « E» cosa assolutamente estranea al monaco l’andare in collera ».

E veramente se chi si adira non è immediatamente soccorso dall’umiltà, a poco a poco giunge ad uno stato demoniaco, turba continuamente gli altri ed è continuamente turbato. Per questo dunque quel santo dice: « L’umiltà non si adira e non fa adirare nessuno ». Ma perché mai dico che l’umiltà protegge da quelle due passioni? Ma l’umiltà protegge l’anima da ogni passione e da ogni tentazione. Quando sant’Antonio vide tutti i tranelli tesi dal Divisore e chiese gemendo a Dio: « Chi mai ne potrà sfuggire? » che cosa gli rispose Dio? « L’umiltà vi potrà sfuggire ». E quale altra parola meravigliosa aggiunse? « E non hanno presa su di essa». Carissimo, vedi qual è la potenza, qual è la grazia della virtù? In verità nulla ha più forza dell’umiltà, niente può prevalere su di essa. Se qualcosa di spiacevole accade a chi è umile, se la prenderà subito con se stesso, penserà di esserselo meritato; non si metterà certo a rimproverare un altro, né a farne ricadere la colpa su qualcun altro. Sopporta insomma senza turbarsi, senza affliggersi, in piena pace.

Per questo l’umiltà non si adira e non muove ad ira nessuno. Per questo giustamente il santo ha detto: « Prima di ogni altra cosa abbiamo bisogno dell’umiltà ». Ci sono due tipi di umiltà, così come due sono i tipi di orgoglio. Il primo tipo di orgoglio si ha quando si disprezza il fratello, quando non lo si tiene in nessun conto e ci si giudica superiori a lui. Ma se si sta attenti, se non si è vigilanti, poco per volta si giunge al secondo tipo di orgoglio che consiste nell’inorgoglirsi contro Dio stesso e nell’attribuire a se stessi, e non a Dio, quello che si è riusciti a fare di buono. Fratelli miei, in verità ho conosciuto una volta uno che era giunto a questo stato pietoso. All’inizio quando un altro fratello gli rivolgeva la parola, lo disprezzava; diceva: « E chi è mai costui? Non ci sono che Zosima e i suoi discepoli ». Poi cominciò a provar disprezzo anche di loro e a dire: « Non c’è che Macario ». Poco dopo cominciò a dire: « E chi è poi Macario? Nessuno, non ci sono che Basilio e Gregorio ». E dopo un po» cominciò a disprezzare anche loro dicendo: « Chi sono mai Basilio e Gregorio? Nessuno, non ci sono che Pietro e Paolo ». Gli dissi: « In verità, fratello, se vai avanti così arriverai a disprezzare anche loro ». Credetemi, poco dopo cominciò a dire: « Chi è Pietro, chi è Paolo? Nessuno, non c’è che la Santa Trinità ». E infine diede prova d’orgoglio contro Dio stesso e fu la sua rovina. Per questo, fratelli miei, dobbiamo lottare contro la prima specie di orgoglio perché non succeda che poco per volta finiamo per cadere nell’orgoglio totale e completo. Esiste poi un orgoglio tipico del mondo e un orgoglio tipico della vita monastica. L’orgoglio mondano consiste nell’innalzarsi al di sopra del fratello perché si è più ricchi, più belli, perché si indossano vesti più belle o si è più nobili di lui. Quando dunque ci accorgiamo di vantarci di queste cose o di essere orgogliosi perché il nostro monastero è più grande, più ricco o perché abbiamo molti fratelli, dobbiamo sapere che siamo ancora immersi nell’orgoglio del mondo.

A volte si è orgogliosi anche per i doni naturali: se ci si vanta, ad esempio, di avere una bella voce e di cantare bene i salmi, oppure di essere abili e precisi nel lavoro, di saper servire correttamente. Anche se si tratta di motivi più santi dei primi, questo è ancora l’orgoglio del mondo. L’orgoglio tipico della vita monastica consiste nel vantarsi di fare lunghe veglie, di digiunare, di essere pii, di compiere sante pratiche ascetiche, di essere pieni di fervore o addirittura nell’umiliarsi ma per riceverne gloria. Questo è l’orgoglio monastico. C’è una differenza: se proprio dobbiamo vantarci, vantiamoci per lo meno di cose monastiche e non delle cose del mondo.

Ecco, abbiamo spiegato quali siano il primo e il secondo genere di orgoglio; e abbiamo parimenti definito l’orgoglio mondano e quello della vita monastica. Vediamo ora quali sono i due generi di umiltà. Il primo genere di umiltà consiste nello stimare il proprio fratello più intelligente e superiore in tutto; in una parola, come disse quel santo nel « mettersi al di sotto di tutti ». Il secondo genere di umiltà consiste nell’attribuire a Dio tutto quello che riusciamo a fare.

Questa è l’umiltà perfetta dei santi, che nasce naturalmente dalla pratica dei comandamenti. Accade infatti come alle piante cariche di frutti; i frutti fanno piegare i rami verso terra, i rami che non portano frutti invece salgono diritti verso l’alto. Ci sono alcune piante che non danno frutto, finché i loro rami si innalzano verso il cielo, ma se si prende una pietra e la si appende ai rami per trascinarli verso terra, allora danno frutti. Così avviene anche all’anima: quando è umiliata, porta frutto, e quanto più porta frutto, tanto più si umilia, poiché quanto più i santi si avvicinano a Dio, tanto più si riconoscono peccatori Ricordo che un giorno parlavamo dell’umiltà; un notabile di Gaza ci sentì dire che quanto più ci si avvicina a Dio, tanto più ci si riconosce peccatori e pieno di stupore ci chiese: « Come è possibile? ». Gli risposi: « Signore, tu che sei una persona importante, chi pensi di essere nella tua città? » « Mi considero il più grande, il primo della città ». Gli chiesi: « E se te ne vai a Cesarea, chi penseresti di essere? » « Mi considererei inferiore ai grandi che stanno là ». Gli dissi: « E se andassi ad Antiochia? come ti considereresti? » Mi rispose: « Mi considererei un provinciale ». Gli dissi: « E a Costantinopoli, vicino all’imperatore, là chi ti sentiresti? » Mi rispose: « Mi considererei un miserabile ». E allora gli dissi: « Ecco, così sono i santi; quanto più si avvicinano a Dio, tanto più si riconoscono peccatori. Abramo quando vide il Signore, si definì terra e cenere (Gn 18,27). E Isaia disse: “Misero e impuro sono io» (Is 6,5). E così anche Daniele nella fossa dei leoni, quando venne Abacuc a portargli da mangiare dicendogli: “Prendi il cibo che Dio ti ha mandato» che disse? Così esclamò: “Dio dunque si è ricordato di me?» (Dn 14,3637). Vedi quale umiltà possedeva il suo cuore! Era nella fossa con i leoni eppure non gli facevano alcun male, né la prima né la seconda volta (Dn 6 e 14) e nonostante tutti questi prodigi, disse pieno di meraviglia: “Dio dunque si è ricordato di me?» ».

Vedete l’umiltà dei santi, vedete qual è la disposizione del loro cuore? E pure quando Dio li mandava in aiuto agli uomini rifiutavano per umiltà, perché volevano sfuggire ad ogni gloria. Se si getta uno straccio sporco addosso ad un uomo vestito di seta, questi cerca di scansarlo per non sporcare le sue vesti preziose; così anche i santi, rivestiti delle virtù, cercano di rifuggire la gloria degli uomini per non esserne macchiati. Ma chi desidera la gloria assomiglia ad un uomo nudo che è sempre in cerca di un pezzo di stoffa qualsiasi o di qualsiasi altra cosa per ricoprire la sua indecenza; così anche chi è nudo di virtù, cerca la gloria degli uomini. I santi, dunque, inviati da Dio in aiuto agli altri uomini, non accettavano per umiltà. Mosè anzi diceva: «Ti prego, scegliti un altro che sia capace; io sono balbuziente e impacciato a parlare » (Es 4,10). E Geremia diceva: « Sono troppo giovane! » (Ger 1,6). Già lo dicevo: ciascuno dei santi insomma aveva raggiunto questa umiltà perché metteva in pratica i comandamenti. Nessuno può esprimere a parole in cosa consista questa umiltà, o come nasca nell’anima, se non la si è appresa con l’esperienza; nessuno può apprenderla a parole.

Un giorno abba Zosima stava parlando dell’umiltà; un professore di retorica, che era là con lui, sentendo le sue parole, desiderava capirne con precisione il senso e gli chiese: « Dimmi, come è possibile che tu ti consideri peccatore? non sai che sei santo, adorno di virtù? guarda come osservi i comandamenti! Tu che fai queste cose, come puoi considerarti peccatore? ». L’Anziano non riusciva a trovare una risposta, ma si limitava a ripetere: « Non so come spiegartelo, ma è proprio così ». Ma il professore di retorica lo contraddiceva perché voleva capire. Ma l’Anziano non riuscendo a trovare un modo per spiegargli la cosa, con santa semplicità cominciò a dirgli: « Non tormentarmi, ma è proprio così ». Io, allora, quando vidi che l’Anziano non riusciva a trovare una risposta, gli dissi: « Non avviene la stessa cosa anche nell’arte della retorica e della medicina? Quando si apprendono e si praticano bene queste arti, poco per volta, con l’esercizio, ci si forma la mentalità propria del medico o del retorico; e non è possibile dire o spiegare come si sia formata questa mentalità. Poco per volta, come ho già detto, senza rendersene conto, la si è acquistata praticando la propria arte. Si può vedere la stessa cosa anche riguardo all’umiltà: la pratica dei comandamenti fa nascere un atteggiamento profondo di umiltà che non può essere spiegato a parole ». Come udì queste parole abba Zosima gioì e subito mi abbracciò e mi disse: « Hai trovato la spiegazione; è proprio come hai detto tu ».Anche il sofista ne rimase soddisfatto ….. Gli Anziani ci hanno detto alcune cose che ci fanno intravvedere questa umiltà; ma nessuno è in grado di di descrivere come nasca questo atteggiamento di umiltà. Quando abba Agatone stava per morire, i fratelli gli chiesero: « Anche tu hai timore, Padre? » Rispose: « Ho fatto il possibile per osservare i comandamenti, ma sono un uomo. Come posso sapere se la mia opera è stata gradita a Dio? Una cosa è il giudizio di Dio e un’altra quello degli uomini » Ecco quest’Anziano ci ha aperto gli occhi, ci ha fatto percepire qualcosa dell’umiltà e ci ha indicato la via per raggiungerla. Ma nessuno può dire come sia l’umiltà o come nasca nell’anima; come ho ripetuto spesso, non è possibile comprenderla con un ragionamento, se non abbiamo meritato di apprenderla con le nostre opere.

I Padri ci hanno però detto che cosa ci conduce all’umiltà. Nei Detti dei Padri si racconta che un fratello chiese all’Anziano: « Che cos’è l’umiltà? » e l’Anziano rispose: « L’umiltà è un’opera grande e divina; la via dell’umiltà è una via di fatica per il corpo, fatiche compiute con discernimento; è mettere se stessi al di sotto di ogni creatura e invocare Dio senza sosta ». Questa è la via dell’umiltà; ma l’umiltà è divina e sfugge ad ogni comprensione.

Perché dice che le fatiche del corpo portano l’anima all’umiltà? Perché le fatiche del corpo sono una virtù per l’anima? Mettere se stessi al di sotto di tutti infatti, l’abbiamo già detto in precedenza, è il modo per combattere la prima forma di orgoglio. Se ci si mette al di sotto di tutti come è possibile ritenersi più grandi di un fratello, vantarsi per qualche motivo, lamentarsi del fratello, disprezzarlo? Ugualmente è chiaro che anche la preghiera incessante ci porta all’umiltà, perchè si oppone alla seconda specie di orgoglio. E’ evidente infatti che chi è umile, l’uomo di fede, sa che non può fare nulla di buono senza l’aiuto e la protezione di Dio e così non smette mai di invocare Dio perché abbia misericordia di lui. E chi prega Dio senza sosta, se gli è dato di compiere qualcosa di buono, sa da dove gliene è venuta la capacità e non può vantarsene o attribuire questa opera buona alle sue forze, ma tutto quello che riesce a fare lo attribuisce a Dio e non smette mai di ringraziarlo e di invocarlo. Teme che gli venga meno tale aiuto, e che appaia la sua debolezza e la sua impotenza. E così grazie all’umiltà prega e grazie alla preghiera si umilia e più fa il bene e più si umilia, più riceve l’aiuto di Dio e avanza grazie alla sua umiltà. Perché dunque si dice che anche le fatiche del corpo rendono umili? Che influenza può avere la fatica del corpo su una disposizione dell’anima? Ve lo dirò. L’anima, caduta dall’obbedienza al comandamento nella trasgressione, fu consegnata, l’infelice, alla concupiscenza, alla piena libertà dell’errore, come dice san Gregorio, amò i beni del corpo, divenne una sola cosa con il corpo, divenne carne interamente, come sta scritto: « Il mio spirito non dimorerà tra questi uomini perché sono carne » (Gn 6,3).

E così l’anima infelice soffre con il corpo e subisce tutto ciò che accade al corpo. Per questo l’Anziano ha detto che anche le fatiche del corpo conducono all’umiltà. E difatti non sono identiche le disposizioni dell’anima di chi sta bene e di chi è malato, di chi ha fame e di chi è sazio. E non sono le stesse le disposizioni dell’anima di chi cavalca un cavallo e di chi cavalca un asino, di chi è seduto su un trono e di chi è seduto per terra, di chi porta belle vesti e di chi è vestito miseramente. La fatica dunque umilia il corpo e quando il corpo è umiliato, anche l’anima si umilia con lui e così giustamente l’Anziano ha detto che la fatica del corpo conduce all’umiltà. Per questo quando Evagrio fu tentato di proferire bestemmie, siccome era saggio e ben sapeva che la bestemmia nasce dall’orgoglio, e che l’umiliazione del corpo trascina all’umiltà anche l’anima, passò quaranta giorni senza entrare sotto un tetto a tal punto che sul suo corpo, come ci racconta il narratore, pullulavano zecche come sugli animali selvatici; non affrontò questa fatica per lottare contro la tentazione di bestemmiare, ma per ottenere l’umiltà. A ragione dunque l’Anziano disse che le fatiche del corpo conducono all’umiltà. Dio nella sua bontà ci faccia il dono di essere umili, di quell’umiltà che libera l’uomo da grandi mali e lo protegge da grandi tentazioni. (Tratto da Doroteo di Gaza, Scritti e insegnamenti spirituali, ed. Paoline, 1980 a cui si rimanda per l’approfondimento).

ALTRI INSEGNAMENTI
Lettera di Doroteo di Gaza. Lett.II,187.Oeuvres spirituelles de Dorothée de Gaza, S Ch 92.

Non fidarti mai del tuo cuore, perché le antiche passioni lo hanno reso cieco. Non pensare, non credere che quel che pensi tu sia più ragionevole e giusto di quanto ti dice chi ti guida, non farti giudice delle sue azioni, un giudice che tante volte si è sbagliato. E’ un tranello del maligno che vuole ostacolare la tua obbedienza fiduciosa in tutto e la salvezza che ne deriva. Sii sottomesso in piena pace e seguirai la via dei Padri senza correre rischi, senza sbagliare. Fa’ violenza a te stesso in ogni cosa e spezza la tua volontà; per grazia di Cristo ti abituerai a ciò e riuscirai a farlo senza sforzo penoso, come se tutto avvenisse secondo i tuoi desideri, perché non vorrai più che le cose avvengano secondo la tua volontà, ma vorrai quel che accade; così sarai in pace con tutti. Credi pure: tutto quanto ci capita avviene per disegno di Dio, anche le minime cose; sicché sopporta senza turbamento quanto ti accade. Credi che l’essere disprezzato e offeso è per te rimedio contro l’orgoglio e prega per quelli che ti maltrattano come per i tuoi veri medici. Sii certo che chi odia essere disprezzato, odia l’umiltà e chi rifugge da colui che lo irrita, fugge la mitezza. …. La Ragione della propria mancanza di serenita» è che non ci si accusa. (da Doroteo di Gaza) Cerchiamo, fratelli, di vedere da che cosa derivi il fatto che quando qualcuno ha sentito una parola molesta, spesso se ne va senza alcuna reazione, come se non l’avesse udita, mentre talvolta appena l’ha sentita si turba e si affligge… Chi si trova in preghiera o in contemplazione, facilmente sopporta il fratello che lo insulta, e rimane imperturbato. Talvolta questo avviene per il troppo affetto da cui qualcuno è animato verso qualche fratello. Per questo affetto egli sopporta da lui ogni cosa con molta pazienza. Questo può inoltre derivare dal disprezzo. Quando uno disprezza o schernisce chi abbia voluto irritarlo, disdegna di guardarlo o di rivolgergli la parola o di accennare, parlando con qualcuno, ai suoi insulti e alle sue maldicenze, considerandolo come il più vile di tutti. Da tutto questo può derivare il fatto che qualcuno non si turbi, né si affligga se disprezzato o non prenda in considerazione le cose che gli vengono dette. Accade invece che qualcuno si turbi e si affligga per le parole di un fratello allorquando si trova in una condizione molto critica o quando odia quel fratello. Vi sono tuttavia anche molte altre cause di questo stesso fenomeno che vengono diversamente presentate. Ma la ragione prima di ogni turbamento, se facciamo una diligente indagine, la si trova nel fatto che nessuno incolpa se stesso. Da qui scaturisce ogni cruccio e travaglio, qui sta la ragione per cui non abbiamo mai un po» di pace; né ci dobbiamo meravigliare, poiché abbiamo appreso da santi uomini che non esiste per noi altra strada all’infuori di questa per giungere alla tranquillità. Che le cose stiano proprio così lo constatiamo in moltissimi casi. E noi, inoperosi e amanti della tranquillità, ci illudiamo e crediamo di aver intrapresa la via giusta allorché in tutte le cose siamo insofferenti, non accettando mai di incolpare noi stessi. Così stanno le cose. Per quante virtù possegga l’uomo, fossero pure innumerevoli e infinite, se si allontana da questa strada, non avrà mai pace, ma sarà sempre afflitto o affliggerà gli altri, e si affaticherà invano. (dai «Discorsi spirituali» di san Doroteo, abate, Doctr. 7, De accusatione sui ipsius, 12; PG 88, 16951699)

Preghiera per ottenere la vera e perfetta umiltà e la preghiera incessante (Tratta da vari testi di s. Alfonso de’ Liguori ed elaborata).

Signore Dio Onnipotente che hai detto per bocca del tuo Figlio “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” rendici veramente umili; fa che crediamo che da noi stessi nulla siamo, nulla sappiamo, nulla possiamo e fa che crediamo ancora che tutto quello che abbiamo sono i peccati e tutto quello che meritiamo sono le pene. Donaci o Padre di conoscere profondamente il nostro niente e di concepire un grande timore del vizio della superbia; fa che non mettiamo mai confidenza alle nostre forze ed ai nostri propositi e che non ci gloriamo mai delle cose nostre, come dei nostri talenti, delle nostre azioni, della nostra nascita, dei nostri parenti e simili, fa che mettiamo tutta la confidenza in Te, nella tua parola, nel tuo Amore e perciò fa che ti obbediamo; il superbo ti disubbidisce o Dio, l’umile obbedisce alla tua parola. Fa che crediamo, d’altra parte, che con Te diventiamo figli tuoi, figli di Dio; fa che crediamo che con Te tutto possiamo, molto conosciamo e possiamo, in particolare, meritare il s. Paradiso per cui tu ci hai creato. Concedici, Padre, che non ci sdegniamo con noi stessi dopo il peccato; fa che quando ci vediamo caduti, diciamo come dicea S. Caterina da Genova: «Signore, questi sono i frutti dell’orto mio»; concedici, allora, che ci umiliamo e, dal difetto commesso, subito ci rialziamo con un atto d’amore e di dolore, proponendo di più non ricadervi e confidando nell’aiuto di Dio; e se per disgrazia ritorniamo a cadervi, fa che sempre facciamo così. Donaci, Padre che ci stimiamo sempre i maggiori peccatori del mondo e quindi i più grandi carnefici di Cristo. Donaci o Padre che vedendo le cadute degli altri, non ce ne ammiriamo ma li compatiamo e ringraziamo Te che non siamo anche noi caduti in tale modo, pregandoTi che ci custodisca, fa, anzi, che capiamo che Tu ci fai vedere quelle cadute per farci capire chi siamo noi, che, da noi stessi, siamo i peggiori di tutti; perciò fa che ogni male e peccato che vediamo negli altri ci faccia pensare che tale male e peccato è sommamente in noi, che, da noi stessi, siamo i peggiori di tutti e i più grandi carnefici di Cristo. Di più, fa che quando vediamo i peccati degli altri ne attribuiamo a noi stessi la colpa.
Santa Caterina da Siena « non solo si metteva sotto alla più vile delle anime e desiderava incessantemente d’essere considerata come l’ultima di tutte, ma credeva fermamente di esser la causa di tutti i mali altrui. Ogni volta che pensava alle iniquità e alle sventure del mondo in generale o di ciascun individuo in particolare, ne attribuiva a se stessa la colpa, dicendo: Sei tu la causa di tutti questi mali; rientra dunque in te stessa e piangi le tue colpe ai piedi del Signore».
E la Santa ciò spiegava dicendo ch’ella aveva mal corrisposto ai disegni di Dio sopra l’anima sua. Scrive S. Teresa:«Non credere d’aver fatto profitto nella perfezione, se non ti tieni per lo peggiore di tutti, e non desideri d’esser posposto a tutti». Le anime che sono veramente umili, perché si trovano più illuminate dalla luce divina, siccome esse maggiormente conoscono le divine perfezioni, così maggiormente vedono le loro miserie e peccati; perciò i santi, con tutto che facessero vita così esemplare e così differente dagli uomini mondani, pure si chiamavano, non per esagerazione, ma con vero sentimento, i maggiori peccatori che vivessero nel mondo.
Fa, o Signore che ci guardiamo dal preferirci mai a qualcuno. Basta credersi migliore degli altri, per diventare peggiore di tutti. Così parimente basta che taluno creda di avere gran meriti, per non averne più e perderli tutti. Il merito principale della nostra umiltà sta nel credere sinceramente di non averne, e di non meritare altro che rimproveri e castighi. I doni e le grazie che Dio ci ha concessi, non servirebbero che a farvi condannare con maggior rigore nel giudizio, se ce ne abusiamo con preferirci agli altri. Ma non basta il non anteporci ad alcuno, bisogna che ci stimiamo gli ultimi e i peggiori di tutti perché noi conosciamo certamente già in noi tanti peccati, ma non sappiamo i peccati degli altri e non ci son note le virtù occulte, che forse tiene quella persona che disprezziamo perciò donaci, Padre, che ci stimiamo sempre i maggiori peccatori del mondo e fa che consideriamo che a proporzione de» lumi e de» doni che il Signore ci ha dati, dovremmo a quest’ora esser santi. Se le grazie che abbiamo ricevuto noi, Dio le avesse fatte ad un infedele, forse quegli sarebbe divenuto un serafino, e noi invece ci troviamo così miseri e pieni di difetti! Donaci o Padre che questo pensiero della nostra ingratitudine ci faccia stare sempre colla faccia sotto i piedi di tutti, poiché il peccato, come dice l’Angelico, tanto si rende più grave, quanto è maggiore l’ingratitudine di chi lo commette; onde può essere che un solo nostro peccato pesi più avanti a Dio che cento peccati d’un’altro non così favorito e colmato di grazie come noi.
Noi sappiamo già d’avere fatto tanti peccati: sappiamo che la nostra vita non è stata altro che una continua tessitura di colpe volontarie; e se mai v’è stata alcun’opera buona, tuttavia sarà stata cosi piena di difetti e d’amor proprio, che meritava forse più castigo che premio. Per tutto questo, Padre, fa che, come dice s. Maddalena de’ Pazzi, ci stimiamo indegni anche di baciar la terra che calpestano i nostri fratelli; fa che crediamo che se ricevessimo tutti gli affronti immaginabili, e se ci trovassimo nel fondo dell’inferno, sotto tutti i dannati, tutto sarebbe poco a confronto di quel che meritiamo noi che, da noi stessi, siamo i peggiori peccatori e i più grandi carnefici di Cristo. Fa che dall’abisso di queste nostre miserie alziamo sempre la voce a Te, facendo penitenza e dicendo: Signore, pensate ad aiutarmi e ad aiutarmi presto; altrimenti io son perduto e vi offenderò peggio di prima e più di tutti; fa che questa preghiera la replichiamo sempre, quasi in ogni momento, quando ci alziamo la mattina, quando ci mettiamo a dormire, quando lavoriamo, quando parliamo con gli altri, quando studiamo, quando passeggiamo .. sempre, sempre: Signore, aiutatemi: Signore, assistetemi: Signore, abbiate pietà di me. Altrimenti, in quel punto che lasceremo di raccomandarci a Te, possiamo diventare irrecuperabili e dannarci. Padre per i meriti di Gesù Cristo dammi la grazia della preghiera, ma una grazia abbondante che mi faccia sempre pregare, e pregare come si deve.
 O Maria, Madre mia, ogni volta ch’io sono ricorso a Te, Tu mi hai impetrato l’aiuto a non cadere. Ora ricorro a Te perché m’ottenga una grazia più grande cioè di raccomandarmi in tutti i miei bisogni e per sempre al tuo Figlio, ed a Te. Regina mia, Tu ottieni da Dio quanto chiedi, ottienimi ora, per quanto ami Gesù Cristo, questa grazia che ti domando di pregare e di non lasciar mai di pregare sino alla morte. Dacci, o Padre, con questa preghiera la grazia di essere umili veramente e non solo a parole; fa che possiamo compiacerci d’essere disprezzati dagli altri. Molti sono umili di bocca, ma non di cuore. Dicono: «Io sono il peggiore di tutti: merito mille inferni» ma poi se uno li riprende, o lor dice una parola che non piace, si voltano con superbia. Signore: facci umili davvero, fa che godiamo di essere disprezzati; chi è vero umile non solo non si turba nel vedersi disprezzato, ma di più se ne compiace e ne giubila collo spirito (benché la carne se ne risenta), vedendosi trattato com’egli stima di meritare, e fatto simile a Gesù Cristo, ch’essendo degno d’ogni onore volle per amor nostro esser saziato di obbrobri e villanie. Ti chiediamo tutto questo, Padre Onnipotente e Misericordioso, per Cristo tuo Figlio, nello Spirito Santo. Sicuri nella fede di avere già ottenuto questa grazia ci impegnamo a benedirti e a glorificarti con le labbra, con il cuore e con la vita. Amen.

Giovedì, 10 Aprile 2014 00:00

Preghiera per ottenere la vera umiltà.

Preghiera per ottenere la vera e perfetta umiltà e la preghiera incessante

(Tratta da vari testi di s. Alfonso de’ Liguori ed elaborata)

Signore Dio Onnipotente che hai detto per bocca del tuo Figlio “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” rendici veramente umili; fa che crediamo che da noi stessi nulla siamo, nulla sappiamo, nulla possiamo e fa che crediamo ancora che tutto quello che abbiamo sono i peccati e tutto quello che meritiamo sono le pene. Donaci o Padre di conoscere profondamente il nostro niente e di concepire un grande timore del vizio della superbia; fa che non mettiamo mai confidenza alle nostre forze ed ai nostri propositi e che non ci gloriamo mai delle cose nostre, come de' nostri talenti, delle nostre azioni, della nostra nascita, de' nostri parenti e simili, fa che mettiamo tutta la confidenza in Te, nella tua parola, nel tuo Amore e perciò fa che ti obbediamo; il superbo ti disubbidisce o Dio, l'umile obbedisce alla tua parola. Fa che crediamo, d’altra parte, che con Te diventiamo figli tuoi, figli di Dio; fa che crediamo che con Te tutto possiamo, molto conosciamo e possiamo, in particolare, meritare il s. Paradiso per cui tu ci hai creato. Concedici, Padre, che non ci sdegniamo con noi stessi dopo il peccato; fa che quando ci vediamo caduti, diciamo come dicea S. Caterina da Genova: "Signore, questi sono i frutti dell'orto mio"; concedici, allora, che ci umiliamo e, dal difetto commesso, subito ci rialziamo con un atto d'amore e di dolore, proponendo di più non ricadervi e confidando nell'aiuto di Dio; e se per disgrazia ritorniamo a cadervi, fa che sempre facciamo così. Donaci, Padre che ci stimiamo sempre i maggiori peccatori del mondo e quindi i più grandi carnefici di Cristo. Donaci o Padre che vedendo le cadute degli altri, non ce ne ammiriamo ma li compatiamo e ringraziamo Te che non siamo anche noi caduti in tale modo, pregandoTi che ci custodisca, fa, anzi, che capiamo che Tu ci fai vedere quelle cadute per farci capire chi siamo noi, che, da noi stessi, siamo i peggiori di tutti; perciò fa che ogni male e peccato che vediamo negli altri ci faccia pensare che tale male e peccato è sommamente in noi, che, da noi stessi, siamo i peggiori di tutti e i più grandi carnefici di Cristo. Di più, fa che quando vediamo i peccati degli altri ne attribuiamo a noi stessi la colpa. Santa Caterina da Siena « non solo si metteva sotto alla più vile delle anime e desiderava incessantemente d'essere considerata come l'ultima di tutte, ma credeva fermamente di esser la causa di tutti i mali altrui. Ogni volta che pensava alle iniquità e alle sventure del mondo in generale o di ciascun individuo in particolare, ne attribuiva a se stessa la colpa, dicendo: Sei tu la causa di tutti questi mali; rientra dunque in te stessa e piangi le tue colpe ai piedi del Signore». E la Santa ciò spiegava dicendo ch'ella aveva mal corrisposto ai disegni di Dio sopra l'anima sua. Scrive S. Teresa:"Non credere d'aver fatto profitto nella perfezione, se non ti tieni per lo peggiore di tutti, e non desideri d'esser posposto a tutti". Le anime che sono veramente umili, perché si trovano più illuminate dalla luce divina, siccome esse maggiormente conoscono le divine perfezioni, così maggiormente vedono le loro miserie e peccati; perciò i santi, con tutto che facessero vita così esemplare e così differente dagli uomini mondani, pure si chiamavano, non per esagerazione, ma con vero sentimento, i maggiori peccatori che vivessero nel mondo. Fa, o Signore che ci guardiamo dal preferirci mai a qualcuno. Basta credersi migliore degli altri, per diventare peggiore di tutti. Così parimente basta che taluno creda di avere gran meriti, per non averne più e perderli tutti. Il merito principale della nostra umiltà sta nel credere sinceramente di non averne, e di non meritare altro che rimproveri e castighi. I doni e le grazie che Dio ci ha concessi, non servirebbero che a farvi condannare con maggior rigore nel giudizio, se ce ne abusiamo con preferirci agli altri. Ma non basta il non anteporci ad alcuno, bisogna che ci stimiamo gli ultimi e i peggiori di tutti perché noi conosciamo certamente già in noi tanti peccati, ma non sappiamo i peccati degli altri e non ci son note le virtù occulte, che forse tiene quella persona che disprezziamo perciò donaci, Padre, che ci stimiamo sempre i maggiori peccatori del mondo e fa che consideriamo che a proporzione de' lumi e de' doni che il Signore ci ha dati, dovremmo a quest'ora esser santi. Se le grazie che abbiamo ricevuto noi, Dio le avesse fatte ad un infedele, forse quegli sarebbe divenuto un serafino, e noi invece ci troviamo così miseri e pieni di difetti! Donaci o Padre che questo pensiero della nostra ingratitudine ci faccia stare sempre colla faccia sotto i piedi di tutti, poiché il peccato, come dice l'Angelico, tanto si rende più grave, quanto è maggiore l'ingratitudine di chi lo commette; onde può essere che un solo nostro peccato pesi più avanti a Dio che cento peccati d'un'altro non così favorito e colmato di grazie come noi. Noi sappiamo già d'avere fatto tanti peccati: sappiamo che la nostra vita non è stata altro che una continua tessitura di colpe volontarie; e se mai v'è stata alcun'opera buona, tuttavia sarà stata cosi piena di difetti e d'amor proprio, che meritava forse più castigo che premio. Per tutto questo, Padre, fa che, come dice s. Maddalena de’ Pazzi, ci stimiamo indegni anche di baciar la terra che calpestano i nostri fratelli; fa che crediamo che se ricevessimo tutti gli affronti immaginabili, e se ci trovassimo nel fondo dell'inferno, sotto tutti i dannati, tutto sarebbe poco a confronto di quel che meritiamo noi che, da noi stessi, siamo i peggiori peccatori e i più grandi carnefici di Cristo.

Fa che dall'abisso di queste nostre miserie alziamo sempre la voce a Te, facendo penitenza e dicendo: Signore, pensate ad aiutarmi e ad aiutarmi presto; altrimenti io son perduto e vi offenderò peggio di prima e più di tutti; fa che questa preghiera la replichiamo sempre, quasi in ogni momento, quando ci alziamo la mattina, quando ci mettiamo a dormire, quando lavoriamo, quando parliamo con gli altri, quando studiamo, quando passeggiamo .. sempre, sempre: Signore, aiutatemi: Signore, assistetemi: Signore, abbiate pietà di me. Altrimenti, in quel punto che lasceremo di raccomandarci a Te, possiamo diventare irrecuperabili e dannarci.Padre per i meriti di Gesù Cristo dammi la grazia della preghiera, ma una grazia abbondante che mi faccia sempre pregare, e pregare come si deve. O Maria, Madre mia, ogni volta ch’io sono ricorso a Te, Tu mi hai impetrato l’aiuto a non cadere. Ora ricorro a Te perché m’ottenga una grazia più grande cioè di raccomandarmi in tutt’i miei bisogni e per sempre al tuo Figlio, ed a Te. Regina mia, Tu ottieni da Dio quanto chiedi, ottienimi ora, per quanto ami Gesù Cristo, questa grazia che ti domando di pregare e di non lasciar mai di pregare sino alla morte. Dacci, o Padre, con questa preghiera la grazia di essere umili veramente e non solo a parole; fa che possiamo compiacerci d’essere disprezzati dagli altri. Molti sono umili di bocca, ma non di cuore. Dicono: «Io sono il peggiore di tutti: merito mille inferni» ma poi se uno li riprende, o lor dice una parola che non piace, si voltano con superbia. Signore: facci umili davvero, fa che godiamo di essere disprezzati; chi è vero umile non solo non si turba nel vedersi disprezzato, ma di più se ne compiace e ne giubila collo spirito (benché la carne se ne risenta), vedendosi trattato com’egli stima di meritare, e fatto simile a Gesù Cristo, ch’essendo degno d’ogni onore volle per amor nostro esser saziato di obbrobri e villanie. Ti chiediamo tutto questo, Padre Onnipotente e Misericordioso, per Cristo tuo Figlio, nello Spirito Santo. Sicuri nella fede di avere già ottenuto questa grazia ci impegnamo a benedirti e a glorificarti con le labbra, con il cuore e con la vita. Amen.

Pio XII consacrò la Russia al Cuore Immacolato di Maria nominando esplicitamente quella nazione, ecco il testo: 

“...come pochi anni fa abbiamo consacrato il mondo al Cuore Immacolato della Vergine Madre di Dio, così al presente consacriamo tutti i popoli della Russia al medesimo Cuore Immacolato ...” 

( AAS 44 (1952) p. 511(lat.); “L' Osservatore Romano” 24-7-1952 n. 172 p.1 (lat.) p.2 (it.)

Ecco il link : CLICCATE QUI

 

  

 

Domenica, 23 Marzo 2014 00:00

Il Papa : occorre la sana dottrina!!

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARROCI DI ROMA

Aula Paolo VI
Giovedì, 6 marzo 2014

Video

Quando insieme al Cardinale Vicario abbiamo pensato a questo incontro, gli ho detto che avrei potuto fare per voi una meditazione sul tema della misericordia. All’inizio della Quaresima riflettere insieme, come preti, sulla misericordia ci fa bene. Tutti noi ne abbiamo bisogno. E anche i fedeli, perché come pastori dobbiamo dare tanta misericordia, tanta!

Il brano del Vangelo di Matteo che abbiamo ascoltato ci fa rivolgere lo sguardo a Gesù che cammina per le città e i villaggi. E questo è curioso. Qual è il posto dove Gesù era più spesso, dove lo si poteva trovare con più facilità? Sulle strade. Poteva sembrare che fosse un senzatetto, perché era sempre sulla strada. La vita di Gesù era nella strada. Soprattutto ci invita a cogliere la profondità del suo cuore, ciò che Lui prova per le folle, per la gente che incontra: quell’atteggiamento interiore di “compassione”, vedendo le folle, ne sentì compassione. Perché vede le persone “stanche e sfinite, come pecore senza pastore”. Abbiamo sentito tante volte queste parole che forse non entrano con forza. Ma sono forti! Un po’ come tante persone che voi incontrate oggi per le strade dei vostri quartieri… Poi l’orizzonte si allarga, e vediamo che queste città e questi villaggi sono non solo Roma e l’Italia, ma sono il mondo… e quelle folle sfinite sono popolazioni di tanti Paesi che stanno soffrendo situazioni ancora più difficili…

Allora comprendiamo che noi non siamo qui per fare un bell’esercizio spirituale all’inizio della Quaresima, ma per ascoltare la voce dello Spirito che parla a tutta la Chiesa in questo nostro tempo, che è proprio il tempo della misericordia. Di questo sono sicuro. Non è solo la Quaresima; noi stiamo vivendo in tempo di misericordia, da trent’anni o più, fino adesso.

1. Nella Chiesa tutta è il tempo della misericordia.

Questa è stata un’intuizione del beato Giovanni Paolo II. Lui ha avuto il “fiuto” che questo era il tempo della misericordia. Pensiamo alla beatificazione e canonizzazione di Suor Faustina Kowalska; poi ha introdotto la festa della Divina Misericordia. Piano piano è avanzato, è andato avanti su questo.

Nell’Omelia per la Canonizzazione, che avvenne nel 2000, Giovanni Paolo II sottolineò che il messaggio di Gesù Cristo a Suor Faustina si colloca temporalmente tra le due guerre mondiali ed è molto legato alla storia del ventesimo secolo. E guardando al futuro disse: «Che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l’avvenire dell’uomo sulla terra? A noi non è dato di saperlo. E’ certo tuttavia che accanto a nuovi progressi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Ma la luce della divina misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo attraverso il carisma di suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del terzo millennio». E’ chiaro. Qui è esplicito, nel 2000, ma è una cosa che nel suo cuore maturava da tempo. Nella sua preghiera ha avuto questa intuizione.

Oggi dimentichiamo tutto troppo in fretta, anche il Magistero della Chiesa! In parte è inevitabile, ma i grandi contenuti, le grandi intuizioni e le consegne lasciate al Popolo di Dio non possiamo dimenticarle. E quella della divina misericordia è una di queste. E’ una consegna che lui ci ha dato, ma che viene dall’alto. Sta a noi, come ministri della Chiesa, tenere vivo questo messaggio soprattutto nella predicazione e nei gesti, nei segni, nelle scelte pastorali, ad esempio la scelta di restituire priorità al sacramento della Riconciliazione, e al tempo stesso alle opere di misericordia. Riconciliare, fare pace mediante il Sacramento, e anche con le parole, e con le opere di misericordia.

2. Che cosa significa misericordia per i preti?

Mi viene in mente che alcuni di voi mi hanno telefonato, scritto una lettera, poi ho parlato al telefono… “Ma Padre, perché Lei ce l’ha con i preti?”. Perché dicevano che io bastono i preti! Non voglio bastonare qui…

Domandiamoci che cosa significa misericordia per un prete, permettetemi di dire per noi preti. Per noi, per tutti noi! I preti si commuovono davanti alle pecore, come Gesù, quando vedeva la gente stanca e sfinita come pecore senza pastore. Gesù ha le “viscere” di Dio, Isaia ne parla tanto: è pieno di tenerezza verso la gente, specialmente verso le persone escluse, cioè verso i peccatori, verso i malati di cui nessuno si prende cura… Così a immagine del Buon Pastore, il prete è uomo di misericordia e di compassione, vicino alla sua gente e servitore di tutti. Questo è un criterio pastorale che vorrei sottolineare tanto: la vicinanza. La prossimità e il servizio, ma la prossimità, la vicinanza!… Chiunque si trovi ferito nella propria vita, in qualsiasi modo, può trovare in lui attenzione e ascolto… In particolare il prete dimostra viscere di misericordia nell’amministrare il sacramento della Riconciliazione; lo dimostra in tutto il suo atteggiamento, nel modo di accogliere, di ascoltare, di consigliare, di assolvere… Ma questo deriva da come lui stesso vive il sacramento in prima persona, da come si lascia abbracciare da Dio Padre nella Confessione, e rimane dentro questo abbraccio… Se uno vive questo su di sé, nel proprio cuore, può anche donarlo agli altri nel ministero. E vi lascio la domanda: Come mi confesso? Mi lascio abbracciare? Mi viene alla mente un grande sacerdote di Buenos Aires, ha meno anni di me, ne avrà 72… Una volta è venuto da me. E’ un grande confessore: c’è sempre la coda lì da lui… I preti, la maggioranza, vanno da lui a confessarsi… E’ un grande confessore. E una volta è venuto da me: “Ma Padre…”, “Dimmi”, “Io ho un po’ di scrupolo, perché io so che perdono troppo!”; “Prega… se tu perdoni troppo…”. E abbiamo parlato della misericordia. A un certo punto mi ha detto: “Sai, quando io sento che è forte questo scrupolo, vado in cappella, davanti al Tabernacolo, e Gli dico: Scusami, Tu hai la colpa, perché mi hai dato il cattivo esempio! E me ne vado tranquillo…”. E’ una bella preghiera di misericordia! Se uno nella Confessione vive questo su di sé, nel proprio cuore, può anche donarlo agli altri.

Il prete è chiamato a imparare questo, ad avere un cuore che si commuove. I preti - mi permetto la parola - “asettici” quelli “di laboratorio”, tutto pulito, tutto bello, non aiutano la Chiesa. La Chiesa oggi possiamo pensarla come un “ospedale da campo”. Questo scusatemi lo ripeto, perché lo vedo così, lo sento così: un “ospedale da campo”. C’è bisogno di curare le ferite, tante ferite! Tante ferite! C’è tanta gente ferita, dai problemi materiali, dagli scandali, anche nella Chiesa... Gente ferita dalle illusioni del mondo… Noi preti dobbiamo essere lì, vicino a questa gente. Misericordia significa prima di tutto curare le ferite. Quando uno è ferito, ha bisogno subito di questo, non delle analisi, come i valori del colesterolo, della glicemia… Ma c’è la ferita, cura la ferita, e poi vediamo le analisi. Poi si faranno le cure specialistiche, ma prima si devono curare le ferite aperte. Per me questo, in questo momento, è più importante. E ci sono anche ferite nascoste, perché c’è gente che si allontana per non far vedere le ferite… Mi viene in mente l’abitudine, per la legge mosaica, dei lebbrosi al tempo di Gesù, che sempre erano allontanati, per non contagiare… C’è gente che si allontana per la vergogna, per quella vergogna di non far vedere le ferite… E si allontanano forse un po’ con la faccia storta, contro la Chiesa, ma nel fondo, dentro c’è la ferita… Vogliono una carezza! E voi, cari confratelli - vi domando - conoscete le ferite dei vostri parrocchiani? Le intuite? Siete vicini a loro? E’ la sola domanda…

3. Misericordia significa né manica larga né rigidità.

Ritorniamo al sacramento della Riconciliazione. Capita spesso, a noi preti, di sentire l’esperienza dei nostri fedeli che ci raccontano di aver incontrato nella Confessione un sacerdote molto “stretto”, oppure molto “largo”, rigorista o lassista.E questo non va bene. Che tra i confessori ci siano differenze di stile è normale, ma queste differenze non possono riguardare la sostanza, cioè la sana dottrina morale e la misericordia. Né il lassista né il rigorista rende testimonianza a Gesù Cristo, perché né l’uno né l’altro si fa carico della persona che incontra. Il rigorista si lava le mani: infatti la inchioda alla legge intesa in modo freddo e rigido; il lassista invece si lava le mani:solo apparentemente è misericordioso, ma in realtà non prende sul serio il problema di quella coscienza, minimizzando il peccato. La vera misericordia si fa carico della persona, la ascolta attentamente, si accosta con rispetto e con verità alla sua situazione, e la accompagna nel cammino della riconciliazione. E questo è faticoso, sì, certamente. Il sacerdote veramente misericordioso si comporta come il Buon Samaritano… ma perché lo fa? Perché il suo cuore è capace di compassione, è il cuore di Cristo!

Sappiamo bene che né il lassismo né il rigorismo fanno crescere la santità. Forse alcuni rigoristi sembrano santi, santi… Ma pensate a Pelagio e poi parliamo… Non santificano il prete, e non santificano il fedele, né il lassismo né il rigorismo! La misericordia invece accompagna il cammino della santità, la accompagna e la fa crescere… Troppo lavoro per un parroco? E’ vero, troppo lavoro! E in che modo accompagna e fa crescere il cammino della santità? Attraverso la sofferenza pastorale, che è una forma della misericordia. Che cosa significa sofferenza pastorale? Vuol dire soffrire per e con le persone. E questo non è facile! Soffrire come un padre e una madre soffrono per i figli; mi permetto di dire, anche con ansia…

Per spiegarmi faccio anche a voi alcune domande che mi aiutano quando un sacerdote viene da me. Mi aiutano anche quando sono solo davanti al Signore!

Dimmi: Tu piangi? O abbiamo perso le lacrime? Ricordo che nei Messali antichi, quelli di un altro tempo, c’è una preghiera bellissima per chiedere il dono delle lacrime. Incominciava così, la preghiera: “Signore, Tu che hai dato a Mosè il mandato di colpire la pietra perché venisse l’acqua, colpisci la pietra del mio cuore perché le lacrime…”: era così, più o meno, la preghiera. Era bellissima. Ma, quanti di noi piangiamo davanti alla sofferenza di un bambino, davanti alla distruzione di una famiglia, davanti a tanta gente che non trova il cammino?… Il pianto del prete… Tu piangi? O in questo presbiterio abbiamo perso le lacrime?

Piangi per il tuo popolo? Dimmi, tu fai la preghiera di intercessione davanti al Tabernacolo?

Tu lotti con il Signore per il tuo popolo, come Abramo ha lottato: “E se fossero meno? E se fossero 25? E se fossero 20?...” (cfr Gen 18,22-33). Quella preghiera coraggiosa di intercessione… Noi parliamo di parresia, di coraggio apostolico, e pensiamo ai piani pastorali, questo va bene, ma la stessa parresia è necessaria anche nella preghiera. Lotti con il Signore? Discuti con il Signore come ha fatto Mosè? Quando il Signore era stufo, stanco del suo popolo e gli disse: “Tu stai tranquillo… distruggerò tutti, e ti farò capo di un altro popolo”. “No, no! Se tu distruggi il popolo, distruggi anche a me!”. Ma questi avevano i pantaloni! E io faccio la domanda: Noi abbiamo i pantaloni per lottare con Dio per il nostro popolo?

Un’altra domanda che faccio: la sera, come concludi la tua giornata? Con il Signore o con la televisione?

Com’è il tuo rapporto con quelli che aiutano ad essere più misericordiosi? Cioè, com’è il tuo rapporto con i bambini, con gli anziani, con i malati? Sai accarezzarli, o ti vergogni di accarezzare un anziano?

Non avere vergogna della carne del tuo fratello (cfr Reflexiones en esperanza, I cap.). Alla fine, saremo giudicati su come avremo saputo avvicinarci ad “ogni carne” – questo è Isaia. Non vergognarti della carne di tuo fratello. “Farci prossimo”: la prossimità, la vicinanza, farci prossimo alla carne del fratello. Il sacerdote e il levita che passarono prima del buon samaritano non seppero avvicinarsi a quella persona malmenata dai banditi. Il loro cuore era chiuso. Forse il prete ha guardato l’orologio e ha detto: “Devo andare alla Messa, non posso arrivare in ritardo alla Messa”, e se n’è andato. Giustificazioni! Quante volte prendiamo giustificazioni, per girare intorno al problema, alla persona. L’altro, il levita, o il dottore della legge, l’avvocato, disse: “No, non posso perché se io faccio questo domani dovrò andare come testimone, perderò tempo…”. Le scuse!… Avevano il cuore chiuso. Ma il cuore chiuso si giustifica sempre per quello che non fa. Invece quel samaritano apre il suo cuore, si lascia commuovere nelle viscere, e questo movimento interiore si traduce in azione pratica, in un intervento concreto ed efficace per aiutare quella persona.

Alla fine dei tempi, sarà ammesso a contemplare la carne glorificata di Cristo solo chi non avrà avuto vergogna della carne del suo fratello ferito ed escluso.

Io vi confesso, a me fa bene, alcune volte, leggere l’elenco sul quale sarò giudicato, mi fa bene: è in Matteo 25.

Queste sono le cose che mi sono venute in mente, per condividerle con voi. Sono un po’ alla buona, come sono venute… [Il cardinale Vallini: “Un bell’esame di coscienza”] Ci farà bene. [applausi]

A Buenos Aires – parlo di un altro prete – c’era un confessore famoso: questo era Sacramentino. Quasi tutto il clero si confessava da lui. Quando, una delle due volte che è venuto, Giovanni Paolo II ha chiesto un confessore in Nunziatura, è andato lui. E’ anziano, molto anziano… Ha fatto il Provinciale nel suo Ordine, il professore… ma sempre confessore, sempre. E sempre aveva la coda, lì, nella chiesa del Santissimo Sacramento. In quel tempo, io ero Vicario generale e abitavo nella Curia, e ogni mattina, presto, scendevo al fax per guardare se c’era qualcosa. E la mattina di Pasqua ho letto un fax del superiore della comunità: “Ieri, mezz’ora prima della Veglia Pasquale, è mancato il padre Aristi, a 94 – o 96? – anni. Il funerale sarà il tal giorno…”. E la mattina di Pasqua io dovevo andare a fare il pranzo con i preti della casa di riposo - lo facevo di solito a Pasqua -, e poi – mi sono detto - dopo pranzo andrò alla chiesa. Era una chiesa grande, molto grande, con una cripta bellissima. Sono sceso nella cripta e c’era la bara, solo due vecchiette lì che pregavano, ma nessun fiore. Io ho pensato: ma quest’uomo, che ha perdonato i peccati a tutto il clero di Buenos Aires, anche a me, nemmeno un fiore… Sono salito e sono andato in una fioreria – perché a Buenos Aires agli incroci delle vie ci sono le fiorerie, sulle strade, nei posti dove c’è gente – e ho comprato fiori, rose… E sono tornato e ho incominciato a preparare bene la bara, con fiori... E ho guardato il Rosario che avevo in mano… E subito mi è venuto in mente - quel ladro che tutti noi abbiamo dentro, no? -, e mentre sistemavo i fiori ho preso la croce del Rosario, e con un po’ di forza l’ho staccata. E in quel momento l’ho guardato e ho detto: “Dammi la metà della tua misericordia”. Ho sentito una cosa forte che mi ha dato il coraggio di fare questo e di fare questa preghiera! E poi, quella croce l’ho messa qui, in tasca. Le camicie del Papa non hanno tasche, ma io sempre porto qui una busta di stoffa piccola, e da quel giorno fino ad oggi, quella croce è con me. E quando mi viene un cattivo pensiero contro qualche persona, la mano mi viene qui, sempre. E sento la grazia! Sento che mi fa bene. Quanto bene fa l’esempio di un prete misericordioso, di un prete che si avvicina alle ferite…

Se pensate, voi sicuramente ne avete conosciuti tanti, tanti, perché i preti dell’Italia sono bravi! Sono bravi. Io credo che se l’Italia ancora è tanto forte, non è tanto per noi Vescovi, ma per i parroci, per i preti! E’ vero, questo è vero! Non è un po’ d’incenso per confortarvi, lo sento così.

La misericordia. Pensate a tanti preti che sono in cielo e chiedete questa grazia! Che vi diano quella misericordia che hanno avuto con i loro fedeli. E questo fa bene.

Grazie tante dell’ascolto e di essere venuti qui.

Angelus Domini …

Fonte: Edizione Vaticana

Sabato, 22 Marzo 2014 00:00

L’inferno esiste e molti si dannano

La Madonna a Fatima disse «Pregate molto e fate sacrifici , molti si dannano …» e i piccoli veggenti di Fatima lo hanno ribadito non forza … lo stesso hanno detto praticamente tutti i Padri e molti se non tutti i

Dottori … Convertiamoci oggi !!! 

In allegato troverete un mio libro in cui raccolgo testi di Papi, di Dottori e di santi sui temi dell’inferno e del grande numero dei dannati. 
 

Potete scaricare il file qui sotto dove c’è scritto Download allegati.

Sabato, 01 Marzo 2014 00:00

Bellissima testimonianza di conversione

Bellissima testimonianza di conversione
Carissimo Don Tullio, mi chiamo X ed ho 26 anni, , questo giusto per chiarezza e limpidezza. La mia conversione è stata inaspettata e soprattutto potentissima, ero un peccatore incallito, il peccato in cui più perseveravo era il peccato della carne, ero sempre in cerca di piacere carnale con la mia fidanzata, non pregavo, non andavo a messa e soprattutto ero arrabbiato con Dio per la morte di mia madre. Ad un certo punto incontrai mia cugina ad un matrimonio di una mia parente, mi disse di sedermi al suo tavolo ed io accettai, non parlammo di Dio né di spiritualità ma solo di lavoro e sport, poi il marito di mia cugina mi disse di andare a casa sua per una cena o un caffè, trascorse un mese o poco più e decisi di andare a trovare mia cugina mentre ero per strada insieme alla mia fidanzata. Arrivai a casa sua e non so perché ma io ed il marito iniziammo a confidarci i nostri problemi e lui capì l'odio che avevo nel cuore verso il mondo e verso Nostro Signore, così mi invitò ad una preghiera comunitaria a casa sua, io dissi di si; pensai" tanto che mi succede". Andai alla preghiera, all'inizio dissi tra me e me con la mia fidanzata, "questi sono un gruppo di pazzi" (il pazzo ero io). Alla fine della preghiera una signora mi disse: “chi vuole una preghiera personale si alzi, chi non vuole si sieda”, io non mi alzai, restai seduto, ma questa donna mi guardava in maniera dolce e mi fissava continuamente, andò prima alla mia ragazza e gli fece una preghiera poi venne da me e mi disse se volevo una preghiera o una benedizione, dissi, ok, mi fece il segno della croce sulla fronte e subito sentii un brivido caldo che scese dalla testa e mi venne un pianto fortissimo, io non volevo nemmeno piangere ma non riuscivo più a fermarmi, la cosa incredibile è quello che è successo dopo il pianto, mi sentivo rinato, libero e volevo pregare, avevo fame e sete del Signore, dissi alla mia ragazza che non sapevo cosa mi era successo ma io volevo pregare in continuazione, questa è brevemente, ma in maniera davvero riassunta quella che è stata la mia conversione, poi padre sarebbe bello se potessi raccontarla da vicino insieme alla mia fidanzata che è stata testimone di una grazia così grande, grazia che ha preso anche lei ed abbiamo deciso di offrire la castità al Signore fino al giorno del matrimonio.

 

Giovedì, 27 Febbraio 2014 00:00

Mamme, non abortite …MAI!!!

Bellissima testimonianza . Lode a Dio per queste mamme con la M maiuscola!!!

Le scrivo per dare la mia testimonianza su un fatto simile a quello della mamma che ha partorito un bimbo senza occhi a maggior gloria di Dio. 
Tre anni fa mi accorsi di aspettare un bimbo e fu una gran sorpresa, così ringraziai con gioia il Signore per l’inaspettato dono. Dopo pochi mesi, a seguito di controlli, il mio medico di fiducia mi disse che quasi sicuramente il bimbo era affetto da gravissime patologie 
invalidanti. Sconvolta come si può ben immaginare, decisi di rivolgermi ad un altro medico per sentire un diverso parere sul caso ma ebbi la stessa sentenza di condanna oltre il consiglio di abortire subito, prima che fosse troppo tardi. Così girai di medico in medico per sentirmi dire ciò che il mio cuore desiderava e cioè che il mio bimbo fosse sano, ma invano. Nonostante ciò la mia fede non vacillò di un millimetro. In preda alla disperazione mi inginocchiai davanti al Santissimo e lo pregai ardentemente tutti i giorni fino al parto. Rifiutai anche l’amniocentesi dicendo al medico:» non é mio diritto e di nessun altro indagare sullo stato di salute di un figlio del Signore, solo Lui deve sapere. Sia fatta solo la Sua volontà, io l’accetterò.». E il Signore ha avuto pietà di noi, il bimbo é nato perfettamente sano e bellissimo, una forza della natura! Vorrei dire a tante madri di confidare in Dio, in Gesù, in Maria, nei Santi e di non ascoltare medici 
che consigliano l’aborto in nessun caso!
Grazie per l’attenzione, un saluto cordiale.
(Testimonianza vera ricevuta da me d. Tullio Rotondo e pubblicata con il consenso scritto della persona, che l’ha fatta per la più grande gloria di Dio).

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Mons. Luigi Negri


   

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