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Domenica, 05 Gennaio 2014 07:31

Il Bisogno religioso

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IL BISOGNO RELIGIOSO

tratto dall’Enciclopedia di Apologetica — quinta edizione — traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire — Réponses aux objection

Esistenza e natura del bisogno religioso.

- Le opinioni sull’estensione e sul valore o significato del fatto religioso sono divergenti, ma accade molto raramente che si pensi di negarne l’esistenza. Esiste un fatto religioso di cui abbiamo cercato di far vedere l’importanza apologetica. Certamente pochissimi potranno negare che la religione in chi la vive profondamente non risponda a un bisogno personale e profondo, e noi tutti conosciamo con sufficiente precisione molti uomini religiosi per poter constatare l’evidenza di questo fatto. Questo bisogno non sarà però fittizio? Non potrebbe ad esempio essere un prodotto della stessa religione che tende a soddisfarlo? Se cosi fosse, ci troveremmo come di fronte agli stupefacenti, che rendono schiavi quelli che vi si sono abituati, anche se al principio non ne sentivano una grande attrattiva. Il bisogno religioso non sarà per lo meno una particolare disposizione individuale legata a una mera forma di temperamento psicologico e forse fisiologico? In altri termini, il bisogno religioso, è veramente, se non di fatto, almeno di diritto, universale, oppure è soltanto un aspetto delle possibili » varietà » dell’umanità? Poniamo la questione nella forma più radicale: il bisogno religioso, di cui constatiamo l’esistenza, non è una finzione artificiale? Non potrebbe essere una specie di malattia spirituale, o tutt’al più, un fenomeno di compensazione, utile solo provvisoriamente e destinato a scomparire, perché legato a condizioni intellettuali, sociali, politiche, anch’esse destinate a scomparire nel variare dello sviluppo umano? Sotto un altro aspetto, qui ritroviamo gli stessi problemi che abbiamo incontrato a proposito del fatto religioso, il che non deve stupirci. Infatti, se non si professa un estrinsecismo insostenibile qui più che altrove, bisogna necessariamente ammettere che il fatto religioso è condizione del bisogna religioso e viceversa; e che tutto ciò che dimostra l’irriducibilità di quello dimostra anche la specificità e la permanenza di questo; il che ci dispensa dal ritornare su ciò che praticamente abbiamo già detto, e sappiamo che cosa d può suggerire la constatazione dei fatti, che cosa sarebbe imprudente attendere da essi e come orientarci per poter andare oltre i fatti.

Quindi, fermandoci a un altro punto di vista, diremo che ogni apologista, il quale sa bene che nella conversione non interviene soltanto l’intelligenza, tende naturalmente a far leva sul bisogno religioso. Di fronte a quelli che si mostrano insensibili alle condizioni oggettive, si è naturalmente tentati di fare appello a una realtà che non possono rifiutare, perché è in loro stessi, facendo vedere loro come la religione, che presentiamo loro dall’esterno, risponde a un’aspirazione intcriore di cui forse non hanno ancora coscienza, ma che diverrà loro percettibile se vorranno prestarvi attenzione. Anche quando non incontriamo resistenza, non è questo un metodo molto naturale per preparare all’esame delle prove? Non è naturale che si cerchi di far desiderare e amare la verità di ciò che le prove devono stabilire?

Questo ricorso al bisogno religioso non è illegittimo per se stesso; anzi, è un processo veramente normale, al quale non è possibile rinunciare senza danno. La religione potrebbe essere stabile in un’anima che non l’accetta come rispondente a un appello inferiore? Siamo però su un terreno difficile e pieno d’insidie; perciò, in materia tanto delicata, occorre un discernimento esatto e . spesso difficile onde non impegnarsi per una via falsa che impedisca di camminare verso la meta. L’esistenza e la natura del bisogno religioso fanno spesso sorgere problemi reali che esigono una soluzione precisa; altrimenti, sarà pericoloso farvi appello. Forse sembrerà esagerata pretesa parlare della necessità di una teologia del bisogno religioso, e ci limitiamo a dire che l’apologista che vuole far leva su di esso, non deve contentarsi della psicologia empirica che tocca soltanto manifestazioni parziali, confuse e spesso discutibili, ma deve approfondirne la natura e l’oggetto. Quindi, crediamo utile cominciare con alcuni elementari rilievi dottrinali.

Appello d’un dono e d’un perdono.

- Se la forma più autentica della religione è aspirazione all’unione con Dio, che anche quando è più profondamente intima rispetta la distinzione delle persone, il cattolico non può dubitare dell’universalità e della necessità del bisogno religioso, e in questo senso, ma solo in questo senso, del suo carattere » naturale » nell’umanità. Siccome ogni uomo è creato a immagine di D’io, e quindi è incapace di trovare la propria soddisfazione fuori di lui, in quanto è chiamato a partecipare alla sua vita, il bisogno religioso non è uno stadio provvisorio nell’evoluzione umana, non è una malattia, un’illusione, una semplice disposizione individuale. Ogni uomo, messo di fronte a se stesso, quando, se è possibile, sono caduti i veli che gli nascondono il suo vero essere, si rende conto di essere tormentato da un bisogno die soltanto l’unione con Dio può appagare. Non vi è realtà distinta e separata da Lui, che possa essere degno oggetto delle sue ricerche, perché Dio è il suo Unico Necessario.

Del resto, parlare così categoricamente dell’unione con Dio e del possesso di Dio, vtiol dire mettersi da un punto di vista che, pur senza falsare il suo oggetto, lo schematizza e lo lascia nell’ombra, rischiando di misconoscere qualche aspetto tra i più profondi della realtà che si deve descrivere. Ogni uomo, per il suo stesso destino, aspira a legarsi a Dio nell’adorazione e in uno scambio di amore, ricevendo da Dio ciò che gli da, attingendo in Lui tanto la sua attività come il suo stesso essere; egli vuole poggiare interamente su Dio, non per riceverne quella specie di aiuto che sminuirebbe la sua azione personale, ma per attingere in Lui l’energia che lo anima, lo eleva e lo amplifica; vuole essergli eternamente debitore di tutto e riconoscere gioiosamente questa dipendenza. L’aspirazione che prima sembrava desiderio di conquista, in definitiva è appello di un dono e non può venire definita semplicemente dal suo oggetto, quasi che il mezzo per ottenerlo fosse indifferente. L’uomo desidera l’intimità d’un Essere personale che gli si dona con amore, il libero dono che quest’Essere fa di se stesso. L’unione è possibile soltanto nella mediazione della grazia, che però non è una necessità cui si rassegna in mancanza d’un altro mezzo, e proprio questo carattere di libertà e di gratuità del dono lo rende pregevole ai suoi occhi.

Non si deve dimenticare che, nel bisogno religioso, è presente un desiderio di perdono. Infatti, non una creatura innocente, ma un peccatore implora questa divina unione. Precisando la natura del bisogno religioso, vi si può trovare tutta intera una parte della verità cristiana come nascosta e trascritta in un atteggiamento vivente, correlativo al destino dell’uomo e agli ostacoli che separano da questo destino e ai mezzi indispensabili per superarli. L’atteggiamento vivente traduce la conoscenza che l’uomo ha del suo essere reale e della sua situazione concreta; ma la natura e la forma di quest’unione con Dio sono l’elemento decisivo e tutto il resto deriva dalla condizione di fatto in cui egli si trova.

A un uomo supposto cosciente del suo vero essere, il fatto di pervenire a quest’unione si presenterebbe come il compimento della sua più profonda aspirazione e l’attuazione imprevedibile di ogni suo desiderio. Quest’uomo non vedrebbe punto come una soggezione il fatto di non poterne fare a meno, perché vi troverebbe la sua piena espansione. Non raggiungere l’unione gli sembrerebbe causa di disperazione assoluta, perché sarebbe uno scacco senza rimedio. L’idea cristiana considera il bisogno religioso così determinato come l’elemento che definisce l’essere più profondo dell’uomo. Il bisogno religioso è quindi necessario e universale e, lungi dall’essere esteriore alla sua natura, ne sgorga dal più intimo e si può dire che è quanto di più immanente sia nell’uomo.

Fonte trascendente.

- E quindi anche l’origine del bisogno religioso deve derivare da una trascendenza assoluta. Perciò, non è » naturale » nel senso che abbia la sua prima sorgente nell’uomo, sia pure a titolo d’aspirazione impotente (1), ma viene da Dio, come pure va a Dio. Non basta riportarlo a Dio come si riferisce a Lui tutto ciò che è nell’uomo, per la sua natura di essere creato. Soltanto il divino è capace di compiacersi in Dio, e quindi anzitutto di desiderarlo, almeno quando si tratta di possederlo non come una preda conquistata che diventa nostro possesso e nostro godimento, ma come un Essere personale dal quale attendiamo l’intimità. Il bisogno di Dio deriva da un appello, anzi da un appello creatore che non cambia la destinazione di una natura già orientata verso un altro fine, ma vi fa sorgere la capacità d’intendere e di rispondere. Il bisogno di Dio è così presente in noi, che un uomo privo di esso è impensabile; però non viene dall’uomo, perché inattuabile senza l’aiuto di Dio.

L’uomo che conosce il vero bisogno religioso, invece di bastare a se stesso e farsi il centro di tutto, vuole realmente completare se stesso riportandosi tutto intero a Dio. Per lasciarsi prendere da questo slancio che Dio suscita in Lui e per assicurarne il trionfo, l’uomo deve superare non solo la tentazione di porre la carne al di sopra dello spirito, ma anche la tentazione dell’autonomia assoluta, che è molto più sottile e che da molto più alla testa, e perciò sicuramente inevitabile a una natura spirituale creata. L’uomo nelle proprie forze non può trovare il mezzo per elevarsi al di sopra di se stesso, e dal suo fondo non può nemmeno farne sorgere il desiderio. Occorre quindi che scenda dall’alto una costante attrattiva. La metafora dell’attrazione ha bisogno di essere usata con correttivi, altrimenti sembrerebbe che l’attrattiva religiosa sia una forza che agisce sull’uomo dall’esterno, mentre, come abbiamo già notato, il bisogno religioso è la cosa più intcriore, e di esso si può dire: interior intimo meo; ma si può anche dire: superior summo meo. L’aspirazione a superare se stesso per trovare Dio e darsi a Lui è nell’uomo, ma non dall’uomo, e fa parte del suo dinamismo spirituale, e anzi, è lo stesso dinamismo, benché egli non possa trovare l’equilibrio se non in un piano superiore.

(1) I sensi tanto diversi dati a questo termine di «naturale» spiegano che si possa attribuirgli o rifiutargli questa qualifica.

La tentazione dell’autonomia.

- Questo non impedisce che chi ha provato il gusto dell’autonomia, cioè della piena sufficienza di sé a se stesso, non possa rinunciarvi senza sentire questa rinuncia come una vera morte. Però, l’uomo senza questa morte non può vivere, perché, se soccombe alla tentazione e pretende di bastare a se stesso, è votato alla decomposizione e alla disintegrazione. Solo per questa morte l’uomo vivrà, perché solo cosi si stabilisce nella verità del suo essere, trovando il suo vero rapporto a Dio. Questa è la condizione umana, perché, se non conoscesse la tentazione di autonomia, non sarebbe uomo, poiché l’individuo è insensibile ad essa solo quando vive ancora in uno stato infraumano e non ha ancora preso coscienza di tutta la sua grandezza. Se però vi soccombe, viene meno al suo destino di uomo; se rifiuta di passare attraverso la morte, non salva nulla di se stesso.

Ecco davanti a quale paradosso ci pone il bisogno religioso, che è la più profonda aspirazione alla vita. Non è aspirazione al nulla, ma a una vita che si trova unicamente oltre la morte. In questo modo, la soddisfazione del bisogno religioso e, possiamo dire, il compimento dell’uomo, non è al termine di uno sviluppo rettilineo e d’un progresso continuo, ma suppone la frattura più radicale. Bisogna rinunciare alla propria autonomia, perché nella nostra condizione provvisoria e contrastante non si è pienamente uomini senza subirne l’attrattiva. Solo dopo avervi rinunciato per darsi a Dio, si capisce di essere diventati veri uomini, e allora non si è più asserviti, ma liberi; non si è definitivamente divisi e come dislocati tra due tendenze contradditorie, ma si è sulla via dell’unificazione totale. Non l’idea di sviluppo, ma quella di resurrezione può aiutare a pensare il destino religioso dell’uomo, il quale, finché non sarà giunto alla meta della perfetta unificazione, avrà un bisogno religioso necessariamente combattuto e sentirà sempre un antagonista erigersi contro di sé; solo quando possederà la pienezza della vita religiosa, lo potrà vincere. Amare se stesso fino al disprezzo di Dio, fino a fare di se stesso, del proprio corpo, della propria intelligenza, della propria volontà, della propria forza il suo proprio dio; ecco ciò che attirerà l’uomo finché il vero Dio non avrà preso pieno possesso di lui.

L’obiezione antireligiosa: Nietzsche.

- Questo bisogno religioso può essere non solo combattuto, ma anche misconosciuto fino alla fine, e l’uomo può non soltanto ignorarlo, ma anche cambiarne il valore positivo in valore negativo. In una dottrina che considera il desiderio di autonomia come l’espressione della vera tendenza dell’essere, che pone tutto il valore della vita nell’indipendenza assoluta dell’uomo finalmente conquistata, nella totale gratuità dell’esistenza; in una dottrina che vede una condizione di grandezza nella stessa assenza di ogni essere superiore al quale riferirsi, o addiritura come l’avversario per eccellenza, in una lotta per la distruzione di ogni sostegno esteriore, il bisogno religioso può venir considerato solo come una perversione, come la malattia per eccellenza dell’umanità, malattia che corrode le vere forze dell’uomo. Dio non è un’ipotesi di cui la scienza può aver bisogno, una chimera da relegarsi nell’inconoscibile, di cui è vano preoccuparsi, ma è ciò contro cui l’uomo si definisce, la tentazione che non si deve cessare di combattere. L’uomo è legato a questa chimera innalzata dal suo amore per un riposo degradante; se cercherà contìnuamente di trionfare su di essa, la farà servire alla sua grandezza.

È questo l’atteggiamento fondamentale e la fonte degli attacchi antireligiosi di Nietzsche, del quale qui ci interessa solo il pensiero. Nietzsche non insegna che la religione e il bisogno religioso sono un’illusione, sia pure insistendo sui suoi danni; sono anzi una terribile realtà, l’espressione vivente della vigliaccheria umana, della rinuncia al vero essere, dell’abbandono a ciò che degrada e diminuisce. Nietzsche non crede che si debba attendere la scomparsa della religione e del bisogno religioso da un progresso generalizzato dei lumi o da una trasformazione delle condizioni economiche, ma da una marcia spirituale con cui l’uomo muterà radicalmente la scala dei suoi valori e si ergerà contro questo vampiro. Per Nietzsche, ha senso non già l’abbandono di una religione, il rifiuto di riconoscere un valore al bisogno religioso, ma il motivo che detta quest’atteggiamento; se tale motivo è per cercare altrove la soddisfazione di un bisogno di felicità, non ci sarà nulla di guadagnato; e se si rigetta la disciplina religiosa o quella del dovere per lo sforzo che richiedono, si fa soltanto un passo di più nella degradazione. Bisogna fare rivolta contro ogni religione, affinchè l’uomo, privato di qualsiasi appoggio, non avendo fuori di se stesso che avversari, sia veramente quel che dev’essere. Nietzsche descrisse cosi con accenti di fuoco una delle manifestazioni più potenti e più alte dell’opposizione che il bisogno religioso incontra necessariamente nell’uomo; ed è sempre possibile preferire quest’antagonismo, perché l’uomo è sempre nella possibilità di venir sedotto dall’orgoglio.

Bisogno religioso e sentimento religioso.

- II bisogno religioso si manifesta normalmente nella psicologia, ma non è soltanto una realtà psicologica, perché appartiene a un ordine molto profondo e, come abbiamo veduto, è l’espressione del nostro essere stesso. L’uomo si compie totalmente quando si stabilisce nella verità o, per dirla in altre parole, stabilisce in modo perfetto le sue relazioni con Dio, perché proprio a questo aspira nel più intimo di se stesso. Perciò, tutta la sua gioia sarà una conseguenza e come una derivazione della gioia trovata in Dio. Del resto, non dimentichiamo che il bisogno d’unione con Dio include necessariamente il bisogno d’unione con gli altri, perché Dio non ìi lascia separare da quelli che ha creato e ama; quindi, non si giunge a Lui quando si vogliono lasciar da parte gli » altri «; e a provarlo, basterebbe l’Incarnazione con la Chiesa, suo compimento. Gli » altri » non sono accanto a Dio, ma in Lui. Dalla gioia della comunione con Dio non è separabile la gioia della comunione con gli altri, e l’uomo religioso aspira anche a questa seconda gioia, perché quello religioso è bisogno di comunità.

Chi comprende l’altezza del bisogno religioso, non lo confonde con i sentimenti nei quali esso può e deve inserirsi e, diremmo, concretizzarsi, ma che possono anche sussistere indipendenti dal bisogno religioso, e, peggio ancora, scimmiottarlo. Perciò, non bisogna identificare il bisogno religioso con il sentimento d’infinito o di dipendenza, come fa Schleiermacher; tanto meno lo fonderemo sopra un sentimento di autoinsufficienza, come s’è fatto troppo spesso, sopra un bisogno di sostegno, un bisogno di ordine ancora più basso e che potrebbe essere soltanto la manifestazione di una psicastenia più o meno larvata. Gli attacchi di Nietzsche, cui abbiamo alluso poco fa, sono inefficaci contro la religione autentica, ma vibrano un colpo rude contro più di un’apologetica . che crede di potersi basare sul bisogno religioso, contro certi metodi che pretendono di servirsene per ricondurre alla fede.

E non è meno importante non errare circa il carattere della relazione che unisce il vero bisogno religioso alla sua espressione psicologica. Non ci è mai possibile penetrare perfettamente il nostro essere, perché tra quello che siamo realmente e quel tanto di noi di cui siamo più o meno coscienti, che cioè entra nel campo della nostra vita psicologica, c’è un diaframma, una resistenza più o meno grande, un mezzo conduttore che varia secondo gli individui.

Di fronte a un individuo che sul piano empirico e psicologico sembra completamente o quasi insensibile al bisogno religioso, non dobbiamo concludere immediatamente che lo abbia colpevolmente ucciso o lasciato atrofizzare. Questa specie d’insensibilità o di sensibilità affievolita può essere l’effetto non di una deficienza colpevole, ma della a natura «, di qualcosa di subito.

D’altra parte, ci sono temperamenti reputati religiosi perché il bisogno religioso, o almeno qualche sua componente, vi trova facili risonanze; ma errerebbe chi ne concludesse senz’altro che sono intimamente uniti a Dio, più abbandonati all’aspirazione verso Dio. Grazie a disposizioni anch’esse naturali, basta che non se ne siano completamente allontanati per sentire risuonarc nella loro psicologia, nella loro coscienza, l’appello all’adorazione, all’intimità, all’abbandono in Dio. Qui c’è ancora una parte di un elemento die può avere una grande importanza sociale, ma non qualifica affano il valore del loro essere profondo.

Non neghiamo affatto che il bisogno può spesso avere deboli ripercussioni nella coscienza per motivi di cui è responsabile la libertà personale; e che anzi noi tutti siamo parzialmente colpevoli della nostra relativa insensibilità in questo campo. Non siamo mai privi di colpa quando restiamo e specialmente quando ricadiamo nel sonno dell’abitudine e in questa specie d’incoscienza davanti al divino. Però, dobbiamo evitare a tutti i costi di considerare necessariamente equivalenti l’intensità delle manifestazioni psicologiche del sentimento religioso (qui non parlo delle manifestazioni esteriori, ma di quelle più intime, accessibili solo a chi le prova) e la qualità del dono del nostro essere a Dio. Qui, gioverebbe meditare alcune folgoranti sentenze di Carlo Barth nel commento della Lettera ai Romani, che squarciano come lampi i suoi pesanti ragionamenti sulla rivelazione di Dio ad Abramo.

Necessità dei domimi e dei riti.

- Facciamo ancora un rilievo capitale. Questo bisogno, presente in ogni uomo, tende necessariamente a esprimersi in una dottrina che lo spieghi e gli dia un fondamento. Credere che possa rimanere nello stato di aspirazione confusa e oscura significa misconoscere il compito dell’intelligenza, l’esigenza della luce (che non è necessariamente volontà di razionalizzazione) nella vita dell’umanità. Non è affatto per un moto spontaneo rispondente allo slancio dello stesso bisogno religioso, ma per una volontà riflessa o proposito deliberato che si cerca di eliminare ogni affermazione dommatica come necessariamente deformante. Del resto, questo tentativo alle volte è una reazione contro la concettualizzazione sclerotica. Il bisogno religioso, che non è nemico del domma, ha bisogno di alimentarsi nel mistero, e vuole anche incorporarsi nei riti. Chi cerca di liberarlo da ogni pratica definita, che ha l’unica sua ragion d’essere nella pura espressione del religioso, dimentica il compito dell’azione o canonica » : il religioso è una realtà originaria, quindi ha bisogno di un’azione propria, cioè di un rito che ha l’unica sua ragion d’essere nel bisogno di esprimerlo e di nutrirlo. Neppur qui si tratta di un processo spontaneo, ma di una ragione voluta che bandisce il rito con una reazione illusoria in sé, ma spesso spiegabile con una legittima avversione contro l’automatismo. I dommi e i riti (i miti e i riti) costituiscono il fatto religioso e impediscono al bisogno religioso di dissolversi per mancanza di un corpo. D’altra parte, i dommi e i riti senza il bisogno religioso perderebbero il loro senso.

Tuttavia il bisogno religioso è incapace di darsi il corpo cui aspira e può riceverlo solo da Dio; lasciato a se stesso, cade nel caricaturale (potremmo citare moltissimi esempi) o giunge ad abbozzi con tratti ammirabili, ma sempre incompleti e parzialmente sfigurati. La presenza di questi tratti sui quali geni religiosi, estranei alla vera religione, talvolta insistono con vigore e fortuna, viene spesso spiegata con un frutto cosciente o inconscio di questa rivelazione di cui tuttavia si rigetta l’origine divina.

Rapporti con la dottrina.

- II bisogno religioso, come abbiamo visto, non può giungere da solo ad appagarsi. Ora, vediamo come in queste condizioni non può giungere alla chiara cognizione di se stesso. Infatti qui, meno die altrove, possiamo pensare un’esperienza che si possa cogliere fuori di qualsiasi formulazione. L’uomo esprime sempre il proprio sentimento religioso, ribelle a ogni formulazione, in un’affermazione senza la quale non può nascere nemmeno l’illusione di essere ribelle a ogni domma. Perciò, la coscienza del bisogno religioso è condizionata dalla dottrina religiosa che si professa, ma non è inevitabile che vi sia definitivamente bloccata. Quando la dottrina è falsa o almeno insufficiente, tra il bisogno religioso reale e dò che lo esprime c’è uno squilibrio che può essere fonte di un’insoddisfazione, d’un’inquietudine capace di spingere chi la prova a chiedersi se la sua insoddisfazione non traduca qualcosa d’anormale, di sregolato, di ammalato; se non sia la protesta dell’orgoglio umano insoddisfatto del suo posto davanti a Dio, oppure se la dottrina sia troppo ristretta e non permetta al vero essere di respirare a proprio agio; se si debba reprimere quest’aspirazione quasi provenisse da un fondo umano che non comprende le cose di Dio e traducesse l’appetito parzialmente insoddisfatto del vero gusto degli alimenti spirituali, oppure se bisogna rigettare la dottrina perché non risponde alla fame vera che Dio ha posto in noi. Del resto, non sempre una critica intellettuale della dottrina, pur facendone percepire le debolezze, o mostrandola inconciliabile con verità fermamente stabilite per altre vie, permette di concludere che la dottrina deve essere abbandonata. Alle volte, basta presentare o capire una dottrina più elevata e più ricca per far discernere con una illumuiazione difficilmente analizzabile, che però non lascia posto a dubbi di sorta, che le aspirazioni provate rispondenti alla dottrina, portano veramente il segno divino. Perciò, la presenza del bisogno religioso porge un punto d’appoggio, sia pure insufficiente, per condurre alla verità totale.

Le diverse espressioni del bisogno religioso. — In tutta l’umanità e in ciascun uomo, è presente un identico bisogno religioso, che ha però espressioni molto diverse. Prima di tutto, la coscienza della sua presenza è più o meno forte. Già si è detto che l’intensità varia non in funzione del solo valore religioso reale, che perciò non è il più significativo. Il bisogno religioso può avere un’espressione deformata e impoverita, quando sono sviluppati solo alcuni elementi, anche se è sentito molto intensamente. Si potrebbe quindi stabilire una tipologia delle espressioni psicologiche del bisogno religioso, che prima di tutto calcherebbe la tipologia delle religioni. Infatti, una forma di religione non si presenta mai come una costruzione puramente intellettuale, ma risponde (e sarebbe meglio dire che esprime, per dimostrare che un elemento non ha priorità di tempo sull’altro) a una forma del bisogno religioso, al quale deve la sua esistenza, come, d’altra parte, il bisogno religioso, deve la sua coscienza alla forma di religione. Pertanto, la tipologia dell’espressione del bisogno religioso e la tipologia delle religioni non combaciano in modo adeguato. Prima di tutto, ci sono esperienze religiose personali che non hanno prodotto la realtà sociologica d’una religione; ma soprattutto all’interno di una stessa religione, tra quelli che aderiscono a una dottrina comune, vi sono espressioni molto diverse, perché ciascuno pone in rilievo tratti che non sono eguali negli altri. Siffatta diversità si scorge pure nella Chiesa cattolica, che ha l’inquadratura dommatica più decisa, e anche in coloro nei quali la Chiesa meglio si riconosce, cioè i santi. La diversità deriva non soltanto dalla natura dello deficienze e delle lacune provenienti dalle debolezze individuali, ma è legittima ed è la fonte delle varie spiritualità. Il campo degli studi del bisogno religioso, detti spesso studi del sentimento religioso, è dunque immenso. Però, non bisogna mai dimenticare che cogliamo soltanto l’espressione psicologica del bisogno religioso e la sua rifrazione in una coscienza attraverso una dottrina.

Necessità di appoggiarsi sul bisogno religioso.

- Solo dopo aver precisato che cos’è l’autentica realtà del bisogno religioso possiamo vedere clic cosa è possibile fondare sopra di esso, e in questo caso, almeno la questione di principio non incontra guari difficoltà. Prima di tutto notiamo che qualunque tentativo di condurre un’anima alla religione presuppone in essa la presenza del bisogno religioso, e per chi non sentisse almeno in grado elementare l’aspirazione a superare l’ordine del finito, per colui per il quale l’adorazione, l’amore, il pentimento, fossero parole senza rispondenza intcriore, la religione cristiana sarebbe soltanto un insieme di formule e di riti vuoti di senso, incapace di far presa su di lui. Almeno in teoria tale stato è possibile.

L’uomo, fatto a immagine di Dio, non può certamente limitare l’ampiezza dei suoi desideri, ma, con un tentativo che però è destinato al fallimento, può cercarne la soddisfazione totale in ciò che è per sua natura finito, e volere infinitamente il finito. Il volere infinito delle cose di questo mondo non è il bisogno religioso, ma solo il segno e la ferita lasciata dalla sua scomparsa. Il bisogno religioso, sia pure elementare, si trova unicamente dov’è il senso d’una vita più alta e qualitativamente differente da quella possibile in questo mondo, e non è contenuto necessariamente in un desiderio di immortalità tendente solo al prolungamento indefinito delle gioie terrene. Il bisogno religioso suppone almeno una certa nostalgia di fronte al mondo, causata dalla qualità dei soli rapporti possibili con esso. Se manca l’attrattiva per l’aldilà, è fatale che il linguaggio religioso sia peggio di un enimma, che comporta sempre l’idea di un senso possibile che sfugge, e resti un non senso assoluto.

Perciò, anche senza farvi appello esplicito, si suppone sempre il bisogno religioso. Ora, ci chiediamo come si possa cercare di agire direttamente sul bisogno religioso per dargli la sua vera forma, o anche farlo apparire.

Possiamo intendere la presente questione in due modi diversi. Ci domanderemo prima di tutto se con un’analisi si possa dimostrare che in ogni uomo c’è necessariamente (poco importa se cosciente o inconscio) il bisogno religioso, non solo come vaga aspirazione all’infinito, ma come vero bisogno religioso che solo la religione rivelata da Cristo può soddisfare.

A priori, la cosa dev’essere possibile, proprio per il principio che permette alla riflessione filosofica di risalire da un atto spirituale all’essere dello spirito che lo pone. Infatti, dire che l’uomo è spirito significa dire che è impegnato tutto intero in ciascuno dei suoi atti, e quindi, non è possibile spiegare qualsiasi suo passo senza farvi intervenire tutto quello che egli è, come si può tirare tutta quanta la catena afferrandone un anello qualsiasi. In questo senso ristretto ma reale, il principio d’immanenza (che, com’è facile capire, stiamo per enunciare) non fa altro che definire l’essenza dello spirito come spirito.

Non vale l’obiezione che il nostro è un caso speciale, perché il destino dell’uomo è soprannaturale e il suo desiderio di Dio non è limitato alle sue possibilità di conquista, e quindi, viene da un appello gratuito a partecipare a rio rhe è oltre ogni natura. Questa verità è inconstatabile, ma dal momento che questo è il destino d’uno spirito, che l’appello è rivolto a uno spirito, pur avendo origine fuori dell’uomo, gli è divenuto intcriore e ha impresso in lui un segno indelebile, del quale si deve trovare di primo acchito la traccia nella sua marcia vivente.

La dialettica dell’azione.

- Chi vuole impegnarsi su questa strada, può ispirarsi molto da vicino all’Action di Maurizio Blondel, anche se non dico di seguirlo, perché per questo occorrerebbe fare una trasposizione perfettamente legittima e molto facile. Onde evitare false interpretazioni, dobbiamo notare chiaramente che Blondel non parte da una supposta presenza del bisogno religioso per dimostrare a quali condizioni esso può essere soddisfatto. Questo presupposto rovinerebbe il suo sforzo. Occorrerebbe prima aver dimostrato la legittimità del bisogno religioso, e bisognerebbe inoltre che fosse possibile coglierne tutta la purezza fuori della dottrina che lo esprime e lo orienta; ma questo, come abbiamo visto, è un’illusione. La dialettica dell’Azione ha l’effetto di mostrare ciò che è inevitabilmente pensato come presente nell’azione umana dal momento che si vuole o si agisce.

Trasportando sul piano della realtà la pura analisi » fenomenologica «, possiamo far vedere che è impossibile non impegnarsi nell’azione, non volere, e che è impossibile trovare un equilibrio quando non si accetta il soprannaturale cristiano. Ciò che era presente all’inizio, all’inizio non si postula, ma si scopre alla fine, e questo spiega come ci si incammini e che è impossibile arrestarsi alle tappe intermedie. In questo modo, è messa in rilievo proprio l’esistenza di un bisogno religioso tale che può venir soddisfatto solo dal cristianesimo. Ammessa la validità del processo blondelliano, si può dire che si giunge con un metodo rigoroso a rendere evidente l’esistenza di questo bisogno religioso (esistenza che la dottrina cristiana afferma per altre vie), che non è soltanto bisogno d’infinito, ma appello di un dono, invocazione d’un Mediatore, implorazione di un riscatto.

Sonno e risveglio del bisogno religioso.

- È possibile che l’appello del bisogno religioso avvenga su un piano molto diverso. In ogni individuo privo di religione o insufficientemente religioso, abbiamo detto che l’oggetto voluto e quello posseduto sono inadeguati. Non si tratta evidentemente dell’inadeguatezza tra il modo possibile di possedere Dio in questa vita e quello al quale l’uomo è destinato, ma si tratta della differenza tra ciò che è attuabile fin d’ora e ciò che ha attuato di fatto. Comunque siano le deficienze del suo temperamento religioso, l’uomo non è mai completamente chiuso nella situazione in cui si trova in un dato momento, perché può sempre evaderne tanto da sentirne almeno la miseria.

E ne siamo tanto più certi in quanto per noi il bisogno religioso non è una disposizione naturale nel senso di un semplice fatto che non può essere trasformato, ma è un appello di Dio, di cui qualcosa almeno può sempre giungere all’orecchio naturalmente più ribelle, e la grazia può sempre farlo sentire a chiunque con la massima chiarezza.

D’altronde, o perché se ne allontana positivamente, o per una specie di disattenzione, d’incuria, di assorbimento nell’immediato, nel terrestre, nessuno lascia giungere alla sua chiara coscienza ciò che è capace di provare in questo ordine. Perciò, non si può mai disperare di risvegliarlo o di renderlo più vivace.

Il bisogno religioso può essere stato soffocato e in tal modo perduto, ma è sempre pronto a rivivere. In linea di principio, è sempre possibile riuscire a turbare una quiete, trattandosi di fare appello a una realtà interiore, e basta renderne sensibile la presenza che, quando è percepita, manifesta l’insullicienza di tutto quello di cui prima si era soddisfatti. Questo lavoro è molto diverso dalla dimostrazione delle contraddizioni interne ed esterne di un dato sistema religioso o irreligioso o del suo disaccordo con verità e fatti accertati. Occorre far vedere l’inaccettabilità dell’atteggiamento che l’anima prende di fronte all’oggetto di cui si contenta; mostrare a quest’anima che un tale oggetto le travisa una parte delle sue vere ricchezze, e la rende sorda ad alcuni appelli più intimi. Però l’insufficienza può essere percepita solo quando si diviene chiaramente coscienti di ciò che prima era rimasto nell’ombra e si traduceva tutt’al più in un malessere, in una insoddisfazione la cui vera causa rimaneva nascosta.

Siffatta rivelazione per mezzo sia della parola sia dello scritto, anche quando non è indirizzato esplicitamente al lettore, per riuscire efficace, esige che si stabilisca una comunicazione da persona a persona. Per questo, l’appello al bisogno religioso, secondo la qualità spirituale di chi lo fa sentire, è pura letteratura o multiloquio (ed è la cosa più stomachevole), oppure ha profondità di risonanza da cui riceve il suo carattere patetico. Può darsi che non raggiunga il suo destinatario immediato, se pure ne ha uno, ma molto raramente avviene che non trovi in seguito nessun ascolto e cada nel vuoto. Qui, come si vede, non siamo nel campo esclusivo di quella che potremmo chiamare apologetica discorsiva, e si tratta di far sentire l’appello non dell’eroe, ma del santo.

Il compito dell’apologista.

- Può darsi che l’apologista riesca a far sentire l’insufficienza della forma religiosa o della mancanza di religione, che prima bastava; ed è già molto, perché dal turbamento della quiete nascerà una ricerca, e la dottrina che allora potrà essere proposta non sarà più interrogata con sospetto e con l’intenzione di prenderla in fallo, ma verrà interrogata come un testimonio che si spera sarà messaggero di una buona novella. Non si cadrà nella credulità, ma si avranno le migliori disposizioni onde percepire il valore dei segni che danno credito alla testimonianza e talvolta, come abbiamo detto, con un solo atto, praticamente si percepirà e si scoprirà la verità totale.

Le esigenze della prova in materia religiosa qui non esigono che giustifichiamo la validità di tale procedimento. Basta ricordare il fatto per far vedere il punto dove può condurre questa via. Alle volte, è efficace solo una azione progressiva; in questo caso, bisogna prima di tutto impegnarsi per suscitare l’inquietudine religiosa, poi per far vedere l’insoddisfazione in cui lasciano le forme imperfette di religione, e soprattutto sventare la tentazione di rifiutarsi a dare un ordine e un determinato contenuto allo slancio religioso col pretesto di conservargli la sua purezza. Non c’è da stupire che qui spesso occorra tutto un lavoro di pedagogia, perché l’apologetica concreta è soprattutto una pedagogia, trattandosi di condurre alla fede un’anima determinata. Il cammino verso la fede è libero e nulla può supplirlo, ma il credente, oltre che pregare, può fare qualcosa per chi non crede, guidandolo e orientandolo per condurlo nelle migliori disposizioni possibili fin sulla soglia del passo decisivo.

Parte indispensabile del lavoro apologetico sarà spesso quest’educazione progressiva di tutto il complesso del bisogno religioso, non dimenticando nessuna delle sue componenti, e sarà l’opera di chi conosce quello che bisogna risvegliare, perché conosce il termine cui bisogna giungere. Perciò, in questa preparazione, normalmente dovrà trovare posto l’azione sul bisogno religioso, che dovrà essere illuminata da una dottrina esatta per evitare di deviare o di condurre in un vicolo cieco colui che vogliamo aiutare.

I. d. M.

Queste pagine sono le ultime scritte dal P. Ivo de Monlcheuil prima di ritirarsi al maquis di Vercors, dove lo attendeva la morte sotto le pallottole tedesche. Sono un testamento che non possiamo accogliere senza emozione e non è esagerato pensare che rinnovano in molti punti la posizione del problema iniziale dell’apologetica, con profondità pari all’onestà. Bisogna tuttavia ricordare che l’Autore non potè dare l’ultima mano a questo saggio.

ISIKI.IOGKAWA. Yves de Montcheuil, Mélange! théologiques, Aubier, Paris iiy\C; specialmente i cc. Ili, V, VII, Vili della seconda parte. M. Blondel, Pagine religiose, a cura di de Montcheuil, S.E.I.,Torino 1951. G. Graneris, Introduzione generale alla scienza delle religioni, S.E.I., Torino 1952. G. VanDer Lew, La religion dans san essence et ses manifestations, Payot, Paris 1948. E. Magnin, Religion, in D.T.C., t. XIII, coli. 21822306. C.Dawson, Progresso e religione, Ed. Comunità, Milano 1948. G. Mouroux, Senso eristiano dell’uomo, Morcelliana, Brescia 1948. E. Bergson, Le due fonti della morale e della religione, Ed. Comunità, Milano 1947. C. Fabro, Tra Kierkegaard e Marx, Vallecchi, Firenze 1952

Letto 797 volte Ultima modifica il Domenica, 05 Gennaio 2014 08:22
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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

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