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(es. Mt 28,120):
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Don Tullio

Don Tullio

Don Tullio è un sacerdote di Santa Romana Chiesa, Dottore in teologia morale e laurea in giurisprudenza.

PADRE BOULAD, GESUITA, ACCUSA L’ISLAM, I MEDIA ETC. …  E ANCHE CERTI UOMINI DI CHIESA PER LE LORO PAROLE SULLISLAM

«Io accuso l’islam di essere la causa dell’attuale barbarie e di tutti gli atti di violenza commessi in nome della fede islamica.

 
Non accuso i musulmani, che per lo più sono persone pacifiche, amabili e amichevoli, ma l’islam in quanto ideologia politica. Tra i fedeli musulmani – nostri fratelli umani – ho innumerevoli amici, fedeli e irreprensibili, che auspicano essi stessi un islam umanista e pacificato. Molti musulmani – come pure ex-musulmani – non sono responsabili di questa barbarie in nome di Dio. Non sono quindi queste persone coloro che sto accusando… ma l’islam in quanto tale.
 
E non accuso nemmeno i terroristi né il terrorismo. E neppure unicamente i Fratelli Musulmani o la nebulosa di gruppuscoli gravitanti attorno a questa confraternita jihadista e violenta. Come pure non accuso né l’islamismo né l’islam politico e radicale.
 
Accuso semplicemente l’islam, che, per sua natura, è al contempo politico e radicale.
 
Come già scrissi oltre venticinque anni fa, l’islamismo è l’islam senza veli, in tutta la sua logica e il suo rigore. È presente nell’islam come il pulcino nell’uovo, il frutto nel fiore, l’albero nel seme. Esso è portatore di un progetto di società volto a stabilire un califfato mondiale, fondato sulla sharia, unica legge legittima, poiché divina. Si tratta di un progetto universale e globalizzante: totale, totalizzante e totalitario.
 
L’islam è contemporaneamente religione, stato e società: din wa-dawla. Ed è infatti così che è sempre stato, sin dalle sue origini più remote.
 
Con il passaggio da Mecca a Medina (l’Egira), l’islam passò dallo status di religione a quello di stato teocratico. Questo fu anche il momento in cui Muhammad cessò di essere un semplice capo religioso per divenire comandante militare, governante e leader politico. Religione e politica divennero così legate indissolubilmente: “L’islam è politica o nulla” (Imam Rouhollah Khomeini).
 
Accuso di deliberata menzogna coloro che pretendono che le atrocità commesse da musulmani «non abbiano nulla a che spartire con l’Islam». È infatti proprio in nome del Corano e delle sue precise ingiunzioni che questi crimini vengono perpetrati. Il solo fatto che l’appello alla preghiera e l’incitazione all’uccisione degli infedeli siano preceduti dal medesimo grido “Allah-u-akbar” (Dio è il più grande) è altamente significativo.
 
Accuso i sapienti dell’islam del decimo secolo di avere promulgato decreti – divenuti ormai irreversibili – che hanno condotto l’islam nelle secche odierne.
 
Il primo di questi decreti – quello «dell’abrogante e dell’abrogato» – consiste nel dare priorità ai versetti medinesi, latori di violenza e intolleranza, a detrimento dei versetti meccani, invitanti alla pace e alla concordia.
 
Al fine di rendere irreversibile tale disposizione, vennero promulgati altri due decreti: quello di dichiarare il Corano «parola increata di Allah», e dunque immutabile, e quello di interdire ogni ulteriore sforzo interpretativo, dichiarando «definitivamente chiusa la porta dell’ijtihad (sforzo di riflessione)». La sacralizzazione di queste decisioni ha fossilizzato il pensiero islamico e contribuito a mantenere i Paesi islamici in uno stato di stagnante arretratezza cronicizzata.
 
Accuso l’islam di essersi arenato in un dogmatismo, da cui non riesce a uscire: auto-imprigionatosi nella trappola del rancore, accusa l’intera umanità delle proprie sconfitte, in un’opera di vittimizzazione e auto giustificazione.
 
Accuso al-Azhar, in teoria incarnazione dell’islam moderato, di alimentare uno spirito di odio, fanatico e intollerante, presso i milioni di studenti e imam provenienti dal mondo intero per formarsi presso le sue istituzioni. Al-Azhar così è divenuta una della principali fonti del terrorismo nel pianeta.
 
Accuso al-Azhar per il rifiuto sistematico di riformare i suoi programmi e i suoi manuali scolastici e universitari. Nonostante le reiterate richieste del Presidente egiziano al-Sisi di purgare tutti i testi incitanti all’odio, alla violenza e alla discriminazione, nulla ancora è stato realizzato.
 
Accuso al-Azhar per il suo rifiuto di condannare lo Stato Islamico (Daesh) e l’islamismo salafita/wahhabita, prova di una reale prossimità con il terrorismo.
 
Accuso il Grande Imam di al-Azhar, lo sheikh Ahmad al-Tayyeb, nonostante molti anni di studi a Parigi e una tesi dottorale sostenuta alla Sorbonne, di persistere nel conformarsi alle correnti oscurantiste e retrograde, mentre da parte sua ci si attendeva la promozione di un pensiero innovatore in seno a questa istituzione venerabile. Al contrario, egli ha ristabilito testi incitanti alla violenza e all’intolleranza nei testi scolastici e universitari delle istituzioni legate ad al-Azhar, malgrado alcuni fossero stati già scartati dal suo predecessore, lo sheikh Muhammad Tantawi.
 
Accuso al-Azhar di non ricorrere ai «nuovi pensatori islamici» di Oriente e di Occidente, al fine di intraprendere con loro una profonda riforma dell’islam.
 
Accuso le grandi Nazioni occidentali che, pretendendo di difendere i valori di libertà, democrazia e inerenti ai diritti dell’essere umano, collaborano invece attivamente con un islam fondamentalista per gretti interessi economici e finanziari.
 
Accuso l’Occidente di aver inventato con gli islamisti il mendace concetto di «islamofobia» per tacitare ogni critica in relazione all’islam.
 
Accuso non poche dirigenze europee di cedere alle rivendicazioni liberticide di un islam di ora in ora più aggressivo e con sempre maggiori pretese, il cui scopo chiaramente proclamato è la pura e semplice conquista dell’Occidente. Queste stesse dirigenze tradiscono così i loro popoli e svendono il loro patrimonio storico. In nome di un’ideologia multiculturalista, di un universalismo selvaggio e di aperture senza limite alcuno, costoro contribuiscono alla rovina di un grandioso lascito di civiltà e cultura.
 
Accuso il lassismo di una certa sinistra liberale, incapace in Francia di imporre le leggi della Repubblica a una minoranza che avversa ogni tentativo di integrazione. Le dirigenze, asservite per interessi elettorali a banlieues pronte a esplodere, hanno preso parte al degrado sociale dei «quartieri perduti della Repubblica», il che equivale alla capitolazione dello Stato.
 
Accuso la Chiesa Cattolica di portare avanti con l’Islam un «dialogo» fondato su compiacenza, compromessi e doppiezza. Dopo oltre mezzo secolo di iniziative unilaterali, siffatto monologo è oggi a un punto morto. Cedendo al «politicamente corretto», e con il pretesto di non offendere l’interlocutore musulmano in nome della «convivenza», si fa ben attenzione a evitare le questioni spinose e vitali. Ogni dialogo verace inizia con la verità.
 
Accuso i principali media di manipolazione e di falsità, offrendo una lettura distorta del reale, fornendo cifre tendenziose, statistiche falsate e «sondaggi» truccati. Questa sistematica disinformazione calpesta la deontologia e l’etica più elementari per gli interessi di grandi gruppi finanziari che li sovvenzionano, dettando le linee editoriali.
 
Anziché indignarsi per gli atti di terrorismo, sempre più frequenti, è giunta l’ora di fronteggiare la «reale» realtà, osando ricorrere alla parola giusta.
 
È giunta l’ora di riconsiderare il problema posto dall’islam senza tergiversare, senza paura e senza indulgenza. Il politichese e il relativismo conducono solo al peggio. Gli Stati occidentali hanno l’obbligo morale e legale di preservare la loro integrità territoriale, il loro stile di vita, la loro cultura e i loro valori in relazione a un islam bellicoso e dichiaratamente ostile alla civiltà occidentale.
 
I musulmani che non si riconoscono in questo deflagrare di odio e di violenza si confrontino con acribia, senza infingimenti e pregiudizi, con loro stessi, con i loro testi fondativi, con la loro storia, come pure con la loro odierna, tragica situazione nel mondo. Piuttosto di promuovere un dialogo tra cristianesimo e islam, o tra islam e Occidente, urge la promozione di riforme e dialogo intra-islamici. Che i musulmani possano riconoscere che il loro problema è endogeno, avendo il coraggio di affrontarlo in piena lucidità e umiltà, cessando di mettere la testa sotto la sabbia.
 
È giunto il tempo di superare le etichette di sinistra e destra, progressista e conservatore, socialista e democratico, repubblicano e liberale, di giudeo-cristiano e musulmano, al fine di trovare tra tutti gli esseri umani una base comune di valori e principi. Ora, personalmente non riconosco una base simile se non nella Carta Universale dei Diritti dell’Uomo, promulgata dall’ONU nel 1948, che tutti i Paesi arabi e musulmani hanno rifiutato di sottoscrivere nella sua interezza.
 
È giunto il tempo di porre l’Essere Umano al centro della discussione, in una comune ricerca della verità. Poiché «la verità e l’amicizia ci sono ugualmente care, è sacro dovere tuttavia accordare la preferenza alla verità» (Aristotele, Etica Nicomachea, I, 4, 1096 a 13).
 
Unicamente un vero confronto con il reale permetterà che «amore e verità si incontrino di nuovo… che giustizia e pace si abbraccino» (Salmo 85, 11).»
Traduzione tratta da 
https://www.magdicristianoallam.it/blogs/verita-e-libeta/padre-henri-boulad—io-accuso-l%E2%80%99islam-di-essere-la-causa-del-terrorismo-e-accuso-la-chiesa-di-essersi-arresa-all%E2%80%99islam.html
 Fonte del testo originale ww.dreuz.info/2017/05/04/pere-henri-boulad-jaccuse-lislam/ 
Traduco con Google Translate questo interessante articolo di Edward Pentin apparso sul National Catholic Register, http://www.ncregister.com/blog/edward-pentin/jesuit-scholar-seeking-to-defend-islam-at-all-costs-is-betraying-the-truth
Studioso gesuita: cercare di difendere l'Islam a tutti i costi sta tradendo la verità. In un'intervista al National Catholic Register , il gesuita greco melkita egiziano Padre Henri Boulad spiega perché crede che i terroristi islamici stiano applicando ciò che la loro religione insegna loro, e perché la Chiesa non riesce a rispondere perché è caduta preda di un'ideologia di sinistra che sta distruggendo l'Occidente .
Edward Pentin
La Chiesa non dovrebbe difendere l'Islam "a tutti i costi" e cercare di "scagionarlo dagli orrori commessi ogni giorno nel suo nome" altrimenti "si finisce per tradire la verità", ha affermato un importante studioso gesuita sull'Islam. Il gesuita melkita greco Padre Henri Boulad crede che quando si tratta di affrontare l'Islam, la Chiesa cattolica abbia ceduto a una "ideologia della sinistra liberale che sta distruggendo l'Occidente" basata sul pretesto di "apertura, tolleranza e carità cristiana". In un'intervista del 10 giugno al Register, padre Boulad rivela di aver condiviso questi sentimenti con Papa Francesco in una lettera che gli ha scritto lo scorso agosto, dicendogli che molti pensano che le opinioni del Papa sull'islam siano "allineate con questa ideologia, e che , dal compiacimento, vai dalle concessioni alle concessioni e dai compromessi nei compromessi, a scapito della verità. " "I cristiani", scrisse, "si aspettano qualcosa da te e non dichiarazioni vaghe e innocue che possono oscurare la realtà". Alcuni hanno detto che il Papa ha preso una linea diplomatica, ma leggermente più ferma, sull'Islam quando ha dato un discorso all'università Al Azhar al Cairo alla fine di aprile. Padre Boulad, 85 anni, egiziano e parente dello studioso gesuita sull'Islam, padre Samir Khalil Samir, discute anche in questa intervista perché crede che gli islamisti stiano semplicemente portando avanti ciò che insegna la loro religione, se l'Islam sia capace di riformare e come, nonostante i suoi problemi, la religione può aiutare la Chiesa a fungere da baluardo contro l'ideologia secolarista. Padre Boulad, quali prove ci sono per dimostrare che l'Islam è intrinsecamente violento? “Qui ci sono chiare dichiarazioni del Corano stesso: "Uccidi i miscredenti ovunque li trovi." Corano 2: 191 "Fai la guerra agli infedeli che vivono nel tuo vicinato". Corano 9: 123 "Quando sorge l'opportunità, uccidi gli infedeli ovunque li catturi". Corano 9: 5 "Qualsiasi religione diversa dall'Islam non è accettabile". Corano 3:85 "Gli ebrei e i cristiani sono pervertiti, combatterli" ... Corano 9:30 "Mutila e crocifiggi gli infedeli se criticano l'Islam" Corano 5:33 "Punisci i miscredenti con indumenti di fuoco, bacchette di ferro uncinate, acqua bollente, sciogli la loro pelle e pance". Corano 22:19 "I miscredenti sono stupidi, esorta i musulmani a combatterli". Corano 8:65 "I musulmani non devono prendere gli infedeli come amici". Corano 3:28 "Terrorizza e decapita coloro che credono nelle Scritture diverse dal Corano". Corano 8:12 "I musulmani devono radunare tutte le armi per terrorizzare gli infedeli". Corano 8:60 A questi si aggiungono alcuni esempi degli insegnamenti e della vita di Maometto. Ecco alcune citazioni tratte da fonti musulmane: - "Mi è stato comandato di combattere contro la gente finché non testimoniano che non c'è dio all'infuori di Allah e che Muhammad è il messaggero di Allah" (Musulmano 1:33) - "Combattere tutti sulla via di Allah e uccidere coloro che non credono in Allah". (Ibn Ishaq 992). La vita di Maometto era un susseguirsi di guerre, saccheggi e uccisioni ... e ogni musulmano è invitato a imitare questo "modello" supremo. - Muhammad possedeva e commerciava schiavi - (Sahih Muslim 3901), e ordinò ai suoi seguaci di lapidare le donne per adulterio. - (4206 musulmani) - Egli stesso decapitò 800 uomini e ragazzi ebrei, (Abu Dawud 4390) ordinò l'omicidio di donne (Ibn Ishaq 819, 995) e uccise quelli che lo insultarono. - (Bukhari 56: 369, 4: 241) - Secondo lui, la Jihad sulla via di Allah eleva la posizione in Paradiso di un centinaio di volte. - (Muslim 4645) - Negli ultimi dieci anni, ha ordinato 65 campagne militari e incursioni. - (Ibn Ishaq) e uccisi prigionieri presi in battaglia. - (Ibn Ishaq 451) - Ha incoraggiato i suoi uomini a stuprare le donne schiavizzate, (Abu Dawood 2150, Corano 4:24), ha messo a morte gli apostati, saccheggiato e sopravvissuto alla ricchezza di altri, catturati e ridotti in schiavitù ai non musulmani. - Dopo la morte di Maometto, i suoi seguaci hanno attaccato e conquistato le popolazioni di 28 paesi e dichiarato guerra santa al popolo delle cinque principali religioni del mondo Esempi dalla storia islamica: - Nei primi 240 anni, 11 dei primi 32 califfi furono assassinati da altri musulmani. - I religiosi musulmani hanno sempre praticato o giustificato il terrorismo per tutta la storia e fino ad ora. - Assistiamo quotidianamente a violenze religiose contro indù, ebrei, buddisti, musulmani, cristiani. I convertiti al cristianesimo vengono decapitati. - Le vittime del traffico di schiavi fatto dagli arabi nel corso di quasi dieci secoli ammontano a decine di milioni di persone. - Ogni anno, migliaia di case e chiese cristiane vengono incendiate o bombardate da folle musulmane e centinaia di cristiani, preti, pastori, suore e altri operatori ecclesiastici vengono uccisi per mano di estremisti islamici. La cosiddetta giustificazione varia, dalle accuse di apostasia o di evangelizzazione, a presunta "blasfemia" o "insultante" Islam. Le persone innocenti sono persino state uccise a morte da devoti musulmani sui cartoni animati. L'Islam è una dichiarazione aperta di guerra contro i non musulmani.” Gli estremisti sono semplicemente fedeli a un Islam autentico secondo te? “Chiaramente SÌ. Gli estremisti stanno semplicemente applicando ciò che la loro religione insegna loro a fare.” Il papa e il Vaticano dovrebbero abbandonare ciò che alcuni ritengono politicamente corretto e affrontare l'Islam per ciò che gli studiosi e gli altri credono che sia davvero? “Ovviamente. Per illustrare il mio punto di vista, cito qui alcuni estratti della mia lettera personale a Papa Francesco indirizzata a lui lo scorso agosto: "Mi sembra che - con la scusa dell'apertura, della tolleranza e della carità cristiana - la Chiesa cattolica sia caduta nella trappola dell'ideologia della sinistra liberale che sta distruggendo l'Occidente. Qualunque cosa che non sposasse questa ideologia è immediatamente stigmatizzata in nome della "correttezza politica". Molti pensano che un certo numero di tue posizioni siano allineate con questa ideologia e che, dalla compiacenza, tu passi dalle concessioni alle concessioni e dai compromessi ai compromessi a scapito della verità. " "L'Occidente è in una debacle etica e morale, sia religiosa che spirituale. E non è relativizzando la realtà dolorosa che queste società saranno aiutate a emergere dal loro disordine. Difendendo a tutti i costi l'Islam e cercando di scagionarlo dagli orrori commessi ogni giorno nel suo nome, si finisce per tradire la verità ". "Gesù ci ha detto, 'la Verità ti renderà libero.' È perché ha rifiutato qualsiasi compromesso su questo punto che sapeva cosa lo aspettava. Seguendolo, innumerevoli cristiani preferirono il martirio al compromesso, in Egitto e altrove fino ad oggi. " "Nell'estrema fragilità dei cristiani - sia in Occidente che in Oriente – essi si aspettano da te qualcosa di diverso da dichiarazioni vaghe e innocue che possono oscurare la realtà. Il tuo predecessore, Papa Benedetto XVI, ha avuto il coraggio di assumere una posizione chiara e inequivocabile. Il suo atteggiamento ha sollevato molti scudi e gli è valso molti nemici. Ma uno scontro franco non è più salutare di un dialogo basato sul compromesso? Quando i gerarchi ebrei chiesero agli apostoli di smettere di annunciare il Vangelo, risposero: "Quanto a noi, non possiamo proclamare ciò che abbiamo visto e udito ..." (Atti 4:20). "È ora di uscire da un silenzio vergognoso e imbarazzato di fronte a questo islamismo che attacca l'Occidente e il resto del mondo. Un atteggiamento sistematicamente conciliante è interpretato dalla maggioranza dei musulmani come un segno di paura e debolezza. Se Gesù ci ha detto: Beati gli operatori di pace, non ci ha detto: Beati i pacifisti. La pace è pace ad ogni costo, ad ogni costo. Tale atteggiamento è un puro e semplice tradimento della verità. " Quanto la violenza è più un problema arabo, visto il numero significativamente minore di attacchi violenti, ad esempio in Indonesia, la più grande nazione musulmana del mondo? “Si può dire che gli "arabi" sono naturalmente violenti. Ma lo stesso si potrebbe dire dei barbari che hanno conquistato l'Europa nel passato. Questi invasori sono stati progressivamente "civilizzati" dalla fede cristiana per diventare ciò che sono ora. A mio parere, l'elemento religioso gioca un ruolo essenziale nella formazione di una società. Il fatto che gli "arabi" cristiani siano diversi dagli arabi musulmani è una prova del forte legame tra religione e società.” Esistono possibilità reali e praticabili per la riforma dell'Islam e il dialogo può essere mai efficace? “Tutti i tentativi di riformare l'Islam da parte di musulmani liberali di mentalità aperta hanno fallito tragicamente finora e dubito che un "Islam riformato" rimarrà comunque "l'Islam". Qui ci sono sei tentativi infruttuosi di riformare l'Islam negli ultimi due secoli: 1. Riforma nel XIX secolo: Afghani, Mohamed Abdo, Rashid Reda 2. Il Rinascimento - o Nahda - tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX secolo: Yasji, Girgi Zeidan, Taha Hussein, Salama Moussa, Tewfik el-Hakim ... 3. Il kemalismo e la secolarizzazione dello stato turco - Kemal Atatürk - 1923 4. Il Baath e la sua ideologia panarabica: Michel Aflaq, Bitar, George Habash e l'OLP 5. Nazionalismo egiziano e neutralità dello stato (principio di laicità) - 1919: Saad Zaghloul: "La religione è affare di Dio e lo Stato di tutti". 6. Revoca del decreto sull' abrogante e sull'abrogato. Su istigazione dell'istituzione di El-Azhar, Mahmoud Mohamed Taha fu impiccato a Khartoum il 18.1.1985 per aver voluto dare la preminenza ai versetti del Mekkan su quelli di Medina che incitavano alla guerra, all'odio e all'intolleranza.” La Chiesa si è spesso alleata con i paesi islamici in passato in difesa dei problemi della vita. I paesi islamici possono anche fungere da filtro contro le idee laiciste, impedendo che tendenze come l'ideologia di genere entrino nella loro società. In che modo i punti di forza dell'Islam in queste aree possono essere meglio promossi nonostante le associazioni con la violenza? “Su tali questioni etiche, e altre, la Chiesa dovrebbe allearsi con i musulmani per combattere contro qualsiasi degrado e degradare l'essere umano. Questo è un terreno fertile per la comprensione tra le due religioni. Può anche aprire la strada a noi per denunciare tutto ciò che è moralmente inaccettabile nell'insegnamento islamico.”

È lo Spirito Santo il responsabile dell’elezione del Papa?

Il card. Ratzinger rispose:

«Non direi così, nel senso che sia lo Spirito Santo a sceglierlo. Direi che lo Spirito Santo non prende esattamente il controllo della questione, ma piuttosto da quel buon educatore che è, ci lascia molto spazio, molta libertà, senza pienamente abbandonarci. Così che il ruolo dello Spirito dovrebbe essere inteso in un senso molto più elastico, non che egli detti il candidato per il quale uno debba votare. Probabilmente l’unica sicurezza che egli offre è che la cosa non possa essere totalmente rovinata. Ci sono troppi esempi di Papi che evidentemente lo Spirito Santo non avrebbe scelto».

https://www.tempi.it/e-lo-spirito-santo-che-elegge-il-papa-ecco-come-rispose-con-una-certa-ironia-lallora-cardinale-ratzinger#.WtnPUYhuZPY

Mi permetto di sviluppare una profonda riflessione su questo tema seguendo s. Tommaso, in cui ritengo di dimostrare che Dio, quindi tutta la Trinità è «responsabile» , è causa della scelta del Papa, cioè Dio sceglie il Papa. 

Anzitutto faccio notare che, come dice il Catechismo al n. 206 “… la realtà di Dio, è infinitamente al di sopra di tutto ciò che possiamo comprendere o dire” per questo quando parlerò di Dio e delle sue azioni metterò tra parentesi infinitamente super per far capire che Dio e quindi il suo operare superare infinitamente ciò che possiamo dire o pensare di Lui. Poi affermo che il Papa è scelto da ( infinitamente super) Dio attraverso il Conclave o altre procedure, ma è scelto da ( infinitamente super) Dio infatti ( infinitamente super) Dio opera in ogni operante, spiega s. Tommaso (S. Th. I q. 105 a.1) e ( infinitamente super) opera anche attraverso il Conclave, o altre procedure di scelta usate nel passato, ( infinitamente super) scegliendo il Papa …S. Tommaso afferma ancora “In ogni serie di cause agenti ordinate tra loro, è sempre necessario che le cause successive agiscano in virtù della prima: nel mondo fisico, p. es., i corpiinferiori agiscono in virtù dei corpi celesti; e nel campo delle attività volontarie, tutti gli artigiani inferiori agiscono sotto il comando del capomastro principale. Ora, nell’ordine delle cause agenti, la prima causa è Dio, come abbiamo visto nelPrimo Libro [c. 13]. Perciò tutte le cause agenti inferiori agiscono sotto il suo influsso. Ma causa di una data azione è più il soggetto per la cui virtù e influsso si compie l’azione, che quello il quale la compie: come l’agente principale è più dello strumento. Dunque Dio è causa di ogni azione in modo più preminente delle cause seconde.” ( Somma contro i Gentili l. III c. LXVII, edizione Utet, Prima edizione eBook: Marzo 2013) Se dunque Dio è causa di ogni azione in modo piu» preminente delle cause seconde, Egli è causa dell’elezione del Papa in modo straordinariamente preminente perché la Chiesa è stata creata e voluta in modo particolarissimo da Dio per la salvezza degli uomini e quindi ha una importanza straordinaria e in essa ha una straordinaria importanza il Papa, inoltre l’elezione del papa avviene in clima di preghiera ed ad opera di uomini scelti da Dio attraverso consacrazioni e preghiere. La Chiesa appartiene a ( infinitamente super) Dio e Lui la ( infinitamente super) guida soprattutto attraverso i Papi, dunque appare evidente che è ( infinitamente super) Dio a scegliere il Papa, ma secondo la ( infinitamente super) sapienza di ( infinitamente super) Dio non secondo la nostra sapienza … La scelta del Papa si fa normalmente in preghiera, invocando la Luce di ( infinitamente super) Dio … che appunto ( infinitamente super) interviene e ( infinitamente super) sceglie. I cardinali elettori sono persone ( infinitamente super) scelte da ( infinitamente super) Dio normalmente attraverso consacrazioni e preghiere… ma ciò non vuole dire che siano perfette … e i cardinali eleggono il Papa pregando e ( infinitamente super) Dio ( infinitamente super) risponde ma ciò non vuol dire che il Papa sarà perfettissimo …Dunque è ( infinitamente super ) Dio a scegliere il Papa …. ma secondo la ( infinitamente super) sapienza di ( infinitamente super) Dio non secondo la nostra sapienza … Dio dunque sceglie il Papa ( infinitamente super) donandogli tutto quello che occorre per essere un santo e sapiente Papa, se il Papa sbaglia o pecca l’errore non è di ( infinitamente super) Dio ma del Papa; Gesù scelse Giuda e sapeva benissimo cosa avrebbe fatto con il suo libero arbitrio ma il male di Giuda è di Giuda e non di ( infinitamente super) Dio … e nonostante tutto, Gesù lo ha scelto … ( infinitamente super) Dio sceglie i Papi e sa benissimo cosa faranno con il loro libero arbitrio ma il loro male è loro e non di ( infinitamente super) Dio … ( infinitamente super) Dio permette il male e non lo vuole e lo permette per un maggior bene ! S. Tommaso spiega “Il male è l’opposto del bene. Ma l’essenza del bene consiste nella perfezione. Dunque l’essenza del male consiste nell’imperfezione. Ma in Dio, che è universalmente perfetto, come sopra abbiamo visto [c. 28], non può esserci difetto o imperfezione. Dunque in Dio non può esserci il male. 5. Una cosa è perfetta in quanto è in atto. Perciò essa sarà imperfetta in quanto è priva di attualità. Quindi il male o è privazione, o include privazione.

Ma il soggetto della privazione è in potenza. Questa però non può trovarsi in Dio. Quindi in lui non può trovarsi il male.” (Somma contro i Gentili l. I c. XXXIX, Utet, Prima edizione eBook: Marzo 2013) Lo stesso s. Dottore precisa “Come abbiamo già dimostrato [c. 41], Dio è il sommo bene. Ma il sommo bene è del tutto incompatibile col male: come un calore sommo è incompatibile col freddo. Dunque la volontà divina non può piegarsi al male. 4. Avendo il bene natura di fine, è impossibile che il male possa attrarre la volontà, se non perché questa si allontana dal fine. Ma la volontà di Dio non può allontanarsi dal fine; perché egli non può volere qualcosa, se non volendo se stesso, come abbiamo dimostrato [cc. 74 ss.]. Perciò Dio non può volere il male. È quindi evidente che in lui il libero arbitrio è reso per natura stabile nel bene. Ciò è affermato inoltre dalla Scrittura: «Dio è fedele e immune da ogni iniquità» (Deut., XXXII, 4); «Gli occhi tuoi sono mondi, o Signore, e non puoi volgerti all’iniquità» (Abac., I, 13).” (Somma contro i Gentili l. I c. XCV, Utet, Prima edizione eBook: Marzo 2013Nella Somma Teologica, poi, s. Tommaso precisa ulteriormente “ Se il sommo bene, che è Dio, sia causa del male Pare che il sommo bene, che è Dio, sia causa del male. Infatti: 1. Si legge in Isaia [45, 6 s.]: «Io sono il Signore e non vi è alcun altro. Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura». E in Amos [3, 6]: «Avviene forse nella città una sventura che non sia causata dal Signore?» 2. L‘effetto della causa seconda si riporta alla causa prima. Ma il bene, come si è detto [a. 1], è causa del male. Essendo quindi Dio la causa di ogni bene, come sopra abbiamo dimostrato [q. 2, a. 3; q. 6, aa. 1, 4], ne segue pure che da Dio deriva ogni male. 3. Come dice Aristotele [Phys. 2, 3], è identica la causa della salvezza e della perdita della nave. Ma Dio è causa della salvezza di tutte le cose. Quindi egli è anche la causa di ogni rovina e di ogni male. In contrario: S. Agostino [Lib. LXXXIII quaest. 21] afferma che Dio «non è autore del male, poiché non è causa del tendere verso il non essere». Dimostrazione: Come abbiamo già visto [a. 1], il male che consiste in una deficienza dell‘azione è sempre causato da un difetto dell‘agente. Ora, in Dio non c‘è difetto alcuno, ma somma perfezione, come sopra [q. 4, a. 1] si è dimostrato. Quindi il male consistente in una deficienza dell‘azione, o causato da un difetto dell‘agente, non può essere riportato a Dio come a sua causa. Il male invece che consiste nella corruzione o distruzione di qualcosa si riallaccia alla causalità di Dio. E ciò è evidente sia negli esseri naturali che in quelli dotati di volontà. Infatti abbiamo detto [a. 1] che un agente, in quanto produce con la sua efficacia una forma alla quale consegue una corruzione o una privazione, produce quella corruzione o quella privazione con la sua virtù. Ora, è evidente che la forma voluta da Dio nelle realtà create è il bene, consistente nell‘ordine dell‘universo. E l‘ordine dell‘universo richiede, come si è spiegato sopra [q. 22, a. 2, ad 2; q. 48, a. 2], che esistano degli esseri che possono venir meno, e che via via vengono meno. E così Dio, quando causa nelle cose quel bene che è l‘ordine dell‘universo, per concomitanza e indirettamente [quasi per accidens] causa la corruzione delle cose, secondo l‘espressione della Scrittura [1 Sam 2, 6]: «Il Signore fa morire e fa vivere» Mentre l‘altro passo [Sap 1, 13]: «Dio non ha creato la morte», va spiegato: «come cosa direttamente voluta». — Ora, all‘ordine dell‘universo appartiene anche l‘ordine della giustizia, il quale richiede che venga inflitta la punizione ai peccatori. E per questo motivo Dio è l‘autore di quel male che è la pena; non però di quel male che è la colpa, per la ragione detta sopra [nel corpo; cf. q. 48, a. 6]. Analisi delle obiezioni: 1. In quei testi si parla del male della pena, non del male della colpa. 2. L‘effetto della causa seconda difettosa si riporta alla causa prima indefettibile per quanto esso ha di entità e di perfezione, ma non per ciò che ha di difettoso. Come, p. es., quanto c‘è di movimento nello zoppicare viene causato dalla potenza motrice, ma ciò che vi è di anormale non deriva dalla potenza motrice, bensì dalla stortura della gamba. E così quanto vi è di entità e di efficacia nell‘azione cattiva si riporta alla causalità di Dio, ma quanto vi si trova di manchevole non è causato da Dio, bensì dalla causa seconda che è difettosa. 3. L‘affondamento della nave è attribuito all‘influsso del pilota per il fatto che egli non compie ciò che è richiesto per la salvezza della nave stessa. Ma Dio non cessa di compiere ciò che è necessario per la salvezza. Quindi il paragone non regge.” ( S. Th. I, q. 49,a.2 , edizione disponibile on-line, traduzione di p. Centi, http://apologetica-cattolica.net/component/k2/tag/Somma%20Teologica.html Per vedere più in profondità il pensiero del s. Dottore su questo tema si vedano anche le seguenti opere Supra, q. 48, a. 6; In 2 Sent., d. 32, q. 2, a. 1; d. 34, q. 1, a. 3; d. 37, q. 3, a. 1; C. G., II, c. 41; III, c. 71; De Malo, q. 1, a. 5; Comp. Theol., c. 141; In Ioan., c. 9, lect. 1; In Rom., c. 1, lect. 7)

Nella linea di quanto detto finora vanno le parole della Liturgia  infatti in questa preghiera che tutta la Chiesa eleva a Dio il venerdì santo , durante la Liturgia della Passione si afferma:  II. Per il papa.  Preghiamo il Signore per il nostro santo padre il papa N.: il Signore Dio nostro, che lo ha scelto nell’ordine episcopale, gli conceda vita e salute e lo conservi alla sua santa Chiesa, come guida e pastore del popolo santo di Dio. (Orémus et pro beatíssimo Papa nostro N., ut Deus et Dóminus noster, qui elégit eum in órdine episcopátus, salvum atque incólumem custódiat Ecclésiæ suæ sanctæ, ad regéndum pópulum sanctum Dei.) Dio onnipotente ed eterno, sapienza che reggi l’universo, ascolta la tua famiglia in preghiera, e custodisci con la tua bontà il papa che tu hai scelto per noi, perché il popolo cristiano, da te affidato alla sua guida pastorale, progredisca sempre nella fede. Per Cristo nostro Signore.(Omnípotens sempitérne Deus, cuius iudício univérsa fundántur, réspice propítius ad preces nostras, et eléctum nobis Antístitem tua pietáte consérva, ut christiána plebs, quæ te gubernátur auctóre, sub ipso Pontífice, fídei suæ méritis augeátur. Per Christum Dóminum nostrum. R. Amen.)

Tra le ss. Messe per varie necessità vi è la s. Messa per il Papa , ecco qui di seguito qualche preghiera che fa parte di tale Liturgia e che indica come è Dio che dona alla Chiesa il Papa : « O Dio, che nel disegno della tua sapienza hai edificato la tua Chiesa sulla roccia di Pietro, capo del collegio apostolico, guarda e sostieni il nostro papa N.: tu che lo hai scelto come successore di Pietro, fa’ che sia per il tuo popolo principio e fondamento visibile dell’unità della fede e della comunione nella carità. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Oppure: O Dio, pastore e guida di tutti i credenti, guarda il tuo servo N., che hai posto a presiedere la tua Chiesa; sostienilo con il tuo amore, perché edifichi con la parola e con l’esempio il popolo che gli hai affidato, e insieme giungano alla vita eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Oppure: O Dio, che nella serie dei successori di Pietro hai scelto il tuo servo N. come vicario di Cristo sulla terra e pastore di tutto il gregge, fa’ che egli confermi i fratelli, e tutta la Chiesa sia in comunione con lui nel vincolo dell’unità, dell’amore e della pace, perché tutti gli uomini ricevano da te, pastore e vescovo delle anime, la verità e la vita eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Preghiera sulle offerte Accogli, o Padre, i nostri doni per il sacrificio eucaristico, e con la tua protezione custodisci la santa Chiesa in unione con il papa N., che le hai dato come pastore. Per Cristo nostro Signore.

( Infinitamente super) Dio quindi ( infinitamente super) ha scelto e sceglie i Papi attraverso i vari metodi fissati per la loro elezione, ma ( infinitamente super) Dio non è causa del male che i Papi hanno commesso, commettono e commetteranno.

Don Tullio Rotondo

S. Rosario: 4 corone, di cinque misteri l'una, di misteri dolorosi.

Vi offriamo la Passione di Cristo divisa in 20 misteri per poterla meditare a fondo, vi consigliamo di meditare ogni Mistero come meditate i misteri del s. Rosario e con le preghiere che usate fare per il s. Rosario, in questo modo voi potreste dire 4 corone di s. Rosario meditando solo ma molto profondamente  sulla Passione di Cristo. Buona preghiera.

1° Mistero: Gesù entra nel Getsemani

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

1Dopo aver detto queste cose, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. 2Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. 3Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi.

2° Mistero: Gesù catturato nel Getsemani

 

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18 4Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». 5Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. 6Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. 7Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». 8Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», 9perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». 10Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?». 12Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù lo legarono 13

3° Mistero: Gesù condotto da Anna

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18 Condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. 14Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo».

4° Mistero: Pietro tradisce Gesù la prima volta

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

15Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. 16Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. 17E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». 18Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.

5° Mistero: Gesù interrogato dal sommo sacerdote

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18 19Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. 20Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. 21Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». 22Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». 23Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». 24Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.

6° Mistero: Pietro tradisce Gesù altre 2 volte

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

25Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». 26Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». 27Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

7° Mistero: Gesù è condotto nel pretorio

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

28Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. 29Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?». 30Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». 31Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». 32Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.

8° Mistero: Dialogo tra Gesù e Pilato

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

33Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». 34Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». 35Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». 36Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 37Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». 38Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».

9° Mistero: Pilato afferma l’innocenza di Cristo ma i Giudei chiedono che sia rilasciato Barabba e non Gesù.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. 39Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». 40Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.

10° Mistero: La flagellazione di Cristo

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

1Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare.

11° Mistero: Gesù è coronato di spine

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

2E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. 3Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.

12° Mistero: Pilato parla alla folla dei giudei affermando l’innocenza di Cristo

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

4Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». 5Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».

13° Mistero: Risposta dei Giudei a Pilato per far condannare Gesù.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

6Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa». 7Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».

14° Mistero: Pilato parla con Cristo e cerca di liberarlo ma i giudei gli si oppongono.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19 8All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura. 9Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. 10Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». 11Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».

12Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». 13Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. 14Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». 15Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare».

15° Mistero: Pilato consegna Gesù per la crocifissione e Gesù si avvia verso il Calvario.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

16Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Essi presero Gesù 17ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, 18

16° Mistero: Crocifissione di Cristo

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

Crocifissero Gesù sul Calvario e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. 19Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». 20Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. 21I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». 22Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».

17° Mistero: I soldati si dividono le vesti di Cristo …

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

23I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. 24Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: Si sono divisi tra loro le mie vesti

e sulla mia tunica hanno gettato la sorte.

E i soldati fecero così.

18° Mistero: La Madonna ai piedi della Croce riceve da Cristo le sue ultime volontà. Gesù affida a Maria la Chiesa.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

25Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. 26Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». 27Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

19° Mistero: La morte di Cristo.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

28Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». 29Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. 30Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

20° Mistero: Transfissione e sepoltura di Cristo

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

31Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. 32Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. 33Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. 35Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. 36Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. 37E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto. 38Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. 39Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe. 40Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. 41Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. 42Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

Preghiamo

Donaci, o Padre, di unirci nella fede alla morte e sepoltura del tuo Figlio per risorgere con lui alla vita nuova. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

« ..conscientia errat nisi per Spiritum Sanctum rectificetur … » . La "coscienza morale soprannaturale" nella dottrina di s. Tommaso d'Aquino.

 

Chiediamo luce e sapienza al Signore.

Preghiera per ottenere la sapienza divina (Sap 9, 16. 911)

Dio dei padri e Signore di misericordia, * che tutto hai creato con la tua parola, che con la tua sapienza hai formato l’uomo, * perché domini sulle creature che tu hai fatto, e governi il mondo con santità e giustizia * e pronunzi giudizi con animo retto, dammi la sapienza, che siede accanto a te in trono * e non mi escludere dal numero dei tuoi figli, perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella, uomo debole e di vita breve, * incapace di comprendere la giustizia e le leggi. Anche il più perfetto tra gli uomini, privo della tua sapienza, sarebbe stimato un nulla. Con te è la sapienza che conosce le tue opere, * che era presente quando creavi il mondo; essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi * e ciò che è conforme ai tuoi decreti. Mandala dai cieli santi, * dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica * e io sappia che cosa ti è gradito. Essa tutto conosce e tutto comprende: mi guiderà con prudenza nelle mie azioni * e mi proteggerà con la sua gloria.

 

 

La coscienza morale e la coscienza morale soprannaturale nella dottrina di s. Tommaso.


 

a) Nozioni più generali sulla coscienza morale nella dottrina tomista1.

 

S. Tommaso parla in vari testi della coscienza morale donandoci una dottrina abbastanza ricca sul tema2. Il termine coscienza per s. Tommaso ha vari significati, a volte può significare la stessa cosa insieme conosciuta, altre volte un abito per cui ci si dispone a conoscere insieme; più precisamente la coscienza secondo s. Tommaso è un atto3 per il quale si applica la scienza ad un certo atto4 particolare :» … conscientia … nominat ipsum actum, qui est applicatio cuiuscumque habitus vel cuiuscumque notitiae ad aliquem actum particularem.«5 … tale applicazione può avvenire in due modi: 1) secondo che si consideri se l’atto fu compiuto 2) secondo che si consideri se l’atto sia retto o meno, s. Tommaso infatti dice :«Applicatur autem aliqua notitia ad aliquem actum dupliciter: uno modo secundum quod consideratur an actus sit vel fuerit: alio modo secundum quod consideratur an actus sit rectus vel non rectus.«6 Il secondo modo di applicazione appena indicato, quello per cui si considera se l’atto sia retto o meno, si può relizzare a sua volta secondo due vie: 1) una per cui, attraverso l’abito della scienza, ci indirizziamo a fare o non fare qualcosa, ed è come la via dell’invenzione, 2) e un» altra per cui, attraverso l’abito della scienza, giudichiamo se sia retto o meno quanto abbiamo già fatto, ed è come la via del giudizio7. In senso più strettamente inerente alla morale la coscienza è, quindi, un atto di giudizio o di invenzione della ragione pratica per il quale si applica la scienza dell’uomo ad un atto concreto «conscientia nihil aliud est quam applicatio scientiae ad aliquem specialem actum «8 per vedere se sia retto o meno9 ; l’atto al quale viene applicata tale scienza può essere, come è evidente da quanto detto, passato o presente o futuro. La coscienza è come dire “scienza con un altro” perché applica la scienza universale ad un atto particolare e anche perché per essa la persona è conscia (appunto “sa con”) di ciò che ha fatto o che intende fare; la coscienza è detta anche sentenza o dettame della ragione10 . La coscienza è una considerazione della ragione per cui l’uomo stabilisce quello che deve fare e quello che deve fuggire11 ma il giudizio di coscienza morale si distingue dal giudizio del libero arbitrio perche“ il giudizio di coscienza consiste nella sola conoscenza mentre il giudizio del libero arbitrio consiste nell’applicazione della conoscenza all’affetto ed è un giudizio di elezione, ossia di scelta12. Precisiamo che riguardo alle cose da scegliere o da fuggire la ragione usa dei sillogismi; nel sillogismo vi è una triplice considerazione secondo tre proposizioni: dalle prime due proposizioni si conclude con la terza; nei sillogismi circa le cose da scegliere o fuggire la maggiore di queste tre proposizioni è offerta dalla sinderesi, la minore è offerta dalla ragione superiore o dalla ragione inferiore, la considerazione della conclusione scelta è l’atto della ragione pratica che è detto coscienza13. L’esempio che s. Tommaso riporta è il seguente: la sinderesi propone questo principio: non si deve fare ciò che è proibito dalla legge di Dio; la ragione superiore porta questo principio: l’unione carnale con questa donna è contro la legge di Dio; la conclusione che è propria della coscienza è la seguente: questa unione carnale va evitata14. La coscienza non è infallibile, essa può sbagliare; un tale errore non è dovuto alla sinderesi ma alla ragione; la ragione superiore perversa dell’eretico, per es., lo porta a credere che mai egli possa giurare e perciò egli stabilisce in coscienza che egli mai faccia giuramento anche a costo di morire (notiamo che per la dottrina cattolica in alcuni casi è possibile giurare, mentre per gli eretici di cui parla s. Tommaso mai è possibile realizzare lecitamente un giuramento); in questa linea il Dottore Angelico distingue la legge naturale che è l’insieme dei principi di diritto, la sinderesi che è l’abito, o la potenza con abito, di tali principi, e la coscienza che, invece, è l’applicazione della legge naturale, per modo di conclusione, ad un qualcosa che deve essere fatto15 o che già è stato fatto. La «sentenza» della coscienza, continua s. Tommaso è applicazione degli abiti operativi della ragione che sono la synderesi, la scienza e la sapienza16; la synderesi perfeziona l’ intelletto pratico, è, infatti, l’abito dei primi principi della ragione pratica17; la sapienza è l’abito che considera le cause altissime e giudica di tutto, essa perfeziona la ragione superiore; la scienza è abito che considera ciò che è ultimo in questo o quel genere di cose, cioè le conclusioni dell’attività di ricerca dell’uomo, più precisamente essa considera i principi speculativi unitamente alle conclusioni cui conducono, essa perfeziona la ragione inferiore; questi tre abiti si applicano alla coscienza morale in modo vario, puo“ difatti agire uno solo di essi o possono agire tutti e tre; comunque, alla luce di essi noi uomini esaminiamo quanto fatto in passato e ci consigliamo sul da farsi in futuro18. Gli abiti che informano la coscienza morale sebbene siano molti hanno tutti efficacia da un solo abito che e“ la sinderesi e siccome l’abito e“ principio dell’atto, a volte il nome di coscienza e“ attribuito alla synderesi; infatti s. Tommaso dice :

Consuetum est enim quod causae et effectus per invicem nominentur”19.

Vale a dire: si è soliti chiamare con lo stesso nome le cause e gli effetti, cioè la sinderesi e la coscienza; il termine di “naturale iudicatorium” con cui viene indicata talvolta la coscienza morale, si riferisce pertanto non precisamente alla coscienza ma all’abito morale fondamentale che e“ la sua causa, cioe“ si riferisce alla synderesi . La synderesi è infallibile:

[…] in anima est aliquid quod est perpetuae rectitudinis, scilicet synderesis: quae quidem non est ratio superior, sed se habet ad rationem superiorem sicut intellectus principiorum ad ratiocinationem de conclusionibus” 20 .

La sinderesi è abito innato nelle nostre menti e scaturente dal lume dell’intelletto agente, è abito dei principi per sé noti come: non si deve fare il male, si deve obbedire ai comandi di Dio etc.; per tali principi, attraverso la synderesi, la ragione pratica è guidata nella sua azione; la ragione pratica, si distingue quindi dalla synderesi in quanto quest’ultima è un’abito mentre la ragione pratica è una potenza; la synderesi è appunto abito della ragion pratica 21.

La sentenza della ragione pratica, cioè la sentenza della coscienza morale, lega chi lo emette: questo, si noti bene, significa che pecca chi non si conforma a sentenza da lui stesso emesso, ma non significa che chi segue tale sentenza non pecca22; la sentenza di coscienza, secondo s.Tommaso, lega anche se il precetto del prelato sia contrario ad essa23, lega puramente e semplicemente se la coscienza e“ retta, lega “secundum quid” se la coscienza e“ erronea24 e lega anche riguardo a materia per se“indifferente25.

Se a qualcuno la coscienza comanda di fare ciò che è contro la Legge di Dio ed egli non agisce secondo tale coscienza, pecca, ma pecca anche se agisce secondo tale coscienza, perché l’ignoranza del diritto non scusa dal peccato a meno che sia invincibile come nel caso di persone malate di certe patologie psichiche, può comunque deporre la sua coscienza e agire secondo la Legge di Dio e così facendo non pecca. 26

Praticamente lo stesso dice s. Tommaso quando parla del caso in cui la coscienza erronea comandi di non fare ciò che comanda il prelato, infatti spiega il s. Dottore che la coscienza non lega se non in forza del precetto divino e quindi comparare il legame della coscienza al legame che è il precetto del prelato non è altro che comparare il legame del precetto divino al legame del precetto del prelato e poiché il precetto divino obbliga contro il precetto del prelato e obbliga più del precetto del prelato anche il legame della coscienza è maggiore del legame del legame del precetto del prelato e la coscienza obbliga anche dinanzi al precetto contrario del prelato; nel caso di coscienza retta, però, che si oppone al precetto del prelato occorre dire che tale coscienza obbliga perfettamente e semplicemente, semplicemente perché essa non può essere deposta senza peccato e perfettamente perché la coscienza retta non solo lega nel senso che chi non la segue pecca ma anche nel senso che chi la segue è immune da peccato quantunque vi sia il precetto del prelato in contrario, invece la coscienza erronea lega contro il precetto del prelato anche nelle cose indifferenti ma lega secondo qualcosa e imperfettamente, lega infatti secondo qualcosa perché non obbliga in ogni caso ma solo sotto condizione della sua durata, e si può e si deve deporre tale coscienza, imperfettamente perché chi non la segue pecca ma pecca anche chi la segue perché è disubbidiente al prelato e tuttavia pecca di più se non fa, stante tale coscienza, ciò che essa comanda, perché la coscienza lega più del precetto del prelato27

Anche in questo caso appena visto, dunque, come in quello che vedemmo più sopra, la persona può e deve deporre la coscienza erronea e ascoltare il comando del prelato, se vuole evitare di peccare.

In un altro testo s. Tommaso precisa che chi agisce secondo coscienza erronea a volte è scusato da peccato grave se tale errore procede da ignoranza di ciò che non può sapere e non è tenuto a sapere; se invece tale errore è esso stesso peccato perché procede dall’ignoranza di ciò che la persona può ed è tenuta a sapere, in questo caso l’errore di coscienza non ha forza di assolvere o scusare e se l’atto che si compie è grave , chi lo compie realizza un peccato grave, come è il caso di colui che ritenesse che la fornicazione è peccato veniale e con tale coscienza fornicasse: il suo peccato sarebbe mortale e non veniale28.

S. Tommaso spiega più generalmente che:

«Ad tertium dicendum, quod corrupta ratio non est ratio, sicut falsus syllogismus proprie non est syllogismus; et ideo regula humanorum actuum non est ratio quaelibet, sed ratio recta: et ideo philosophus dicit quod homo virtuosus est mensura aliorum. Unde ex hoc non sequitur quod in ratione non sit peccatum, sed quod non sit in ratione recta.«29

La regola corrotta non è regola, la ragione falsa non è ragione (ragione, dal latino ratio, significa proprio regola), perciò la regola delle azioni umane, perché esse siano giuste, non è semplicemente la ragione ma la ragione retta. Il peccato non è nella ragione retta. La coscienza morale per essere retta, deve essere guidata a regolata da Dio: Prima Regola, Legge eterna 30. Ma noi, a causa del peccato originale, ci troviamo ad avere a livello naturale una regola in certo modo corrotta, che è precisamente la ragione. La coscienza morale in quanto atto della ragione (pratica) porta in se“ evidentemente le conseguenze della ferita arrecata alla nostra ragione dal peccato (originale e attuale), ferita che e“ l’ignoranza per la quale la ragione è destituita dal suo ordine verso la verità (“ratio destituitur suo ordine ad verum”31). Attraverso la sua Incarnazione per la nostra salvezza, il Signore ha purificato la nostra coscienza con il suo Sangue 32 Accogliendo il dono di Dio in Cristo la nostra coscienza è purificata dalla grazia e dalla fede, è una coscienza illuminata dalla salvezza portata da Cristo, è una coscienza morale soprannaturale, cioè una coscienza rettificata sotto la guida dello Spirito Santo, della grazia, e della fede; s. Tommaso dice a riguardo :«Testis infallibilis sanctorum est eorum conscientia, unde (Apostolus n.d. r.) subdit “testimonium mihi perhibente conscientia mea”II Cor.1,12 “Gloria nostra haec est, testimonium conscientiae nostrae”. Et quia interdum  conscientia errat nisi per Spiritum Sanctum rectificetur, subdit “in Spiritu Sancto”. Supra 8,16 “Ipse Spiritus testimonium reddit spiritui nostro.» 33 Come dice s. Tommaso, la coscienza dei santi è un teste infallibile.; perché purificata e rettificata da Cristo e quindi è guidata e regolata da Dio: Prima Regola, Legge eterna 34; tale coscienza è appunto la coscienza morale soprannaturale. Della coscienza morale soprannaturale parleremo qui di seguito; si tratta un tema di cui francamente ci pare che se ne parli poco ma è un tema importante per intendere a fondo la dottrina tomista sulla coscienza morale perciò vi chiediamo una particolare attenzione nell’esaminare quanto diremo.

 

 

b) Precisazioni relative alla coscienza morale soprannaturale nella dottrina tomista.

 

Precisiamo che s. Tommaso non usa mai il termine: coscienza morale soprannaturale; egli parla semplicemente di coscienza; alcuni tomisti, tra cui Noble35, usano quel termine e ben a ragione; vi sono testi, difatti, che appaiono chiaramente giustificare questo termine indicando una elevazione della sentenza di coscienza all’ordine soprannaturale attraverso la grazia e le virtù infuse.

Riguardo a questo argomento mi pare fondamentale leggere il commento di s. Tommaso a ciò che afferma s. Paolo in Ebrei 9,14 » … quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?

Il Sangue di Cristo purifica interiormente la coscienza per la fede :«Sciendum tamen quod sanguis illorum animalium mundabat tantum ab exteriori macula, scilicet a contactu mortui; sed sanguis Christi mundat interius conscientiam, quod fit per fidem Act. XV, 9: fide purificans corda eorum inquantum scilicet facit credere quod omnes qui Christo adhaerent, per sanguinem eius mundantur. Ergo iste emundat conscientiam. Item ille emundabat a tactu mortui, sed iste ab operibus mortuis, scilicet peccatis, quae tollunt Deum ab anima, cuius vita est per unionem charitatis.«36 La coscienza soprannaturale è quindi una coscienza purificata dalla grazia e dalla fede, è una coscienza illuminata dalla salvezza portata da Cristo.

S. Tommaso spiega ancora, sempre commentando il passo di Eb. 9,14: «Ad tertium dicendum, quod secundum hoc conscientia inquinata emundari dicitur, secundum quod aliquis qui prius fuit sibi peccati conscius, postmodum scit se esse a peccato mundatum; et ita dicitur habere conscientiam puram. Est igitur eadem conscientia quae prius erat immunda, et postmodum munda; non quidem ita quod conscientia sit subiectum munditiae et immunditiae, sed quia per conscientiam examinantem utrumque cognoscitur; non quod sit idem actus numero quo prius sciebat aliquis se esse immundum, et post scit se esse purum; sed quia ex eisdem principiis utrumque cognoscitur, sicut dicitur esse eadem consideratio quae ex eisdem principiis procedit.»

La coscienza che, secondo s. Tommaso, esamina e che scopre che la persona è purificata dal peccato è evidentemente una coscienza illuminata dalla fede perché solo in essa e più generalmente nella grazia la persona capisce che la persona stessa è stata purificata dal peccato.

Dice poi s. Tommaso, in un altro testo:

Ad tertium dicendum quod, licet lex aeterna sit nobis ignota secundum quod est in mente divina; innotescit tamen nobis aliqualiter vel per rationem naturalem, quae ab ea derivatur ut propria eius imago; vel per aliqualem revelationem superadditam”.37

Come si vede s. Tommaso spiega che la Legge eterna, che è Dio stesso38, ci viene fatta conoscere sia attraverso la ragione naturale, sia attraverso una qualche rivelazione sopraggiunta, cioè attraverso la Rivelazione che noi accogliamo attraverso la fede e quindi attraverso la grazia, tale conoscenza ci porta ad una «sentenza» concreta sugli atti da noi compiuti o che dobbiamo compiere, cioè all’atto di coscienza morale soprannaturale per cui noi applichiamo la scienza in modo veramente illuminato le nostre azioni.

Nel De Veritate q.17, cioe“ in una questione dedicata tutta al tema della coscienza, il s. Dottore afferma che ciascuno e“ tenuto ad esaminare i propri atti secondo la scienza che ha da Dio, sia naturale, sia acquisita, sia infusa: infatti ogni uomo deve agire secondo ragione:

Unusquisque enim tenetur actus suos examinare ad scientiam quam a Deo habet, sive sit naturalis, sive acquisita, sive infusa: omnis enim homo debet secundum rationem agere.” 39

Questo vuole chiaramente dire che accanto ad un atto di coscienza morale che e“ applicazione della scienza naturale o acquisita vi è un atto di coscienza che è applicazione di scienza soprannaturale, infusa; precisamente questo ultimo atto è ciò che noi indichiamo con il termine di coscienza soprannaturale. Un altro testo di particolare interesse per noi su questo tema della coscienza morale soprannaturale è il seguente:

Ad tertium dicendum, quod sicut lumen intellectus naturale non sufficit in cognoscendo ea quae fidei sunt; ita etiam non sufficit in remurmurando his quae contra fidem sunt, nisi lumine fidei adjuncto; et ideo synderesis etiam in infidelibus manet integra quantum ad lumen naturale; sed quia privato lumine fidei excaecati sunt, non remurmurat eorum synderesis his quae contra fidem sunt. Vel dicendum, quod synderesis semper remurmurat malo in universali; sed quod in haeretico non remurmurat huic malo particulari, hoc contingit propter errorem rationis in applicatione universalis principii ad particulare opus, ut patebit in sequenti articulo.”40

Il lume dell’intelletto naturale non è sufficiente per conoscere le cose della fede e così non è sufficiente perché l’anima si lamenti per quelle cose che sono contro la fede, se non con il sostegno del lume della fede; e così la sinderesi anche negli infedeli rimane integra quanto al lume naturale ma poiché, in quanto privati del lume della fede, sono acciecati, la loro sinderesi non si lamenta per le cose che sono contro la fede. O si deve che la synderesi sempre si lamenta del male in ciò che è universale ma il fatto che tale coscienza non si lamenti a questo male particolare ciò accade per l’errore della ragione inell’applicazione del principio universale all’opera particolare.

Il testo appena visto richiama l’articolo che lo segue in cui s. Tommaso spiega che nella coscienza la ragione, dai principi comuni generali , presentati dalla synderesi, arriva ad una «sentenza» su un atto particolare attraverso alcuni principi propri e determinati, che attengono alla ragione superiore o inferiore, e che non sono per sé noti ma si conoscono attraverso la ricerca o attraverso l’assenso della fede e poiché «la fede non è di tutti» ( 2 Tess. 3) e inoltre la ragione può sbagliare nella ricerca circa tali principi, perciò circa questi principi propri e determinati capita che si commettano errori; come la coscienza dell’eretico sbaglia quando crede che non si deve giurare neppure se vi è una causa che renda legittimo tale giuramento non perché sbaglia nel principio comune secondo cui non si devono fare illeciti ma perché sbaglia nel credere che ogni giuramento è illecito41

Quindi, come visto , la fede entra nella coscienza in alcuni casi e la rende retta; tale rettificazione si compie a livello soprannaturale perché la fede è virtù soprannaturale. Nell’atto di coscienza morale soprannaturale la fede entra e fa che la sentenza che tale atto emette sia retta come spiega molto bene s. Tommaso nel testo che segue :

«Testis infallibilis sanctorum est eorum conscientia, unde (Apostolus n.d. r.) subdit “testimonium mihi perhibente conscientia mea”II Cor.1,12 “Gloria nostra haec est, testimonium conscientiae nostrae”. Et quia interdum conscientia errat nisi per Spiritum Sanctum rectificetur, subdit “in Spiritu Sancto”. Supra 8,16 “Ipse Spiritus testimonium reddit spiritui nostro. 42

Si noti: per i santi il testimone infallibile è la coscienza morale; e perché è infallibile? Perché è un testimone rettificato, attraverso la grazia, dallo Spirito Santo che è Dio Verità. Lo Spirito Santo opera questa rettificazione interiore dell’uomo per grazia, attraverso la fede, per essa Dio Verità rettifica la coscienza morale del fedele, facendola partecipare alla sapienza di Cristo, come confermato da s. Tommaso in questo testo che segue:

…“nos autem”, scilicet spirituales viri, “sensum Christi habemus” idest recipimus in nobis sapientiam Christi ad iudicandum. Eccli 17,6: Creavit illis scientiam spiritus, sensu adimplevit corda illorum”. 43

Noi , cioè gli uomini spirituali abbiamo il pensiero di Cristo cioè abbiamo ricevuto la sapienza di Cristo per giudicare.

 

Le virtù infuse ci dispongono al compimento dell’atto che è la coscienza morale soprannaturale .

 

La coscienza morale soprannaturale, come detto, è un atto soprannaturale, invece le virtù infuse sono disposizioni all’atto soprannaturale, dunque le virtù infuse predispongono anche al compimento dell’atto soprannaturale che è la coscienza morale soprannaturale; la fede, che appunto è una virtù infusa, coadiuva la sinderesi indicando i principi morali cristiani per l’azione, la fede predispone l’uomo al compimento dell’atto soprannaturale che è detto coscienza morale soprannaturale:

Id enim quod universaliter fide tenemus, puta usum ciborum esse licitum vel illicitum, conscientia applicat ad opus quod est factum vel faciendum”44

S. Tommaso aggiunge che : lo scopo della vita spirituale è l‘unione dell’uomo con Dio, che si attua con la virtù della carità; e tutte le altre cose attinenti alla vita spirituale sono mezzi ordinati a questo scopo; tutte le virtù, i cui atti sono appunto materia dei precetti, sono ordinate a questo : o a purificare il cuore dal turbine delle passioni, come le virtù che hanno per oggetto le passioni, o a formare la buona coscienza, come le virtù che hanno per oggetto le azioni esterne, o a garantire il possesso di una fede sincera, come le cose riguardanti il culto di Dio; per amare Dio sono richiesti questi tre elementi: infatti un cuore impuro viene distolto dall‘amore di Dio a causa della passione che inclina verso le cose terrene, la cattiva coscienza rende odiosa la divina giustizia per il timore del castigo e la fede insincera trascina l‘affetto verso un‘idea falsa di Dio, separando dalla verità divina . 45 Sottolineo in particolare che : la buona coscienza di cui qui si parla è la coscienza illuminata dalla fede, quindi è una coscienza soprannaturale; i precetti divini comandano le virtù infuse, che Dio vuole donare, per le quali si attua la «sentenza » della coscienza morale soprannaturale. Le virtù infuse si distinguono dalla grazia: la virtù è una disposizione del perfetto e perfetto è ciò che è disposto secondo natura, la grazia è il principio delle virtù infuse; la grazia, pur essendo un abito, è una nuova natura che l’uomo, in certo modo, riceve e le virtù sono delle disposizioni al compimento di azioni in questa natura46. Per la ricezione di questa natura diciamo di essere rigenerati in figli di Dio. Pertanto il lume della grazia, che è partecipazione alla divina Natura, è qualcosa di diverso dalle virtù soprannaturali, così come il lume naturale della ragione è qualcosa di diverso dalle virtù acquisite che da quel lume derivano e a quel lume sono ordinate. La grazia è somiglianza partecipata alla Natura divina, per cui noi possiamo vivere da veri figli di Dio con la perfezione delle virtù infuse. La grazia eleva la nostra natura e ci rende capaci di agire in modo veramente perfetto, partecipando in modo elevato alla perfezione di Cristo, le virtù infuse ci predispongono a compiere atti soprannaturali, tra cui come detto occorre includere l’atto di coscienza morale soprannaturale, che ci assimilano allo stesso Gesù Cristo e fanno sì che Egli si manifesti in noi con la sua santità.

 

La fede, la carità e la coscienza morale soprannaturale.

 

Noi abbiamo ricevuto, per grazia e quindi attraverso l’Eucaristia, la sapienza di Cristo per giudicare 47; la coscienza morale soprannaturale è atto illuminato dalla sapienza che viene in noi attraverso la grazia, cioè in ultima analisi dalla sapienza di Cristo. Cristo, Regola somma conforme a noi e Capo del suo Corpo Mistico ci dona sapienza soprannaturale nella fede e nella carità 48; da Cristo Capo, perciò, noi riceviamo, l’intelligenza, la sapienza e la carità per poter realizzare l’atto perfetto di coscienza morale soprannaturale. In tale atto soprannaturale, la fede precisa il giudizio universale della sinderesi; nella coscienza la ragione, infatti, dai principi comuni generali , presentati dalla synderesi, arriva a sentenziare su un atto particolare attraverso alcuni principi propri e determinati, che attengono alla ragione superiore o inferiore, e che non sono per sé noti ma si conoscono attraverso la ricerca o attraverso l’assenso della fede e poiché «la fede non è di tutti» ( 2 Tess. 3) e inoltre la ragione può sbagliare nella ricerca circa tali principi, perciò circa questi principi propri e determinati capita che si commettano errori; come la coscienza dell’eretico sbaglia quando crede che non si deve giurare neppure se vi è una causa che renda legittimo tale giuramento non perché sbaglia nel principio comune secondo cui non si devono fare illeciti ma perché sbaglia nel credere che ogni giuramento è illecito49 . Quindi, come detto, nella coscienza morale soprannaturale, resta la synderesi ma coadiuvata dalla fede in questa linea dobbiamo intendere quello che dice s. Tommaso nel seguente testo :

Deinde cum dicit “Beatus qui non iudicat” […] Id enim quod universaliter fide tenemus, puta usum ciborum esse licitum vel illicitum, conscientia applicat ad opus quod est factum vel faciendum […]”50

Per noi questo significa che la coscienza soprannaturale, sempre guidata dalla synderesi ma appunto coadiuvata dalla fede, applica al caso concreto ciò che universalmente teniamo per fede. La fede è dunque la luce sulla base della quale si compie la coscienza morale soprannaturale, per la fede partecipiamo in Cristo alla conoscenza di Dio:

[…]per potentiam intellectivam homo participat cognitionem Dei per virtutem fidei[…]”51

Per la fede, quindi, partecipiamo alla conoscenza divina, in Cristo, sicché possiamo giudicare in modo veramente retto le nostre azioni.

Per fede vengono fissati in noi i principi dell’operare soprannaturale sulla base dei quali giudichiamo il nostro comportamento. A questo riguardo dice s. Tommaso:

La fede illumina l’intelletto donando ad esso la conoscenza di verità soprannaturali che sono principi per l’azione soprannaturale52; ma va notato che la fede di cui qui si parla è, soprattutto, la fede perfetta, e affinché l’atto della fede sia perfetto e meritorio occorre che l’abito della virtù sia nell’intelletto, per la fede stessa, e nella volontà53, per la s. carità54. Per la fede perfezionata dalla carità, nella maniera più piena si attua in noi il giudizio di Cristo su una determinata azione, è per questa fede che la sapienza di Cristo per giudicare viene a noi partecipata in modo molto alto, è per questa fede unita alla carità che la vita divina, attraverso Cristo viene in noi e ci comunica i doni dello Spirito Santo che radicano più pienamente in noi l’abito della fede e perfezionano la nostra coscienza. A riguardo occorre considerare che, come detto, la coscienza, a livello naturale, è applicazione degli abiti operativi della ragione che sono la synderesi, la scienza e la sapienza; a livello soprannaturale la coscienza morale è partecipazione, per grazia, alla perfezione degli abiti operativi di Cristo, partecipazione che si attua in noi attraverso la fede, la carità, le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo: la carità difatti informa la fede e porta nell’anima umana tutte le virtù e i doni dello Spirito Santo; per tale partecipazione alle perfezioni di Cristo noi possiamo realizzare nella maniera più alta e divina i 2 atti in cui consiste la coscienza morale: l’esame e il consiglio o deliberazione55. Per tale partecipazione alle perfezioni di Cristo, ulteriormente, la nostra volontà, che è il fulcro della vita morale cristiana, può orientarsi verso ciò che è semplicemente buono per l’uomo vale a dire che può orientarsi rettamente verso la beatitudine del cielo e verso tutto quello che ad essa veramente conduce.

La relazione tra la carità e la fede va precisata ulteriormente considerando che attraverso la carità lo Spirito Santo perfeziona e quindi illumina, in certo modo, la fede perché la persona giudichi rettamente il bene da farsi; a sua volta lo Spirito Santo attraverso la fede orienta, in certo modo, la carità : attraverso la fede noi infatti conosciamo il modo di agire retto e la carità vera ci muove ad agire appunto secondo questa rettitudine; la fede, infatti, ha per oggetto la Verità Prima che è il fine di tutte le nostre azioni e di tutti i nostri desideri e che ci illumina anche su ciò che dobbiamo fare: perciò si dice che la fede opera per la carità 56; bisogna ulteriormente precisare a riguardo che la fede, sebbene abbia l’intelletto speculativo come suo soggetto, si estende all’intelletto pratico, perché l’intelletto speculativo diventa pratico per estensione, dunque la fede illumina anche il nostro intelletto pratico e illumina, come visto, l’atto di coscienza morale soprannaturale per il quale conosciamo ciò che dobbiamo fare secondo la Volontà di Dio; la carità consiste precisamente nel fare bene, soprannaturalmente, ciò che Dio vuole da noi e quindi nel vivere nella luce della Verità che risplende in particolare nel giudizio della retta coscienza .… La carità quindi ci porta a vivere secondo la retta coscienza illuminata in particolare dalla fede …

Per la fede formata vengono in noi i doni dello Spirito Santo che ci permettono di partecipare più profondamente a Cristo e quindi di emettere un atto di coscienza soprannaturale che partecipa più pienamente della perfezione di Lui. Si consideri a questo riguardo che la vita spirituale è tale che con la grazia e la carità vengono in noi, perfezionate, tutte le altre virtù infuse57 e tutti i doni dello Spirito Santo58, cioè tutte le nostre disposizioni all’agire soprannaturale. Facciamo rilevare inoltre che i doni dello Spirito Santo e le virtù infuse ci sono stati donati attraverso Cristo59 che è la Fonte della vita (spirituale) cristiana60, cioè di tutta la vita spirituale cristiana, e l’Eucaristia ci dona lo stesso Cristo, applica a noi la potenza salvifica e santificante di tutti i Misteri della sua vita61 e ci fa ricevere in pienezza i suoi doni perciò ci dona tutta la vita spirituale: l’Eucaristia ci dona tutta la vita spirituale e ci perfeziona in essa62 unendoci a Cristo63 e facendoci partecipare a Lui; tale partecipazione può crescere sempre più sicché la sapienza di Cristo illumini sempre più la nostra coscienza morale soprannaturale.

 

Concludiamo questo lavoro ringraziando con Maria e in Maria, il Signore per tutto il bene che continuamente ci dona e in particolare per avere potuto realizzare questo scritto, a sua maggiore gloria.

 

«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».   

 

Note

1 Su questo tema si possono consultare utilmente: Beaudouin, R. –Gardeil, A., De conscientia, Doornik 1911; Borgonovo, G. (a cura di), “La coscienza”, L.E.V., Roma 1996; Garcia De Haro, R., De Celaya, I., La sabiduria moral cristiana, Pam­plona 1986; R. Garcia de Haro, Legge, coscienza e liberta“, Milano 1990; H. D. Noble, La conscience morale, Paris 1923; id., Le discerniment de la conscience morale, Paris 1934; L. Melina– J. Noriega – J. J. Perez-Soba, Camminare nella luce dell’amore, ed. Cantagalli, Siena 2008, 597629.

2 Testi in cui si parla piu“ direttamente della coscienza morale: Super Sent.,II d.24 q.2 a.4, q.3 a.3, d.39 q.3; De Ver.,q.17; S.Th., I q.79 a.13; S. Th. I-IIae q. 19; Quodl. VIII q.6 a 3; Quodl. IX q 7 a 2; Quodl. III q.12 a 2; vi sono inoltre importanti indicazioni su questo tema nei commenti di s. Tommaso alle lettere di s. Paolo quali In Rom. c.9 lec.1; In I Cor. c.2 lec.3; In Gal. c.5 l.1.

3De veritate, q. 17 a. 1 co.

4Cfr. De Ver.,q.17 a.2. «conscientia nihil aliud est quam applicatio scientiae ad aliquem specialem actum »

5De veritate, q. 17 a. 1 co.  “Et huius distinctionis haec videtur esse ratio; quia cum conscientiae sit aliquis actus …”

6De veritate, q. 17 a. 1 co.

7De veritate, q. 17 a. 1 co. “Secundum vero alium modum applicationis, quo notitia applicatur ad actum, ut sciatur an rectus sit, duplex est via. Una secundum quod per habitum scientiae dirigimur ad aliquid faciendum vel non faciendum. Alio modo secundum quod actus postquam factus est, examinatur ad habitum scientiae, an sit rectus vel non rectus. Et haec duplex via in operativis distinguitur secundum duplicem viam quae etiam est in speculativis; scilicet viam inveniendi et iudicandi. Illa enim via qua per scientiam inspicimus quid agendum sit, quasi consiliantes, est similis inventioni, per quam ex principiis investigamus conclusiones. Illa autem via qua ea quae iam facta sunt, examinamus et discutimus an recta sint, est sicut via iudicii, per quam conclusiones in principia resolvuntur. Secundum autem utrumque applicationis modum nomine conscientiae utimur. Secundum enim quod applicatur scientia ad actum ut dirigens in ipsum, secundum hoc dicitur conscientia instigare, vel inducere, vel ligare. Secundum vero quod applicatur scientia ad actum per modum examinationis eorum quae iam acta sunt, sic dicitur conscientia accusare vel remordere, quando id quod factum est, invenitur discordare a scientia ad quam examinatur; defendere autem vel excusare, quando invenitur id quod factum est, processisse secundum formam scientiae.  ”

8Cfr. De Ver.,q.17 a.2.

9De veritate, q. 17 a. 1 co. «Applicatur autem aliqua notitia ad aliquem actum dupliciter: uno modo secundum quod consideratur an actus sit vel fuerit: alio modo secundum quod consideratur an actus sit rectus vel non rectus.»

10Cfr.Super Sent., lib. 2 d. 24 q. 2 a. 4 co.

11Cfr. Super Sent II d. 24 q.2 a.4.

12 De Ver., q. 17 a. 1 ad 4. 

13Cfr. De Ver.,q.17 a.2. ; Super Sent., lib. 2 d. 24 q. 2 a. 4 co.

14Cfr. Super Sent., lib. 2 d. 24 q. 2 a. 4 co.

15Cfr. Super Sent., lib. 2 d. 24 q. 2 a. 4 co.

16Cfr. De Ver.,q.17 a. 1 in c. “….Sed in secunda et tertia applicatione, qua consiliamur quid agendum sit, vel examinamus iam facta, applicantur ad actum habitus rationis operativi, scilicet habitus synderesis et habitus sapientiae, quo perficitur superior ratio, et habitus scientiae, quo perficitur ratio inferior; sive simul omnes applicentur, sive alter eorum tantum.”

17Cfr. S.Th., Iª q. 79 a. 12 in c.

18 De Ver., q.17 a.1 in c.

19Cfr. S.Th., I q.79 a.13.

20Cfr. Super Sent.,II d. 24 q.3 a.3 ad 5m; d.39 q.3 a.1

21Cfr. Super Sent.,II d.24 q.2 a. 3 .

Cfr. Super Sent.,II d. 39 q.3 a.1ad 3m “Ad tertium dicendum, quod sicut lumen intellectus naturale non sufficit in cognoscendo ea quae fidei sunt; ita etiam non sufficit in remurmurando his quae contra fidem sunt, nisi lumine fidei adjuncto; et ideo synderesis etiam in infidelibus manet integra quantum ad lumen naturale; sed quia privato lumine fidei excaecati sunt, non remurmurat eorum synderesis his quae contra fidem sunt. Vel dicendum, quod synderesis semper remurmurat malo in universali; sed quod in haeretico non remurmurat huic malo particulari, hoc contingit propter errorem rationis in applicatione universalis principii ad particulare opus, ut patebit in sequenti articulo.”

22 De Ver., q. 17 a. 4 in c.

23De Ver., q. 17 a. 5 in c.

24De Ver., Q.17 a. 4 in c.

25 De Ver., q. 17 a. 4 ad 7 .

26 Quodlibet III, q. 12 a. 2 ad 2 «Ad secundum ergo dicendum, quod si alicui dictat conscientia ut faciat illud quod est contra legem Dei, si non faciat, peccat; et similiter si faciat, peccat: quia ignorantia iuris non excusat a peccato, nisi forte sit ignorantia invincibilis, sicut est in furiosis et amentibus; quae omnino excusat. Nec tamen sequitur quod sit perplexus simpliciter, sed secundum quid. Potest enim erroneam conscientiam deponere, et tunc faciens secundum legem Dei non peccat.»

27 Cfr. De Ver. q. 17 a. 5 «Dicendum, quod huius quaestionis solutio satis ex his quae dicta sunt, potest apparere. Dictum est enim supra, quod conscientia non ligat nisi in vi praecepti divini, vel secundum legem scriptam, vel secundum legem naturae inditi. Comparare igitur ligamen conscientiae ad ligamen quod est ex praecepto praelati, nihil est aliud quam comparare ligamen praecepti divini ad ligamen praecepti praelati. Unde, cum praeceptum divinum obliget contra praeceptum praelati, et magis obliget quam praeceptum praelati: etiam conscientiae ligamen erit maius quam ligamen praecepti praelati, et conscientia ligabit, etiam praecepto praelati in contrarium existente. Tamen hoc diversimode se habet in conscientia recta et erronea. Conscientia enim recta simpliciter et perfecte contra praeceptum praelati obligat. Simpliciter quidem, quia eius obligatio auferri non potest, cum talis conscientia sine peccato deponi non possit. Perfecte autem, quia conscientia recta non solum hoc modo ligat, ut ille qui eam non sequitur peccatum incurrat, sed etiam ut ille qui eam sequitur sit immunis a peccato quantumcumque praeceptum praelati sit in contrarium. Sed conscientia erronea ligat contra praeceptum praelati etiam in indifferentibus secundum quid et imperfecte. Secundum quid quidem, quia non obligat in omnem eventum, sed sub conditione suae durationis: potest enim aliquis et debet talem conscientiam deponere. Imperfecte autem, quia ligat quantum ad hoc quod ille qui eam non sequitur, peccatum incurrit; non autem quantum ad hoc quod ille qui eam sequitur, peccatum evitet, cum praeceptum praelati est in contrarium, si tamen ad illud indifferens praeceptum praelati obliget: in tali enim casu peccat, sive non faciat, quia contra conscientiam agit, sive faciat, quia praelato inobediens est. Magis autem peccat si non faciat, conscientia durante, quod conscientia dictat; cum plus liget quam praeceptum praelati.”

28Cfr. Quodlibet VIII, q. 6 a. 5 co. “Cuius quaestionis de facili patet solutio: quia, cum conscientia etiam erronea habeat vim ligandi, ex hoc ipso quod contra conscientiam facit, mortaliter peccat. Error autem conscientiae quandoque habet vim absolvendi sive excusandi: quando scilicet procedit ex ignorantia eius quod quis scire non potest, vel scire non tenetur. Et in tali casu, quamvis factum de se sit mortale, tamen intendens peccare venialiter, peccaret venialiter; sicut si aliquis intenderet accedere ad uxorem suam causa delectationis, et ita intenderet peccare venialiter, si alia ei supponeretur eo nesciente, nihilominus venialiter peccaret. Quandoque vero error conscientiae non habet vim absolvendi vel excusandi: quando scilicet ipse error peccatum est, ut cum procedit ex ignorantia eius quod quis scire tenetur et potest; sicut si crederet fornicationem simplicem esse peccatum veniale; et tunc, quamvis crederet peccare venialiter, non tamen peccaret venialiter, sed mortaliter.

29Cfr. Super Sent., II d.24 q.3 a.3 ad 3m.

30Cfr. S.Th.II-IIae q.23 a. 3 in c. e a.6 in c.

31Cfr. S.Th., I-IIae q.85 a.3

32Super Heb., cap. 9 l. 3

 

33 Cfr. In Rom. c.9 lec.1.

34Cfr. S.Th.II-IIae q.23 a. 3 in c. e a.6 in c.

35 H. D. Noble, La conscience morale, Paris 1923 pp. 135159; Le discerniment de la conscience morale, Paris 1934 pp. 5376 . 96126.

36Super Heb., cap. 9 l. 3

 

37Cfr. S.Th., I-II, q. 19 a. 4 ad 3m .

38Cfr. S.Th., I-II q. 93 a. 4.

39De Ver.,q.17 a.5 ad 4m.

40 Super Sent.,II d. 39 q.3 a.1ad 3m

41 Super Sent., lib. 2 d. 39 q. 3 a. 2 in c. “Respondeo dicendum, quod sicut ex praedictis patet, prima principia, quibus ratio dirigitur in agendis, sunt per se nota; et circa ea non contingit errare, sicut nec contingit errare ipsum demonstrantem circa principia prima. Haec autem principia agendorum naturaliter cognita ad synderesim pertinent, sicut Deo esse obediendum, et similia. Sicut autem in scientiis demonstrativis ex principis communibus non deducuntur conclusiones nisi mediantibus principiis propriis et determinatis ad genus illud, virtutem primorum principiorum continentibus; ita in operabilibus, in quibus ratio deliberans syllogismo quodam utitur ad inveniendum quid bonum sit, ut patet ex 3 de anima, ex principiis communibus in conclusionem hujus operis determinati venit mediantibus quibusdam principiis propriis et determinatis. Haec autem propria principia non sunt per se nota naturaliter sicut principia communia: sed innotescunt vel per inquisitionem rationis, vel per assensum fidei. Et quia non omnium est fides, ut dicitur 2 Thessal. 3, et iterum quia ratio conferens quandoque decipitur; ideo circa ista principia contingit errare; sicut haereticus errat in hoc quod credit omne juramentum esse illicitum. Et haec principia determinata pertinent ad rationem superiorem vel inferiorem; veritas autem conclusionis dependet ex utrisque principiis: et ideo cum conscientia sit quaedam conclusio sententians quid bonum sit fieri vel dimitti, ut patet ex his quae dicta sunt supra, dist. 24, quaest. 3, art. 3, contingit in conscientia errorem esse propter hoc quod ratio decipitur in principiis appropriatis; sicut conscientia haeretici decipitur dum credit se non debere jurare etiam pro causa legitima, quando ab eo expetitur: non quia decipiatur in hoc communi principio, quod est, nullum illicitum esse faciendum; sed quia decipitur in hoc quod credit omne juramentum esse illicitum, quod quasi pro principio accipit.”

42 Cfr. In Rom. c.9 lec.1.

43 In 1Cor. c.2 lec.3.

44 In Rom., cap. 14 l. 3

45S.Th., IIª-IIae q. 44 a. 1 co « Finis autem spiritualis vitae est ut homo uniatur Deo, quod fit per caritatem, et ad hoc ordinantur, sicut ad finem, omnia quae pertinent ad spiritualem vitam.  Unde et apostolus dicit, I ad Tim. I, finis praecepti est caritas de corde puro et conscientia bona et fide non ficta. Omnes enim virtutes, de quarum actibus dantur praecepta, ordinantur vel ad purificandum cor a turbinibus passionum, sicut virtutes quae sunt circa passiones; vel saltem ad habendam bonam conscientiam, sicut virtutes quae sunt circa operationes; vel ad habendam rectam fidem, sicut illa quae pertinent ad divinum cultum. Et haec tria requiruntur ad diligendum Deum, nam cor impurum a Dei dilectione abstrahitur propter passionem inclinantem ad terrena; conscientia vero mala facit horrere divinam iustitiam propter timorem poenae; fides autem ficta trahit affectum in id quod de Deo fingitur, separans a Dei veritate.»

 

46Cfr. S.Th., I-II, q. 110 a. 3 in c. “.. lumen gratiae, quod est participatio divinae naturae, est aliquid praeter virtutes infusas, quae a lumine illo derivantur, et ad illud lumen ordinantur …. virtutes infusae perficiunt hominem ad ambulandum congruenter lumini gratiae.”

47 In 1Cor. c.2 lec.3. “…“nos autem”, scilicet spirituales viri, “sensum Christi habemus” idest recipimus in nobis sapientiam Christi ad iudicandum. Eccli 17,6: Creavit illis scientiam spiritus, sensu adimplevit corda illorum”.

48Cfr. Super Sent., III d. 13 q. 2 a. 1 in c. “dicitur caput ratione secundae proprietatis, quia per ipsum, sensum fidei et motum caritatis accepimus, quia gratia et veritas per Jesum Christum facta est; Joan. 1, 17: et similiter direxit nos doctrina et exemplo: quia coepit Jesus facere et docere, Act. 1, 1…. Christus secundum humanam naturam habet perfectionem aliis homogeneam, et est principium quasi univocum, et est regula conformis, et unius generis.

49 Super Sent., lib. 2 d. 39 q. 3 a. 2 in c. “Respondeo dicendum, quod sicut ex praedictis patet, prima principia, quibus ratio dirigitur in agendis, sunt per se nota; et circa ea non contingit errare, sicut nec contingit errare ipsum demonstrantem circa principia prima. Haec autem principia agendorum naturaliter cognita ad synderesim pertinent, sicut Deo esse obediendum, et similia. Sicut autem in scientiis demonstrativis ex principis communibus non deducuntur conclusiones nisi mediantibus principiis propriis et determinatis ad genus illud, virtutem primorum principiorum continentibus; ita in operabilibus, in quibus ratio deliberans syllogismo quodam utitur ad inveniendum quid bonum sit, ut patet ex 3 de anima, ex principiis communibus in conclusionem hujus operis determinati venit mediantibus quibusdam principiis propriis et determinatis. Haec autem propria principia non sunt per se nota naturaliter sicut principia communia: sed innotescunt vel per inquisitionem rationis, vel per assensum fidei. Et quia non omnium est fides, ut dicitur 2 Thessal. 3, et iterum quia ratio conferens quandoque decipitur; ideo circa ista principia contingit errare; sicut haereticus errat in hoc quod credit omne juramentum esse illicitum. Et haec principia determinata pertinent ad rationem superiorem vel inferiorem; veritas autem conclusionis dependet ex utrisque principiis: et ideo cum conscientia sit quaedam conclusio sententians quid bonum sit fieri vel dimitti, ut patet ex his quae dicta sunt supra, dist. 24, quaest. 3, art. 3, contingit in conscientia errorem esse propter hoc quod ratio decipitur in principiis appropriatis; sicut conscientia haeretici decipitur dum credit se non debere jurare etiam pro causa legitima, quando ab eo expetitur: non quia decipiatur in hoc communi principio, quod est, nullum illicitum esse faciendum; sed quia decipitur in hoc quod credit omne juramentum esse illicitum, quod quasi pro principio accipit.”

50 In Rom., cap. 14 l. 3

51Cfr. S.Th., I-IIae q. 110 a.4 in c.

52 De virt., q. 1 a. 10 in co. «Naturalia autem operationum principia sunt essentia animae, et potentiae eius, scilicet intellectus et voluntas, quae sunt principia operationum hominis, in quantum huiusmodi; nec hoc esse posset, nisi intellectus haberet cognitionem principiorum per quae in aliis dirigeretur, et nisi voluntas haberet naturalem inclinationem ad bonum naturae sibi proportionatum; sicut in praecedenti quaestione dictum est. Infunditur igitur divinitus homini ad peragendas actiones ordinatas in finem vitae aeternae primo quidem gratia, per quam habet anima quoddam spirituale esse, et deinde fides, spes et caritas; ut per fidem intellectus illuminetur de aliquibus supernaturalibus cognoscendis, quae se habent in isto ordine sicut principia naturaliter cognita in ordine connaturalium operationum; per spem autem et caritatem acquirit voluntas quamdam inclinationem in illud bonum supernaturale ad quod voluntas humana per naturalem inclinationem non sufficienter ordinatur.»

53Cfr. S.Th.,II-II a. 2 ad 2m “Ad secundum dicendum quod non solum oportet voluntatem esse promptam ad obediendum, sed etiam intellectum esse bene dispositum ad sequendum imperium voluntatis, sicut oportet concupiscibilem esse bene dispositam ad sequendum imperium rationis. Et ideo non solum oportet esse habitum virtutis in voluntate imperante, sed etiam in intellectu assentiente.”

54Cfr S.Th.,II-II a. 3, iltesto di questo articolo si veda su questo nostro lavoro qualche nota più avanti.

55 De Ver.,q.17 a.1 in c.

56Cfr. S.Th., II-II q. 2 a. 2 ad 3m “Ad tertium dicendum quod fides est in intellectu speculativo sicut in subiecto, ut manifeste patet ex fidei obiecto. Sed quia veritas prima, quae est fidei obiectum, est finis omnium desideriorum et actionum nostrarum, ut patet per Augustinum, in I de Trin.; inde est quod per dilectionem operatur. Sicut etiam intellectus speculativus extensione fit practicus, ut dicitur in III de anima.”

57Cfr.S.Th., I-II q.65 a. 3 “ Respondeo dicendum quod cum caritate simul infunduntur omnes virtutes morales. Cuius ratio est quia Deus non minus perfecte operatur in operibus gratiae, quam in operibus naturae. Sic autem videmus in operibus naturae, quod non invenitur principium aliquorum operum in aliqua re, quin inveniantur in ea quae sunt necessaria ad huiusmodi opera perficienda, sicut in animalibus inveniuntur organa quibus perfici possunt opera ad quae peragenda anima habet potestatem. Manifestum est autem quod caritas, inquantum ordinat hominem ad finem ultimum, est principium omnium bonorum operum quae in finem ultimum ordinari possunt. Unde oportet quod cum caritate simul infundantur omnes virtutes morales, quibus homo perficit singula genera bonorum operum. Et sic patet quod virtutes morales infusae non solum habent connexionem propter prudentiam; sed etiam propter caritatem. Et quod qui amittit caritatem per peccatum mortale, amittit omnes virtutes morales infusas.”

58Cfr.S.Th.,Iª-IIae q. 68 a. 5 in c. “Respondeo dicendum quod huius quaestionis veritas de facili ex praemissis potest haberi. Dictum est enim supra quod sicut vires appetitivae disponuntur per virtutes morales in comparatione ad regimen rationis, ita omnes vires animae disponuntur per dona in comparatione ad Spiritum Sanctum moventem. Spiritus autem sanctus habitat in nobis per caritatem, secundum illud Rom. V, caritas Dei diffusa est in cordibus nostris per Spiritum Sanctum, qui datus est nobis, sicut et ratio nostra perficitur per prudentiam. Unde sicut virtutes morales connectuntur sibi invicem in prudentia, ita dona Spiritus Sancti connectuntur sibi invicem in caritate, ita scilicet quod qui caritatem habet, omnia dona Spiritus Sancti habet; quorum nullum sine caritate haberi potest.”

59 Super Sent., III proemium “Et sic patet materia tertii libri: in cujus prima parte agitur de incarnatione, in secunda de virtutibus et donis nobis per Christum collatis.”

60 Super Sent., IV q.8 d.1 a.1 q.1 ad 1m. (vedi nota seguente)

61 S. Th. III q. 40 a.3 “Secundo quia, sicut mortem corporalem assumpsit ut nobis vitam largiretur spiritualem, ita corporalem paupertatem sustinuit ut nobis spirituales divitias largiretur, secundum illud II Cor. VIII, scitis gratiam domini nostri Iesu Christi, quoniam propter nos egenus factus est, ut illius inopia divites essemus.” Si veda in questo nostro libro quanto abbiamo affermato al capitolo IV, D,f, 3 , cioè nel paragrafo intitolato “Precisazioni riguardo alla relazione dell’ Eucaristia con i vari misteri della vita di Cristo.”

62S. Th. III q. 79 a. 1 ad 1m “Ad primum ergo dicendum quod hoc sacramentum ex seipso virtutem habet gratiam conferendi, nec aliquis habet gratiam ante susceptionem huius sacramenti nisi ex aliquali voto ipsius, vel per seipsum, sicut adulti, vel voto ecclesiae, sicut parvuli, sicut supra dictum est. Unde ex efficacia virtutis ipsius est quod etiam ex voto ipsius aliquis gratiam consequatur, per quam spiritualiter vivificetur. Restat igitur ut, cum ipsum sacramentum realiter sumitur, gratia augeatur, et vita spiritualis perficiatur. …Per hoc autem sacramentum augetur gratia, et perficitur spiritualis vita, ad hoc quod homo in seipso perfectus existat per coniunctionem ad Deum.”

 

63 Super Sent., IV q.8 d.1 a.1 q.1 ad 1m “Fons autem christianae vitae est Christus; et ideo hoc modo eucharistia perficit, Christo conjungens; et ideo hoc sacramentum est perfectio omnium perfectionum, ut Dionysius dicit; unde et omnes qui sacramenta alia accipiunt, hoc sacramento in fine confirmantur, ut ipse dicit.”

 

Il bel libro di un nipote del famoso scienziato L. Pasteur fa emergere in modo chiarissimo la sua fede cattolica. Alcuni o molti non parlano della fede di questo eccelso uomo di pensiero allorché ne tracciano la biografia , il libro di Maurice

VALLERY-RADOT "Pasteur"  che ora è anche in versione e-book mette in chiara evidenza la profonda relazione con Dio di questo gigante della scienza . Voglio qui sottolineare due passaggi dell'opera di Vallery Radot : gli ultimi Sacramenti amministrati a Pasteur su sua richiesta e l'elogio fatto dal Papa a Pasteur e alla sua fede  . Ringraziamo Dio per la fede donata a Pasteur e per la grandi scoperte scientifiche che attraverso lui ci ha donato. 

Il grande scienziato Pasteur, cattolico, riceve gli ultimi Sacramenti prima di morire ..... 
" A la fin de 1894, Pasteur se plonge dans une biographie de saint Vincent de Paul si proche de son éthique. Au cours du carême de 1895, il se fait lire par sa femme les quatre Évangiles selon une confidence de Marie-Louise à sa belle-sœur Alice Vallery-Radot 89. La « Réconciliation » se réalise le lundi de Pâques 1895, « sans mystère ni ostentation », à la demande de Pasteur. Ce jour-là, le père Boulanger communia Pasteur. Longtemps on a tout ignoré sur les relations des deux hommes. L'un et l'autre se sont tus. Le père Boulanger, c'est tout à son honneur, a toujours voulu garder le silence avec une infinie délicatesse et un humble effacement personnel 90. S'il s'est tu, du moins a-t-il écrit. Il existe une correspondance intime entre le religieux et la fille de Pasteur (Correspondance conservée dans les archives de la bibliothèque dominicaine du Saulchoir sous la référence V, 206 (don de la famille). Cette correspondance décrit le dur cheminement d'une âme sur la voie de la perfection." (VALLERY-RADOT, Maurice. Pasteur (French Edition) (posizioni nel Kindle 9570-9580). edi8. Edizione del Kindle.) 
"C'était toujours avec émotion que le père Boulanger évoquait la foi de Pasteur (Correspondance conservée dans les archives de la bibliothèque dominicaine du Saulchoir sous la référence V, 206 (don de la famille). (VALLERY-RADOT, Maurice. Pasteur (French Edition) (posizioni nel Kindle 9586-9588). edi8. Edizione del Kindle.)   

 

 

 

 

 

 

 

L’elogio tributato a Pasteur dalla Santa Sede Lors de la célébration du centenaire de la naissance de Pasteur, le Saint-Siège avait été invité à participer aux manifestations prévues. Le pape Pie XI accepta de s’y associer en y déléguant son nonce en France, Mgr Cerretti. La lettre adressée à cette occasion par le pape au nonce conclura ce chapitre 101 : « Vénérable frère, salut et bénédiction apostolique. L’invitation qui a été faite au Saint-Siège de participer aux solennités du centenaire de Louis Pasteur nous a été particulièrement agréable, et Nous voulons Nous-mêmes Nous y associer en vous déléguant pour Nous représenter en cette circonstance. « Pasteur est une figure trop noble de savant chrétien, ses succès scientifiques ont été trop bienfaisants, son œuvre de charité et de dévouement est trop universelle pour que le Saint-Siège ne s’associe pas aux fêtes organisées pour célébrer sa mémoire. « Ses études sur l’origine de la vie, sa lutte contre les maladies microbiennes, ont été la base et le point de départ de toute une série d’applications qui ne cessent de répandre leurs bienfaits à toute l’humanité souffrante. « Mais surtout, au milieu de ses études et de ses magnifiques découvertes, il gardait la foi droite, simple et confiante, et ses études scientifiques lui faisaient découvrir de plus en plus, au fond de toutes choses, le Dieu infini, qui illuminait et consolait son âme, qui inspirait sa charité. C’est avec ce secours divin qu’il put, comme il l’affirma dans son discours d’inauguration de l’Institut qui porte son nom, reculer les frontières de la vie : ce qui n’est certes pas un modeste titre de gloire pour un mortel. « Heureux de Nous associer aux fêtes solennelles du centenaire de ce savant, grand parmi les plus grands, Nous formons le vœu que la jeunesse studieuse et les hommes de science s’inspirent des magnifiques exemples de ce maître. « En témoignage de Notre spéciale bienveillance Nous vous accordons de tout cœur la Bénédiction Apostolique. « Rome, du Vatican, le 20 mai 1923. « PIUS PP. XI. » ( VALLERY-RADOT, Maurice. Pasteur (French Edition) (posizioni nel Kindle 96649687). edi8. Edizione del Kindle.)

 

 

 

Vi invito a leggere questo testo molto interessante di s. Alfonso M. de' Liguori, lo traiamo da un suo libro che si trova on-line  a questo indirizzo  http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PUZ.HTM

Istruzione al popolo
  • PARTE I. De» precetti del decalogo.
    • CAP. I. Del primo precetto.
      • § I. Della fede.

15. Le cose adunque della fede sono a noi occulte, ma la verità della fede ha prove così evidenti, che bisogna dire, essere pazzo chi non l’abbraccia. Queste prove son molte, e specialmente sono le profezie scritte nella sacra bibbiatanti secoli prima, e poi puntualmente avverate. Fu predetta molto tempo prima la morte del nostro Redentore da più profeti, da Davide, da Daniele, da Aggeo, e Malachia; e fu predetto insieme il tempo, e le circostanze di questa morte. Fu predetto ancora, che i giudei in pena della morte data a Gesù Cristo dovevano perdere il loro tempio, e la patria, e restar accecati nel loro peccato, e dispersi per tutta la terra; e tutto si è avverato, come sappiamo: fu predetta ancora la conversione del mondo dopo la morte del Messia, e questa conversione ben si avverò per mezzode» santi apostoli, che senza lettere, senza nobiltà, senza denari, e senza protezioni, anzi coll’opposizione de» più potenti della terra, convertirono il mondo, inducendo gli uomini a lasciare i loro Dei, e i loro vizi invecchiati, per abbracciare una fede, che insegna a credere tanti misteri che non possono comprendersi, e tante leggi difficili a praticarsi, per essere elle opposte a» nostri appetiti malvagi, com’è l’amare i nemici, astenersi dai piaceri, sopportarei disprezzi, e mettere tutto il nostro amore, non già ai beni che vediamo, ma a quelli che non vediamo, della vitafutura. 16. Di più, sono pruove evidenti della nostra fede tanti miracoli operati da Gesù Cristo, dagli apostoli, e da altri santi, in faccia agli stessi loro nemici, i quali non potendo negarli, diceano, che que» prodigi si operavano per artediabolica, quandoché i veri miracoli, che superano le forze della natura, com’è il risuscitare un morto, il dar la vistaad un cieco, e simili, non possono farsi da» demoni, che non hanno tal possanza, ed all’incontro Iddio non puòpermettere alcun miracolo, se non in — 907 — conferma della vera fede; altrimenti, se Dio permettesse un miracolo in conferma d’una fede falsa, egli stesso c’ingannerebbe; e perciò i veri miracoli, che tra noi vediamo (basta per tutti il miracolo di s. Gennaro) sono pruovecerte della nostra fede. 17. Di più, gran pruova della nostra fede fu la costanza de» martiri. Ne» primi secoli della chiesa, a tempo de» tiranni, vi furono tanti milioni d’uomini, fra questi anche tante verginelle, e fanciulli, che per non rinnegar Gesù Cristoabbracciarono allegramente i tormenti e la morte. Scrive Severo Sulpizio1, che a tempo di Diocleziano i martiri si presentavano a» loro giudici con maggiore avidità del martirio di quella con cui gli uomini del mondo ambiscono le dignità e le ricchezze di questa terra. È famoso nelle istorie il martirio di s. Maurizio, con tutta la sua legionetebana. Voleva Massimiliano imperatore, che tutt’i suoi soldati assistessero ad un empio sacrificio ch’egli un giornoofferiva a» suoi falsi Dei. S. Maurizio ed i suoi soldati ricusarono di assistervi, perché erano tutti cristiani. Sapendociò Massimiano, ordinò, che in pena di tal disubbidienza fossero decimati, cioè che per ogni dieci di quella legionefosse ad uno tagliata la testa. Ognun di loro desiderava, che a sé fosse toccata la morte; onde quei che restarono viviinvidiavano coloro ch’erano morti per Gesù Cristo. Sapendo questo l’imperatore, ordinò, che di nuovo fossero decimati; ma con ciò crebbe in essi il desiderio di morire. Finalmente ordinò il tiranno, che tutti fossero decapitati, ed allora tutti deposero allegramente l’armi, e come tanti agnelli mansueti con giubilo si fecero uccidere, senza volersi difendere. 18. Narra ancora Prudenzio2, che un fanciullo di sette anni, il nome non si sa, essendo cristiano, fu tentato dal prefetto Aschepliade a rinnegare la fede; ma negando egli di farlo, e dicendo, che la madre era stata la sua maestra, il tiranno chiamò la madre, ed avanti di lei fece talmente flagellare il fanciullo, che tutto il corpo diventò una piaga. Tutti gli astanti piangeano per la compassione, ma la madre giubilava in veder la fortezza del suo figlio. Il figlioprima di morire, avendo sete, le cercò un poco d’acqua: Figlio, ella gli rispose, abbi pazienza, tra breve sarai saziato in cielo di ogni delizia. In somma il prefetto, adiratosi a tanta costanza della madre e del figlio, ordinò, che subito fosse recisa la testa al fanciullo. Eseguito l’ordine, la madre se lo prese morto in braccio, e, piena di gioia, gli diede gli ultimi baci, vedendolo morto per Gesù Cristo. 19. Da ciò dobbiamo ricavare, quanto noi siamo obbligati di ringraziare Iddio del dono fattoci della vera fede. Quanti infedeli, quanti eretici e scismatici vi stanno? n’è piena la terra, e tutti questi si dannano. I cattolici non giungono alla decima parte, e fra questi il Signore ci ha posti, facendoci nascere in grembo alla santa chiesa. Pochi lo ringraziano di questo gran beneficio. Procuriamo noi di ringraziarnelo ogni giorno.

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Chiediamo luce alla Trinità ss.ma perché ci guidi alla e nella Verità.

Presento qui umilmente ciò che ritengo importante e necessario per confutare alcune affermazioni del card. Muller e del card. Vallini riguardanti la possibilità di dare la Comunione Eucaristica ad alcuni divorziati risposati i quali ritengono che il loro matrimonio sia nullo ma non hanno ottenuto sentenza di nullità dalla Chiesa.

Esaminiamo anzitutto quello che dice il il card. Muller nel saggio introduttivo al testo del prof. Buttiglione “Risposte amichevoli ai critici di Amoris Laetitia” ed. Ares, alle pagg. 23ss, allorché afferma : “ In una procedura di nullità matrimoniale gioca pertanto un ruolo fondamentale la reale volontà matrimoniale. Nel caso di una conversione in età matura (di un cattolico che è tale solo sul certificato di battesimo) si può dare il caso che un cristiano sia convinto in coscienza che il suo primo legame, anche se ha avuto luogo nella forma di un matrimonio in Chiesa, non fosse valido come sacramento e che il suo attuale legame simil-matrimoniale, allietato da figli e con una convivenza maturata nel tempo con il suo partner attuale sia un autentico matrimonio davanti a Dio. Forse questo non può essere provato canonicamente a causa del contesto materiale o per la cultura propria della mentalità dominante. È possibile che la tensione che qui si verifica fra lo status pubblico-oggettivo del “secondo” matrimonio e la colpa soggettiva possa aprire, nelle condizioni descritte, la via al sacramento della penitenza ed alla Santa Comunione, passando attraverso un discernimento pastorale in foro interno .... Se il secondo legame fosse valido davanti a Dio i rapporti matrimoniali dei due partner non costituirebbero nessun peccato grave ma piuttosto una trasgressione contro l’ordine pubblico ecclesiastico per avere violato in modo irresponsabile le regole canoniche e quindi un peccato lieve.” (http://www.lastampa.it/2017/10/30/vaticaninsider/ita/vaticano/comunione-ai-risposati-mller-nella-colpa-possono-esserci-attenuanti-uK39UZsbZ580Xv9cVK2kUP/pagina.html )

Preciso subito che il peccato veniale fatto deliberatamente predispone al peccato grave quindi non va fatto … ma poi riflettiamo: quindi i due conviventi di cui parla il cardinale potrebbero evidentemente avere figli , vivere pubblicamente da marito e moglie …. visto che non compiono peccato grave etc. etc. .. ma domandiamoci: una tale situazione non sarebbe scandalosa? E lo scandalo non è più un grave peccato ? … e la confusione che si creerebbe nella Chiesa se si ammettesse il principio affermato dal card. Muller non sarebbe anch'essa scandalosa e contraria a quell'ordine che Dio vuole per la sua Chiesa, ordine che appunto postula anche un diritto canonico ? Dio ci illumini.

Il famoso canonista card. Burke ha affermato “ Per quanto riguarda il rapporto tra la disciplina canonica e la dottrina, mi riferisco alla magistrale presentazione dell’insostituibile servizio del diritto canonico per la salvaguardia e la promozione della sana dottrina, che Papa Giovanni Paolo II ha fatto, specialmente alla luce dell’antinomianismo del periodo postconciliare, nella Costituzione Apostolica Sacrae disciplinae leges con la quale ha promulgato il Codice di Diritto Canonico nel 1983.

      Il santo Pontefice descrisse la natura del diritto canonico, indicando il suo sviluppo organico dalla prima alleanza di Dio con il Suo santo popolo. Egli ricordò il « lontano patrimonio di diritto contenuto nei libri del Vecchio e Nuovo Testamento dal quale, come dalla sua prima sorgente, proviene tutta la tradizione giuridico-legislativa della Chiesa”. In particolare ha notato come Cristo Stesso ha dichiarato di non essere venuto per distruggere «il ricchissimo retaggio della Legge e dei Profeti» ma per dargli compimento 8. Il Signore infatti ci insegna che è la disciplina che apre la via alla libertà nell’amore di Dio e del prossimo. Così Papa San Giovanni Paolo II ha dichiarato : “In tal modo gli scritti del Nuovo Testamento ci consentono di percepire ancor più l’importanza stessa della disciplina e ci fanno meglio comprendere come essa sia più strettamente congiunta con il carattere salvifico della stessa dottrina evangelica”. Egli ha articolato il fine del diritto canonico, cioè, il servizio della fede e della grazia, ricordando che, lontano da essere un ostacolo alla nostra vita in Cristo, la disciplina canonica salvaguarda e promuove la vita cristiana:Stando così le cose, appare con chiarezza che il Codice non ha come scopo in nessun modo di sostituire la fede, la grazia, i carismi e soprattutto la carità dei fedeli nella vita della Chiesa. Al contrario, il suo fine è piuttosto di creare tale ordine nella società ecclesiale che assegnando il primato all’amore, alla grazia e ai carismi, rende più agevole contemporaneamente il loro organico sviluppo nella vita sia della società ecclesiale, sia anche delle singole persone che ad essa appartengono10 .È evidente che la disciplina della Chiesa non può mai essere in conflitto con la dottrina che ci arriva in una linea ininterrotta dagli Apostoli. Infatti, come osservò Papa San Giovanni Paolo II, “in realtà, il Codice di diritto Canonico è estremamente necessario alla Chiesa”11 . In ragione del rapporto stretto e inseparabile tra la dottrina e il diritto, ha poi ricordato che il servizio essenziale del diritto canonico alla vita della Chiesa necessita che le leggi siano osservate e, al tale fine, “l’espressione delle norme fosse accurata, e perché esse risultassero basate su un solido fondamento giuridico, canonico e teologico” ( Cardinale Raymond Leo Burke “Il  MATRIMONIO è naturale e sacro”. Intervento nell'ambito di “Permanere nella Verità di Cristo”, Convegno Internazionale  in preparazione del Sinodo sulla famiglia , Angelicum - Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino  30 settembre 2015.
http://www.maranatha.it/sinodo/RLB01.htm )

 Il famoso canonista card. Herranz ha detto “Tutta questa realtà normativa dimostra che il Diritto appartiene, in quanto ordinatore necessario della struttura sociale del Popolo di Dio, al « Mysterium Ecclesiae », e testimonia, come sentenziò Paolo VI con una frase lapidaria, che: « Vita ecclesialis sine ordinatione iuridica nequit exsistere — La vita della Chiesa non può esistere senza un ordinamento giuridico »[29] …. Sono convinto che, per riscoprire il perché del Diritto ecclesiale bisogna risalire — ne abbiamo accennato prima — ad un'altra concezione del Diritto: quella che, con la migliore tradizione classica e cristiana, sempre viva nel Magistero e nella vita della Chiesa, lo comprende come ordine di giustizia. Una giustizia che nella società civile s’incentra sui diritti e doveri naturali della persona umana in quanto tale, e che, nel Popolo di Dio, riguarda la realizzazione del divino disegno salvifico, alla cui luce mostrano tutto il loro rilievo di giustizia sia i diritti e i doveri dei fedeli che la specifica missione dei Pastori in quanto rappresentanti gerarchici di Cristo nella Chiesa. Le leggi canoniche, nonché l’attività amministrativa e giudiziaria ecclesiastica, appaiono così come strumenti indispensabili di quell’ordine giusto, le cui basi essenziali si trovano nella stessa costituzione divina della Chiesa. Infatti, il “munus regendi” — la funzione di governo — è inseparabile dalle funzioni magisteriali e liturgiche — “munus docendi” e “munus sanctificandi” —, non solo nei suoi principi fondamentali ma anche nel retto e responsabile esercizio dell’intera missione pastorale. Far conoscere ed applicare le leggi della Chiesa non è un intralcio alla presunta “efficacia” pastorale di chi vuol risolvere i problemi senza il diritto, bensì garanzia della ricerca di soluzioni non arbitrarie, ma veramente giuste e, perciò, veramente pastorali. … orrei concludere riallacciandomi di nuovo a quel ricordo personale dell’Udienza con Giovanni Paolo Il che ho evocato all’inizio. Quel suo accenno alla giustizia quale esigenza primaria della carità — e pertanto al Diritto canonico come ordine di giustizia — va senz’altro applicato alla vita e alla missione del Popolo di Dio. Ciò era evidente nel contesto di quella conversazione e lo stesso Papa lo aveva già commentato in uno dei suoi primi interventi pubblici, quando trattò della giustizia continuando la catechesi sulle virtù incominciata dal suo indimenticabile predecessore Giovanni Paolo I. In quell’Udienza generale l’attuale Pontefice disse: « la giustizia è principio fondamentale dell'esistenza e della coesistenza degli uomini, come anche della comunità umana, della società e dei popoli. Inoltre, la giustizia è principio dell’esistenza della Chiesa, quale Popolo di Dio »[43]. In questa giustizia nel Popolo di Dio, che è elevata ma non sostituita dalla carità, trova il suo perenne fondamento la « magna disciplina Ecclesiae », la cui tutela e promozione fu l’impegno preso dai due ultimi Papi nei loro rispettivi primi messaggi al mondo[44].  (J. Herranz  http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/intrptxt/documents/rc_pc_intrptxt_doc_20020429_diritto-canonico_it.html ) Sottolineo quanto più sopra ho riportato: Paolo VI con una frase lapidaria, affermò che: « Vita ecclesialis sine ordinatione iuridica nequit exsistere — La vita della Chiesa non può esistere senza un ordinamento giuridico ». La Scrittura dice, in questa linea: “Però tutto sia fatto condignità e con ordine.”(1 Cor. 14,40) ….. Dio ci aiuti a vivere in questo santo ordine.

Esamineremo più avanti il tema dello scandalo , intanto mi pare importante notare che il card. Muller non cita nessun testo della Tradizione su cui fonda la sua affermazione …. infatti la Tradizione mi pare vada in senso radicalmente opposto … ed è interessante ascoltare a questo riguardo quello che disse il card. Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in una famosa lettera dei primi anni novanta a “The Tablet” ( “The Tablet” 26-10 -1991, pp.1310-11 ) in cui troviamo precise indicazioni per risolvere i casi di coloro che ritengono il loro matrimonio certamente invalido ma non possono provare tale invalidità. Il card. Ratzinger disse anzitutto che della “soluzione di foro interno” (che appunto riguarda matrimoni che sono conosciuti come invalidi ma tale invalità non può essere provati in tribunale) che è ritenuta un modo per risolvere la questione della validità di un precedente matrimonio, il Magistero non ha mai accettato l'uso (“the Magisterium has not sanctioned its use”) per varie ragioni tra le quali c'è la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno ; il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana; solo il foro esterno, continua il card. Ratzinger, può dare reale assicurazione a colui che fa domanda, e che non è parte disinteressata, che egli stesso non è colpevole di “ volersi giustificare”; solo il foro esterno può dare una risposta ai diritti e alle richieste dell'altro coniuge della precedente unione e nel caso di dichiarazione di nullità può rendere possibile l'ingresso in un matrimonio canonicamente valido e sacramentale ; i numerosi abusi, continua il Prefetto della Congregazione romana, commessi in molti paesi sotto il titolo della “soluzione di foro interno” mostrano che essa non funziona! (cfr. lettera inviata dal card. Ratzinger a “The Tablet” ( “The Tablet” 26-10 -1991, pp.1310-11 )

Sottolineo in modo particolare che il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana …. quindi il matrimonio non è semplicemente un fatto di relazione tra il singolo e Dio …. perciò la soluzione di foro interno non funziona perché contiene la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno … Dio che certamente ci ha parlato attraverso il card. Ratzinger ci illumini e illumini i nostri Pastori.

Le affermazioni del card. Ratzinger, che riprenderemo più avanti allorché presenteremo con più ampiezza il contenuto di tale lettera, ci introducono molto bene all'esame della dottrina cattolica su questo tema …. Lo studio sarà abbastanza lungo ma necessario per vedere come la Chiesa presenti una dottrina che va in direzione ben diversa da ciò che dice il card. Muller … Chiediamo anzitutto allo Spirito Santo di guidarci alla pienezza della Verità; la Madonna ss.ma preghi per noi; s. Giovanni Paolo II, autore di vari testi che esamineremo, preghi per noi.

Nella Familiaris Consortio, di s. Giovanni Paolo II leggiamo:

“84. L’esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto ricorso al divorzio ha per lo più in vista il passaggio ad una nuova unione, ovviamente non col rito religioso cattolico. Poiché si tratta di una piaga che va, al pari delle altre, intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, il problema dev’essere affrontato con premura indilazionabile. I Padri Sinodali l’hanno espressamente studiato. La Chiesa, infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che — già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale — hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.

Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.

Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.

La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.

La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).

Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l’impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l’indissolubilità del matrimonio validamente contratto.

Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.

Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità.”

Vorrei mettere in particolare evidenza alcune affermazioni del documento appena presentato : “La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.

La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).”

In un pronunciamento della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 approvato da Giovanni Paolo II  si afferma :

“7. L’errata convinzione di poter accedere alla Comunione eucaristica da parte di un divorziato risposato, presuppone normalmente che alla coscienza personale si attribuisca il potere di decidere in ultima analisi, sulla base della propria convinzione(15), dell’esistenza o meno del precedente matrimonio e del valore della nuova unione. Ma una tale attribuzione è inammissibile(16). Il matrimonio infatti, in quanto immagine dell’unione sponsale tra Cristo e la sua Chiesa, e nucleo di base e fattore importante nella vita della società civile, è essenzialmente una realtà pubblica.

8. É certamente vero che il giudizio sulle proprie disposizioni per l’accesso all’Eucaristia deve essere formulato dalla coscienza morale adeguatamente formata. Ma è altrettanto vero che il consenso, col quale è costituito il matrimonio, non è una semplice decisione privata, poiché crea per ciascuno dei coniugi e per la coppia una situazione specificamente ecclesiale e sociale. Pertanto il giudizio della coscienza sulla propria situazione matrimoniale non riguarda solo un rapporto immediato tra l’uomo e Dio, come se si potesse fare a meno di quella mediazione ecclesiale, che include anche le leggi canoniche obbliganti in coscienza. Non riconoscere questo essenziale aspetto significherebbe negare di fatto che il matrimonio esiste come realtà della Chiesa, vale a dire, come sacramento.

9. D’altronde l’Esortazione «Familiaris consortio», quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido(17). Si deve certamente discernere se attraverso la via di foro esterno stabilita dalla Chiesa vi sia oggettivamente una tale nullità di matrimonio. La disciplina della Chiesa, mentre conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell’esame della validità del matrimonio dei cattolici, offre anche nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza(18).

Attenersi al giudizio della Chiesa e osservare la vigente disciplina circa I' obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati. Infatti, la Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Ricevere la Comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati” n. 7ss (http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html   )

  Lo stesso card. Muller, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede in un articolo pubblicato sull’Osservatore Romano affermò riguardo al testo della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 :“Si chiarisce, inoltre, che i credenti interessati non devono accostarsi alla santa Comunione sulla base del loro giudizio di coscienza: «Qualora egli lo giudicasse possibile, i pastori e i confessori (…) hanno il grave dovere di ammonirlo che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della Chiesa» (n. 6). In caso di dubbi circa la validità di un matrimonio fallito, questi devono essere verificati dagli organi giudiziari competenti in materia matrimoniale (cfr. n. 9). … Nell’esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis del 22 febbraio 2007 Benedetto XVI riprende e rilancia il lavoro del precedente sinodo dei vescovi sull’eucaristia. Egli giunge a parlare della situazione dei fedeli divorziati risposati al n. 29, ove non esita a definirla «un problema pastorale spinoso e complesso». Benedetto XVI ribadisce «la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr. Marco, 10, 2–12), di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati», ma scongiura addirittura i pastori a dedicare «speciale attenzione» nei confronti delle persone interessate «nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa messa, pur senza ricevere la comunione, l’ascolto della Parola di Dio, l’adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l’impegno educativo verso i figli». Viene ribadito che, in caso di dubbi circa la validità della comunione di vita matrimoniale che si è interrotta, questi devono essere esaminati attentamente dai tribunali competenti in materia matrimoniale. ….  Poiché molti cristiani sono influenzati da tale contesto culturale, i matrimoni sono probabilmente più spesso invalidi ai nostri giorni di quanto non lo fossero in passato, perché è mancante la volontà di sposarsi secondo il senso della dottrina matrimoniale cattolica e anche l’appartenenza a un contesto vitale di fede è molto ridotta. Pertanto, una verifica della validità del matrimonio è importante e può portare a una soluzione dei problemi. Laddove non è possibile riscontrare una nullità del matrimonio, è possibile l’assoluzione e la comunione eucaristica se si segue l’approvata prassi ecclesiale che stabilisce di vivere insieme «come amici, come fratello e sorella».” ( G. L. Muller “ Indissolubilità del matrimonio e dibattito sui divorziati risposati e i Sacramenti” L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 243, Merc. 23/10/2013 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/muller/rc_con_cfaith_20131023_divorziati-risposati-sacramenti_it.html  )

    Benedetto XVI nella “Sacramentum Caritatis” affermò: “Là dove sorgono legittimamente dei dubbi sulla validità del Matrimonio sacramentale contratto, si deve intraprendere quanto è necessario per verificarne la fondatezza. Bisogna poi assicurare, nel pieno rispetto del diritto canonico,(93) la presenza sul territorio dei tribunali ecclesiastici, il loro carattere pastorale, la loro corretta e pronta attività.(94) Occorre che in ogni Diocesi ci sia un numero sufficiente di persone preparate per il sollecito funzionamento dei tribunali ecclesiastici. Ricordo che « è un obbligo grave quello di rendere l’operato istituzionale della Chiesa nei tribunali sempre più vicino ai fedeli ».(95) È necessario, tuttavia, evitare di intendere la preoccupazione pastorale come se fosse in contrapposizione col diritto. Si deve piuttosto partire dal presupposto che fondamentale punto d’incontro tra diritto e pastorale è l’amore per la verità: questa infatti non è mai astratta, ma « si integra nell’itinerario umano e cristiano di ogni fedele ».(96) Infine, là dove non viene riconosciuta la nullità del vincolo matrimoniale e si danno condizioni oggettive che di fatto rendono la convivenza irreversibile, la Chiesa incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale. ” ( http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/apost_exhortations/documents/hf_ben-xvi_exh_20070222_sacramentum-caritatis.html  )

Per intendere bene la dottrina della Chiesa su questo punto , appare molto importante un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede che si intitola “ Lettera riguardante l’indissolubilità del matrimonio” ( http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19730411_indissolubilitate-matrimonii_it.html  ) come si può vedere questo testo parla di una provata prassi …. Tuttavia la provata prassi indicata dal documento non è quella che sembra indicare il card. Schönborn ma è quella che è precisata  in data 21 marzo 1975 da mons. Hamer, nella «Littera circa partecipationem» consultabile in «Leges Ecclesiae», vol, VI, n. 4657, p. 7605, ecco le parole di mons. Hamer : «Questa frase [probata Ecclesiae praxis] dev’essere intesa nel contesto della tradizionale teologia morale. Queste coppie [di cattolici che vivono in unioni coniugali irregolari] possono essere autorizzate a ricevere i sacramenti a due condizioni: che cerchino di vivere secondo le esigenze dei principi morali cristiani e che ricevano i sacramenti in chiese in cui esse non sono conosciute, in modo da non creare alcuno scandalo»

Si legga anche il testo seguente:

“Fedele alla parola di Gesù Cristo(5), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione(6). Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l’accesso alla Comunione eucaristica: «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»(7). Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi»»(8). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati” n. 4 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html  )

Come si vede, i divorziati-risposati che vivono more uxorio non possono ricevere l'assoluzione e fare la Comunione … “Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio” ….. quindi anche quelli che sono in coscienza sicuri della invalidità del primo matrimonio non possono vivere more uxorio … ma devono vivere come fratello e sorella e così possono ricevere i Sacramenti e quindi l'Eucaristia. Va notato anche che : se si ammettessero queste persone divorziate risposate e viventi more uxorio all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio ….

QUINDI SULLA BASE DEI TESTI MAGISTERIALI APPENA VISTI E' EVIDENTE CHE COLORO DI CUI PARLA IL CARD. MULLER DICENDO CHE POSSONO VIVERE MORE UXORIO ( le parole usate dal cardinale tedesco e da noi sopra presentate sono “Se il secondo legame fosse valido davanti a Dio i rapporti matrimoniali dei due partner non costituirebbero nessun peccato grave ma piuttosto una trasgressione contro l’ordine pubblico ecclesiastico per avere violato in modo irresponsabile le regole canoniche e quindi un peccato lieve.”) PUR ESSENDO LEGATI DA UN PRECEDENTE MATRIMONIO, CHE ESSI RITENGONO NON ESSERE VALIDO, NON POSSONO RICEVERE I SACRAMENTI …. E L'AMMINSTRAZIONE DEI SACRAMENTI AD ESSI PRODUCE CONFUSIONE E SCANDALO …

Ripeto: SULLA BASE DEI TESTI MAGISTERIALI APPENA VISTI E' EVIDENTE CHE COLORO DI CUI PARLA IL CARD. MULLER DICENDO CHE POSSONO VIVERE MORE UXORIO PUR ESSENDO LEGATI DA UN PRECEDENTE MATRIMONIO, CHE ESSI RITENGONO NON ESSERE VALIDO, NON POSSONO RICEVERE I SACRAMENTI …. E L'AMMINSTRAZIONE DEI SACRAMENTI AD ESSI PRODUCE CONFUSIONE E SCANDALO …

Dio ci illumini e illumini i nostri Pastori. Dio ci doni sapienza per camminare sulla via della santità e per aiutare gli uomini a camminare su questa strada , che è stretta.

      Dopo tutto quello che ho presentato finora mi pare sia venuto il momento per affrontare l'interpretazione di alcune affermazioni del card. Ratzinger circa la possibilità di confessare e dare la Comunione ai divorziati risposati che ritengono nullo il loro primo matrimonio ma non hanno ottenuto la sentenza di nullità del matrimonio. Chiediamo a Dio speciale luce perché la sua Verità si manifesti attraverso noi. Preciso anzitutto che i due seguenti testi del card. Ratzinger, a differenza del testo del 1994 della Congregazione per la Dottrina della Fede non hanno la approvazione diretta scritta del s. Padre, non hanno dunque lo stesso livello di forza dottrinale di tale testo. Nella prefazione di un “Sussidio per i Pastori” della Congregazione per la Dottrina della Fede, intitolato “Sulla pastorale dei divorziati risposati. Documenti, commenti e studi,” (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998, pag. 5-29 ),  il card. Ratzinger, dopo aver ribadito i principi fondamentali della dottrina cattolica sul tema afferma “ Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.

Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della Chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epikèia in “foro interno”. Nella Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso «per quanto possibile» ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cfr. Lettera, 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in “foro interno” ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in “foro interno” sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una “eccezione”, allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico — sottratto al giudizio soggettivo — del matrimonio.”

Per intendere bene queste parole occorre considerare due cose: 1) questo testo è una introduzione ad un “Sussidio per i Pastori” come dice mons. Bertone nelle prime pagine, che contiene anche alcuni studi di esperti; quindi non è un testo magisteriale approvato dal Papa, mentre il documento del 1994 della Congregazione per la Dottrina della Fede era un testo magisteriale con approvazione papale, 2) le parole che poco prima aveva detto il cardinale stesso e che presento qui di seguito:

“ II. I contenuti essenziali della dottrina ecclesiale 

 Per facilitarne la comprensione, i contenuti essenziali dei relativi pronunciamenti magisteriali saranno sintetizzati in otto tesi e brevemente commentati.

1. I fedeli divorziati risposati si trovano in una situazione che contraddice oggettivamente l’indissolubilità del matrimonio

         Per fedeltà all’insegnamento di Gesù la chiesa resta fermamente convinta che il matrimonio è indissolubile. Il concilio Vaticano II insegna: "Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità" (Gaudium et spes, n. 48; EV 1/1471). La chiesa crede che nessuno – neppure il papa – ha il potere di sciogliere un matrimonio sacramentale rato e consumato (cf. CIC, can. 1141). Pertanto essa non può " riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio" (Lettera, n. 4; EV 14/1455). Una nuova unione civile non può sciogliere il precedente vincolo matrimoniale sacramentale. Essa si colloca pertanto obiettivamente in contrasto diretto con la verità del vincolo matrimoniale indissolubile che permane.

         Per questo motivo è proibito "per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere" (FC 84; EV 7/1801). Tali cerimonie darebbero infatti l’impressione che si tratti della celebrazione di nuove nozze sacramentali e svuoterebbero la dottrina sull’indissolubilità del matrimonio.

2. I fedeli divorziati risposati rimangono membri del popolo di Dio e devono sperimentare l’amore di Cristo e la vicinanza materna della chiesa ….

3. Come battezzati i fedeli divorziati risposati sono chiamati a partecipare attivamente alla vita della chiesa, nella misura in cui questo è compatibile con la loro situazione oggettiva …

4. A motivo della loro situazione obiettiva i fedeli divorziati risposati non possono essere ammessi alla sacra comunione e neppure accedere di propria iniziativa alla mensa del Signore ….

5. A motivo della loro situazione obiettiva i fedeli divorziati risposati non possono "esercitare certe responsabilità ecclesiali" (CCC 1650)

       ….

6. Se fedeli divorziati risposati si separano ovvero vivono come fratello e sorella, possono essere ammessi ai sacramenti. ...

7. I fedeli divorziati risposati, che sono convinti soggettivamente dell’invalidità del loro matrimonio precedente, devono regolare la loro situazione in foro esterno

         Il matrimonio ha essenzialmente carattere pubblico. Esso costituisce la cellula primaria della società. Il matrimonio cristiano possiede una dignità sacramentale. Il consenso degli sposi, che costituisce il matrimonio, non è una semplice decisione privata, ma crea per ciascun partner una specifica situazione ecclesiale e sociale. Il matrimonio è una realtà della chiesa e non concerne solo la relazione immediata degli sposi con Dio. Pertanto non compete in ultima istanza alla coscienza personale degli interessati decidere, sul fondamento della propria convinzione, sulla sussistenza o meno di un matrimonio precedente e sul valore della nuova relazione (cf. Lettera, nn. 7 e 8).

         Per questo motivo il diritto canonico riveduto conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici a riguardo dell’esame della validità del matrimonio dei cattolici. Questo significa che anche coloro che sono convinti in coscienza che il loro matrimonio precedente, insanabilmente fallito non fu mai valido, devono rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che con un procedimento di foro esterno stabilito dalla chiesa esamina se si tratti obiettivamente di un matrimonio invalido. Il Codice di diritto canonico del 1983 – e lo stesso vale analogamente per il Codice dei canoni delle chiese orientali – offre anche nuove vie, per dimostrare la nullità di un matrimonio. S.E. mons. Mario F. Pompedda, decano della Rota romana, scrive al riguardo nel suo commento "Problematiche canonistiche", pubblicato in questo volume: "Dando prova di rispetto profondo della persona umana, in aderenza al diritto naturale, e spogliando il diritto processuale di ogni superfluo formalismo giuridico, pur nel rispetto delle esigenze impreteribili della giustizia (nel caso, il raggiungimento di una certezza morale e la salvaguardia della verità che qui coinvolge addirittura il valore di un sacramento) ha stabilito norme per le quali (cf. can. 1536 § 2 e can. 1679) le sole dichiarazioni delle parti possono costituire prova sufficiente di nullità, naturalmente ove tali dichiarazioni congruenti con le circostanze della causa offrano garanzia di piena credibilità".

Con questo nuovo regolamento canonico, che purtroppo nella prassi dei tribunali ecclesiastici di molti paesi è considerato e applicato ancora troppo poco, si dovrebbe "escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza" (Lettera, n. 9; EV 14/1462).

8. I fedeli divorziati risposati non possono mai perdere la speranza di raggiungere la salvezza ...”

Questi che abbiamo appena visto sono i contenuti essenziali della dottrina della Chiesa riguardo ai divorziati risposati; il cardinale Ratzinger aggiunge a questa trattazione delle obiezioni che sono state presentate: “  La Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1994 ha notoriamente avuto una vivace eco in diverse parti della chiesa. Accanto a molte reazioni positive si sono udite anche non poche voci critiche. Le obiezioni essenziali contro la dottrina e la prassi della chiesa sono presentate qui di seguito in forma per altro semplificata.

 3. Molti propongono di permettere eccezioni dalla norma ecclesiale, sulla base dei tradizionali principi dell’epicheia e della aequitas canonica

         Alcuni casi matrimoniali, così si dice, non possono venire regolati in foro esterno. La chiesa potrebbe non solo rinviare a norme giuridiche, ma dovrebbe anche rispettare e tollerare la coscienza dei singoli. Le dottrine tradizionali dell’epicheia e della aequitas canonica potrebbero giustificare dal punto di vista della teologia morale ovvero dal punto di vista giuridico una decisione della coscienza, che si allontani dalla norma generale. Soprattutto nella questione della recezione dei sacramenti la chiesa dovrebbe fare dei passi avanti e non soltanto opporre ai fedeli dei divieti. I due contributi di don Marcuzzi e del prof. Rodríguez Luño illustrano questa complessa problematica. In proposito si devono distinguere chiaramente tre ambiti di questioni:

         a) Epicheia ed aequitas canonica sono di grande importanza nell’ambito delle norme umane e puramente ecclesiali, ma non possono essere applicate nell’ambito di norme, sulle quali la chiesa non ha nessun potere discrezionale. L’indissolubilità del matrimonio è una di queste norme, che risalgono al Signore stesso e pertanto vengono designate come norme di «diritto divino». La chiesa non può neppure approvare pratiche pastorali – ad esempio nella pastorale dei sacramenti –, che contraddirebbero il chiaro comandamento del Signore. In altre parole: se il matrimonio precedente di fedeli divorziati risposati era valido, la loro nuova unione in nessuna circostanza può essere considerata come conforme al diritto, e pertanto per motivi intrinseci non è possibile una recezione dei sacramenti. La coscienza del singolo è vincolata senza eccezioni a questa norma.

         b) La chiesa ha invece il potere di chiarire quali condizioni devono essere adempiute, perché un matrimonio possa essere considerato come indissolubile secondo l’insegnamento di Gesù. Nella linea delle affermazioni paoline in 1Cor 7 essa ha stabilito che solo due cristiani possano contrarre un matrimonio sacramentale. Essa ha sviluppato le figure giuridiche del «privilegium paulinum» e del «privilegium petrinum». Con riferimento alle clausole sulla «porneia» in Matteo e in Atti 15,20 furono formulati impedimenti matrimoniali. Inoltre furono individuati sempre più chiaramente motivi di nullità matrimoniale e furono ampiamente sviluppate le procedure processuali. Tutto questo contribuì a delimitare e precisare il concetto di matrimonio indissolubile. Si potrebbe dire che in questo modo anche nella chiesa occidentale fu dato spazio al principio della «oikonomia», senza toccare tuttavia l’indissolubilità del matrimonio come tale.

         In questa linea si colloca anche l’ulteriore sviluppo giuridico nel Codice di diritto canonico del 1983, secondo il quale anche le dichiarazioni delle parti hanno forza probante. Di per sé, secondo il giudizio di persone competenti (cf. lo studio di mons. Pompedda), sembrano così praticamente esclusi i casi, in cui un matrimonio invalido non sia dimostrabile come tale per via processuale. Poiché il matrimonio ha essenzialmente un carattere pubblico-ecclesiale e vale il principio fondamentale «Nemo iudex in propria causa» («Nessuno è giudice nella propria causa»), le questioni matrimoniali devono essere risolte in foro esterno.”

… quindi il card. Ratzinger dice quello che abbiamo presentato sopra ...

“Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.

         c) Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epicheia in «foro interno». Nella Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso «per quanto possibile» ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cf. Lettera, n. 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in «foro interno» ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in «foro interno» sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una «eccezione», allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio.”

Come dice il card. Ratzinger nell’ultimo testo qui da noi presentato “ …. il diritto canonico riveduto conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici a riguardo dell’esame della validità del matrimonio dei cattolici. Questo significa che anche coloro che sono convinti in coscienza che il loro matrimonio precedente, insanabilmente fallito non fu mai valido, devono rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che con un procedimento di foro esterno stabilito dalla chiesa esamina se si tratti obiettivamente di un matrimonio invalido.” 

Chiediamo luce a Dio per poter manifestare solo la sua Verità.

Come si può notare il card. Ratzinger presenta anzitutto la dottrina fondamentale della Chiesa sulla questione dei divorziati risposati e sottolinea che la competenza esclusiva per dichiarare la nullità di un matrimonio è della Chiesa non di altri, se ogni persona potesse dichiarare nullo il suo matrimonio da cui peraltro derivano diritti e doveri, praticamente il matrimonio stesso crollerebbe; dunque la competenza esclusiva per dichiarare la nullità del matrimonio è della Chiesa con i suoi organi competenti a emettere una tale dichiarazione. Nei casi limite suindicati il cardinale afferma che “Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epicheia in «foro interno».” … cioè teoricamente non sembra … si noti il “non sembra” che è ben diverso dal “non è” … ma poi il cardinale afferma “Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una «eccezione», allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio.” … si tratta quindi di una mera ipotesi che per essere realmente accettata deve essere studiata e chiarita … quindi al momento non è accolta! Notiamo anche che questo testo del card. Ratzinger non ha lo stesso valore dottrinale e quindi non può soppiantare quanto affermato nel documento del 1994 della Congregazione per la Dottrina della Fede e nella Familiaris Consortio. I principi della morale cattolica e del diritto canonico restano, quindi, per varie ragioni quelli già visti in precedenza e per essi è chiaro che anche in casi limite ciò che è decisivo è il giudizio del competente organo della Chiesa non le affermazioni dei coniugi, perciò i divorziati risposati il cui precedente matrimonio, nonostante le loro affermazioni o le loro certezze morali, è ancora valido e non è stato dichiarato nullo, non possono sposarsi e quindi non possono evidentemente vivere more uxorio. Vale per essi , quindi, la regola generale “Fedele alla parola di Gesù Cristo(5), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione(6). Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l’accesso alla Comunione eucaristica: «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»(7). Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi»»(8). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo .….. 9. D’altronde l’Esortazione «Familiaris consortio», quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido(17). Si deve certamente discernere se attraverso la via di foro esterno stabilita dalla Chiesa vi sia oggettivamente una tale nullità di matrimonio. La disciplina della Chiesa, mentre conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell’esame della validità del matrimonio dei cattolici, offre anche nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza(18).

     Attenersi al giudizio della Chiesa e osservare la vigente disciplina circa l' obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati. Infatti, la Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Ricevere la Comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati n. 4 e 9)” …. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale … seguire Cristo sulla via della Croce significa, per il cristiano, anche questo … La via che conduce al Cielo è stretta … non ce lo dimentichiamo mai! Ma ricordiamoci che solo la via stretta conduce al Cielo e che quanto più ci uniamo alla Passione di Cristo accettando con Lui particolari sofferenze tanto più saremo gloriosi con lui in Cielo. Dio ci aiuti a percorrere la via stretta, ma salvifica, della Croce perché possiamo giungere davvero alla beatitudine del Cielo.

     Nella linea di quanto detto finora va anche la lettera inviata dal card. Ratzinger a “The Tablet” ( “The Tablet” 26-10 -1991, pp.1310-11 ) che già vedemmo in parte più sopra e in cui troviamo precise indicazioni per risolvere i casi di coloro che ritengono il loro matrimonio certamente invalido ma non possono provare tale invalidità, qui di seguito presentiamo in sintesi e con una nostra sommaria il contenuto di tale lettera. Il cardinale dice anzitutto che della “soluzione di foro interno” (che appunto riguarda matrimoni che sono conosciuti come invalidi ma tale invalità non può essere provati in tribunale) che è ritenuta un modo per risolvere la questione della validità di un precedente matrimonio, il Magistero non ha mai accettato l'uso (“the Magisterium has not sanctioned its use”) per varie ragioni tra le quali c'è la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno ; il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana. Solo il foro esterno, continua il card. Ratzinger, può dare reale assicurazione a colui che fa domanda, e che non è parte disinteressata, che egli stesso non è colpevole di “ volersi giustificare”; solo il foro esterno può dare una risposta ai diritti e alle richieste dell'altro coniuge della precedente unione e nel caso di dichiarazione di nullità può rendere possibile l'ingresso in un matrimonio canonicamente valido e sacramentale . I numerosi abusi, continua il Prefetto della Congregazione romana, commessi in molti paesi sotto il titolo della “soluzione di foro interno” mostrano che essa non funziona, per queste ragioni la Chiesa recentemente in particolare nel Codice di Diritto Canonico ha diffuso i criteri per l'ammissibilità della testimonianza e dell'evidenza nei tribunali che si occupano di matrimoni , perché non sorga la richiesta di “soluzione di foro interno”; in alcuni casi estremi in cui in cui il ricorso al Tribunale non è possibile e un problema di coscienza sorge, si può fare ricorso alla Sacra Penitenzieria. L'Arcivescovo Hamer nella sua Lettera del 1975, precisa ancora il card. Ratzinger, parlando delle coppie divorziate risposate il cui matrimonio non era stato dichiarato nullo, allorché afferma che possono essere ammesse a ricevere i Sacramenti “ .. se cercano di vivere secondo indicazioni dei principi morali cristiani”, non vuole dire altro se non che si astengano, come dice s. Giovanni Paolo II, dagli “atti propri delle coppie sposate” … questa norma severa è una testimonianza profetica alla irreversibile fedeltà dell'amore che lega Cristo alla sua Chiesa e mostra anche che l'amore degli sposi è incorporato al vero amore di Cristo (Ef. 5, 23-32). Anche nel 1973 la Congregazione per la Dottrina della Fede in un documento sul matrimonio fece riferimento alla "approvata prassi", tale prassi afferma il card. Ratzinger è quella per la quale  i divorziati risposati possono essere ammessi a ricevere i Sacramenti se pentiti per i loro peccati si propongano di astenersi  dagli “atti propri delle coppie sposate”, anche se in alcuni casi non possono interrompere la coabitazione, e sia evitato ogni scandalo .  Sottolineo che in alcuni casi estremi in cui si presenta un problema di coscienza, contrariamente a ciò che pare affermare il card. Muller, non è il singolo confessore che può risolvere il problema, ma la Sacra Penitenzieria, cui il sacerdote deve fare ricorso; e comunque della “soluzione di foro interno” il Magistero non ha mai accettato l'uso per varie ragioni tra le quali c'è la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno ; il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana.

Di certo, come visto sopra, queste persone di cui parla il card. Muller , se non seguono la disciplina cattolica qui sopra esposta, non potrebbero ricevere i Sacramenti …. Il Signore illumini noi e i nostri Pastori perché seguiamo decisamente la via stretta della Verità e della Croce.

Anche alcuni Vescovi del Kazakistan l'anno scorso emisero un importante documento in cui condannavano affermazioni del tipo di quelle presentate qui dal card. Muller e da noi confutate ( https://www.corrispondenzaromana.it/appello-di-tre-vescovi-cattolici-a-papa-francesco-in-difesa-del-matrimonio/ ) Ecco qui di seguito alcune affermazioni tratte dal documento di questi Vescovi e che ci interessano in particolare per il nostro argomento “ Essendo il matrimonio valido dei battezzati un sacramento della Chiesa e, per sua natura, una realtà di carattere pubblico, un giudizio soggettivo della coscienza sulla invalidità del proprio matrimonio che contrasti con la sentenza definitiva del tribunale ecclesiastico, non può comportare conseguenze per la disciplina sacramentale, poiché essa ha sempre un carattere pubblico.

La Chiesa, ed in concreto il ministro del sacramento della penitenza, non ha la facoltà di giudicare sullo stato della coscienza del fedele o sulla rettitudine dell’intenzione della coscienza, poiché “ecclesia de occultis non iudicat” (Concilio di Trento, sess. 24, cap. 1). Il ministro del sacramento della Penitenza non è conseguentemente il vicario o il rappresentante dello Spirito Santo che può entrare con la Sua luce nelle pieghe delle coscienze, giacché Dio ha riservato a sé solo l’accesso alla coscienza: “sacrarium in quo homo solus est cum Deo” (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 16). Il confessore non può arrogarsi la responsabilità davanti a Dio e al penitente di dispensarlo implicitamente dall’osservanza del Sesto Comandamento e dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale per mezzo dell’ammissione alla Santa Comunione. La Chiesa non ha la facoltà di far derivare conseguenze riguardanti la disciplina sacramentale in foro esterno, a partire e sulla base di una presunta convinzione, in coscienza, della invalidità del proprio matrimonio nel foro interno.

Una prassi che permette alle persone civilmente divorziate, cosiddette “risposate”, di ricevere i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, nonostante la loro intenzione di continuare a violare in futuro il Sesto Comandamento e il loro vincolo matrimoniale sacramentale, sarebbe contraria alla verità Divina ed estranea al perenne senso della Chiesa cattolica e alla provata consuetudine ricevuta, fedelmente custodita dai tempi degli Apostoli e ultimamente confermata in modo sicuro da san Giovanni Paolo II (cfr. Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 84) e da Papa Benedetto XVI (cfr. Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, 29).

La prassi menzionata sarebbe per ogni uomo ragionevole una rottura evidente con la prassi apostolica e perenne della Chiesa e non ne rappresenterebbe uno sviluppo nella continuità. Contro una tale evidenza non c’è argomento valido: contra factum non valet argumentum. Una tale prassi pastorale sarebbe una contro-testimonianza dell’indissolubilità del matrimonio e una sorta di collaborazione da parte della Chiesa nella diffusione di quella “piaga del divorzio”, di cui ha parlato il Concilio Vaticano II (cf. Gaudium et spes, 47).

La Chiesa insegna per mezzo di quello che fa, e deve fare quello che insegna. Sull’azione pastorale riguardo alle persone che vivono in unioni irregolari san Giovanni Paolo II diceva: “L’azione pastorale tenderà a far comprendere la necessità della coerenza tra la scelta di vita e la fede che si professa, e cercherà di far quanto è possibile per indurre tali persone a regolare la propria situazione alla luce dei principi cristiani. Pur trattandole con grande carità, e interessandole alla vita delle rispettive comunità, i pastori della Chiesa non potranno purtroppo ammetterle ai sacramenti” (Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 82).

Un autentico accompagnamento delle persone che si trovano in uno stato oggettivo di peccato grave e un corrispondente cammino di discernimento pastorale non possono fare a meno di annunciare con carità a tali persone tutta la verità della volontà di Dio, perché esse si pentano con tutto il cuore dell’atto peccaminoso di convivere more uxorio con una persona che non è il proprio legittimo coniuge. Allo stesso tempo, un autentico accompagnamento e discernimento pastorale deve incoraggiare queste persone affinché, con l’aiuto della grazia di Dio, cessino di commettere tali atti in futuro. Gli Apostoli e tutta la Chiesa, durante duemila anni, hanno sempre annunciato agli uomini tutta la verità di Dio in ciò che riguarda il Sesto Comandamento e l’indissolubilità del matrimonio, seguendo l’ammonizione di san Paolo Apostolo: “Non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio” (At 20, 27). 

La prassi pastorale della Chiesa concernente il matrimonio e il sacramento dell’Eucaristia ha tale importanza e tali conseguenze decisive per la fede e per la vita dei fedeli, che la Chiesa, per restare fedele alla Parola rivelata di Dio, deve evitare in questa materia ogni ombra di dubbio e confusione. San Giovanni Paolo II ha formulato questa perenne verità della Chiesa: “Intendo inculcare in tutti il vivo senso di responsabilità, che deve guidarci nel trattare le cose sacre, le quali non sono di nostra proprietà, come i sacramenti, o hanno diritto a non essere lasciate nell’incertezza e nella confusione, come le coscienze. Cose sacre – ripeto – sono le une e le altre – i sacramenti e le coscienze –, ed esigono da parte nostra di essere servite nella verità. Questa è la ragione della legge della Chiesa” (Esortazione Apostolica Reconciliatio et Paenitentia, 33).” ( https://www.corrispondenzaromana.it/appello-di-tre-vescovi-cattolici-a-papa-francesco-in-difesa-del-matrimonio/ ) … e in questa linea mi pare interessante notare quello che affermava il card. Burke , eminente canonista: “Il matrimonio non è nella “mia testa”.” volendo dire che il matrimonio non è un atto privato ma un sacramento della Chiesa e, per sua natura, una realtà di carattere pubblico.

Dio ci illumini e illumini i nostri Pastori perché sappiamo, con coraggio ribadire la Verità che salva.

A quello che abbiamo visto finora aggiungo alcune considerazioni con cui riprendo quello che dissi all'inizio di questa mia trattazione e che va a confutare più direttamente quello che afferma il card. Muller; chiedo al Signore di guidare la mia mano perché sia Lui a parlare attraverso me.

Domandiamoci: lo scandalo che si creerebbe per il fatto, secondo le parole del cardinale Muller, che una persona già sposata in Chiesa si unirebbe carnalmente con una persona non sposata dove lo mettiamo ? Lo scandalo non è forse condannato dal diritto divino? E lo scandalo non è forse peccato grave? Peraltro , questa situazione di un primo matrimonio che legittima , senza passare per il riconoscimento canonico di tale invalidità, addirittura un secondo matrimonio con relativi atti sessuali è evidentemente un qualcosa che genera scandalo e lo genera in sé stessa e in ciò che va a determinare: incertezza circa il matrimonio nella Chiesa. Se a chiunque è lecito rompere un matrimonio valido e, senza nessuna sentenza canonica di invalidità del primo matrimonio, iniziare una nuova convivenza more uxorio sulla base di certezze personali o prove non esibite ad una persona competente e verificate adeguatamente … crolla la certezza circa i matrimoni ... Perciò chi ritiene che il suo primo matrimonio sia invalido ma non può provarlo non può vivere more uxorio con nessuno, e nel caso si sia legato ad un'altra persona deve vivere secondo la sana morale ,che prevede, come visto, nel caso di motivi gravi la coabitazione ma al modo di fratello e sorella.

Va notato a questo riguardo che i rapporti matrimoniali dei due partner, indicati nel discorso del card. Muller, dovrebbero essere aperti alla vita … e quindi potrebbero dare luogo a gravidanze e quindi nascite di figli … che metterebbe in luce chiarissima la situazione , se essa fosse nascosta . Senza contare che se non è di competenza esclusiva della Chiesa, con gli organi a ciò preparati e dedicati, dichiarare l'invalidità di un matrimonio, potrebbe facilmente verificarsi che chi un giorno afferma con certezza che un certo matrimonio è invalido … il giorno dopo potrebbe dire che si è ricordato meglio e ritenere valido ciò che prima diceva invalido …. oppure potrebbe ritenere invalido anche il secondo “matrimonio” e quindi passare ad un terzo … e così via … Quindi , visto che in questo secondo “matrimonio” di cui parla il card. Muller il consenso è tutto interiore, si avrebbero persone che potrebbero ritenersi libere, pur essendo già sposate una volta in modo valido ed esterno, di sposarsi più volte in modo interiore e quindi di ritenere successivamente invalidi tali matrimoni e quindi continuare a sposarsi “interiormente” altre volte, realizzando, così “santi” e “numerosi matrimoni” … implicitamente benedetti dai confessori e quindi “dalla Chiesa”… e la Legge di Dio salva …. Peraltro , visto che in questo secondo “matrimonio” di cui parla il card. Muller il consenso è tutto interiore e non ci sono testi scritti che lo documentano, potrebbe facilmente verificarsi che una persona dopo questo secondo “matrimonio” e mentre il partner di tale matrimonio è ancora in vita si sposi con un'altra persona e poi con un'altra e così via …. senza che nessuno sappia nulla o possa verificare …. Mi chiedo, quindi, seguendo il ragionamento del cardinale se , per lui, solo al primo matrimonio (celebrato alla luce del sole ) è ammesso l'errore, di cui si ha certezza che lo rende invalido indipendentemente dal processo canonico, o anche al secondo “matrimonio” tutto “interiore”, che secondo il cardinale varrebbe o potrebbe valere dinanzi a Dio … o anche al terzo …. perché possono esserci sempre persone che ritengono “in coscienza” che i matrimoni precedenti siano invalidi e magari possono portare “prove” … Quello che abbiamo detto finora vale anche per confutare ciò che il card. Muller in un recente articolo ha affermato “Un caso di natura completamente differente si presenta se, per ragioni esterne, sia impossibile chiarire canonicamente lo status di un’unione, come quando un uomo ha le prove che il proprio presunto matrimonio con una donna era invalido, sebbene per qualche ragione egli non sia in grado di addurre queste prove nel foro ecclesiastico. Questa caso è del tutto diverso da quello di una persona validamente sposata che richiede il sacramento della Penitenza senza voler abbandonare una relazione sessuale stabile con un altro, sia in situazione di concubinato che di “matrimonio” civile, che non è valido davanti a Dio e alla Chiesa. Mentre in quest’ultima situazione si ha una contraddizione con la pratica sacramentale della Chiesa (materia di legge divina), nel primo caso la discussione riguarda come determinare se il matrimonio sia nullo o meno (materia di legge ecclesiastica).” ( http://www.lanuovabq.it/it/che-cosa-significa-dire-io-ti-assolvo )

Vogliamo ribadire qui che, come abbiamo ampiamente documentato finora , nelle due situazioni che qui presenta il cardinale sussiste la impossibilità di entrare in un nuovo matrimonio cattolico o in una nuova vita matrimoniale “more uxorio” , se il primo matrimonio non viene dichiarato nullo dalla Chiesa con il relativo processo …. Va notato inoltre che un confessore non ha le competenze di un giudice canonico e quindi può facilmente appoggiare il penitente in modo errato e nell'errore … Peraltro sarebbe da capire quali devono essere le prove che dovrebbero portare i conviventi … indicarne i criteri perché se ne verifichi l'autenticità etc. etc. … cosa che il card. Muller non fa …. comunque ci tengo a sottolineare da quanto detto in questo mio lavoro, che la sana disciplina prevede, anche per costoro che possiedono presunte prove di invalidità del matrimonio, la impossibilità di accedere ai Sacramenti se non vivono come fratello e sorella finché non si ha un pronunciamento pubblico della Chiesa circa l'invalidità di tale matrimonio e la celebrazione di un matrimonio valido tra i due divorziati – risposati …

Il card. Muller ha presentato le affermazioni da me qui confutate anche in una intervista rilasciata al quotidiano La Stampa e più precisamente ad Andrea Tornielli , vediamo la domanda che Tornielli fa al cardinale Muller e la risposta di quest'ultimo “ (Domanda)Nel saggio introduttivo al libro di Buttiglione lei parla almeno di una eccezione riguardante i sacramenti per chi vive una seconda unione, quella riguardante coloro che non possono ottenere la nullità matrimoniale in tribunale ma sono convinti in coscienza della nullità del primo matrimonio. Questa ipotesi venne già considerata, nell’anno 2000, dall’allora cardinale Joseph Ratzinger. In questo caso si può aprire la via ai sacramenti? Amoris laetitia potrebbe essere considerata uno sviluppo di quella posizione?  

«( Risposta)Davanti alla spesso insufficiente istruzione nella dottrina cattolica, e in un ambiente secolarizzato in cui il matrimonio cristiano non costituisce un esempio di vita convincente, si pone il problema della validità anche di matrimoni celebrati secondo il rito canonico. Esiste un diritto naturale di contrarre un matrimonio con una persona del sesso opposto. Questo vale anche per i cattolici che si sono allontanati dalla fede o hanno mantenuto solo un legame superficiale con la Chiesa. Come considerare la situazione di quei cattolici che non apprezzano la sacramentalità del matrimonio cristiano o addirittura la negano? Su questo il cardinale Ratzinger voleva che si riflettesse, senza avere una soluzione bella e pronta. Non si tratta di costruire artificialmente un qualche pretesto per poter dare la comunione. Chi non riconosce o non prende sul serio il matrimonio come sacramento nel senso in cui lo considera la Chiesa non può neppure, e questa è la cosa più importante, ricevere nella santa comunione Cristo che è il fondamento della grazia sacramentale del matrimonio. Qui dovrebbe esserci prima di tutto una conversione all’intero mistero della fede. Solo alla luce di queste considerazioni può un buon pastore chiarire la situazione familiare e matrimoniale. È possibile che il penitente sia convinto in coscienza, e con buone ragioni, della invalidità del primo matrimonio pur non potendone offrire la prova canonica. In questo caso il matrimonio valido davanti a Dio sarebbe il secondo e il pastore potrebbe concedere il sacramento, certo con le precauzioni opportune per non scandalizzare la comunità dei fedeli e non indebolire la convinzione nella indissolubilità del matrimonio».” ( http://www.lastampa.it/2017/12/30/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/mller-il-libro-di-buttiglione-ha-dissipato-i-dubia-dei-cardinali-BGa9DT809pw5WyEgRdZC9I/pagina.html )

Non mi pare il caso di aggiungere altro rispetto a quello che ho già detto per confutare quanto afferma qui il card. Muller; le affermazioni da me fatte più sopra ritengo che confutino sia le affermazioni del cardinale tedesco appena viste, sia ciò che afferma il card. Vallini nel documento con cui dà attuazione nella Diocesi di Roma alle direttive papali emerse dalla Amoris Laetitia. Ecco qui di seguito le affermazioni del card. Vallini :“ Ma quando le circostanze concrete di una coppia lo rendono fattibile, vale a dire quando il loro cammino di fede è stato lungo, sincero e progressivo, si proponga di vivere in continenza; se poi questa scelta è difficile da praticare per la stabilità della coppia, Amoris laetitia non esclude la possibilità di accedere alla Penitenza e all’Eucarestia (21). Ciò significa una qualche apertura, come nel caso in cui vi è la certezza morale che il primo matrimonio era nullo, ma non ci sono le prove per dimostrarlo in sede giudiziaria; ma non invece nel caso in cui, ad esempio, viene ostentata la propria condizione come se facesse parte dell’ideale cristiano, ecc.” ( “La letizia dell’amore”: il cammino delle famiglie a Roma. http://www.romasette.it/wp-content/uploads/Relazione2016ConvegnoDiocesano.pdf )

Il matrimonio non è un fatto privato ma pubblico e richiede accertamenti adeguati circa la sua invalidità e affermazioni pubbliche da parte di organi della Chiesa a ciò predisposti ... e da esso possono sorgere scandali, confusione e grandi danni laddove l'accertamente di esso diventa una cosa "privata" o "personale" e Dio non vuole nella Chiesa questi scandali, questo disordine, questa confusione e i danni che da ciò possono derivare ... 

Dio ci ha immersi in una Chiesa che dobbiamo amare e la carità ci porta ad amare la s. Chiesa e vivere in essa portandovi ordine e non scandalo, confusione e tanti altri mali !! La carità ci porta ad accettare la sofferenza e la morte piuttosto che scandalizzare o creare gravi danni alla Chiesa …. mi pare chiaro, da quanto detto finora che l'apertura realizzata da questi cardinali è sottilmente ma radicalmente errata e deviante …

Ovviamente lo dico in tutta umiltà e aperto ad un confronto approfondito e chiedo una speciale Luce da Dio per restare nella sua Verità e nella santa umiltà.

La Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Allorché non si può provare che un matrimonio è invalido e quindi esso per la Chiesa risulta valido, i coniugi di tale matrimonio devono saper portare cristianamente tale Croce nella fede che tale Croce è in realtà un grande dono di Dio per la loro salvezza eterna , e, se sono separati, non possono vivere more uxorio con altre persone; ricordiamo qui le parole del vangelo “Impossibile agli uomini ma non a Dio , perché tutto è possibile a Dio” (Mc. 10) con l'aiuto di Dio la Croce si può portare e ci prepara una più grande gloria in Cielo. La Croce che Dio ci dona ci dà anche la forza di portarla …. Dio ci ha donato la Chiesa che, pur guidata da Cristo, in questo mondo ha dei limiti dovuti alla nostra umanità ma anche eccelsi pregi e il cristiano la deve accettare così , e deve lavorare perché si migliori portando la sua Croce personale … d'altra parte anche ogni cristiano pur avendo la grazia è limitato e può peccare …. e spesso pecca … e ferisce Cristo e la Chiesa … I problemi morali che attengono alla situazione di coloro che ritengono che il loro matrimonio non sia valido ma non possono provarlo, di cui parla il card. Muller, sono certo seri ma la risoluzione ci pare sia da trovarsi in questo rendersi conto che Dio ci salva in una Chiesa e attraverso la Chiesa, quindi in una comunità; la nostra salvezza si attua non in opposizione all'ordine che Dio vuole per questa Comunità, la nostra salvezza quindi non si attua creando confusione, o scandalo ma si attua in Cristo, nel Mistero della Croce, rinnegando sé stessi, prendendo la Croce e seguendo Cristo sulla via della Croce, che è via di santo esempio. D'altra parte occorre rendersi conto che se la Provvidenza “mette” delle persone in queste situazioni indicate dal cardinale , lo fa per il loro bene e dà loro forza per vivere santamente tali situazioni nella Verità, nella Carità e offrendo un santo esempio di vita sulla via della Croce. La nostra vera patria non è questo mondo, ma il Cielo; Dio permette a volte delle croci e se le permette è sempre per condurci al Cielo e per donarci grande gloria in Cielo.

Concludo questo scritto invitando tutti alla preghiera perché la Verità illumini tutti pienamente e ci aiuti a seguire con coraggio la via stretta che conduce al Cielo.

Padre nostro che sei nei Cieli ...

Don Tullio Rotondo 

 

Chiediamo luce al Signore perché sia Lui a guidarci alla e nella Verità. Presento qui umilmente ciò che ritengo importante e necessario per confutare quello che dice il card. Muller nel saggio introduttivo al testo del prof. Buttiglione “Risposte amichevoli ai critici di Amoris Laetitia” ed. Ares, alle pagg. 23ss, allorché afferma : “ In una procedura di nullità matrimoniale gioca pertanto un ruolo fondamentale la reale volontà matrimoniale. Nel caso di una conversione in età matura (di un cattolico che è tale solo sul certificato di battesimo) si può dare il caso che un cristiano sia convinto in coscienza che il suo primo legame, anche se ha avuto luogo nella forma di un matrimonio in Chiesa, non fosse valido come sacramento e che il suo attuale legame simil-matrimoniale, allietato da figli e con una convivenza maturata nel tempo con il suo partner attuale sia un autentico matrimonio davanti a Dio. Forse questo non può essere provato canonicamente a causa del contesto materiale o per la cultura propria della mentalità dominante. È possibile che la tensione che qui si verifica fra lo status pubblico-oggettivo del “secondo” matrimonio e la colpa soggettiva possa aprire, nelle condizioni descritte, la via al sacramento della penitenza ed alla Santa Comunione, passando attraverso un discernimento pastorale in foro interno .... Se il secondo legame fosse valido davanti a Dio i rapporti matrimoniali dei due partner non costituirebbero nessun peccato grave ma piuttosto una trasgressione contro l’ordine pubblico ecclesiastico per avere violato in modo irresponsabile le regole canoniche e quindi un peccato lieve.” ( http://www.lastampa.it/2017/10/30/vaticaninsider/ita/vaticano/comunione-ai-risposati-mller-nella-colpa-possono-esserci-attenuanti-uK39UZsbZ580Xv9cVK2kUP/pagina.html )

Preciso subito che il peccato veniale fatto deliberatamente predispone al peccato grave quindi non va fatto … ma poi riflettiamo: quindi i due conviventi di cui parla il cardinale potrebbero evidentemente avere figli , vivere pubblicamente da marito e moglie …. visto che non compiono peccato grave etc. etc. .. ma domandiamoci: una tale situazione non sarebbe scandalosa? E lo scandalo non è più un grave peccato ? … e la confusione che si creerebbe nella Chiesa se si ammettesse il principio affermato dal card. Muller non sarebbe anch'essa scandalosa e contraria a quell'ordine che Dio vuole per la sua Chiesa, ordine che appunto postula anche un diritto canonico ? Dio ci illumini.  Il famoso canonista card. Herranz ha detto “Tutta questa realtà normativa dimostra che il Diritto appartiene, in quanto ordinatore necessario della struttura sociale del Popolo di Dio, al « Mysterium Ecclesiae », e testimonia, come sentenziò Paolo VI con una frase lapidaria, che: « Vita ecclesialis sine ordinatione iuridica nequit exsistere — La vita della Chiesa non può esistere senza un ordinamento giuridico »[29] …. Sono convinto che, per riscoprire il perché del Diritto ecclesiale bisogna risalire — ne abbiamo accennato prima — ad un'altra concezione del Diritto: quella che, con la migliore tradizione classica e cristiana, sempre viva nel Magistero e nella vita della Chiesa, lo comprende come ordine di giustizia. Una giustizia che nella società civile s’incentra sui diritti e doveri naturali della persona umana in quanto tale, e che, nel Popolo di Dio, riguarda la realizzazione del divino disegno salvifico, alla cui luce mostrano tutto il loro rilievo di giustizia sia i diritti e i doveri dei fedeli che la specifica missione dei Pastori in quanto rappresentanti gerarchici di Cristo nella Chiesa. Le leggi canoniche, nonché l’attività amministrativa e giudiziaria ecclesiastica, appaiono così come strumenti indispensabili di quell’ordine giusto, le cui basi essenziali si trovano nella stessa costituzione divina della Chiesa. Infatti, il “munus regendi” — la funzione di governo — è inseparabile dalle funzioni magisteriali e liturgiche — “munus docendi” e “munus sanctificandi” —, non solo nei suoi principi fondamentali ma anche nel retto e responsabile esercizio dell’intera missione pastorale. Far conoscere ed applicare le leggi della Chiesa non è un intralcio alla presunta “efficacia” pastorale di chi vuol risolvere i problemi senza il diritto, bensì garanzia della ricerca di soluzioni non arbitrarie, ma veramente giuste e, perciò, veramente pastorali. … orrei concludere riallacciandomi di nuovo a quel ricordo personale dell’Udienza con Giovanni Paolo Il che ho evocato all’inizio. Quel suo accenno alla giustizia quale esigenza primaria della carità — e pertanto al Diritto canonico come ordine di giustizia — va senz’altro applicato alla vita e alla missione del Popolo di Dio. Ciò era evidente nel contesto di quella conversazione e lo stesso Papa lo aveva già commentato in uno dei suoi primi interventi pubblici, quando trattò della giustizia continuando la catechesi sulle virtù incominciata dal suo indimenticabile predecessore Giovanni Paolo I. In quell’Udienza generale l’attuale Pontefice disse: « la giustizia è principio fondamentale dell'esistenza e della coesistenza degli uomini, come anche della comunità umana, della società e dei popoli. Inoltre, la giustizia è principio dell’esistenza della Chiesa, quale Popolo di Dio »[43]. In questa giustizia nel Popolo di Dio, che è elevata ma non sostituita dalla carità, trova il suo perenne fondamento la « magna disciplina Ecclesiae », la cui tutela e promozione fu l’impegno preso dai due ultimi Papi nei loro rispettivi primi messaggi al mondo[44]. ( J. Herranz http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/intrptxt/documents/rc_pc_intrptxt_doc_20020429_diritto-canonico_it.html ) Sottolineo quanto più sopra ho riportato: Paolo VI con una frase lapidaria, affermò che: « Vita ecclesialis sine ordinatione iuridica nequit exsistere — La vita della Chiesa non può esistere senza un ordinamento giuridico ». La Scrittura dice, in questa linea: “Però tutto sia fatto condignità e con ordine.”(1 Cor. 14,40) ….. Dio ci aiuti a vivere in questo santo ordine.

Esamineremo più avanti il tema dello scandalo , intanto mi pare importante notare che il card. Muller non cita nessun testo della Tradizione su cui fonda la sua affermazione …. infatti la Tradizione mi pare vada in senso radicalmente opposto … ed è interessante ascoltare a questo riguardo quello che disse il card. Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in una famosa lettera dei primi anni novanta a “The Tablet” ( “The Tablet” 26-10 -1991, pp.1310-11 ) in cui troviamo precise indicazioni per risolvere i casi di coloro che ritengono il loro matrimonio certamente invalido ma non possono provare tale invalidità. Il card. Ratzinger disse anzitutto che della “soluzione di foro interno” (che appunto riguarda matrimoni che sono conosciuti come invalidi ma tale invalità non può essere provati in tribunale) che è ritenuta un modo per risolvere la questione della validità di un precedente matrimonio, il Magistero non ha mai accettato l'uso (“the Magisterium has not sanctioned its use”) per varie ragioni tra le quali c'è la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno ; il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana; solo il foro esterno, continua il card. Ratzinger, può dare reale assicurazione a colui che fa domanda, e che non è parte disinteressata, che egli stesso non è colpevole di “ volersi giustificare”; solo il foro esterno può dare una risposta ai diritti e alle richieste dell'altro coniuge della precedente unione e nel caso di dichiarazione di nullità può rendere possibile l'ingresso in un matrimonio canonicamente valido e sacramentale ; i numerosi abusi, continua il Prefetto della Congregazione romana, commessi in molti paesi sotto il titolo della “soluzione di foro interno” mostrano che essa non funziona! (cfr. lettera inviata dal card. Ratzinger a “The Tablet” ( “The Tablet” 26-10 -1991, pp.1310-11 )

Sottolineo in modo particolare che il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana …. quindi il matrimonio non è semplicemente un fatto di relazione tra il singolo e Dio …. perciò la soluzione di foro interno non funziona perché contiene la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno … Dio che certamente ci ha parlato attraverso il card. Ratzinger ci illumini e illumini i nostri Pastori.

Le affermazioni del card. Ratzinger, che riprenderemo più avanti allorché presenteremo con più ampiezza il contenuto di tale lettera, ci introducono molto bene all'esame della dottrina cattolica su questo tema …. Lo studio sarà abbastanza lungo ma necessario per vedere come la Chiesa presenti una dottrina che va in direzione ben diversa da ciò che dice il card. Muller … Chiediamo anzitutto allo Spirito Santo di guidarci alla pienezza della Verità; la Madonna ss.ma preghi per noi; s. Giovanni Paolo II, autore di vari testi che esamineremo, preghi per noi.

Nella Familiaris Consortio, di s. Giovanni Paolo II leggiamo:

“84. L’esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto ricorso al divorzio ha per lo più in vista il passaggio ad una nuova unione, ovviamente non col rito religioso cattolico. Poiché si tratta di una piaga che va, al pari delle altre, intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, il problema dev’essere affrontato con premura indilazionabile. I Padri Sinodali l’hanno espressamente studiato. La Chiesa, infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che — già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale — hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.

Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.

Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.

La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.

La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).

Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l’impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l’indissolubilità del matrimonio validamente contratto.

Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.

Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità.”

Vorrei mettere in particolare evidenza alcune affermazioni del documento appena presentato : “La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.

La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).”

In un pronunciamento della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 approvato da Giovanni Paolo II  si afferma :

“7. L’errata convinzione di poter accedere alla Comunione eucaristica da parte di un divorziato risposato, presuppone normalmente che alla coscienza personale si attribuisca il potere di decidere in ultima analisi, sulla base della propria convinzione(15), dell’esistenza o meno del precedente matrimonio e del valore della nuova unione. Ma una tale attribuzione è inammissibile(16). Il matrimonio infatti, in quanto immagine dell’unione sponsale tra Cristo e la sua Chiesa, e nucleo di base e fattore importante nella vita della società civile, è essenzialmente una realtà pubblica.

8. É certamente vero che il giudizio sulle proprie disposizioni per l’accesso all’Eucaristia deve essere formulato dalla coscienza morale adeguatamente formata. Ma è altrettanto vero che il consenso, col quale è costituito il matrimonio, non è una semplice decisione privata, poiché crea per ciascuno dei coniugi e per la coppia una situazione specificamente ecclesiale e sociale. Pertanto il giudizio della coscienza sulla propria situazione matrimoniale non riguarda solo un rapporto immediato tra l’uomo e Dio, come se si potesse fare a meno di quella mediazione ecclesiale, che include anche le leggi canoniche obbliganti in coscienza. Non riconoscere questo essenziale aspetto significherebbe negare di fatto che il matrimonio esiste come realtà della Chiesa, vale a dire, come sacramento.

9. D’altronde l’Esortazione «Familiaris consortio», quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido(17). Si deve certamente discernere se attraverso la via di foro esterno stabilita dalla Chiesa vi sia oggettivamente una tale nullità di matrimonio. La disciplina della Chiesa, mentre conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell’esame della validità del matrimonio dei cattolici, offre anche nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza(18).

Attenersi al giudizio della Chiesa e osservare la vigente disciplina circa I' obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati. Infatti, la Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Ricevere la Comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati” n. 7ss (http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html   )

  Lo stesso card. Muller, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede in un articolo pubblicato sull’Osservatore Romano affermò riguardo al testo della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 :“Si chiarisce, inoltre, che i credenti interessati non devono accostarsi alla santa Comunione sulla base del loro giudizio di coscienza: «Qualora egli lo giudicasse possibile, i pastori e i confessori (…) hanno il grave dovere di ammonirlo che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della Chiesa» (n. 6). In caso di dubbi circa la validità di un matrimonio fallito, questi devono essere verificati dagli organi giudiziari competenti in materia matrimoniale (cfr. n. 9). …

Nell’esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis del 22 febbraio 2007 Benedetto XVI riprende e rilancia il lavoro del precedente sinodo dei vescovi sull’eucaristia. Egli giunge a parlare della situazione dei fedeli divorziati risposati al n. 29, ove non esita a definirla «un problema pastorale spinoso e complesso». Benedetto XVI ribadisce «la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr. Marco, 10, 2–12), di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati», ma scongiura addirittura i pastori a dedicare «speciale attenzione» nei confronti delle persone interessate «nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa messa, pur senza ricevere la comunione, l’ascolto della Parola di Dio, l’adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l’impegno educativo verso i figli». Viene ribadito che, in caso di dubbi circa la validità della comunione di vita matrimoniale che si è interrotta, questi devono essere esaminati attentamente dai tribunali competenti in materia matrimoniale. ….  Poiché molti cristiani sono influenzati da tale contesto culturale, i matrimoni sono probabilmente più spesso invalidi ai nostri giorni di quanto non lo fossero in passato, perché è mancante la volontà di sposarsi secondo il senso della dottrina matrimoniale cattolica e anche l’appartenenza a un contesto vitale di fede è molto ridotta. Pertanto, una verifica della validità del matrimonio è importante e può portare a una soluzione dei problemi.

Laddove non è possibile riscontrare una nullità del matrimonio, è possibile l’assoluzione e la comunione eucaristica se si segue l’approvata prassi ecclesiale che stabilisce di vivere insieme «come amici, come fratello e sorella».” ( G. L. Muller “ Indissolubilità del matrimonio e dibattito sui divorziati risposati e i Sacramenti” L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 243, Merc. 23/10/2013 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/muller/rc_con_cfaith_20131023_divorziati-risposati-sacramenti_it.html  )

Benedetto XVI nella “Sacramentum Caritatis” affermò: “Là dove sorgono legittimamente dei dubbi sulla validità del Matrimonio sacramentale contratto, si deve intraprendere quanto è necessario per verificarne la fondatezza. Bisogna poi assicurare, nel pieno rispetto del diritto canonico,(93) la presenza sul territorio dei tribunali ecclesiastici, il loro carattere pastorale, la loro corretta e pronta attività.(94) Occorre che in ogni Diocesi ci sia un numero sufficiente di persone preparate per il sollecito funzionamento dei tribunali ecclesiastici. Ricordo che « è un obbligo grave quello di rendere l’operato istituzionale della Chiesa nei tribunali sempre più vicino ai fedeli ».(95) È necessario, tuttavia, evitare di intendere la preoccupazione pastorale come se fosse in contrapposizione col diritto. Si deve piuttosto partire dal presupposto che fondamentale punto d’incontro tra diritto e pastorale è l’amore per la verità: questa infatti non è mai astratta, ma « si integra nell’itinerario umano e cristiano di ogni fedele ».(96) Infine, là dove non viene riconosciuta la nullità del vincolo matrimoniale e si danno condizioni oggettive che di fatto rendono la convivenza irreversibile, la Chiesa incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale. ” ( http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/apost_exhortations/documents/hf_ben-xvi_exh_20070222_sacramentum-caritatis.html  )

Per intendere bene la dottrina della Chiesa su questo punto , appare molto importante un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede che si intitola “ Lettera riguardante l’indissolubilità del matrimonio” ( http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19730411_indissolubilitate-matrimonii_it.html  ) come si può vedere questo testo parla di una provata prassi …. Tuttavia la provata prassi indicata dal documento non è quella che sembra indicare il card. Schönborn ma è quella che è precisata  in data 21 marzo 1975 da mons. Hamer, nella «Littera circa partecipationem» consultabile in «Leges Ecclesiae», vol, VI, n. 4657, p. 7605, ecco le parole di mons. Hamer : «Questa frase [probata Ecclesiae praxis] dev’essere intesa nel contesto della tradizionale teologia morale. Queste coppie [di cattolici che vivono in unioni coniugali irregolari] possono essere autorizzate a ricevere i sacramenti a due condizioni: che cerchino di vivere secondo le esigenze dei principi morali cristiani e che ricevano i sacramenti in chiese in cui esse non sono conosciute, in modo da non creare alcuno scandalo»

Si legga anche il testo seguente:

“Fedele alla parola di Gesù Cristo(5), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione(6). Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l’accesso alla Comunione eucaristica: «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»(7). Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi»»(8). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati” n. 4 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html  )

Come si vede, i divorziati-risposati che vivono more uxorio non possono ricevere l'assoluzione e fare la Comunione … “Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio” ….. quindi anche quelli che sono in coscienza sicuri della invalidità del primo matrimonio non possono vivere more uxorio … ma devono vivere come fratello e sorella e così possono ricevere i Sacramenti e quindi l'Eucaristia. Va notato anche che : se si ammettessero queste persone divorziate risposate e viventi more uxorio all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio ….

QUINDI SULLA BASE DEI TESTI MAGISTERIALI APPENA VISTI E' EVIDENTE CHE COLORO DI CUI PARLA IL CARD. MULLER DICENDO CHE POSSONO VIVERE MORE UXORIO ( le parole usate dal cardinale tedesco e da noi sopra presentate sono “Se il secondo legame fosse valido davanti a Dio i rapporti matrimoniali dei due partner non costituirebbero nessun peccato grave ma piuttosto una trasgressione contro l’ordine pubblico ecclesiastico per avere violato in modo irresponsabile le regole canoniche e quindi un peccato lieve.”) PUR ESSENDO LEGATI DA UN PRECEDENTE MATRIMONIO, CHE ESSI RITENGONO NON ESSERE VALIDO, NON POSSONO RICEVERE I SACRAMENTI …. E L'AMMINSTRAZIONE DEI SACRAMENTI AD ESSI PRODUCE CONFUSIONE E SCANDALO …

Ripeto: SULLA BASE DEI TESTI MAGISTERIALI APPENA VISTI E' EVIDENTE CHE COLORO DI CUI PARLA IL CARD. MULLER DICENDO CHE POSSONO VIVERE MORE UXORIO PUR ESSENDO LEGATI DA UN PRECEDENTE MATRIMONIO, CHE ESSI RITENGONO NON ESSERE VALIDO, NON POSSONO RICEVERE I SACRAMENTI …. E L'AMMINSTRAZIONE DEI SACRAMENTI AD ESSI PRODUCE CONFUSIONE E SCANDALO …

Dio ci illumini e illumini i nostri Pastori. Dio ci doni sapienza per camminare sulla via della santità e per aiutare gli uomini a camminare su questa strada , che è stretta.

Dopo tutto quello che ho presentato finora mipare sia venuto il momento per affrontare l'interpretazione di alcune affermazioni del card. Ratzinger circa la possibilità di confessare e dare la Comunione ai divorziati risposati che ritengono nullo il loro primo matrimonio ma non hanno ottenuto la sentenza di nullità del matrimonio. Chiediamo a Dio speciale luce perché la sua Verità si manifesti attraverso noi. Preciso anzitutto che i due seguenti testi del card. Ratzinger, a differenza del testo del 1994 della Congregazione per la Dottrina della Fede non hanno la approvazione diretta scritta del s. Padre, non hanno dunque lo stesso livello di forza dottrinale di tale testo. Nella prefazione di un “Sussidio per i Pastori” della Congregazione per la Dottrina della Fede, intitolato “Sulla pastorale dei divorziati risposati. Documenti, commenti e studi,” (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998, pag. 5-29 ),  il card. Ratzinger, dopo aver ribadito i principi fondamentali della dottrina cattolica sul tema afferma “ Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.

Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della Chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epikèia in “foro interno”. Nella Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso «per quanto possibile» ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cfr. Lettera, 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in “foro interno” ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in “foro interno” sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una “eccezione”, allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico — sottratto al giudizio soggettivo — del matrimonio.”

Per intendere bene queste parole occorre considerare due cose: 1) questo testo è una introduzione ad un “Sussidio per i Pastori” come dice mons. Bertone nelle prime pagine, che contiene anche alcuni studi di esperti; quindi non è un testo magisteriale approvato dal Papa, mentre il documento del 1994 della Congregazione per la Dottrina della Fede era un testo magisteriale con approvazione papale, 2) le parole che poco prima aveva detto il cardinale stesso e che presento qui di seguito:

“ II. I contenuti essenziali della dottrina ecclesiale

         Per facilitarne la comprensione, i contenuti essenziali dei relativi pronunciamenti magisteriali saranno sintetizzati in otto tesi e brevemente commentati.

1. I fedeli divorziati risposati si trovano in una situazione che contraddice oggettivamente l’indissolubilità del matrimonio

         Per fedeltà all’insegnamento di Gesù la chiesa resta fermamente convinta che il matrimonio è indissolubile. Il concilio Vaticano II insegna: "Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità" (Gaudium et spes, n. 48; EV 1/1471). La chiesa crede che nessuno – neppure il papa – ha il potere di sciogliere un matrimonio sacramentale rato e consumato (cf. CIC, can. 1141). Pertanto essa non può " riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio" (Lettera, n. 4; EV 14/1455). Una nuova unione civile non può sciogliere il precedente vincolo matrimoniale sacramentale. Essa si colloca pertanto obiettivamente in contrasto diretto con la verità del vincolo matrimoniale indissolubile che permane.

         Per questo motivo è proibito "per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere" (FC 84; EV 7/1801). Tali cerimonie darebbero infatti l’impressione che si tratti della celebrazione di nuove nozze sacramentali e svuoterebbero la dottrina sull’indissolubilità del matrimonio.

2. I fedeli divorziati risposati rimangono membri del popolo di Dio e devono sperimentare l’amore di Cristo e la vicinanza materna della chiesa ….

3. Come battezzati i fedeli divorziati risposati sono chiamati a partecipare attivamente alla vita della chiesa, nella misura in cui questo è compatibile con la loro situazione oggettiva …

4. A motivo della loro situazione obiettiva i fedeli divorziati risposati non possono essere ammessi alla sacra comunione e neppure accedere di propria iniziativa alla mensa del Signore ….

5. A motivo della loro situazione obiettiva i fedeli divorziati risposati non possono "esercitare certe responsabilità ecclesiali" (CCC 1650)

       ….

6. Se fedeli divorziati risposati si separano ovvero vivono come fratello e sorella, possono essere ammessi ai sacramenti. ...

7. I fedeli divorziati risposati, che sono convinti soggettivamente dell’invalidità del loro matrimonio precedente, devono regolare la loro situazione in foro esterno

         Il matrimonio ha essenzialmente carattere pubblico. Esso costituisce la cellula primaria della società. Il matrimonio cristiano possiede una dignità sacramentale. Il consenso degli sposi, che costituisce il matrimonio, non è una semplice decisione privata, ma crea per ciascun partner una specifica situazione ecclesiale e sociale. Il matrimonio è una realtà della chiesa e non concerne solo la relazione immediata degli sposi con Dio. Pertanto non compete in ultima istanza alla coscienza personale degli interessati decidere, sul fondamento della propria convinzione, sulla sussistenza o meno di un matrimonio precedente e sul valore della nuova relazione (cf. Lettera, nn. 7 e 8).

         Per questo motivo il diritto canonico riveduto conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici a riguardo dell’esame della validità del matrimonio dei cattolici. Questo significa che anche coloro che sono convinti in coscienza che il loro matrimonio precedente, insanabilmente fallito non fu mai valido, devono rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che con un procedimento di foro esterno stabilito dalla chiesa esamina se si tratti obiettivamente di un matrimonio invalido. Il Codice di diritto canonico del 1983 – e lo stesso vale analogamente per il Codice dei canoni delle chiese orientali – offre anche nuove vie, per dimostrare la nullità di un matrimonio. S.E. mons. Mario F. Pompedda, decano della Rota romana, scrive al riguardo nel suo commento "Problematiche canonistiche", pubblicato in questo volume: "Dando prova di rispetto profondo della persona umana, in aderenza al diritto naturale, e spogliando il diritto processuale di ogni superfluo formalismo giuridico, pur nel rispetto delle esigenze impreteribili della giustizia (nel caso, il raggiungimento di una certezza morale e la salvaguardia della verità che qui coinvolge addirittura il valore di un sacramento) ha stabilito norme per le quali (cf. can. 1536 § 2 e can. 1679) le sole dichiarazioni delle parti possono costituire prova sufficiente di nullità, naturalmente ove tali dichiarazioni congruenti con le circostanze della causa offrano garanzia di piena credibilità".

Con questo nuovo regolamento canonico, che purtroppo nella prassi dei tribunali ecclesiastici di molti paesi è considerato e applicato ancora troppo poco, si dovrebbe "escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza" (Lettera, n. 9; EV 14/1462).

8. I fedeli divorziati risposati non possono mai perdere la speranza di raggiungere la salvezza ...”

Questi che abbiamo appena visto sono i contenuti essenziali della dottrina della Chiesa riguardo ai divorziati risposati; il cardinale Ratzinger aggiunge a questa trattazione delle obiezioni che sono state presentate: “  La Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1994 ha notoriamente avuto una vivace eco in diverse parti della chiesa. Accanto a molte reazioni positive si sono udite anche non poche voci critiche. Le obiezioni essenziali contro la dottrina e la prassi della chiesa sono presentate qui di seguito in forma per altro semplificata.

 3. Molti propongono di permettere eccezioni dalla norma ecclesiale, sulla base dei tradizionali principi dell’epicheia e della aequitas canonica

         Alcuni casi matrimoniali, così si dice, non possono venire regolati in foro esterno. La chiesa potrebbe non solo rinviare a norme giuridiche, ma dovrebbe anche rispettare e tollerare la coscienza dei singoli. Le dottrine tradizionali dell’epicheia e della aequitas canonica potrebbero giustificare dal punto di vista della teologia morale ovvero dal punto di vista giuridico una decisione della coscienza, che si allontani dalla norma generale. Soprattutto nella questione della recezione dei sacramenti la chiesa dovrebbe fare dei passi avanti e non soltanto opporre ai fedeli dei divieti. I due contributi di don Marcuzzi e del prof. Rodríguez Luño illustrano questa complessa problematica. In proposito si devono distinguere chiaramente tre ambiti di questioni:

         a) Epicheia ed aequitas canonica sono di grande importanza nell’ambito delle norme umane e puramente ecclesiali, ma non possono essere applicate nell’ambito di norme, sulle quali la chiesa non ha nessun potere discrezionale. L’indissolubilità del matrimonio è una di queste norme, che risalgono al Signore stesso e pertanto vengono designate come norme di «diritto divino». La chiesa non può neppure approvare pratiche pastorali – ad esempio nella pastorale dei sacramenti –, che contraddirebbero il chiaro comandamento del Signore. In altre parole: se il matrimonio precedente di fedeli divorziati risposati era valido, la loro nuova unione in nessuna circostanza può essere considerata come conforme al diritto, e pertanto per motivi intrinseci non è possibile una recezione dei sacramenti. La coscienza del singolo è vincolata senza eccezioni a questa norma.

         b) La chiesa ha invece il potere di chiarire quali condizioni devono essere adempiute, perché un matrimonio possa essere considerato come indissolubile secondo l’insegnamento di Gesù. Nella linea delle affermazioni paoline in 1Cor 7 essa ha stabilito che solo due cristiani possano contrarre un matrimonio sacramentale. Essa ha sviluppato le figure giuridiche del «privilegium paulinum» e del «privilegium petrinum». Con riferimento alle clausole sulla «porneia» in Matteo e in Atti 15,20 furono formulati impedimenti matrimoniali. Inoltre furono individuati sempre più chiaramente motivi di nullità matrimoniale e furono ampiamente sviluppate le procedure processuali. Tutto questo contribuì a delimitare e precisare il concetto di matrimonio indissolubile. Si potrebbe dire che in questo modo anche nella chiesa occidentale fu dato spazio al principio della «oikonomia», senza toccare tuttavia l’indissolubilità del matrimonio come tale.

         In questa linea si colloca anche l’ulteriore sviluppo giuridico nel Codice di diritto canonico del 1983, secondo il quale anche le dichiarazioni delle parti hanno forza probante. Di per sé, secondo il giudizio di persone competenti (cf. lo studio di mons. Pompedda), sembrano così praticamente esclusi i casi, in cui un matrimonio invalido non sia dimostrabile come tale per via processuale. Poiché il matrimonio ha essenzialmente un carattere pubblico-ecclesiale e vale il principio fondamentale «Nemo iudex in propria causa» («Nessuno è giudice nella propria causa»), le questioni matrimoniali devono essere risolte in foro esterno.”

… quindi il card. Ratzinger dice quello che abbiamo presentato sopra ...

“Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.

         c) Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epicheia in «foro interno». Nella Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso «per quanto possibile» ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cf. Lettera, n. 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in «foro interno» ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in «foro interno» sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una «eccezione», allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio.”

Come dice il card. Ratzinger nell’ultimo testo qui da noi presentato “ …. il diritto canonico riveduto conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici a riguardo dell’esame della validità del matrimonio dei cattolici. Questo significa che anche coloro che sono convinti in coscienza che il loro matrimonio precedente, insanabilmente fallito non fu mai valido, devono rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che con un procedimento di foro esterno stabilito dalla chiesa esamina se si tratti obiettivamente di un matrimonio invalido.”  Chiediamo luce a Dio per poter manifestare solo la sua Verità.

Come si può notare il card. Ratzinger presenta anzitutto la dottrina fondamentale della Chiesa sulla questione dei divorziati risposati e sottolinea che la competenza esclusiva per dichiarare la nullità di un matrimonio è della Chiesa non di altri, se ogni persona potesse dichiarare nullo il suo matrimonio da cui peraltro derivano diritti e doveri, praticamente il matrimonio stesso crollerebbe; dunque la competenza esclusiva per dichiarare la nullità del matrimonio è della Chiesa con i suoi organi competenti a emettere una tale dichiarazione. Nei casi limite suindicati il cardinale afferma che “Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epicheia in «foro interno».” … cioè teoricamente non sembra … si noti il “non sembra” che è ben diverso dal “non è” … ma poi il cardinale afferma “Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una «eccezione», allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio.” … si tratta quindi di una mera ipotesi che per essere realmente accettata deve essere studiata e chiarita … quindi al momento non è accolta! Notiamo anche che questo testo del card. Ratzinger non ha lo stesso valore dottrinale e quindi non può soppiantare quanto affermato nel documento del 1994 della Congregazione per la Dottrina della Fede e nella Familiaris Consortio. I principi della morale cattolica e del diritto canonico restano, quindi, per varie ragioni quelli già visti in precedenza e per essi è chiaro che anche in casi limite ciò che è decisivo è il giudizio del competente organo della Chiesa non le affermazioni dei coniugi, perciò i divorziati risposati il cui precedente matrimonio, nonostante le loro affermazioni o le loro certezze morali, è ancora valido e non è stato dichiarato nullo, non possono sposarsi e quindi non possono evidentemente vivere more uxorio. Vale per essi , quindi, la regola generale “Fedele alla parola di Gesù Cristo(5), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione(6). Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l’accesso alla Comunione eucaristica: «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»(7). Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi»»(8). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo .….. 9. D’altronde l’Esortazione «Familiaris consortio», quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido(17). Si deve certamente discernere se attraverso la via di foro esterno stabilita dalla Chiesa vi sia oggettivamente una tale nullità di matrimonio. La disciplina della Chiesa, mentre conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell’esame della validità del matrimonio dei cattolici, offre anche nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza(18).

Attenersi al giudizio della Chiesa e osservare la vigente disciplina circa l' obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati. Infatti, la Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Ricevere la Comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati n. 4 e 9)” …. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale … seguire Cristo sulla via della Croce significa, per il cristiano, anche questo … La via che conduce al Cielo è stretta … non ce lo dimentichiamo mai! Ma ricordiamoci che solo la via stretta conduce al Cielo e che quanto più ci uniamo alla Passione di Cristo accettando con Lui particolari sofferenze tanto più saremo gloriosi con lui in Cielo. Dio ci aiuti a percorrere la via stretta, ma salvifica, della Croce perché possiamo giungere davvero alla beatitudine del Cielo.

Nella linea di quanto detto finora va anche la lettera inviata dal card. Ratzinger a “The Tablet” ( “The Tablet” 26-10 -1991, pp.1310-11 ) che già vedemmo in parte più sopra e in cui troviamo precise indicazioni per risolvere i casi di coloro che ritengono il loro matrimonio certamente invalido ma non possono provare tale invalidità, qui di seguito presentiamo più ampiamente il contenuto di tale lettera. Il cardinale dice anzitutto che della “soluzione di foro interno” (che appunto riguarda matrimoni che sono conosciuti come invalidi ma tale invalità non può essere provati in tribunale) che è ritenuta un modo per risolvere la questione della validità di un precedente matrimonio, il Magistero non ha mai accettato l'uso (“the Magisterium has not sanctioned its use”) per varie ragioni tra le quali c'è la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno ; il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana. Solo il foro esterno, continua il card. Ratzinger, può dare reale assicurazione a colui che fa domanda, e che non è parte disinteressata, che egli stesso non è colpevole di “ volersi giustificare”; solo il foro esterno può dare una risposta ai diritti e alle richieste dell'altro coniuge della precedente unione e nel caso di dichiarazione di nullità può rendere possibile l'ingresso in un matrimonio canonicamente valido e sacramentale . I numerosi abusi, continua il Prefetto della Congregazione romana, commessi in molti paesi sotto il titolo della “soluzione di foro interno” mostrano che essa non funziona, per queste ragioni la Chiesa recentemente in particolare nel Codice di Diritto Canonico ha diffuso i criteri per l'ammissibilità della testimonianza e dell'evidenza nei tribunali che si occupano di matrimoni , perché non sorga la richiesta di “soluzione di foro interno”; in alcuni casi estremi in cui in cui il ricorso al Tribunale non è possibile e un problema di coscienza sorge, si può fare ricorso alla Sacra Penitenzieria. L'Arcivescovo Hamer nella sua Lettera del 1973, precisa ancora il card. Ratzinger, parlando delle coppie divorziate risposate il cui matrimonio non era stato dichiarato nullo, allorché afferma che possono essere ammesse a ricevere i Sacramenti “ .. se cercano di vivere secondo indicazioni dei principi morali cristiani”, non vuole dire altro se non che si astengano, come dice s. Giovanni Paolo II, dagli “atti propri delle coppie sposate” … questa norma severa è una testimonianza profetica alla irreversibile fedeltà dell'amore che lega Cristo alla sua Chiesa e mostra anche che l'amore degli sposi è incorporato al vero amore di Cristo (Ef. 5, 23-32). Sottolineo che in alcuni casi estremi in cui si presenta un problema di coscienza, contrariamente a ciò che pare affermare il card. Muller, non è il singolo confessore che può risolvere il problema, ma la Sacra Penitenzieria, cui il sacerdote deve fare ricorso; e comunque della “soluzione di foro interno” il Magistero non ha mai accettato l'uso per varie ragioni tra le quali c'è la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno ; il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana.

Di certo, come visto sopra, queste persone di cui parla il card. Muller , se non seguono la disciplina cattolica qui sopra esposta, non potrebbero ricevere i Sacramenti …. Il Signore illumini noi e i nostri Pastori perché seguiamo decisamente la via stretta della Verità e della Croce.

Anche alcuni Vescovi Kazaki l'anno scorso emisero un importante documento in cui condannavano affermazioni del tipo di quelle presentate qui dal card. Muller e da noi confutate ( https://www.corrispondenzaromana.it/appello-di-tre-vescovi-cattolici-a-papa-francesco-in-difesa-del-matrimonio/ ) Ecco qui di seguito alcune affermazioni tratte dal documento di questi Vescovi e che ci interessano in particolare per il nostro argomento “ Essendo il matrimonio valido dei battezzati un sacramento della Chiesa e, per sua natura, una realtà di carattere pubblico, un giudizio soggettivo della coscienza sulla invalidità del proprio matrimonio che contrasti con la sentenza definitiva del tribunale ecclesiastico, non può comportare conseguenze per la disciplina sacramentale, poiché essa ha sempre un carattere pubblico.

La Chiesa, ed in concreto il ministro del sacramento della penitenza, non ha la facoltà di giudicare sullo stato della coscienza del fedele o sulla rettitudine dell’intenzione della coscienza, poiché “ecclesia de occultis non iudicat” (Concilio di Trento, sess. 24, cap. 1). Il ministro del sacramento della Penitenza non è conseguentemente il vicario o il rappresentante dello Spirito Santo che può entrare con la Sua luce nelle pieghe delle coscienze, giacché Dio ha riservato a sé solo l’accesso alla coscienza: “sacrarium in quo homo solus est cum Deo” (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 16). Il confessore non può arrogarsi la responsabilità davanti a Dio e al penitente di dispensarlo implicitamente dall’osservanza del Sesto Comandamento e dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale per mezzo dell’ammissione alla Santa Comunione. La Chiesa non ha la facoltà di far derivare conseguenze riguardanti la disciplina sacramentale in foro esterno, a partire e sulla base di una presunta convinzione, in coscienza, della invalidità del proprio matrimonio nel foro interno.

Una prassi che permette alle persone civilmente divorziate, cosiddette “risposate”, di ricevere i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, nonostante la loro intenzione di continuare a violare in futuro il Sesto Comandamento e il loro vincolo matrimoniale sacramentale, sarebbe contraria alla verità Divina ed estranea al perenne senso della Chiesa cattolica e alla provata consuetudine ricevuta, fedelmente custodita dai tempi degli Apostoli e ultimamente confermata in modo sicuro da san Giovanni Paolo II (cfr. Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 84) e da Papa Benedetto XVI (cfr. Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, 29).

La prassi menzionata sarebbe per ogni uomo ragionevole una rottura evidente con la prassi apostolica e perenne della Chiesa e non ne rappresenterebbe uno sviluppo nella continuità. Contro una tale evidenza non c’è argomento valido: contra factum non valet argumentum. Una tale prassi pastorale sarebbe una contro-testimonianza dell’indissolubilità del matrimonio e una sorta di collaborazione da parte della Chiesa nella diffusione di quella “piaga del divorzio”, di cui ha parlato il Concilio Vaticano II (cf. Gaudium et spes, 47).

La Chiesa insegna per mezzo di quello che fa, e deve fare quello che insegna. Sull’azione pastorale riguardo alle persone che vivono in unioni irregolari san Giovanni Paolo II diceva: “L’azione pastorale tenderà a far comprendere la necessità della coerenza tra la scelta di vita e la fede che si professa, e cercherà di far quanto è possibile per indurre tali persone a regolare la propria situazione alla luce dei principi cristiani. Pur trattandole con grande carità, e interessandole alla vita delle rispettive comunità, i pastori della Chiesa non potranno purtroppo ammetterle ai sacramenti” (Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 82).

Un autentico accompagnamento delle persone che si trovano in uno stato oggettivo di peccato grave e un corrispondente cammino di discernimento pastorale non possono fare a meno di annunciare con carità a tali persone tutta la verità della volontà di Dio, perché esse si pentano con tutto il cuore dell’atto peccaminoso di convivere more uxorio con una persona che non è il proprio legittimo coniuge. Allo stesso tempo, un autentico accompagnamento e discernimento pastorale deve incoraggiare queste persone affinché, con l’aiuto della grazia di Dio, cessino di commettere tali atti in futuro. Gli Apostoli e tutta la Chiesa, durante duemila anni, hanno sempre annunciato agli uomini tutta la verità di Dio in ciò che riguarda il Sesto Comandamento e l’indissolubilità del matrimonio, seguendo l’ammonizione di san Paolo Apostolo: “Non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio” (At 20, 27). 

La prassi pastorale della Chiesa concernente il matrimonio e il sacramento dell’Eucaristia ha tale importanza e tali conseguenze decisive per la fede e per la vita dei fedeli, che la Chiesa, per restare fedele alla Parola rivelata di Dio, deve evitare in questa materia ogni ombra di dubbio e confusione. San Giovanni Paolo II ha formulato questa perenne verità della Chiesa: “Intendo inculcare in tutti il vivo senso di responsabilità, che deve guidarci nel trattare le cose sacre, le quali non sono di nostra proprietà, come i sacramenti, o hanno diritto a non essere lasciate nell’incertezza e nella confusione, come le coscienze. Cose sacre – ripeto – sono le une e le altre – i sacramenti e le coscienze –, ed esigono da parte nostra di essere servite nella verità. Questa è la ragione della legge della Chiesa” (Esortazione Apostolica Reconciliatio et Paenitentia, 33).” ( https://www.corrispondenzaromana.it/appello-di-tre-vescovi-cattolici-a-papa-francesco-in-difesa-del-matrimonio/ )

Dio ci illumini e illumini i nostri Pastori perché sappiamo, con coraggio ribadire la Verità che salva.

A quello che abbiamo visto finora aggiungo alcune considerazioni con cui riprendo quello che dissi all'inizio di questa mia trattazione e che va a confutare più direttamente quello che afferma il card. Muller; chiedo al Signore di guidare la mia mano perché sia Lui a parlare attraverso me.

Domandiamoci: lo scandalo che si creerebbe per il fatto, secondo le parole del cardinale Muller, che una persona già sposata in Chiesa si unirebbe carnalmente con una persona non sposata dove lo mettiamo ? Lo scandalo non è forse condannato dal diritto divino? E lo scandalo non è forse peccato grave? Peraltro , questa situazione di un primo matrimonio che legittima , senza passare per il riconoscimento canonico di tale invalidità, addirittura un secondo matrimonio con relativi atti sessuali è evidentemente un qualcosa che genera scandalo e lo genera in sé stessa e in ciò che va a determinare: incertezza circa il matrimonio nella Chiesa. Se a chiunque è lecito rompere un matrimonio valido e, senza nessuna sentenza canonica di invalidità del primo matrimonio, iniziare una nuova convivenza more uxorio sulla base di certezze personali o prove non esibite ad una persona competente e verificate adeguatamente … crolla la certezza circa i matrimoni ... Perciò chi ritiene che il suo primo matrimonio sia invalido ma non può provarlo non può vivere more uxorio con nessuno, e nel caso si sia legato ad un'altra persona deve vivere secondo la sana morale ,che prevede, come visto, nel caso di motivi gravi la coabitazione ma al modo di fratello e sorella.

Va notato a questo riguardo che i rapporti matrimoniali dei due partner, indicati nel discorso del card. Muller, dovrebbero essere aperti alla vita … e quindi potrebbero dare luogo a gravidanze e quindi nascite di figli … che metterebbe in luce chiarissima la situazione , se essa fosse nascosta . Senza contare che se non è di competenza esclusiva della Chiesa, con gli organi a ciò preparati e dedicati, dichiarare l'invalidità di un matrimonio, potrebbe facilmente verificarsi che chi un giorno afferma con certezza che un certo matrimonio è invalido … il giorno dopo potrebbe dire che si è ricordato meglio e ritenere valido ciò che prima diceva invalido …. oppure potrebbe ritenere invalido anche il secondo “matrimonio” e quindi passare ad un terzo … e così via … Quindi , visto che in questo secondo “matrimonio” di cui parla il card. Muller il consenso è tutto interiore, si avrebbero persone che potrebbero ritenersi libere, pur essendo già sposate una volta in modo valido ed esterno, di sposarsi più volte in modo interiore e quindi di ritenere successivamente invalidi tali matrimoni e quindi continuare a sposarsi “interiormente” altre volte, realizzando, così “santi” e “numerosi matrimoni” … implicitamente benedetti dai confessori e quindi “dalla Chiesa”… e la Legge di Dio salva …. Peraltro , visto che in questo secondo “matrimonio” di cui parla il card. Muller il consenso è tutto interiore e non ci sono testi scritti che lo documentano, potrebbe facilmente verificarsi che una persona dopo questo secondo “matrimonio” e mentre il partner di tale matrimonio è ancora in vita si sposi con un'altra persona e poi con un'altra e così via …. senza che nessuno sappia nulla o possa verificare …. Mi chiedo, quindi, seguendo il ragionamento del cardinale se , per lui, solo al primo matrimonio (celebrato alla luce del sole ) è ammesso l'errore, di cui si ha certezza che lo rende invalido indipendentemente dal processo canonico, o anche al secondo “matrimonio” tutto “interiore”, che secondo il cardinale varrebbe o potrebbe valere dinanzi a Dio … o anche al terzo …. perché possono esserci sempre persone che ritengono “in coscienza” che i matrimoni precedenti siano invalidi e magari possono portare “prove” … Quello che abbiamo detto finora vale anche per confutare ciò che il card. Muller in un recente articolo ha affermato “Un caso di natura completamente differente si presenta se, per ragioni esterne, sia impossibile chiarire canonicamente lo status di un’unione, come quando un uomo ha le prove che il proprio presunto matrimonio con una donna era invalido, sebbene per qualche ragione egli non sia in grado di addurre queste prove nel foro ecclesiastico. Questa caso è del tutto diverso da quello di una persona validamente sposata che richiede il sacramento della Penitenza senza voler abbandonare una relazione sessuale stabile con un altro, sia in situazione di concubinato che di “matrimonio” civile, che non è valido davanti a Dio e alla Chiesa. Mentre in quest’ultima situazione si ha una contraddizione con la pratica sacramentale della Chiesa (materia di legge divina), nel primo caso la discussione riguarda come determinare se il matrimonio sia nullo o meno (materia di legge ecclesiastica).” ( http://www.lanuovabq.it/it/che-cosa-significa-dire-io-ti-assolvo )

Vogliamo ribadire qui che, come abbiamo ampiamente documentato finora , nelle due situazioni che qui presenta il cardinale sussiste la impossibilità di entrare in un nuovo matrimonio cattolico o in una nuova vita matrimoniale “more uxorio” , se il primo matrimonio non viene dichiarato nullo dalla Chiesa con il relativo processo ….

Va notato inoltre che un confessore non ha le competenze di un giudice canonico e quindi può facilmente appoggiare il penitente in modo errato e nell'errore …

Peraltro sarebbe da capire quali devono essere le prove che dovrebbero portare i conviventi … indicarne i criteri perché se ne verifichi l'autenticità etc. etc. … cosa che il card. Muller non fa ….

comunque ci tengo a sottolineare da quanto detto in questo mio lavoro, che la sana disciplina prevede, anche per costoro che possiedono presunte prove di invalidità del matrimonio, la impossibilità di accedere ai Sacramenti se non vivono come fratello e sorella finché non si ha un pronunciamento pubblico della Chiesa circa l'invalidità di tale matrimonio e la celebrazione di un matrimonio valido tra i due divorziati – risposati …

 

IL MATRIMONIO NON E' UN FATTO PRIVATO MA PUBBLICO E RICHIEDE ACCERTAMENTI PUBBLICI CIRCA LA SUA INVALIDITA' … E DA ESSO POSSONO SORGERE, SCANDALI, CONFUSIONE E GRANDI DANNI LADDOVE L' ACCERTAMENTO DI ESSO DIVENTA UNA COSA “PERSONALE” “PRIVATA” E DIO NON VUOLE QUESTO DISORDINE, QUESTI SCANDALI, QUESTA CONFUSIONE E I RESTANTI MALI CHE A TUTTO CIO' CONSEGUONO O POSSONO CONSEGUIRE… 

Dio ci ha immersi in una Chiesa che dobbiamo amare e la carità ci porta ad amare la s. Chiesa e vivere in essa portandovi ordine e non scandalo, confusione e tanti altri mali !! La carità ci porta ad accettare la sofferenza e la morte piuttosto che scandalizzare o creare gravi danni alla Chiesa …. MI PARE CHIARO DA QUANTO DETTO FINORA CHE L'APERTURA DEL CARDINALE E' SOTTILMENTE MA RADICALMENTE ERRATA E DEVIANTE …

Ovviamente lo dico in tutta umiltà e aperto ad un confronto approfondito e chiedo una speciale Luce da Dio per restare nella sua Verità e nella santa umiltà.

La Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Allorché non si può provare che un matrimonio è invalido e quindi esso per la Chiesa risulta valido, i coniugi di tale matrimonio devono saper portare cristianamente tale Croce nella fede che tale Croce è in realtà un grande dono di Dio per la loro salvezza eterna , e, se sono separati, non possono vivere more uxorio con altre persone; ricordiamo qui le parole del vangelo “Impossibile agli uomini ma non a Dio , perché tutto è possibile a Dio” (Mc. 10) con l'aiuto di Dio la Croce si può portare e ci prepara una più grande gloria in Cielo. La Croce che Dio ci dona ci dà anche la forza di portarla …. Dio ci ha donato la Chiesa che, pur guidata da Cristo, in questo mondo ha dei limiti dovuti alla nostra umanità ma anche eccelsi pregi e il cristiano la deve accettare così , e deve lavorare perché si migliori portando la sua Croce personale … d'altra parte anche ogni cristiano pur avendo la grazia è limitato e può peccare …. e spesso pecca … e ferisce Cristo e la Chiesa … I problemi morali che attengono alla situazione di coloro che ritengono che il loro matrimonio non sia valido ma non possono provarlo, di cui parla il card. Muller, sono certo seri ma la risoluzione ci pare sia da trovarsi in questo rendersi conto che Dio ci salva in una Chiesa e attraverso la Chiesa, quindi in una comunità; la nostra salvezza si attua non in opposizione all'ordine che Dio vuole per questa Comunità, la nostra salvezza quindi non si attua creando confusione, o scandalo ma si attua in Cristo, nel Mistero della Croce, rinnegando sé stessi, prendendo la Croce e seguendo Cristo sulla via della Croce, che è via di santo esempio. D'altra parte occorre rendersi conto che se la Provvidenza “mette” delle persone in queste situazioni indicate dal cardinale , lo fa per il loro bene e dà loro forza per vivere santamente tali situazioni nella Verità, nella Carità e offrendo un santo esempio di vita sulla via della Croce. La nostra vera patria non è questo mondo, ma il Cielo; Dio permette a volte delle croci e se le permette è sempre per condurci al Cielo e per donarci grande gloria in Cielo.

Concludo questo scritto invitando tutti alla preghiera perché la Verità illumini tutti pienamente e ci aiuti a seguire con coraggio la via stretta che conduce al Cielo.

Padre nostro che sei nei Cieli ...

 

 

Don Tullio Rotondo 

Nella sua presentazione della esortazione Amoris Laetitia il card. Schönborn disse “E il fatto che lui dice della convivenza come fratello e sorella, è già anche un caso eccezionale, perché in altro modo convivono matrimonialmente, il matrimonio non si riduce all'unione sessuale, è tutta la vita che è condivisa, e dunque vivono in una seconda unione pienamente, ad eccezione del rapporto sessuale, hanno una vita matrimoniale.”  ecco il video:  

 

 e qui il testo scritto http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351305

 

)   Ma attenzione : il matrimonio cristiano non lo costituisce la vita di due persone ma Dio.  Il Vangelo afferma : "l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto" ( Matteo 19,6) ... da notare : DIO HA CONGIUNTO!! Il testo greco : "ὃ οὗν ὁ θεὸς συνέζευξεν ἄνθρωπος μὴ χωριζέτω." .... Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma ai n. 1649 ss. "

Il vincolo matrimoniale

1639 Il consenso, mediante il quale gli sposi si donano e si ricevono mutuamente, è suggellato da Dio stesso. 294 Dalla loro alleanza « nasce, anche davanti alla società, l'istituto [del matrimonio] che ha stabilità per ordinamento divino ». 295 L’alleanza degli sposi è integrata nell’Alleanza di Dio con gli uomini: « L’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino ». 296

1640 Il vincolo matrimoniale è dunque stabilito da Dio stesso, così che il Matrimonio concluso e consumato tra battezzati non può mai essere sciolto. Questo vincolo, che risulta dall’atto umano libero degli sposi e dalla consumazione del matrimonio, è una realtà ormai irrevocabile e dà origine ad un’alleanza garantita dalla fedeltà di Dio. Non è in potere della Chiesa pronunciarsi contro questa disposizione della sapienza divina. 297

La grazia del sacramento del Matrimonio

1641 I coniugi cristiani « hanno, nel loro stato di vita e nel loro ordine, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio ». 298 Questa grazia propria del sacramento del Matrimonio è destinata a perfezionare l’amore dei coniugi, a rafforzare la loro unità indissolubile. In virtù di questa grazia essi « si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale, nell’accettazione e nell’educazione della prole ». 299

1642 Cristo è la sorgente di questa grazia. « Come un tempo Dio venne incontro al suo popolo con un Patto di amore e di fedeltà, così ora il Salvatore degli uomini e Sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del Matrimonio ». 300 Egli rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri, 301 di essere « sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo » (Ef 5,21) e di amarsi di un amore soprannaturale, tenero e fecondo. Nelle gioie del loro amore e della loro vita familiare egli concede loro, fin da quaggiù, una pregustazione del banchetto delle nozze dell’Agnello:
 

« Come sarò capace di esporre la felicità di quel matrimonio che la Chiesa unisce, l’offerta eucaristica conferma, la benedizione suggella, gli angeli annunciano e il Padre celeste ratifica? […] Quale giogo quello di due fedeli uniti in un’unica speranza, in un unico desiderio, in un’unica osservanza, in un unico servizio! Entrambi sono figli dello stesso Padre, servi dello stesso Signore; non vi è nessuna divisione quanto allo spirito e quanto alla carne. Anzi, sono veramente due in una sola carne e dove la carne è unica, unico è lo spirito ». 302

 

Dunque Dio unisce due persone in matrimonio; se Dio non unisce, il matrimonio non c’è, nonostante tutta la vita condivisa etc. Nel caso dei divorziati risposati, è evidente che Dio non li ha uniti tra loro, ma li ha uniti ai loro rispettivi coniugi , cioè a coloro con cui ha sigillato il loro matrimonio sacramentale e valido, riconosciuto dalla Chiesa, indissolubile; quindi tra divorziati risposati non c’è matrimonio! La vita dei divorziati risposati in quanto tali, quindi, non sarà mai un vero matrimonio né una vita matrimoniale. I divorziati risposati se vogliono mettersi in regola davanti a Dio anzitutto non devono coabitare, a meno che ci siano gravi ragioni che giustificano tale coabitazione, e se coabitano devono vivere come fratello e sorella (come dice chiaramente la Chiesa) … ripeto: fratello e sorella … quindi nessuna vita matrimoniale perché non sono uniti in matrimonio!! …. e, aggiungo io, vivere da fratello e sorella significa anche dormire non solo in letti distinti e separati ma anche in stanze distinte e separate …. appunto come fratello e sorella e non come marito e moglie ….  

 

 

Don Tullio Rotondo

Il prof. Buttiglione e la sua erronea concezione del peccato grave

Alla pagina 173 del suo testo: "Risposte amichevoli ai critici di Amoris Laetitia" il prof. Buttiglione fa una distinzione tra peccato grave e peccato mortale e dice che il peccato grave è specificato dalla materia grave mentre "il peccato mortale è specificato dall'effetto sul soggetto ( fa morire l'anima)" e continua affermando che tutti i peccati mortali sono gravi ma non tutti i peccati gravi sono mortali perché un peccato grave può essere commesso senza piena avvertenza o deliberato consenso 
Notiamo anzitutto che l'anima è immortale ... dunque affermare sic et simpliciter che il peccato fa morire l'anima lascia molto perplessi ... bisognerebbe precisare che fa morire la vita divina dell'anima ma non l'anima che è immortale ... Ma il punto fondamentale della nostra critica alle affermazioni del prof. Buttiglione riguarda il fatto che la distinzione che lui fa tra peccato grave e peccato mortale appare sbagliata e fuori dall'insegnamento della Chiesa perché il peccato grave è peccato mortale e il peccato mortale è peccato grave; il peccato grave non c'è senza piena avvertenza e deliberato consenso, se è commesso senza piena avvertenza e/o senza deliberato consenso un peccato avente materia grave è veniale; qui di seguito mostreremo con testi magisteriali o di importanti teologi che le cose stanno precisamente come noi affermiamo e non come ha scritto il prof. Buttiglione.

Partiamo da un testo particolarmente illuminante su questo tema, è una catechesi di s. Giovanni Paolo II: “Di qui anche proviene la differenza tra peccato “grave” e peccato “veniale”. Se il peccato grave è contemporaneamente “mortale”, è perché causa la perdita della grazia santificante in colui che lo commette. … Ma come abbiamo detto, anche nel peccato attuale, quando si tratta di peccato grave (mortale), l’uomo sceglie se stesso contro Dio, sceglie la creazione contro il Creatore, respinge l’amore del Padre così come il figlio prodigo nella prima fase della sua folle avventura. In una certa misura ogni peccato dell’uomo esprime quel “mysterium iniquitatis” (2 Ts 2, 7), che sant’Agostino ha racchiuso nelle parole: “amor sui usque ad contemptum Dei”: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio (“De Civitate Dei”, XIV, 28: PL 41, 436).” ( Catechesi del 29.10.1986 http://w2.vatican.va/…/1986/docu…/hf_jp-ii_aud_19861029.html ) Il peccato grave è dunque il peccato mortale!! 

Il peccato grave è tale perché è una violazione grave dell'ordine morale, è una violazione grave della Legge di Dio, ed è mortale perché toglie la grazia che è la vita dell'anima. 

Qui di seguito metto dei testi che traggo dal Catechismo della Chiesa Cattolica e che mostrano come non esiste un peccato morale che non sia grave né un peccato grave che non sia mortale

N. 2390 Si ha una libera unione quando l'uomo e la donna rifiutano di dare una forma giuridica e pubblica a un legame che implica l'intimità sessuale. ...  l'atto sessuale deve avere posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla comunione sacramentale.”

Il peccato grave esclude dalla Comunione sacramentale … perché è mortale e fa morire l’anima alla grazia santificante e rende  gravemente illecita la Comunione. 

N. 1385 “ … Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione.”

… deve ricevere la Riconciliazione appunto perché un tale peccato è mortale e l’anima ha perso, con esso, la vita della grazia! Il peccato grave esclude dalla Comunione sacramentale … perché è mortale e fa morire l’anima alla grazia santificante e rende  gravemente illecita la Comunione. 

N. 1446 “Cristo ha istituito il sacramento della Penitenza per tutti i membri peccatori della sua Chiesa, in primo luogo per coloro che, dopo il Battesimo, sono caduti in peccato grave e hanno così perduto la grazia battesimale e inflitto una ferita alla comunione ecclesiale. A costoro il sacramento della Penitenza offre una nuova possibilità di convertirsi e di recuperare la grazia della giustificazione. I Padri della Chiesa presentano questo sacramento come «la seconda tavola [di salvezza] dopo il naufragio della grazia perduta» [Tertulliano, De paenitentia, 4, 2; cf Concilio di Trento: Denz. –Schönm., 1542].”

Si noti bene : coloro che, dopo il Battesimo, sono caduti in peccato grave … hanno così perduto la grazia battesimale e inflitto una ferita alla comunione ecclesiale. Come si vede il peccato grave fa perdere la grazia e quindi è mortale … cioè fa morire l’anima alla grazia santificante!

N. 1470 “In questo sacramento, il peccatore, rimettendosi al giudizio misericordioso di Dio, anticipa in un certo modo il giudizio al quale sarà sottoposto al termine di questa vita terrena. E» infatti ora, in questa vita, che ci è offerta la possibilità di scegliere tra la vita e la morte, ed è soltanto attraverso il cammino della conversione che possiamo entrare nel Regno, dal quale il peccato grave esclude [Cf 1Cor 5,11; Gal 5,1921; Ap 22,15 ]. Convertendosi a Cristo mediante la penitenza e la fede, il peccatore passa dalla morte alla vita «e non va incontro al giudizio» ( Gv 5,24 ).

Si noti bene : il peccato grave esclude dal Regno, cioè dalla vita eterna … quindi è mortale!

N. 1472 “Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la «pena eterna» del peccato. ”

Si noti bene : il peccato grave ci priva della Comunione con Dio e perciò rende incapaci di conseguire la vita eterna … quindi è mortale!

N. 2390 “ … l’atto sessuale deve aver posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla Comunione sacramentale.”

Il peccato grave impedisce la Comunione sacramentale … infatti è peccato mortale e fa perdere la vita della grazia … occorre confessarsi per ricevere la vita di grazia e per ricevere la s. Comunione : l» Eucaristia è Sacramento dei vivi e non dei morti!

La Congregazione per la Dottrina della Fede ha affermato:“ È stato prospettato il quesito alla S. Congregazione per la Dottrina della Fede, se debba considerarsi tuttora obbligatoria la disciplina sancita dal Canone 856 C. J. C. relativamente alla assoluzione sacramentale da premettersi alla S. Comunione quando sia stato commesso peccato grave.

La risposta della Superiore Autorità è che rimane tassativa la disciplina prescritta dal menzionato canone, e che pertanto sono da respingersi, come aliene dal sensus Ecclesiae, tutte le altre interpretazioni.” ( http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19680711_responsum_it.html )

Il peccato grave impedisce la Comunione sacramentale … infatti è peccato mortale e fa perdere la vita della grazia … occorre confessarsi per ricevere la vita di grazia e per ricevere la s. Comunione : l» Eucaristia è Sacramento dei vivi e non dei morti!

La Commissione Teologica Internazionale affermò “ 8.2. La Chiesa crede che esiste uno stato di condanna definitiva per coloro che muoiono gravati di peccato grave. Si deve evitare assolutamente d’intendere lo stato di purificazione per l’incontro con Dio, in modo troppo simile a quello della condanna, come se la differenza tra i due consistesse solo nel fatto che l’uno sarebbe eterno e l’altro temporaneo; la purificazione dopo la morte è «del tutto diversa dal castigo dei condannati». ( http://www.vatican.va/…/rc_cti_1990_problemi-attuali-escato… )

Si noti bene : la Chiesa crede che esiste uno stato di condanna definitiva per coloro che muoiono gravati di peccato grave … quindi il peccato grave è mortale!

Papa Pio XII disse “Che, nelle presenti circostanze, è stretto obbligo per quanti ne hanno il diritto, uomini e donne, di prender parte alle elezioni. Chi se ne astiene, specialmente per indolenza o per viltà, commette in sé un peccato grave, una colpa mortale.” ( Discorso del 10 marzo 1948http://w2.vatican.va/…/hf_pxii_spe_19480310_intima-gioia.ht… )

Il peccato grave è colpa mortale … cioè peccato mortale.

S. Giovanni Paolo II affermò : “In questa linea giustamente il Catechismo della Chiesa Cattolica stabilisce: « Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione ».( n. 1385; cfr Codice di Diritto Canonico, can. 916; Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, can. 711.  ) Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, « si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale ».(Discorso ai membri della Sacra Penitenzieria Apostolica e ai Penitenzieri delle Basiliche Patriarcali di Roma (30 gennaio 1981): AAS 73 (1981), 203. Cfr Conc. Ecum. Tridentino, Sess. XIII, Decretum de ss. Eucharistia, cap. 7 et can. 11: DS 1647, 1661. )  37. … Nei casi però di un comportamento esterno gravemente, manifestamente e stabilmente contrario alla norma morale, la Chiesa, nella sua cura pastorale del buon ordine comunitario e per il rispetto del Sacramento, non può non sentirsi chiamata in causa. A questa situazione di manifesta indisposizione morale fa riferimento la norma del Codice di Diritto Canonico sulla non ammissione alla comunione eucaristica di quanti « ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto ».76” ( Ecclesia de Eucharistia nn. 3637 http://w2.vatican.va/…/hf_jp-ii_enc_20030417_eccl-de-euch.h… )

Ancora s. Giovanni Paolo II affermò:
“ È chiaro che non possono ricevere validamente l’assoluzione i penitenti che vivono in stato abituale di peccato grave e non intendono cambiare la loro situazione.” ( LETTERA APOSTOLICA
IN FORMA DI «MOTU PROPRIO» MISERICORDIA DEI
http://w2.vatican.va/…/hf_jp-ii_motu-proprio_20020502_miser… )

Non ricevono validamente l’assoluzione i penitenti che sono in peccato grave e non intendono cambiare la loro situazione perché sono privi della grazia santificante e vogliono restare in tle privazione … il peccato grave è peccato mortale!

 Come è evidente in tutti questi testi il peccato grave è il peccato mortale e il peccato mortale è il peccato grave!

La sana teologia non presenta il peccato grave come diverso dal peccato mortale, IN QUESTA LINEA LE AFFERMAZIONI DEL PROF. BUTTIGLIONE APPAIONO SBAGLIATE E FUORVIANTI. Contrariamente a ciò che lui dice, il Magistero afferma: tutti i peccati gravi sono mortali, tutti i peccati mortali sono gravi; se la materia è grave ma manca piena avvertenza o deliberato consenso il peccato non è grave ma veniale.

Don Tullio Rotondo 

Raccolgo qui dei link , video, testi da scaricare gratuitamente per aprirsi al dono della fede nella Trinità 

PROVE RAZIONALI ESISTENZA DI DIO 

http://www.uccronline.it/2011/11/30/william-lane-craig-rovescia-gli-argomenti-di-dawkins-tre-prove-a-favore-di-dio/

Ottimi  testi per la dimostrazione razionale dell'esistenza di Dio. 

http://apologetica-cattolica.net/apologetic/esistenza-dio/scaricatevi-qui-gratuitamente-un-ottimo-testo-scritto-da-guido-berghin-rose-intitolato-elementi-di-filosofia-che-presenta-molto-efficacemente-le-dimostrazioni-dell-esistenza-di-dio.html

http://apologetica-cattolica.net/apologetic/esistenza-dio/scaricatevi-qui-gratis-dio-esposizione-e-valutazione-delle-prove-di-p-m-daffara-o-p-testo-eccellente-sulle-prove-della-esistenza-di-dio.html

Qui potete scaricarvi o leggere tutta l’Enciclopedia Apologetica una miniera di indicazioni per credere nella Trinità http://apologetica-cattolica.net/apologetic/apologetica-generale/scaricatevi-qui-tutta-l-enciclopedia-apologetica-una-miniera-di-sapienza-per-difendere-la-fede.html  

 

SCIENZIATI CREDENTI 

http://www.uccronline.it/2017/02/15/il-fisico-del-cern-la-causa-delluniverso-devessere-trascendente/  

http://www.adnkronos.com/salute/2015/12/07/anche-gli-scienziati-credono-dio-italiani-fra-piu-religiosi_gNLVoDjUWrXCzUmK5ah3EP.html?refresh_ce  

http://www.uccronline.it/2015/04/24/il-prof-enrico-bombieri-medaglia-fields-la-matematica-rinforza-la-certezza-di-dio/

http://it.aleteia.org/2016/01/03/fabiola-gianotti-io-credo-in-dio-scienza-e-fede-sono-compatibili/

MIRACOLI 

http://it.lourdes-france.org/approfondire/guarigioni-miracoli/i-miracolati-di-lourdes-3

http://alleanzacattolica.org/la-madonna-di-guadalupe-un-caso-di-inculturazione-miracolosa/ 

http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV325_Fioriture_miracolose.html

 

Molti video sui miracoli con testimonianze dei miracolati 

https://www.youtube.com/playlist?list=PLxc9r71hrCYBfBB2p5z6ERoeOml-Ior-t   

Miracolo a Lourdes , Delizia Cirolli

http://apologetica-cattolica.net/teologia/dem/tag/miracoli%20di%20Lourdes.html

Anche il Corriere della Sera parla di miracolo … il prodigio della Sacra Spina a Bergamo.   http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/16_marzo_28/vescovo-beschi-annuncia-prodigio-fiorita-sacra-spina-gesu-b5e5b5e8-f516-11e5-ad8f-b6693bfe4739.shtml   http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/16_marzo_30/sacra-spina-biologa-fatto-inspiegabile-che-non-lascia-indifferenti-4d9e1ef6-f63f-11e5-b728-3bdfea23c73f.shtml   http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/16_marzo_29/mesi-sotto-osservazione-dal-notaio-poi-sacra-spina-sono-comparse-prime-gemme-23afcca0-f579-11e5-a42a-1086cb13ad60.shtml

 

http://www.tempi.it/io-scienziata-atea-credo-nei-miracoli-la-chiesa-non-mette-da-parte-la-scienza#.V-aYMyiLShc

http://www.tempi.it/atea-chiesa-miracolo-intervista-jacalyn-duffin-scienziata-eretica#.V-aYUiiLShc

LIBRI UTILI PER RAFFORZARSI NELLA FEDE E NELLA CONOSCENZA DI DIO 

http://www.tempi.it/perche-non-possiamo-essere-atei-una-risposta-scientifica-e-razionale-a-dawkins-odifreddi-e-compagnia-bella#.V-aTjCiLShd

http://www.libreriadelsanto.it/ebook/9788898647101/perche-non-possiamo-essere-atei.html

http://img.libreriadelsanto.it/books/u/UIXXzEuoHo6J_s4

http://img.libreriadelsanto.it/books/x/XZsanYM2wZsH

http://img.libreriadelsanto.it/books/7/7oqnre4QrnaP

 

VIDEO UTILI 

 

 

 

 

 

 La scienza moderna ha origini cristiane

http://disf.org/origine-cristiane-scienza

 

Tutti i tentativi di ridurre G. C. a un mito sono stati respinti ormai dagli studiosi. Anche la Treccani lo riconosce. Non ci sono più dubbi sulla storicità di Cristo. 

http://www.treccani.it/enciclopedia/gesu-cristo/

 

 

 

 

Satana esiste e tenta e attacca.

Prodigiose e scientificamente  inspiegabili fioriture in luoghi collegati a santi o ad apparizioni della Madonna 

 

 

   

 

«O atei che non credete Dio, o pazzi che siete! Se voi non credete che vi è Dio, ditemi, chi vi ha creati? Come potete mai figurarvi che vi sieno creature senza principio che l’abbia create? Questo mondo che ammirate, regolato con ordine così bello e così costante, ha potuto mai farlo il caso che non ha né ordine né mente? Miseri! Voi studiate per persuadervi che l’anima muore come muore il corpo; ma oh Dio, che direte quando giunti all’eternità vedrete che l’anime vostre sono eterne, ed in eterno più non potrete rimediare alla vostra ruina?

Ma se credete che vi è Dio, avete da credere che vi sia ancora la vera religione. — Ma se non credete che la religione nostra della Chiesa cattolica romana sia la vera, ditemi, qual’è la vera? Forse quella de» Gentili che ammette tanti Dei, e così li distrugge e nega tutti? Forse quella de» Maomettani, ch’è un miscuglio di favole, d’inezie e contraddizioni? Religione inventata da un infame impostore, fatta più per le bestie che per gli uomini? Forse quella de» Giudei i quali per altro ebbero un tempo la vera fede, ma perché poi han riprovato il loro aspettato Redentore che ha insegnata la nuova legge della grazia, han perduta la fede, la patria e tutto? Forse quella degli eretici che, separandosi dalla nostra Chiesa ch’è stata la prima fondata da Gesù Cristo ed a cui fu fatta da lui stesso la promessa che non sarebbe mai mancata, han confusi talmente tutt’i dogmi rivelati, che ciascuno di loro nel credere è contrario all’altro? Ah che troppo è chiaro che la fede nostra è l’unica vera. O vi è fede, e non può esservi altra religione vera che la nostra: o non vi è fede, e tutte le religioni son false. Ma ciò non può essere; perché se vi è Dio, vi ha da essere la vera fede e la vera religione.

Ma quanto poi sono più pazzi quei cristiani che tengono la vera fede, e poi vivono come non ci credessero! Credono che vi è Dio giusto giudice, che vi è il paradiso e l’inferno eterno; e poi voglion vivere come non ci fosse né giudizio né paradiso né inferno né eternità né Dio.»

Sant’Alfonso Maria de Liguori : Affetti divoti a Gesù Cristo 

(Affetti di viva Fede )

DIFFONDETE OVUNQUE , BELLISSIMA CONVERSIONE 

http://preticattolici.altervista.org/padre-leseur-un-ateo-divenuto-sacerdote-domenicano-aver-letto-diario-spirituale-della-moglie-pregato-tutta-la-vita-lu/   

https://www.youtube.com/playlist?list=PLxc9r71hrCYBZkLwuRE8KEoNqfDrr8kr_

Ringraziamo la Trinità che è super Fuoco vuole infiammarci di ardente fede , di ardente carità ….

Dio è infinitamente grande nel libro della Sapienza al cap. 11 o 12 leggiamo “ Signore, tutto il mondo, infatti, davanti a te è come polvere sulla bilancia,

come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra.” Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo al n. 208 “Di fronte alla presenza affascinante e misteriosa di Dio, l'uomo scopre la propria piccolezza”. Carissimi; Dio, la Trinità , ci ama … e perciò ci vuole donare di capire e fare la sua volontà, ci vuole donare di capire e di realizzare il suo progetto in Cristo; un insegnamento fondamentale che emerge dalle letture di oggi (1Sam 3,3b-10.19; Gv 1,3542 ) e dalla Liturgia di questa II domenica del Tempo Ordinario è proprio questo: Dio, la Trinità , ci ama e perciò ci vuole donare di capire e fare la sua volontà, ci vuole donare di capire e di realizzare il suo progetto in Cristo . Occorre sottolineare qui che la Trinità opera nell’Eucaristia per la nostra trasformazione in Cristo, perché possiamo conoscere e fare in Lui la volontà di Dio e realizzare il suo progetto su di noi come ha fatto Samuele, come hanno fatto i santi Apostoli.

Diciamo anzitutto che tutti abbiamo da Dio una vocazione cioè tutti siamo chiamati a realizzare il progetto di Dio su di noi …. dice s. Alfonso M. de» Liguori :

È chiaro che la nostra eterna salute dipende principalmente dall’elezione dello stato (cioè la scelta dello stato di vita in cui vogliamo trascorrere la nostra vita, gli stati di vita sono vari: matrimoniale, religioso sacerdotale etc. n.d.c. ) . Il padre Granata chiamava l’elezione dello stato la ruota maestra di tutta la vita. Onde, siccome negli orologj, guastata la ruota maestra, è guastato tutto l’orologio; così nell’ordine della nostra salvazione, errato lo stato, andrà errata tutta la vita, come dice s. Gregorio Nazianzeno. Circa poi lo stato da eleggere, se noi vogliamo accertare la salute eterna bisogna che seguiamo la divina vocazione, dove solamente ci apparecchia Iddio gli aiuti efficaci per salvarci. Poiché, come dice s. Cipriano: Ordine suo, non arbitrio nostro, virtus Spiritus sancti ministratur (la forza dello Spirito Santo ci offerta secondo l’ordine, la volontà di Dio e non secondo il nostro arbitrio n.d.c.). E perciò scrive s. Paolo : Unusquisque proprium donum habet ex Deo. (ognuno ha il suo dono da Dio n.d.c.) Cioè, come spiega Cornelio a Lapide, Dio a ciascuno dà la sua vocazione, e gli elegge lo stato in cui lo vuol salvo. Questo è appunto l’ordine della predestinazione descritto dallo stesso apostolo: Quos praedestinavit, hos et vocavit; et quos vocavit, hos et iustificavit… illos et glorificavit. (quelli che ha predestinato , li ha chiamati, e quelli che ha chiamato li ha giustificati e … glorificati n.d.c.) Bisogna intendere che il punto della vocazione non molto si apprende da alcuni del mondo, sembra loro che sia lo stesso il vivere nello stato a cui chiama Dio, che “l vivere nello stato eletto dal proprio genio; e perciò tanti vivono poi malamente e si dannano. Ma è certo che questo è il punto principale per l’acquisto della vita eterna. Alla vocazione succede la giustificazione, ed alla giustificazione succede la glorificazione, cioè la vita eterna. Chi scompone quest’ordine e questa catena di salute non si salverà. Con tutte le fatiche e con tutto l’altro che alcuno farà gli dirà s. Agostino: Corri bene, ma fuor di via: Bene curris, sed extra viam, cioè fuor della via, per cui Dio ti avrà chiamato a camminare per giungere a salvarti. Il Signore non accetta i sacrificj offerti dal proprio genio: Ad Cain et ad munera eius non respexit. (Dio non ha guardato a Caino e ai suoi doni n.d.c.) Anzi egli intima gran castighi a coloro che voltano le spalle alle sue chiamate, per seguire i consigli dell’inclinazione propria: Vae, filii desertores (dice per Isaia), ut faceretis consilium, et non ex me; et ordiremini telam, et non per spiritum meum! 1.” ( S. Alfonso “Avvisi spettanti alla vocazione religiosa” OPERE ASCETICHE, in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IV, pp. 396412, Torino 1880 ; ed. INTRATEXT digitalizzata )

Vediamo ora alcune indicazioni che emergono dalla I lettura e dal Vangelo sulla conoscenza e e realizzazione della vocazione …..

1)La vocazione e la Chiesa (Eli e Samuele 1Sam 3,3b-10.19 ). Notate che Samuele scopre la vocazione con l’aiuto di Eli sacerdote di Dio; per scoprire la nostra vocazione Dio ci dona la Chiesa con i suoi sacerdoti che ci aiutano a capire e fare la volontà di Dio; nella Chiesa il Signore ci dona cammini per imparare a capire quando è Lui che ci parla e cosa ci chiede ….

2) La vocazione è un cammino da percorrere, Gesù nel Vangelo di oggi ai primi discepoli dice : venite e vedrete (Gv.1,3542) la vocazione è un cammino di sequela; la vocazione non è un qualcosa che si compie una volta per sempre ma è un cammino in cui occorre lasciarsi guidare da Dio … e non basta rispondere una sola volta ma occorre rispondere sempre …. possiamo dire che vi è una vocazione generale per ogni persona ad un certo stato di vita e tante vocazioni nella vocazione generale …

3) Dio chiama ( in particolare si veda la I lettura, 1Sam 3,3b-10.19 ) …. non è l’uomo che si illude ….non è l’uomo che si crea Dio ma è Dio che crea l’uomo e lo chiama a fare la volontà di Dio, l’uomo deve ascoltare Dio; da ciò capiamo l’importanza del silenzio, Samuele (1Sam 3,3b-10.19) ascolta Dio durante la notte, nel silenzio, Mosé ascoltò Dio sul monte Oreb mentre era solo e pascolava il gregge. Dio ci parla ma perché lo ascoltiamo è importante il silenzio, il ritiro, il raccoglimento. Abbiamo detto più sopra che esistono nella Chiesa cammini spirituali per imparare a entrare in questo silenzio, per aprirsi all’ascolto di Dio, per capire cosa Dio vuole precisamente da noi, quale è il suo progetto su ognuno. Per ognuno di noi Dio ha un progetto particolare, diverso dagli altri!! Ci sono esperienze che possiamo fare per imparare ad ascoltare la voce di Dio e a distinguerla da quella di satana , per conoscere e per realizzare la vocazione divina e qui mi riferisco soprattutto agli esercizi spirituali specie quelli ignaziani ben fatti; essi sono cammini di preghiera in silenzio , con la guida di una persona esperta, per conoscere il progetto che Dio ha su di noi e per realizzarlo. Ricordate : esercizi spirituali ignaziani … In Italia c’è la FIES che è la Federazione Italiana Esercizi Spirituali attraverso essa potete conoscere dove si fanno gli esercizi spirituali ignaziani, potete trovare in santuari e case di ritiro spirituale anche altre corsi di esercizi; raccomando di cercare guide spirituali veramente sperimentate e di sana dottrina e corsi di esercizi veramente adatti a voi e quindi raccomando di farvi consigliare per partecipare a esercizi che possano veramente aiutarvi. Tutti dovrebbero fare, possibilmente, ogni anno almeno una settimana di ritiro e ogni mese un giorno di ritiro …

4) La nostra Vocazione e la nostra risposta sono in Cristo, nella Trinità. Samuele nel brano che abbiamo citato sopra, ascolta la chiamata mentre è nel tempio e là risponde; Cristo è il Tempio di Dio per eccellenza, in Lui conosciamo e facciamo la volontà di Dio … ripeto: in Cristo noi conosciamo e facciamo la volontà di Dio! Cristo pregava incessantemente e noi per conoscere e vivere la nostra vocazione dobbiamo pregare in Cristo, nella Trinità …. La nostra vocazione e la nostra risposta sono in Cristo nella Trinità … ma la vita di Cristo e della Trinità viene in noi attraverso i Sacramenti e soprattutto attraverso l» Eucaristia … perciò per conoscere e fare quello che Dio vuole da noi dobbiamo vivere una vita sacramentale intensa, in particolare è importante confessarsi bene e frequentemente e soprattutto vivere bene l’Eucaristia preparandola sempre meglio, vivendola sempre meglio, ringraziando dopo di essa sempre meglio. Notate che quello che sto dicendo è illuminante anche per capire le cause del crollo di tanti matrimoni celebrati in chiesa … crollo visibile o invisibile dall’esterno; vediamo coppie che si dividono e persone divorziate etc. …. vediamo matrimoni che non sono vissuti cristianamente pur essendo stati celebrati in chiesa … Dopo quello che abbiamo detto sopra dobbiamo domandarci: c» era vita cristiana in quelle persone prima del matrimonio? … c’è stato discernimento della volontà di Dio prima di tali matrimoni ? Quelle persone si sono sposate dopo aver capito che era veramente Dio che le chiamava a sposarsi? Senza conoscenza e attuazione del progetto di Dio su ciascuno di noi , noi edifichiamo non sulla roccia ma sulla sabbia … e quello che dico vale anche per le vocazioni sacerdotali e religiose , ma si spera che tali vocazioni siano ben esaminate , come dovrebbe essere … Se non si fa un buon discernimento si edifica non sulla roccia che è Cristo ma sulla sabbia e il Vangelo ci dice che quando vengono le tempeste ciò che non è edificato su Cristo crolla …. crolla, faccio notare, visibilmente o invisibilmente ma realmente …. cioè a volte il matrimonio o la vita sacerdotale crolla e lo si vede dall’esterno ma a volte il matrimonio o la vita sacerdotale resta ma solo esternamente perché internamente non c’è la vita secondo Cristo, il sacerdote o il religioso resta tale ma non vive la sua vocazione secondo Cristo .

La Trinità infinitamente onnipotente ci ama e ci vuole donare di capire e fare la sua volontà, ci vuole donare di capire e di realizzare il suo progetto … dunque coraggio … impegniamoci a seguire la volontà di Dio in Cristo , quindi sulla via della Croce …. verso il Cielo … nostra patria… E affidiamoci alla potente intercessione di Maria perché ci aiuti a fare la volontà di Dio e se finora non l’abbiamo fatta ci aiuti a convertirci e a cominciare da oggi a impegnarci seriamente per conoscere e fare la volontà di Dio su di noi.

Don Tullio Rotondo 

 

Alcuni video in cui sviluppo questi temi 

 

Se manca la contrizione, e quindi il proposito di non più peccare, nel penitente, l' assoluzione sacramentale è invalida cioè nulla e i peccati non vengono rimessi!

 

Autore: don Tullio Rotondo

Sacerdote Cattolico

Dottore in Sacra Teologia

 

 

Questo libro vuole aiutare tutti a capire che, senza la contrizione del penitente, l’assoluzione sacramentale è invalida e i peccati restano non rimessi, sulla scia di questa verità fondamentale questo testo vuole mettere in evidenza che i 10 comandamenti obbligano i cristiani e l’uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli e che la Comunione Eucaristica va fatta in grazia di Dio, ricevere l’Eucaristia stando in peccato grave è un vero e proprio sacrilegio. Si noti , questo libro non presenta che testi del Magistero, della Commissione Teologica Internazionale e di qualche altro organo della Santa Sede, del card. Muller ‚che fino a poche settimane fa era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nonché di s. Alfonso e di eminenti moralisti . Di mio non c’è praticamente nulla. Tutto sia a gloria di Dio che è Verità.

Per completezza ho riportato anche le note dei testi di altri autori che presento, e se in alcuni casi ho messo tra parentesi i testi da essi citati in altri ho lasciato, tra parentesi, il numero della nota di tali testi. Preciso anche che il testo del famoso Catechismo Romano è tradotto in italiano con il nome di Catechismo Tridentino, si veda questo sito http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm , normalmente le mie citazioni di tale Catechismo sono tratte da questo testo in italiano e dai numeri che esso riporta, in qualche raro caso riportando le note di testi della Santa Sede le citazioni vengono tratte dal Catechismo Romano in latino con la divisione che esso riporta.

 

Indice

1) Fondamenti biblici della dottrina cattolica circa la contrizione. Pag. 2

2) La dottrina cattolica afferma chiaramente che la contrizione è elemento essenziale della Confessione. Pag.8

3)L’osservanza dei comandamenti è la condizione fondamentale della riconciliazione con Dio; i 10 comandamenti obbligano e l’uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli. Pag. 16

4) Le parti essenziali della contrizione e le loro caratteristiche . Pag. 19

a) Gli elementi essenziali della contrizione. Pag. 19

b) Le qualità della contrizione e il primo elemento essenziale della contrizione: l’odio, la detestazione del peccato. Pag. 22

c)Il secondo elemento essenziale della contrizione: il dolore per i peccati commessi. Pag. 26

d)Il terzo elemento essenziale della contrizione: il proposito di non peccare più in avvenire. Pag.30

5) Se manca la contrizione, nel penitente, l» assoluzione sacramentale è invalida cioè nulla e i peccati non vengono rimessi! Pag. 38

6) La Confessione fatta, consapevolmente, senza contrizione è invalida e sacrilega. Ricevere l’Eucaristia, consapevolmente, stando in peccato grave è sacrilegio. Pag. 40

7) Contrizione come atto di carità e come partecipazione all’espiazione di Cristo. Pag. 45

8) Approfondimenti. Pag. 49

a) Sacramento della Penitenza, parti costitutive di esso e in particolare la contrizione nel Catechismo del Concilio di Trento. Pag. 49

b) La contrizione, la sua necessità e le sue caratteristiche nel Catechismo Maggiore di s. Pio X. Pag. 55

c)La contrizione nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Pag. 59

d)La necessità della contrizione nella Confessione secondo le affermazioni di un documento della CTI su questo tema e della Esortazione Apostolica Post-Sinodale “Reconciliatio et Paenitentia”. Pag. 62

e) La contrizione come parte della Confessione sacramentale secondo il “Rito della Penitenza” e secondo un recente documento della Santa Sede circa la Confessione. Pag. 66

8)Ciò che neppure il Papa può fare. Pag. 69

Conclusione

 

1) Fondamenti biblici della dottrina cattolica circa la contrizione.

 

Nel documento della Commissione Teologica Internazione “La riconciliazione e la penitenza” del 1982 ( http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1982_riconciliazione-penitenza_it.html ), al punto B, I, 1 leggiamo “ Il messaggio dell’Antico e del Nuovo Testamento, che supera ampiamente ogni attesa dell’uomo, è fondamentalmente teocentrico. Il suo contenuto è che siano rivelati l’essere-Dio di Dio e la sua gloria, che venga il Regno, che la sua volontà si compia e che il suo nome sia glorificato (Mt 6, 9 s.; Lc. 11, 2). A ciò corrisponde l’inizio del Decalogo: « Io sono il Signore, Dio tuo… » (Es 20,2; Dt. 5,6). L’esigenza del dono totale di sé a Dio e al prossimo raggiunge in Gesù un’elevatezza e una profondità di contenuto e anche una veemenza che superano perfino quelle dell’Antico Testamento (cf. Mc 12, 2931). Il peccato, al contrario, è l’atteggiamento e l’azione dell’uomo che non riconosce Dio e il suo Regno. Perciò nella Sacra Scrittura esso viene descritto come disobbedienza, idolatria e assolutizzazione dell’autonomia dell’uomo nella sua pretesa all’autosufficienza. Così, allontanandosi da Dio e volgendosi disordinatamente verso le grandezze create, l’uomo non raggiunge in fin dei conti la verità del suo essere creato; aliena se stesso (cf Rm 1, 21 ss.). Rivolgendosi di nuovo, mediante la conversione, a Dio suo principio e fine, l’uomo ritrova con ciò stesso il senso della propria esistenza.” ( http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1982_riconciliazione-penitenza_it.html )

Questa conversione non è da intendersi in modo individualistico ….  “Nell’Antico e nel Nuovo Testamento, sia il peccato sia la conversione dell’uomo non s’intendono in modo puramente individualistico. Al contrario, proprio nei profeti dell’Antico Testamento Dio condanna, in nome dell’Alleanza, i peccati contro la giustizia sociale. L’Antico e il Nuovo Testamento considerano l’uomo come inserito nella solidarietà del popolo e di tutta l’umanità (cf. Gn 3; Rm 5), vale a dire nella solidarietà del nuovo popolo di Dio.” ( ibidem. B, I, 3)

L» uomo è inserito nella solidarietà del popolo… ed ha una responsabilità personale “D’altro canto, già i profeti del VII e VI secolo a.C. scoprono la responsabilità personale d’ogni uomo. Infine la conversione a Gesù Cristo invita l’individuo a liberarsi dai propri affetti nazionali e l’introduce nel nuovo popolo di Dio che abbraccia tutti i popoli.” La responsabilità personale è la capacità di rispondere delle proprie azioni davanti ad un giudizio, al giudizio di Dio, ed è capacità di rispondere alla chiamata che Dio fa all’uomo, chiamata alla salvezza e alla santità dice a questo riguardo il testo della CTI : “E più in particolare la grazia della conversione domanda dall’uomo una triplice risposta. In primo luogo è necessario un cambiamento reale del cuore, uno spirito e un sentimento nuovi. La conversione e la penitenza costituiscono un’opzione fondamentale (cf. infra C, III, 34) della persona orientata verso Dio, come pure una rinuncia totale al peccato. In secondo luogo, vediamo già Geremia aspettarsi dal peccatore una confessione pubblica della propria colpa e la promessa di emendamento « dinanzi al Signore » (Ger 36, 57). Parimente per Gesù una fede che fa credito con generosità (cf. Mc 1, 15), una confessione traboccante di pentimento e una domanda di perdono (Lc 11, 4; cf. 18, 1014) costituiscono un avvio di conversione e l’inizio d’una svolta nella vita. Infine la penitenza deve esprimersi in un mutamento radicale della vita nel suo insieme e in tutti i suoi settori. Tal esigenza comporta innanzitutto la pratica della giustizia e la disposizione a perdonare al prossimo (cf. Mt 18, 21)s. e 2335; Lc 17, 4). ”( ibidem. B, I, 3) La grazia della conversione chiede dunque una risposta fondamentalmente triplice: anzitutto un cambiamento reale del cuore, uno spirito e un sentimento nuovi, cioè l’accoglienza dello Spirito Santo e della sua guida, con la rinuncia totale al peccato; una fede che fa credito con generosità (cf. Mc 1, 15), una confessione traboccante di pentimento e una domanda di perdono (Lc 11, 4; cf. 18, 1014); infine un mutamento radicale della vita nel suo insieme e in tutti i suoi settori con, in particolare, la pratica della giustizia e la disposizione a perdonare al prossimo (cf. Mt 18, 21)s. e 2335; Lc 17, 4). Questa triplice fondamentale risposta è sintetizzata precisamente negli atti del penitente nel Sacramento della penitenza, indicati dal testo della Commissione Teologica laddove afferma: “ .. vi sono gli atti umani di conversione (conversio) mediante il pentimento che l’amore suscita (contritio), di confessione esteriore (confessio) e di riparazione (satisfactio)” (ibidem B. IV a, 1) .. più profondamente possiamo dire che la penitenza cristiana è la risposta alla chiamata che Dio fa a partecipare alla vita, alla sofferenza e alla morte di Cristo :“La penitenza cristiana è una partecipazione alla vita, alla sofferenza e alla morte di Gesù Cristo. E ciò si attua per fidem et caritatem et per fidei sacramenta [6]. La penitenza cristiana trova il proprio fondamento nel battesimo, sacramento della conversione per la remissione dei peccati (At 2, 38) e sacramento della fede; essa deve determinare l’intera vita del cristiano (cf. Rm 6, 3 ss.). Perciò la penitenza cristiana non può esser compresa in primo luogo e unicamente sotto il profilo etico e ascetico, ma dev’esserlo secondo una concezione fondamentalmente sacramentale, come il dono fatto da Dio d’un essere nuovo, che spinge di conseguenza a un agire etico ascetico. La penitenza non può esercitarsi solo in atti isolati e particolari, ma deve segnare con la propria impronta l’intera esistenza cristiana … In fin dei conti, non bisogna sminuire la penitenza concependola in maniera individualistica; occorre piuttosto concepirla nel quadro della sequela di Gesù …” ( ibidem B, II, 3)

La forma fondamentale della penitenza le viene dall’obbligo di camminare al seguito del Crocifisso:

l’obbligo di camminare al seguito di Gesù crocifisso, fondato nel nostro battesimo (cf. Rm 6, 3 ss.), conferisce alla penitenza la sua forma fondamentale.” ( ibidem. B, II, 1)

Cristo chiamava e chiama gli uomini alla conversione, come dice chiaramente il Catechismo della Chiesa Cattolica (http://www.vatican.va/archive/ITA0014/_INDEX.HTM ) al n. 1427: “Gesù chiama alla conversione. Questo appello è una componente essenziale dell’annuncio del Regno: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo » (Mc 1,15). Nella predicazione della Chiesa questo invito si rivolge dapprima a quanti non conoscono ancora Cristo e il suo Vangelo. Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima e fondamentale conversione. È mediante la fede nella Buona Novella e mediante il Battesimo (At 2,38) che si rinuncia al male e si acquista la salvezza, cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova.” Quello che abbiamo detto più sopra sulla conversione e la penitenza, ci aiuta a capire che tale chiamata di Cristo, e di Dio in Cristo, alla conversione è chiamata a partecipare alla sua vita , alla sua sofferenza e alla sua morte … e alla sua Risurrezione. Il luogo primario della conversione è il Battesimo, come si legge chiaramente nel testo degli Atti degli Apostoli “E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo.”(Atti 2,38) … La parola di Pietro in questo caso è parola di Dio; Dio chiama i lontani alla conversione e al Battesimo e chiama i battezzati peccatori alla conversione e al Sacramento della Confessione .… perciò il Catechismo afferma al n. 1428:“Ora, l’appello di Cristo alla conversione continua a risuonare nella vita dei cristiani …Questo sforzo di conversione non è soltanto un’opera umana. È il dinamismo del « cuore contrito » (Sal 51,19) attirato e mosso dalla grazia (Cf Gv 6,44; 12,32.) a rispondere all’amore misericordioso di Dio che ci ha amati per primo.(1 Gv 4,10). Lo testimonia la conversione di san Pietro dopo il triplice rinnegamento del suo Maestro. Lo sguardo d’infinita misericordia di Gesù provoca le lacrime del pentimento(Cf Lc 22,6162) e, dopo la risurrezione del Signore, la triplice confessione del suo amore per lui.(Cf Gv 21,1517). La seconda conversione ha pure una dimensione comunitaria. Ciò appare nell’appello del Signore ad un’intera Chiesa: « Ravvediti! » (Ap 2,5.16).” La figura biblica di s. Pietro che si converte dopo aver tradito Cristo è di straordinaria luminosità e importanza in ordine alla contrizione perciò è posta così in evidenza nel Catechismo. Aiutandoci anche ad entrare in tale conversione del Principe degli Apostoli, il Catechismo prosegue il discorso sulla penitenza affermando al n. 1430 :“Come già nei profeti, l’appello di Gesù alla conversione e alla penitenza non riguarda anzitutto opere esteriori, « il sacco e la cenere », i digiuni e le mortificazioni, ma la conversione del cuore, la penitenza interiore. Senza di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece all’espressione di questo atteggiamento in segni visibili, gesti e opere di penitenza.(Cf Gl 2,1213Is 1,1617Mt 6,16.1618)”. … si tratta essenzialmente, come detto sopra, di accogliere la grazia della conversione cioè di accogliere lo Spirito Santo che ci dona il suo giudizio sul peccato e ci dona il ripudio radicale del peccato e la carità , di particolare importanza a questo riguardo sono le parole che troviamo nel Vangelo di Giovanni al cap. 16, 7ss “ Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato.”

S. Giovanni Paolo II sviluppa una amplissima esegesi di queste parole nella enciclica “Dominum et Vivificantem” ( http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_18051986_dominum-et-vivificantem.html ), che riveste una particolare importanza per noi, ai nn. 3132 che io riporto solo per sommi capi “Ciò viene sottolineato già in questo primo discorso, quando Pietro esclama: «Sappia, dunque, con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù, che voi avete crocifisso». E in seguito, quando i presenti domandano a Pietro e agli apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?», ecco la risposta: «Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo». In questo modo il «convincere quanto al peccato» diventa insieme un convincere circa la remissione dei peccati, nella potenza dello Spirito Santo. Pietro nel suo discorso di Gerusalemme esorta alla conversione, come Gesù esortava i suoi ascoltatori all’inizio della sua attività messianica. La conversione richiede la convinzione del peccato, contiene in sé il giudizio interiore della coscienza, e questo, essendo una verifica dell’azione dello Spirito di verità nell’intimo dell’uomo, diventa nello stesso tempo il nuovo inizio dell’elargizione della grazia e dell’amore: «Ricevete lo Spirito Santo». Così in questo «convincere quanto al peccato» scopriamo una duplice elargizione: il dono della verità della coscienza e il dono della certezza della redenzione. …. Quel peccato che si consumò a Gerusalemme il giorno del Venerdì santo — e anche ogni peccato dell’uomo. Infatti, al più grande peccato da parte dell’uomo corrisponde, nel cuore del Redentore, l’oblazione del supremo amore, che supera il male di tutti i peccati degli uomini. Sulla base di questa certezza la Chiesa nella liturgia romana non esita a ripetere ogni anno, durante la Veglia pasquale, «O felix culpa!», nell’annuncio della risurrezione dato dal diacono col canto dell»«Exsultet!».

32. Di questa verità ineffabile, però, nessuno può «convincere il mondo», l’uomo, l’umana coscienza, se non egli stesso, lo Spirito di verità. Egli è lo Spirito, che «scruta le profondità di Dio». Di fronte al mistero del peccato bisogna scrutare «le profondità di Dio» fino in fondo. Non basta scrutare la coscienza umana, quale intimo mistero dell’uomo, ma bisogna penetrare nell’intimo mistero di Dio, in quelle «profondità di Dio» che si riassumono nella sintesi: al Padre — nel Figlio — per mezzo dello Spirito Santo. È proprio lo Spirito Santo che le «scruta», e da esse trae la risposta di Dio al peccato dell’uomo. Con questa risposta si chiude il procedimento del «convincere quanto al peccato», come mette in evidenza l’evento della Pentecoste. Convincendo il «mondo» del peccato del Golgota, della morte dell’Agnello innocente, come avviene nel giorno della Pentecoste, lo Spirito Santo convince anche di ogni peccato commesso in ogni luogo ed in qualsiasi momento nella storia dell’uomo: egli dimostra, infatti il suo rapporto con la Croce di Cristo. Il «convincere» è la dimostrazione del male del peccato, di ogni peccato, in relazione alla Croce di Cristo. Il peccato, mostrato in questa relazione, viene riconosciuto nell’intera dimensione del male, che gli è propria, per il «mistero dell’iniquità» , che in se contiene e nasconde. L’uomo non conosce questa dimensione — non la conosce in alcun modo al di fuori della Croce di Cristo. Perciò, non può essere «convinto» di essa se non dallo Spirito Santo: Spirito di verità, ma anche consolatore. Infatti, il peccato, mostrato in relazione alla Croce di Cristo, nello stesso tempo viene identificato nella piena dimensione del «mistero della pietà», come ha indicato l’Esortazione Apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia. Anche questa dimensione del peccato l’uomo non la conosce in alcun modo al di fuori della Croce di Cristo. E anche di essa egli non può essere «convinto» se non dallo Spirito Santo: da colui che «scruta le profondità di Dio».” Al n. 45 della stessa enciclica ( http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_18051986_dominum-et-vivificantem.html ) il s. Pontefice polacco ci dona forse l’esegesi più profonda e l’interpretazione più decisiva per noi delle parole di Gv. 16 :“ 45. Lo Spirito di verità, che «convince il mondo del peccato», s’incontra con quella fatica della coscienza umana, di cui i testi conciliari parlano in modo così suggestivo. Tale fatica della coscienza determina anche le vie delle conversioni umane: il voltare le spalle al peccato, per ricostruire la verità e l’amore nel cuore stesso dell’uomo. Si sa che riconoscere il male in se stessi a volte costa molto. Si sa che la coscienza non solo comanda o proibisce, ma giudica alla luce degli ordini e divieti interiori. Essa é anche fonte di rimorsi: l’uomo soffre interiormente a causa del male commesso. Non è questa sofferenza quasi un’eco lontana di quel «pentimento di aver creato l’uomo», che con linguaggio antropomorfico il Libro sacro attribuisce a Dio? di quella «riprovazione» che, inscrivendosi nel «cuore» della Trinità, in forza dell’eterno amore si traduce nel dolore della Croce, nell’obbedienza di Cristo fino alla morte? Quando lo Spirito di verità consente alla coscienza umana di partecipare a quel dolore, allora la sofferenza della coscienza diventa particolarmente profonda, ma anche particolarmente salvifica. Allora, mediante un atto di contrizione perfetta, si opera l’autentica conversione del cuore: è l’evangelica «métanoia». La fatica del cuore umano, la fatica della coscienza, in cui si compie questa «métanoia», o conversione, è il riflesso di quel processo per cui la riprovazione viene trasformata in amore salvifico, che sa soffrire. Il dispensatore nascosto di questa forza salvatrice è lo Spirito Santo: egli, che viene chiamato dalla Chiesa «luce delle coscienze», penetra e riempie «la profondità dei cuori» umani. Mediante una tale conversione nello Spirito Santo, l’uomo si apre al perdono, alla remissione dei peccati E in tutto questo mirabile dinamismo della conversione-remissione, si conferma la verità di ciò che scrive sant’Agostino sul mistero dell’uomo, commentando le parole del Salmo: «L’abisso chiama l’abisso». Proprio nei riguardi di questa «abissale profondità» dell’uomo della coscienza umana, si compie la missione del Figlio e dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo «viene» in forza della «dipartita» di Cristo nel mistero pasquale: viene in ogni fatto concreto di conversione-remissione, in forza del sacrificio della Croce: in esso, infatti, «il sangue di Cristo… purifica le coscienze dalle opere morte, per servire il Dio vivente». Si adempiono così di continuo le parole sullo Spirito Santo come «un altro consolatore», le parole rivolte nel Cenacolo agli apostoli e indirettamente a tutti: «Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi sarà in voi».

Il Catechismo della Chiesa Cattolica continuando tale esegesi di Gv. 16,7 ss e collegandosi ad Atti 2,36ss afferma al n. 1433 “Dopo la Pasqua, è lo Spirito Santo che convince il mondo quanto al peccato,(Cf Gv 16,89.) cioè al fatto che il mondo non ha creduto in colui che il Padre ha inviato. Ma questo stesso Spirito, che svela il peccato, è Consolatore (Cf Gv 15,26.) che dona al cuore dell’uomo la grazia del pentimento e della conversione.(Cf At 2,3638; Giovanni Paolo II, Lett. enc. Dominum et vivificantem, 2748: AAS 78 (1986) 837868.)”

Il testo di Atti 2, 38 è il seguente “Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo.” Lo Spirito Santo trafigge i cuori con la santa contrizione realizzando in essi, con la loro collaborazione, la vera conversione.

La Sacra Scrittura rettamente interpretata dalla Chiesa ci fa capire chiaramente che la vera conversione è un dono di Dio che si compie sotto l’azione, in particolare, dello Spirito Santo. Nel libro del profeta Ezechiele leggiamo “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli, vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme.” (Ez. 36,26s). Queste parole ci dicono appunto che la conversione si compie sotto l’azione di Dio; nella conversione il Signore ci dona un cuore nuovo e ci fa ritornare a Lui nella grazia come spiega molto bene il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1431: “ Il cuore dell’uomo è pesante e indurito. Bisogna che Dio conceda all’uomo un cuore nuovo.(Cf Ez 36,2627) La conversione è anzitutto un’opera della grazia di Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori: « Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo » (Lam 5,21). Dio ci dona la forza di ricominciare. È scoprendo la grandezza dell’amore di Dio che il nostro cuore viene scosso dall’orrore e dal peso del peccato e comincia a temere di offendere Dio con il peccato e di essere separato da lui. Il cuore umano si converte guardando a colui che è stato trafitto dai nostri peccati.(Cf Gv 19,37Zc 12,10.) « Teniamo fisso lo sguardo sul sangue di Cristo, e consideriamo quanto sia prezioso per Dio, suo Padre; infatti, sparso per la nostra salvezza, offrì al mondo intero la grazia della conversione ».( San Clemente Romano, Epistula ad Corinthios, 7, 4: SC 167, 110 (Funk 1, 108).) … Nella nostra conversione si compie il nostro ritorno a Dio; Dio ci fa ritornare a sé … cioè Dio fa ritornare a sé i suoi “figli prodighi”.

Sotto l’azione dello Spirito Santo e con la nostra collaborazione, guardando al Cristo trafitto per noi, come s. Pietro, si attua la conversione del cuore, la penitenza interiore, con un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un’avversione per il male insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse, con il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia e con una salutare afflizione dello spirito, come afferma il Catechismo afferma al n. 1431 : “La penitenza interiore è un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un’avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato « animi cruciatus [afflizione dello spirito] », « compunctio cordis [contrizione del cuore] » (Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 16761678; Id., Sess. 14a, Canones de Paenitentia, canone 5: DS 1705; Catechismo Romano, 2, 5, 4: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 289.) Ancora più stringatamente e sinteticamente il Concilio di Trento afferma che la contrizione:“Essa è « il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire ».”( Concilio di Trento, Sess. 14A, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1676) Con queste sintetiche parole e precise parole ci pare che il Catechismo ma ancora di più il Concilio di Trento delineino in modo preciso le caratteristiche della vera conversione e ci permetta di entrare, in certo modo, nel mistero della conversione di s. Pietro, di s. Paolo e di tutti gli altri convertiti della storia. Sotto l’azione dello Spirito Santo, e con la loro collaborazione, nei cuori di questi uomini si sono realizzate queste meraviglie della Redenzione che da peccatori li ha resi giusti, cioè li ha giustificati. A una conversione con queste caratteristiche Dio chiama tutti i suoi “figli prodighi”, ad essa appunto si riferiva Cristo parlando, nella parabola detta appunto del figliol prodigo, del ritorno di quest’ultimo al Padre misericordioso. (Lc 15,1124). Leggiamo questo testo così illuminante proprio riguardo alla vera conversione e quindi alla vera contrizione:

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci.Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze;chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici.Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»». La parabola in questione racconta quindi la storia della vera conversione di ogni vero convertito, il ritorno del figlio prodigo è la sua conversione che si compie, come dicemmo, sotto l’azione dello Spirito Santo e con la collaborazione della persona stessa e che ha le caratteristiche già sopra indicate e fissate mirabilmente dal Concilio di Trento con le seguenti parole: “Essa è « il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire ».”( Concilio di Trento, Sess. 14A, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1676) … in ogni “figlio prodigo” che veramente torna alla “casa paterna” si attua, sotto l’azione dello Spirito Santo, e quindi con la conversione del penitente, un dolore profondo per il peccato commesso, la riprovazione radicale del peccato commesso e il proposito di non peccare più in avvenire. S. Giovanni Paolo II affermò, commentando questa parabola:“Infine il terzo momento: il ritorno. Il ritorno si svolgerà come ne parla Cristo nella parabola. Il Padre aspetta e dimentica ogni male commesso dal figlio, e non prende più in considerazione tutto lo sperpero di cui il figlio è colpevole. Per il Padre rimane importante una sola cosa: che il figlio sia stato ritrovato; che non abbia perso fino in fondo la propria umanità; che, nonostante tutto, rechi in sé il risoluto proposito di vivere di nuovo come figlio, proprio in virtù dell’acquisita coscienza dell’indegnità e della colpa.

Padre ho peccato… non sono più degno di esser chiamato tuo figlio (Lc 15,21). 4. La Quaresima è il tempo di un’attesa particolarmente amorosa del nostro Padre nei confronti di ciascuno di noi, che, anche se il più prodigo dei figli, si renda tuttavia consapevole della dilapidazione perpetrata, chiami per nome il suo peccato, e si diriga finalmente con piena sincerità verso Dio. Tale uomo deve giungere alla casa del Padre. Il cammino che vi conduce passa attraverso l’esame di coscienza, il pentimento ed il proposito di miglioramento. Come nella parabola del figliol prodigo, sono queste le tappe in pari tempo logiche e psicologiche della conversione.” (Omelia 16.3.1980, Parrocchia s. Ignazio martire, Roma http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1980/documents/hf_jp-ii_hom_19800316_visita-parrocchia.html ). Va sottolineato che è Dio che ci fa “ritornare” a Dio:« Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo » (Lam 5,21), Dio e in particolare lo Spirito Santo ci fa ritornare alla vita divina, a Dio stesso.

Questa parabola del figlio prodigo mette altresì in luce il dinamismo della conversione, come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1439 “Il dinamismo della conversione e della penitenza è stato meravigliosamente descritto da Gesù nella parabola detta « del figlio prodigo » il cui centro è “il padre misericordioso” (Lc 15,1124), il fascino di una libertà illusoria, l’abbandono della casa paterna; la miseria estrema nella quale il figlio viene a trovarsi dopo aver dilapidato la sua fortuna; l’umiliazione profonda di vedersi costretto a pascolare i porci, e, peggio ancora, quella di desiderare di nutrirsi delle carrube che mangiavano i maiali; la riflessione sui beni perduti; il pentimento e la decisione di dichiararsi colpevole davanti a suo padre; il cammino del ritorno; l’accoglienza generosa da parte del padre; la gioia del padre: ecco alcuni tratti propri del processo di conversione. L’abito bello, l’anello e il banchetto di festa sono simboli della vita nuova, pura, dignitosa, piena di gioia che è la vita dell’uomo che ritorna a Dio e in seno alla sua famiglia, la Chiesa. Soltanto il cuore di Cristo, che conosce le profondità dell’amore di suo Padre, ha potuto rivelarci l’abisso della sua misericordia in una maniera così piena di semplicità e di bellezza.”

All» accoglienza dello Spirito Santo e alla loro collaborazione con Lui, che si trova nei veri convertiti, cioè alla contrizione si contrappone in particolare il peccato contro lo Spirito Santo di cui parla il Vangelo (Mt. 12, 32, Luca 12,10 ) dice s. Giovanni Paolo II nella “Dominum et Vivificantem”, al n. 46 : “«Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo gli sarà perdonato, ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo non sarà perdonato».

Perché la bestemmia contro lo Spirito Santo è imperdonabile? Come intendere questa bestemmia? Risponde san Tommaso d’Aquino che si tratta di un peccato: «irremissibile secondo la sua natura, in quanto esclude quegli elementi, grazie ai quali avviene la remissione dei peccati». Secondo una tale esegesi la «bestemmia» non consiste propriamente nell’offendere con le parole lo Spirito Santo; consiste, invece, nel rifiuto di accettare la salvezza che Dio offre all’uomo mediante lo Spirito Santo, operante in virtù del sacrificio della Croce. Se l’uomo rifiuta quel «convincere quanto al peccato», che proviene dallo Spirito Santo ed ha carattere salvifico, egli insieme rifiuta la «venuta» del consolatore — quella «venuta» che si è attuata nel mistero pasquale, in unità con la potenza redentrice del sangue di Cristo: il sangue che «purifica la coscienza dalle opere morte». Sappiamo che frutto di una tale purificazione è la remissione dei peccati. Pertanto, chi rifiuta lo Spirito e il sangue rimane nelle «opere morte», nel peccato. E la bestemmia contro lo Spirito Santo consiste proprio nel rifiuto radicale di accettare questa remissione, di cui egli è l’intimo dispensatore e che presuppone la reale conversione, da lui operata nella coscienza. Se Gesù dice che la bestemmia contro lo Spirito Santo non può essere rimessa né in questa vita né in quella futura, è perché questa «non-remissione» è legata, come a sua causa, alla «non penitenza», cioè al radicale rifiuto di convertirsi. Il che significa il rifiuto di raggiungere le fonti della redenzione, le quali, tuttavia, rimangono «sempre» aperte nell’economia della salvezza, in cui si compie la missione dello Spirito Santo.”







2) La dottrina cattolica afferma chiaramente che la contrizione è elemento essenziale della Confessione.

 

Sulla base della dottrina cattolica, per tutti coloro che vogliono ricevere la assoluzione è necessario detestare il peccato, è necessario dolersi dei peccati fatti e proporsi di non peccare più, come diciamo chiaramente nell’Atto di dolore: Mio Dio,

mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami.

Il Concilio di Trento infatti afferma: “Sono quasi materia di questo sacramento gli atti dello stesso penitente e cioè: la contrizione, la confessione, la soddisfazione. E poiché questi si richiedono, nel penitente, per istituzione divina, per l’integrità del sacramento e per la piena e perfetta remissione dei peccati, per questo sono considerati parti della penitenza.” (Concilio di Trento, Sessione XIV, 25 novembre 1551, Dottrina dei santissimi sacramenti della penitenza e dell’estrema unzione., cap. 3, Denz.-Hün. 1673); ulteriormente lo stesso Concilio afferma :

Contritio, quae primum locum inter dictos paenitentis actus habet, animi dolor ac detestatio est de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. Fuit autem quovis tempore ad impetrandam veniam peccatorum hic contritionis motus necessarius, et in homine post baptismum lapso ita demum praeparat ad remissionem peccatorum, si cum fiducia divinae misericordiae et voto praestandi reliqua coniunctus sit, quae ad rite suscipiendum hoc sacramentum requiruntur. Declarat igitur sancta Synodus, hanc contritionem non solum cessationem a peccato et vitae novae propositum et inchoationem, sed veteris etiam odium continere, iuxta illud: “Proicite a vobis omnes iniquitates vestras, in quibus praevaricati estis, et facite vobis cor novum et spiritum novum» (Ez 18, 31). Et certe, qui illos Sanctorum clamores consideraverit: “Tibi soli peccavi, et malum coram te feci» (Ps 50, 6); “Laboravi in gemitu meo; lavabo per singulas noctes lectum meum» (Ps 6, 7); “Recogitabo tibi omnes annos meos in amaritudine animae meae» (Is 38, 15), et alios huius generis, facile intelliget, eos ex vehementi quodam anteactae vitae odio et ingenti peccatorum detestatione manasse. 1677 898 Docet praeterea, etsi contritionem hanc aliquando caritate perfectam esse contingat hominemque Deo reconciliare, priusquam hoc sacramentum actu suscipiatur, ipsam nihilominus reconciliationem ipsi contritioni sine sacramenti voto, quod in illa includitur, non esse adscribendam.

Illam vero contritionem imperfectam (can. 5), quae attritio dicitur, quoniam vel ex turpitudinis peccati consideratione vel ex gehennae et poenarum metu communiter concipitur, si voluntatem peccandi excludat cum spe veniae, declarat non solum non facere hominem hypocritam et magis peccatorem (cf. DS 1456), verum etiam donum Dei esse et Spiritus Sancti impulsum, non adhuc quidem inhabitantis, sed tantum moventis, quo paenitens adiutus viam sibi ad iustitiam parat. Et quamvis sine sacramento paenitentiae per se ad iustificationem perducere peccatorem nequeat, tamen eum ad Dei gratiam in sacramento paenitentiae impetrandam disponit. Hoc enim timore utiliter concussi Ninivitae ad Jonae praedicationem plenam terroribus paenitentiam egerunt et misericordiam a Domino impetrarunt (cf. Ion 3). Quamobrem falso quidam calumniantur catholicos scriptores, quasi tradiderint, sacramentum paenitentiae absque bono motu suscipientium gratiam conferre, quod numquam Ecclesia Dei docuit nec sensit. Sed et falso docent contritionem esse extortam et coactam, non liberam et voluntariam (can. 5).(H. Denzinger– A. Schönmetzer, “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum” 1676ss, d’ora in poi questo testo di Denzinger e Schönmetzer sarà da noi citato con la sigla comune DS )

 

Traduzione nostra indicativa: La contrizione, che occupa il primo posto tra i suddetti atti del penitente , è il dolore dell’animo e la detestazione del peccato compiuto, col proposito di non peccare piú in avvenire.

Questo moto della contrizione è stato sempre necessario per impetrare la remissione dei peccati e nell’uomo caduto in peccato dopo il battesimo, esso prepara alla remissione dei peccati solo se

congiunto con la fiducia della divina misericordia e col desiderio di fare ciò che ancora si richiede

per ricevere nel modo dovuto questo sacramento.

Dichiara, quindi, il santo Sinodo, che questa contrizione include non solo la cessazione del

peccato e il proposito e l’inizio di una nuova vita, ma anche l’odio della vecchia vita, conforme

all’espressione: “Liberatevi da tutte le iniquità commesse e formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo.” (Ez. 18,31). Certamente colui che riflette su quelle parole dei santi: “Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.”

(Sal. 50, 6 nella nostra numerazione attuale Sal. 51,6). “Sono stremato dai miei lamenti, 
ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio.” (Sal. 6,7); “Racconterò a te tutti i miei anni, nell’amarezza della mia anima” (Is. 38,15 secondo la Vulgata), e su altre simili, comprenderà facilmente che esse provenivano da un odio veramente profondo della vita passata e da una grande detestazione del peccato.

Insegna, inoltre, il Concilio che, se anche avviene che questa contrizione talvolta possa esser

perfetta nell’amore, e riconcilia l’uomo con Dio, già prima che questo sacramento realmente sia

ricevuto, tuttavia questa riconciliazione non è da attribuirsi alla contrizione in sé senza il proposito

di ricevere il sacramento incluso in essa. E dichiara anche che quella contrizione imperfetta, che vien detta ‘attrizione’ perché prodotta comunemente o dalla considerazione della bruttezza del peccato o dal timore dell’inferno e delle pene, se esclude la volontà di peccare con la speranza del perdono, non solo non rende l’uomo ipocrita e maggiormente peccatore, ma è addirittura un dono di Dio ed un impulso dello Spirito Santo, — che non abita ancora nell’anima, ma che soltanto la muove — da cui il penitente viene stimolato e con cui si prepara la via alla giustizia.

E quantunque per sé, senza il sacramento della

penitenza, sia impotente a condurre il peccatore alla giustificazione, tuttavia lo dispone ad

impetrare la grazia di Dio nel sacramento della penitenza.

Scossi, infatti, salutarmente da questo timore, gli abitanti di Ninive fecero penitenza alla

predicazione piena di minacce, di Giona ed ottennero misericordia da Dio (Giona 3).

Perciò falsamente alcuni accusano gli scrittori cattolici, quasi abbiano insegnato che il

sacramento della penitenza conferisca la grazia senza un moto interiore buono di chi lo riceve:

cosa che la Chiesa di Dio non ha mai insegnato e mai creduto.

Ma anche questo insegnano falsamente: che, cioè, la contrizione sia cosa estorta e forzata, non

libera e volontaria.

Ulteriormente il Concilio di Trento ha affermato sulla contrizione (DS 1704s):

« Can. 4. Si quis negaverit, ad integram et perfectam peccatorum remissionem requiri tres actus in paenitente quasi materiam sacramenti paenitentiae, videlicet contritionem, confessionem et satisfactionem, quae tres paenitentiae partes dicuntur; aut dixerit, duas tantum esse paenitentiae partes, terrores scilicet incussos conscientiae agnito peccato, et fidem conceptam ex Evangelio vel absolutione, qua credit quis sibi per Christum remissa peccata : an. s. (cf. DS 1673 1675).

Can. 5. Si quis dixerit, eam contritionem, quae paratur per discussionem, collectionem et detestationem peccatorum, qua quis recogitat annos suos in amaritudine animae suae (Is 38, 15), ponderando peccatorum suorum gravitatem, multitudinem, foeditatem, amissionem aeternae beatitudinis, et aeternae damnationis incursum, cum proposito melioris vitae, non esse verum et utilem dolorem, nec praeparare ad gratiam, sed facere hominem hypocritam et magis peceatorem; demum illam esse dolorem coactum et non liberum ac voluntarium: an. s. (cf. DS 1676 1456).

Traduzione nostra indicativa : Se qualcuno negherà che per la remissione completa e perfetta dei peccati si richiedano, nel penitente, come materia del sacramento della penitenza, questi tre atti: la contrizione, la confessione e la soddisfazione, che sono le

tre parti della penitenza o dirà che due sole sono le parti

della penitenza, e cioè: i terrori indotti alla coscienza dalla conoscenza del peccato e la fede,

concepita attraverso il vangelo o l’assoluzione, per cui ciascuno crede che gli sono rimessi i peccati

per mezzo del Cristo, sia anatema. Can. 5 Se qualcuno dirà che quella contrizione, che si ottiene con l’esame, la raccolta, e la detestazione dei peccati — per cui uno, ricordando la propria vita nell’amarezza della sua anima

(Is. 38,15), riflettendo alla gravità, alla moltitudine, alla bruttezza dei suoi peccati, alla perdita della

beatitudine eterna e all’essere incorso nella eterna dannazione, col proposito di una vita migliore -

non è un dolore vero ed utile, che non prepara alla grazia, ma che rende l’uomo ipocrita e ancor piú

peccatore e che, finalmente, essa è un dolore imposto, non libero e volontario, sia anatema.

Il Concilio di Firenze, circa un secolo prima di quello di Trento, aveva proclamato:

Quartum sacramentum est paenitentia, cuius quasi materia sunt actus paenitentis, qui in tres distinguuntur partes. Quarum prima est cordis contritio; ad quam pertinet, ud doleat de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. Secunda est oris confessio; ad quam pertinet, ut peccator omnia peccata, quorum memoriam habet, suo sacerdoti confiteatur integraliter. Tertia est satisfactio pro peccatis secundum arbitrium sacerdotis; quae quidem praecipue fit per orationem, ieiunium et eleemosynam. Forma huius sacramenti sunt verba absolutionis, quae sacerdos profert, cum dicit: Ego te absolvo; minister huius sacramenti est sacerdos habens auctoritatem absolvendi vel ordinariam vel ex commissione superioris. Effectus huius sacramenti est absolutio a peccatis. (DS 1323)

Traduco la parte più importante: quarto Sacramento è la Penitenza, quasi materia del quale sono gli atti del penitente che si distinguono in tre parti, delle quali la prima è la contrizione del cuore alla quale attiene che (il penitente) si dolga del peccato compiuto con il proposito di non peccare più.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma ai nn. 1450s : “La penitenza induce il peccatore a sopportare di buon animo ogni sofferenza; nel suo cuore vi sia la contrizione, nella sua bocca la confessione, nelle sue opere tutta l’umiltà e la feconda soddisfazione ». (Catechismo Romano, 2, 5, 21: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 299; cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 3: Denz.- Hün. 1673) . Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è “il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire .” ( Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: Denz.- Hün 1676.). La Congregazione per la Dottrina della Fede precisò: “Il Concilio di Trento dichiarò con magistero solenne che, per avere la piena e perfetta remissione dei peccati, si richiedono nel penitente tre atti come altrettante parti del sacramento, cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione: dichiarò, altresì, che l’assoluzione data dal sacerdote è un atto di natura giudiziaria e che, per diritto divino, è necessario confessare al sacerdote tutti e singoli i peccati mortali, nonché le circostanze che modificano la specie dei peccati, dei quali uno si ricordi dopo un accurato esame di coscienza.(Sess. XIV, Canones de sacramento paenitentiae 4, 69: Denz.- Hün 1704, 17061709. )” (http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19720616_sacramentum-paenitentiae_it.html )

Faccio notare che il Concilio di Firenze (Denz.- Hün 1323) e il Concilio di Trento ( Denz.- Hün 1673 ) presentano la contrizione come quasi materia della Confessione, cioè come parti della confessione, nel Catechismo di Trento troviamo delle importanti precisazioni su questo tema: “ Ma poiché il popolo deve conoscere meglio di ogni altra cosa, la materia di questo sacramento, si dovrà insegnare che esso differisce dagli altri sopratutto perché, mentre la materia degli altri è qualche cosa di naturale, o di artificiale, della Penitenza sono quasi materia gli atti del penitente: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione, com’è stato dichiarato dal concilio di Trento (Sess. 14, Della Penit. e. 3 e can. 4). Codesti atti vengono detti parti della Penitenza, in quanto si esigono per divina istituzione, nel penitente, per ottenere l’integrità del Sacramento e una piena e perfetta remissione dei peccati. Son detti: quasi materia non perché non abbiano ragione di vera materia, ma perché non sono di quel genere di materia che esteriormente si adopera, come l’acqua nel Battesimo e il crisma nella Confermazione. Né, a intender bene, hanno affermato cosa diversa coloro, che hanno detto essere i peccati la materia propria di questo sacramento: perché, come diciamo che le legna sono materia del fuoco, perché dal fuoco sono consumate, cosi a buon diritto possiamo dire che i peccati sono materia della Penitenza, perché dalla Penitenza vengono cancellati” (Catechismo Tridentino, ed. Cantagalli, 1992, n. 244 ; cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm , notate che questo è il testo in italiano del Catechismo Romano composto secondo i decreti del Conccilio di Trento ) e nel Rituale Romanum si afferma sempre riguardo alla Confessione:“Questo Sacramento consta di tre elementi: la materia, la forma, il ministro. Materia remota sono i peccati del penitente, materia prossima i suoi atti di contrizione, confessione, soddisfazione della pena. La forma è costituita dalle parole Ego te absólvo, etc.  ” ( http://www.maranatha.it/rituale/21page.htm; Rituale Romanum t. IV, c. 1, n.1). In un recente documento della Congregazione per il Culto divino intitolato “Per riscoprire il «Rito della Penitenza»” apparso su Notitiae nel 2015 e che trovate in internet a questo indirizzo http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_notitiae-2015-quaderno-penitenza_it.html leggiamo : “La conversione del cuore non è solo l’elemento principale, è anche quello che unifica tra loro tutti gli atti del penitente costitutivi del sacramento, dato che ogni singolo elemento è definito in ordine alla conversione del cuore: «Questa intima conversione del cuore, che comprende la contrizione del peccato e il proposito di una vita nuova, il peccatore la esprime mediante la confessione fatta alla Chiesa, la debita soddisfazione, e l’emendamento della vita» (RP 6)”

Riguardo al proposito e dolore per i peccati commessi affermava s. Giovanni Paolo II “La verità, che viene dal Verbo e deve portarci a Lui, spiega perché la confessione sacramentale debba derivare ed essere accompagnata non da un mero impulso psicologico, quasi che il sacramento sia un surrogato di terapie appunto psicologiche, ma dal dolore fondato su motivi soprannaturali, perché il peccato viola la carità verso Dio Sommo Bene, ha causato le sofferenze del Redentore e procura a noi la perdita dei beni eterni.  In questa prospettiva appare chiaro come la confessione debba essere umile, integra, accompagnata dal proposito solido e generoso dell’emenda per l’avvenire e finalmente dalla fiducia di conseguire questa medesima emenda. ” ( Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica [22 marzo 1996] https://w2.vatican.va/content/john-paul–ii/it/letters/1996/documents/hf_jp-ii_let_19960322_penitenzieria.html ).

S. Giovanni Paolo scrisse: “Affinché il discernimento sulle disposizioni dei penitenti in ordine alla remissione o meno, e all’imposizione dell’opportuna penitenza da parte del ministro del Sacramento possa essere attuato, occorre che il fedele, oltre alla coscienza dei peccati commessi, al dolore per essi e alla volontà di non più ricaderci,(Cfr Conc. Ecum. Tridentino, sess. XIV, Doctrina de sacramento paenitentiae, cap. 4: DS 1676.) confessi i suoi peccati. In questo senso, il Concilio di Trento dichiarò che è necessario «per diritto divino confessare tutti e singoli i peccati mortali».(Ibid., can. 7: DS 1707) La Chiesa ha visto sempre un nesso essenziale tra il giudizio affidato ai sacerdoti in questo Sacramento e la necessità che i penitenti dichiarino i propri peccati,(Cfr ibid., cap. 5: DS 1679; Conc.Ecum. Fiorentino, Decr. pro Armeniis: DS 1323) tranne in caso di impossibilità. …. a) «Affinché un fedele usufruisca validamente dell’assoluzione sacramentale impartita simultaneamente a più persone, si richiede che non solo sia ben disposto, ma insieme faccia il proposito di confessare a tempo debito i singoli peccati gravi, che al momento non può confessare».(Can. 962, § 1.) b) Per quanto è possibile, anche nel caso di imminente pericolo di morte, venga premessa ai fedeli «l’esortazione che ciascuno provveda a porre l’atto di contrizione».(can. 962)” (Lettera Apostolica “Misericordia Dei” 7.4.2002 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_20020502_misericordia-dei.html#fnref23 ) La Congregazione per la Dottrina della Fede ha recentemente ribadito la dottrina della Familiaris Consortio n. 84 e quindi la necessità della contrizione per l’assoluzione di coloro che vivono come divorziati risposati, qui di seguito il testo in francese e una traduzione italiana della parte che più particolarmente ci interessa

« On ne peut exclure a priori les fidèles divorcés remariés d’une démarche pénitentielle qui déboucherait sur la réconciliation sacramentelle avec Dieu et donc aussi à la communion eucharistique. Le Pape Jean-Paul II dans l’Exhortation apostolique Familiaris consortio (n. 84) a envisagé une telle possibilité et en a précisé les conditions : “La réconciliation par le sacrement de pénitence – qui ouvrirait la voie au sacrement de l’Eucharistie – ne peut être accordée qu’à ceux qui se sont repentis d’avoir violé le signe de l’Alliance et de la fidélité au Christ, et sont sincèrement disposés à une forme de vie qui ne soit plus en contradiction avec l’indissolubilité du mariage. Cela implique concrètement que, lorsque l’homme et la femme ne peuvent pas, pour de graves motifs – par exemple l’éducation des enfants –, remplir l’obligation de la séparation, ils prennent l’engagement de vivre en complète continence, c’est-à-dire en s’abstenant des actes réservés aux époux” (cf. aussi Benoît XVI, Sacramentum caritatis, n. 29).

La démarche pénitentielle à entreprendre devrait prendre en compte les éléments suivants :

1 – Vérifier la validité du mariage religieux dans le respect de la vérité, tout en évitant de donner l’impression d’une forme de “divorce catholique”.

2 – Voir éventuellement si les personnes, avec l’aide de la grâce, peuvent se séparer de leur nouveau partenaire et se réconcilier avec celles dont elles se sont séparées.

3 – Inviter les personnes divorcées remariées, qui pour de sérieux motifs (par exemple les enfants), ne peuvent se séparer de leur conjoint, à vivre comme “frère et sœur”.

En tout état de cause, l’absolution ne peut être accordée qu’à condition d’être assurée d’une véritable contrition, c’est-à-dire “de la douleur intérieure et de la détestation du péché que l’on a commis, avec la résolution ne peut plus pécher à l’avenir” (Concile de Trente, Doctrine sur le Sacrement de Pénitence, c. 4). Dans cette ligne, on ne peut absoudre validement un divorcé remarié qui ne prend pas la ferme résolution de ne plus “pécher à l’avenir” et donc de s’abstenir des actes propres aux conjoints, et en faisant dans ce sens tout ce qui est en son pouvoir ».

Luis F. Ladaria, sj, archevêque titulaire de Thibica, Secrétaire.” (http://www.hommenouveau.fr/1126/religion/peut-on-donner-l-absolution-a-un-divorce-remarie–.htm )

La traduzione della parte per noi più decisiva è la seguente “In ogni caso l’assoluzione può essere concessa solo se c’è la certezza di una vera contrizione, vale a dire “il dolore interiore e la riprovazione del peccato che è stato commesso, con la risoluzione di non peccare più” (cfr. Concilio di Trento, Dottrina sul sacramento della Penitenza, c.4). In questa linea non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non prenda la ferma risoluzione di “non peccare più” e quindi si astenga dagli atti proprio dei coniugi, e facendo in questo senso tutto quello che è in suo potere.” ( http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-comunione-ai-divorziati-ma-prima-serve-la-confessione-10933.htm#.WV68tIjyhPZ ) Il Papa Francesco ha affermato “ Fin dai primi tempi cristiani, i discepoli di Gesù hanno cercato di far fronte alla fragilità del cuore umano, tante volte debole. In modi diversi e con svariate iniziative, hanno accompagnato e sostenuto quanti soccombono sotto il peso del peccato e del male. Nonostante i cambiamenti storici, tre elementi sono stati costanti: la soddisfazione o riparazione del danno causato; la confessione, attraverso la quale l’uomo esprime la propria conversione interiore; e la contrizione per giungere all’incontro con l’amore misericordioso e risanante di Dio.” ( Lettera del 30.5.2014 http://w2.vatican.va/content/francesco/it/letters/2014/documents/papa-francesco_20140530_lettera-diritto-penale-criminologia.html) Papa Francesco ha affermato, ulteriormente, in questa linea: “  Avete pensato voi alla pazienza di Dio, la pazienza che lui ha con ciascuno di noi? Quella è la sua misericordia. Sempre ha pazienza, pazienza con noi, ci comprende, ci attende, non si stanca di perdonarci se sappiamo tornare a lui con il cuore contrito. “Grande è la misericordia del Signore”, dice il Salmo.” ( Angelus del 17 marzo 2013 http://w2.vatican.va/content/francesco/it/angelus/2013/documents/papa-francesco_angelus_20130317.html )

Ancora s. Giovanni Paolo II ha affermato: “Sappiamo che Gesù Cristo ha riconfermato pienamente i comandamenti divini del monte Sinai. Ha incaricato gli uomini di osservarli. Ha indicato che l’osservanza dei comandamenti è la condizione fondamentale della riconciliazione con Dio, la condizione fondamentale del raggiungimento della salvezza eterna.” ( Omelia del 10.3.1985 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1985/documents/hf_jp–ii_hom_19850310_nostra-signora-bonaria.html )

Sottolineo che al proposito di non peccare si lega il proposito di evitare l’occasione prossima di peccato, come diciamo chiaramente nell’atto di dolore, infatti è un grave precetto naturale evitare l’occasione prossima volontaria di peccato mortale , su questo punto si può vedere utilmente ciò che ha affermato Papa Alessandro VII ( Denz.- Hün 2061) e Papa Innocenzo XI ( Denz.- Hün 2161, 2162, 2163). S. Alfonso M. de» Liguori spiega che “ Tre sono le condizioni del vero proposito per la Confessione: dee esser fermo, universale, ed efficace. …. Per III (il proposito)  dev’esser  efficace, cioè che l’uomo proponga, non solo di non commettere peccati, ma anche di prendere i mezzi opportuni per evitarli, specialmente di rimuovere le occasioni prossime (di peccato).”( S. Alfonso Maria de Liguori, Istruzione e pratica pei confessori, Capo XVI, Punto II. Della contrizione, e del proposito. http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PXS.HTM ) ….

Il peccato grave, secondo la santa fede, è il male più grande e va detestato, e perciò la carità ci porta a mettere in atto tutto quello che è a noi possibile con l’aiuto di Dio, per evitare questo grande male! La carità ci fa amare Dio sopra ogni cosa e odiare il peccato sopra ogni cosa, come dice il Catechismo Tridentino (cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm , notate che questo è il testo in italiano del Catechismo Romano composto secondo i decreti del Concilio di Trento )al n. 249 “Siccome la carità con cui amiamo Dio è la più grande, ne segue che la contrizione deve portar con sé un veementissimo dolore di animo. Se dobbiamo amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo anche detestare sopra ogni cosa ciò che da lui ci allontana. Giova qui notare che la Scrittura adopera i medesimi termini per esprimere l’estensione della carità e della contrizione. Dice infatti della carità: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore» (Dt 6,5; Mt 22,37; Mc 12,30; Lc 10,27); della seconda il Signore dice per bocca del profeta: «Convertitevi con tutto il vostro cuore» (Gl 2,12). In secondo luogo, come Dio è il primo dei beni da amare, così il peccato è il primo e il maggiore dei mali da odiare. Quindi, la stessa ragione che ci obbliga a riconoscere che Dio deve essere sommamente amato, ci obbliga anche a portare sommo odio al peccato. Ora, che l’amore di Dio si debba anteporre a ogni altra cosa, sicché non sia lecito peccare neppure per conservare la vita, lo mostrano apertamente queste parole del Signore: «Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me» (Mt 10,37); «Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà» (Mt 16,25; Mc 8,35). Notiamo ancora che alla carità, secondo san Bernardo, non si può prescrivere né limite né misura, perché la misura di amare Dio è di amarlo senza misura (De dilig. Deo, 1, 1). Perciò non si deve porre limite alcuno alla detestazione del peccato.” (Catechismo Tridentino, ed. Cantagalli, 1992, n. 249 cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm )

Nella Veritatis Splendor, Enciclica di s. Giovanni Paolo II, al n. 91 troviamo scritto:“La Chiesa propone l’esempio di numerosi santi e sante, che hanno testimoniato e difeso la verità morale fino al martirio o hanno preferito la morte ad un solo peccato mortale. Elevandoli all’onore degli altari, la Chiesa ha canonizzato la loro testimonianza e dichiarato vero il loro giudizio, secondo cui l’amore di Dio implica obbligatoriamente il rispetto dei suoi comandamenti, anche nelle circostanze più gravi, e il rifiuto di tradirli, anche con l’intenzione di salvare la propria vita.” (http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_06081993_veritatis-splendor.html ) … la carità cioè l’amore di Dio implica obbligatoriamente l’osservanza dei comandamenti. L’osservanza dei comandamenti manifesta l’amore verso Dio, cioè la carità:

La carità costituisce l’essenza del ‘comandamento’ nuovo insegnato da Gesù. Essa in effetti è l’anima di tutti comandamenti, la cui osservanza viene ulteriormente ribadita e anzi diviene la dimostrazione palese dell’amore verso Dio: “In questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti” (1 Gv 5, 3). Questo amore, che è insieme amore per Gesù, rappresenta la condizione per essere amati dal Padre: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14, 21) …. Questa mediazione si concretizza soprattutto nel dono che egli ha fatto della sua vita, dono che da un lato testimonia il più grande amore, dall’altro esige l’osservanza di ciò che Gesù comanda: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando” (Gv 15, 1314).” (S. Giovanni Paolo II , Udienza, 13.10.1999 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1999/documents/hf_jp-ii_aud_13101999.html ) . Atto della carità è la contrizione perfetta. La contrizione perfetta , a differenza della contrizione imperfetta detta anche attrizione, è atto di carità, come spiega molto bene il Catechismo Tridentino:

… la perfetta contrizione è un atto di carità che procede dal timore filiale, ne segue che la misura della contrizione dev’essere la carità. Siccome la carità con cui amiamo Dio è la più grande, ne segue che la contrizione deve portar con sé un veementissimo dolore di animo. Se dobbiamo amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo anche detestare sopra ogni cosa ciò che da lui ci allontana.” (Catechismo Tridentino n. 249 cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm ) La Commissione Teologica Internazionale nel documento “Reconciliazione e Penitenza” affermò “Nel battezzato, l’amore di Dio e del prossimo è il motivo più profondo del pentimento, come pure della conversione e del passaggio a una nuova vita” (DS 1526, 1678) http://w2.vatican.va/content/john–paul-ii/it/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_02121984_reconciliatio-et-paenitentia.html

Particolarmente illuminanti sono le parole di s. Giovanni Paolo II su questo punto: “Quando lo Spirito di verità consente alla coscienza umana di partecipare a quel dolore, allora la sofferenza della coscienza diventa particolarmente profonda, ma anche particolarmente salvifica. Allora, mediante un atto di contrizione perfetta, si opera l’autentica conversione del cuore: è l’evangelica «métanoia». La fatica del cuore umano, la fatica della coscienza, in cui si compie questa «métanoia», o conversione, è il riflesso di quel processo per cui la riprovazione viene trasformata in amore salvifico, che sa soffrire. Il dispensatore nascosto di questa forza salvatrice è lo Spirito Santo: egli, che viene chiamato dalla Chiesa «luce delle coscienze», penetra e riempie «la profondità dei cuori» umani. Mediante una tale conversione nello Spirito Santo, l’uomo si apre al perdono, alla remissione dei peccati. E in tutto questo mirabile dinamismo della conversione-remissione, si conferma la verità di ciò che scrive sant’Agostino sul mistero dell’uomo, commentando le parole del Salmo: «L’abisso chiama l’abisso». Proprio nei riguardi di questa «abissale profondità» dell’uomo della coscienza umana, si compie la missione del Figlio e dello Spirito Santo.”( S. Giovanni Paolo II Lettera enciclica Dominum et Vivificantem, nn. 4243 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp–ii_enc_18051986_dominum-et-vivificantem.html )

Le affermazioni di coloro che volessero concedere l’assoluzione sacramentale senza la contrizione sarebbero contrarie anche al Decreto sulla Giustificazione emanato nel Concilio di Trento che afferma:

Qui vero ab accepta iustificationis gratia per peccatum exciderunt, rursus iustificari poterunt (can. 29), cum excitante Deo per paenitentiae sacramentum merito Christi amissam gratiam recuperare procuraverint. Hic enim iustificationis modus est lapsi reparatio, quam “secundam post naufragium deperditae gratiae tabulam» sancti Patres apte nuncuparunt. Etenim pro iis, qui post baptismum in peccata labuntur, Christus Iesus sacramentum instituit paenitentiae, cum dixit: “Accipite Spiritum Sanctum; quorum remiseritis peccata, remittuntur eis, et quorum retinueritis, retenta sunt» (Io 20, 22 23).

 

Unde docendum est, christiani hominis paenitentiam post lapsum multo aliam esse a baptismati, eaque contineri non modo cessationem a peccatis, et eorum detestationem, aut “cor contritum et humiliatum» (Ps 50, 19), verum etiam et eorundem sacramentalem confessionem, saltem in voto et suo tempore faciendam, et sacerdotalem absolutionem, itemque satisfactionem per ieiunium, eleemosynas, orationes et alia pia spiritualis vitae exercitia, non quidem pro poena aeterna, quae vel sacramento vel sacramenti voto una cum culpa remittitur sed pro poena temporali (can. 30), quae (ut sacrae Litterae docent) non tota semper, ut in baptismo fit, dimittitur illis, qui gratiae Dei, quam acceperunt, ingrati Spiritum Sanctum contristaverunt (cf. Eph 4, 30) et templum Dei violare (cf. 1 Cor 3,17) non sunt veriti. De qua paenitentia scriptum est: “Memor esto, unde excideris, age paenitentiam, et prima opera fac» (Apc 2, 5), et iterum: “Quae secundum Deum tristitia est, paenitentiam in salutem stabilem operatur» (2 Cor 7, 10), et rursus: “Paenitentiam agite» (Mt 3,2; 4,17), et: “Facite fructus dignos paenitentiae» (Mt 3, 8). Adversus etiam hominum quorumdam callida ingenia, qui “per dulces sermones et benedictiones seducunt corda innocentium» (Rom 16, 18), asserendum est, non modo infidelitate (can. 27), per quam et ipsa fides amittitur, sed etiam quocumque alio mortali peccato, quamvis non amittatur fides (can. 28), acceptam iustificationis gratiam amitti: divinae legis doctrinam defendendo, quae a regno Dei non solum infideles excludit, sed et fideles quoque “fornicarios, adulteros, molles, masculorum concubitores, fures, avaros, ebriosos, maledicos, rapaces» (cf. 1 Cor 6,9s), ceterosque omnes, qui letalia committunt peccata, a quibus cum divinae gratiae adiumento abstinere possunt et pro quibus a Christi gratia separantur (can. 27).” (DS. 1542ss)

Traduzione nostra: Quelli poi che col peccato sono venuti meno alla grazia della giustificazione, potranno

nuovamente essere giustificati (can. 29), se procureranno, sotto la spinta di Dio, di recuperare la grazia perduta attraverso il sacramento della penitenza, per merito del Cristo. Questo modo di giustificazione è la riparazione di colui che è caduto, la quale i santi padri

chiamarono, con espressione adatta, la seconda tavola dopo il naufragio della grazia perduta (127).

Infatti, per quelli che cadono in peccato dopo il battesimo, Gesú Cristo ha istituito il sacramento

della penitenza, quando disse: Ricevete lo Spirito santo. A chi rimetterete i peccati saranno loro

rimessi, e a chi li riterrete, saranno ritenuti (Gv. 20, 22s).

Bisogna quindi, insegnare che la penitenza del cristiano dopo la caduta è di natura molto

diversa da quella del battesimo e che essa comporta non solo la cessazione dai peccati e la loro

detestazione, cioè un cuore contrito ed umiliato (Sal. 50,19), ma anche la confessione sacramentale dei medesimi, almeno nel desiderio e da farsi a suo tempo e l’assoluzione del sacerdote; e cosí pure la soddisfazione attraverso il digiuno, le elemosine, le orazioni e le altre pie pratiche della vita

spirituale, non certo per la pena eterna, che è rimessa con la colpa mediante il sacramento o il

desiderio del sacramento, ma per la pena temporale (can. 30), che (come insegnano le Sacre Scritture) non sempre viene totalmente rimessa, come nel battesimo, a quelli che, ingrati per la grazia di Dio che avevano ricevuto, contristarono lo Spirito Santo ( Ef. 4,30), ed osarono violare il tempio del Signore(1 Cor. 3,17).

Di questa penitenza sta scritto: “Ricordati dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere

di prima” ( Ap. 2,5). Ed inoltre: “La tristezza che è secondo Dio, produce un pentimento irrevocabile che conduce a salvezza (2 Cor. 7,10 ). E di nuovo: Fate penitenza (Mt. 3,2; 4,17) e: Fate degni frutti di penitenza (Mt. 3,8; Luca 3,8). Contro le maligne insinuazioni di certi spiriti, i quali con parole “ con un parlare solenne e lusinghiero ingannano i

cuori dei semplici” (Rm. 16,18), bisogna affermare che non solo con l’infedeltà (can.27), per cui si perde la stessa

fede , ma anche con qualsiasi altro peccato mortale, sebbene non si perda la fede (can. 28), si perde però la

grazia, ricevuta, della giustificazione. Con ciò difendiamo l’insegnamento della legge divina, che esclude dal regno di Dio non soltanto gli infedeli, ma anche i fedeli (che sono) fornicatori, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi, maledici, rapaci (1 Cor. 6,9) e tutti gli altri che commettono peccati mortali, da cui con l’aiuto

della grazia potrebbero astenersi e a causa dei quali vengono separati dalla grazia del Cristo

(can. 27).

 

Sottolineo quanto appena scritto: “divinae legis doctrinam defendendo, quae a regno Dei non solum infideles excludit, sed et fideles quoque “fornicarios, adulteros…”. (Denz. 1544) cioè difendendo l’insegnamento della legge divina, che esclude dal regno di Dio non soltanto gli infedeli, ma anche i fedeli (che sono) fornicatori, adulteri …

Ricordiamo quello che al n. 70 della Veritatis Splendor troviamo scritto riguardo al peccato mortale: “«Si ha, infatti, peccato mortale anche quando l’uomo, sapendo e volendo, per qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato. In effetti, in una tale scelta è già contenuto un disprezzo del precetto divino, un rifiuto dell’amore di Dio verso l’umanità e tutta la creazione: l’uomo allontana se stesso da Dio e perde la carità.”

In questa linea la Veritatis Splendor afferma al n. 68 “Egli, con ogni peccato mortale commesso deliberatamente, offende Dio che ha donato la legge e pertanto si rende colpevole verso tutta la legge (cf Gc 2,811); pur conservandosi nella fede, egli perde la «grazia santificante», la «carità» e la «beatitudine eterna». (114) «La grazia della giustificazione — insegna il Concilio di Trento —, una volta ricevuta, può essere perduta non solo per l’infedeltà, che fa perdere la stessa fede, ma anche per qualsiasi altro peccato mortale».(115)

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 1033 “Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: « Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna » (1 Gv 3,1415). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. 628 Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola « inferno ».

 

3)L’osservanza dei comandamenti è la condizione fondamentale della riconciliazione con Dio; i 10 comandamenti obbligano e l’uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli.

 

 

S. Giovanni Paolo II ha affermato: “Sappiamo che Gesù Cristo ha riconfermato pienamente i comandamenti divini del monte Sinai. Ha incaricato gli uomini di osservarli. Ha indicato che l’osservanza dei comandamenti è la condizione fondamentale della riconciliazione con Dio, la condizione fondamentale del raggiungimento della salvezza eterna.” ( Omelia del 10.3.1985 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1985/documents/hf_jp–ii_hom_19850310_nostra-signora-bonaria.html ) Dio ci chiama a vivere i 10 comandamenti, Dio ci dona di poter vivere secondo i comandamenti e la Confessione è il Sacramento che deve rimetterci proprio in questa vita di grazia e di carità, cioè appunto nella vita secondo i comandamenti; ricordiamo che il Concilio di Trento ha condannato la dottrina per cui sarebbe impossibile vivere i 10 comandamenti

Nemo autem, quantumvis iustificatus, liberum se esse ab observatione mandatorum (can. 20) putare debet; nemo temeraria illa et a Patribus sub anathemate prohibita voce uti, Dei praecepta homini iustificato ad observandum esse impossibilia (can. 18 et 22; cf. DS 397). “Nam Deus impossibilia non iubet, sed iubendo monet, et facere quod possis, et petere quod non possis», et adiuvat ut possis; “cuius mandata gravia non sunt» (I Jo 5, 3), cuius “iugum suave est et onus leve» (cf. Mt 11, 30). Qui enim sunt filii Dei, Christum diligunt: qui autem diligunt eum, (ut ipsemet testatur) servant sermones eius (Jo 14, 23), quod utique cum divino auxilio praestare possunt.

Can. 18. Si quis dixerit, Dei praecepta homini etiam iustificato et sub gratia constituto esse ad observandum impossibilia: an. s. (cf. DS 1536 ).” (DS 1536 e 1568) Nostra traduzione: Nessuno, poi, per quanto giustificato, deve ritenersi libero dall’osservanza dei comandamenti (can. 20),

nessuno deve far propria quell’espressione temeraria e proibita dai Padri sotto pena di scomunica

esser cioè impossibile per l’uomo giustificato osservare i comandamenti di Dio(can. 18 e 22). Dio, infatti, non comanda l’impossibile; ma quando comanda ti ammonisce di fare quello che puoi e di chiedere quello che non puoi, ed aiuta perché tu possa: i suoi comandamenti non sono gravosi

(1 Gv. 5,3), il suo giogo è soave e il peso leggero (Mt.11,30).

. Se qualcuno dice che anche per l’uomo giustificato e costituito in grazia i comandamenti di

Dio sono impossibili da osservarsi, sia anatema.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 2068 Il Concilio di Trento insegna che i dieci comandamenti obbligano i cristiani e che l’uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli.17 Il Concilio Vaticano II afferma: « I Vescovi, quali successori degli Apostoli, ricevono dal Signore […] la missione di insegnare a tutte le genti e di predicare il Vangelo ad ogni creatura, affinché tutti gli uomini, per mezzo della fede, del Battesimo e dell’osservanza dei comandamenti, ottengano la salvezza ».18

La fede origina ed esige l’osservanza dei comandamenti, come S. Giovanni Paolo II affermò al n. 89 della Veritatis Splendor:“La fede possiede anche un contenuto morale: origina ed esige un impegno coerente di vita, comporta e perfeziona l’accoglienza e l’osservanza dei comandamenti divini. Come scrive l’evangelista Giovanni, «Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità… Da questo sappiamo d’averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco» e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato» (1 Gv 1,56; 2,36)”.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2053 possiamo leggere “A questa prima risposta se ne aggiunge subito una seconda: « Se vuoi essere perfetto, va», vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi » (Mt 19,21). Essa non annulla la prima. La sequela di Gesù implica l’osservanza dei comandamenti. La Legge non è abolita, (Cf Mt 5,17.) ma l’uomo è invitato a ritrovarla nella persona del suo Maestro, che ne è il compimento perfetto. Nei tre Vangeli sinottici, l’appello di Gesù, rivolto al giovane ricco, a seguirlo nell’obbedienza del discepolo e nell’osservanza dei comandamenti, è accostato all’esortazione alla povertà e alla castità (Cf Mt 19,612.21.2329).

I consigli evangelici sono indissociabili dai comandamenti.”

San Giovanni Paolo II insegnava: “ Il martirio è infine un segno preclaro della santità della Chiesa: la fedeltà alla legge santa di Dio, testimoniata con la morte, è annuncio solenne e impegno missionario usque ad sanguinem perché lo splendore della verità morale non sia offuscato nel costume e nella mentalità delle persone e della società. Una simile testimonianza offre un contributo di straordinario valore perché, non solo nella società civile ma anche all’interno delle stesse comunità ecclesiali, non si precipiti nella crisi più pericolosa che può affliggere l’uomo: la confusione del bene e del male, che rende impossibile costruire e conservare l’ordine morale dei singoli e delle comunità. I martiri, e più ampiamente tutti i santi nella Chiesa, con l’esempio eloquente e affascinante di una vita totalmente trasfigurata dallo splendore della verità morale, illuminano ogni epoca della storia risvegliandone il senso morale. Dando piena testimonianza al bene, essi sono un vivente rimprovero a quanti trasgrediscono la legge (cf Sap 2, 12) e fanno risuonare con permanente attualità le parole del profeta: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro» (Is 5,20) (Veritatis splendor, 93 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_06081993_veritatis-splendor.html ) Nella stessa Enciclica ora citata leggiamo:L’osservanza della legge di Dio, in determinate situazioni, può essere difficile, difficilissima: non è mai però impossibile. È questo un insegnamento costante della tradizione della Chiesa, così espresso dal Concilio di Trento: «Nessuno poi, benché giustificato, deve ritenersi libero dall’osservanza dei comandamenti; nessuno deve far propria quell’espressione temeraria e condannata con la scomunica dei Padri, secondo la quale è impossibile all’uomo giustificato osservare i comandamenti di Dio. Dio infatti non comanda ciò che è impossibile, ma nel comandare ti esorta a fare tutto quello che puoi, a chiedere ciò che non puoi e ti aiuta perché tu possa; infatti «i comandamenti di Dio non sono gravosi» (cf 1 Gv 5,3) e «il suo giogo è soave e il suo peso è leggero» (cf. Mt 11,30)» ” (Veritatis splendor 102 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_06081993_veritatis-splendor.html )

Attraverso l’osservanza dei Comandamenti si giunge alla vita eterna , dice con chiarezza s. Giovanni Paolo II “Il Maestro parla della vita eterna, ossia della partecipazione alla vita stessa di Dio. A questa vita si giunge attraverso l’osservanza dei comandamenti del Signore, compreso dunque il comandamento «non uccidere». Proprio questo è il primo precetto del Decalogo che Gesù ricorda al giovane che gli chiede quali comandamenti debba osservare: «Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare…»«(Mt 19, 18).” (Evangelium Vitae n. 52 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_25031995_evangelium-vitae.html )

Lo stesso s. Pontefice aggiunge, parlando proprio della Enciclica “Veritatis Splendor” : “Il punto di partenza dell’Enciclica è il dialogo di Gesù Cristo con il giovane (cfr. Mt 19, 1622) che Gli pone la seguente domanda: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?» (Mt 19, 16). Gesù risponde: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» (Mt 19, 17). E quando il giovane chiede: «Quali?», Gesù replica citando il Decalogo. Questo dialogo manifesta che c’è nell’uomo il desiderio della vita eterna; un desiderio la cui realizzazione è condizionata dall’osservanza dei comandamenti, cioè dall’adempimento delle norme morali, dei principi di comportamento dati da Dio e rivelati nella Sacra Scrittura. 2. Invitando il giovane ad osservare il Decalogo, Gesù non fa che riprendere gli stessi comandamenti che Dio, nella sua maestà di supremo Legislatore, aveva dato agli Israeliti per mezzo di Mosè dall’alto del Monte Sinai. Mediante i comandamenti Dio aveva stretto un’Alleanza con Israele: Mosè si era obbligato, insieme con il suo popolo, alla loro osservanza e Dio, da parte sua, aveva assicurato agli Israeliti l’ingresso nella Terra promessa. L’osservanza dei comandamenti è la condizione per raggiungere la vita eterna, di cui l’ingresso nella Terra è il simbolo.” (S. Giovanni Paolo II, Angelus 12.6.1994 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/angelus/1994/documents/hf_jp-ii_ang_19940612.pdf )

La Veritatis Splendor al n. 94 afferma “ In questa testimonianza all’assolutezza del bene morale i cristiani non sono soli: essi trovano conferme nel senso morale dei popoli e nelle grandi tradizioni religiose e sapienziali dell’Occidente e dell’Oriente, non senza un’interiore e misteriosa azione dello Spirito di Dio. Valga per tutti l’espressione del poeta latino Giovenale: «Considera il più grande dei crimini preferire la sopravvivenza all’onore e, per amore della vita fisica, perdere le ragioni del vivere».(147) La voce della coscienza ha sempre richiamato senza ambiguità che ci sono verità e valori morali per i quali si deve essere disposti anche a dare la vita. Nella parola e soprattutto nel sacrificio della vita per il valore morale la Chiesa riconosce la medesima testimonianza a quella verità che, già presente nella creazione, risplende pienamente sul volto di Cristo: «Sappiamo — scrive san Giustino — che i seguaci delle dottrine degli stoici sono stati odiati ed uccisi quando hanno dato prova di saggezza nel loro discorso morale … a motivo del seme del Verbo insito in tutto il genere umano».(148)”

Basta andare sul sito internet della Santa Sede per trovare moltissimi altri testi di Papi che ribadiscono la necessità e la possibilità di osservare i comandamenti: i 10 comandamenti obbligano e l’uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli.



4) Le parti essenziali della contrizione e le loro caratteristiche .



a) Gli elementi essenziali della Contrizione.

 

Quali sono le parti essenziali della contrizione?

Il Concilio di Firenze precisa :

Quartum sacramentum est paenitentia, cuius quasi materia sunt actus paenitentis, qui in tres distinguuntur partes. Quarum prima est cordis contritio; ad quam pertinet, ud doleat de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. (Denz. 1323) Traduco: quarto Sacramento è la Penitenza, quasi materia del quale sono gli atti del penitente che si distinguono in tre parti, delle quali la prima è la contrizione del cuore alla quale attiene che (il penitente) si dolga del peccato compiuto con il proposito di non peccare più.

Il Concilio di Firenze, dunque, parla della contrizione come dolore per il peccato con il proposito di non peccare più, il Concilio di Trento precisa meglio cosa è la contrizione aggiungendo al dolore e al proposito l’odio del peccato stesso:

Contritio, quae primum locum inter dictos paenitentis actus habet, animi dolor ac detestatio est de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. Fuit autem quovis tempore ad impetrandam veniam peccatorum hic contritionis motus necessarius, et in homine post baptismum lapso ita demum praeparat ad remissionem peccatorum, si cum fiducia divinae misericordiae et voto praestandi reliqua coniunctus sit, quae ad rite suscipiendum hoc sacramentum requiruntur. Declarat igitur sancta Synodus, hanc contritionem non solum cessationem a peccato et vitae novae propositum et inchoationem, sed veteris etiam odium continere, iuxta illud: “Proicite a vobis omnes iniquitates vestras, in quibus praevaricati estis, et facite vobis cor novum et spiritum novum» (Ez 18, 31). Et certe, qui illos Sanctorum clamores consideraverit: “Tibi soli peccavi, et malum coram te feci» (Ps 50, 6); “Laboravi in gemitu meo; lavabo per singulas noctes lectum meum» (Ps 6, 7); “Recogitabo tibi omnes annos meos in amaritudine animae meae» (Is 38, 15), et alios huius generis, facile intelliget, eos ex vehementi quodam anteactae vitae odio et ingenti peccatorum detestatione manasse.

1705 Can. 5. Si quis dixerit, eam contritionem, quae paratur per discussionem, collectionem et detestationem peccatorum, qua quis recogitat annos suos in amaritudine animae suae (Is 38, 15), ponderando peccatorum suorum gravitatem, multitudinem, foeditatem, amissionem aeternae beatitudinis, et aeternae damnationis incursum, cum proposito melioris vitae, non esse verum et utilem dolorem, nec praeparare ad gratiam, sed facere hominem hypocritam et magis peceatorem; demum illam esse dolorem coactum et non liberum ac voluntarium: an. s. (cf. DS 1676 1456).

”(DS 1676.1705)

Traduzione nostra indicativa: La contrizione, che occupa il primo posto tra i suddetti atti del penitente , è il dolore dell’animo e la detestazione del peccato compiuto, col proposito di non peccare piú in avvenire.

Questo moto della contrizione è stato sempre necessario per impetrare la remissione dei peccati e nell’uomo caduto in peccato dopo il battesimo, esso prepara alla remissione dei peccati solo se

congiunto con la fiducia della divina misericordia e col desiderio di fare ciò che ancora si richiede

per ricevere nel modo dovuto questo sacramento.

Dichiara, quindi, il santo Sinodo, che questa contrizione include non solo la cessazione del

peccato e il proposito e l’inizio di una nuova vita, ma anche l’odio della vecchia vita, conforme

all’espressione: “Liberatevi da tutte le iniquità commesse e formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo.” (Ez. 18,31). Certamente colui che riflette su quelle parole dei santi: “Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.”

(Sal. 50, 6 nella nostra numerazione attuale Sal. 51,6). “Sono stremato dai miei lamenti, 
ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio.” (Sal. 6,7); “Racconterò a te tutti i miei anni, nell’amarezza della mia anima” (Is. 38,15 secondo la Vulgata), e su altre simili, comprenderà facilmente che esse provenivano da un odio veramente profondo della vita passata e da una grande detestazione del peccato.

Can. 5 Se qualcuno dirà che quella contrizione, che si ottiene con l’esame, la raccolta, e la detestazione dei peccati — per cui uno, ricordando la propria vita nell’amarezza della sua anima

(Is. 38,15), riflettendo alla gravità, alla moltitudine, alla bruttezza dei suoi peccati, alla perdita della

beatitudine eterna e all’essere incorso nella eterna dannazione, col proposito di una vita migliore -

non è un dolore vero ed utile, che non prepara alla grazia, ma che rende l’uomo ipocrita e ancor piú

peccatore e che, finalmente, essa è un dolore imposto, non libero e volontario, sia anatema.

 

Dunque, la contrizione contiene in sé stessa l’odio per il peccator, il dolore per i peccati compiuti e il proposito di non più peccare, come afferma anche il Catechismo di Trento al n. 248:
“Ecco come definiscono la contrizione i Padri del concilio di Trento: La contrizione è un dolore dell’animo e una detestazione del peccato commesso con il proposito di non più peccare per l’avvenire (Sess. 14, e. 4). Parlando più oltre della contrizione, aggiungono: Questo atto prepara alla remissione dei peccati, purché sia accompagnato dalla fiducia nella misericordia di Dio e dalla volontà di fare quanto è necessario per ben ricevere il sacramento della Penitenza. Questa definizione fa ben comprendere ai fedeli che l’essenza della contrizione non consiste solo nel trattenersi dal peccare, nel risolvere di mutar vita, o nell’iniziare di fatto una vita nuova, ma anche e sopratutto nel detestare ed espiare le colpe della vita passata.

 

Dopo avere ben fissato che la contrizione è un dolore, bisogna avvertire i fedeli di non immaginarsi che esso debba esser esterno e sensibile. La contrizione è un atto della volontà; e sant’Agostino attesta che il dolore accompagna la penitenza, ma non è la penitenza stessa (Serm. CCCLI,1). I Padri Tridentini hanno espresso col termine dolore la detestazione e l’odio del peccato commesso, sia perché la Scrittura lo usa cosi (Fino a quando — dice Davide al Signore — terro in ansia l’anima mia e il mio cuore in preda al dolore notte e giorno?) (Ps 12,2); sia perché il dolore nasce dalla contrizione in quella parte inferiore dell’anima che è sede delle passioni. Non a torto, pertanto, è stata definita la contrizione come un dolore, perché produce appunto il dolore, ed i penitenti, per esprimere meglio il loro dolore, usavano mutare le vesti, come si ricava dalle parole del Signore: Guai a te, Corozain, guai a te, Betsaida; poiché se in Tiro e Sidone fossero avvenuti i miracoli compiuti presso di voi, già da gran tempo avrebbero fatto penitenza in cenere e cilizio (Mt 11,21 Lc 10,13).
La detestazione del peccato di cui parliamo ha ricevuto giustamente il nome di contrizione per esprimere l’efficacia del dolore da essa provocato, per similitudine tratta dalle sostanze corporee: come queste si frantumano con un sasso o con altra materia più dura, cosi i cuori induriti dall’orgoglio sono spezzati dalla forza della penitenza. Nessun altro dolore, che nasca per la morte del padre, della madre, dei figli, o per qualsiasi altra calamità, vien detto contrizione; ma soltanto quello che proviamo per aver perduto la grazia di Dio e l’innocenza.
 
Ci sono anche altri vocaboli atti ad esprimere questa detestazione. Talora essa viene chiamata contrizione di cuore, perché la Scrittura scambia sovente il cuore con la volontà: come infatti il cuore è il principio dei movimenti del corpo, cosi la volontà regola e governa tutte le potenze dell’anima. Talora i Padri la chiamano compunzione del cuore; e appunto cosi hanno intitolato i libri da loro scritti sulla contrizione. Come si aprono col ferro chirurgico i tumori per farne uscire la materia purulenta, cosi con lo scalpello della contrizione si lacerano i cuori, affinché ne esca il veleno mortifero del peccato. Anche Gioele chiama la contrizione una lacerazione del cuore, scrivendo: Convertitevi a me con tutto il vostro cuore nel digiuno, nel pianto, nei gemiti. E lacerate i vostri cuori (Gioel. 2,12).”

Il Catechismo Maggiore di s. Pio X ribadisce e approfondisce le affermazioni tridentine ai nn. 682ss

682. Che cosa è la contrizione, ossia il dolore dei peccati?

La contrizione ossia il dolore dei peccati, é un dispiacere dell’animo, pel quale si detestano i peccati commessi e si propone di non farne più in avvenire.

683. Che cosa vuol dire questa parola contrizione?

La parola contrizione, vuol dire rottura o spezzamento, come quando una pietra è pestata e ridotta in polvere.

684. Perché si dà il nome di contrizione al dolore dei peccati?

Si dà il nome di contrizione al dolore dei peccati, per significare che il cuor duro del peccatore in certo modo si spezza per dolore di avere offeso Dio.

689. Delle parli del sacramento della Penitenza qual’è la più necessaria?

Delle parti del sacramento della Penitenza la più necessaria è la contrizione, perché senza di essa non si può mai ottenere il perdono dei peccati, e con essa sola, quando sia perfetta, si può ottenere il perdono, purché sia congiunta col desiderio, almeno implicito, di confessarsi.” ( http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm )

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma ai nn. 1450s : “La penitenza induce il peccatore a sopportare di buon animo ogni sofferenza; nel suo cuore vi sia la contrizione, nella sua bocca la confessione, nelle sue opere tutta l’umiltà e la feconda soddisfazione ». (Catechismo Romano, 2, 5, 21: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 299; cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 3: Denz.- Hün. 1673) . Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è “il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire .” ( Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: Denz.- Hün 1676.)

Al n. 31 della “Riconciliatio et Paenitentia” s. Giovanni Paolo II precisa : “Ma l’atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l’amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento. Così intesa, la contrizione è, dunque, il principio e l’anima della conversione, di quella «metanoia» evangelica che riporta l’uomo a Dio come il figlio prodigo che ritorna al padre, e che ha nel sacramento della penitenza il suo segno visibile, perfezionativo della stessa attrizione. Perciò, «da questa contrizione del cuore dipende la verità della penitenza» (Rito della Penitenza (http://www.liturgia.maranatha.it/Penitenza/p1/2page.htm ), 6c).

Nell» Rito della Penitenza troviamo ribadita la dottrina del Concilio di Trento : “a) Contrizione
Tra gli atti del penitente, occupa il primo posto la contrizione, che è «il dolore e la detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più peccare». E infatti «al regno di Cristo noi possiamo giungere soltanto con la “metànoia», cioè con quel cambiamento intimo e radicale, per effetto del quale l’uomo comincia a pensare, a giudicare e a riordinare la sua vita, mosso dalla santità e dalla bontà di Dio, come si è manifestata ed è stata a noi data in pienezza nel Figlio suo (cfr. Eb 1, 2; Col 1, 19 e passim; Ef 1, 23 e passim) ». Dipende da questa contrizione del cuore la verità della penitenza. La conversione infatti deve coinvolgere l’uomo nel suo intimo, così da rischiarare sempre più il suo spirito e renderlo ogni giorno più conforme al Cristo.” (Rito della Penitenza (http://www.liturgia.maranatha.it/Penitenza/p1/2page.htm ) 6)

 

b) Le qualità della contrizione e il primo elemento essenziale della contrizione: l’odio, la detestazione del peccato.

 

Il Catechismo Tridentino (cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm ), al n. 249 ci offre importanti indicazioni sulle qualità della contrizione e sulla detestazione del peccato: “ Il dolore d’aver offeso Dio con i peccati deve essere veramente sommo e massimo, tale che non se ne possa pensare uno maggiore. E facile dimostrarlo con le ragioni seguenti. Poiché la perfetta contrizione è un atto di carità che procede dal timore filiale, ne segue che la misura della contrizione dev’essere la carità. E siccome la carità con cui amiamo Dio è la più grande, ne segue che la contrizione deve portare con sé un veementissimo dolore di animo. Se dobbiamo amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo anche detestare sopra ogni cosa ciò che da lui ci allontana. E qui giova notare che la Scrittura adopera i medesimi termini per esprimere l’estensione della carità e della contrizione. Dice infatti della carità: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore (Dt 6,5 Mt 22,37 Mc 12,30 Lc 10,27); e della seconda il Signore dice per bocca del profeta: Convertitevi con tutto il vostro cuore (Jl 2,12).
In secondo luogo, come Dio è il primo dei beni da amare, cosi il peccato è il primo e il maggiore dei mali da odiare. Quindi, la stessa ragione che ci obbliga a riconoscere che Dio deve essere sommamente amato, ci obbliga anche a portare sommo odio al peccato. Ora, che l’amore di Dio si debba anteporre ad ogni altra cosa, sicché non sia lecito peccare neppure per conservare la vita, lo mostrano apertamente queste parole del Signore: Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me (Mt 10,37); Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà (Mt 16,25 Mc 8,35). Notiamo ancora che alla carità, secondo san Bernardo, non si può prescrivere né limite né misura, perché la misura di amare Dio è di amarlo senza misura (Della dilezione di Dio, I). Perciò non si deve porre limite alcuno alla detestazione del peccato.
Oltre che massima, la contrizione dev’esser vivissima e cosi perfetta da escludere ogni negligenza e pigrizia. Sta scritto nel Deuteronomio: Quando cercherai il Signore Dio tuo lo troverai, purché lo cerchi con tutto il cuore e tutto il dolore dell’anima tua (Dt 4,29). E in Geremia: Voi mi cercherete e mi troverete purché mi cerchiate con tutto il vostro cuore, perché allora io mi faro trovare da voi, dice il Signore (Jr 29,13).
Ma quand’anche la contrizione non fosse cosi perfetta, può esser sempre vera ed efficace. Poiché avviene spesso che le cose sensibili ci commuovono più delle spirituali, sicché taluni sentono per la morte dei figli, maggior dolore che per la turpitudine del peccato. Il medesimo si dica quando l’acerbità del dolore non suscita le lacrime, le quali però nella Penitenza sono da desiderare e lodare assai, come ben dice sant’Agostino: Non hai viscere di carità cristiana tu, che piangi un corpo abbandonato dall’anima, e non piangi un’anima abbandonata da Dio (Serm. XLI,6). A questo si possono riferire le parole del Signore citate sopra: Guai a te, Corazain, guai a te, Betsaida; che se in Tiro e Sidone fossero avvenuti i miracoli compiuti presso di voi, da gran tempo avrebbero fatto penitenza in cenere e cilizio (Mt 11,21). A conferma di questa verità basti ricordare gli esempi famosi dei Niniviti (Giona, 3,5), di Davide (Ps 6,7), della Maddalena (Lc 7,37), del Principe degli apostoli (Mt 26,75), i quali tutti implorarono con lacrime abbondanti la misericordia di Dio e ottennero il perdono dei peccati.”

La contrizione vera contiene, dunque, l’odio cioè la detestazione, il ripudio, la riprovazione radicale del peccato; il Catechismo di Trento precisa “La penitenza interna è quella per la quale noi con tutto l’animo ci convertiamo a Dio e detestiamo profondamente i peccati commessi, proponendo insieme fermamente di emendare le nostre cattive abitudini e i costumi corrotti, fiduciosi di conseguire il perdono dalla misericordia di Dio. Si associa a questa penitenza, come compagna della detestazione del peccato, una dolorosa tristezza che è una vera affezione emotiva dell’animo e da molti viene chiamata passione.” Al n. 245 del Catechismo Tridentino (cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm ) leggiamo:“Colui che si pente dei peccati, si getta con animo umile e dimesso ai piedi del sacerdote, per riconoscere, mentre compie quest’atto di umiltà, che si devono estirpare le radici della superbia, da cui hanno principio e origine tutti quei peccati che piange e detesta. Nel sacerdote, che siede come suo legittimo giudice, riconosce la persona e la potestà di Gesù Cristo, poiché il sacerdote nell’amministrare la Penitenza, come pure gli altri sacramenti, tiene il luogo di Cristo.” Al n. 248 del medesimo testo è scritto: “Ecco come definiscono la contrizione i Padri del concilio di Trento: La contrizione è un dolore dell’animo e una detestazione del peccato commesso con il proposito di non più peccare per l’avvenire (Sess. 14, e. 4). Parlando più oltre della contrizione, aggiungono: Questo atto prepara alla remissione dei peccati, purché sia accompagnato dalla fiducia nella misericordia di Dio e dalla volontà di fare quanto è necessario per ben ricevere il sacramento della Penitenza. Questa definizione fa ben comprendere ai fedeli che l’essenza della contrizione non consiste solo nel trattenersi dal peccare, nel risolvere di mutar vita, o nell’iniziare di fatto una vita nuova, ma anche e sopratutto nel detestare ed espiare le colpe della vita passata. Questo è chiaramente provato dai gemiti dei Santi, che cosi spesso troviamo nei Libri sacri: Io sono stanco di piangere — dice Davide -, ogni notte spargo di lacrime il mio giaciglio. Il Signore ha sentito la voce del mio pianto (Ps 6,79). E in Isaia: Ti darò conto, o Signore, di tutti gli anni miei, con l’amarezza dell’anima mia (Is 38,15). Queste parole, ed altre simili, sono l’espressione evidente di un odio profondo dei peccati commessi e di una detestazione della vita passata. Dopo avere ben fissato che la contrizione è un dolore, bisogna avvertire i fedeli di non immaginarsi che esso debba esser esterno e sensibile. La contrizione è un atto della volontà; e sant’Agostino attesta che il dolore accompagna la penitenza, ma non è la penitenza stessa (Serm. CCCLI,1). I Padri Tridentini hanno espresso col termine dolore la detestazione e l’odio del peccato commesso, sia perché la Scrittura lo usa cosi (Fino a quando — dice Davide al Signore — terro in ansia l’anima mia e il mio cuore in preda al dolore notte e giorno?) (Ps 12,2); sia perché il dolore nasce dalla contrizione in quella parte inferiore dell’anima che è sede delle passioni.…
La detestazione del peccato di cui parliamo ha ricevuto giustamente il nome di contrizione per esprimere l’efficacia del dolore da essa provocato, per similitudine tratta dalle sostanze corporee: come queste si frantumano con un sasso o con altra materia più dura, cosi i cuori induriti dall’orgoglio sono spezzati dalla forza della penitenza. Nessun altro dolore, che nasca per la morte del padre, della madre, dei figli, o per qualsiasi altra calamità, vien detto contrizione; ma soltanto quello che proviamo per aver perduto la grazia di Dio e l’innocenza. Ci sono anche altri vocaboli atti ad esprimere questa detestazione. Talora essa viene chiamata contrizione di cuore, perché la Scrittura scambia sovente il cuore con la volontà: come infatti il cuore è il principio dei movimenti del corpo, cosi la volontà regola e governa tutte le potenze dell’anima. Talora i Padri la chiamano compunzione del cuore; e appunto cosi hanno intitolato i libri da loro scritti sulla contrizione. Come si aprono col ferro chirurgico i tumori per farne uscire la materia purulenta, cosi con lo scalpello della contrizione si lacerano i cuori, affinché ne esca il veleno mortifero del peccato. Anche Gioele chiama la contrizione una lacerazione del cuore, scrivendo: Convertitevi a me con tutto il vostro cuore nel digiuno, nel pianto, nei gemiti. E lacerate i vostri cuori (Gioel. 2,12).” Come si vede chiaramente l» odio , la detestazione del peccato è insito nella vera contrizione e deve essere detestazione di tutti i peccati commessi, infatti al n. 250 del Catechismo Tridentino
(cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm ) leggiamo “ Da quanto abbiamo detto è facile dedurre le condizioni necessarie per una vera contrizione, condizioni che devono essere spiegate ai fedeli con la maggiore diligenza, affinché tutti sappiano con quali mezzi possano acquistarla, e abbiano una norma sicura per discernere fino a qual punto siano lontani dalla perfezione di essa. La prima condizione è l’odio e la detestazione di tutti i peccati commessi. Se ne detestassimo soltanto alcuni, la contrizione non sarebbe salutare, ma falsa e simulata, poiché scrive san Giacomo: Chi osserva tutta la legge e in una sola cosa manca, trasgredisce tutta la legge (Gc 2,10).”

Papa Pio XII affermò: “Occorre dunque dare una istruzione comune, solida e completa, sulla confessione, non solo nel catechismo per i fanciulli, ma ancor più in quello per gli adolescenti e per gli adulti. Una tale istruzione dà lume alle coscienze e pace ai cuori, là ove non è alcun serio motivo di turbamento; ma anche penetra, incisiva come il bisturi del chirurgo, là ove si occulta l’ascesso del peccato, soprattutto del peccato grave. Essa conduce efficacemente alla contrizione interna, soprannaturale, universale, alla vera detestazione del peccato e alla conversione verso Dio. Voi non potreste, nelle vostre prediche della domenica, trattare temi più utili delle verità religiose, dei comandamenti, delle pratiche che regolano la vita quotidiana e ordinaria dei vostri parrocchiani, della necessaria e conveniente preparazione al Sacramento della Penitenza.” ( Discorso ai Parroci del 7 .2.1945; http://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1945/documents/hf_p-xii_spe_19450217_quaresimalisti.html )

Lo stesso Pontefice disse :“Vicario di quel Gesù, che ha versato fin l’ultima goccia del suo sangue per riconciliare gli uomini col Padre celeste, Capo visibile di quella Chiesa che è il suo Corpo mistico per la salvezza e la santificazione delle anime, Noi vi esortiamo a sentimenti e ad opere di penitenza, affinchè si compia da voi e da tutti i Nostri figli e figlie sparsi per il mondo intero il primo passo verso la effettiva riabilitazione morale della umanità. Con tutto l’ardore del Nostro cuore paterno vi domandiamo il sincero pentimento delle colpe passate, la piena detestazione del peccato, il fermo proposito di ravvedimento; vi scongiuriamo di assicurarvi il perdono divino mediante il sacramento della confessione e il testamento di amore del Redentore divino; vi supplichiamo infine di alleggerire il debito delle pene temporali dovute alle vostre colpe con le multiformi opere di soddisfazione: preghiere, elemosine, digiuni, mortificazioni, di cui offre facile opportunità ed invito il volgente Anno Santo. Per questa via l’anima ritorna nelle braccia del Padre celeste, risorge nella grazia santificante, si ristabilisce nell’ordine e nell’amore, si riconcilia con la divina giustizia; è il gran ritorno della umanità ribelle alle leggi di Dio e della Chiesa, che abbiamo sospirato nella Nostra attesa piena di fiducia e di speranza e che affrettiamo coi Nostri desideri, coi gemiti del Nostro cuore, con le Nostre preghiere, coi Nostri sacrifici, col dispensare largamente l’inesauribile tesoro spirituale della Chiesa, commesso alle Nostre cure.” ( Omelia per  il solenne rito penitenziale del 26 marzo dell’Anno Santo 1950 https://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/homilies/documents/hf_p-xii_hom_19500326_rito-penitenziale.pdf )

La risurrezione nella grazia santificante passa per la detestazione del peccato compiuto!

S. Giovanni Paolo II affermò: “Quanto all’umiltà, è evidente che senza di essa l’accusa dei peccati sarebbe un inutile elenco o, peggio, una proterva rivendicazione del diritto di commetterli: il « Non serviam », per cui caddero gli angeli ribelli e il primo uomo perdette sé e la sua discendenza. L’umiltà invero si identifica con la detestazione del male: « Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto; perciò sei giusto quando parli; retto nel tuo giudizio »( Lettera al card. William Baum …., del 22.3.1996; http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1996/documents/hf_jp–ii_let_19960322_penitenzieria.html )

Nella stessa Lettera il s. Papa polacco disse anche :“E qui ritorna la considerazione della fiducia, che deve accompagnare la detestazione del peccato, l’umile accusa di esso, la ferma volontà di non peccare più. Fiducia è esercizio, possibile e doveroso, della Speranza soprannaturale, per cui attendiamo dalla divina Bontà, per le Sue promesse e per i meriti di Gesù Cristo Salvatore, la vita eterna e le grazie necessarie per conseguirla. È atto anche di quella stima che dobbiamo a noi stessi, in quanto creature di Dio, che ci ha resi già per natura nobili al di sopra di tutto il creato materiale, ci ha elevato alla Grazia, ci ha misericordiosamente redento; è stimolo a impegnarci con tutte le nostre forze, laddove la sfiducia è scetticismo e gelo paralizzante.” Al n. 31 della “Riconciliatio et Paenitentia” s. Giovanni Paolo II affermò : “Ma l’atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l’amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento.”

Ancora s. Giovanni Paolo II affermò“Sulla scorta di questi insegnamenti e considerando da una parte l’economia della grazia, che accompagna, sostiene ed eleva l’operare dell’uomo, e dall’altra le leggi della psicologia umana, risulta evidente che la soddisfazione sacramentale deve essere innanzitutto preghiera: essa infatti loda Dio e detesta il peccato come offesa a Lui irrogata, confessa la malizia e la debolezza del peccatore, chiede umilmente e fiduciosamente l’aiuto, nella consapevolezza dell’incapacità dell’uomo a qualunque gesto salutare se non lo dispone a ciò l’aiuto soprannaturale del Signore, (Concilio di Trento, Sessione VI, can. 1 Denzinger-Schönmetzer 1551) che appunto con la preghiera si implora; ma se si implora vuol dire che si ha la speranza teologica di ottenerlo, e con ciò quasi si sperimenta la bontà di Dio e ci si educa al colloquio con Lui.” ( Discorso ai membri della Penitenzieria Apostolica, del 18.3.1995 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1995/march/documents/hf_jp-ii_spe_19950318_penitenzieria.html )

Interessante, in questa linea, è quanto affermò s. Giovanni Paolo II in un discorso ai giovani “Il bellissimo canto natalizio “Tu scendi dalle stelle” dice così: “Ahi quanto ti costò l’avermi amato!”. Il Figlio di Dio ha amato noi, che l’abbiamo offeso, anche noi dobbiamo voler bene a quelli che ci offendono, e così vincere il male col bene. Odiare il peccato, ma amare il peccatore: questa è la via della pace, la via che ci insegna il Signore, fin dal mistero del suo Natale.” ( Discorso ad una rapprezentanza dei ragazzi …, 21.12.1996 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1996/december/documents/hf_jp-ii_spe_19961221_azione-cattolica.html )

S. Giovanni Paolo II nella “Dominum et Vivificantem” al n. 45 ci dona una straordinaria luce su questo tema :“ Lo Spirito di verità, che «convince il mondo del peccato», s’incontra con quella fatica della coscienza umana, di cui i testi conciliari parlano in modo così suggestivo. Tale fatica della coscienza determina anche le vie delle conversioni umane: il voltare le spalle al peccato, per ricostruire la verità e l’amore nel cuore stesso dell’uomo. Si sa che riconoscere il male in se stessi a volte costa molto. Si sa che la coscienza non solo comanda o proibisce, ma giudica alla luce degli ordini e divieti interiori. Essa é anche fonte di rimorsi: l’uomo soffre interiormente a causa del male commesso. Non è questa sofferenza quasi un’eco lontana di quel «pentimento di aver creato l’uomo», che con linguaggio antropomorfico il Libro sacro attribuisce a Dio? di quella «riprovazione» che, inscrivendosi nel «cuore» della Trinità, in forza dell’eterno amore si traduce nel dolore della Croce, nell’obbedienza di Cristo fino alla morte? Quando lo Spirito di verità consente alla coscienza umana di partecipare a quel dolore, allora la sofferenza della coscienza diventa particolarmente profonda, ma anche particolarmente salvifica. Allora, mediante un atto di contrizione perfetta, si opera l’autentica conversione del cuore: è l’evangelica «métanoia». La fatica del cuore umano, la fatica della coscienza, in cui si compie questa «métanoia», o conversione, è il riflesso di quel processo per cui la riprovazione viene trasformata in amore salvifico, che sa soffrire.”

Questo odio, questa riprovazione del peccato, di cui parliamo è quindi, in certo modo, una partecipazione alla carità di Dio e di Cristo, che contiene in sé l» “odio” e quindi la radicale opposizione al peccato come afferma la S. Scrittura “… a Dio sono ugualmente in odio l’empio e la sua empietà” (Sap. 14,9), s. Alfonso M. de» Liguori afferma “Egli l’Eterno Verbo quanto amava il suo Padre, tanto odiava il peccato, di cui ben conoscea la malizia: onde per togliere il peccato dal mondo e per non vedere più offeso il suo amato Padre, egli era venuto in terra e s’erafatt’uomo, ed aveva intrapreso a soffrire una Passione ed una morte così dolorosa.” (L’Amore delle anime c. 6 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PZ.HTM#NU )

 





c) Il secondo elemento essenziale della contrizione: il dolore per i peccati commessi.

 

Il Concilio di Trento afferma “Contritio, quae primum locum inter dictos paenitentis actus habet, animi dolor ac detestatio est de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. Fuit autem quovis tempore ad impetrandam veniam peccatorum hic contritionis motus necessarius, et in homine post baptismum lapso ita demum praeparat ad remissionem peccatorum, si cum fiducia divinae misericordiae et voto praestandi reliqua coniunctus sit, quae ad rite suscipiendum hoc sacramentum requiruntur. Declarat igitur sancta Synodus, hanc contritionem non solum cessationem a peccato et vitae novae propositum et inchoationem, sed veteris etiam odium continere, iuxta illud: “Proicite a vobis omnes iniquitates vestras, in quibus praevaricati estis, et facite vobis cor novum et spiritum novum» (Ez 18, 31). Et certe, qui illos Sanctorum clamores consideraverit: “Tibi soli peccavi, et malum coram te feci» (Ps 50, 6); “Laboravi in gemitu meo; lavabo per singulas noctes lectum meum» (Ps 6, 7); “Recogitabo tibi omnes annos meos in amaritudine animae meae» (Is 38, 15), et alios huius generis, facile intelliget, eos ex vehementi quodam anteactae vitae odio et ingenti peccatorum detestatione manasse.

1705 Can. 5. Si quis dixerit, eam contritionem, quae paratur per discussionem, collectionem et detestationem peccatorum, qua quis recogitat annos suos in amaritudine animae suae (Is 38, 15), ponderando peccatorum suorum gravitatem, multitudinem, foeditatem, amissionem aeternae beatitudinis, et aeternae damnationis incursum, cum proposito melioris vitae, non esse verum et utilem dolorem, nec praeparare ad gratiam, sed facere hominem hypocritam et magis peccatorem; demum illam esse dolorem coactum et non liberum ac voluntarium: an. s. (cf. DS 1676 1456).

”(DS 1676.1704s)

Traduzione nostra indicativa: La contrizione, che occupa il primo posto tra i suddetti atti del penitente , è il dolore dell’animo e la detestazione del peccato compiuto, col proposito di non peccare piú in avvenire.

Questo moto della contrizione è stato sempre necessario per impetrare la remissione dei peccati e nell’uomo caduto in peccato dopo il battesimo, esso prepara alla remissione dei peccati solo se

congiunto con la fiducia della divina misericordia e col desiderio di fare ciò che ancora si richiede

per ricevere nel modo dovuto questo sacramento.

Dichiara, quindi, il santo Sinodo, che questa contrizione include non solo la cessazione del

peccato e il proposito e l’inizio di una nuova vita, ma anche l’odio della vecchia vita, conforme

all’espressione: “Liberatevi da tutte le iniquità commesse e formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo.” (Ez. 18,31). Certamente colui che riflette su quelle parole dei santi: “Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.”

(Sal. 50, 6 nella nostra numerazione attuale Sal. 51,6). “Sono stremato dai miei lamenti, 
ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio.” (Sal. 6,7); “Racconterò a te tutti i miei anni, nell’amarezza della mia anima” (Is. 38,15 secondo la Vulgata), e su altre simili, comprenderà facilmente che esse provenivano da un odio veramente profondo della vita passata e da una grande detestazione del peccato.

Can. 5 Se qualcuno dirà che quella contrizione, che si ottiene con l’esame, la raccolta, e la detestazione dei peccati — per cui uno, ricordando la propria vita nell’amarezza della sua anima

(Is. 38,15), riflettendo alla gravità, alla moltitudine, alla bruttezza dei suoi peccati, alla perdita della

beatitudine eterna e all’essere incorso nella eterna dannazione, col proposito di una vita migliore -

non è un dolore vero ed utile, che non prepara alla grazia, ma che rende l’uomo ipocrita e ancor piú

peccatore e che, finalmente, essa è un dolore imposto, non libero e volontario, sia anatema.

Il Concilio di Firenze, circa un secolo prima di quello di Trento, aveva affermato:

Quartum sacramentum est paenitentia, cuius quasi materia sunt actus paenitentis, qui in tres distinguuntur partes. Quarum prima est cordis contritio; ad quam pertinet, ud doleat de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. (Denz. 1323) Traduco: quarto Sacramento è la Penitenza, quasi materia del quale sono gli atti del penitente che si distinguono in tre parti, delle quali la prima è la contrizione del cuore alla quale attiene che (il penitente) si dolga del peccato compiuto con il proposito di non peccare più.

La contrizione vera include un vero dolore per i peccati commessi, perciò diciamo chiaramente nell’Atto di dolore: Mio Dio,

mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami.

 

Il Catechismo afferma al n. 1431 : “La penitenza interiore è un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un’avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato « animi cruciatus [afflizione dello spirito] », « compunctio cordis [contrizione del cuore] » (Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 16761678; Id., Sess. 14a, Canones de Paenitentia, canone 5: DS 1705; Catechismo Romano, 2, 5, 4: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 289.)

Nello stesso Catechismo della Chiesa Cattolica ai nn. 1450s  leggiamo: “La penitenza induce il peccatore a sopportare di buon animo ogni sofferenza; nel suo cuore vi sia la contrizione, nella sua bocca la confessione, nelle sue opere tutta l’umiltà e la feconda soddisfazione ». (Catechismo Romano, 2, 5, 21: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 299; cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 3: Denz.- Hün. 1673) . Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è “il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire .” ( Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: Denz.- Hün 1676.).

S. Giovanni Paolo II nella “Dominum et Vivificantem” al n. 45 ci dona una straordinaria luce su questo tema :“ Lo Spirito di verità, che «convince il mondo del peccato», s’incontra con quella fatica della coscienza umana, di cui i testi conciliari parlano in modo così suggestivo. Tale fatica della coscienza determina anche le vie delle conversioni umane: il voltare le spalle al peccato, per ricostruire la verità e l’amore nel cuore stesso dell’uomo. Si sa che riconoscere il male in se stessi a volte costa molto. Si sa che la coscienza non solo comanda o proibisce, ma giudica alla luce degli ordini e divieti interiori. Essa é anche fonte di rimorsi: l’uomo soffre interiormente a causa del male commesso. Non è questa sofferenza quasi un’eco lontana di quel «pentimento di aver creato l’uomo», che con linguaggio antropomorfico il Libro sacro attribuisce a Dio? di quella «riprovazione» che, inscrivendosi nel «cuore» della Trinità, in forza dell’eterno amore si traduce nel dolore della Croce, nell’obbedienza di Cristo fino alla morte? Quando lo Spirito di verità consente alla coscienza umana di partecipare a quel dolore, allora la sofferenza della coscienza diventa particolarmente profonda, ma anche particolarmente salvifica. Allora, mediante un atto di contrizione perfetta, si opera l’autentica conversione del cuore: è l’evangelica «métanoia». La fatica del cuore umano, la fatica della coscienza, in cui si compie questa «métanoia», o conversione, è il riflesso di quel processo per cui la riprovazione viene trasformata in amore salvifico, che sa soffrire. Il dispensatore nascosto di questa forza salvatrice è lo Spirito Santo: egli, che viene chiamato dalla Chiesa «luce delle coscienze», penetra e riempie «la profondità dei cuori» umani. Mediante una tale conversione nello Spirito Santo, l’uomo si apre al perdono, alla remissione dei peccati E in tutto questo mirabile dinamismo della conversione-remissione, si conferma la verità di ciò che scrive sant’Agostino sul mistero dell’uomo, commentando le parole del Salmo: «L’abisso chiama l’abisso». Proprio nei riguardi di questa «abissale profondità» dell’uomo della coscienza umana, si compie la missione del Figlio e dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo «viene» in forza della «dipartita» di Cristo nel mistero pasquale: viene in ogni fatto concreto di conversione-remissione, in forza del sacrificio della Croce: in esso, infatti, «il sangue di Cristo… purifica le coscienze dalle opere morte, per servire il Dio vivente». Si adempiono così di continuo le parole sullo Spirito Santo come «un altro consolatore», le parole rivolte nel Cenacolo agli apostoli e indirettamente a tutti: «Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi sarà in voi». Il dolore per i peccati si collega dunque al dolore di Cristo Crocifisso per i nostri peccati, è una partecipazione ad esso, in certo modo, come vedremo meglio più avanti; questo dolore deve essere fondato su motivi soprannaturali, precisava bene lo stesso s. Giovanni Paolo II “La verità, che viene dal Verbo e deve portarci a Lui, spiega perché la confessione sacramentale debba derivare ed essere accompagnata non da un mero impulso psicologico, quasi che il sacramento sia un surrogato di terapie appunto psicologiche, ma dal dolore fondato su motivi soprannaturali, perché il peccato viola la carità verso Dio Sommo Bene, ha causato le sofferenze del Redentore e procura a noi la perdita dei beni eterni.  In questa prospettiva appare chiaro come la confessione debba essere umile, integra, accompagnata dal proposito solido e generoso dell’emenda per l’avvenire e finalmente dalla fiducia di conseguire questa medesima emenda. ” ( Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica [22 marzo 1996] https://w2.vatican.va/content/john-paul–ii/it/letters/1996/documents/hf_jp-ii_let_19960322_penitenzieria.html ).

Questo dolore per i peccati è alla radice del proposito di non peccare più:“ È inoltre evidente di per sé che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro. Se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento. Ma come questo deve derivare innanzi tutto dal dolore di avere offeso Dio, così il proposito di non peccare deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente.” ( Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica [22 marzo 1996] https://w2.vatican.va/content/john-paul–ii/it/letters/1996/documents/hf_jp-ii_let_19960322_penitenzieria.html )

S. Giovanni Paolo affermò ulteriormente “Affinché il discernimento sulle disposizioni dei penitenti in ordine alla remissione o meno, e all’imposizione dell’opportuna penitenza da parte del ministro del Sacramento possa essere attuato, occorre che il fedele, oltre alla coscienza dei peccati commessi, al dolore per essi e alla volontà di non più ricaderci,(Cfr Conc. Ecum. Tridentino, sess. XIV, Doctrina de sacramento paenitentiae, cap. 4: DS 1676.) confessi i suoi peccati. In questo senso, il Concilio di Trento dichiarò che è necessario «per diritto divino confessare tutti e singoli i peccati mortali».(Ibid., can. 7: DS 1707) ” (Lettera Apostolica “Misericordia Dei” 7.4.2002 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu–proprio_20020502_misericordia-dei.html#fnref23 )

Se tale dolore per i peccati commessi si compie sotto l’impulso della carità esso rimette i peccati subito purché si abbia il proposito di confessarli appena possibile: “ Per istituzione di Nostro Signore Gesù Cristo, come risulta esplicitamente dal citato passo del Vangelo secondo Giovanni, la confessione sacramentale è necessaria per ottenere il perdono dei peccati mortali commessi dopo il Battesimo. Tuttavia, se un peccatore, toccato dalla grazia dello Spirito Santo, concepisce il dolore dei suoi peccati per motivo di carità soprannaturale, in quanto cioè essi sono offesa di Dio, Sommo Bene, ottiene subito il perdono dei peccati, anche mortali, purché abbia il proposito di accusarli sacramentalmente quando, in tempo ragionevole, lo potrà.”( S. Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al corso della Penitenzieria, del 13.3.199 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1999/march/documents/hf_jp-ii_spe_19990313_for-interne.html )

Il Catechismo Maggiore di s. Pio X ai nn. 707ss ci offre un’ampia trattazione del dolore per i peccati commessi.

707. Che cosa è il dolore dei peccati?

Il dolore dei peccati consiste in un dispiacere ed in una sincera detestazione dell’offesa fatta a Dio.

708. Di quante sorta è il dolore?

Il dolore è di due sorta: perfetto, ossia di contrizione; imperfetto, ossia di attrizione.

709. Qual è il dolore perfetto, o di contrizione?

Il dolore perfetto è il dispiacere di avere offeso Dio, perché infinitamente buono e degno per se stesso di essere amato.

710. Perché chiamate voi perfetto il dolore di contrizione?

Chiamo perfetto il dolore di contrizione per due ragioni:

  1. perché riguarda esclusivamente la bontà di Dio, e non il nostro vantaggio o danno;

  2. perché ci fa subito ottenere il perdono dei peccati, restandoci però l’obbligo di confessarci.

711. Dunque il dolore perfetto ci ottiene il perdono dei peccati indipendentemente dalla confessione?

Il dolore perfetto non ci ottiene il perdono dei peccati indipendentemente dalla confessione, perché sempre include la volontà di confessarsi.

712. Perché il dolore perfetto, o contrizione, produce questo effetto di rimetterci in grazia di Dio?

Il dolore perfetto, o contrizione produce questo effetto, perché nasce dalla carità la quale non può trovarsi nell’anima insieme coi peccato mortale.

713. Qual’è il dolore imperfetto o di attrizione?

Il dolore imperfetto o di attrizione è quello per cui ci pentiamo di avere offeso Dio, come sommo Giudice, cioè per timore dei castighi meritati in questa o nell’altra vita o per la stessa bruttezza del peccato.

714. Quali condizioni deve avere il dolore per essere buono?

Il dolore per essere buono, deve avere quattro condizioni: deve essere interno, soprannaturale, sommo e universale.

715. Che cosa vuoi dire che il dolore deve essere interno?

Vuoi dire che deve essere nei cuore e nella volontà e non nelle sole parole.

716. Perché il dolore dev’essere interno?

Il dolore deve essere interno, perché la volontà che si è allontanata da Dio col peccato, deve ritornare a Dio detestando il peccato commesso.

717. Che cosa vuol dire che il dolore deve essere soprannaturale?

Vuol dire che deve essere eccitato in noi dalla grazia del Signore e concepito per motivi di fede.

718. Perché il dolore dev’essere soprannaturale?

Il dolore deve essere soprannaturale, perché è soprannaturale il fine a cui si dirige, cioè il perdono di Dio, l’acquisto della grazia santificante ed il diritto alla gloria eterna.

719. Spiegate meglio la differenza tra il dolore soprannaturale e il naturale?

Chi si pente per avere offeso Dio infinitamente buono e degno per se stesso di essere amato, per aver perduto il paradiso e meritato l’inferno, ovvero per la malizia intrinseca del peccato, ha un dolore soprannaturale perché questi sono motivi di fede: chi invece si pentisse solo pel disonore, o castigo che gli viene dagli uomini, o per qualche danno puramente temporale, avrebbe un dolore naturale, perché si pentirebbe solo per motivi umani.

720. Perché il dolore deve essere sommo?

Il dolore deve essere sommo, perché dobbiamo riguardare e odiare il peccato come sommo di tutti i mali, essendo offesa di Dio sommo Bene.

721. Pel dolore dei peccati é forse necessario piangere, come alle volte si piange per le disgrazie di questa vita?

Non è necessario che materialmente si pianga pel dolore dei peccati; ma basta che nel cuore si faccia più gran caso di avere offeso Dio, che di qualunque altra disgrazia.

722. Che vuol dire che il dolore deve essere universale?

Vuol dire che deve estendersi a tutti i peccati mortali commessi.

723. Perché il dolore deve estendersi a tutti i peccati mortali commessi?

Perché chi non si pente anche di un solo peccato mortale, rimane nemico di Dio.

724. Che cosa dobbiamo fare per avere il dolore dei nostri peccati?

Per avere il dolore dei nostri peccati dobbiamo dimandarlo di cuore a Dio, ed eccitarlo in noi con la considerazione del gran male che abbiamo fatto peccando.

725. Come farete per eccitarvi a detestare i peccati?

Per eccitarmi a detestare i peccati:

  1. considererò il rigore della infinita giustizia di Dio e la deformità del peccato che ha deturpato l’anima mia e mi ha reso meritevole delle pene eterne dell’inferno;

  2. considererò che ho perduta la grazia, l’amicizia, la figliuolanza di Dio e l’eredità del paradiso;

  3. che ho offeso il mio dentore che è morto per me, e che i miei peccati sono stati la cagione della sua morte;

  4. che ho disprezzato il mio Creatore, il mio Dio; che ho voltato le spalle a lui, mio sommo bene degno di essere amato sopra ogni cosa e servito fedelmente.

726. Dobbiamo noi essere grandemente solleciti, quando andiamo a confessarci, d’avere un vero dolore de» nostri peccati?

Quando noi andiamo a confessarci, dobbiamo essere certamente molto solleciti di avere un vero dolore de» nostri peccati, perché questa è la cosa più importante di tutte: e se manca il dolore, la confessione non vale.

727. Chi si confessa di soli peccati veniali deve avere il dolore di tutti?

Chi si confessa di soli peccati veniali, per confessarsi validamente basta che sia pentito di alcuno di essi; ma per ottenere il perdono di tutti è necessario che si penta di tutti quelli che riconosce di aver commesso.

728. Chi si confessa di soli peccati veniali, e non è pentito neppure di un solo, fa una buona confessione?

Chi si confessa di soli peccati veniali e non è pentito neppure dì un solo, fa una confessione di nessun valore; la quale è inoltre sacrilega, se la mancanza del dolore è avvertita.

729. Che cosa convien fare per rendere più sicura la confessione di soli peccati veniali?

Per rendere più sicura la confessione di soli peccati veniali, è cosa prudente accusare, con vero dolore, anche qualche peccato più grave della vita passata, benché già confessato altre volte.

730. E cosa buona fare spesso l’atto di contrizione?

È cosa buona ed utilissima il fare spesso l’atto di contrizione, massime prima di andare a dormire, e quando uno si accorge o dubita di essere caduto in peccato mortale, per rimettersi più presto in grazia di Dio; e giova sopratutto per ottenere più facilmente da Dio la grazia di fare simile atto nel maggior bisogno, cioè nel pericolo di morte”. ( http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm )

 

 

 

d) Il terzo elemento essenziale della contrizione: il proposito di non peccare più in avvenire .

 

Nell’Atto di dolore diciamo: “Mio Dio,

mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami.”

Il Concilio di Trento ha affermato: “Contritio, quae primum locum inter dictos paenitentis actus habet, animi dolor ac detestatio est de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero.

1705 Can. 5. Si quis dixerit, eam contritionem, quae paratur per discussionem, collectionem et detestationem peccatorum, qua quis recogitat annos suos in amaritudine animae suae (Is 38, 15), ponderando peccatorum suorum gravitatem, multitudinem, foeditatem, amissionem aeternae beatitudinis, et aeternae damnationis incursum, cum proposito melioris vitae, non esse verum et utilem dolorem, nec praeparare ad gratiam, sed facere hominem hypocritam et magis peceatorem; demum illam esse dolorem coactum et non liberum ac voluntarium: an. s. (cf. DS 1676 1456).

”(DS 1676.1704s) Traduco: La contrizione, che occupa il primo posto tra i suddetti atti del penitente , è il dolore dell’animo e la detestazione del peccato compiuto, col proposito di non peccare piú in avvenire. Can. 5 Se qualcuno dirà che quella contrizione, che si ottiene con l’esame, la raccolta, e la detestazione dei peccati — per cui uno, ricordando la propria vita nell’amarezza della sua anima

(Is. 38,15), riflettendo alla gravità, alla moltitudine, alla bruttezza dei suoi peccati, alla perdita della

beatitudine eterna e all’essere incorso nella eterna dannazione, col proposito di una vita migliore -

non è un dolore vero ed utile, che non prepara alla grazia, ma che rende l’uomo ipocrita e ancor piú

peccatore e che, finalmente, essa è un dolore imposto, non libero e volontario, sia anatema.

Il Concilio di Firenze, circa un secolo prima di quello di Trento, aveva affermato:

Quartum sacramentum est paenitentia, cuius quasi materia sunt actus paenitentis, qui in tres distinguuntur partes. Quarum prima est cordis contritio; ad quam pertinet, ud doleat de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. Secunda est oris confessio; ad quam pertinet, ut peccator omnia peccata, quorum memoriam habet, suo sacerdoti confiteatur integraliter. Tertia est satisfactio pro peccatis secundum arbitrium sacerdotis; quae quidem praecipue fit per orationem, ieiunium et eleemosynam. Forma huius sacramenti sunt verba absolutionis, quae sacerdos profert, cum dicit: Ego te absolvo; minister huius sacramenti est sacerdos habens auctoritatem absolvendi vel ordinariam vel ex commissione superioris. Effectus huius sacramenti est absolutio a peccatis. (DS 1323) Traduco la parte più importante: quarto Sacramento è la Penitenza, quasi materia del quale sono gli atti del penitente che si distinguono in tre parti, delle quali la prima è la contrizione del cuore alla quale attiene che (il penitente) si dolga del peccato compiuto con il proposito di non peccare più.

Il Catechismo del Concilio di Trento afferma al n. 247s “Come il corpo umano è formato di molte membra, mani, piedi, occhi e simili, di cui nessuna potrebbe mancare senza imperfezione dell’insieme, che diciamo perfetto solo quando le possiede tutte, cosi la Penitenza risulta delle tre suddette parti in modo tale che, sebbene la contrizione e la confessione che giustificano il peccatore, siano le sole richieste assolutamente per costituirla, nella sua assenza essa rimane tuttavia imperfetta e difettosa, quando non include la soddisfazione. Queste tre parti sono dunque inseparabili e così ben collegate tra loro, che la contrizione racchiude il proposito e la volontà di confessarsi e di soddisfare; la contrizione e la soddisfazione implicano la confessione; e la soddisfazione è la conseguenza delle altre due.…

  Ecco come definiscono la contrizione i Padri del concilio di Trento: La contrizione è un dolore dell’animo e una detestazione del peccato commesso con il proposito di non più peccare per l’avvenire (Sess. 14, e. 4). Parlando più oltre della contrizione, aggiungono: Questo atto prepara alla remissione dei peccati, purché sia accompagnato dalla fiducia nella misericordia di Dio e dalla volontà di fare quanto è necessario per ben ricevere il sacramento della Penitenza. Questa definizione fa ben comprendere ai fedeli che l’essenza della contrizione non consiste solo nel trattenersi dal peccare, nel risolvere di mutar vita, o nell’iniziare di fatto una vita nuova, ma anche e sopratutto nel detestare ed espiare le colpe della vita passata.”

Al n. 250 del Catechismo Tridentino (cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm ) troviamo scritto :
“Da quanto abbiamo detto è facile dedurre le condizioni necessarie per una vera contrizione, condizioni che devono essere spiegate ai fedeli con la maggiore diligenza, affinché tutti sappiano con quali mezzi possano acquistarla, e abbiano una norma sicura per discernere fino a qual punto siano lontani dalla perfezione di essa. La prima condizione è l’odio e la detestazione di tutti i peccati commessi. Se ne detestassimo soltanto alcuni, la contrizione non sarebbe salutare, ma falsa e simulata, poiché scrive san Giacomo: Chi osserva tutta la legge e in una sola cosa manca, trasgredisce tutta la legge (Gc 2,10). La seconda è che la contrizione comprenda il proposito di confessarci e di fare la penitenza: cose di cui parleremo a suo luogo. La terza è che il penitente faccia il proposito fermo e sincero di riformare la sua vita, come insegna chiaramente il Profeta: Se l’empio farà penitenza di tutti i peccati che ha commessi, custodirà tutti i miei precetti e osserverà il giudizio e la giustizia, vivrà; né mi ricorderò più dei peccati che avrà commesso. E più oltre: Quando l’empio si allontanerà dalla empietà che ha commesso e osserverà il giudizio e la giustizia, darà la vita all’anima sua. E più oltre ancora: Convertitevi e fate penitenza di tutte le vostre iniquità; cosi queste non vi torneranno a rovina. Gettate lungi da voi tutte le prevaricazioni in cui siete caduti, e fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo (Ez 18,21 Ez 18,31). La medesima cosa ha ordinato il Signore stesso nel dire all’adultera: Va» e non peccare più (Jn 8,11); e al paralitico risanato nella piscina: Ecco, sei risanato: non peccare più (Jn 5,14). Del resto la natura e la ragione mostrano chiaramente che vi sono due cose assolutamente necessarie, per rendere la contrizione vera e sincera: il pentimento dei peccati commessi, e il proposito di non commetterli più per l’avvenire. Chiunque si vuole riconciliare con un amico che ha offeso, deve insieme deplorare l’ingiuria fatta, e guardarsi bene, per l’avvenire, dall’offendere di nuovo l’amicizia. Queste due cose devono necessariamente essere accompagnate dall’obbedienza, poiché è giusto che l’uomo obbedisca alla legge naturale, divina e umana alle quali è soggetto. Pertanto, se un penitente ha rubato con violenza o con frode qualche cosa al suo prossimo, è obbligato alla restituzione; se ha offeso la sua dignità e la sua vita con le parole o con i fatti, deve soddisfarlo con la prestazione di qualche servizio o di qualche beneficio. E noto a tutti, in proposito, il detto di sant’Agostino: Non è rimesso il peccato, se non si restituisce il maltolto (Epist. CL3,6,20).
Né si consideri come poco importante tra le altre condizioni volute dalla contrizione, il perdonare interamente le offese ricevute, come espressamente ci ammonisce il Signore e Salvatore nostro: Se perdonerete agli uomini le loro mancanze, il vostro Padre celeste vi perdonerà i vostri peccati; ma se non perdonerete agli uomini, nemmeno il Padre vostro perdonerà a voi le vostre colpe (Mt 6,1415).”

Appare evidente, quindi, la presenza, nella vera conversione, del proposito di non peccare più, infatti il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 1451 : “Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è “il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire .” ( Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: Denz.- Hün 1676.).

S. Giovanni Paolo II affermò a questo riguardo“Infine il terzo momento: il ritorno. Il ritorno si svolgerà come ne parla Cristo nella parabola. Il Padre aspetta e dimentica ogni male commesso dal figlio, e non prende più in considerazione tutto lo sperpero di cui il figlio è colpevole. Per il Padre rimane importante una sola cosa: che il figlio sia stato ritrovato; che non abbia perso fino in fondo la propria umanità; che, nonostante tutto, rechi in sé il risoluto proposito di vivere di nuovo come figlio, proprio in virtù dell’acquisita coscienza dell’indegnità e della colpa.

Padre ho peccato… non sono più degno di esser chiamato tuo figlio (Lc 15,21). 4. La Quaresima è il tempo di un’attesa particolarmente amorosa del nostro Padre nei confronti di ciascuno di noi, che, anche se il più prodigo dei figli, si renda tuttavia consapevole della dilapidazione perpetrata, chiami per nome il suo peccato, e si diriga finalmente con piena sincerità verso Dio. Tale uomo deve giungere alla casa del Padre. Il cammino che vi conduce passa attraverso l’esame di coscienza, il pentimento ed il proposito di miglioramento. Come nella parabola del figliol prodigo, sono queste le tappe in pari tempo logiche e psicologiche della conversione.” (Omelia 16.3.1980, Parrocchia s. Ignazio martire, Roma). Sottolineo che il proposito di cui stiamo parlando è il proposito di vivere come figlio di Dio, è il proposito di migliorare la propria condotta secondo Dio; occorre che tale proposito sia solido, fermo, generoso dell’emenda per l’avvenire e sia accompagnato dalla fiducia di conseguire questa medesima emenda, come precisava s. Giovanni Paolo II “La verità, che viene dal Verbo e deve portarci a Lui, spiega perché la confessione sacramentale debba derivare ed essere accompagnata non da un mero impulso psicologico, quasi che il sacramento sia un surrogato di terapie appunto psicologiche, ma dal dolore fondato su motivi soprannaturali, perché il peccato viola la carità verso Dio Sommo Bene, ha causato le sofferenze del Redentore e procura a noi la perdita dei beni eterni.  In questa prospettiva appare chiaro come la confessione debba essere umile, integra, accompagnata dal proposito solido e generoso dell’emenda per l’avvenire e finalmente dalla fiducia di conseguire questa medesima emenda. ” ( Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica [22 marzo 1996] https://w2.vatican.va/content/john-paul–ii/it/letters/1996/documents/hf_jp-ii_let_19960322_penitenzieria.html ). Tale fiducia che accompagna il proposito di cui parliamo deve essere non eccessiva e non deve mancare :“ Per eccesso di fiducia, se così si può dire, v’è chi non ricava positiva e stabile emenda, pur confessandosi con verità ed esattezza, perché il non superato orgoglio lo porta a confidare troppo in se stesso, o, ben peggio, a confidare in se stesso anziché nella grazia di Dio. Fenomeno inverso, ma ugualmente grave, è quello di chi fa sì il debito spazio alla grazia di Dio, ma presume alla leggera di ottenerla senza la corrispondenza e la collaborazione, che Dio richiede da parte dell’uomo.

Al contrario, per difetto di fiducia v’è chi o addirittura non si accosta al sacramento della Penitenza, o accostandosi non si pone nelle disposizioni necessarie affinché il rito possa concludersi efficacemente con l’assoluzione, perché, edotto dal suo passato circa la propria debolezza, si ritiene certo di future cadute e, identificando erroneamente il giudizio intellettuale, diciamo pure la previsione di altre cadute, con la volontà di cadere e con l’attuale difetto di sincero proposito di non cadere, si perde d’animo e così dichiara al confessore di non essere debitamente disposto. Sarebbe veramente triste se in tale errore, indice anche di poca conoscenza dell’animo umano, cadesse persino qualche confessore.

A queste disposizioni estreme il confessore deve opporre appropriato antidoto: a coloro che presumono inculchi l’umiltà, che è verità, secondo il monito della divina parola “chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere” (1 Cor 10, 12) e “attendete alla vostra salvezza con timore e tremore” (Fil 2, 12). A coloro che sono paralizzati da quella sfiducia, che non è il debito salutare timore, ma una raggelante paura, spieghi che la consapevolezza della propria infermità non vuol dire quiescenza alla medesima, ma anzi può e deve essere spinta a reagire, perché, anche questa è parola di Dio: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12, 9). In merito non sarà fuori luogo ricordare che la fede insegna la possibilità di evitare il peccato con l’aiuto della grazia (cf. Concilio di Trento, Sessione VI, can. 18 Denzinger-Schönmetzer 1568).” ( Discorso del 18.3.1995 , ai Membri della Penitenzieria) http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1995/march/documents/hf_jp–ii_spe_19950318_penitenzieria.html )

Senza la contrizione e quindi senza il proposito di cui parliamo i peccati restano non rimessi :“Senza una vera conversione, che implica una interiore contrizione e senza un sincero e fermo proposito di cambiamento, i peccati rimangono «non rimessi», come dice Gesù e con lui la Tradizione dell’Antica e della Nuova Alleanza.” (s. Giovanni paolo II, Lettera Enciclica Dominum et Vivificantem, n. 42 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_18051986_dominum-et-vivificantem.pdf )

Nella Riconciliatio et Paenitentia, al n. 31, s. Giovanni Paolo II ha preccisato che il proposito e la contrizione devono essere fondati nell’amore di Dio, nella carità: “Ma l’atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l’amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento. Così intesa, la contrizione è, dunque, il principio e l’anima della conversione, di quella «metanoia» evangelica che riporta l’uomo a Dio come il figlio prodigo che ritorna al padre, e che ha nel sacramento della penitenza il suo segno visibile, perfezionativo della stessa attrizione. Perciò, «da questa contrizione del cuore dipende la verità della Penitenza» (Rito della Penitenza (http://www.liturgia.maranatha.it/Penitenza/p1/2page.htm ), 6c). Senza la carità non c’è la salvezza, e dalle parole del Papa dobbiamo ritenere che la carità porta in noi la contrizione che è elemento essenziale della confessione, come visto; la contrizione contiene il proposito di non peccare, proposito fondato sulla grazia divina , che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente, come dice s. Giovanni Paolo II “ È inoltre evidente di per sé che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro. Se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento. Ma come questo deve derivare innanzi tutto dal dolore di avere offeso Dio, così il proposito di non peccare deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente.” ( Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica [22 marzo 1996] https://w2.vatican.va/content/john-paul–ii/it/letters/1996/documents/hf_jp-ii_let_19960322_penitenzieria.html )

In tale proposito in particolare, all’interno della contrizione, e nel suo attuarsi si manifesta quel “raddrizzare i sentieri di cui parla la Bibbia, come spiega s. Giovanni Paolo II: “Vi prego, cari fratelli e sorelle, di accogliere questo invito con tutta la semplicità della vostra fede. L’uomo prepara la via del Signore, e raddrizza i suoi sentieri, quando esamina la propria coscienza, quando scruta le sue opere, le sue parole, i suoi pensieri, quando chiama il bene e il male col loro nome, quando non esita a confessare i suoi peccati nel sacramento della Penitenza, pentendosi di essi e facendo il proposito di non peccare più. Proprio questo significa “raddrizzare i sentieri”. Ciò significa anche accogliere la buona novella della salvezza. Ciascuno di noi può “vedere la salvezza di Dio” nel proprio cuore e nella sua coscienza, quando partecipa al Mistero della remissione dei peccati, come al suo proprio Avvento.” (Omelia del 16.12.1982 http://w2.vatican.va/content/john-paul–ii/it/homilies/1982/documents/hf_jp-ii_hom_19821216_universitari.html )

All’ammirazione per la Redenzione che ci viene offerta da Cristo dobbiamo unire la nostra partecipazione con la contrizione e il proposito di non peccare più: “La conversione tocca il suo vertice nel sacramento della Penitenza o Confessione; è meraviglioso pensare quanto sia grande la bontà di Dio, il quale ha dato la possibilità al cristiano, caduto per fragilità umana nel peccato, di ritornare nella sua amicizia vivificante e nella comunione della Chiesa. Credo che sia importante per una degna celebrazione del vostro Giubileo fermare l’attenzione, anzi l’ammirazione, sul fatto che Cristo redentore ci ha ottenuto con la sua passione, morte e risurrezione l’inestimabile favore della remissione dei peccati: vero atto d’infinita misericordia, vero intervento della divina potenza (cf. Mc 2, 7) per la risurrezione delle anime a vita nuova. Ma è altrettanto importante ricordare che tale intervento salvifico esige sincera partecipazione ed intima collaborazione da parte dell’uomo. Per compiere una fruttuosa confessione occorrono infatti una predisposizione interiore, una riprovazione del peccato commesso, col proposito di non peccare più: occorre, in una parola, una vera contrizione, cioè il dispiacere per l’offesa rivolta a Dio e per la maliziosa deformità del peccato.” (Discorso del 3.3.1984, a gruppi di pellegrini diocesani http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1984/march/documents/hf_jp-ii_spe_19840303_pellegrini-diocesani.html )

Il proposito di correggersi è essenziale, nella Confessione e la Chiesa difendendo la sana dottrina che esige tale proposito per la confessione, difende il diritto dei fedeli a un vero incontro con Cristo: “L’appello alla conversione nell’Eucaristia unisce l’Eucaristia all’altro grande Sacramento dell’amore di Dio, il Sacramento della Penitenza. Ogni volta che riceviamo il Sacramento della Penitenza o Riconciliazione, riceviamo il perdono di Cristo, e noi sappiamo che questo perdono ci viene attraverso i meriti della sua morte: quella morte che celebriamo nell’Eucaristia. Nel Sacramento della Riconciliazione, siamo tutti invitati a incontrare Cristo personalmente in questo modo, e a farlo frequentemente. Questo incontro con Gesù è talmente importante che nella mia prima lettera enciclica ho scritto queste parole: “La Chiesa, quindi, osservando fedelmente la plurisecolare prassi del Sacramento della Penitenza la pratica della confessione individuale, unita all’atto personale di dolore e al proposito di correggersi e di soddisfare difende il diritto particolare dell’anima umana. È il diritto ad un più personale incontro dell’uomo con Cristo crocifisso che perdona, con Cristo che dice, per mezzo del ministro del Sacramento della Riconciliazione: “Ti sono rimessi i tuoi peccati” (Mc 2,5); “Va’, e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11)”. Per l’amore e la misericordia di Cristo, non c’è peccato tanto grande che non possa essere perdonato; non c’è peccatore che sarà respinto. Chiunque si pente sarà ricevuto da Gesù Cristo con perdono e immenso amore.” (Omelia, 29.9.1979 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1979/documents/hf_jp-ii_hom_19790929_irlanda-dublino.html )

Chiaro risulta che s. Giovanni Paolo II si riferiva alla contrizione e al proposito di cui stiamo parlando quando, al n. 84 della “Familiaris Consortio, affermò che per la riconciliazione dei divorziati risposati occorre il pentimento e quindi l’impegno di vivere in piena continenza cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi: “La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio. La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).” L’impegno di cui parla qui s. Giovanni Paolo II è in realtà il proposito di cui stiamo trattando in queste pagine; il s. Pontefice polacco parla di tale impegno-proposito sia nel testo che abbiamo appena presentato sia in quello seguente: “Quantunque non si debba negare che tali persone possano ricevere, se ne ricorrano le condizioni, il sacramento della penitenza e quindi la comunione eucaristica, quando sinceramente abbracciano una forma di vita, che non contrasti con la indissolubilità del matrimonio — cioè quando l’uomo e la donna, che non possono soddisfare l’obbligo della separazione assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi, e quando non c’è motivo di scandalo — tuttavia la privazione della riconciliazione sacramentale con Dio non li distolga dalla perseveranza nella preghiera, dall’esercizio della penitenza e della carità perché possano conseguire la grazia della conversione e della salvezza.” ( Omelia del 25.10.1980, a conclusione del Sinodo sulla famiglia http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1980/documents/hf_jp-ii_hom_19801025_conclusione-sinodo.html )

Il proposito di confessarsi appena possibile, unito alla contrizione perfetta, è necessario per ottenere per ottenere subito il perdono dei peccati ed è altresì necessario per ricevere fruttuosamente l’assoluzione collettiva: :“Per istituzione di Nostro Signore Gesù Cristo, come risulta esplicitamente dal citato passo del Vangelo secondo Giovanni, la confessione sacramentale è necessaria per ottenere il perdono dei peccati mortali commessi dopo il Battesimo. Tuttavia, se un peccatore, toccato dalla grazia dello Spirito Santo, concepisce il dolore dei suoi peccati per motivo di carità soprannaturale, in quanto cioè essi sono offesa di Dio, Sommo Bene, ottiene subito il perdono dei peccati, anche mortali, purché abbia il proposito di accusarli sacramentalmente quando, in tempo ragionevole, lo potrà. Identico proponimento deve concepire il penitente che, responsabile di peccati gravi, riceve l’assoluzione collettiva, senza la previa accusa individuale dei propri peccati al confessore: tale proposito è talmente necessario che, in difetto di esso, l’assoluzione sarebbe invalida, come è detto nel can. 962 § 1 del Codice di Diritto Canonico e nel can. 721 § 1 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali.” ( Discorso ai partecipanti al corso della Penitenzieria, del 13.3.1999 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1999/march/documents/hf_jp-ii_spe_19990313_for-interne.html ) Che il proposito di confessare a tempo debito i singoli peccati gravi sia necessario per ricevere validamente l’assoluzione sacramentale impartita simultaneamente a più persone è ribadito in quest» altrotesto del s. Papa polacco: «Affinché un fedele usufruisca validamente dell’assoluzione sacramentale impartita simultaneamente a più persone, si richiede che non solo sia ben disposto, ma insieme faccia il proposito di confessare a tempo debito i singoli peccati gravi, che al momento non può confessare».(Can. 962, § 1.) b) Per quanto è possibile, anche nel caso di imminente pericolo di morte, venga premessa ai fedeli «l’esortazione che ciascuno provveda a porre l’atto di contrizione».(can. 962)” (Lettera Apostolica “Misericordia Dei” 7.4.2002 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_20020502_misericordia-dei.html#fnref23 )

Benedetto XVI affermò “Cari giovani della Diocesi di Roma, con il Battesimo voi siete già nati a vita nuova in virtù della grazia di Dio. Poiché però questa vita nuova non ha soppresso la debolezza della natura umana, né l’inclinazione al peccato, ci è data l’opportunità di accostarci al Sacramento della confessione. Ogni volta che lo fate con fede e devozione, l’amore e la misericordia di Dio muovono il vostro cuore, dopo un attento esame di coscienza, verso il ministro di Cristo. A lui, e così a Cristo stesso,  esprimete il dolore per i peccati commessi, con il fermo proposito di non peccare più in avvenire e con la disponibilità ad accogliere con gioia gli atti di penitenza che egli vi indica per riparare il danno causato dal peccato. Sperimentate così il “perdono dei peccati; la riconciliazione con la Chiesa; il ricupero, se perduto, dello stato di grazia; la remissione della pena eterna meritata a causa dei peccati mortali e, almeno in parte, delle pene temporali che sono conseguenza del peccato; la pace e la serenità della coscienza, e la consolazione dello spirito; l’accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano di ogni giorno” (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, 310). Con il lavacro penitenziale di questo Sacramento, siamo riammessi nella piena comunione con Dio e con la Chiesa, compagnia affidabile perché “sacramento universale di salvezza” (Lumen gentium, 48).” ( Omelia del 29.3.2007 http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20070329_penance-youth.html )

Nel Rito della Penitenza (http://www.liturgia.maranatha.it/Penitenza/p1/2page.htm ) ai nn. 56 leggiamo :“6. Il discepolo di Cristo che, mosso dallo Spirito Santo, dopo il peccato si accosta al sacramento della Penitenza, deve anzitutto convertirsi di tutto cuore a Dio. Questa intima conversione del cuore, che comprende la contrizione del peccato e il proposito di una vita nuova, il peccatore la esprime mediante la confessione fatta alla Chiesa, la debita soddisfazione, e l’emendamento di vita. E Dio accorda la remissione dei peccati per mezzo della Chiesa, che agisce attraverso il ministero dei sacerdoti.

a) Contrizione
Tra gli atti del penitente, occupa il primo posto la contrizione, che è «il dolore e la detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più peccare». E infatti «al regno di Cristo noi possiamo giungere soltanto con la “metànoia», cioè con quel cambiamento intimo e radicale, per effetto del quale l’uomo comincia a pensare, a giudicare e a riordinare la sua vita, mosso dalla santità e dalla bontà di Dio, come si è manifestata ed è stata a noi data in pienezza nel Figlio suo (cfr. Eb 1, 2; Col 1, 19 e passim; Ef 1, 23 e passim) ». Dipende da questa contrizione del cuore la verità della penitenza. La conversione infatti deve coinvolgere l’uomo nel suo intimo, così da rischiarare sempre più il suo spirito e renderlo ogni giorno più conforme al Cristo.”

Al proposito di non peccare si lega il proposito di evitare l’occasione prossima di peccato, come diciamo chiaramente nell’atto di dolore, infatti è un grave precetto naturale evitare l’occasione prossima volontaria di peccato mortale si vedano in particolare su questo punto i testi di Papa Alessandro VII ( Denz.- Hün 2061) e di Papa Innocenzo XI ( Denz.- Hün 2161, 2162, 2163).

Nell» Atto di dolore riaffermiamo proprio la necessaria fuga dalle occasioni prossime di peccato allorché diciamo: “ … propongo … di fuggire le occasioni prossime di peccato.”

Il Catechismo di s. Pio X ci offre importanti precisazioni e approfondimenti riguardo a ciò che abbiamo detto finora:

5. — Del proponimento.

731. In che consiste il proponimento?

Il proponimento consiste in una volontà risoluta di non commettere mai più il peccato e di usare tutti i mezzi necessari per fuggirlo.

732. Quali condizioni deve avere il proponimento per essere buono?

Il proponimento, affinché sia buono, deve avere principalmente tre condizioni: deve essere assoluto, universale ed efficace.

733. Che cosa vuoi dire: proponimento assoluto?

Vuol dire che il proponimento deve essere senza alcuna condizione di tempo, di luogo, o di persona.

734. Che cosa vuol dire: il proponimento deve essere universale?

Il proponimento deve essere universale, vuoi dire che dobbiamo voler fuggire tutti i peccati mortali, tanto quelli già altre volte commessi, quanto altri che potremmo commettere.

735. Che cosa vuoi dire: il proponimento deve essere efficace?

Il proponimento deve essere efficace, vuol dire che bisogna avere una volontà risoluta di perdere prima ogni cosa che commettere un nuovo peccato, di fuggire le occasioni pericolose di peccare, di distruggere gli abiti cattivi, e di adempiere gli obblighi contratti in conseguenza dei nostri peccati.

736. Che s’intende per abito cattivo?

Per abito cattivo s’intende la disposizione acquistata a cadere con facilità in quei peccati ai quali ci siamo assuefatti.

737. Che cosa si deve fare per correggere gli abiti cattivi?

Per correggere gli abiti cattivi dobbiamo stare vigilanti sopra di noi, fare molta orazione, frequentare la confessione, avere un buon direttore stabile, e mettere in pratica i consigli e i rimedi che egli ci propone.

738. Che cosa s’intende per occasioni pericolose di peccare?

Per occasioni pericolose di peccare s’intendono tutte quelle circostanze di tempo, di luogo, di persone, o di cose che per propria natura, o per la nostra fragilità ci inducono a commettere il peccato.

739. Siamo noi gravemente obbligati a schivare tutte le occasioni pericolose?

Noi siamo gravemente obbligati a schivare quelle occasioni pericolose che d’ordinario ci inducono a commettere peccato mortale, le quali si chiamano le occasioni prossime del peccato.

740. Che cosa deve fare chi non può fuggire qualche occasione di peccato?

Chi non può fuggire qualche occasione di peccato, lo dica al confessore e stia ai consigli di lui.

741. Quali considerazioni servono per fare il proponimento?

Per fare il proponimento servono le stesse considerazioni, che valgono ad eccitare il dolore; cioè la considerazione dei motivi che abbiamo di temere la giustizia di Do e di amare la sua infinità bontà.”

( http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm )

Il card. Muller ha detto in una recente intervista pubblicata dal Timone ( mensile “Il Timone”, febbraio 2017): “ … Per la dottrina cattolica è impossibile la coesistenza tra il peccato mortale e la grazia giustificante .… Il sacramento della penitenza può accompagnarci verso la comunione sacramentale con Gesù Cristo, ma sono parte essenziale del sacramento della penitenza alcuni atti umani, guidati dallo Spirito, che devono essere rispettati: la contrizione del cuore, il proposito di non peccare più, l’accusa dei peccati e la soddisfazione. Quando manca uno di questi elementi, o il penitente non li accetta, il sacramento non si realizza.” http://apologetica-cattolica.net/magistero/mull-esclus.html

Ancora dalla sua intervista rilasciata al Timone mi pare importante sottolineare la risposta che il card. Muller ha dato circa l’attuale validità della norma della Familiaris Consortio che afferma come necessario il proposito della continenza per le coppie di divorziati risposati che non possono separarsi ma vogliono accostarsi ai Sacramenti:
“Certo, non è superabile perché non è solo una legge positiva di Giovanni Paolo II, ma lui ha espresso ciò che è costitutivamente elemento della teologia morale cristiana e della teologia dei sacramenti. La confusione su questo punto riguarda anche la mancata accettazione dell’enciclica Veritatis Splendor con la chiara dottrina dell’intrinsece malum. Diciamo in generale che nessuna autorità umana può accettare ciò che è contro l’evidente volontà di Dio, dei suoi comandamenti e della costituzione del sacramento del matrimonio.”
http://apologetica–cattolica.net/magistero/mull-esclus.html

Lo stesso cardinale Muller ha rilasciato una intervista apparsa sul giornale “Il Foglio” il 21.7.2017 nella quale, alla pagina 4, afferma tra l’altro che “ … chi vuole ricevere la Comunione e si trova in stato di peccato mortale deve prima ricevere il sacramento della Riconciliazione che consiste nella contrizione del cuore, nel proposito di non peccare più, nella confessione dei peccati e nella convinzione di agire secondo la volontà di Dio. E nessuno può modificare questo ordine sacramentale che è stato fissato da Gesù Cristo.”

S. Alfonso M. de» Liguori spiega nelle sue opere che “ Tre sono le condizioni del vero proposito per la Confessione: dee esser fermo, universale, ed efficace. …. ”( S. Alfonso Maria de Liguori, Istruzione e pratica pei confessori, Capo XVI, Punto II. Della contrizione, e del proposito. http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PXS.HTM )

 

5) Se manca la contrizione, nel penitente, l» assoluzione sacramentale è invalida cioè nulla e i peccati non vengono rimessi!

Occorre notare l’importanza fondamentale di quello che stiamo dicendo perché se manca la contrizione, che è parte della Confessione, la Confessione è invalida. Nella enciclica Dominum et Vivificantem di s. Giovanni Paolo II troviamo scritto al n. 42 :“Senza una vera conversione, che implica una interiore contrizione e senza un sincero e fermo proposito di cambiamento, i peccati rimangono «non rimessi», come dice Gesù e con lui la Tradizione dell’Antica e della Nuova Alleanza.” ( https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_18051986_dominum-et-vivificantem.pdf )

Nella stessa Enciclica, Dominum et Vivificantem, al n. 46 il santo Pontefice polacco fa altre , fortissime, affermazioni su questo tema: “«Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo gli sarà perdonato, ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo non sarà perdonato».

Perché la bestemmia contro lo Spirito Santo è imperdonabile? Come intendere questa bestemmia? Risponde san Tommaso d’Aquino che si tratta di un peccato: «irremissibile secondo la sua natura, in quanto esclude quegli elementi, grazie ai quali avviene la remissione dei peccati». Secondo una tale esegesi la «bestemmia» non consiste propriamente nell’offendere con le parole lo Spirito Santo; consiste, invece, nel rifiuto di accettare la salvezza che Dio offre all’uomo mediante lo Spirito Santo, operante in virtù del sacrificio della Croce. Se l’uomo rifiuta quel «convincere quanto al peccato», che proviene dallo Spirito Santo ed ha carattere salvifico, egli insieme rifiuta la «venuta» del consolatore — quella «venuta» che si è attuata nel mistero pasquale, in unità con la potenza redentrice del sangue di Cristo: il sangue che «purifica la coscienza dalle opere morte». Sappiamo che frutto di una tale purificazione è la remissione dei peccati. Pertanto, chi rifiuta lo Spirito e il sangue rimane nelle «opere morte», nel peccato. E la bestemmia contro lo Spirito Santo consiste proprio nel rifiuto radicale di accettare questa remissione, di cui egli è l’intimo dispensatore e che presuppone la reale conversione, da lui operata nella coscienza. Se Gesù dice che la bestemmia contro lo Spirito Santo non può essere rimessa né in questa vita né in quella futura, è perché questa «non-remissione» è legata, come a sua causa, alla «non penitenza», cioè al radicale rifiuto di convertirsi. Il che significa il rifiuto di raggiungere le fonti della redenzione, le quali, tuttavia, rimangono «sempre» aperte nell’economia della salvezza, in cui si compie la missione dello Spirito Santo.” In un illuminante testo del s. Papa polacco possiamo leggere :“Per istituzione di Nostro Signore Gesù Cristo, come risulta esplicitamente dal citato passo del Vangelo secondo Giovanni, la confessione sacramentale è necessaria per ottenere il perdono dei peccati mortali commessi dopo il Battesimo. Tuttavia, se un peccatore, toccato dalla grazia dello Spirito Santo, concepisce il dolore dei suoi peccati per motivo di carità soprannaturale, in quanto cioè essi sono offesa di Dio, Sommo Bene, ottiene subito il perdono dei peccati, anche mortali, purché abbia il proposito di accusarli sacramentalmente quando, in tempo ragionevole, lo potrà. Identico proponimento deve concepire il penitente che, responsabile di peccati gravi, riceve l’assoluzione collettiva, senza la previa accusa individuale dei propri peccati al confessore: tale proposito è talmente necessario che, in difetto di esso, l’assoluzione sarebbe invalida, come è detto nel can. 962 § 1 del Codice di Diritto Canonico e nel can. 721 § 1 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali.” ( Discorso ai partecipanti al corso della Penitenzieria, del 13.3.199 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1999/march/documents/hf_jp-ii_spe_19990313_for-interne.html )

Il Catechismo Maggiore di s. Pio X afferma al n. 689 “ Delle parli del sacramento della Penitenza qual’è la più necessaria?

Delle parti del sacramento della Penitenza la più necessaria è la contrizione, perché senza di essa non si può mai ottenere il perdono dei peccati, e con essa sola, quando sia perfetta, si può ottenere il perdono, purché sia congiunta col desiderio, almeno implicito, di confessarsi.” ( http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm )

In un recente documento della Congregazione per il Culto divino intitolato “Per riscoprire il «Rito della Penitenza»” apparso su Notitiae nel 2015 e che potete trovare a questo indirizzo ( http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_notitiae-2015-quaderno-penitenza_it.html ) possiamo leggere quanto segue: “In assenza della conversione/metanoia, vengono meno per il penitente i frutti del sacramento, poiché: «dipende da questa contrizione del cuore la verità della penitenza» (RP 6).” … senza la conversione e quindi senza la contrizione i frutti del Sacramento vengono meno! … e il penitente rimane nel suo peccato!! La conversione e quindi la conversione del penitente, come spiega il documento appena citato della Congregazione per il Culto Divino e i Sacramenti, è elemento di tale straordinaria importanza che non solo è il principale tra gli atti del penitente ma è elemento unificante tutti gli atti del penitente stesso costitutivi del Sacramento : “La conversione del cuore non è solo l’elemento principale, è anche quello che unifica tra loro tutti gli atti del penitente costitutivi del sacramento, dato che ogni singolo elemento è definito in ordine alla conversione del cuore: «Questa intima conversione del cuore, che comprende la contrizione del peccato e il proposito di una vita nuova, il peccatore la esprime mediante la confessione fatta alla Chiesa, la debita soddisfazione, e l’emendamento della vita» (RP 6)”

Il card. Muller ha detto in una recente intervista pubblicata dal Timone ( mensile “Il Timone”, febbraio 2017): “ … Per la dottrina cattolica è impossibile la coesistenza tra il peccato mortale e la grazia giustificante .… Il sacramento della penitenza può accompagnarci verso la comunione sacramentale con Gesù Cristo, ma sono parte essenziale del sacramento della penitenza alcuni atti umani, guidati dallo Spirito, che devono essere rispettati: la contrizione del cuore, il proposito di non peccare più, l’accusa dei peccati e la soddisfazione. Quando manca uno di questi elementi, o il penitente non li accetta, il sacramento non si realizza.” http://apologetica–cattolica.net/magistero/mull-esclus.html

Ancora dalla sua intervista rilasciata al Timone mi pare importante sottolineare la risposta che il card. Muller ha dato circa l’attuale validità della norma della Familiaris Consortio che afferma come necessario il proposito della continenza per le coppie di divorziati risposati che non possono separarsi ma vogliono accostarsi ai Sacramenti:
“Certo, non è superabile perché non è solo una legge positiva di Giovanni Paolo II, ma lui ha espresso ciò che è costitutivamente elemento della teologia morale cristiana e della teologia dei sacramenti. La confusione su questo punto riguarda anche la mancata accettazione dell’enciclica Veritatis Splendor con la chiara dottrina dell’intrinsece malum. Diciamo in generale che nessuna autorità umana può accettare ciò che è contro l’evidente volontà di Dio, dei suoi comandamenti e della costituzione del sacramento del matrimonio.”
http://apologetica-cattolica.net/magistero/mull-esclus.html

Nella Riconciliatio et Paenitentia, al n. 31, s. Giovanni Paolo II ha detto a questo riguardo: “Ma l’atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l’amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento. Così intesa, la contrizione è, dunque, il principio e l’anima della conversione, di quella «metanoia» evangelica che riporta l’uomo a Dio come il figlio prodigo che ritorna al padre, e che ha nel sacramento della penitenza il suo segno visibile, perfezionativo della stessa attrizione. Perciò, «da questa contrizione del cuore dipende la verità della Penitenza» (Rito della Penitenza (http://www.liturgia.maranatha.it/Penitenza/p1/2page.htm ), 6c).” Senza la contrizione per i peccati commessi la Confessione è invalida … e la penitenza non è vera … la persona non contrita infatti non è pentita dei suoi peccati, come dice s. Giovanni Paolo II “ È inoltre evidente di per sé che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro. Se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento. Ma come questo deve derivare innanzi tutto dal dolore di avere offeso Dio, così il proposito di non peccare deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente.” ( Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica [22 marzo 1996] https://w2.vatican.va/content/john-paul–ii/it/letters/1996/documents/hf_jp-ii_let_19960322_penitenzieria.html )

S. Alfonso afferma a questo riguardo “ Per parte poi del penitente è invalida la Confessione. … Se non ha il dovuto dolore e proposito; specialmente se non vuol restituire come deve le robe, l’onore, o la fama tolta: o se non vuol togliere l’occasione prossima volontaria.” ( Istruzione e pratica del confessore c. XVI p. III n. 43 http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PXT.HTM ) Nel testo di P. Palazzini: “Dictionarium Morale et Canonicum” Roma, 1962, al v. I, p. 878 si ribadisce quanto detto da s. Alfonso M. de» Liguori, e lo stesso si trova in Prummer (“Manuale Theologiae Moralis” v. III, p.277) , in Aertnys Damen (“Theologia Moralis ..” Marietti, 1957, vol. II p. 300) etc. . Essendo infatti la contrizione e quindi il dolore e il proposito, come detto sopra, quasi materia o materia prossima del Sacramento della Riconciliazione e quindi parte di tale Sacramento, mancando tale contrizione la Confessione è nulla. Chi è incapace della contrizione è evidentemente incapace a ricevere questo Sacramento (cfr. Prummer «Manuale Theologiae Moralis», Herder  1961, vol. III, p. 242).

Dunque le assoluzioni sacramentali date in mancanza di contrizione (che comprende, come detto, il proposito di non peccare più gravemente) sono invalide … perciò i peccatori che le ricevono restano in peccato grave!

 

6) La Confessione fatta, consapevolmente, senza contrizione è invalida e sacrilega. Ricevere l’Eucaristia stando, consapevolmente, in peccato grave è sacrilegio.

 

Il Sacramento della Confessione è strettamente legato all’Eucaristia, come fa notare con grande sapienza Giovanni Paolo II:

Né, d’altra parte, potremo mai dimenticare le seguenti parole di San Paolo: «Ciascuno, pertanto, esamini se stesso, e poi mangi di questo pane e beva di questo calice»(Cor 11, 28.).

Questo invito dell’Apostolo indica, almeno indirettamente, lo stretto legame fra l’Eucaristia e la Penitenza. Difatti, se la prima parola dell’insegnamento di Cristo, la prima frase del VangeloBuona Novella, era «Convertitevi e credete al Vangelo» (metanoèite)(Mc 1, 15), il Sacramento della Passione, della Croce e Risurrezione sembra rafforzare e consolidare in modo del tutto speciale questo invito nelle nostre anime. L’Eucaristia e la Penitenza diventano così, in un certo senso, una dimensione duplice e, insieme, intimamente connessa dell’autentica vita secondo lo spirito del Vangelo, vita veramente cristiana. Cristo, che invita al banchetto eucaristico, è sempre lo stesso Cristo che esorta alla penitenza, che ripete il «Convertitevi»(Ibid.). Senza questo costante e sempre rinnovato sforzo per la conversione, la partecipazione all’Eucaristia sarebbe priva della sua piena efficacia redentrice, verrebbe meno o, comunque, sarebbe in essa indebolita quella particolare disponibilità di rendere a Dio il sacrificio spirituale(Cf 1 Pt 2, 5), in cui si esprime in modo essenziale e universale la nostra partecipazione al sacerdozio di Cristo. In Cristo, infatti, il sacerdozio è unito col proprio sacrificio, con la sua donazione al Padre; e tale donazione, appunto perché è illimitata, fa nascere in noi — uomini soggetti a molteplici limitazioni — il bisogno di rivolgerci verso Dio in forma sempre più matura e con una costante conversione, sempre più profonda.…. Benché la comunità fraterna dei fedeli, partecipanti alla celebrazione penitenziale, giovi grandemente all’atto della conversione personale, tuttavia, in definitiva, è necessario che in questo atto si pronunci l’individuo stesso, con tutta la profondità della sua coscienza, con tutto il senso della sua colpevolezza e della sua fiducia in Dio, mettendosi davanti a Lui, come il Salmista, per confessare: «Contro di te ho peccato»(Sal 50 (51), 6.). La Chiesa, quindi, osservando fedelmente la plurisecolare prassi del sacramento della Penitenza — la pratica della confessione individuale, unita all’atto personale di dolore e al proposito di correggersi e di soddisfare — difende il diritto particolare dell’anima umana.” È il diritto ad un più personale incontro dell’uomo con Cristo crocifisso che perdona, con Cristo che dice, per mezzo del ministro del sacramento della Riconciliazione: «Ti sono rimessi i tuoi peccati»(Mc 2, 5); «Va», e d’ora in poi non peccare più»(Gv 8, 11). Come è evidente, questo è nello stesso tempo il diritto di Cristo stesso verso ogni uomo da lui redento. È il diritto ad incontrarsi con ciascuno di noi in quel momento-chiave della vita dell’anima, che è quello della conversione e del perdono. La Chiesa, custodendo il sacramento della Penitenza, afferma espressamente la sua fede nel mistero della Redenzione, come realtà viva e vivificante, che corrisponde alla verità interiore dell’uomo, corrisponde all’umana colpevolezza ed anche ai desideri della coscienza umana. «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati»(Mt 5, 6). Il sacramento della Penitenza è il mezzo per saziare l’uomo con quella giustizia, che proviene dallo stesso Redentore.” ( Lettera Enciclica “Redemptor Hominis” n. 20 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_04031979_redemptor-hominis.html#$4Y )

Cristo, che invita al banchetto eucaristico, è sempre lo stesso Cristo che esorta alla penitenza, alla conversione, l’Eucaristia è il Sacramento che procura la remissione dei peccati gravi, ma attraverso la grazia e il dono della penitenza la quale è orientata e include, almeno nell’intenzione — “in voto” -, la Confessione sacramentale; l’Eucaristia, come sacrificio non si sostituisce e non si pone in parallelo rispetto al sacramento della Penitenza: si stabilisce, piuttosto, come l’origine da cui derivano e il fine a cui si orientano tutti gli altri sacramenti, e in particolare la Riconciliazione, ha affermato s. Giovanni Paolo IILa Settimana Santa, che è per eccellenza, in seno e al vertice della Quaresima, tempo di penitenza, ci sollecita a una riflessione circa il rapporto tra il sacramento della Riconciliazione e il sacramento dell’Eucaristia.

Da una parte, si può e si deve affermare che il sacramento dell’Eucaristia perdona i peccati. La celebrazione della messa si pone come momento chiave della sacra liturgia che è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa, e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù” (Sacrosanctum Concilium, 10). In tale gesto sacramentale il Signore Gesù ripresenta il suo sacrificio di obbedienza e di donazione al Padre a nostro favore e in unione con noi: “per la remissione dei nostri peccati” (cf. Mt 26, 28).”( Udienza del 18.4.1984 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1984/documents/hf_jp-ii_aud_19840418.html ) L’Eucaristia è lo stesso Sacrificio della Croce per la remissione dei peccati, rendiamocene conto! … è la Fonte e il Culmine della vita della Chiesa … Fonte e Culmine di remissione dei peccati, ma, come spiega s. Giovanni Paolo II nella stessa catechesi … “ Il Concilio di Trento in questo senso parla dell’Eucaristia come di “antidoto per mezzo del quale siamo liberati dalle colpe quotidiane e preservati dai peccati mortali” (Conc. Trid., De SS. Eucharistia, cap. 2, Denz.-S. 1638; cf. 1740). Anzi, lo stesso Concilio di Trento parla dell’Eucaristia come del sacramento che procura la remissione dei peccati gravi, ma attraverso la grazia e il dono della penitenza (cf. Eiusdem, De SS. Missae sacrificio, cap. 2, Denz.-S. 1743), la quale è orientata e include, almeno nell’intenzione — “in voto” -, la Confessione sacramentale. L’Eucaristia, come sacrificio non si sostituisce e non si pone in parallelo rispetto al sacramento della Penitenza: si stabilisce, piuttosto, come l’origine da cui derivano e il fine a cui si orientano tutti gli altri sacramenti, e in particolare la Riconciliazione; “rimette i delitti e i peccati anche gravi” (Ivi) innanzitutto perché provoca ed esige la Confessione sacramentale.” ( Udienza del 18.4.1984 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1984/documents/hf_jp-ii_aud_19840418.html ) L’Eucaristia è l’origine da cui deriva la Confessione e il fine cui è orientata la Confessione, l’Eucaristia muove il peccatore alla contrizione e alla Confessione e solo attraverso la Confessione o attraverso la contrzione perfetta che implica il voto di confessarsi quanto prima, si può giungere a ricevere degnamente la Comunione Eucaristica, e infatti s. Giovanni Paolo II precisa che:

Ed ecco l’altro aspetto della dottrina cattolica. L’Eucaristia che, come dicevo nella mia prima enciclica (Ioannis Pauli PP. II, Redemptor Hominis, 20), e “al centro della vita del popolo di Dio”, richiede che sia rispettata “la piena dimensione del mistero divino, il pieno senso di questo segno sacramentale, nel quale Cristo, realmente presente, è ricevuto, l’anima ricolmata di grazia e a noi vien dato il pegno della gloria futura”.

Perciò il Concilio di Trento — tranne in casi particolarissimi in cui, del resto, come s’è detto, la contrizione deve includere il “votum” del sacramento della Penitenza — richiede che colui il quale ha sulla coscienza un peccato grave non si accosti alla Comunione eucaristica prima di aver ricevuto di fatto il sacramento della Riconciliazione (Conc. Trid.,De SS. Eucaristia, cap. 2, Denz.-S. 1647. 1661). 3. Riprendendo le parole di san Paolo: “Ciascuno, pertanto, esamini se stesso, e poi mangi di questo pane e beva di questo calice” (1 Cor 11, 28), così affermavo ancora nella stessa enciclica: “Questo invito dell’apostolo indica, almeno indirettamente, lo stretto legame tra l’Eucaristia e la Penitenza. Difatti, se la prima parola dell’insegnamento di Cristo, la prima frase del Vangelo-buona novella era “convertitevi e credete al Vangelo” (“metanoeite”) (Mc 1, 15), il sacramento della passione, della croce e risurrezione sembra rafforzare e consolidare questo invito nelle nostre anime. L’Eucaristia e la Penitenza diventano così, in un certo senso, una dimensione duplice e, insieme, intimamente connessa dell’autentica vita secondo lo spirito del Vangelo, della vita veramente cristiana. Cristo, che invita al banchetto eucaristico, è sempre lo stesso Cristo che esorta alla Penitenza, che ripete il “convertitevi”. Senza questo costante e sempre rinnovato sforzo per la comprensione, la partecipazione all’Eucaristia sarebbe priva della sua piena efficacia redentrice, verrebbe meno o, comunque, sarebbe in essa indebolita quella particolare disponibilità di rendere a Dio il sacrificio spirituale (cf. 1 Pt 2, 5), in cui si esprime in modo essenziale e universale la nostra partecipazione al sacerdozio di Cristo” (Ioannis Pauli PP. II, Redemptor Hominis, 20).

Spesso si sente rilevare con compiacimento il fatto che i credenti oggi si accostano con maggiore frequenza all’Eucaristia. V’è da augurarsi che un simile fenomeno corrisponda a un’autentica maturazione di fede e di carità. Rimane però l’ammonizione di san Paolo: “Chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11, 29). “Riconoscere il corpo del Signore” significa, per la dottrina della Chiesa, predisporsi a ricevere l’Eucaristia con una purezza d’animo, che, nel caso del peccato grave, esige la previa recezione del sacramento della Penitenza. Solo così la nostra vita cristiana può trovare nel sacrificio della croce la sua pienezza e giungere a sperimentare quella “perfetta gioia”, che Gesù ha promesso a quanti sono in comunione con lui (cf. Gv 15, 11 ecc.).” ( Udienza del 18.4.1984 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1984/documents/hf_jp-ii_aud_19840418.html )

Per ricevere l’Eucaristia occorre lo stato di grazia come chiaramente ha affermato il Magistero Papale in molte occasioni , in particolare nel Concilio di Trento dice:

1646 Si non decet ad sacras ullas functiones quempiam accedere nisi sancte, certe, quo magis sanctitas et divinitas caelestis huius sacramenti viro christiano comperta est, eo diligentius cavere ille debet, ne absque magna reverentia et sanctitate (can. 11) ad id percipiendum accedat, praesertim cum illa plena formidinis verba apud Apostolum legamus: “Qui manducat et bibit indigne, iudicium sibi manducat et bibit, non diiudicans corpus Domini» (1 Cor 11, 29 ). Quare communicare volenti revocandum est in memoriam eius praeceptum: “Probet autem seipsum homo» (1 Cor 11, 28).

 

1647 Ecclesiastica autem consuetudo declarat, eam probationem necessariam esse, ut nullus sibi conscius peccati mortalis, quamtumvis sibi contritus videatur, absque praemissa sacramentali confessione ad sacram Eucharistiam accedere debeat. Quod a Christianis omnibus, etiam ab iis sacerdotibus, quibus ex officio incubuerit celebrare, haec sancta Synodus perpetuo servandum esse decrevit, modo non desit illis copia confessoris. Quod si necessitate urgente sacerdos absque praevia confessione celebraverit, quam primum (cf. DS 2058) confiteatur.

 

1661 Can. 11. Si quis dixerit, solam fidem esse sufficientem praeparationem ad sumendum sanctissimae Eucharistiae sacramentum (cf. DS 1645 ): an. s. Et, ne tantum Sacramentum indigne atque ideo in mortem et condemnationem sumatur, statuit atque declarat ipsa sancta Synodus, illis, quos conscientia peccati mortalis gravat, quantumcumque etiam se contritos existiment, habita copia confessoris necessario praemittendam esse confessionem sacramentalem. Si quis autem contrarium docere, praedicare vel pertinaciter asserere, seu etiam publice disputando defendere praesumpserit, eo ipso excommunicatus exsistat (cf. DS 1647).” (DS 1646s. 1661)

 

Il Papa s. Pio X affermò:

Communio frequens et quotidiana… omnibus Christifidelibus cuiusvis ordinis aut condicionis pateat, ita ut nemo, qui in statu gratiae sit et cum recta piaque mente ad s. mensam accedat, impediri ab ea possit.” (DS 3379)

Il che significa essenzialmente che per accedere alla Comunione occorre lo stato di grazia!

Il Papa s. Giovanni Paolo II affermò :

E tenete presente che vige ancora, e vigerà per sempre nella Chiesa l’insegnamento del Concilio Tridentino circa la necessità della confessione integra dei peccati mortali (Concilio Tridentino,Sess. XIV, cap. 5 e can. 7: Denz.-S. 16791683; 1707); vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma inculcata da san. Paolo e dallo stesso Concilio di Trento, per cui alla degna recezione dell’Eucaristia si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale (Concilio Tridentino, Sess. XIII, cap. 7, e can. 11: Denz.-S. 16471661).”(Discorso ai membri della Sacra Penitenzieria Apostolica e ai Penitenzieri delle Basiliche Patriarcali di Roma (30 gennaio 1981) http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1981/january/documents/hf_jp-ii_spe_19810130_penitenzieri-roma.html )

Lo stesso s. Giovanni Paolo II ribadì: “In questa linea giustamente il Catechismo della Chiesa Cattolica stabilisce: « Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione ».(Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1385; cfr. Codice di Diritto Canonico, can. 916; Codice dei Canoni delle Chiese Orientali , can. 711.  )  Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, « si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale ».(Discorso ai membri della Sacra Penitenzieria Apostolica e ai Penitenzieri delle Basiliche Patriarcali di Roma (30 gennaio 1981): AAS73 (1981), 203. Cfr Conc. Ecum. Tridentino, Sess. XIII, Decretum de ss. Eucharistia, cap. 7 et can. 11DS 1647, 1661. ) (Ecclesia de Eucharistia n. 36 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_20030417_eccl-de-euch.html )

S. Giovanni Paolo II ha ulteriormente affermato : “Come si legge nell’istruzione «Eucharisticum mysterium», la quale, debitamente approvata da Paolo VI, conferma in pieno l’insegnamento del Concilio Tridentino: «L’eucaristia sia proposta ai fedeli anche «come antidoto, che ci libera dalle colpe quotidiane, e ci preserva dai peccati mortali», e sia loro indicato il modo conveniente di servirsi delle parti penitenziali della liturgia della messa. «A colui che vuole comunicarsi venga ricordato… il precetto: L’uomo provi se stesso (1Cor 11,28). E la consuetudine della Chiesa dimostra che quella prova è necessaria, perché nessuno consapevole di essere in peccato mortale, per quanto si creda contrito, si accosti alla santa eucaristia prima della confessione sacramentale. Che, se si trova in caso di necessità e non ha modo di confessarsi, faccia prima un atto di contrizione perfetta». (Esort. Ap. “Reconciliatio et Paenitentia” n. 27)

L» Eucaristia è lo stesso Sacrificio della Croce ma non è ordinata alla diretta remissione dei peccati gravi :“Per accostarsi all’Eucaristia lecitamente e fruttuosamente è necessario che si premetta la confessione sacramentale, quando s’è consci di un peccato mortale. Infatti l’Eucaristia è sì la sorgente di ogni grazia, in quanto ripresentazione del Sacrificio salvifico del Calvario; come realtà sacramentale, tuttavia, non è ordinata direttamente alla remissione dei peccati mortali: lo insegna chiaramente ed inequivocabilmente il Concilio Tridentino (Sess. 13, cap. 7 e relativo canone, Denz. 1647 e 1655), dando veste per così dire disciplinare e giuridica alla parola stessa di Dio: «Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il Corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor 11, 2728).» ( S. Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al corso della Penitenzieria, del 13.3.199 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1999/march/documents/hf_jp-ii_spe_19990313_for-interne.html )

Benedetto XVI ha scritto: “Giustamente, i Padri sinodali hanno affermato che l’amore all’Eucaristia porta ad apprezzare sempre più anche il sacramento della Riconciliazione (54). A causa del legame tra questi sacramenti, un’autentica catechesi riguardo al senso dell’Eucaristia non può essere disgiunta dalla proposta di un cammino penitenziale (cfr 1 Cor 11,2729). Certo, constatiamo come nel nostro tempo i fedeli si trovino immersi in una cultura che tende a cancellare il senso del peccato (55), favorendo un atteggiamento superficiale, che porta a dimenticare la necessità di essere in grazia di Dio per accostarsi degnamente alla comunione sacramentale (Cfr.  Catechismo della Chiesa Cattolica, 1385 ). In realtà, perdere la coscienza del peccato comporta sempre anche una certa superficialità nell’intendere l’amore stesso di Dio. Giova molto ai fedeli richiamare quegli elementi che, all’interno del rito della santa Messa, esplicitano la coscienza del proprio peccato e, contemporaneamente, della misericordia di Dio (57). Inoltre, la relazione tra Eucaristia e Riconciliazione ci ricorda che il peccato non è mai una realtà esclusivamente individuale; esso comporta sempre anche una ferita all’interno della comunione ecclesiale, nella quale siamo inseriti grazie al Battesimo. Per questo la Riconciliazione, come dicevano i Padri della Chiesa, è laboriosus quidam baptismus,(58) sottolineando in tal modo che l’esito del cammino di conversione è anche il ristabilimento della piena comunione ecclesiale, che si esprime nel riaccostarsi all’Eucaristia.(59)” ( Sacramentum Caritatis n. 20 http://w2.vatican.va/content/benedict–xvi/it/apost_exhortations/documents/hf_ben-xvi_exh_20070222_sacramentum-caritatis.html )

Ricevere l’Eucaristia stando in peccato grave è un sacrilegio, come chiaramente insegna la sana dottrina. Il Catechismo Maggiore di s. Pio X afferma: “ 541. Come si chiamano perciò questi due sacramenti? Questi due sacramenti, cioè il Battesimo e la Penitenza, si chiamano perciò sacramenti dei morti, perché sono istituiti principalmente per ridare alle anime morte per il peccato la vita della grazia. 542. Quali sono i sacramenti che accrescono la grazia in chi la possiede?

I sacramenti che accrescono la grazia in chi la possiede, sono gli altri cinque, cioè la Cresima, l’Eucaristia, l’Estrema Unzione, l’Ordine Sacro ed il Matrimonio, i quali conferiscono la grazia seconda. 543. Come si chiamano perciò questi cinque sacramenti? Questi cinque sacramenti, cioè la Cresima, l’Eucaristia, l’Estrema Unzione, l’Ordine Sacro ed il Matrimonio si chiamano sacramenti dei vivi, perché quelli che li ricevono, devono essere senza peccato mortale, cioè già vivi alla grazia santificante. 544. Qual peccato commette chi riceve uno dei sacramenti dei vivi sapendo di non essere in grazia di Dio? Chi riceve uno dei sacramenti dei vivi, sapendo di non essere in grazia di Dio, commette un grave sacrilegio. …. 632 D. Chi si comunicasse in peccato mortale riceverebbe Gesù Cristo? R. Chi si comunicasse in peccato mortale, riceverebbe Gesù Cristo, ma non la sua grazia, anzi commetterebbe sacrilegio e si farebbe meritevole della sentenza di dannazione.” ( http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm )

S. Alfonso M. de» Liguori afferma a questo riguardo “Per II. Il sacrilegio poi è di tre modi, personale, locale, e reale.… Il sacrilegio poi reale è quando si amministra, o si riceve illecitamente qualche sagramento o si profana qualche reliquia, o immagine sagra, o vaso, veste, o altra cosa che si consagra, o si benedice, come camici, tovaglie d’altare, e simili” ( Confessore diretto per le confessioni della gente di campagna, c. IV p. III http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PC3.HTM#CA ) …. in questa linea capiamo che la Confessione fatta, colpevolmente, senza contrizione è invalida e sacrilega. (Van Kol “Theologia Moralis”, Editorial Herder, Barcelona , 1968, t. II, p. 217) …. QUINDI FARE LA CONFESSIONE COLPEVOLMENTE SENZA CONTRIZIONE E POI FARE LA COMUNIONE IN PECCATO GRAVEDOPPIO SACRILEGIO !

Per fare capire meglio quello che stiamo dicendo aggiungiamo le parole forti , meravigliose ma anche tremende del s. Pontefice polacco che possiamo leggere nella sua Esortazione Apostolica Post-Sinodale “Reconciliatio et Paenitentia” al n.26

Né la Chiesa può omettere, senza grave mutilazione del suo messaggio essenziale, una costante catechesi su quelli che il linguaggio cristiano tradizionale designa come i quattro novissimi dell’uomo: morte, giudizio (particolare e universale), inferno e paradiso. In una cultura, che tende a racchiudere l’uomo nella sua vicenda terrena più o meno riuscita, ai pastori della Chiesa si chiede una catechesi che dischiuda e illumini con le certezze della fede l’aldilà della vita presente: oltre le misteriose porte della morte si profila un’eternità di gioia nella comunione con Dio o di pena nella lontananza da lui. Soltanto in questa visione escatologica si può avere la misura esatta del peccato e sentirsi spinti decisamente alla penitenza e alla riconciliazione.”

Solo nella visione escatologica cristiana che ci mette con chiarezza dinanzi alle ultime realtà ( morte, giudizio, inferno e paradiso) si ha la misura esatta del peccato e in particolare del peccato grave … e quindi del gravissimo peccato che è il sacrilegio …; solo in questa visione ci si può sentire spinti decisamente alla penitenza e alla riconciliazione!

 

7) Contrizione come atto di carità e come partecipazione all’espiazione di Cristo.



Il Papa Benedetto XVI disse :“Per vivere questa testimonianza della carità, l’incontro con il Signore che trasforma il cuore e lo sguardo dell’uomo è dunque indispensabile. In effetti, è la testimonianza dell’amore di Dio per ognuno dei nostri fratelli in umanità a dare il vero senso della carità cristiana. Questa non si può ridurre a un semplice umanesimo o a un’opera di promozione umana. L’aiuto materiale, per quanto necessario, non è il tutto della carità, che è partecipazione all’amore di Cristo ricevuto e condiviso. Ogni opera di carità autentica è dunque una manifestazione concreta dell’amore di Dio per gli uomini e perciò diviene annuncio del Vangelo.” (Discorso ai membri della Fondazione Pro Petri Sede del 15.2.2017 http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2013/february/documents/hf_ben-xvi_spe_20130215_pro-petri-sede.html ).

Nel Catechismo leggiamo al n. 1073 “La Liturgia è anche partecipazione alla preghiera di Cristo, rivolta al Padre nello Spirito Santo. In essa ogni preghiera cristiana trova la sua sorgente e il suo termine. Per mezzo della Liturgia, l’uomo interiore è radicato e fondato (Cf Ef 3,1617 ) nel «grande amore con il quale il Padre ci ha amati» ( Ef 2,4 ) nel suo Figlio diletto. Ciò che viene vissuto e interiorizzato da ogni preghiera, in ogni tempo, «nello Spirito» ( Ef 6,18 ) è la stessa «meraviglia di Dio».” … e al n. 1547 leggiamo “Il sacerdozio ministeriale o gerarchico dei vescovi e dei sacerdoti e il sacerdozio comune di tutti i fedeli, anche se «l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo», differiscono tuttavia essenzialmente, pur essendo «ordinati l’uno all’altro» (Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 10). In che senso? Mentre il sacerdozio comune dei fedeli si realizza nello sviluppo della grazia battesimale — vita di fede, di speranza e di carità, vita secondo lo Spirito — il sacerdozio ministeriale è al servizio del sacerdozio comune, è relativo allo sviluppo della grazia battesimale di tutti i cristiani. E» uno dei mezzi con i quali Cristo continua a costruire e a guidare la sua Chiesa. Proprio per questo motivo viene trasmesso mediante un sacramento specifico, il sacramento dell’Ordine.” … e al n. 618 leggiamo “La nostra partecipazione al sacrificio di Cristo. La croce è l’unico sacrificio di Cristo, che è il solo «mediatore tra Dio e gli uomini» ( 1Tm 2,5 ). Ma, poiché nella sua Persona divina incarnata, «si è unito in certo modo ad ogni uomo», [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22] egli offre «a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale» [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22]. Egli chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo, [Cf Mt 16,24 ] poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme [Cf 1Pt 2,21 ]. Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari [Cf Mc 10,39; Gv 21,1819; Col 1,24 ]. Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice [Cf Lc 2,35 ]. Al di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo [Santa Rosa da Lima; cf P. Hansen, Vita mirabilis, Louvain 1668].” ….. al n. 1372 leggiamo “Sant’Agostino ha mirabilmente riassunto questa dottrina che ci sollecita ad una partecipazione sempre più piena al sacrificio del nostro Redentore che celebriamo nell’Eucaristia: Tutta quanta la città redenta, cioè l’assemblea e la società dei santi, offre un sacrificio universale a Dio per opera di quel Sommo Sacerdote che nella passione ha offerto anche se stesso per noi, assumendo la forma di servo, e costituendoci come corpo di un Capo tanto importante… Questo è il sacrificio dei cristiani: «Pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo» ( Rm 12,5 ); e la Chiesa lo rinnova continuamente nel sacramento dell’altare, noto ai fedeli, dove si vede che in ciò che offre, offre anche se stessa [Sant’Agostino, De civitate Dei, 10, 6].” In questa linea della nostra partecipazione a Cristo, la Commissione Teologica Internazionale nel documento “Riconciliazione e Penitenza” al punto B, II, 3 affermò: “ La penitenza cristiana è una partecipazione alla vita, alla sofferenza e alla morte di Gesù Cristo. E ciò si attua per fidem et caritatem et per fidei sacramenta (S. Thomas Aq., Summa Theol. III, 49, 3.1.)

Nel testo che la Commissione Teologica cita , s. Tommaso parla della necessità che noi ci configuriamo a Cristo e siamo incorporati con Lui come membra al Capo, per ricevere la soddisfazione offerta da Cristo per i nostri peccati. Tale incorporazione si attua per la carità, come sappiamo. Occorre partecipare alle sue sofferenze e alla sua Passione, nella carità, per partecipare alla sua gloria (Rom. 8,7). La carità è la nostra partecipazione alla carità di Cristo, la penitenza cristiana e quindi la contrizione perfetta è atto di carità ed è la nostra partecipazione all’espiazione dei peccati realizzata da Cristo nella carità. Lo Spirito Santo attraverso la carità ci porta in Cristo ad espiare i nostri peccati, e questa è appunto la contrizione perfetta, e quelli del mondo.

In Cristo vi era somma carità e sommo odio per il peccato, Cristo appunto per tale carità ha voluto espiare per i nostri peccati.

Cristo è il modello supremo dei penitenti e quindi dei contriti di cuore, come dice Paolo VI … in Lui si trova la somma perfezione della contrizione e del dolore per i peccati , cioè la contrizione e il dolore non per i peccati propri ma per quelli altrui, Cristo ha espiato per i nostri peccati … la penitenza nostra è partecipazione alla sua perfezione di carità e alla sua espiazione.

 

«Il regno di Dio è vicino», cui tosto aggiunse il comando: «Ravvedetevi e credete nel Vangelo» ( Mc 1,15). Queste parole costituiscono in certo modo il compendio di tutta la vita cristiana. al Regno annunciato da Cristo si può accedere soltanto mediante la «metánoia», cioè attraverso quell’intimo e totale cambiamento e rinnovamento di tutto l’uomo, di tutto il suo sentire, giudicare e disporre, che si attua in lui alla luce della santità e della carità di Dio, che, nel Figlio, a noi si sono manifestate e si sono comunicate con pienezza (Cf Eb 1,2; Col 1,19 e passim; Ef 1,23 e passim.). L’invito del Figlio alla «metánoia» diviene più indeclinabile in quanto egli non soltanto la predica, ma offre anche esempio di penitenza. Cristo infatti è il modello supremo dei penitenti: ha voluto subire la pena per i peccati non suoi, ma degli altri (Cf. Summa Theol., III, q. 15, a. 1, ad 5). (Paolo VI, cost. Paenitemini)

Il testo della Summa qui sopra citato dal beato Paolo VI afferma “Ad quintum dicendum quod poenitens laudabile exemplum dare potest, non ex eo quod peccavit, sed in hoc quod voluntarie poenam sustinet pro peccato. Unde Christus dedit maximum exemplum poenitentibus, dum non pro peccato proprio, sed pro peccatis aliorum voluit poenam subire.”

Ci pare che questo testo si unisca molto bene con un altro testo della stessa Summa : “Ad quartum dicendum quod Christus non solum doluit pro amissione vitae corporalis propriae, sed etiam pro peccatis omnium aliorum. Qui dolor in Christo excessit omnem dolorem cuiuslibet contriti. Tum quia ex maiori sapientia et caritate processit, ex quibus dolor contritionis augetur. Tum etiam quia pro omnium peccatis simul doluit, secundum illud Isaiae LIII, vere dolores nostros ipse tulit. Vita autem corporalis Christi fuit tantae dignitatis, et praecipue propter divinitatem unitam, quod de eius amissione etiam ad horam, magis esset dolendum quam de amissione alterius hominis per quantumcumque tempus. Unde et philosophus dicit, in III Ethic., quod virtuosus plus diligit vitam suam quanto scit eam esse meliorem, et tamen eam exponit propter bonum virtutis. Et similiter Christus vitam suam maxime dilectam exposuit propter bonum caritatis, secundum illud Ierem. XII, dedi dilectam animam meam in manibus inimicorum eius.” (Summa Theol.,IIIª q. 46 a. 6 ad 4)

Traduco la parte fondamentale di questo testo: “Cristo non solo soffrì per la perdita della sua vita corporale ma anche per i peccati di tutti gli altri uomini. Tale dolore superò ogni dolore di qualsiasi persona contrita sia perché procedeva da una maggiore sapienza e da una maggiore carità, per le quali il dolore di contrizione si accresce, sia perché Gesù soffriva per tutti i peccati insieme secondo le parole di Isaia: ha preso davvero i nostro dolori.”

In un» altra opera di s. Tommaso leggiamo:“ «La prima cosa che occorre dunque nella penitenza è l» ordinamento dell’anima sicché essa si converta a Dio, e si allontani dal peccato, dolendosi di quanto ha commesso e proponendo di non più commetterlo, il che è la contrizione. Questo riordinamento dell’anima non può esserci, in realtà, senza la grazia poiché la nostra anima non può volgersi debitamente a Dio senza la carità, e la carità non si può avere senza la grazia, com’è evidente da quanto abbiamo già detto. Così dunque attraverso la contrizione viene tolta l’offesa di Dio, e si è liberati dal meritare la pena eterna, che non può stare con la carità e con la grazia; infatti non esiste pena eterna che per la separazione da Dio, al quale invece con la grazia e con la carità l’uomo si unisce. Questo riordinamento dell’anima, dunque, che è la contrizione, procede dall’interno, cioè dal libero arbitrio, con l’aiuto della divina grazia. Ma poiché sopra noi abbiamo mostrato che il merito di Cristo, che ha sofferto per il genere umano, agisce per l» espiazione di tutti i peccati, è necessario, affinché l’uomo venga guarito dal peccato, che la sua anima non solo aderisca a Dio ma anche a Gesù Cristo mediatore tra Dio e gli uomini, nel quale è data la remissione di tutti i peccati; infatti la salvezza spirituale consiste nella conversione dell’anima a Dio, che non possiamo conseguire se non mediante il medico delle nostre anime, Gesù Cristo, il quale salva il suo popolo dai suoi peccati. Il merito di Cristo è sufficiente a togliere totalmente tutti i peccati, poiché egli è colui che toglie i peccati del mondo, come è detto in Giov., I, 29; ma non tutti conseguono perfettamente l’effetto della remissione, ma ciascuno nella misura in cui si unisce a Cristo sofferente per i peccati.» (Somma contro i Gentili l. IV c. LXXII, traduzione mia partendo dalla traduzione della UTET 2005, ristampa )

In questa linea ci pare di poter dire che la nostra contrizione sia partecipazione al dolore di Cristo per i peccati del mondo e in particolare per i nostri; questo si compie, sotto l’azione dello Spirito Santo, per la fede, la carità e per i Sacramenti della fede; come visto più sopra la Commissione Teologica Internazionale afferma evidentemente in questa linea: “ La penitenza cristiana è una partecipazione alla vita, alla sofferenza e alla morte di Gesù Cristo. E ciò si attua per fidem et caritatem et per fidei sacramenta (S. Thomas Aq., Summa Theol. III, 49, 3.1.) (Riconciliazione e Penitenza al punto B, II, 3) … E in questa luce possiamo intendere meglio quello che dice il Catechismo della Chiesa Cattolica quando afferma, al n. 1451: “ Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è « il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire ». Quando proviene dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta « perfetta » (contrizione di carità). Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale.” … possiamo intendere meglio quanto afferma il Catechismo Tridentino (cfr. http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm ) al n. 249 :“Poiché la perfetta contrizione è un atto di carità che procede dal timore filiale, ne segue che la misura della contrizione dev’essere la carità. Siccome la carità con cui amiamo Dio è la più grande, ne segue che la contrizione deve portar con sé un veementissimo dolore di animo. Se dobbiamo amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo anche detestare sopra ogni cosa ciò che da lui ci allontana.

Giova qui notare che la Scrittura adopera i medesimi termini per esprimere l’estensione della carità e della contrizione. Dice infatti della carità: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore» (Dt 6,5; Mt 22,37; Mc 12,30; Lc 10,27); della seconda il Signore dice per bocca del profeta: «Convertitevi con tutto il vostro cuore» (Gl 2,12).

In secondo luogo, come Dio è il primo dei beni da amare, così il peccato è il primo e il maggiore dei mali da odiare. Quindi, la stessa ragione che ci obbliga a riconoscere che Dio deve essere sommamente amato, ci obbliga anche a portare sommo odio al peccato. Ora, che l’amore di Dio si debba anteporre a ogni altra cosa, sicché non sia lecito peccare neppure per conservare la vita, lo mostrano apertamente queste parole del Signore: «Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me» (Mt 10,37); «Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà» (Mt 16,25; Mc 8,35).” (Dal Catechismo di Trento n.249)

Possiamo, ora, intendere meglio la famosa affermazione della lettera di s. Pietro per cui la carità copre una moltitudine di peccati: “Soprattutto conservate tra voi una carità fervente, perché la carità copre una moltitudine di peccati.” ( 1 Pietro 4, 8)

… possiamo intendere meglio quello che dice s. Alfonso M. de» Liguori laddove afferma: “ Dicono i teologi che la contrizione è un atto formale di perfetto amore di Dio; mentre chi ha la contrizione è mosso dall’amore che porta alla bontà di Dio, a pentirsi di averlo offeso; e perciò molto giova a fare un atto di contrizione di far prima un atto di amore verso Dio, dicendo così: Dio mio, perché siete bontà infinita, v’amo sopra ogni cosa: e perché v’amo, mi pento più d’ogni male d’avervi offeso.” (S. Alfonso M. de» Liguori)

Sotto la guida dello Spirito Santo, quindi, l’uomo partecipa alla carità di Cristo e, in essa, al suo dolore per i peccati del mondo e in questo modo fa penitenza per i propri peccati, ne è contrito e quindi si purifica da essi; in questa linea possiamo intendere meglio un’affermazione di s. Giovanni Paolo II: “Tale fatica della coscienza determina anche le vie delle conversioni umane: il voltare le spalle al peccato, per ricostruire la verità e l’amore nel cuore stesso dell’uomo. Si sa che riconoscere il male in se stessi a volte costa molto. Si sa che la coscienza non solo comanda o proibisce, ma giudica alla luce degli ordini e divieti interiori. Essa é anche fonte di rimorsi: l’uomo soffre interiormente a causa del male commesso. Non è questa sofferenza quasi un’eco lontana di quel «pentimento di aver creato l’uomo», che con linguaggio antropomorfico il Libro sacro attribuisce a Dio? di quella «riprovazione» che, inscrivendosi nel «cuore» della Trinità, in forza dell’eterno amore si traduce nel dolore della Croce, nell’obbedienza di Cristo fino alla morte?  Quando lo Spirito di verità consente alla coscienza umana di partecipare a quel dolore, allora la sofferenza della coscienza diventa particolarmente profonda, ma anche particolarmente salvifica. Allora, mediante un atto di contrizione perfetta, si opera l’autentica conversione del cuore: è l’evangelica «métanoia». La fatica del cuore umano, la fatica della coscienza, in cui si compie questa «métanoia», o conversione, è il riflesso di quel processo per cui la riprovazione viene trasformata in amore salvifico, che sa soffrire. Il dispensatore nascosto di questa forza salvatrice è lo Spirito Santo: egli, che viene chiamato dalla Chiesa «luce delle coscienze», penetra e riempie «la profondità dei cuori» umani. Mediante una tale conversione nello Spirito Santo, l’uomo si apre al perdono, alla remissione dei peccati. E in tutto questo mirabile dinamismo della conversione-remissione, si conferma la verità di ciò che scrive sant’Agostino sul mistero dell’uomo, commentando le parole del Salmo: «L’abisso chiama l’abisso». Proprio nei riguardi di questa «abissale profondità» dell’uomo della coscienza umana, si compie la missione del Figlio e dello Spirito Santo.”( S. Giovanni Paolo II Lettera enciclica Dominum et Vivificantem, n. 45 http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp–ii_enc_18051986_dominum-et-vivificantem.html )

 

8) Approfondimenti

 

Per aiutarvi ad approfondire quanto da noi detto finora mi pare utile presentarvi qui di seguito anzitutto, in modo ampio, quello che dice il Catechismo Tridentino sulle parti costitutive del Sacramento della Confessione e in particolare sulla contrizione, poi quello che dicono il Catechismo Maggiore di s. Pio X e il Catechismo della Chiesa Cattolica e altri documenti importanti riguardo alla contrizione: esamineremo anzitutto un documento del 1982 pubblicato dalla Commissione Teologica Internazionale intitolato: “La Riconciliazione e la Penitenza” e l» Esortazione Apostolica Post-Sinodale di s. Giovanni Paolo II intitolata “Reconciliatio et paenitentia” del 1984, quindi vedremo quello che dice su questo stesso tema il Rito della Penitenza (http://www.liturgia.maranatha.it/Penitenza/p1/2page.htm ) e un recente documento della Congregazione per il Culto Divino.

 

 

a) Sacramento della Penitenza, parti costitutive di esso e in particolare la contrizione nel Catechismo del Concilio di Trento.

 

Nel Catechismo Tridentino ai n. 244 ss. si trovano importanti indicazioni circa le parti costitutive della confessione , una delle quali è la contrizione, e circa la contrizione stessa. La contrizione viene esaminata in modo molto profondo a partire nei numeri 248ss. Chi leggerà con attenzione questi testi capirà bene la loro importanza e la profondità delle affermazioni in essi contenute riguardo al tema della contrizione e della sua necessità nella Confessione. I testi del Catechismo Tridentino che riportiamo si possono trovare facilmente su internet a questo indirizzo

http://www.maranatha.it/catrident/21page.htm

 

Anzitutto al n. 230 di questo Catechismo possiamo leggere che, per ricevere degnamente l» Eucaristia occorre la Confessione e la contrizione:

Terza disposizione: esaminare diligentemente la nostra coscienza, per vedere se sia macchiata di qualche peccato mortale, di cui pentirci e mondarci mediante la contrizione e la Confessione. Il sacro Concilio di Trento ha dichiarato non essere lecito a chi ha sulla coscienza un peccato mortale e può avvicinare un confessore, di ricevere la Comunione, anche se pentito nella maniera più profonda, prima di essersi purificato mediante la Confessione (sess. 13, cap. 7, can. 11).”

Quindi a partire dal n. 244 troviamo molte indicazioni su questo tema : anzitutto al n. 244 di questo Catechismo viene affermata la necessità della contrizione:

244. Materia della Penitenza
 Ma poiché il popolo deve conoscere meglio di ogni altra cosa la materia di questo sacramento, si dovrà insegnare che esso differisce dagli altri soprattutto perché, mentre la materia degli altri è qualche cosa di naturale, o di artificiale, della Penitenza sono quasi materia gli atti del penitente: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione, com’è stato dichiarato dal concilio di Trento (Sess. 14, Della Penit. c. 3 e can. 4). Codesti atti vengono detti parti della Penitenza, in quanto si esigono per divina istituzione, nel penitente, per ottenere l’integrità del sacramento e una piena e perfetta remissione dei peccati. Son detti: quasi materia non perché non abbiano ragione di vera materia, ma perché non sono di quel genere di materia che esteriormente si adopera, come l’acqua nel Battesimo e il crisma nella Confermazione. Né, a intender bene, hanno affermato cosa diversa coloro, che hanno detto essere i peccati la materia propria di questo sacramento: perché, come diciamo che le legna sono materia del fuoco, perché dal fuoco sono consumate, cosi a buon diritto possiamo dire che i peccati sono materia della Penitenza, perché dalla Penitenza vengono cancellati.”

Al n. 245 leggiamo “E chiaro dunque che questa è la forma perfetta della Penitenza, in quanto i peccati sono quasi lacci che tengono avvinte le anime, da cui si liberano con il sacramento della Penitenza. Si noti anzi che il sacerdote pronuncia con eguale verità la forma anche su di un penitente che, mosso da contrizione perfetta, accompagnata dal desiderio di confessarsi, abbia già ottenuto da Dio il perdono dei peccati.” Sappiamo che la contrizione perfetta libera l’uomo dal peccato grave purché includa il voto della Confessione appena possibile. La Confessione infatti è il Sacramento attraverso cui la grazia ci viene restituita come spiega lo stesso Catechismo

al n. 246 “ … Tutto il valore della Penitenza consiste nel restituirci alla grazia di Dio stringendoci a lui in grande amicizia.… Infatti non c’è colpa per quanto grave ed empia, che non si cancelli grazie alla Penitenza; e non una sola volta, ma molte e molte volte. Al quale proposito cosi parla il Signore per bocca di Ezechiele: Se l’empio farà penitenza di tutti i suoi peccati, osserverà i miei precetti e praticherà il giudizio e la giustizia, vivrà e non morrà, né io mi ricorderò delle iniquità da lui commesse (Ez 18,21). E san Giovanni: Se confessiamo i nostri peccati, Dio è fedele e giusto, e ce li perdonerà (1Jn 1,9). E poco più oltre: Se taluno avrà peccato — si noti che non eccettua nessun genere di peccato -, abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto, il quale è propiziazione per i nostri peccati; né solamente per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo (I Jn 2,1,2). E se leggiamo nella Scrittura che alcuni non hanno ricevuto misericordia da Dio, pur avendola caldamente implorata (2M 2M 9,13 He 12,17), ciò avvenne perché essi non erano pentiti di vero cuore dei loro misfatti .… Ma per ritornare alla Penitenza, la sua efficacia nel rimettere i peccati le è in tal modo propria che senza di essa è impossibile non solo ottenere, ma neppure sperarne il perdono, essendo scritto: Se non farete penitenza, perirete tutti allo stesso modo (Lc 13,3). E vero che queste parole si applicano solo ai peccati gravi o mortali; ma anche i peccati più leggeri o veniali esigono la loro congrua penitenza. Dice infatti sant’Agostino: Quella specie di penitenza che si fa ogni giorno nella Chiesa per i peccati veniali, sarebbe certo vana se detti peccati si potessero rimettere senza di essa.” Dunque senza la penitenza e quindi senza la contrizione non c’è remissione dei peccati … e infatti la contrizione è elemento necessario del Sacramento della Confessione come spiega tale Catechismo al n. 247: “ Ora, questo sacramento, oltre alla materia e alla forma, che ha in comune con gli altri sacramenti, contiene, come abbiamo già detto, tre elementi necessari a renderlo integro e perfetto: la contrizione, la confessione e la soddisfazione. Dice in proposito san Giovanni Crisostomo: La penitenza induce il peccatore a sopportare tutto volentieri: nel suo cuore è la contrizione, sulla bocca la confessione, nelle opere grande umiltà, ossia la salutare soddisfazione (In Graz. p. 2, cap. 33, q. 5, dist. 1, e. 40). Ora queste parti sono indispensabili alla costituzione di un tutto.
 Come il corpo umano è formato di molte membra, mani, piedi, occhi e simili, di cui nessuna potrebbe mancare senza imperfezione dell’insieme, che diciamo perfetto solo quando le possiede tutte, cosi la Penitenza risulta delle tre suddette parti in modo tale che, sebbene la contrizione e la confessione che giustificano il peccatore, siano le sole richieste assolutamente per costituirla, nella sua assenza essa rimane tuttavia imperfetta e difettosa, quando non include la soddisfazione. Queste tre parti sono dunque inseparabili e cosi ben collegate tra loro, che la contrizione racchiude il proposito e la volontà di confessarsi e di soddisfare; la contrizione e la soddisfazione implicano la confessione; e la soddisfazione è la conseguenza delle altre due. La ragione della necessità di queste tre parti è che noi offendiamo Dio in tre maniere: in pensieri, parole ed opere. Perciò è giusto e ragionevole che noi, sottomettendoci alle chiavi della Chiesa, ci sforziamo di placare l’ira di Dio e di ottenere da lui il perdono dei peccati con quegli stessi mezzi
adoperati per offendere il suo santissimo nome. Vi è un’altra ragione. La Penitenza è una specie di compenso dei peccati, che procede dalla volontà del peccatore; ed è stabilita dalla volontà di Dio, contro cui si è peccato. Bisogna quindi da un lato che il penitente voglia dare questo compenso, e questo costituisce la contrizione; dall’altro, che egli si sottometta al giudizio del sacerdote il quale tiene il luogo di Dio, affinché si possa fissare una pena proporzionata alle colpe; ed ecco la necessità della confessione e della soddisfazione. Ma poiché si devono insegnare ai fedeli la natura e la proprietà di ciascuna di queste parti, bisogna cominciare dalla contrizione e spiegarla con tanta maggior cura in quanto noi dobbiamo concepirla nel nostro cuore non appena i peccati commessi ci ritornano alla memoria, quando ne commettiamo dei nuovi.” Dunque la contrizione è costituita dalla volontà del penitente di compensare Dio come Dio vuole per i peccati commessi e con cui ha offeso Dio stesso, tale contrizione contiene anzitutto una radicale detestazione del peccato commesso, quindi un dolore per tale male compiuto e un radicale proposito di non più peccare come spiega molto bene al n. 248 il Catechismo che stiamo esaminando: “Ecco come definiscono la contrizione i Padri del concilio di Trento: La contrizione è un dolore dell’animo e una detestazione del peccato commesso con il proposito di non più peccare per l’avvenire (Sess. 14, e. 4). Parlando più oltre della contrizione, aggiungono: Questo atto prepara alla remissione dei peccati, purché sia accompagnato dalla fiducia nella misericordia di Dio e dalla volontà di fare quanto è necessario per ben ricevere il sacramento della Penitenza. Questa definizione fa ben comprendere ai fedeli che l’essenza della contrizione non consiste solo nel trattenersi dal peccare, nel risolvere di mutar vita, o nell’iniziare di fatto una vita nuova, ma anche e sopratutto nel detestare ed espiare le colpe della vita passata. Questo è chiaramente provato dai gemiti dei Santi, che cosi spesso troviamo nei Libri sacri: Io sono stanco di piangere — dice Davide -, ogni notte spargo di lacrime il mio giaciglio. Il Signore ha sentito la voce del mio pianto (Ps 6,79). E in Isaia: Ti darò conto, o Signore, di tutti gli anni miei, con l’amarezza dell’anima mia (Is 38,15). Queste parole, ed altre simili, sono l’espressione evidente di un odio profondo dei peccati commessi e di una detestazione della vita passata.” Questo dolore di cui qui si parla non è necessario che sia sensibile, la contrizione, infatti, è un atto di volontà, come precisa più avanti il testo che stiamo esaminando:
“Dopo avere ben fissato che la contrizione è un dolore, bisogna avvertire i fedeli di non immaginarsi che esso debba esser esterno e sensibile. La contrizione è un atto della volontà; e sant’Agostino attesta che il dolore accompagna la penitenza, ma non è la penitenza stessa (Serm. CCCLI,1). I Padri Tridentini hanno espresso col termine dolore la detestazione e l’odio del peccato commesso, sia perché la Scrittura lo usa cosi (Fino a quando — dice Davide al Signore — terro in ansia l’anima mia e il mio cuore in preda al dolore notte e giorno?) (Ps 12,2); sia perché il dolore nasce dalla contrizione in quella parte inferiore dell’anima che è sede delle passioni. Non a torto, pertanto, è stata definita la contrizione come un dolore, perché produce appunto il dolore, ed i penitenti, per esprimere meglio il loro dolore, usavano mutare le vesti, come si ricava dalle parole del Signore: Guai a te, Corozain, guai a te, Betsaida; poiché se in Tiro e Sidone fossero avvenuti i miracoli compiuti presso di voi, già da gran tempo avrebbero fatto penitenza in cenere e cilizio (Mt 11,21 Lc 10,13). La detestazione del peccato di cui parliamo ha ricevuto giustamente il nome di contrizione per esprimere l’efficacia del dolore da essa provocato, per similitudine tratta dalle sostanze corporee: come queste si frantumano con un sasso o con altra materia più dura, cosi i cuori induriti dall’orgoglio sono spezzati dalla forza della penitenza. Nessun altro dolore, che nasca per la morte del padre, della madre, dei figli, o per qualsiasi altra calamità, vien detto contrizione; ma soltanto quello che proviamo per aver perduto la grazia di Dio e l’innocenza. Ci sono anche altri vocaboli atti ad esprimere questa detestazione. Talora essa viene chiamata contrizione di cuore, perché la Scrittura scambia sovente il cuore con la volontà: come infatti il cuore è il principio dei movimenti del corpo, cosi la volontà regola e governa tutte le potenze dell’anima. Talora i Padri la chiamano compunzione del cuore; e appunto cosi hanno intitolato i libri da loro scritti sulla contrizione. Come si aprono col ferro chirurgico i tumori per farne uscire la materia purulenta, cosi con lo scalpello della contrizione si lacerano i cuori, affinché ne esca il veleno mortifero del peccato. Anche Gioele chiama la contrizione una lacerazione del cuore, scrivendo: Convertitevi a me con tutto il vostro cuore nel digiuno, nel pianto, nei gemiti. E lacerate i vostri cuori (Gioel. 2,12).” (Catechismo Tridentino, n. 248)

La contrizione è dunque uno stritolamento che spezza il cuore e quindi la volontà sicché la persona si converta pienamente a Dio. Si tratta di uno stritolamento sommo che si collega con il sommo male commesso: il peccato e in particolare il peccato grave; tale stritolamento implica un dolore sommo come leggiamo al n. 249 : “ Il dolore d’aver offeso Dio con i peccati deve essere veramente sommo e massimo, tale che non se ne possa pensare uno maggiore. E facile dimostrarlo con le ragioni seguenti.
Poiché la perfetta contrizione è un atto di carità che procede dal timore filiale, ne segue che la misura della contrizione dev’essere la carità. E siccome la carità con cui amiamo Dio è la più grande, ne segue che la contrizione deve portare con sé un veementissimo dolore di animo. Se dobbiamo amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo anche detestare sopra ogni cosa ciò che da lui ci allontana. E qui giova notare che la Scrittura adopera i medesimi termini per esprimere l’estensione della carità e della contrizione. Dice infatti della carità: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore (Dt 6,5 Mt 22,37 Mc 12,30 Lc 10,27); e della seconda il Signore dice per bocca del profeta: Convertitevi con tutto il vostro cuore (Jl 2,12). In secondo luogo, come Dio è il primo dei beni da amare, cosi il peccato è il primo e il maggiore dei mali da odiare. Quindi, la stessa ragione che ci obbliga a riconoscere che Dio deve essere sommamente amato, ci obbliga anche a portare sommo odio al peccato. Ora, che l’amore di Dio si debba anteporre ad ogni altra cosa, sicché non sia lecito peccare neppure per conservare la vita, lo mostrano apertamente queste parole del Signore: Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me (Mt 10,37); Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà (Mt 16,25 Mc 8,35). Notiamo ancora che alla carità, secondo san Bernardo, non si può prescrivere né limite né misura, perché la misura di amare Dio è di amarlo senza misura (Della dilezione di Dio, I). Perciò non si deve porre limite alcuno alla detestazione del peccato.
 Oltre che massima, la contrizione dev’esser vivissima e cosi perfetta da escludere ogni negligenza e pigrizia. Sta scritto nel Deuteronomio: Quando cercherai il Signore Dio tuo lo troverai, purché lo cerchi con tutto il cuore e tutto il dolore dell’anima tua (Dt 4,29). E in Geremia: Voi mi cercherete e mi troverete purché mi cerchiate con tutto il vostro cuore, perché allora io mi faro trovare da voi, dice il Signore (Jr 29,13). Ma quand’anche la contrizione non fosse cosi perfetta, può esser sempre vera ed efficace. Poiché avviene spesso che le cose sensibili ci commuovono più delle spirituali, sicché taluni sentono per la morte dei figli, maggior dolore che per la turpitudine del peccato. Il medesimo si dica quando l’acerbità del dolore non suscita le lacrime, le quali però nella Penitenza sono da desiderare e lodare assai, come ben dice sant’Agostino: Non hai viscere di carità cristiana tu, che piangi un corpo abbandonato dall’anima, e non piangi un’anima abbandonata da Dio (Serm. XLI,6). A questo si possono riferire le parole del Signore citate sopra: Guai a te, Corazain, guai a te, Betsaida; che se in Tiro e Sidone fossero avvenuti i miracoli compiuti presso di voi, da gran tempo avrebbero fatto penitenza in cenere e cilizio (Mt 11,21). A conferma di questa verità basti ricordare gli esempi famosi dei Niniviti (Giona, 3,5), di Davide (Ps 6,7), della Maddalena (Lc 7,37), del Principe degli apostoli (Mt 26,75), i quali tutti implorarono con lacrime abbondanti la misericordia di Dio e ottennero il perdono dei peccati.” Quindi oltre che massima, la contrizione deve essere vivissima e così perfetta da escludere negligenza e pigrizia e sono da lodare ma non sono assolutamente necessarie le lacrime che accompagnano la richiesta di misericordia per i peccati compiuti ed è utile esaminare bene la propria coscienza e ricercare tutti i peccati nonché esprimere un atto di contrizione per ogni peccato commesso deplorandoli di cuore con grande speranza nella misericordia di Dio, come dice nello stesso numero 249 lo stesso Catechismo “Sarà utile ammonire i fedeli ed esortarli nella maniera più efficace a esprimere un particolare atto di contrizione per ogni peccato mortale, poiché dice Ezechia: Io ti darò conto di tutti gli anni miei nell’amarezza dell’anima mia (Is 38,15). Dar conto di tutti gli anni significa ricercare uno ad uno tutti i peccati, per deplorarli dal fondo del cuore. Leggiamo ancora in Ezechiele: Se l’empio farà penitenza di tutti i suoi peccati, vivrà (Ez 18,21). In questo stesso senso sant’Agostino ha detto:Il peccatore esamini la qualità del suo peccato secondo il luogo, il tempo, la specie e la persona (Della vera e falsa pen. 14).
 Ma i fedeli non disperino mai della bontà e clemenza infinita di Dio, il quale, bramoso com’è della nostra salute, non tarda mai ad accordarci il perdono. Egli abbraccia con paterna carità il peccatore, appena questi, rientrato in se stesso, si ravvede, e, detestando in genere tutti i suoi peccati, si rivolge al Signore, purché intenda di ricordarli e detestarli ciascuno in particolare a tempo opportuno. Dio stesso ci comanda di sperare, dicendo per bocca del suo Profeta: Non nuocerà all’empio la sua empietà, dal giorno in cui egli si sarà convertito (Ez 33,12).” L’esame di coscienza ben fatto è ovviamente un rientrare in sé stessi, come il figlio prodigo della famosa parabola lucana, e conduce a ritornare alla casa paterna cioè alla vita di grazia, quindi conduce appunto alla contrizione … e perciò all’odio del peccato, al dolore per il male compiuto e al proposito di non peccare più …come dice appunto il Catechismo al n. 250 “Da quanto abbiamo detto è facile dedurre le condizioni necessarie per una vera contrizione, condizioni che devono essere spiegate ai fedeli con la maggiore diligenza, affinché tutti sappiano con quali mezzi possano acquistarla, e abbiano una norma sicura per discernere fino a qual punto siano lontani dalla perfezione di essa.
La prima condizione è l’odio e la detestazione di tutti i peccati commessi. Se ne detestassimo soltanto alcuni, la contrizione non sarebbe salutare, ma falsa e simulata, poiché scrive san Giacomo: Chi osserva tutta la legge e in una sola cosa manca, trasgredisce tutta la legge (Gc 2,10).
 La seconda è che la contrizione comprenda il proposito di confessarci e di fare la penitenza: cose di cui parleremo a suo luogo.
 La terza è che il penitente faccia il proposito fermo e sincero di riformare la sua vita, come insegna chiaramente il Profeta: Se l’empio farà penitenza di tutti i peccati che ha commessi, custodirà tutti i miei precetti e osserverà il giudizio e la giustizia, vivrà; né mi ricorderò più dei peccati che avrà commesso. E più oltre: Quando l’empio si allontanerà dalla empietà che ha commesso e osserverà il giudizio e la giustizia, darà la vita all’anima sua. E più oltre ancora: Convertitevi e fate penitenza di tutte le vostre iniquità; cosi queste non vi torneranno a rovina. Gettate lungi da voi tutte le prevaricazioni in cui siete caduti, e fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo (Ez 18,21 Ez 18,31). La medesima cosa ha ordinato il Signore stesso nel dire all’adultera: Va» e non peccare più (Jn 8,11); e al paralitico risanato nella piscina: Ecco, sei risanato: non peccare più (Jn 5,14).
 Del resto la natura e la ragione mostrano chiaramente che vi sono due cose assolutamente necessarie, per rendere la contrizione vera e sincera: il pentimento dei peccati commessi, e il proposito di non commetterli più per l’avvenire. Chiunque si vuole riconciliare con un amico che ha offeso, deve insieme deplorare l’ingiuria fatta, e guardarsi bene, per l’avvenire, dall’offendere di nuovo l’amicizia.” … la contrizione include ovviamente l’impegno a vivere secondo la Legge di Dio e quindi a restituire ciò che il penitente avesse rubato e a perdonare le offese ricevute … la contrizione riporta l’uomo, come visto, attraverso il Sacramento, alla vita di grazia , alla vita sotto la guida dello Spirito Santo che è Giustizia e Misericordia infinita e rende giusti e misericordiosi come il Padre perciò il Catechismo che stiamo esaminando afferma nello stesso n. 250 “ Queste due cose devono necessariamente essere accompagnate dall’obbedienza, poiché è giusto che l’uomo obbedisca alla legge naturale, divina e umana alle quali è soggetto. Pertanto, se un penitente ha rubato con violenza o con frode qualche cosa al suo prossimo, è obbligato alla restituzione; se ha offeso la sua dignità e la sua vita con le parole o con i fatti, deve soddisfarlo con la prestazione di qualche servizio o di qualche beneficio. E noto a tutti, in proposito, il detto di sant’Agostino: Non è rimesso il peccato, se non si restituisce il maltolto (Epist. CL3,6,20). Né si consideri come poco importante tra le altre condizioni volute dalla contrizione, il perdonare interamente le offese ricevute, come espressamente ci ammonisce il Signore e Salvatore nostro: Se perdonerete agli uomini le loro mancanze, il vostro Padre celeste vi perdonerà i vostri peccati; ma se non perdonerete agli uomini, nemmeno il Padre vostro perdonerà a voi le vostre colpe (Mt 6,1415).
Questo è quanto i fedeli devono osservare rispetto alla contrizione. Tutte le altre considerazioni che i Pastori potranno facilmente raccogliere in proposito, posson riuscire a render la contrizione più perfetta nel suo genere, ma non devono essere considerate come assolutamente necessarie, potendosi avere anche senza di esse una Penitenza vera e salutare.” Data l’importanza della contrizione è necessario che i Pastori aiutino i fedeli a capire l’utilità e l’efficacia della contrizione e che forniscano loro un metodo per eccitarsi alla contrizione, cioè per aprire il cuore allo Spirito Santo che vuole donare al peccatore la vera conversione: “ Ma perché i Parroci insegnino quanto occorre alla salvezza, a che i fedeli indirizzino ad essa la vita e le opere, non trascurino di ricordare spesso con diligenza, sia l’utilità, sia l’efficacia della contrizione. Infatti le altre opere di devozione, come le elemosine, i digiuni, le orazioni ed altre simili, sono talora respinte da Dio per colpa di chi le offre; mentre la contrizione non può non essergli sempre grata ed accetta. » Tu non respingerai, o Signore — dice il Profeta — un cuore contrito e umiliato » (Ps 50,19). Che anzi, appena l’abbiano concepita nel cuore, Dio da il perdono dei peccati, come il Profeta stesso dichiara in altro luogo: Io dico: confesso il mio delitto avanti al Signore; e tu rimetti l’empietà del mio peccato (Ps 31,5). Di tale verità abbiamo come una figura nei dieci lebbrosi, che il Signore invio ai sacerdoti, e che furono guariti prima che a loro giungessero (Lc 17,14). Da ciò si rileva che la vera contrizione, di cui abbiamo fin qui parlato, possiede si grande efficacia, che per essa il Signore accorda immediatamente la remissione di tutti i nostri peccati. Molto varrà ancora, ad accendere la pietà dei fedeli, il fornire loro un metodo per eccitarsi alla contrizione. A tale scopo sarà opportuno ammonirli di esaminare spesso la propria coscienza, e vedere se hanno fedelmente osservato i precetti di Dio e della Chiesa. Se si riconoscono colpevoli di qualche fallo, se ne accusino subito davanti a Dio e glie ne domandino umilmente perdono, scongiurandolo di accordare loro il tempo di confessarsi e fare penitenza. Sopratutto implorino il soccorso della sua grazia, per non più ricadere in quelle colpe che essi deplorano amaramente di aver commesse.  Cercheranno infine i Pastori d’ispirare nei fedeli un odio sommo contro il peccato, sia a motivo della sua immensa e vergognosa bruttezza, sia perché arreca gravissimi danni in quanto aliena da noi la benevolenza di Dio da cui abbiamo ricevuti tanti beni e tanti maggiori ce ne r
ipromettiamo, mentre poi ci condanna alla morte eterna con i suoi acerbi tormenti senza fine.” (Catechismo Tridentino, n. 251) L’esame di coscienza,

la preghiera di supplica per implorare il dono della vera contrizione, l’atto di contrizione ripetuto appena ci si accorge di avere peccato e adatte meditazioni atte a ispirare l» odio al peccato sono, dunque ottimi mezzi per aprire il cuore alla vera penitenza e alla vera contrizione e in particolare alla contrizione perfetta. Spiega proprio riguardo alla contrizione perfetta, il Catechismo che stiamo esaminando, che pochi sono capaci di giungere ad essa, e che perciò la Confessione è utilissima e necessaria, essa è un più agevole modo di salvezza :“ Fin qui abbiamo trattato della contrizione; passiamo alla confessione o accusa, che costituisce la seconda parte della Penitenza. Con tanta cura e diligenza i parroci debbano spiegarla s’intenderà facilmente (com’è evidente per tutti i buoni cristiani), considerando che tutto quel che di santo, pio e religioso è piaciuto a Dio di conservare nella Chiesa ai nostri tempi, lo si deve attribuire in gran parte alla confessione. Sicché nessuno si meraviglierà se il nemico del genere umano, che vorrebbe distruggere dalle fondamenta la fede cattolica, si stia sforzando a tutta possa, per mezzo dei suoi satelliti e ministri della sua empietà, di abbattere questa rocca della virtù cristiana.

Si insegni anzitutto che l’istituzione della confessione fu per noi utilissima, anzi necessaria. Pur ammettendo che la contrizione cancella i peccati, chi non sa che essa deve, in tal caso, essere così viva e ardente da eguagliare la grandezza del peccato? Ma poiché pochi sono capaci di giungere a un grado sì alto di pentimento, ne segue che pochissimi potrebbero sperare da questa via il perdono dei peccati. Fu dunque necessario che il Signore, nella sua clemenza, fornisse un più agevole modo alla salvezza degli uomini e lo fece in maniera mirabile, dando alla Chiesa le chiavi del regno dei cieli.

Secondo la dottrina della Chiesa cattolica, tutti devono credere e affermare senza riserva che se uno è sinceramente pentito dei suoi peccati e risoluto di non più commetterli per l’avvenire, quand’anche non sentisse un dolore sufficiente a ottenergli il perdono, otterrà il perdono e la remissione di tutte le colpe, in virtù delle chiavi, purché li confessi nel debito modo al sacerdote. In questo senso tutti i santi Padri hanno proclamato con ragione che il cielo ci è aperto dalle chiavi della Chiesa e il Concilio di Firenze ha messo questa verità fuori dubbio, dichiarando che l’effetto della Penitenza è la remissione dei peccati (Decr. pro Arm.).

Ma v’è un’altra considerazione che mostra l’utilità della confessione. L’esperienza prova che nulla giova tanto a emendare i costumi di persone che menano una vita corrotta, quanto la manifestazione dei segreti pensieri del loro animo, delle loro parole e azioni, a un amico prudente e fedele, che li possa aiutare coi suoi servigi e consigli. Allo stesso modo dobbiamo considerare sommamente profittevole a quelli che son turbati dal rimorso dei loro peccati, lo scoprire le malattie e le piaghe della loro anima al sacerdote, il quale tiene il luogo di nostro Signore Gesù Cristo ed è sottoposto dalle leggi più severe a un perpetuo silenzio. In tal guisa troveranno pronti dei rimedi pieni di quella celeste virtù, atta non solo a sanare la presente infermità, ma ancora a disporre le anime in modo che per l’avvenire non ricadano sì facilmente nella stessa malattia o nello stesso vizio. Né si dimentichi un altro vantaggio della confessione, che interessa vivamente la vita sociale. Tolta infatti dalla vita cristiana la confessione sacramentale, il mondo sarà inondato da occulte e nefande scelleratezze. A poco a poco l’abitudine del male renderà gli uomini così depravati, che non si periteranno di commettere in pubblico queste iniquità e altre ancora più gravi. Invece il pudore di doversi confessare raffrena la licenza e il desiderio del peccato, ponendo un argine alla irrompente malizia degli uomini.” (Catechismo Tridentino n. 252) … notiamo come queste parole siano vere e profetiche infatti nei nostri tempi, in cui vediamo così lontani tanti uomini dalla Confessione, assistiamo alle più terribili scelleratezze compiute anche pubblicamente.

 

b) La contrizione, la sua necessità e le sue caratteristiche nel Catechismo Maggiore di s. Pio X

 

 

Il Catechismo Maggiore di s. Pio X presenta una eccellente trattazione della contrizione , della sua necessità e delle sue parti ( in particolare del dolore e del proposito (proponimento)). Per il testo del Catechismo Maggiore di Pio X si veda http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm .

Anzitutto questo importante Catechismo parla della contrizione allorché tratta del Battesimo e in particolare del Battesimo di desiderio” 567 D. Si può supplire in qualche modo alla mancanza del Battesimo?

R. Alla mancanza del sacramento del Battesimo può supplire il martirio, che chiamasi Battesimo di

sangue, o un atto di perfetto amor di Dio o di contrizione, che sia congiunto col desiderio almeno implicito del Battesimo, e questo si chiama Battesimo di desiderio.” Quindi un atto perfetto di contrizione può supplire al Battesimo purché sia congiunto con il desiderio implicito del Battesimo.

Invece un atto di contrizione perfetta, normalmente, non basta per ricevere l’Eucaristia in colui che sa di avere commesso un peccato grave, ma occorre che questa persona si confessi

630 D. Chi sa di essere in peccato mortale, che cosa deve fare prima di comunicarsi?

R. Chi sa di essere in peccato mortale, deve prima di comunicarsi fare una buona confessione; non

bastando l’atto di contrizione perfetta, senza la confessione, a chi è in peccato mortale per Comunicarsi come conviene. 631 D. Perché non basta neppure l’atto di contrizione perfetta a chi sa di essere in peccato mortale, per potersi comunicare?

R. Perché la Chiesa ha stabilito, per rispetto a questo sacramento, che chi é colpevole di peccato

mortale non ardisca di fare la Comunione se prima non si e confessato.”

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ribadisce e precisa questa verità al n. 1385 e al n. 1457  “Per rispondere a questo invito dobbiamo prepararci a questo momento così grande e così santo. San Paolo esorta a un esame di coscienza: « Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna » (1 Cor 11,2729). Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione .… Colui che è consapevole di aver commesso un peccato mortale non deve ricevere la santa Comunione, anche se prova una grande contrizione, senza aver prima ricevuto l’assoluzione sacramentale,( Cf Concilio di Trento, Sess. 13a, Decretum de ss. Eucharistia, c. 7: DS 1647; Ibid., canone 11: DS 1661) a meno che non abbia un motivo grave per comunicarsi e non gli sia possibile accedere a un confessore. ( Cf CIC canone 916; CCEO canone 711.)” Come precisa più a fondo la CTI nel documento “Riconciliazione e Penitenza” già indicato da me più sopra, in queste situazioni in cui c’è un motivo grave per comunicarsi (si pensi in particolare a sacerdoti che devono celebrare una s. Messa domenicale) e manchi il confessore, si può accedere alla Comunione e alla celebrazione della Eucaristia premettendo ad essa un atto di contriione perfetta che includa il proposito di confessarsi quanto prima: “La tradizione ecclesiastica conosce la possibilità — confermata dal Concilio Tridentino — d’ottenere in tal caso la remissione dei peccati gravi mediante la contrizione perfetta. Questa implica, secondo la medesima tradizione, il desiderio (votum) di ricevere appena possibile il sacramento della penitenza [Denz.-Schön. 1677. ]. Qualora difetti la copia confessorum, la contrizione perfetta così intesa potrebbe, secondo la dottrina del Concilio Tridentino, essere una disposizione sufficiente per ricevere l’Eucaristia (cf. supra B, IV, c, 6) [Ivi, 1661 ]” S. Giovanni Paolo II ha ulteriormente precisato la necessità dell’atto di contrizione perfetta in questi casi limite in cui occorre ricevere il Sacramento e manca il confessore, con queste parole : “Come si legge nell’istruzione «Eucharisticum mysterium», la quale, debitamente approvata da Paolo VI, conferma in pieno l’insegnamento del Concilio Tridentino: «L’eucaristia sia proposta ai fedeli anche «come antidoto, che ci libera dalle colpe quotidiane, e ci preserva dai peccati mortali», e sia loro indicato il modo conveniente di servirsi delle parti penitenziali della liturgia della messa. «A colui che vuole comunicarsi venga ricordato… il precetto: L’uomo provi se stesso (1Cor 11,28). E la consuetudine della Chiesa dimostra che quella prova è necessaria, perché nessuno consapevole di essere in peccato mortale, per quanto si creda contrito, si accosti alla santa eucaristia prima della confessione sacramentale. Che, se si trova in caso di necessità e non ha modo di confessarsi, faccia prima un atto di contrizione perfetta». (Esort. Ap. “Reconciliatio et Paenitentia” n. 27)

Se l» atto di contrizione perfetta è necessario nei casi suddetti, gli atti di contrizione sono indicati come importanti per prepararsi all» Eucaristia : “638 D. In che consiste la preparazione prima della Comunione?

R. La preparazione prima della Comunione consiste in trattenersi per qualche tempo a considerare

chi andiamo a ricevere e chi siamo noi; e in fare atti di fede, di speranza, di carità, di contrizione, di

adorazione, di umiltà e di desiderio di ricevere Gesù Cristo.”

A partire dal numero 681 fino al 741 circa il Catechismo Maggiore di s. Pio X per un lungo tratto spiega a fondo, in modo veramente preciso, cosa è la contrizione e le sue varie parti, ci pare importante presentare qui tutti questi testi insieme, anche se più sopra li abbiamo già presentati ma divisi, per offrirvi in modo completo tutta la dottrina che emerge dal Catechismo Maggiore di s. Pio X circa la contrizione. Anzitutto, dunque, nel Catechismo di cui stiamo parlando si spiega precisamente cosa è la contrizione: “681. Quante sono le parti del sacramento della Penitenza?

Le parti del sacramento della Penitenza sono: la contrizione, la confessione e la soddisfazione del penitente, e l’assoluzione del sacerdote.

682. Che cosa è la contrizione, ossia il dolore dei peccati?

La contrizione ossia il dolore dei peccati, é un dispiacere dell’animo, pel quale si detestano i peccati commessi e si propone di non farne più in avvenire.

683. Che cosa vuoi dire questa parola contrizione?

La parola contrizione, vuol dire rottura o spezzamento, come quando una pietra è pestata e ridotta in polvere.

684. Perché si dà il nome di contrizione al dolore dei peccati?

Si dà il nome di contrizione al dolore dei peccati, per significare che il cuor duro del peccatore in certo modo si spezza per dolore di avere offeso Dio.

689. Delle parli del sacramento della Penitenza qual’è la più necessaria?

Delle parti del sacramento della Penitenza la più necessaria è la contrizione, perché senza di essa non si può mai ottenere il perdono dei peccati, e con essa sola, quando sia perfetta, si può ottenere il perdono, purché sia congiunta col desiderio, almeno implicito, di confessarsi.”

… quindi a partire dal numero 707 viene presentata una eccellente e approfondita trattazione del dolore e del proposito che sono parti essenziali della contrizione che , come appena visto, è appunto: il dolore dei peccati, un dispiacere dell’animo, pel quale si detestano i peccati commessi e si propone di non farne più in avvenire.

4. — Del dolore

707. Che cosa il dolore dei peccati?

Il dolore dei peccati consiste in un dispiacere ed in una sincera detestazione dell’offesa fatta a Dio.

708. Di quante sorta è il dolore?

Il dolore è di due sorta: perfetto, ossia di contrizione; imperfetto, ossia di attrizione.

709. Qual è il dolore perfetto, o di contrizione?

Il dolore perfetto è il dispiacere di avere offeso Dio, perché infinitamente buono e degno per se stesso di essere amato.

710. Perché chiamate voi perfetto il dolore di contrizione?

Chiamo perfetto il dolore di contrizione per due ragioni:

  1. perché riguarda esclusivamente la bontà di Dio, e non il nostro vantaggio o danno;

  2. perché ci fa subito ottenere il perdono dei peccati, restandoci però l’obbligo di confessarci.

711. Dunque il dolore perfetto ci ottiene il perdono dei peccati indipendentemente dalla confessione?

Il dolore perfetto non ci ottiene il perdono dei peccati indipendentemente dalla confessione, perché sempre include la volontà di confessarsi.

712. Perché il dolore perfetto, o contrizione, produce questo effetto di rimetterci in grazia di Dio?

Il dolore perfetto, o contrizione produce questo effetto, perché nasce dalla carità la quale non può trovarsi nell’anima insieme coi peccato mortale.

713. Qual’è il dolore imperfetto o di attrizione?

Il dolore imperfetto o di attrizione è quello per cui ci pentiamo di avere offeso Dio, come sommo Giudice, cioè per timore dei castighi meritati in questa o nell’altra vita o per la stessa bruttezza del peccato.

714. Quali condizioni deve avere il dolore per essere buono?

Il dolore per essere buono, deve avere quattro condizioni: deve essere interno, soprannaturale, sommo e universale.

715. Che cosa vuoi dire che il dolore deve essere interno?

Vuoi dire che deve essere nei cuore e nella volontà e non nelle sole parole.

716. Perché il dolore dev’essere interno?

Il dolore deve essere interno, perché la volontà che si è allontanata da Dio col peccato, deve ritornare a Dio detestando il peccato commesso.

717. Che cosa vuol dire che il dolore deve essere soprannaturale?

Vuol dire che deve essere eccitato in noi dalla grazia del Signore e concepito per motivi di fede.

718. Perché il dolore dev’essere soprannaturale?

Il dolore deve essere soprannaturale, perché è soprannaturale il fine a cui si dirige, cioè il perdono di Dio, l’acquisto della grazia santificante ed il diritto alla gloria eterna.

719. Spiegate meglio la differenza tra il dolore soprannaturale e il naturale?

Chi si pente per avere offeso Dio infinitamente buono e degno per se stesso di essere amato, per aver perduto il paradiso e meritato l’inferno, ovvero per la malizia intrinseca del peccato, ha un dolore soprannaturale perché questi sono motivi di fede: chi invece si pentisse solo pel disonore, o castigo che gli viene dagli uomini, o per qualche danno puramente temporale, avrebbe un dolore naturale, perché si pentirebbe solo per motivi umani.

720. Perché il dolore deve essere sommo?

Il dolore deve essere sommo, perché dobbiamo riguardare e odiare il peccato come sommo di tutti i mali, essendo offesa di Dio sommo Bene.

721. Pel dolore dei peccati é forse necessario piangere, come alle volte si piange per le disgrazie di questa vita?

Non è necessario che materialmente si pianga pel dolore dei peccati; ma basta che nel cuore si faccia più gran caso di avere offeso Dio, che di qualunque altra disgrazia.

722. Che vuol dire che il dolore deve essere universale?

Vuol dire che deve estendersi a tutti i peccati mortali commessi.

723. Perché il dolore deve estendersi a tutti i peccati mortali commessi?

Perché chi non si pente anche di un solo peccato mortale, rimane nemico di Dio.

724. Che cosa dobbiamo fare per avere il dolore dei nostri peccati?

Per avere il dolore dei nostri peccati dobbiamo dimandarlo di cuore a Dio, ed eccitarlo in noi con la considerazione del gran male che abbiamo fatto peccando.

725. Come farete per eccitarvi a detestare i peccati?

Per eccitarmi a detestare i peccati:

  1. considererò il rigore della infinita giustizia di Dio e la deformità del peccato che ha deturpato l’anima mia e mi ha reso meritevole delle pene eterne dell’inferno;

  2. considererò che ho perduta la grazia, l’amicizia, la figliuolanza di Dio e l’eredità del paradiso;

  3. che ho offeso il mio dentore che è morto per me, e che i miei peccati sono stati la cagione della sua morte;

  4. che ho disprezzato il mio Creatore, il mio Dio; che ho voltato le spalle a lui, mio sommo bene degno di essere amato sopra ogni cosa e servito fedelmente.

726. Dobbiamo noi essere grandemente solleciti, quando andiamo a confessarci, d’avere un vero dolore de» nostri peccati?

Quando noi andiamo a confessarci, dobbiamo essere certamente molto solleciti di avere un vero dolore de» nostri peccati, perché questa è la cosa più importante di tutte: e se manca il dolore, la confessione non vale.

727. Chi si confessa di soli peccati veniali deve avere il dolore di tutti?

Chi si confessa di soli peccati veniali, per confessarsi validamente basta che sia pentito di alcuno di essi; ma per ottenere il perdono di tutti è necessario che si penta di tutti quelli che riconosce di aver commesso.

728. Chi si confessa di soli peccati veniali, e non è pentito neppure di un solo, fa una buona confessione?

Chi si confessa di soli peccati veniali e non è pentito neppure dì un solo, fa una confessione di nessun valore; la quale è inoltre sacrilega, se la mancanza del dolore è avvertita.

729. Che cosa convien fare per rendere più sicura la confessione di soli peccati veniali?

Per rendere più sicura la confessione di soli peccati veniali, è cosa prudente accusare, con vero dolore, anche qualche peccato più grave della vita passata, benché già confessato altre volte.

730. E cosa buona fare spesso l’atto di contrizione?

È cosa buona ed utilissima il fare spesso l’atto di contrizione, massime prima di andare a dormire, e quando uno si accorge o dubita di essere caduto in peccato mortale, per rimettersi più presto in grazia di Dio; e giova sopratutto per ottenere più facilmente da Dio la grazia di fare simile atto nel maggior bisogno, cioè nel pericolo di morte.
5. — Del proponimento.

731. In che consiste il proponimento?

Il proponimento consiste in una volontà risoluta di non commettere mai più il peccato e di usare tutti i mezzi necessari per fuggirlo.

732. Quali condizioni deve avere il proponimento per essere buono?

Il proponimento, affinché sia buono, deve avere principalmente tre condizioni: deve essere assoluto, universale ed efficace.

733. Che cosa vuoi dire: proponimento assoluto?

Vuol dire che il proponimento deve essere senza alcuna condizione di tempo, di luogo, o di persona.

734. Che cosa vuol dire: il proponimento deve essere universale?

Il proponimento deve essere universale, vuoi dire che dobbiamo voler fuggire tutti i peccati mortali, tanto quelli già altre volte commessi, quanto altri che potremmo commettere.

735. Che cosa vuoi dire: il proponimento deve essere efficace?

Il proponimento deve essere efficace, vuol dire che bisogna avere una volontà risoluta di perdere prima ogni cosa che commettere un nuovo peccato, di fuggire le occasioni pericolose di peccare, di distruggere gli abiti cattivi, e di adempiere gli obblighi contratti in conseguenza dei nostri peccati.

736. Che s’intende per abito cattivo?

Per abito cattivo s’intende la disposizione acquistata a cadere con facilità in quei peccati ai quali ci siamo assuefatti.

737. Che cosa si deve fare per correggere gli abiti cattivi?

Per correggere gli abiti cattivi dobbiamo stare vigilanti sopra di noi, fare molta orazione, frequentare la confessione, avere un buon direttore stabile, e mettere in pratica i consigli e i rimedi che egli ci propone.

738. Che cosa s’intende per occasioni pericolose di peccare?

Per occasioni pericolose di peccare s’intendono tutte quelle circostanze di tempo, di luogo, di persone, o di cose che per propria natura, o per la nostra fragilità ci inducono a commettere il peccato.

739. Siamo noi gravemente obbligati a schivare tutte le occasioni pericolose?

Noi siamo gravemente obbligati a schivare quelle occasioni pericolose che d’ordinario ci inducono a commettere peccato mortale, le quali si chiamano le occasioni prossime del peccato.

740. Che cosa deve fare chi non può fuggire qualche occasione di peccato?

Chi non può fuggire qualche occasione di peccato, lo dica al confessore e stia ai consigli di lui.

741. Quali considerazioni servono per fare il proponimento?

Per fare il proponimento servono le stesse considerazioni, che valgono ad eccitare il dolore; cioè la considerazione dei motivi che abbiamo di temere la giustizia di Do e di amare la sua infinità bontà.”

Laddove , poi questo Catechismo parla del momento dell’assoluzione afferma :“768 D. Compita l’accusa dei peccati che cosa resta a farsi?

R. Compita l’accusa dei peccati, bisogna ascoltare con rispetto quello che dirà il confessore;

accettare la penitenza con sincera volontà di farla; e mentre egli darà l’assoluzione, rinnovare di cuore l’atto di contrizione.” Inoltre , appena la persona si accorge di aver peccato è bene che faccia , subito, l’atto di contrizione spiega questo Catechismo al n. 981 “D. Quando uno conosce o dubita d’aver commesso qualche peccato, che cosa deve fare?

R. Quando alcuno conosce o dubita d’aver peccato, deve fare subito un atto di contrizione, e

procurare di confessarsene al più presto.”

Come si vede, il Catechismo Maggiore di s. Pio X offre della contrizione una trattazione molto approfondita che fa risaltare l’importanza di tale elemento essenziale della Confessione. Per lo scopo prefissomi con questo scritto è di speciale importanza l’affermazione contenuta in questo Catechismo al n. 689 “Delle parti del sacramento della Penitenza la più necessaria è la contrizione, perché senza di essa non si può mai ottenere il perdono dei peccati, e con essa sola, quando sia perfetta, si può ottenere il perdono, purché sia congiunta col desiderio, almeno implicito, di confessarsi.”( http://www.maranatha.it/catpiox/01page.htm ) … senza contrizione non si può mai ottenere il perdono dei peccati!

 

    1. La contrizione nel Catechismo della Chiesa Cattolica

 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica parla ampiamente della contrizione , anzitutto al n.1431 afferma “La penitenza interiore è un radicale riorientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un’avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza della misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato » animi cruciatus [afflizione dello spirito]», «compunctio cordis [contrizione del cuore]» [Cf Concilio di Trento: Denz. –Schönm., 16761678; 1705; Catechismo Romano, 2, 5, 4].” La contrizione è sempre stata fondamentale nel Sacramento della Confessione infatti: “ Attraverso i cambiamenti che la disciplina e la celebrazione di questo sacramento hanno conosciuto nel corso dei secoli, si discerne la medesima struttura fondamentale. Essa comporta due elementi ugualmente essenziali: da una parte, gli atti dell’uomo che si converte sotto l’azione dello Spirito Santo: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione; dall’altra parte, l’azione di Dio attraverso l’intervento della Chiesa. La Chiesa che, mediante il vescovo e i suoi presbiteri, concede nel nome di Gesù Cristo il perdono dei peccati e stabilisce la modalità della soddisfazione, prega anche per il peccatore e fa penitenza con lui. Così il peccatore viene guarito e ristabilito nella comunione ecclesiale.” (Catechismo della Chiesa Cattolica 1448) La contrizione è stata, dunque, sempre elemento essenziale della Confessione, perciò al n. 1450 il Catechismo che stiamo esaminando afferma «La penitenza induce il peccatore a sopportare di buon animo ogni sofferenza; nel suo cuore vi sia la contrizione, nella sua bocca la confessione, nelle sue opere tutta l’umiltà e la feconda soddisfazione» [Catechismo Romano, 2, 5, 21; cf Concilio di Trento: Denz. –Schönm., 1673].” Data l’importanza decisiva della contrizione come parte essenziale della Confessione, il nostro Catechismo la esamina con grande attenzione dal n. 1451 al n. 1454 “ La contrizione Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è «il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire» [Concilio di Trento: Denz. –Schönm., 1676]. Quando proviene dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta «perfetta» (contrizione di carità). Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale [Cf Concilio di Trento: Denz.-Schönm., 1677]. La contrizione detta «imperfetta» (o «attrizione») è, anch’essa, un dono di Dio, un impulso dello Spirito Santo. Nasce dalla considerazione della bruttura del peccato o dal timore della dannazione eterna e delle altre pene la cui minaccia incombe sul peccatore (contrizione da timore). Quando la coscienza viene così scossa, può aver inizio un’evoluzione interiore che sarà portata a compimento, sotto l’azione della grazia, dall’assoluzione sacramentale. Da sola, tuttavia, la contrizione imperfetta non ottiene il perdono dei peccati gravi, ma dispone a riceverlo nel sacramento della Penitenza [Cf Concilio di Trento: Denz. –Schönm., 1678,1705]. E» bene prepararsi a ricevere questo sacramento con un esame di coscienza fatto alla luce della Parola di Dio. I testi più adatti a questo scopo sono da cercarsi nel Decalogo e nella catechesi morale dei Vangeli e delle lettere degli Apostoli: il Discorso della montagna, gli insegnamenti apostolici [Cf Rm 1215; 1Cor 1213; Gal 5; Ef 46 ].” Piu avanti, al n. 1457, il nostro Catechismo precisa che non basta la contrizione perfetta per accedere all’Eucaristia ma occorre la Confessione, a meno che la persona (in particolare il sacerdote) non abbia un motivo grave e manchi il confessore “ Secondo il precetto della Chiesa, «ogni fedele, raggiunta l’età della discrezione, è tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi, almeno una volta nell’anno» [Codice di Diritto Canonico, 989; cf Concilio di Trento: Denz. –Schönm. , 1683; 1708]. Colui che è consapevole di aver commesso un peccato mortale non deve ricevere la santa Comunione, anche se prova una grande contrizione, senza aver prima ricevuto l’assoluzione sacramentale, [Cf Concilio di Trento: Denz. –Schönm. , 1647; 1661] a meno che non abbia un motivo grave per comunicarsi e non gli sia possibile accedere a un confessore [Cf Codice di Diritto Canonico, 916; Corpus Canonum Ecclesiarum Orientalium, 711]. I fanciulli devono accostarsi al sacramento della Penitenza prima di ricevere per la prima volta la Santa Comunione [Cf Codice di Diritto Canonico, 914].” Come dicemmo più sopra , se c’è un motivo grave per comunicarsi e manca il Confessore, il fedele deve premettere alla Comunione un atto di contrizione perfetta. La contrizione , specie se perfetta, entra in noi, particolarmente, attraverso l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio, perciò nella Confessione la lettura della Parola di Dio è importante appunto per disporre nel modo più perfetto il penitente ad accogliere la santità che Dio vuole donargli “1480 Come tutti i sacramenti, la Penitenza è un’azione liturgica. Questi sono ordinariamente gli elementi della celebrazione: il saluto e la benedizione del sacerdote, la lettura della Parola di Dio per illuminare la coscienza e suscitare la contrizione, e l’esortazione al pentimento; la confessione che riconosce i peccati e li manifesta al sacerdote; l’imposizione e l’accettazione della penitenza; l’assoluzione da parte del sacerdote; la lode con rendimento di grazie e il congedo con la benedizione da parte del sacerdote.” La Parola di Dio in modo particolare apre il cuore alla fede e appunto la contrizione è ispirata da motivi dettati dalla fede: “ Il pentimento (chiamato anche contrizione) deve essere ispirato da motivi dettati dalla fede. Se il pentimento nasce dall’amore di carità verso Dio, lo si dice «perfetto»; se è fondato su altri motivi, lo si chiama «imperfetto».(Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1492) Come appena visto, la contrizione perfetta nasce dalla carità, è atto di carità, come vedemmo più sopra, invece la contrizione imperfetta non è un atto di carità pur essendo ispirata da motivi dettati dalla fede. Come visto, la contrizione è il pentimento e il Catechismo, al n. 393, ci ricorda che essi non sono possibili dopo la morte: “ A far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell’infinita misericordia divina. «Non c’è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta come non c’è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte» [ San Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 2, 4: PG 94, 877C].” La salvezza dei catecumeni che muoiono prima del Battesimo si attua attraverso la contrizione perfetta e il desiderio di ricevere il Battesimo: “Per i catecumeni che muoiono prima del Battesimo, il loro desiderio esplicito di riceverlo unito al pentimento dei propri peccati e alla carità, assicura loro la salvezza che non hanno potuto ricevere mediante il sacramento.”(Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1259). Il Sacramento della Confessione è Sacramento della penitenza perché consacra il cammino di pentimento, e quindi di contrizione: “E» chiamato sacramento della conversione poiché realizza sacramentalmente l’appello di Gesù alla conversione, [Cf Mc 1,15 ] il cammino di ritorno al Padre [Cf Lc 15,18 ] da cui ci si è allontanati con il peccato. E» chiamato sacramento della Penitenza poiché consacra un cammino personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore.” (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1423). Cristo chiama alla conversione e quindi alla contrizione i peccatori “Ora, l’appello di Cristo alla conversione continua a risuonare nella vita dei cristiani. Questa seconda conversione è un impegno continuo per tutta la Chiesa che «comprende nel suo seno i peccatori» e che, «santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento» [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8]. Questo sforzo di conversione non è soltanto un’opera umana. E» il dinamismo del «cuore contrito» ( Sal 51,19 ) attirato e mosso dalla grazia [Cf Gv 6,44; Gv 12,32 ] a rispondere all’amore misericordioso di Dio che ci ha amati per primo [Cf 1Gv 4,10 ]. Lo testimonia la conversione di san Pietro dopo il triplice rinnegamento del suo Maestro. Lo sguardo d’infinita misericordia di Gesù provoca le lacrime del pentimento ( Lc 22,61s ) e, dopo la Risurrezione del Signore, la triplice confessione del suo amore per lui [Cf Gv 21,1517 ].” (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1428s). La contrizione si attua sotto l’azione della grazia ed è una risposta all’amore di Dio e di Cristo uomo che ci ha amato per primo, è lo Spirito Santo che illumina l’uomo e lo conduce al pentimento “: Dopo la Pasqua, è lo Spirito Santo che convince «il mondo quanto al peccato» ( Gv 16,89 ), cioè al fatto che il mondo non ha creduto in colui che il Padre ha inviato. Ma questo stesso Spirito, che svela il peccato, è il Consolatore [Cf Gv 15,26 ] che dona al cuore dell’uomo la grazia del pentimento e della conversione [Cf At 2,3638; cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Dominum et Vivificantem, 2748].”(Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1433) Il dinamismo della conversione con la contrizione emerge molto chiaramente nella parabola del figliol prodigo: “Il dinamismo della conversione e della penitenza è stato meravigliosamente descritto da Gesù nella parabola detta «del figlio prodigo» il cui centro è «il padre misericordioso» ( Lc 15,1124 ): il fascino di una libertà illusoria, l’abbandono della casa paterna; la miseria estrema nella quale il figlio viene a trovarsi dopo aver dilapidato la sua fortuna; l’umiliazione profonda di vedersi costretto a pascolare i porci, e, peggio ancora, quella di desiderare di nutrirsi delle carrube che mangiavano i maiali; la riflessione sui beni perduti; il pentimento e la decisione di dichiararsi colpevole davanti a suo padre; il cammino del ritorno; l’accoglienza generosa da parte del padre; la gioia del padre: ecco alcuni tratti propri del processo di conversione. L’abito bello, l’anello e il banchetto di festa sono simboli della vita nuova, pura, dignitosa, piena di gioia che è la vita dell’uomo che ritorna a Dio e in seno alla sua famiglia, la Chiesa. Soltanto il cuore di Cristo, che conosce le profondità dell’amore di suo Padre, ha potuto rivelarci l’abisso della sua misericordia in una maniera così piena di semplicità e di bellezza.” (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1439) Il cammino di ritorno a Dio, cioè la conversione, il pentimento o contrizione si nutre della speranza nella divina misericordia e implica, come ribadise il Catechismo che stiamo esaminando al n. 1490, usando parole simili a quelle che vedemmo più sopra :“ … un dolore e una repulsione per i peccati commessi, e il fermo proposito di non peccare più in avvenire. La conversione riguarda dunque il passato e il futuro; essa si nutre della speranza nella misericordia divina.” La speranza nella divina misericordia , si noti bene, si oppone alla disperazione ma va con cura distinta dalla presunzione di salvarsi senza merito: “Il primo comandamento riguarda pure i peccati contro la speranza, i quali sono la disperazione e la presunzione: Per la disperazione, l’uomo cessa di sperare da Dio la propria salvezza personale, gli aiuti per conseguirla o il perdono dei propri peccati. Si oppone alla bontà di Dio, alla sua giustizia — il Signore, infatti, è fedele alle sue promesse — e alla sua misericordia. Ci sono due tipi di presunzione. O l’uomo presume delle proprie capacità (sperando di potersi salvare senza l’aiuto dall’Alto), oppure presume della onnipotenza e della misericordia di Dio (sperando di ottenere il suo perdono senza conversione e la gloria senza merito).” (Catechismo della Chiesa Cattolica n.2091s). La presunzione di salvarsi e di essere perdonati senza merito e quindi senza conversione e quindi il rifiuto di accogliere la Misericordia di Dio attraverso il pentimento si configura in modo particolare, come già dicemmo sopra, come bestemmia contro lo Spirito Santo, afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1864 «Qualunque peccato o bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata» (Mt 12,31, Mc 3,29, Luca 12,10). La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Dominum et Vivificantem, 46]. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna.”

d) La necessità della contrizione nella Confessione secondo le affermazioni di un documento della CTI su questo tema e della Esortazione Apostolica Post-Sinodale “Reconciliatio et Paenitentia”.

 

 

Notiamo che sul Sacramento della Penitenza si tenne un Sinodo di Vescovi nel 1983 ( qui potete trovare l’omelia di s. Giovanni Paolo II a conclusione di tale Sinodo https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1983/documents/hf_jp-ii_hom_19831029_chiusura-sinodo.html ) con una Esortazione Post-Sinodale di s. Giovanni Paolo II intitolata “Reconciliatio et paenitentia” del 1984; nel 1982 fu pubblicato un documento della Comissione Teologica Internazionale su Riconciliazione e Penitenza che evidentemente doveva preparare, in certo modo, il Sinodo e quindi il testo papale del 1984; entrambi i documenti affermarono con chiarezza la necessità della contrizione sulla base della Tradizione della Chiesa. Mi sembra importante presentare qui le affermazioni di tali documenti perché ci consentono di approfondire e arricchire il dato che emerge chiaramente nella dottrina cattolica per cui la contrizione è parte essenziale del Sacramento della Confessione, inoltre tale presentazione introduce e aiuta nella lettura di tali testi. Trovate il testo della Esortazione Post – Sinodale suddetta in internet a questo indirizzo http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_02121984_reconciliatio-et-paenitentia.html

invece per leggere interamente il Documento della CTI (Commissione Teologica Internazione) occorre andare in internet a questo indirizzo http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1982_riconciliazione-penitenza_it.html .

Nel documento della CTI il termine contrizione è usato in modo esplicito varie volte.

Al punto B, IV, a,1 del documento della CTI troviamo scritto:“La struttura essenziale del sacramento della penitenza è già attestata nella Chiesa primitiva, sin dall’età apostolica e postapostolica. Un’importanza particolare, benché non esclusiva, viene annessa all’espressione « ritenere e rimettere » di Mt 16, 19 e 18, 18, come pure alla sua variante in Gv 20, 23 (cf. supra B, III, 4). L’essenziale di questo sacramento consiste quindi nel fatto che la riconciliazione del peccatore con Dio si compie nella riconciliazione con la Chiesa. Di conseguenza, il segno del sacramento della penitenza consiste in un duplice passo: da un lato, vi sono gli atti umani di conversione (conversio) mediante il pentimento che l’amore suscita (contritio), di confessione esteriore (confessio) e di riparazione (satisfactio); è la dimensione antropologica. D’altro canto, la comunità ecclesiale, sotto la guida del vescovo e dei sacerdoti, offre in nome di Gesù il perdono dei peccati, stabilisce le forme necessarie di soddisfazione, prega per il peccatore e fa penitenza in solidarietà con lui, per garantirgli infine la piena comunione ecclesiale e il perdono dei suoi peccati; è la dimensione ecclesiale.”

Al punto B, IV, b, 5 del documento della CTI troviamo scritto:

5. La figura degli atti del penitente subisce parimente variazioni notevoli. Non di rado avvenne che l’accento fosse posto sopra uno di essi con tanta forza che gli altri passarono in secondo piano. Nella Chiesa antica la penitenza privata evidenziò l’importanza della contrizione, mentre nell’epoca nostra l’accento vien posto sulla confessione. Ma poiché l’accusa spesso riguarda peccati di scarso peso esistenziale, in molti casi il sacramento della penitenza fa la figura d’un « sacramento ridotto ». Occorrerebbe di nuovo percepire meglio la confessione, la contrizione e la soddisfazione nella loro mutua e intima articolazione.”

Al punto B, IV, c, 6 del suo documento la CTI afferma: “ Nei casi in cui manca la copia confessorum [DS 1661], il Concilio rimanda piuttosto all’effetto riconciliatore prodotto dalla contrizione che l’amore rende perfetto (contritio). Questa contrizione perfetta assicura la riconciliazione con Dio, se comprende il votum sacramenti e quindi il votum confessionis [DS1526, 1678. ]. Come deve la Chiesa, in base all’insegnamento del Concilio Tridentino, agire concretamente all’occorrenza? Tale questione dipende dalla carità pastorale (In proposito, cf. infra C,II, 4).”

Al punto C, II, 1s il documento della CTI afferma:

 Non bisogna quindi presentare le diverse vie della riconciliazione quasi fossero in concorrenza tra loro, ma spiegare invece e mostrare l’unità e la dinamica che connettono le diverse pratiche. Le forme sopra elencate (cf. supra C, I, 3) sono utili soprattutto in vista del perdono dei « peccati quotidiani ». Il perdono dei peccati, infatti, può essere ottenuto in molte diverse maniere; il perdono dei peccati quotidiani è sempre assicurato quando interviene il pentimento animato dall’amore (contritio) [39]. Più le forme e le dimensioni accennate della penitenza sono attuate chiaramente e in modo convincente nella vita quotidiana del cristiano, più crescerà anche il desiderio della confessione sacramentale individuale. Anzitutto devono essere manifestati alla Chiesa, nella persona dei suoi ministri, i peccati gravi, in una confessione individuale e la più completa possibile delle colpe. Una confessione globale dei peccati è insufficiente, sia perché il peccatore deve — nella misura del possibile — esprimere concretamente la verità della propria colpa e la natura dei propri peccati, sia perché, d’altro canto, una tale confessione individuale e veramente personale della colpa rafforza e approfondisce il pentimento. A favore di questa tesi militano alcune considerazioni antropologiche (cf. supra A, II, 3), come pure, e soprattutto, alcune riflessioni teologiche (cf. supra B, III, 4; B, IV, c, 2. 5 s.). Per il perdono di questi peccati è necessaria la potestà sacramentale.”

Al punto C, II, 3 “Col termine di « celebrazioni penitenziali » spesso s’intendono pratiche diverse. In questo contesto si tengono presenti soprattutto le celebrazioni liturgiche della comunità riunita, in cui si proclamano l’invito alla penitenza e la promessa della riconciliazione, e in cui ha luogo una confessione collettiva e globale dei peccati, ma senza confessione individuale dei peccati né assoluzione individuale o generale. Questo tipo di celebrazioni penitenziali può evidenziare l’aspetto comunitario del peccato e del perdono; può risvegliare e approfondire lo spirito della penitenza e della riconciliazione, ma non può essere posto sullo stesso piano del sacramento e ancor meno sostituirlo. Per la loro finalità interna, le celebrazioni di questo tipo sono certamente ordinate alla confessione sacramentale individuale. Tuttavia non servono solo d’invito alla conversione e di preparazione al sacramento della penitenza. Possono — per quanto concerne i peccati quotidiani — diventare un vero luogo di perdono, sviluppando un autentico spirito di conversione e un pentimento totale (contritio). Così, le celebrazioni penitenziali possono rivestire un’efficacia salutare, pur non costituendo una forma del sacramento della penitenza. ”

Al punto C, II, 4 il documento della CTI afferma: “L’Ordo paenitentiae prevede ancora una celebrazione comunitaria della riconciliazione con confessione globale e assoluzione generale. Questa presuppone norme non equivoche d’ordine etico e giuridico, alle quali la pastorale dev’essere attenta [40]. Ne consegue che questa forma di riconciliazione sacramentale si riferisce a situazioni straordinarie d’urgenza. Come all’occorrenza ha dimostrato l’esperienza, l’assoluzione generale impartita al di fuori di tali situazioni straordinarie d’urgenza può condurre facilmente a malintesi di fondo circa l’essenza del sacramento della penitenza, in particolare in ciò che concerne la necessità di principio d’una confessione ‘personale dei peccati, e in ciò che concerne l’effetto dell’assoluzione sacramentale, che presuppone la contrizione e almeno il votum confessionis. Tali malintesi, e gli abusi che ne derivano, sono dannosi allo spirito della riconciliazione e al sacramento. Come facile effetto di situazioni pastorali difficili e per un lato drammatiche, che si presentano in non poche parti della Chiesa, molti fedeli non hanno proprio la possibilità di ricevere il sacramento della penitenza. In simili situazioni d’urgenza, è indispensabile indicare ai fedeli interessati alcune vie che consentano d’accedere al perdono dei loro peccati e di ricevere l’Eucaristia. La tradizione ecclesiastica conosce la possibilità — confermata dal Concilio Tridentino — d’ottenere in tal caso la remissione dei peccati gravi mediante la contrizione perfetta. Questa implica, secondo la medesima tradizione, il desiderio (votum) di ricevere appena possibile il sacramento della penitenza [41]. Qualora difetti la copia confessorum, la contrizione perfetta così intesa potrebbe, secondo la dottrina del Concilio Tridentino, essere una disposizione sufficiente per ricevere l’Eucaristia (cf. supra B, IV, c, 6) [42]. Nella maggior parte delle situazioni pastorali urgenti di cui si tratta, è meglio ricorrere a tale possibilità, anziché all’assoluzione generale, perché in tal modo sarà psicologicamente più facile per la maggior parte dei fedeli capire l’obbligo d’un’ulteriore confessione personale. La dimensione ecclesiale di questa contrizione perfetta può esprimersi in una delle celebrazioni penitenziali sopra ricordate.”

Più avanti, il documento della CTI afferma al punto C, VI,1,a: “ Da un lato, l’Eucaristia è il sacramento dell’unità e dell’amore per i cristiani che vivono in grazia di Dio. La Chiesa antica ammetteva alla comunione, tra i battezzati, solo quelli che, dopo aver commesso un peccato che conduceva alla morte, fossero stati riconciliati al termine della penitenza pubblica. Allo stesso modo, il Concilio Tridentino chiede che chi ha sulla coscienza un peccato grave non si comunichi, né celebri la messa, se non dopo aver ricevuto il sacramento della penitenza [DS 1647, 1661.]. Tuttavia, su questo punto, non parla d’obbligo iure divino, ma traduce sul piano della disciplina l’obbligo di esaminare se stesso prima di mangiare il Pane e di bere il Calice (1 Cor 11, 28). Quest’obbligo può dunque ammettere eccezioni, come quando difetti la copia confessorum; in questo caso però la contrizione deve includere il votum sacramenti (cf. supra B, IV, c, 6; C, II, 4). Il Concilio esclude tuttavia la tesi più larga del Caietano [DS 1661 ]. Per la Chiesa, dunque, l’Eucaristia non costituisce un’alternativa al sacramento della penitenza.”

Come si può vedere leggendo con attenzione le affermazioni della CTI, la contrizione è elemento essenziale della Confessione e la contrizione perfetta con il voto del Sacramento permette di ricevere, in casi di particolare necessità, prima di ricevere l’assoluzione sacramentale la grazia santificante e quindi l’Eucaristia .

Nella “Reconciliatio et Paenitentia”, Esortazione Post-Sinodale di Giovanni Paolo II del 1984 la contrizione viene esplicitamente nominata varie volte . Anzitutto al n. 27 della suddetta Esortazione Post-Sinodale possiamo leggere:

E» necessario, tuttavia, ricordare che la Chiesa, guidata dalla fede in questo augusto sacramento, insegna che nessun cristiano, consapevole di peccato grave, può ricevere l’eucaristia prima di aver ottenuto il perdono di Dio. Come si legge nell’istruzione «Eucharisticum mysterium», la quale, debitamente approvata da Paolo VI, conferma in pieno l’insegnamento del Concilio Tridentino: «L’eucaristia sia proposta ai fedeli anche «come antidoto, che ci libera dalle colpe quotidiane, e ci preserva dai peccati mortali», e sia loro indicato il modo conveniente di servirsi delle parti penitenziali della liturgia della messa. «A colui che vuole comunicarsi venga ricordato… il precetto: L’uomo provi se stesso (1Cor 11,28). E la consuetudine della Chiesa dimostra che quella prova è necessaria, perché nessuno consapevole di essere in peccato mortale, per quanto si creda contrito, si accosti alla santa eucaristia prima della confessione sacramentale. Che, se si trova in caso di necessità e non ha modo di confessarsi, faccia prima un atto di contrizione perfetta»”.

Al n. 31 della “Riconciliatio et Paenitentia” si afferma : “Ma l’atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l’amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento. Così intesa, la contrizione è, dunque, il principio e l’anima della conversione, di quella «metanoia» evangelica che riporta l’uomo a Dio come il figlio prodigo che ritorna al padre, e che ha nel sacramento della penitenza il suo segno visibile, perfezionativo della stessa attrizione. Perciò, «da questa contrizione del cuore dipende la verità della penitenza» (Rito della Penitenza (http://www.liturgia.maranatha.it/Penitenza/p1/2page.htm ), 6c).” Come si può vedere, le parole di s. Giovanni Paolo II sono chiarissime e fortissime: la contrizione è l’atto essenziale della penitenza, senza il quale evidentemente non c’è la penitenza. Il s. Papa polacco condensa in poche righe ciò che dice la sana dottrina cattolica fissata in particolare nel Concilio di Trento e ribadita dai vari Pontefici dopo tale Concilio: la contrizione può essere perfetta o imperfetta (attrizione) , la contrizione perfetta è atto della carità e rimette in grazia di Dio chi compie un atto di tale contrizione purché costui abbia il proposito di confessarsi bene appena possibile, la contrizione imperfetta dispone al perdono dei peccati nella Confessione, tuttavia in quest’ultimo caso è evidente che per esserci la remissione dei peccati occorre che attraverso il Sacramento il penitente accolga la carità che Dio gli vuole dare ; la contrizione ha per elementi costitutivi: il dolore per il peccato commesso, l’odio del peccato e il proposito di non peccare più. Dalla contrizione dipende la verità della penitenza … senza contrizione non c’è vera penitenza e i peccati non vengono rimessi, come dice s. Giovanni Paolo II in un altro testo “Senza una vera conversione, che implica una interiore contrizione e senza un sincero e fermo proposito di cambiamento, i peccati rimangono «non rimessi», come dice Gesù e con lui la Tradizione dell’Antica e della Nuova Alleanza.” (s. Giovanni paolo II, Lettera Enciclica Dominum et Vivificantem, n. 42 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_18051986_dominum-et-vivificantem.pdf )

Nella “Reconciliatio et Paenitentia”, al n. 31 leggiamo:

Rimandando a tutto quanto la Chiesa, ispirata dalla parola di Dio, insegna circa la contrizione, mi preme qui sottolineare un solo aspetto di tale dottrina, che va meglio conosciuto e tenuto presente. Non di rado si considerano la conversione e la contrizione sotto il profilo delle innegabili esigenze, che esse comportano, e della mortificazione che esse impongono in vista di un radicale cambiamento di vita. Ma è bene ricordare e rilevare che contrizione e conversione sono ancor più un avvicinamento alla santità di Dio, un ritrovare la propria verità interiore, turbata e sconvolta dal peccato, un liberarsi nel più profondo di se stessi e, per questo, un riacquistare la gioia perduta, la gioia di essere salvati, che la maggioranza degli uomini del nostro tempo non sa più gustare.Si comprende, perciò, come fin dai primi tempi cristiani, in collegamento con gli apostoli e con Cristo, la Chiesa abbia incluso nel segno sacramentale della penitenza l’accusa dei peccati. Questa appare così rilevante, che da secoli il nome usuale del sacramento è stato ed è tuttora quello di confessione. Accusare i propri peccati è, anzitutto, richiesto dalla necessità che il peccatore sia conosciuto da colui che nel sacramento esercita il ruolo di giudice, il quale deve valutare sia la gravità dei peccati, sia il pentimento del penitente, e insieme il ruolo di medico, il quale deve conoscere lo stato dell’infermo per curarlo e guarirlo.

… L’altro momento essenziale del sacramento della penitenza compete questa volta al confessore giudice e medico, immagine di Dio Padre che accoglie e perdona colui che ritorna: è l’assoluzione. Le parole che la esprimono e i gesti che la accompagnano nell’antico e nel nuovo «Rito della penitenza» rivestono una significativa semplicità nella loro grandezza. La formula sacramentale: «Io ti assolvo…», l’imposizione della mano e il segno della croce, tracciato sul penitente, manifestano che in quel momento il peccatore contrito e convertito entra in contatto con la potenza e la misericordia di Dio. E» il momento nel quale, in risposta al penitente, la Trinità si fa presente per cancellare il suo peccato e restituirgli l’innocenza, e la forza salvifica della passione, morte e risurrezione di Gesù è comunicata al medesimo penitente, quale «misericordia più forte della colpa e dell’offesa», come ebbi a definirla nell’enciclica «Dives in Misericordia». Dio è sempre il principale offeso dal peccato — «tibi soli peccavi!» -, e solo Dio può perdonare. Perciò, l’assoluzione che il sacerdote, ministro del perdono, benché egli stesso peccatore, concede al penitente, è il segno efficace dell’intervento del Padre in ogni assoluzione e della «risurrezione» dalla «morte spirituale», che si rinnova ogni volta che si attua il sacramento della penitenza. Soltanto la fede può assicurare che in quel momento ogni peccato è rimesso e cancellato per il misterioso intervento del Salvatore. ” Attraverso la conversione e la contrizione vera dell’uomo, Dio lo deifica , rendiamocene conto, in quanto lo conduce dal peccato alla grazia e quindi alla partecipazione alla vita divina. La Confessione valida realizza precisamente questa deificazione dell’uomo e con essa dona al peccatore la vera gioia e gli fa ritrovare la sua verità interiore; attraverso la Confessione con la contrizione la Trinità con la sua infinita Misericordia prende possesso dell’anima comunicandogli la forza della Passione e Risurrezione di Cristo.

e) La contrizione come parte della Confessione sacramentale secondo il “Rito della Penitenza” e secondo un recente documento della Santa Sede sulla Confessione.



Nel Rito della Penitenza (http://www.liturgia.maranatha.it/Penitenza/p1/2page.htm ) si trovano importanti indicazioni circa la contrizione ai numeri 4ss.

La penitenza nella vita e nella liturgia della Chiesa
La Chiesa pratica la penitenza
4. In molti e diversi modi il popolo di Dio fa questa continua penitenza e si esercita in essa. Prendendo parte, con la sopportazione delle sue prove, alle sofferenze di Cristo, compiendo opere di misericordia e di carità, e intensificando sempre più, di giorno in giorno, la sua conversione, secondo il vangelo di Cristo, diventa segno nel mondo di come ci si converte a Dio. 
a) nella sua vita, 
Tutto questo la Chiesa lo esprime nella sua vita e lo celebra nella sua liturgia …
c) specialmente nel sacramento della Penitenza. 
Nel sacramento poi della Penitenza, i fedeli «ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui, e insieme si riconciliano con la Chiesa, che è stata ferita dal loro peccato, ma che mediante la carità, l’esempio e la preghiera coopera alla loro conversione».

Riconciliazione con Dio e con la Chiesa
Riconciliazione con Dio Padre, Figlio, Spirito Santo; 
5. Il peccato è offesa fatta a Dio e rottura dell’amicizia con lui; scopo quindi della penitenza è essenzialmente quello di riaccendere in noi l’amore di Dio e di riportarci pienamente a lui. Il peccatore che, mosso dalla grazia di Dio misericordioso, intraprende il cammino della penitenza, fa ritorno al Padre che «per primo ci ha amati» (1 Gv 4, 19), a Cristo, che per noi ha dato se stesso, e allo Spirito Santo, che in abbondanza è stato effuso su di noi.

….

Il sacramento della Penitenza e le sue parti

6. Il discepolo di Cristo che, mosso dallo Spirito Santo, dopo il peccato si accosta al sacramento della Penitenza, deve anzitutto convertirsi di tutto cuore a Dio. Questa intima conversione del cuore, che comprende la contrizione del peccato e il proposito di una vita nuova, il peccatore la esprime mediante la confessione fatta alla Chiesa, la debita soddisfazione, e l’emendamento di vita. E Dio accorda la remissione dei peccati per mezzo della Chiesa, che agisce attraverso il ministero dei sacerdoti.

a) Contrizione
Tra gli atti del penitente, occupa il primo posto la contrizione, che è «il dolore e la detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più peccare». E infatti «al regno di Cristo noi possiamo giungere soltanto con la “metànoia», cioè con quel cambiamento intimo e radicale, per effetto del quale l’uomo comincia a pensare, a giudicare e a riordinare la sua vita, mosso dalla santità e dalla bontà di Dio, come si è manifestata ed è stata a noi data in pienezza nel Figlio suo (cfr. Eb 1, 2; Col 1, 19 e passim; Ef 1, 23 e passim) ». Dipende da questa contrizione del cuore la verità della penitenza. La conversione infatti deve coinvolgere l’uomo nel suo intimo, così da rischiarare sempre più il suo spirito e renderlo ogni giorno più conforme al Cristo.

b) Confessione
Fa parte del sacramento della Penitenza la confessione delle colpe, che proviene dalla vera conoscenza di se stesso e dalla contrizione per i peccati commessi.”

Potete trovare il testo completo del Rito della Penitenza in internet a questo indirizzo http://www.liturgia.maranatha.it/Penitenza/coverpage.htm

In un recente documento della Congregazione per il Culto divino intitolato “Per riscoprire il «Rito della Penitenza»” apparso su Notitiae nel 2015 si trovano interessanti indicazioni circa le affermazioni contenute nel “Rito della Penitenza” riguardo alla contrizione , trovate tale documento in internet a questo indirizzo http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_notitiae-2015quaderno-penitenza_it.html

1. CONTRIZIONE E CONVERSIONE DEL CUORE

….

Perdita del senso del peccato 

Già più di cinquant’anni fa, il beato Paolo VI osservava in una sua omelia: « …. Una delle parole più penetranti e gravi del Sommo Pontefice Pio XII di v. m., risulta questa: “il mondo moderno ha perduto il senso del peccato”; che cosa sia, cioè, la rottura dei rapporti con Dio, causata appunto dal peccato»[2]. …

Conversione del cuore

Per riscoprire il pieno valore del Rito della Penitenza[3] occorrerebbe rivalutare, tra l’altro, alcuni elementi del retroterra teologico del sacramento così come possono essere letti nei Praenotanda al rito stesso. «Il peccato è offesa fatta a Dio e rottura dell’amicizia con lui; scopo quindi della penitenza è essenzialmente quello di riaccendere in noi l’amore di Dio e di riportarci pienamente a lui» (RP 5). D’altra parte, il peccato di uno solo reca danno a tutti, «e così la penitenza ha sempre come effetto la riconciliazione anche con i fratelli» (RP 5). Non si può dimenticare, poi, che l’esperienza sacramentale esige anzitutto l’accoglienza dell’invito preciso con cui Gesù ha aperto il suo ministero: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15).

Il concilio di Trento enumera quattro atti della penitenza: tre atti del penitente (contrizione, confessione, soddisfazione) e l’assoluzione data dal ministro e considera quest’ultima la parte più importante del sacramento[4]. Il Rito della Penitenza riprende la dottrina di Trento mettendo in particolare evidenza gli atti del penitente, tra i quali il primo e più rilevante è la contrizione o «l’intima conversione del cuore» (RP 6). Ne è modello il figliol prodigo, che con cuore contrito e pentito decide di ritornare alla casa di suo padre. Il sacramento viene spiegato in diretta continuità con l’opera di Cristo, dato che egli annunciava la metanoia come condizione per accedere al Regno. In assenza della conversione/metanoia, vengono meno per il penitente i frutti del sacramento, poiché: «dipende da questa contrizione del cuore la verità della penitenza» (RP 6). Si noti che i Praenotanda, pur citando il testo tridentino che intende la contrizione come dolore dell’animo e riprovazione del peccato commesso, interpreta la contrizione nel senso più ricco e biblico di conversione del cuore: «La conversione infatti deve coinvolgere l’uomo nel suo intimo, così da rischiarare sempre più il suo spirito e renderlo ogni giorno più conforme al Cristo» (RP 6).

Nell’antropologia globale e concreta della Bibbia, il cuore dell’uomo è la fonte stessa della sua personalità cosciente, intelligente e libera, il centro delle sue opzioni decisive e dell’azione misteriosa di Dio. Il giusto cammina con «cuore innocente» (Sal 101,2), ma «dal cuore degli uomini escono i propositi di male» (Mc 7,21). Perciò Dio non disprezza «un cuore contrito e affranto» (Sal 51,19). Il cuore è il luogo in cui l’uomo incontra Dio. Il cuore nel linguaggio biblico indica la  totalità della persona umana, a differenza delle singole facoltà e dei singoli atti della persona stessa; il suo essere intimo e irrepetibile; il centro dell’esistenza umana, la confluenza di ragione, volontà, temperamento e sensibilità, in cui la persona trova la sua unità e il suo orientamento interiore, della mente e del cuore, della volontà e dell’affettività. Come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica, «la tradizione spirituale della Chiesa insiste anche sul cuore nel senso biblico di ‘profondità dell’essere’, dove la persona si decide o no per Dio» (n. 368). Il cuore è quindi l’animo indiviso con cui amiamo Dio e i fratelli.

La conversione del cuore non è solo l’elemento principale, è anche quello che unifica tra loro tutti gli atti del penitente costitutivi del sacramento, dato che ogni singolo elemento è definito in ordine alla conversione del cuore: «Questa intima conversione del cuore, che comprende la contrizione del peccato e il proposito di una vita nuova, il peccatore la esprime mediante la confessione fatta alla Chiesa, la debita soddisfazione, e l’emendamento della vita» (RP 6). La conversione del cuore non è quindi da intendersi come un singolo atto, a sé stante, compiuto una volta per tutte, ma come un risoluto distacco dal peccato per un cammino progressivo e continuo di adesione a Cristo e di amicizia con lui. Le sequenze del Rito della Penitenza sono per così dire l’espressione dei vari momenti o tappe di un cammino che non si esaurisce nel momento della celebrazione del sacramento, ma informa tutta la vita del penitente.”

Voglio ripetere un’affermazione importantissima contenuta in questo testo e che si riferisce proprio alla contrizione cioè alla conversione e alla sua importanza decisiva nella Confessione : “ … Il Rito della Penitenza riprende la dottrina di Trento mettendo in particolare evidenza gli atti del penitente, tra i quali il primo e più rilevante è la contrizione o «l’intima conversione del cuore» (RP 6) .… La conversione del cuore non è solo l’elemento principale, è anche quello che unifica tra loro tutti gli atti del penitente costitutivi del sacramento, dato che ogni singolo elemento è definito in ordine alla conversione del cuore …”

 

9)Ciò che neppure il Papa può fare.

 

Ricordo che la storia della Chiesa riporta vari casi di evidenti errori di Papi. Abbiamo avuto casi di Papi che hanno affermato cose errate con evidente scandalo, purtroppo, si pensi ai Papi Onorio ( Denz-Hün 550 ss. 561 ss.), Liberio ( Denz-Hün 138 ss.), Giovanni XXII (Denz-Hün 990 s. si veda anche l’interessante articolo di De Mattei su questo argomento https://www.corrispondenzaromana.it/un-papa-che-cadde-nelleresia-giovanni-xxii-e-la-visione-beatifica-dei-giusti-dopo-la-morte/ e quello di Christian Trottmann nella “Enciclopedia dei Papi” della Treccani http://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-xxii_(Enciclopedia-dei-Papi)/ ) ed altri. Il Papa è infallibile in alcune occasioni e non sempre, come spiegano bene i documenti magisteriali che trattano di tale infallibilità. Il Papa è il custode della S. Scrittura e della S. Tradizione e le deve appunto custodire e non mettere da parte né cambiare secondo le sue idee, Papa Benedetto disse “Il potere conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato per servire. La potestà di insegnare, nella Chiesa, comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo. Lo fece Papa Giovanni Paolo II, quando, davanti a tutti i tentativi, apparentemente benevoli verso l’uomo, di fronte alle errate interpretazioni della libertà, sottolineò in modo inequivocabile l’inviolabilità dell’essere umano, l’inviolabilità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale. La libertà di uccidere non è una vera libertà, ma è una tirannia che riduce l’essere umano in schiavitù. Il Papa è consapevole di essere, nelle sue grandi decisioni, legato alla grande comunità della fede di tutti i tempi, alle interpretazioni vincolanti cresciute lungo il cammino pellegrinante della Chiesa. Così, il suo potere non sta al di sopra, ma è al servizio della Parola di Dio, e su di lui incombe la responsabilità di far sì che questa Parola continui a rimanere presente nella sua grandezza e a risuonare nella sua purezza, così che non venga fatta a pezzi dai continui cambiamenti delle mode. La Cattedra è — diciamolo ancora una volta — simbolo della potestà di insegnamento, che è una potestà di obbedienza e di servizio, affinché la Parola di Dio — la sua verità! — possa risplendere tra di noi, indicandoci la strada.” ( Benedetto XVI, Omelia del 7 maggio 2005 https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2005/documents/hf_ben–xvi_hom_20050507_san-giovanni-laterano.html ).

In questa linea i Vescovi tedeschi affermarono: “Il Papa è soggetto al diritto divino e vincolato dall’ordinamento dato da Gesù Cristo alla sua Chiesa . Il Papa non può modificare la costituzione che la Chiesa ha ricevuto dal suo Fondatore.… La Costituzione della Chiesa appoggia i suoi cardini su un fondamento che viene da Dio e quindi non può essere in balia dell’arbitrio umano.… Come il Concilio Vaticano ha esposto con parole chiare e comprensibili e e come la natura stessa della cosa si manifesta, l’infallibilità è una proprietà che si riferisce solo al supremo Magistero del Papa; e questo coincide precisamente con l’ambito del Magistero infallibile della Chiesa in genere ed è legato a ciò che è contenuto nella S. Scrittura e nella Tradizione, come pure alle definizioni già emanate dal Magistero ecclesiastico”. (Dichiarazione dei Vescovi tedeschi 1875 , Denz-Hün 3114; testo lodato e approvato da Papa Pio IX con la “Mirabilis illa constantia” del 1875, Denz-Hün 3117). La Congregazione per la Dottrina della Fede negli ultimi decenni ha pubblicato vari documenti in cui tratta della infallibilità e quindi della intangibilità delle affermazioni magisteriali , di particolare interesse appaiono per il nostro tema i testi raggruppati nel seguente link dal sito della Congregazione per la Dottrina della Fede http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_1998_professio-fidei_it.html ; come si vede, in tale link si possono trovare:

–Il testo della « Professione di Fede e del Giuramento di fedeltà nell’assumere un ufficio da esercitare a nome della Chiesa », pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, il 9 gennaio 1989 (AAS 81 [1989] 104106).

Il testo della Lettera Apostolica in forma di Motu proprio di Giovanni Paolo II «Ad tuendam fidem», pubblicata su «L’Osservatore Romano» del 30 giugno — 1 luglio 1998, con la quale vengono inserite alcune norme nel Codice di Diritto Canonico e nel Codice dei Canoni delle Chiese orientali, al fine di adeguare la normativa e le sanzioni canoniche a quanto stabilito e prescritto dalla suddetta Formula della «Professione di Fede», specialmente in relazione al dovere di aderire alle verità proposte dal magistero della Chiesa in modo definitivo.

- Il testo della «Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della Professione di Fede», resa pubblica dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e comparsa su « L’Osservatore Romano» del 30 giugno –1 luglio 1998, allo scopo di spiegare il significato e il valore dottrinale dei tre commi conclusivi, che si riferiscono alla qualificazione teologica delle dottrine e al tipo di assenso richiesto ai fedeli.

In particolare in tale “Nota dottrinale ….” ai numeri 5 e 6 possiamo leggere : “Con la formula del primo comma: « Credo pure con ferma fede tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio scritta o trasmessa e che la Chiesa, sia con giudizio solenne sia con magistero ordinario e universale, propone a credere come divinamente rivelato », si vuole affermare che l’oggetto insegnato è costituito da tutte quelle dottrine di fede divina e cattolica che la Chiesa propone come divinamente e formalmente rivelate e, come tali, irreformabili. (cf. DS 3074. )

Tali dottrine sono contenute nella Parola di Dio scritta o trasmessa e vengono definite con un giudizio solenne come verità divinamente rivelate o dal Romano Pontefice quando parla « ex cathedra » o dal Collegio dei Vescovi radunato in concilio, oppure vengono infallibilmente proposte a credere dal magistero ordinario e universale. Queste dottrine comportano da parte di tutti i fedeli l’assenso di fede teologale. Per tale ragione chi ostinatamente le mettesse in dubbio o le dovesse negare, cadrebbe nella censura di eresia, come indicato dai rispettivi canoni dei Codici canonici.(Cf. CIC cann. 750 e 751; 1364 § 1; CCEO cann. 598; 1436 § 1. ) 6. La seconda proposizione della Professio fidei afferma: « Fermamente accolgo e ritengo anche tutte e singole le verità circa la dottrina che riguarda la fede o i costumi proposte dalla Chiesa in modo definitivo ».

L’oggetto che viene insegnato con questa formula comprende tutte quelle dottrine attinenti al campo dogmatico o morale,(Cf. Paolo VI, Lett. Enc. Humanae Vitae, n. 4AAS 60 (1968) 483; Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Veritatis Splendor, nn. 3637AAS 85 (1993) 11621163. ) che sono necessarie per custodire ed esporre fedelmente il deposito della fede, sebbene non siano state proposte dal magistero della Chiesa come formalmente rivelate.

Tali dottrine possono essere definite in forma solenne dal Romano Pontefice quando parla « ex cathedra » o dal Collegio dei Vescovi radunato in concilio, oppure possono essere infallibilmente insegnate dal magistero ordinario e universale della Chiesa come “sententia definitive tenenda”.(Cf. Conc. Ecum. Vatic. II, Cost. Dogm. Lumen Gentium, n. 25 ) Ogni credente, pertanto, è tenuto a prestare a queste verità il suo assenso fermo e definitivo, fondato sulla fede nell’assistenza dello Spirito Santo al magistero della Chiesa, e sulla dottrina cattolica dell’infallibilità del magistero in queste materie.(Cf. Conc. Ecum. Vatic. II, Cost. Dogm. Dei Verbum, nn. 8 e 10; Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Mysterium Ecclesiae, n. 3AAS 65 (1973) 400401. ) Chi le negasse, assumerebbe una posizione di rifiuto di verità della dottrina cattolica (Cf. Giovanni Paolo II, Motu proprio Ad tuendam fidem, del 18 maggio 1998; cf. ibid., 913. )e pertanto non sarebbe più in piena comunione con la Chiesa cattolica.”

Riguardo alla necessità della contrizione per la confessione , che è l’oggetto principale del nostro studio, e quindi alla possibilità di osservare i 10 comandamenti ci troviamo di fronte a definizioni già fissate dal supremo Magistero in Concili Ecumenici e continuamente ribadite dai Papi in modo netto e legate strettamente ai dieci comandamenti, e alla loro osservanza, e quindi al diritto divino e ai Sacramenti, perciò sono cose che appaiono attinenti all’ordinamento dato da Cristo alla Chiesa e quindi ci pare siano immodificabili anche dal Papa, praticamente lo stesso ci pare debba dirsi riguardo alla necessità dello stato di grazia per ricevere l’Eucaristia. Mi pare importante a tale riguardo notare quello che affermò s. Giovanni Paolo II:

È in questo ambito chiaramente pastorale, come ben avete chiarito nella presentazione dei lavori di questa Assemblea Plenaria, che si inquadrano le riflessioni del vostro incontro, volte ad aiutare le famiglie a scoprire la grandezza della loro vocazione battesimale ed a vivere le opere di pietà, carità e penitenza. L’aiuto pastorale presuppone però che sia riconosciuta la dottrina della Chiesa chiaramente espressa nel Catechismo: “Non è in potere della Chiesa pronunciarsi contro questa disposizione della sapienza divina” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1640).” (Discorso ai partecipanti alla XIII Assemblea Plenaria , 24.1.1997) http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/1997/january/documents/hf_jp–ii_spe_19970124_plenaria-pc-family_it.html

Sottolineo le ultime parole “L’aiuto pastorale presuppone però che sia riconosciuta la dottrina della Chiesa chiaramente espressa nel Catechismo: “Non è in potere della Chiesa pronunciarsi contro questa disposizione della sapienza divina” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1640).”

. e se non è in potere della Chiesa non è in potere del Papa, ovviamente.

La Congregazione per la Dottrina della Fede in un testo avente approvazione del s. Pontefice Giovanni Paolo II ribadì: “Anche se è noto che soluzioni pastorali analoghe furono proposte da alcuni Padri della Chiesa ed entrarono in qualche misura anche nella prassi, tuttavia esse non ottennero mai il consenso dei Padri e in nessun modo vennero a costituire la dottrina comune della Chiesa né a determinarne la disciplina. Spetta al Magistero universale della Chiesa, in fedeltà alla Sacra Scrittura e alla Tradizione, insegnare ed interpretare autenticamente il «depositum fidei».Di fronte alle nuove proposte pastorali sopra menzionate questa Congregazione ritiene pertanto doveroso richiamare la dottrina e la disciplina della Chiesa in materia. Fedele alla parola di Gesù Cristo(Mc 10,1112: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione(Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1650; cf. anche n. 1640 e Concilio Tridentino, sess. XXIV: Denz.-Schoenm. 17971812. ). Ciò non significa che la Chiesa non abbia a cuore la situazione di questi fedeli, che, del resto, non sono affatto esclusi dalla comunione ecclesiale. Essa si preoccupa di accompagnarli pastoralmente e di invitarli a partecipare alla vita ecclesiale nella misura in cui ciò è compatibile con le disposizioni del diritto divino, sulle quali la Chiesa non possiede alcun potere di dispensa (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1640. )” ( “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione …” del 14.9.1994
http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html )

SOTTOLINEO: “… le disposizioni del diritto divino, sulle quali la Chiesa non possiede alcun potere di dispensa.”

Ovviamente se la Chiesa non può dispensare, non può dispensare neppure il Papa.

Aggiungo che , secondo il Concilio di Trento “… hanc potestatem perpetuo in Ecclesia fuisse, ut in sacramentorum dispensatione, salva illorum substantia, ea statueret vel mutaret, quae suscipientium utilitati seu ipsorum sacramentorum venerationi, pro rerum, temporum et locorum varietate, magis expedire iudicaret.” ( Denz. Sch. 1726) …. Sottolineo: “ … salva illorum substantia”.

S. Giovanni Paolo II affermò: “In questa linea giustamente il Catechismo della Chiesa Cattolica stabilisce: « Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione ».(Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1385; cfr. Codice di Diritto Canonico, can. 916; Codice dei Canoni delle Chiese Orientali , can. 711.  )  Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, « si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale ».(Discorso ai membri della Sacra Penitenzieria Apostolica e ai Penitenzieri delle Basiliche Patriarcali di Roma (30 gennaio 1981): AAS73 (1981), 203. Cfr Conc. Ecum. Tridentino, Sess. XIII, Decretum de ss. Eucharistia, cap. 7 et can. 11DS 1647, 1661. ) (Ecclesia de Eucharistia n. 36 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_20030417_eccl-de-euch.html ) … Sottolineo che “vige e vigerà sempre …”

Illuminante in questa linea la risposta che il card. Muller ha dato circa l’attuale validità della norma della Familiaris Consortio che afferma come necessario il proposito della continenza per le coppie di divorziati risposati che non possono separarsi ma vogliono accostarsi ai Sacramenti:
“Certo, non è superabile perché non è solo una legge positiva di Giovanni Paolo II, ma lui ha espresso ciò che è costitutivamente elemento della teologia morale cristiana e della teologia dei sacramenti. La confusione su questo punto riguarda anche la mancata accettazione dell’enciclica Veritatis Splendor con la chiara dottrina dell’intrinsece malum. Diciamo in generale che nessuna autorità umana può accettare ciò che è contro l’evidente volontà di Dio, dei suoi comandamenti e della costituzione del sacramento del matrimonio.”
http://apologetica–cattolica.net/magistero/mull-esclus.html Lo stesso cardinale Muller ha rilasciato una intervista apparsa sul giornale “Il Foglio” il 21.7.2017 nella quale, alla pagina 4, afferma tra l’altro che “ … chi vuole ricevere la Comunione e si trova in stato di peccato mortale deve prima ricevere il sacramento della Riconciliazione che consiste nella contrizione del cuore, nel proposito di non peccare più, nella confessione dei peccati e nella convinzione di agire secondo la volontà di Dio. E nessuno può modificare questo ordine sacramentale che è stato fissato da Gesù Cristo.”

Dobbiamo dunque ritenere intangibili da parte di chiunque le affermazioni dottrinali che proclamano la necessità della contrizione per la confessione, la possibilità di osservare i 10 comandamenti e la necessità di ricevere l’Eucaristia in stato di grazia; perciò è necessario affermare che chi volesse mettersi contro tali affermazioni in particolare approvando i sacrilegi visti sopra, illudendo i fedeli riguardo alla remissione dei peccati in Confessioni senza contrizione o aprendo le porte della Comunione Sacramentale a chi è in peccato grave, si metterebbe fuori della dottrina della Chiesa e, soprattutto se fosse Vescovo o Papa, compirebbe un’opera di straordinaria gravità contro Cristo, contro la Chiesa, contro le anime; ovviamente si farebbe complice degli errori e dei peccati dei suoi sottoposti il superiore ecclesiastico che non condannasse gli errori dei suoi sudditi che volessero approvare e diffondere gli errori e i sacrilegi suddetti.

In particolare riteniamo che la necessità della contrizione per la Confessione valida, che è l’oggetto centrale del nostro studio, rientri tra le verità proposte come divinamente rivelate e che devono essere credute per fede divina e cattolica (can. 750, I comma); ci portano a questa affermazione sia la storia del Sacramento sia le affermazioni magisteriali. Per quanto riguarda la storia del Sacramento della Confessione, il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma “ Attraverso i cambiamenti che la disciplina e la celebrazione di questo sacramento hanno conosciuto nel corso dei secoli, si discerne la medesima struttura fondamentale. Essa comporta due elementi ugualmente essenziali: da una parte, gli atti dell’uomo che si converte sotto l’azione dello Spirito Santo: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione; dall’altra parte, l’azione di Dio attraverso l’intervento della Chiesa. La Chiesa che, mediante il vescovo e i suoi presbiteri, concede nel nome di Gesù Cristo il perdono dei peccati e stabilisce la modalità della soddisfazione, prega anche per il peccatore e fa penitenza con lui. Così il peccatore viene guarito e ristabilito nella comunione ecclesiale.” (Catechismo della Chiesa Cattolica 1448). Ribadiscono queste affermazioni sia Papa Francesco ( Lettera del 30.5.2014 http://w2.vatican.va/content/francesco/it/letters/2014/documents/papa-francesco_20140530_lettera-diritto-penale-criminologia.html ) sia la Commissione Teologica Internazionale nel documento “Riconciliazione e Penitenza”( ai punti: B, IV, a,1. b, 5 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1982_riconciliazione-penitenza_it.html . ) Per quanto riguarda le affermazioni magisteriali anzitutto il

Concilio di Firenze precisa :

« Quartum sacramentum est paenitentia, cuius quasi materia sunt actus paenitentis, qui in tres distinguuntur partes. Quarum prima est cordis contritio; ad quam pertinet, ud doleat de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero… » (Denz. 1323) Traduco: quarto Sacramento è la Penitenza, quasi materia del quale sono gli atti del penitente che si distinguono in tre parti, delle quali la prima è la contrizione del cuore alla quale attiene che (il penitente) si dolga del peccato compiuto con il proposito di non peccare più…

Nei documenti del Concilio di Trento leggiamo: “Sono quasi materia di questo sacramento gli atti dello stesso penitente e cioè: la contrizione, la confessione, la soddisfazione. E poiché questi si richiedono, nel penitente, per istituzione divina, per l’integrità del sacramento e per la piena e perfetta remissione dei peccati, per questo sono considerati parti della penitenza.” ( DS 1673)

Il Concilio di Trento ha affermato, ulteriormente:

Contritio, quae primum locum inter dictos paenitentis actus habet, animi dolor ac detestatio est de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. Fuit autem quovis tempore ad impetrandam veniam peccatorum hic contritionis motus necessarius, et in homine post baptismum lapso ita demum praeparat ad remissionem peccatorum, si cum fiducia divinae misericordiae et voto praestandi reliqua coniunctus sit, quae ad rite suscipiendum hoc sacramentum requiruntur. Declarat igitur sancta Synodus, hanc contritionem non solum cessationem a peccato et vitae novae propositum et inchoationem, sed veteris etiam odium continere, iuxta illud: “Proicite a vobis omnes iniquitates vestras, in quibus praevaricati estis, et facite vobis cor novum et spiritum novum» (Ez 18, 31). Et certe, qui illos Sanctorum clamores consideraverit: “Tibi soli peccavi, et malum coram te feci» (Ps 50, 6); “Laboravi in gemitu meo; lavabo per singulas noctes lectum meum» (Ps 6, 7); “Recogitabo tibi omnes annos meos in amaritudine animae meae» (Is 38, 15), et alios huius generis, facile intelliget, eos ex vehementi quodam anteactae vitae odio et ingenti peccatorum detestatione manasse.

1705 Can. 5. Si quis dixerit, eam contritionem, quae paratur per discussionem, collectionem et detestationem peccatorum, qua quis recogitat annos suos in amaritudine animae suae (Is 38, 15), ponderando peccatorum suorum gravitatem, multitudinem, foeditatem, amissionem aeternae beatitudinis, et aeternae damnationis incursum, cum proposito melioris vitae, non esse verum et utilem dolorem, nec praeparare ad gratiam, sed facere hominem hypocritam et magis peceatorem; demum illam esse dolorem coactum et non liberum ac voluntarium: an. s. (cf. DS 1676 1456).

”(DS 1676.1705)

Traduzione nostra indicativa: La contrizione, che occupa il primo posto tra i suddetti atti del penitente , è il dolore dell’animo e la detestazione del peccato compiuto, col proposito di non peccare piú in avvenire.

Questo moto della contrizione è stato sempre necessario per impetrare la remissione dei peccati e nell’uomo caduto in peccato dopo il battesimo, esso prepara alla remissione dei peccati solo se

congiunto con la fiducia della divina misericordia e col desiderio di fare ciò che ancora si richiede

per ricevere nel modo dovuto questo sacramento.

Dichiara, quindi, il santo Sinodo, che questa contrizione include non solo la cessazione del

peccato e il proposito e l’inizio di una nuova vita, ma anche l’odio della vecchia vita, conforme

all’espressione: “Liberatevi da tutte le iniquità commesse e formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo.” (Ez. 18,31). Certamente colui che riflette su quelle parole dei santi: “Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.”

(Sal. 50, 6 nella nostra numerazione attuale Sal. 51,6). “Sono stremato dai miei lamenti, 
ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio.” (Sal. 6,7); “Racconterò a te tutti i miei anni, nell’amarezza della mia anima” (Is. 38,15 secondo la Vulgata), e su altre simili, comprenderà facilmente che esse provenivano da un odio veramente profondo della vita passata e da una grande detestazione del peccato.

Can. 5 Se qualcuno dirà che quella contrizione, che si ottiene con l’esame, la raccolta, e la detestazione dei peccati — per cui uno, ricordando la propria vita nell’amarezza della sua anima

(Is. 38,15), riflettendo alla gravità, alla moltitudine, alla bruttezza dei suoi peccati, alla perdita della

beatitudine eterna e all’essere incorso nella eterna dannazione, col proposito di una vita migliore -

non è un dolore vero ed utile, che non prepara alla grazia, ma che rende l’uomo ipocrita e ancor piú

peccatore e che, finalmente, essa è un dolore imposto, non libero e volontario, sia anatema.

Tali proclamazioni della fede nonché le successive affermazioni del Magistero, riportate in questo libro, a questo riguardo sono molto chiare e forti e indicano che la necessità della contrizione per Confessione è verità divinamente rivelata come s. Giovanni Paolo II ha ribadito con estrema chiarezza:

Senza una vera conversione, che implica una interiore contrizione e senza un sincero e fermo proposito di cambiamento, i peccati rimangono «non rimessi», come dice Gesù e con lui la Tradizione dell’Antica e della Nuova Alleanza.” (S. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Dominum et Vivificantem, n. 42 https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_18051986_dominum-et-vivificantem.pdf )

La “Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della Professione di Fede”, («Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della Professione di Fede», resa pubblica dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e comparsa su « L’Osservatore Romano» del 30 giugno –1 luglio 1998 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_1998_professio-fidei_it.html ) come già visto più sopra dice:“ Con la formula del primo comma: « Credo pure con ferma fede tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio scritta o trasmessa e che la Chiesa, sia con giudizio solenne sia con magistero ordinario e universale, propone a credere come divinamente rivelato », si vuole affermare che l’oggetto insegnato è costituito da tutte quelle dottrine di fede divina e cattolica che la Chiesa propone come divinamente e formalmente rivelate e, come tali, irreformabili. (Cf. DS 3074. )

Tali dottrine sono contenute nella Parola di Dio scritta o trasmessa e vengono definite con un giudizio solenne come verità divinamente rivelate o dal Romano Pontefice quando parla « ex cathedra » o dal Collegio dei Vescovi radunato in concilio, oppure vengono infallibilmente proposte a credere dal magistero ordinario e universale.

Queste dottrine comportano da parte di tutti i fedeli l’assenso di fede teologale. Per tale ragione chi ostinatamente le mettesse in dubbio o le dovesse negare, cadrebbe nella censura di eresia, come indicato dai rispettivi canoni dei Codici canonici.(Cf. CIC cann. 750 e 751; 1364 § 1; CCEO cann. 598; 1436 § 1. )”

Sulla base di quanto appena detto dobbiamo ritenere che chiunque negasse ostinatamente questa verità della necessità assoluta della contrizione per la Confessione sarebbe eretico sulla base del canone 751 che afferma: “Vien detta eresia, l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa…”

Senza la contrizione, la Confessione è nulla e invalida perché manca un elemento essenziale della Confessione stessa, senza contrizione i peccati rimangono non rimessi! D’altra parte sarebbe assurdo ritenere puro dai peccati e in grazia di Dio chi non è pentito del male, in particolare se grave, che ha fatto.

 

 

Conclusione

 

Gesù chiama alla conversione. Questo appello è una componente essenziale dell’annuncio del Regno: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo » (Mc 1,15).

Cristo chiama i peccatori alla conversione.

Questo sforzo di conversione non è solo un’opera umana; esso è il movimento del « cuore contrito » (Sal 51,19) attirato e mosso dalla grazia (Cf Gv 6,44; 12,32.) e quindi da Dio, a rispondere all’amore misericordioso di Dio che ci ha amati per primo.(1 Gv 4,10)

Lo Spirito Santo trafigge i cuori con la santa contrizione realizzando in essi, con la loro collaborazione, la vera conversione.

La Sacra Scrittura rettamente interpretata dalla Chiesa ci fa capire chiaramente che la vera conversione è un dono di Dio che si compie sotto l’azione, in particolare, dello Spirito Santo; ed è