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Per citazione
(es. Mt 28,120):
Per parola:
   

Chiediamo luce alla Trinità ss.ma perché ci guidi alla e nella Verità.

Presento qui umilmente ciò che ritengo importante e necessario per confutare alcune affermazioni del card. Muller e del card. Vallini riguardanti la possibilità di dare la Comunione Eucaristica ad alcuni divorziati risposati i quali ritengono che il loro matrimonio sia nullo ma non hanno ottenuto sentenza di nullità dalla Chiesa.

Esaminiamo anzitutto quello che dice il il card. Muller nel saggio introduttivo al testo del prof. Buttiglione “Risposte amichevoli ai critici di Amoris Laetitia” ed. Ares, alle pagg. 23ss, allorché afferma : “ In una procedura di nullità matrimoniale gioca pertanto un ruolo fondamentale la reale volontà matrimoniale. Nel caso di una conversione in età matura (di un cattolico che è tale solo sul certificato di battesimo) si può dare il caso che un cristiano sia convinto in coscienza che il suo primo legame, anche se ha avuto luogo nella forma di un matrimonio in Chiesa, non fosse valido come sacramento e che il suo attuale legame simil-matrimoniale, allietato da figli e con una convivenza maturata nel tempo con il suo partner attuale sia un autentico matrimonio davanti a Dio. Forse questo non può essere provato canonicamente a causa del contesto materiale o per la cultura propria della mentalità dominante. È possibile che la tensione che qui si verifica fra lo status pubblico-oggettivo del “secondo” matrimonio e la colpa soggettiva possa aprire, nelle condizioni descritte, la via al sacramento della penitenza ed alla Santa Comunione, passando attraverso un discernimento pastorale in foro interno .… Se il secondo legame fosse valido davanti a Dio i rapporti matrimoniali dei due partner non costituirebbero nessun peccato grave ma piuttosto una trasgressione contro l’ordine pubblico ecclesiastico per avere violato in modo irresponsabile le regole canoniche e quindi un peccato lieve.” (http://www.lastampa.it/2017/10/30/vaticaninsider/ita/vaticano/comunione-ai-risposati-mller-nella-colpa-possono-esserci-attenuanti-uK39UZsbZ580Xv9cVK2kUP/pagina.html )

Preciso subito che il peccato veniale fatto deliberatamente predispone al peccato grave quindi non va fatto … ma poi riflettiamo: quindi i due conviventi di cui parla il cardinale potrebbero evidentemente avere figli , vivere pubblicamente da marito e moglie …. visto che non compiono peccato grave etc. etc. .. ma domandiamoci: una tale situazione non sarebbe scandalosa? E lo scandalo non è più un grave peccato ? … e la confusione che si creerebbe nella Chiesa se si ammettesse il principio affermato dal card. Muller non sarebbe anch’essa scandalosa e contraria a quell’ordine che Dio vuole per la sua Chiesa, ordine che appunto postula anche un diritto canonico ? Dio ci illumini.

Il famoso canonista card. Burke ha affermato “ Per quanto riguarda il rapporto tra la disciplina canonica e la dottrina, mi riferisco alla magistrale presentazione dell’insostituibile servizio del diritto canonico per la salvaguardia e la promozione della sana dottrina, che Papa Giovanni Paolo II ha fatto, specialmente alla luce dell’antinomianismo del periodo postconciliare, nella Costituzione Apostolica Sacrae disciplinae leges con la quale ha promulgato il Codice di Diritto Canonico nel 1983.

      Il santo Pontefice descrisse la natura del diritto canonico, indicando il suo sviluppo organico dalla prima alleanza di Dio con il Suo santo popolo. Egli ricordò il « lontano patrimonio di diritto contenuto nei libri del Vecchio e Nuovo Testamento dal quale, come dalla sua prima sorgente, proviene tutta la tradizione giuridico-legislativa della Chiesa”. In particolare ha notato come Cristo Stesso ha dichiarato di non essere venuto per distruggere «il ricchissimo retaggio della Legge e dei Profeti» ma per dargli compimento 8. Il Signore infatti ci insegna che è la disciplina che apre la via alla libertà nell’amore di Dio e del prossimo. Così Papa San Giovanni Paolo II ha dichiarato : “In tal modo gli scritti del Nuovo Testamento ci consentono di percepire ancor più l’importanza stessa della disciplina e ci fanno meglio comprendere come essa sia più strettamente congiunta con il carattere salvifico della stessa dottrina evangelica”. Egli ha articolato il fine del diritto canonico, cioè, il servizio della fede e della grazia, ricordando che, lontano da essere un ostacolo alla nostra vita in Cristo, la disciplina canonica salvaguarda e promuove la vita cristiana:Stando così le cose, appare con chiarezza che il Codice non ha come scopo in nessun modo di sostituire la fede, la grazia, i carismi e soprattutto la carità dei fedeli nella vita della Chiesa. Al contrario, il suo fine è piuttosto di creare tale ordine nella società ecclesiale che assegnando il primato all’amore, alla grazia e ai carismi, rende più agevole contemporaneamente il loro organico sviluppo nella vita sia della società ecclesiale, sia anche delle singole persone che ad essa appartengono10 .È evidente che la disciplina della Chiesa non può mai essere in conflitto con la dottrina che ci arriva in una linea ininterrotta dagli Apostoli. Infatti, come osservò Papa San Giovanni Paolo II, “in realtà, il Codice di diritto Canonico è estremamente necessario alla Chiesa”11 . In ragione del rapporto stretto e inseparabile tra la dottrina e il diritto, ha poi ricordato che il servizio essenziale del diritto canonico alla vita della Chiesa necessita che le leggi siano osservate e, al tale fine, “l’espressione delle norme fosse accurata, e perché esse risultassero basate su un solido fondamento giuridico, canonico e teologico” ( Cardinale Raymond Leo Burke “Il  MATRIMONIO è naturale e sacro”. Intervento nell’ambito di “Permanere nella Verità di Cristo”, Convegno Internazionale  in preparazione del Sinodo sulla famiglia , Angelicum — Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino  30 settembre 2015.
http://www.maranatha.it/sinodo/RLB01.htm )

 Il famoso canonista card. Herranz ha detto “Tutta questa realtà normativa dimostra che il Diritto appartiene, in quanto ordinatore necessario della struttura sociale del Popolo di Dio, al « Mysterium Ecclesiae », e testimonia, come sentenziò Paolo VI con una frase lapidaria, che: « Vita ecclesialis sine ordinatione iuridica nequit exsistere — La vita della Chiesa non può esistere senza un ordinamento giuridico »[29] …. Sono convinto che, per riscoprire il perché del Diritto ecclesiale bisogna risalire — ne abbiamo accennato prima — ad un’altra concezione del Diritto: quella che, con la migliore tradizione classica e cristiana, sempre viva nel Magistero e nella vita della Chiesa, lo comprende come ordine di giustizia. Una giustizia che nella società civile s’incentra sui diritti e doveri naturali della persona umana in quanto tale, e che, nel Popolo di Dio, riguarda la realizzazione del divino disegno salvifico, alla cui luce mostrano tutto il loro rilievo di giustizia sia i diritti e i doveri dei fedeli che la specifica missione dei Pastori in quanto rappresentanti gerarchici di Cristo nella Chiesa. Le leggi canoniche, nonché l’attività amministrativa e giudiziaria ecclesiastica, appaiono così come strumenti indispensabili di quell’ordine giusto, le cui basi essenziali si trovano nella stessa costituzione divina della Chiesa. Infatti, il “munus regendi” — la funzione di governo — è inseparabile dalle funzioni magisteriali e liturgiche — “munus docendi” e “munus sanctificandi” —, non solo nei suoi principi fondamentali ma anche nel retto e responsabile esercizio dell’intera missione pastorale. Far conoscere ed applicare le leggi della Chiesa non è un intralcio alla presunta “efficacia” pastorale di chi vuol risolvere i problemi senza il diritto, bensì garanzia della ricerca di soluzioni non arbitrarie, ma veramente giuste e, perciò, veramente pastorali. … orrei concludere riallacciandomi di nuovo a quel ricordo personale dell’Udienza con Giovanni Paolo Il che ho evocato all’inizio. Quel suo accenno alla giustizia quale esigenza primaria della carità — e pertanto al Diritto canonico come ordine di giustizia — va senz’altro applicato alla vita e alla missione del Popolo di Dio. Ciò era evidente nel contesto di quella conversazione e lo stesso Papa lo aveva già commentato in uno dei suoi primi interventi pubblici, quando trattò della giustizia continuando la catechesi sulle virtù incominciata dal suo indimenticabile predecessore Giovanni Paolo I. In quell’Udienza generale l’attuale Pontefice disse: « la giustizia è principio fondamentale dell’esistenza e della coesistenza degli uomini, come anche della comunità umana, della società e dei popoli. Inoltre, la giustizia è principio dell’esistenza della Chiesa, quale Popolo di Dio »[43]. In questa giustizia nel Popolo di Dio, che è elevata ma non sostituita dalla carità, trova il suo perenne fondamento la « magna disciplina Ecclesiae », la cui tutela e promozione fu l’impegno preso dai due ultimi Papi nei loro rispettivi primi messaggi al mondo[44].  (J. Herranz  http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/intrptxt/documents/rc_pc_intrptxt_doc_20020429_diritto-canonico_it.html ) Sottolineo quanto più sopra ho riportato: Paolo VI con una frase lapidaria, affermò che: « Vita ecclesialis sine ordinatione iuridica nequit exsistere — La vita della Chiesa non può esistere senza un ordinamento giuridico ». La Scrittura dice, in questa linea: “Però tutto sia fatto condignità e con ordine.”(1 Cor. 14,40) ….. Dio ci aiuti a vivere in questo santo ordine.

Esamineremo più avanti il tema dello scandalo , intanto mi pare importante notare che il card. Muller non cita nessun testo della Tradizione su cui fonda la sua affermazione …. infatti la Tradizione mi pare vada in senso radicalmente opposto … ed è interessante ascoltare a questo riguardo quello che disse il card. Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in una famosa lettera dei primi anni novanta a “The Tablet” ( “The Tablet” 26101991, pp.131011 ) in cui troviamo precise indicazioni per risolvere i casi di coloro che ritengono il loro matrimonio certamente invalido ma non possono provare tale invalidità. Il card. Ratzinger disse anzitutto che della “soluzione di foro interno” (che appunto riguarda matrimoni che sono conosciuti come invalidi ma tale invalità non può essere provati in tribunale) che è ritenuta un modo per risolvere la questione della validità di un precedente matrimonio, il Magistero non ha mai accettato l’uso (“the Magisterium has not sanctioned its use”) per varie ragioni tra le quali c’è la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno ; il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana; solo il foro esterno, continua il card. Ratzinger, può dare reale assicurazione a colui che fa domanda, e che non è parte disinteressata, che egli stesso non è colpevole di “ volersi giustificare”; solo il foro esterno può dare una risposta ai diritti e alle richieste dell’altro coniuge della precedente unione e nel caso di dichiarazione di nullità può rendere possibile l’ingresso in un matrimonio canonicamente valido e sacramentale ; i numerosi abusi, continua il Prefetto della Congregazione romana, commessi in molti paesi sotto il titolo della “soluzione di foro interno” mostrano che essa non funziona! (cfr. lettera inviata dal card. Ratzinger a “The Tablet” ( “The Tablet” 26101991, pp.131011 )

Sottolineo in modo particolare che il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana …. quindi il matrimonio non è semplicemente un fatto di relazione tra il singolo e Dio …. perciò la soluzione di foro interno non funziona perché contiene la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno … Dio che certamente ci ha parlato attraverso il card. Ratzinger ci illumini e illumini i nostri Pastori.

Le affermazioni del card. Ratzinger, che riprenderemo più avanti allorché presenteremo con più ampiezza il contenuto di tale lettera, ci introducono molto bene all’esame della dottrina cattolica su questo tema …. Lo studio sarà abbastanza lungo ma necessario per vedere come la Chiesa presenti una dottrina che va in direzione ben diversa da ciò che dice il card. Muller … Chiediamo anzitutto allo Spirito Santo di guidarci alla pienezza della Verità; la Madonna ss.ma preghi per noi; s. Giovanni Paolo II, autore di vari testi che esamineremo, preghi per noi.

Nella Familiaris Consortio, di s. Giovanni Paolo II leggiamo:

84. L’esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto ricorso al divorzio ha per lo più in vista il passaggio ad una nuova unione, ovviamente non col rito religioso cattolico. Poiché si tratta di una piaga che va, al pari delle altre, intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, il problema dev’essere affrontato con premura indilazionabile. I Padri Sinodali l’hanno espressamente studiato. La Chiesa, infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che — già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale — hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.

Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.

Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.

La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.

La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PPII, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [19801082).

Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l’impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l’indissolubilità del matrimonio validamente contratto.

Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.

Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità.”

Vorrei mettere in particolare evidenza alcune affermazioni del documento appena presentato : “La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.

La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PPII, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [19801082).”

In un pronunciamento della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 approvato da Giovanni Paolo II  si afferma :

7. L’errata convinzione di poter accedere alla Comunione eucaristica da parte di un divorziato risposato, presuppone normalmente che alla coscienza personale si attribuisca il potere di decidere in ultima analisi, sulla base della propria convinzione(15), dell’esistenza o meno del precedente matrimonio e del valore della nuova unione. Ma una tale attribuzione è inammissibile(16). Il matrimonio infatti, in quanto immagine dell’unione sponsale tra Cristo e la sua Chiesa, e nucleo di base e fattore importante nella vita della società civile, è essenzialmente una realtà pubblica.

8. É certamente vero che il giudizio sulle proprie disposizioni per l’accesso all’Eucaristia deve essere formulato dalla coscienza morale adeguatamente formata. Ma è altrettanto vero che il consenso, col quale è costituito il matrimonio, non è una semplice decisione privata, poiché crea per ciascuno dei coniugi e per la coppia una situazione specificamente ecclesiale e sociale. Pertanto il giudizio della coscienza sulla propria situazione matrimoniale non riguarda solo un rapporto immediato tra l’uomo e Dio, come se si potesse fare a meno di quella mediazione ecclesiale, che include anche le leggi canoniche obbliganti in coscienza. Non riconoscere questo essenziale aspetto significherebbe negare di fatto che il matrimonio esiste come realtà della Chiesa, vale a dire, come sacramento.

9. D’altronde l’Esortazione «Familiaris consortio», quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido(17). Si deve certamente discernere se attraverso la via di foro esterno stabilita dalla Chiesa vi sia oggettivamente una tale nullità di matrimonio. La disciplina della Chiesa, mentre conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell’esame della validità del matrimonio dei cattolici, offre anche nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza(18).

Attenersi al giudizio della Chiesa e osservare la vigente disciplina circa I» obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati. Infatti, la Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Ricevere la Comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati” n. 7ss (http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html   )

  Lo stesso card. Muller, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede in un articolo pubblicato sull’Osservatore Romano affermò riguardo al testo della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 :“Si chiarisce, inoltre, che i credenti interessati non devono accostarsi alla santa Comunione sulla base del loro giudizio di coscienza: «Qualora egli lo giudicasse possibile, i pastori e i confessori (…) hanno il grave dovere di ammonirlo che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della Chiesa» (n. 6). In caso di dubbi circa la validità di un matrimonio fallito, questi devono essere verificati dagli organi giudiziari competenti in materia matrimoniale (cfr. n. 9). … Nell’esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis del 22 febbraio 2007 Benedetto XVI riprende e rilancia il lavoro del precedente sinodo dei vescovi sull’eucaristia. Egli giunge a parlare della situazione dei fedeli divorziati risposati al n. 29, ove non esita a definirla «un problema pastorale spinoso e complesso». Benedetto XVI ribadisce «la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr. Marco, 10212), di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati», ma scongiura addirittura i pastori a dedicare «speciale attenzione» nei confronti delle persone interessate «nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa messa, pur senza ricevere la comunione, l’ascolto della Parola di Dio, l’adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l’impegno educativo verso i figli». Viene ribadito che, in caso di dubbi circa la validità della comunione di vita matrimoniale che si è interrotta, questi devono essere esaminati attentamente dai tribunali competenti in materia matrimoniale. ….  Poiché molti cristiani sono influenzati da tale contesto culturale, i matrimoni sono probabilmente più spesso invalidi ai nostri giorni di quanto non lo fossero in passato, perché è mancante la volontà di sposarsi secondo il senso della dottrina matrimoniale cattolica e anche l’appartenenza a un contesto vitale di fede è molto ridotta. Pertanto, una verifica della validità del matrimonio è importante e può portare a una soluzione dei problemi. Laddove non è possibile riscontrare una nullità del matrimonio, è possibile l’assoluzione e la comunione eucaristica se si segue l’approvata prassi ecclesiale che stabilisce di vivere insieme «come amici, come fratello e sorella».” ( G. L. Muller “ Indissolubilità del matrimonio e dibattito sui divorziati risposati e i Sacramenti” L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 243, Merc. 23/10/2013 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/muller/rc_con_cfaith_20131023_divorziati-risposati-sacramenti_it.html  )

    Benedetto XVI nella “Sacramentum Caritatis” affermò: “Là dove sorgono legittimamente dei dubbi sulla validità del Matrimonio sacramentale contratto, si deve intraprendere quanto è necessario per verificarne la fondatezza. Bisogna poi assicurare, nel pieno rispetto del diritto canonico,(93) la presenza sul territorio dei tribunali ecclesiastici, il loro carattere pastorale, la loro corretta e pronta attività.(94) Occorre che in ogni Diocesi ci sia un numero sufficiente di persone preparate per il sollecito funzionamento dei tribunali ecclesiastici. Ricordo che « è un obbligo grave quello di rendere l’operato istituzionale della Chiesa nei tribunali sempre più vicino ai fedeli ».(95) È necessario, tuttavia, evitare di intendere la preoccupazione pastorale come se fosse in contrapposizione col diritto. Si deve piuttosto partire dal presupposto che fondamentale punto d’incontro tra diritto e pastorale è l’amore per la verità: questa infatti non è mai astratta, ma « si integra nell’itinerario umano e cristiano di ogni fedele ».(96) Infine, là dove non viene riconosciuta la nullità del vincolo matrimoniale e si danno condizioni oggettive che di fatto rendono la convivenza irreversibile, la Chiesa incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale. ” ( http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/apost_exhortations/documents/hf_ben-xvi_exh_20070222_sacramentum-caritatis.html  )

Per intendere bene la dottrina della Chiesa su questo punto , appare molto importante un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede che si intitola “ Lettera riguardante l’indissolubilità del matrimonio” ( http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19730411_indissolubilitate-matrimonii_it.html  ) come si può vedere questo testo parla di una provata prassi …. Tuttavia la provata prassi indicata dal documento non è quella che sembra indicare il card. Schönborn ma è quella che è precisata  in data 21 marzo 1975 da mons. Hamer, nella «Littera circa partecipationem» consultabile in «Leges Ecclesiae», vol, VI, n. 4657, p. 7605, ecco le parole di mons. Hamer : «Questa frase [probata Ecclesiae praxis] dev’essere intesa nel contesto della tradizionale teologia morale. Queste coppie [di cattolici che vivono in unioni coniugali irregolari] possono essere autorizzate a ricevere i sacramenti a due condizioni: che cerchino di vivere secondo le esigenze dei principi morali cristiani e che ricevano i sacramenti in chiese in cui esse non sono conosciute, in modo da non creare alcuno scandalo»

Si legga anche il testo seguente:

“Fedele alla parola di Gesù Cristo(5), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione(6). Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l’accesso alla Comunione eucaristica: «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»(7). Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi»»(8). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati” n. 4 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html  )

Come si vede, i divorziati-risposati che vivono more uxorio non possono ricevere l’assoluzione e fare la Comunione … “Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio” ….. quindi anche quelli che sono in coscienza sicuri della invalidità del primo matrimonio non possono vivere more uxorio … ma devono vivere come fratello e sorella e così possono ricevere i Sacramenti e quindi l’Eucaristia. Va notato anche che : se si ammettessero queste persone divorziate risposate e viventi more uxorio all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio ….

QUINDI SULLA BASE DEI TESTI MAGISTERIALI APPENA VISTIEVIDENTE CHE COLORO DI CUI PARLA IL CARD. MULLER DICENDO CHE POSSONO VIVERE MORE UXORIO ( le parole usate dal cardinale tedesco e da noi sopra presentate sono “Se il secondo legame fosse valido davanti a Dio i rapporti matrimoniali dei due partner non costituirebbero nessun peccato grave ma piuttosto una trasgressione contro l’ordine pubblico ecclesiastico per avere violato in modo irresponsabile le regole canoniche e quindi un peccato lieve.”) PUR ESSENDO LEGATI DA UN PRECEDENTE MATRIMONIO, CHE ESSI RITENGONO NON ESSERE VALIDO, NON POSSONO RICEVERE I SACRAMENTI …. E L’AMMINSTRAZIONE DEI SACRAMENTI AD ESSI PRODUCE CONFUSIONE E SCANDALO

Ripeto: SULLA BASE DEI TESTI MAGISTERIALI APPENA VISTIEVIDENTE CHE COLORO DI CUI PARLA IL CARD. MULLER DICENDO CHE POSSONO VIVERE MORE UXORIO PUR ESSENDO LEGATI DA UN PRECEDENTE MATRIMONIO, CHE ESSI RITENGONO NON ESSERE VALIDO, NON POSSONO RICEVERE I SACRAMENTI …. E L’AMMINSTRAZIONE DEI SACRAMENTI AD ESSI PRODUCE CONFUSIONE E SCANDALO

Dio ci illumini e illumini i nostri Pastori. Dio ci doni sapienza per camminare sulla via della santità e per aiutare gli uomini a camminare su questa strada , che è stretta.

      Dopo tutto quello che ho presentato finora mi pare sia venuto il momento per affrontare l’interpretazione di alcune affermazioni del card. Ratzinger circa la possibilità di confessare e dare la Comunione ai divorziati risposati che ritengono nullo il loro primo matrimonio ma non hanno ottenuto la sentenza di nullità del matrimonio. Chiediamo a Dio speciale luce perché la sua Verità si manifesti attraverso noi. Preciso anzitutto che i due seguenti testi del card. Ratzinger, a differenza del testo del 1994 della Congregazione per la Dottrina della Fede non hanno la approvazione diretta scritta del s. Padre, non hanno dunque lo stesso livello di forza dottrinale di tale testo. Nella prefazione di un “Sussidio per i Pastori” della Congregazione per la Dottrina della Fede, intitolato “Sulla pastorale dei divorziati risposati. Documenti, commenti e studi,” (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998, pag. 529 ),  il card. Ratzinger, dopo aver ribadito i principi fondamentali della dottrina cattolica sul tema afferma “ Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.

Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della Chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epikèia in “foro interno”. Nella Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso «per quanto possibile» ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cfr. Lettera, 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in “foro interno” ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in “foro interno” sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una “eccezione”, allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico — sottratto al giudizio soggettivo — del matrimonio.”

Per intendere bene queste parole occorre considerare due cose: 1) questo testo è una introduzione ad un “Sussidio per i Pastori” come dice mons. Bertone nelle prime pagine, che contiene anche alcuni studi di esperti; quindi non è un testo magisteriale approvato dal Papa, mentre il documento del 1994 della Congregazione per la Dottrina della Fede era un testo magisteriale con approvazione papale, 2) le parole che poco prima aveva detto il cardinale stesso e che presento qui di seguito:

II. I contenuti essenziali della dottrina ecclesiale 

 Per facilitarne la comprensione, i contenuti essenziali dei relativi pronunciamenti magisteriali saranno sintetizzati in otto tesi e brevemente commentati.

1. I fedeli divorziati risposati si trovano in una situazione che contraddice oggettivamente l’indissolubilità del matrimonio

         Per fedeltà all’insegnamento di Gesù la chiesa resta fermamente convinta che il matrimonio è indissolubile. Il concilio Vaticano II insegna: «Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità» (Gaudium et spes, n. 48; EV 1/1471). La chiesa crede che nessuno – neppure il papa – ha il potere di sciogliere un matrimonio sacramentale rato e consumato (cf. CIC, can. 1141). Pertanto essa non può » riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio» (Lettera, n. 4; EV 14/1455). Una nuova unione civile non può sciogliere il precedente vincolo matrimoniale sacramentale. Essa si colloca pertanto obiettivamente in contrasto diretto con la verità del vincolo matrimoniale indissolubile che permane.

         Per questo motivo è proibito «per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere» (FC 84; EV 7/1801). Tali cerimonie darebbero infatti l’impressione che si tratti della celebrazione di nuove nozze sacramentali e svuoterebbero la dottrina sull’indissolubilità del matrimonio.

2. I fedeli divorziati risposati rimangono membri del popolo di Dio e devono sperimentare l’amore di Cristo e la vicinanza materna della chiesa ….

3. Come battezzati i fedeli divorziati risposati sono chiamati a partecipare attivamente alla vita della chiesa, nella misura in cui questo è compatibile con la loro situazione oggettiva …

4. A motivo della loro situazione obiettiva i fedeli divorziati risposati non possono essere ammessi alla sacra comunione e neppure accedere di propria iniziativa alla mensa del Signore ….

5. A motivo della loro situazione obiettiva i fedeli divorziati risposati non possono «esercitare certe responsabilità ecclesiali» (CCC 1650)

       ….

6. Se fedeli divorziati risposati si separano ovvero vivono come fratello e sorella, possono essere ammessi ai sacramenti. …

7. I fedeli divorziati risposati, che sono convinti soggettivamente dell’invalidità del loro matrimonio precedente, devono regolare la loro situazione in foro esterno

         Il matrimonio ha essenzialmente carattere pubblico. Esso costituisce la cellula primaria della società. Il matrimonio cristiano possiede una dignità sacramentale. Il consenso degli sposi, che costituisce il matrimonio, non è una semplice decisione privata, ma crea per ciascun partner una specifica situazione ecclesiale e sociale. Il matrimonio è una realtà della chiesa e non concerne solo la relazione immediata degli sposi con Dio. Pertanto non compete in ultima istanza alla coscienza personale degli interessati decidere, sul fondamento della propria convinzione, sulla sussistenza o meno di un matrimonio precedente e sul valore della nuova relazione (cf. Lettera, nn. 7 e 8).

         Per questo motivo il diritto canonico riveduto conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici a riguardo dell’esame della validità del matrimonio dei cattolici. Questo significa che anche coloro che sono convinti in coscienza che il loro matrimonio precedente, insanabilmente fallito non fu mai valido, devono rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che con un procedimento di foro esterno stabilito dalla chiesa esamina se si tratti obiettivamente di un matrimonio invalido. Il Codice di diritto canonico del 1983 – e lo stesso vale analogamente per il Codice dei canoni delle chiese orientali – offre anche nuove vie, per dimostrare la nullità di un matrimonio. S.E. mons. Mario F. Pompedda, decano della Rota romana, scrive al riguardo nel suo commento «Problematiche canonistiche», pubblicato in questo volume: «Dando prova di rispetto profondo della persona umana, in aderenza al diritto naturale, e spogliando il diritto processuale di ogni superfluo formalismo giuridico, pur nel rispetto delle esigenze impreteribili della giustizia (nel caso, il raggiungimento di una certezza morale e la salvaguardia della verità che qui coinvolge addirittura il valore di un sacramento) ha stabilito norme per le quali (cf. can. 1536 § 2 e can. 1679) le sole dichiarazioni delle parti possono costituire prova sufficiente di nullità, naturalmente ove tali dichiarazioni congruenti con le circostanze della causa offrano garanzia di piena credibilità».

Con questo nuovo regolamento canonico, che purtroppo nella prassi dei tribunali ecclesiastici di molti paesi è considerato e applicato ancora troppo poco, si dovrebbe «escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza» (Lettera, n. 9; EV 14/1462).

8. I fedeli divorziati risposati non possono mai perdere la speranza di raggiungere la salvezza …”

Questi che abbiamo appena visto sono i contenuti essenziali della dottrina della Chiesa riguardo ai divorziati risposati; il cardinale Ratzinger aggiunge a questa trattazione delle obiezioni che sono state presentate: “  La Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1994 ha notoriamente avuto una vivace eco in diverse parti della chiesa. Accanto a molte reazioni positive si sono udite anche non poche voci critiche. Le obiezioni essenziali contro la dottrina e la prassi della chiesa sono presentate qui di seguito in forma per altro semplificata.

 3. Molti propongono di permettere eccezioni dalla norma ecclesiale, sulla base dei tradizionali principi dell’epicheia e della aequitas canonica

         Alcuni casi matrimoniali, così si dice, non possono venire regolati in foro esterno. La chiesa potrebbe non solo rinviare a norme giuridiche, ma dovrebbe anche rispettare e tollerare la coscienza dei singoli. Le dottrine tradizionali dell’epicheia e della aequitas canonica potrebbero giustificare dal punto di vista della teologia morale ovvero dal punto di vista giuridico una decisione della coscienza, che si allontani dalla norma generale. Soprattutto nella questione della recezione dei sacramenti la chiesa dovrebbe fare dei passi avanti e non soltanto opporre ai fedeli dei divieti. I due contributi di don Marcuzzi e del prof. Rodríguez Luño illustrano questa complessa problematica. In proposito si devono distinguere chiaramente tre ambiti di questioni:

         a) Epicheia ed aequitas canonica sono di grande importanza nell’ambito delle norme umane e puramente ecclesiali, ma non possono essere applicate nell’ambito di norme, sulle quali la chiesa non ha nessun potere discrezionale. L’indissolubilità del matrimonio è una di queste norme, che risalgono al Signore stesso e pertanto vengono designate come norme di «diritto divino». La chiesa non può neppure approvare pratiche pastorali – ad esempio nella pastorale dei sacramenti –, che contraddirebbero il chiaro comandamento del Signore. In altre parole: se il matrimonio precedente di fedeli divorziati risposati era valido, la loro nuova unione in nessuna circostanza può essere considerata come conforme al diritto, e pertanto per motivi intrinseci non è possibile una recezione dei sacramenti. La coscienza del singolo è vincolata senza eccezioni a questa norma.

         b) La chiesa ha invece il potere di chiarire quali condizioni devono essere adempiute, perché un matrimonio possa essere considerato come indissolubile secondo l’insegnamento di Gesù. Nella linea delle affermazioni paoline in 1Cor 7 essa ha stabilito che solo due cristiani possano contrarre un matrimonio sacramentale. Essa ha sviluppato le figure giuridiche del «privilegium paulinum» e del «privilegium petrinum». Con riferimento alle clausole sulla «porneia» in Matteo e in Atti 15,20 furono formulati impedimenti matrimoniali. Inoltre furono individuati sempre più chiaramente motivi di nullità matrimoniale e furono ampiamente sviluppate le procedure processuali. Tutto questo contribuì a delimitare e precisare il concetto di matrimonio indissolubile. Si potrebbe dire che in questo modo anche nella chiesa occidentale fu dato spazio al principio della «oikonomia», senza toccare tuttavia l’indissolubilità del matrimonio come tale.

         In questa linea si colloca anche l’ulteriore sviluppo giuridico nel Codice di diritto canonico del 1983, secondo il quale anche le dichiarazioni delle parti hanno forza probante. Di per sé, secondo il giudizio di persone competenti (cf. lo studio di mons. Pompedda), sembrano così praticamente esclusi i casi, in cui un matrimonio invalido non sia dimostrabile come tale per via processuale. Poiché il matrimonio ha essenzialmente un carattere pubblico-ecclesiale e vale il principio fondamentale «Nemo iudex in propria causa» («Nessuno è giudice nella propria causa»), le questioni matrimoniali devono essere risolte in foro esterno.”

… quindi il card. Ratzinger dice quello che abbiamo presentato sopra …

“Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.

         c) Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epicheia in «foro interno». Nella Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso «per quanto possibile» ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cf. Lettera, n. 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in «foro interno» ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in «foro interno» sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una «eccezione», allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio.”

Come dice il card. Ratzinger nell’ultimo testo qui da noi presentato “ …. il diritto canonico riveduto conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici a riguardo dell’esame della validità del matrimonio dei cattolici. Questo significa che anche coloro che sono convinti in coscienza che il loro matrimonio precedente, insanabilmente fallito non fu mai valido, devono rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che con un procedimento di foro esterno stabilito dalla chiesa esamina se si tratti obiettivamente di un matrimonio invalido.” 

Chiediamo luce a Dio per poter manifestare solo la sua Verità.

Come si può notare il card. Ratzinger presenta anzitutto la dottrina fondamentale della Chiesa sulla questione dei divorziati risposati e sottolinea che la competenza esclusiva per dichiarare la nullità di un matrimonio è della Chiesa non di altri, se ogni persona potesse dichiarare nullo il suo matrimonio da cui peraltro derivano diritti e doveri, praticamente il matrimonio stesso crollerebbe; dunque la competenza esclusiva per dichiarare la nullità del matrimonio è della Chiesa con i suoi organi competenti a emettere una tale dichiarazione. Nei casi limite suindicati il cardinale afferma che “Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epicheia in «foro interno».” … cioè teoricamente non sembra … si noti il “non sembra” che è ben diverso dal “non è” … ma poi il cardinale afferma “Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una «eccezione», allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio.” … si tratta quindi di una mera ipotesi che per essere realmente accettata deve essere studiata e chiarita … quindi al momento non è accolta! Notiamo anche che questo testo del card. Ratzinger non ha lo stesso valore dottrinale e quindi non può soppiantare quanto affermato nel documento del 1994 della Congregazione per la Dottrina della Fede e nella Familiaris Consortio. I principi della morale cattolica e del diritto canonico restano, quindi, per varie ragioni quelli già visti in precedenza e per essi è chiaro che anche in casi limite ciò che è decisivo è il giudizio del competente organo della Chiesa non le affermazioni dei coniugi, perciò i divorziati risposati il cui precedente matrimonio, nonostante le loro affermazioni o le loro certezze morali, è ancora valido e non è stato dichiarato nullo, non possono sposarsi e quindi non possono evidentemente vivere more uxorio. Vale per essi , quindi, la regola generale “Fedele alla parola di Gesù Cristo(5), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione(6). Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l’accesso alla Comunione eucaristica: «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»(7). Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi»»(8). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo .….. 9. D’altronde l’Esortazione «Familiaris consortio», quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido(17). Si deve certamente discernere se attraverso la via di foro esterno stabilita dalla Chiesa vi sia oggettivamente una tale nullità di matrimonio. La disciplina della Chiesa, mentre conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell’esame della validità del matrimonio dei cattolici, offre anche nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza(18).

     Attenersi al giudizio della Chiesa e osservare la vigente disciplina circa l» obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati. Infatti, la Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Ricevere la Comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati n. 4 e 9)” …. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale … seguire Cristo sulla via della Croce significa, per il cristiano, anche questo … La via che conduce al Cielo è stretta … non ce lo dimentichiamo mai! Ma ricordiamoci che solo la via stretta conduce al Cielo e che quanto più ci uniamo alla Passione di Cristo accettando con Lui particolari sofferenze tanto più saremo gloriosi con lui in Cielo. Dio ci aiuti a percorrere la via stretta, ma salvifica, della Croce perché possiamo giungere davvero alla beatitudine del Cielo.

     Nella linea di quanto detto finora va anche la lettera inviata dal card. Ratzinger a “The Tablet” ( “The Tablet” 26101991, pp.131011 ) che già vedemmo in parte più sopra e in cui troviamo precise indicazioni per risolvere i casi di coloro che ritengono il loro matrimonio certamente invalido ma non possono provare tale invalidità, qui di seguito presentiamo in sintesi e con una nostra sommaria il contenuto di tale lettera. Il cardinale dice anzitutto che della “soluzione di foro interno” (che appunto riguarda matrimoni che sono conosciuti come invalidi ma tale invalità non può essere provati in tribunale) che è ritenuta un modo per risolvere la questione della validità di un precedente matrimonio, il Magistero non ha mai accettato l’uso (“the Magisterium has not sanctioned its use”) per varie ragioni tra le quali c’è la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno ; il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana. Solo il foro esterno, continua il card. Ratzinger, può dare reale assicurazione a colui che fa domanda, e che non è parte disinteressata, che egli stesso non è colpevole di “ volersi giustificare”; solo il foro esterno può dare una risposta ai diritti e alle richieste dell’altro coniuge della precedente unione e nel caso di dichiarazione di nullità può rendere possibile l’ingresso in un matrimonio canonicamente valido e sacramentale . I numerosi abusi, continua il Prefetto della Congregazione romana, commessi in molti paesi sotto il titolo della “soluzione di foro interno” mostrano che essa non funziona, per queste ragioni la Chiesa recentemente in particolare nel Codice di Diritto Canonico ha diffuso i criteri per l’ammissibilità della testimonianza e dell’evidenza nei tribunali che si occupano di matrimoni , perché non sorga la richiesta di “soluzione di foro interno”; in alcuni casi estremi in cui in cui il ricorso al Tribunale non è possibile e un problema di coscienza sorge, si può fare ricorso alla Sacra Penitenzieria. L’Arcivescovo Hamer nella sua Lettera del 1975, precisa ancora il card. Ratzinger, parlando delle coppie divorziate risposate il cui matrimonio non era stato dichiarato nullo, allorché afferma che possono essere ammesse a ricevere i Sacramenti “ .. se cercano di vivere secondo indicazioni dei principi morali cristiani”, non vuole dire altro se non che si astengano, come dice s. Giovanni Paolo II, dagli “atti propri delle coppie sposate” … questa norma severa è una testimonianza profetica alla irreversibile fedeltà dell’amore che lega Cristo alla sua Chiesa e mostra anche che l’amore degli sposi è incorporato al vero amore di Cristo (Ef. 5, 2332). Anche nel 1973 la Congregazione per la Dottrina della Fede in un documento sul matrimonio fece riferimento alla «approvata prassi», tale prassi afferma il card. Ratzinger è quella per la quale  i divorziati risposati possono essere ammessi a ricevere i Sacramenti se pentiti per i loro peccati si propongano di astenersi  dagli “atti propri delle coppie sposate”, anche se in alcuni casi non possono interrompere la coabitazione, e sia evitato ogni scandalo .  Sottolineo che in alcuni casi estremi in cui si presenta un problema di coscienza, contrariamente a ciò che pare affermare il card. Muller, non è il singolo confessore che può risolvere il problema, ma la Sacra Penitenzieria, cui il sacerdote deve fare ricorso; e comunque della “soluzione di foro interno” il Magistero non ha mai accettato l’uso per varie ragioni tra le quali c’è la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno ; il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana.

Di certo, come visto sopra, queste persone di cui parla il card. Muller , se non seguono la disciplina cattolica qui sopra esposta, non potrebbero ricevere i Sacramenti …. Il Signore illumini noi e i nostri Pastori perché seguiamo decisamente la via stretta della Verità e della Croce.

Anche alcuni Vescovi del Kazakistan l’anno scorso emisero un importante documento in cui condannavano affermazioni del tipo di quelle presentate qui dal card. Muller e da noi confutate ( https://www.corrispondenzaromana.it/appello-di-tre-vescovi-cattolici-a-papa-francesco-in-difesa-del-matrimonio/ ) Ecco qui di seguito alcune affermazioni tratte dal documento di questi Vescovi e che ci interessano in particolare per il nostro argomento “ Essendo il matrimonio valido dei battezzati un sacramento della Chiesa e, per sua natura, una realtà di carattere pubblico, un giudizio soggettivo della coscienza sulla invalidità del proprio matrimonio che contrasti con la sentenza definitiva del tribunale ecclesiastico, non può comportare conseguenze per la disciplina sacramentale, poiché essa ha sempre un carattere pubblico.

La Chiesa, ed in concreto il ministro del sacramento della penitenza, non ha la facoltà di giudicare sullo stato della coscienza del fedele o sulla rettitudine dell’intenzione della coscienza, poiché “ecclesia de occultis non iudicat” (Concilio di Trento, sess. 24, cap. 1). Il ministro del sacramento della Penitenza non è conseguentemente il vicario o il rappresentante dello Spirito Santo che può entrare con la Sua luce nelle pieghe delle coscienze, giacché Dio ha riservato a sé solo l’accesso alla coscienza: “sacrarium in quo homo solus est cum Deo” (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 16). Il confessore non può arrogarsi la responsabilità davanti a Dio e al penitente di dispensarlo implicitamente dall’osservanza del Sesto Comandamento e dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale per mezzo dell’ammissione alla Santa Comunione. La Chiesa non ha la facoltà di far derivare conseguenze riguardanti la disciplina sacramentale in foro esterno, a partire e sulla base di una presunta convinzione, in coscienza, della invalidità del proprio matrimonio nel foro interno.

Una prassi che permette alle persone civilmente divorziate, cosiddette “risposate”, di ricevere i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, nonostante la loro intenzione di continuare a violare in futuro il Sesto Comandamento e il loro vincolo matrimoniale sacramentale, sarebbe contraria alla verità Divina ed estranea al perenne senso della Chiesa cattolica e alla provata consuetudine ricevuta, fedelmente custodita dai tempi degli Apostoli e ultimamente confermata in modo sicuro da san Giovanni Paolo II (cfr. Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 84) e da Papa Benedetto XVI (cfr. Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, 29).

La prassi menzionata sarebbe per ogni uomo ragionevole una rottura evidente con la prassi apostolica e perenne della Chiesa e non ne rappresenterebbe uno sviluppo nella continuità. Contro una tale evidenza non c’è argomento valido: contra factum non valet argumentum. Una tale prassi pastorale sarebbe una contro-testimonianza dell’indissolubilità del matrimonio e una sorta di collaborazione da parte della Chiesa nella diffusione di quella “piaga del divorzio”, di cui ha parlato il Concilio Vaticano II (cf. Gaudium et spes, 47).

La Chiesa insegna per mezzo di quello che fa, e deve fare quello che insegna. Sull’azione pastorale riguardo alle persone che vivono in unioni irregolari san Giovanni Paolo II diceva: “L’azione pastorale tenderà a far comprendere la necessità della coerenza tra la scelta di vita e la fede che si professa, e cercherà di far quanto è possibile per indurre tali persone a regolare la propria situazione alla luce dei principi cristiani. Pur trattandole con grande carità, e interessandole alla vita delle rispettive comunità, i pastori della Chiesa non potranno purtroppo ammetterle ai sacramenti” (Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 82).

Un autentico accompagnamento delle persone che si trovano in uno stato oggettivo di peccato grave e un corrispondente cammino di discernimento pastorale non possono fare a meno di annunciare con carità a tali persone tutta la verità della volontà di Dio, perché esse si pentano con tutto il cuore dell’atto peccaminoso di convivere more uxorio con una persona che non è il proprio legittimo coniuge. Allo stesso tempo, un autentico accompagnamento e discernimento pastorale deve incoraggiare queste persone affinché, con l’aiuto della grazia di Dio, cessino di commettere tali atti in futuro. Gli Apostoli e tutta la Chiesa, durante duemila anni, hanno sempre annunciato agli uomini tutta la verità di Dio in ciò che riguarda il Sesto Comandamento e l’indissolubilità del matrimonio, seguendo l’ammonizione di san Paolo Apostolo: “Non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio” (At 20, 27). 

La prassi pastorale della Chiesa concernente il matrimonio e il sacramento dell’Eucaristia ha tale importanza e tali conseguenze decisive per la fede e per la vita dei fedeli, che la Chiesa, per restare fedele alla Parola rivelata di Dio, deve evitare in questa materia ogni ombra di dubbio e confusione. San Giovanni Paolo II ha formulato questa perenne verità della Chiesa: “Intendo inculcare in tutti il vivo senso di responsabilità, che deve guidarci nel trattare le cose sacre, le quali non sono di nostra proprietà, come i sacramenti, o hanno diritto a non essere lasciate nell’incertezza e nella confusione, come le coscienze. Cose sacre – ripeto – sono le une e le altre – i sacramenti e le coscienze –, ed esigono da parte nostra di essere servite nella verità. Questa è la ragione della legge della Chiesa” (Esortazione Apostolica Reconciliatio et Paenitentia, 33).” ( https://www.corrispondenzaromana.it/appello-di-tre-vescovi-cattolici-a-papa-francesco-in-difesa-del-matrimonio/ ) … e in questa linea mi pare interessante notare quello che affermava il card. Burke , eminente canonista: “Il matrimonio non è nella “mia testa”.” volendo dire che il matrimonio non è un atto privato ma un sacramento della Chiesa e, per sua natura, una realtà di carattere pubblico.

Dio ci illumini e illumini i nostri Pastori perché sappiamo, con coraggio ribadire la Verità che salva.

A quello che abbiamo visto finora aggiungo alcune considerazioni con cui riprendo quello che dissi all’inizio di questa mia trattazione e che va a confutare più direttamente quello che afferma il card. Muller; chiedo al Signore di guidare la mia mano perché sia Lui a parlare attraverso me.

Domandiamoci: lo scandalo che si creerebbe per il fatto, secondo le parole del cardinale Muller, che una persona già sposata in Chiesa si unirebbe carnalmente con una persona non sposata dove lo mettiamo ? Lo scandalo non è forse condannato dal diritto divino? E lo scandalo non è forse peccato grave? Peraltro , questa situazione di un primo matrimonio che legittima , senza passare per il riconoscimento canonico di tale invalidità, addirittura un secondo matrimonio con relativi atti sessuali è evidentemente un qualcosa che genera scandalo e lo genera in sé stessa e in ciò che va a determinare: incertezza circa il matrimonio nella Chiesa. Se a chiunque è lecito rompere un matrimonio valido e, senza nessuna sentenza canonica di invalidità del primo matrimonio, iniziare una nuova convivenza more uxorio sulla base di certezze personali o prove non esibite ad una persona competente e verificate adeguatamente … crolla la certezza circa i matrimoni … Perciò chi ritiene che il suo primo matrimonio sia invalido ma non può provarlo non può vivere more uxorio con nessuno, e nel caso si sia legato ad un’altra persona deve vivere secondo la sana morale ‚che prevede, come visto, nel caso di motivi gravi la coabitazione ma al modo di fratello e sorella.

Va notato a questo riguardo che i rapporti matrimoniali dei due partner, indicati nel discorso del card. Muller, dovrebbero essere aperti alla vita … e quindi potrebbero dare luogo a gravidanze e quindi nascite di figli … che metterebbe in luce chiarissima la situazione , se essa fosse nascosta . Senza contare che se non è di competenza esclusiva della Chiesa, con gli organi a ciò preparati e dedicati, dichiarare l’invalidità di un matrimonio, potrebbe facilmente verificarsi che chi un giorno afferma con certezza che un certo matrimonio è invalido … il giorno dopo potrebbe dire che si è ricordato meglio e ritenere valido ciò che prima diceva invalido …. oppure potrebbe ritenere invalido anche il secondo “matrimonio” e quindi passare ad un terzo … e così via … Quindi , visto che in questo secondo “matrimonio” di cui parla il card. Muller il consenso è tutto interiore, si avrebbero persone che potrebbero ritenersi libere, pur essendo già sposate una volta in modo valido ed esterno, di sposarsi più volte in modo interiore e quindi di ritenere successivamente invalidi tali matrimoni e quindi continuare a sposarsi “interiormente” altre volte, realizzando, così “santi” e “numerosi matrimoni” … implicitamente benedetti dai confessori e quindi “dalla Chiesa”… e la Legge di Dio salva …. Peraltro , visto che in questo secondo “matrimonio” di cui parla il card. Muller il consenso è tutto interiore e non ci sono testi scritti che lo documentano, potrebbe facilmente verificarsi che una persona dopo questo secondo “matrimonio” e mentre il partner di tale matrimonio è ancora in vita si sposi con un’altra persona e poi con un’altra e così via …. senza che nessuno sappia nulla o possa verificare …. Mi chiedo, quindi, seguendo il ragionamento del cardinale se , per lui, solo al primo matrimonio (celebrato alla luce del sole ) è ammesso l’errore, di cui si ha certezza che lo rende invalido indipendentemente dal processo canonico, o anche al secondo “matrimonio” tutto “interiore”, che secondo il cardinale varrebbe o potrebbe valere dinanzi a Dio … o anche al terzo …. perché possono esserci sempre persone che ritengono “in coscienza” che i matrimoni precedenti siano invalidi e magari possono portare “prove” … Quello che abbiamo detto finora vale anche per confutare ciò che il card. Muller in un recente articolo ha affermato “Un caso di natura completamente differente si presenta se, per ragioni esterne, sia impossibile chiarire canonicamente lo status di un’unione, come quando un uomo ha le prove che il proprio presunto matrimonio con una donna era invalido, sebbene per qualche ragione egli non sia in grado di addurre queste prove nel foro ecclesiastico. Questa caso è del tutto diverso da quello di una persona validamente sposata che richiede il sacramento della Penitenza senza voler abbandonare una relazione sessuale stabile con un altro, sia in situazione di concubinato che di “matrimonio” civile, che non è valido davanti a Dio e alla Chiesa. Mentre in quest’ultima situazione si ha una contraddizione con la pratica sacramentale della Chiesa (materia di legge divina), nel primo caso la discussione riguarda come determinare se il matrimonio sia nullo o meno (materia di legge ecclesiastica).” ( http://www.lanuovabq.it/it/che-cosa-significa-dire-io-ti-assolvo )

Vogliamo ribadire qui che, come abbiamo ampiamente documentato finora , nelle due situazioni che qui presenta il cardinale sussiste la impossibilità di entrare in un nuovo matrimonio cattolico o in una nuova vita matrimoniale “more uxorio” , se il primo matrimonio non viene dichiarato nullo dalla Chiesa con il relativo processo …. Va notato inoltre che un confessore non ha le competenze di un giudice canonico e quindi può facilmente appoggiare il penitente in modo errato e nell’errore … Peraltro sarebbe da capire quali devono essere le prove che dovrebbero portare i conviventi … indicarne i criteri perché se ne verifichi l’autenticità etc. etc. … cosa che il card. Muller non fa …. comunque ci tengo a sottolineare da quanto detto in questo mio lavoro, che la sana disciplina prevede, anche per costoro che possiedono presunte prove di invalidità del matrimonio, la impossibilità di accedere ai Sacramenti se non vivono come fratello e sorella finché non si ha un pronunciamento pubblico della Chiesa circa l’invalidità di tale matrimonio e la celebrazione di un matrimonio valido tra i due divorziati – risposati …

Il card. Muller ha presentato le affermazioni da me qui confutate anche in una intervista rilasciata al quotidiano La Stampa e più precisamente ad Andrea Tornielli , vediamo la domanda che Tornielli fa al cardinale Muller e la risposta di quest’ultimo “ (Domanda)Nel saggio introduttivo al libro di Buttiglione lei parla almeno di una eccezione riguardante i sacramenti per chi vive una seconda unione, quella riguardante coloro che non possono ottenere la nullità matrimoniale in tribunale ma sono convinti in coscienza della nullità del primo matrimonio. Questa ipotesi venne già considerata, nell’anno 2000, dall’allora cardinale Joseph Ratzinger. In questo caso si può aprire la via ai sacramenti? Amoris laetitia potrebbe essere considerata uno sviluppo di quella posizione?  

«( Risposta)Davanti alla spesso insufficiente istruzione nella dottrina cattolica, e in un ambiente secolarizzato in cui il matrimonio cristiano non costituisce un esempio di vita convincente, si pone il problema della validità anche di matrimoni celebrati secondo il rito canonico. Esiste un diritto naturale di contrarre un matrimonio con una persona del sesso opposto. Questo vale anche per i cattolici che si sono allontanati dalla fede o hanno mantenuto solo un legame superficiale con la Chiesa. Come considerare la situazione di quei cattolici che non apprezzano la sacramentalità del matrimonio cristiano o addirittura la negano? Su questo il cardinale Ratzinger voleva che si riflettesse, senza avere una soluzione bella e pronta. Non si tratta di costruire artificialmente un qualche pretesto per poter dare la comunione. Chi non riconosce o non prende sul serio il matrimonio come sacramento nel senso in cui lo considera la Chiesa non può neppure, e questa è la cosa più importante, ricevere nella santa comunione Cristo che è il fondamento della grazia sacramentale del matrimonio. Qui dovrebbe esserci prima di tutto una conversione all’intero mistero della fede. Solo alla luce di queste considerazioni può un buon pastore chiarire la situazione familiare e matrimoniale. È possibile che il penitente sia convinto in coscienza, e con buone ragioni, della invalidità del primo matrimonio pur non potendone offrire la prova canonica. In questo caso il matrimonio valido davanti a Dio sarebbe il secondo e il pastore potrebbe concedere il sacramento, certo con le precauzioni opportune per non scandalizzare la comunità dei fedeli e non indebolire la convinzione nella indissolubilità del matrimonio».” ( http://www.lastampa.it/2017/12/30/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/mller-il-libro-di-buttiglione-ha-dissipato-i-dubia-dei-cardinali-BGa9DT809pw5WyEgRdZC9I/pagina.html )

Non mi pare il caso di aggiungere altro rispetto a quello che ho già detto per confutare quanto afferma qui il card. Muller; le affermazioni da me fatte più sopra ritengo che confutino sia le affermazioni del cardinale tedesco appena viste, sia ciò che afferma il card. Vallini nel documento con cui dà attuazione nella Diocesi di Roma alle direttive papali emerse dalla Amoris Laetitia. Ecco qui di seguito le affermazioni del card. Vallini :“ Ma quando le circostanze concrete di una coppia lo rendono fattibile, vale a dire quando il loro cammino di fede è stato lungo, sincero e progressivo, si proponga di vivere in continenza; se poi questa scelta è difficile da praticare per la stabilità della coppia, Amoris laetitia non esclude la possibilità di accedere alla Penitenza e all’Eucarestia (21). Ciò significa una qualche apertura, come nel caso in cui vi è la certezza morale che il primo matrimonio era nullo, ma non ci sono le prove per dimostrarlo in sede giudiziaria; ma non invece nel caso in cui, ad esempio, viene ostentata la propria condizione come se facesse parte dell’ideale cristiano, ecc.” ( “La letizia dell’amore”: il cammino delle famiglie a Roma. http://www.romasette.it/wp-content/uploads/Relazione2016ConvegnoDiocesano.pdf )

Il matrimonio non è un fatto privato ma pubblico e richiede accertamenti adeguati circa la sua invalidità e affermazioni pubbliche da parte di organi della Chiesa a ciò predisposti … e da esso possono sorgere scandali, confusione e grandi danni laddove l’accertamente di esso diventa una cosa «privata» o «personale» e Dio non vuole nella Chiesa questi scandali, questo disordine, questa confusione e i danni che da ciò possono derivare … 

Dio ci ha immersi in una Chiesa che dobbiamo amare e la carità ci porta ad amare la s. Chiesa e vivere in essa portandovi ordine e non scandalo, confusione e tanti altri mali !! La carità ci porta ad accettare la sofferenza e la morte piuttosto che scandalizzare o creare gravi danni alla Chiesa …. mi pare chiaro, da quanto detto finora che l’apertura realizzata da questi cardinali è sottilmente ma radicalmente errata e deviante …

Ovviamente lo dico in tutta umiltà e aperto ad un confronto approfondito e chiedo una speciale Luce da Dio per restare nella sua Verità e nella santa umiltà.

La Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Allorché non si può provare che un matrimonio è invalido e quindi esso per la Chiesa risulta valido, i coniugi di tale matrimonio devono saper portare cristianamente tale Croce nella fede che tale Croce è in realtà un grande dono di Dio per la loro salvezza eterna , e, se sono separati, non possono vivere more uxorio con altre persone; ricordiamo qui le parole del vangelo “Impossibile agli uomini ma non a Dio , perché tutto è possibile a Dio” (Mc. 10) con l’aiuto di Dio la Croce si può portare e ci prepara una più grande gloria in Cielo. La Croce che Dio ci dona ci dà anche la forza di portarla …. Dio ci ha donato la Chiesa che, pur guidata da Cristo, in questo mondo ha dei limiti dovuti alla nostra umanità ma anche eccelsi pregi e il cristiano la deve accettare così , e deve lavorare perché si migliori portando la sua Croce personale … d’altra parte anche ogni cristiano pur avendo la grazia è limitato e può peccare …. e spesso pecca … e ferisce Cristo e la Chiesa … I problemi morali che attengono alla situazione di coloro che ritengono che il loro matrimonio non sia valido ma non possono provarlo, di cui parla il card. Muller, sono certo seri ma la risoluzione ci pare sia da trovarsi in questo rendersi conto che Dio ci salva in una Chiesa e attraverso la Chiesa, quindi in una comunità; la nostra salvezza si attua non in opposizione all’ordine che Dio vuole per questa Comunità, la nostra salvezza quindi non si attua creando confusione, o scandalo ma si attua in Cristo, nel Mistero della Croce, rinnegando sé stessi, prendendo la Croce e seguendo Cristo sulla via della Croce, che è via di santo esempio. D’altra parte occorre rendersi conto che se la Provvidenza “mette” delle persone in queste situazioni indicate dal cardinale , lo fa per il loro bene e dà loro forza per vivere santamente tali situazioni nella Verità, nella Carità e offrendo un santo esempio di vita sulla via della Croce. La nostra vera patria non è questo mondo, ma il Cielo; Dio permette a volte delle croci e se le permette è sempre per condurci al Cielo e per donarci grande gloria in Cielo.

Concludo questo scritto invitando tutti alla preghiera perché la Verità illumini tutti pienamente e ci aiuti a seguire con coraggio la via stretta che conduce al Cielo.

Padre nostro che sei nei Cieli …

Don Tullio Rotondo 

 

Pubblicato in Teologia Morale

Per l’importanza dell’argomento e a causa di gravi equivoci generati dalle interpretazioni a proposito di una intervista concessa da monsignor Luigi Negri a un quotidiano, pubblichiamo le precisazioni fatteci pervenire dalla segreteria dell’arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio.

 

Precisazioni in merito ad alcuni recenti articoli
apparsi sui giornali e sui media in queste ultime settimane.


L’arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio Mons Luigi Negri, riafferma la sua adesione alla “Professione di verità” sul matrimonio, proposta dai Vescovi Tomash Peta, Jan Pawel Lenga, Athanasius Schneider. Precisa che tale dichiarazione non è stata formulata in attacco ad alcuno, men che meno contro il Santo Padre Francesco, bensì intende affermare con chiarezza la fede cattolica circa alcune verità sulle quali la contemporaneità è profondamente segnata dalla confusione e dall’ambiguità.

Sua Eccellenza accoglie, con il dovuto ossequio, l’esortazione apostolica di Papa Francesco Amoris Laetitia, che ha opportunamente invitato ad una rinnovata attenzione verso ogni singola persona e soprattutto verso coloro che si trovano in situazioni familiari di difficoltà e di lontananza dalle norme morali e canoniche. Ritiene che quanto contenuto in essa, circa tale incoraggiamento alla sollecitudine pastorale, vada inteso secondo le regole dell’ermeneutica teologica, in conformità con tutti i documenti del Magistero autentico e permanente della Chiesa.

Monsignor Negri precisa che le sue affermazioni circa la necessità di un “discernimento caso per caso” in merito all’accesso al Sacramento dell’Eucaristia di quelle persone che sono dette “divorziati risposati” non possono che essere interpretate (come già definito stabilmente da Familiaris Consortio84 e Sacramentum Caritatis29) o riferendole al discernimento di quei casi in cui i “divorziati risposati” già vivono astenendosi dai rapporti propriamente coniugali; o all’accompagnamento di quanti, al fine di poter ricevere con frutto il Sacramento della Riconciliazione e così poi poter accedere al Sacramento dell’Eucaristia, si rendano disponibili ad un cammino penitenziale o di purificazione che li porti previamente a vivere in piena continenza; avendo sempre cura di evitare lo scandalo pubblico dei fedeli.

Ad ulteriore chiarimento si riportano di seguito le disposizioni fornite dalla Congregazione della Dottrina della Fede il 22 ottobre 2014 a firma dell’allora segretario Mons Luis Ladaria Ferrer S.J. e che contengono le specifiche direttive circa tale discernimento ed accompagnamento, contro ogni forma di automatismo:

«Non possiamo escludere a priori i fedeli divorziati risposati da un cammino penitenziale che porti alla riconciliazione sacramentale con Dio e quindi alla comunione eucaristica. Il Papa Giovanni Paolo II nella sua Esortazione Apostolica Familiaris Consortio (n°84) ha considerato questa possibilità e ne ha precisato le condizioni: “La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti a una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, “assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi”.  (cfr. anche Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n°29).

Il cammino penitenziale da intraprendere deve considerare i seguenti elementi:
1) verificare la validità del matrimonio religioso nel rispetto della verità, evitando di dare l’impressione di una forma di “divorzio cattolico”;
2) vedere eventualmente se le persone, con l’aiuto della grazia, possono separarsi dai loro nuovi partner e riconciliarsi con quelli da cui si sono separati;
3) invitare le persone divorziate risposate, che per gravi motivi (per esempio i bambini) non possono separarsi dai loro congiunti, a vivere come “fratello e sorella”.

In ogni caso l’assoluzione può essere concessa solo se c’è la certezza di una vera contrizione, vale a dire “il dolore interiore e la riprovazione del peccato che è stato commesso, con la risoluzione di non peccare più” (cfr. Concilio di Trento, Dottrina sul sacramento della Penitenza, c.4). In questa linea non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non prenda la ferma risoluzione di “non peccare più” e quindi si astenga dagli atti propri dei coniugi e facendo, in questo senso, tutto quello che è in suo potere.”»

Per questo, si precisa infine che tutte le supposizioni contrarie a quanto ivi contenuto sono frutto di interpretazioni personali e non condivise con l’arcivescovo.

Ufficio Stampa di S.E.R. Mons Luigi Negri
Arcivescovo Emerito di Ferrara-Comacchio

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Parla il prefetto della Casa pontificia e segretario del Papa emerito: «Un pastore non deve decidere in base agli applausi o meno dei media; la misura è il Vangelo, la fede, la sana dottrina»

«È vero che non tutti gli errori vengono» dalla Germania «ma il punto in questione certamente sì: vent’anni fa Giovanni Paolo II, dopo una lunga e impegnativa trattativa, non accettò che i cristiani risposati potessero accedere all’Eucaristia. Ora, non possiamo ignorare il suo magistero e cambiare le cose». È quanto afferma il prefetto della Casa pontificia e segretario del Papa emerito Benedetto XVI, mons. Georg Gaenswein, in una intervista a Zenit, a proposito del sinodo sulla Famiglia che sarà celebrato ad ottobre ed in particolare  sulla situazione delle coppie «irregolari» e del nodo della comunione ai divorziati risposati.
 
 
«Perché alcuni pastori — si chiede mons. Gaenswein — vogliono proporre ciò che non è possibile? Non lo so. Forse cedono allo spirito del tempo, forse si lasciano guidare dal plauso umano causato dai media? Essere critico contro i mass media è certamente meno piacevole; ma un pastore non deve decidere in base agli applausi o meno dei media; la misura è il Vangelo, la fede, la sana dottrina, la tradizione».
 
 
«Una sfida del sinodo,  - osserva mons. Gaenswein — sono certamente i cristiani che si trovano in una situazione matrimoniale, teologicamente detta, «irregolare». Vuol dire persone che hanno divorziato e si sono risposate civilmente. Dobbiamo aiutarle, certamente, ma non in modo riduttivo. È importante avvicinarsi a loro, creare contatto e mantenerlo, perché sono membri della Chiesa come tutti gli altri, non sono espulse tanto meno scomunicate. Essi vanno accompagnati, ma ci sono problemi riguardo alla vita sacramentale. Si deve essere molto sinceri — sottolinea — da parte della Chiesa, anche da parte dei fedeli che vivono in questa situazione. Non si tratta solo di dire: «Possono non possono». E lì, secondo me, si dovrebbe affrontare in modo positivo».
 
 
«La questione dell’accesso alla vita sacramentale — aggiunge — è da affrontare in modo sincero sulla base del magistero cattolico. Spero che nei mesi di preparazione prima del Sinodo si presentino delle proposte che aiutino e servano per trovare le giuste risposte a tali pesanti sfide».

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Quasi 500 i sacerdoti in Gran Bretagna che sollecitano il  sinodo a stare fermo sulla Tradizione di non dare la Comunione ai divorziati risposati.


Quasi 500 preti in Gran Bretagna hanno firmato una lettera invitandola ai partecipanti del Sinodo per la famiglia per sostenere un «annuncio chiaro e fermo» su quello che la Chiesa insegna ed ha sempre insegnato sul matrimonio.

Nella lettera, pubblicata in questa settimana da un quotidiano cattolico inglese, i preti scrivono: «Vogliamo, come sacerdoti cattolici, ri-affermare la nostra fedeltà incrollabile alle dottrine tradizionali concernente il matrimonio e il vero significato della sessualità umana, fondata sulla Parola di Dio e insegnata dal Magistero della Chiesa per due millenni.»

     Il Sinodo straordinario dello scorso anno ha provocato un acceso dibattito sulla questione se ai cattolici divorziati-risposati dovrebbe essere consentito di ricevere la Santa Comunione, una proposta presentata da alcuni tra cui il noto cardinale tedesco Walter Kasper.

    In quello che è pensato per essere un passo senza precedenti, dei sacerdoti si sono uniti insieme per sollecitare i partecipanti sinodali a resistere alla proposta. Scrivono: «Noi affermiamo l’importanza di mantenere la disciplina tradizionale della Chiesa per quanto riguarda la ricezione dei sacramenti, e che la dottrina e la pratica rimangano fermamente e inseparabilmente in armonia.»

Un firmatario, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha affermato che «è stata fatta una certa pressione per non firmare la lettera da parte di alcuni uomini di Chiesa di alto livello».

Un altro, che ha anche chiesto di non essere nominato, ha detto che la questione della comunione ai risposati è «una questione di interesse pastorale e fedeltà al Vangelo».

Egli ha detto: «La Misericordia richiede sia l’amore e la verità. C’è molto in gioco. Non tutti i preti si sentirebbero a proprio agio nell’esprimersi in una lettera aperta, ma sarei molto preoccupato se ci fossero sacerdoti in disaccordo con i sentimenti che essa contiene»

La lettera chiede la fedeltà alla dottrina cattolica, e che la pratica deve rimanere “inseparabilmente in sintonia» con la dottrina. I sacerdoti affermano che essi restano impegnati ad aiutare quelli che lottano per seguire il Vangelo in una società sempre più secolarizzata, ma implica che le coppie e le famiglie che sono rimaste fedeli vengano adeguatamente supportate o incoraggiate.»

Tra i firmatari vi sono anche importanti teologi e studiosi inglesi.

I sacerdoti concludono la lettera invitando tutti i partecipanti al prossimo Sinodo «per fare un annuncio chiaro e fermo dell’insegnamento morale immutabile della Chiesa, in modo che la confusione possa essere rimossa, e la Fede confermata.»

     Parlando recentemente in occasione della presentazione del suo nuovo libro, «Papa Francesco, rivoluzione di tenerezza e amore», il Cardinale Kasper ha detto che i cattolici dovrebbero far conoscere ai loro vescovi le loro speranze e le preoccupazioni per il Sinodo. Ma ancora più importante è che dovrebbero pregare che lo Spirito Santo guidi le deliberazioni dei vescovi.

Egli ha detto: «Dobbiamo tutti pregare per questo, perché la battaglia è in corso. Speriamo che il Sinodo sarà in grado di trovare una risposta comune, a larga maggioranza, che non sarà una rottura con la tradizione, ma una dottrina che è uno sviluppo della tradizione. «

Ecco il testo completo della lettera a cui sono seguite le firme di tutti i summenzionati sacerdoti:

«A seguito del Sinodo Straordinario dei Vescovi dello scorso Ottobre 2014 è sorta molta confusione riguardo all’insegnamento della dottrina morale cattolica. In questa situazione vogliamo, come sacerdoti cattolici, ri-affermare la nostra fedeltà incrollabile alle dottrine tradizionali riguardo al matrimonio e il vero senso della sessualità umana, fondata sulla Parola di Dio e insegnata dal Magistero della Chiesa per due millenni. Ci impegnamo nuovamente nel compito di presentare questo insegnamento in tutta la sua pienezza, mentre cerchiamo di raggiungere con la compassione del Signore coloro che fuori lottano per rispondere alle esigenze del Vangelo in un società sempre più secolarizzata. Inoltre si vuole affermare l’importanza di difendere la dottrina tradizionale della Chiesa che interessa la ricezione dei Sacramenti e che la dottrina e la pratica rimangano fermamente ed inseparabilmente in armonia. Esortiamo tutti coloro che parteciperanno al secondo Sinodo in Ottobre 2015 a fare una ferma e netta proclamazione dell’immutabile insegnamento della Chiesa in modo da rimuovere ogni confusione e confermare la Fede.»

 

Pubblicato in sinodo

Don Claude Barthe analizza un buon responsum dato dalla Congregazione della Dottrina per la Fede (22.10.2014), sulla facoltà di assoluzione o meno a divorziati risposati civilmente.
Le parole della Congregazione sono chiare e cristalline, ed ogni commento sarebbe superfluo.
Da rimarcare come la Congregazione, «nonostante» il Sinodo e seguendo la linea ortodossa, abbia citato la Familiaris Consortio e il Concilio di Trento sulle condizioni per poter dare l’assoluzione.


La questione della situazione dei cattolici divorziati risposati civilmente è stata particolarmente discussa nella riunione speciale del Sinodo su «Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione», che si è concluso 18 ottobre scorso. Un testo della Congregazione per la Dottrina della Fede, in risposta ad una domanda di un sacerdote, ha di recente apportato un elemento importante particolarmente illuminante nell’attuale confusione generale, su un punto specifico della pastorale nei confronti di questi fedeli.

Questa risposta ha il vantaggio di porsi a monte del problema sulla comunione eucaristica ai divorziati risposati. Esso regola infatti quello che dovrebbe essere l’atteggiamento dei sacerdoti che esercitino il ministero della riconciliazione per questi fedeli divorziati risposati.


Quando è stato chiesto da un sacerdote francese:
«Il confessore può dare l’assoluzione ad un penitente che, essendo stato sposato religiosamente, ha contratto un secondo matrimonio civile dopo il divorzio?»

La Congregazione per la Dottrina della Fede ha risposto il 22 OTTOBRE 2014:

«Non possiamo escludere a priori i fedeli divorziati risposati dalla confessione penitenziale che porterebbe alla riconciliazione sacramentale con Dio e quindi alla comunione eucaristica. Papa Giovanni Paolo II nella sua Esortazione Apostolica Familiaris Consortio (n. 84), ha ritenuto questa possibilità e ne ha precisato le condizioni: «La riconciliazione attraverso il sacramento della penitenza — aprendo la strada al sacramento eucaristico — può essere concessa solo a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò implica effettivamente che quando un uomo e una donna non possono, per gravi motivi — per esempio, l’educazione dei figli — rispettare l’obbligo della separazione, essi allora si devono impegnare a vivere in piena continenza, vale a dire, ad astenersi dagli atti propri dei coniugi» (si veda anche Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 29). Il confessore serio deve considerare quanto segue:
1 — Controllare la validità del matrimonio religioso secondo la verità, evitando di dare l’impressione di una forma di «divorzio cattolico».
2 — Vedere se eventualmente le persone, con l’aiuto della grazia, possono separarsi con il loro nuovo compagno e riconciliarsi con coloro da cui si sono separati.
3 — Invitare i divorziati risposati, che per motivi gravi (ad esempio i bambini) non possono essere separati dai loro nuovi coniugi, a vivere come «fratello e sorella». In ogni caso, l’assoluzione può essere concessa solo se c’è la certezza di un autentico pentimento, vale a dire «di il dolore interiore e della riprovazione del peccato, che è stato commesso e il proposito di non può peccare più «(Concilio di Trento, dottrina sul sacramento della Penitenza, v. 4). In questa linea, non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non prenda una ferma decisione di non «peccare più» e di astenersi quindi dagli atti propri dei coniugi e di fare tutto quanto sia in suo potere a tal scopo.»

Luis F. Ladaria, SI, Arcivescovo titolare di Thibica, Segretario.

La Congregazione non si accontenta di citare il n. 84 Familiaris Consortio. Essa analizza realisticamente le linee guida che deve seguire il ministro del sacramento della penitenza. Va notato che la Congregazione non intende impegnarsi, nel contesto della questione sottopostale, ad una presentazione sulle diverse possibilità di esortazione morale e spirituale che sono disponibili al sacerdote, per parlare della santità di sacramento del matrimonio, della sua indissolubilità nonostante l’adulterio che ha portato alla nuova unione civile, la responsabilità su ogni altro coniuge separato, lo scandalo dato, le grazie del sacramento che continuano ad essere disponibili per loro, eccetera. Il responsum non risolve le questioni affrontate dal sacerdote che ascolta la confessione del penitente per sapere se può effettivamente assolvere il nome di Cristo, in virtù del suo ministero sacramentale e a quali condizioni.

Grande benevolenza.

Anche se nel contesto della diffusione e discussione pubblica delle teorie eterodosse il Responsum potrebbe apparire «rigido», esso si indirizza, in realtà, il più possibile verso la benevolenza nei confronti del peccatore, tenendo conto realisticamente la situazione di peccato creata dalla formazione di una nuova unione dopo il divorzio, e cercando di rimuovere con attenzione il penitente «senza schiacciare il lumicino ancora tremolante» Possiamo dire che Congregazione si pone, secondo la tradizione della Santa Sede, nel contesto della teologia romana, quella di S. Alfonso Liguori che ha combattuto i puristi francesi.
Il Responsum analizza così le varie linee che il confessore dovrà seguire rapidamente al tribunale della penitenza:
- L’eventuale invalidità del matrimonio sacramentale, che risolverebbe il problema. In alcuni casi, infatti, la supposizione dell’invalidità diventa evidente o incoraggia a un nuovo riesame più approfondito. La Congregazione dice, tuttavia, che le questioni in questo senso non dovrebbero scandalizzare inducendo a pensare che la Chiesa ha un «divorzio cattolico».
- Soprattutto, il confessore tenterà di scoprire se il penitente ritenga possibile una riconciliazione tra i coniugi. Infatti, secondo S. Agostino: «Dio non ci comanda a cose impossibili, ma nel comandare Egli vi ammonisce di fare ciò che è possibile e chiedere ciò che non si può.» Il Concilio di Trento ha aggiunto, parafrasando San Paolol, «Egli ti aiuta a poterlo fare» (Dz 1536). E ciò il responsum lo traduce «con l’aiuto della grazia.» Aggiungendo che ci possono essere figli dell’unione sacramentale, profondamente feriti dalla separazione dei genitori.
- In ogni caso, solo di motiti gravi (presenza dei figli del secondo matrimonio, si potrebbe aggiungere l’età avanzata della coppia e il rischio di rottura di una convivenza che è solo amicizia) possono evitare l’obbligo di rompere la convivenza adulterina iniziata con la seconda unione civile. E in questi casi, il penitente deve accettare di vivere con il suo nuovo coniuge come «fratello e sorella». Questo richiederà verosimilmente una riflessione sulla sulla possibilità di messa in pratica di questa situazione, e di cui senza dubbio il rinvio dell’assoluzione sacramentale ad un’altra confessione. Ciò implica per il penitente e il suo secondo coniuge a prendere le misure e le decisioni per vivere rettamente nonostante ciò che i teologi morali chiamano «l’occasione di peccato.» L’esperienza dimostra che non è impossibile. Ma solo un considerevo motivo (l’educazione dei figli) permette di rimanere nel pericolo di peccato. Inoltre, la Congregazione va dritta al punto, senza specificare come dovrà essere impostato lo stile di vita per evitare che la pratica dei sacramenti da parte di coniugi apparentemente adulteri sia causa di scandalo.

Conclusione

La conslusione del Responsum è particolarmente interessante. Esso integra in effetti la risoluzione di questo caso particolare di assoluzione data a un divorziato che ha contratto una nuova unione, col principio generale dell’indissolubilità del sacramento, e di conseguenza la legittimità di assoluzione sacramentale concesso secondo il prudente giudizio dal ministro del sacramento. Sono necessarii «atti del penitente» (la contrizione, la confessione dei peccati, e la soddisfazione, vale a dire «la penitenza»), specialmente la contrizione richiesta per divina istituzione per la remissione dei peccati. La Congregazione per la Dottrina della Fede cita il Concilio di Trento (Dz 1676): affinché i peccati siano rimessi, il penitente deve essere animato circa il male commesso, dal dolore dell’anima, dall» avversione di quel peccato con il proposito di non peccare più.

 

Pubblicato in sinodo

Relazione conclusiva del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia.
Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione» (519 ottobre 2014)

INDICE

Introduzione

I Parte
L’ascolto: il contesto e le sfide sulla famiglia


Il contesto socio-culturale
La rilevanza della vita affettiva
La sfida per la pastorale

II Parte
Lo sguardo su Cristo: il Vangelo della famiglia

Lo sguardo su Gesù e la pedagogia divina nella storia della salvezza
La famiglia nel disegno salvifico di Dio
La famiglia nei documenti della Chiesa
L’indissolubilità del matrimonio e la gioia del vivere insieme
Verità e bellezza della famiglia e misericordia verso le famiglie ferite e fragili

III Parte
Il confronto: prospettive pastorali

Annunciare il Vangelo della famiglia oggi, nei vari contesti
Guidare i nubendi nel cammino di preparazione al matrimonio
Accompagnare i primi anni della vita matrimoniale
Cura pastorale di coloro che vivono nel matrimonio civile o in convivenze
Curare le famiglie ferite (separati, divorziati non risposati, divorziati risposati, famiglie monoparentali)
L’attenzione pastorale verso le persone con orientamento omosessuale
La trasmissione della vita e la sfida della denatalità
La sfida dell’educazione e il ruolo della famiglia nell’evangelizzazione

Conclusione

* * *


Introduzione

1. Il Sinodo dei Vescovi riunito intorno al Papa rivolge il suo pensiero a tutte le famiglie del mondo con le loro gioie, le loro fatiche, le loro speranze. In particolare sente il dovere di ringraziare il Signore per la generosa fedeltà con cui tante famiglie cristiane rispondono alla loro vocazione e missione. Lo fanno con gioia e con fede anche quando il cammino familiare le pone dinanzi a ostacoli, incomprensioni e sofferenze. A queste famiglie va l’apprezzamento, il ringraziamento e l’incoraggiamento di tutta la Chiesa e di questo Sinodo. Nella veglia di preghiera celebrata in Piazza San Pietro sabato 4 ottobre 2014 in preparazione al Sinodo sulla famiglia Papa Francesco ha evocato in maniera semplice e concreta la centralità dell’esperienza familiare nella vita di tutti, esprimendosi così: «Scende ormai la sera sulla nostra assemblea. È l’ora in cui si fa volentieri ritorno a casa per ritrovarsi alla stessa mensa, nello spessore degli affetti, del bene compiuto e ricevuto, degli incontri che scaldano il cuore e lo fanno crescere, vino buono che anticipa nei giorni dell’uomo la festa senza tramonto. È anche l’ora più pesante per chi si ritrova a tu per tu con la propria solitudine, nel crepuscolo amaro di sogni e di progetti infranti: quante persone trascinano le giornate nel vicolo cieco della rassegnazione, dell’abbandono, se non del rancore; in quante case è venuto meno il vino della gioia e, quindi, il sapore – la sapienza stessa – della vita […] Degli uni e degli altri questa sera ci facciamo voce con la nostra preghiera, una preghiera per tutti».

2. Grembo di gioie e di prove, di affetti profondi e di relazioni a volte ferite, la famiglia è veramente «scuola di umanità» (cf. Gaudium et Spes, 52), di cui si avverte fortemente il bisogno. Nonostante i tanti segnali di crisi dell’istituto familiare nei vari contesti del «villaggio globale», il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani, e motiva la Chiesa, esperta in umanità e fedele alla sua missione, ad annunciare senza sosta e con convinzione profonda il «Vangelo della famiglia» che le è stato affidato con la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo e ininterrottamente insegnato dai Padri, dai Maestri della spiritualità e dal Magistero della Chiesa. La famiglia assume per la Chiesa un’importanza del tutto particolare e nel momento in cui tutti i credenti sono invitati a uscire da se stessi è necessario che la famiglia si riscopra come soggetto imprescindibile per l’evangelizzazione. Il pensiero va alla testimonianza missionaria di tante famiglie.

3. Sulla realtà della famiglia, decisiva e preziosa, il Vescovo di Roma ha chiamato a riflettere il Sinodo dei Vescovi nella sua Assemblea Generale Straordinaria dell’ottobre 2014, per approfondire poi la riflessione nell’Assemblea Generale Ordinaria che si terrà nell’ottobre 2015, oltre che nell’intero anno che intercorre fra i due eventi sinodali. «Già il convenire in unum attorno al Vescovo di Roma è evento di grazia, nel quale la collegialità episcopale si manifesta in un cammino di discernimento spirituale e pastorale»: così Papa Francesco ha descritto l’esperienza sinodale, indicandone i compiti nel duplice ascolto dei segni di Dio e della storia degli uomini e nella duplice e unica fedeltà che ne consegue.

4. Alla luce dello stesso discorso abbiamo raccolto i risultati delle nostre riflessioni e dei nostri dialoghi nelle seguenti tre parti: l’ascolto, per guardare alla realtà della famiglia oggi, nella complessità delle sue luci e delle sue ombre; lo sguardo fisso sul Cristo per ripensare con rinnovata freschezza ed entusiasmo quanto la rivelazione, trasmessa nella fede della Chiesa, ci dice sulla bellezza, sul ruolo e sulla dignità della famiglia; il confronto alla luce del Signore Gesù per discernere le vie con cui rinnovare la Chiesa e la società nel loro impegno per la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna.


PRIMA PARTE

L’ascolto: il contesto e le sfide sulla famiglia

Il contesto socio-culturale

5. Fedeli all’insegnamento di Cristo guardiamo alla realtà della famiglia oggi in tutta la sua complessità, nelle sue luci e nelle sue ombre. Pensiamo ai genitori, ai nonni, ai fratelli e alle sorelle, ai parenti prossimi e lontani, e al legame tra due famiglie che tesse ogni matrimonio. Il cambiamento antropologico-culturale influenza oggi tutti gli aspetti della vita e richiede un approccio analitico e diversificato. Vanno sottolineati prima di tutto gli aspetti positivi: la più grande libertà di espressione e il migliore riconoscimento dei diritti della donna e dei bambini, almeno in alcune regioni. Ma, d’altra parte, bisogna egualmente considerare il crescente pericolo rappresentato da un individualismo esasperato che snatura i legami familiari e finisce per considerare ogni componente della famiglia come un’isola, facendo prevalere, in certi casi, l’idea di un soggetto che si costruisce secondo i propri desideri assunti come un assoluto. A ciò si aggiunge anche la crisi della fede che ha toccato tanti cattolici e che spesso è all’origine delle crisi del matrimonio e della famiglia.

6. Una delle più grandi povertà della cultura attuale è la solitudine, frutto dell’assenza di Dio nella vita delle persone e della fragilità delle relazioni. C’è anche una sensazione generale di impotenza nei confronti della realtà socio-economica che spesso finisce per schiacciare le famiglie. Così è per la crescente povertà e precarietà lavorativa che è vissuta talvolta come un vero incubo, o a motivo di una fiscalità troppo pesante che certo non incoraggia i giovani al matrimonio. Spesso le famiglie si sentono abbandonate per il disinteresse e la poca attenzione da parte delle istituzioni. Le conseguenze negative dal punto di vista dell’organizzazione sociale sono evidenti: dalla crisi demografica alle difficoltà educative, dalla fatica nell’accogliere la vita nascente all’avvertire la presenza degli anziani come un peso, fino al diffondersi di un disagio affettivo che arriva talvolta alla violenza. È responsabilità dello Stato creare le condizioni legislative e di lavoro per garantire l’avvenire dei giovani e aiutarli a realizzare il loro progetto di fondare una famiglia.

7. Ci sono contesti culturali e religiosi che pongono sfide particolari. In alcune società vige ancora la pratica della poligamia e in alcuni contesti tradizionali la consuetudine del «matrimonio per tappe». In altri contesti permane la pratica dei matrimoni combinati. Nei Paesi in cui la presenza della Chiesa cattolica è minoritaria sono numerosi i matrimoni misti e di disparità di culto con tutte le difficoltà che essi comportano riguardo alla configurazione giuridica, al battesimo e all’educazione dei figli e al reciproco rispetto dal punto di vista della diversità della fede. In questi matrimoni può esistere il pericolo del relativismo o dell’indifferenza, ma vi può essere anche la possibilità di favorire lo spirito ecumenico e il dialogo interreligioso in un’armoniosa convivenza di comunità che vivono nello stesso luogo. In molti contesti, e non solo occidentali, si va diffondendo ampiamente la prassi della convivenza che precede il matrimonio o anche di convivenze non orientate ad assumere la forma di un vincolo istituzionale. A questo si aggiunge spesso una legislazione civile che compromette il matrimonio e la famiglia. A causa della secolarizzazione in molte parti del mondo il riferimento a Dio è fortemente diminuito e la fede non è più socialmente condivisa.

8. Molti sono i bambini che nascono fuori dal matrimonio, specie in alcuni Paesi, e molti quelli che poi crescono con uno solo dei genitori o in un contesto familiare allargato o ricostituito. Il numero dei divorzi è crescente e non è raro il caso di scelte determinate unicamente da fattori di ordine economico. I bambini spesso sono oggetto di contesa tra i genitori e i figli sono le vere vittime delle lacerazioni familiari. I padri sono spesso assenti non solo per cause economiche laddove invece si avverte il bisogno che essi assumano più chiaramente la responsabilità per i figli e per la famiglia. La dignità della donna ha ancora bisogno di essere difesa e promossa. Oggi infatti, in molti contesti, l’essere donna è oggetto di discriminazione e anche il dono della maternità viene spesso penalizzato piuttosto che essere presentato come valore. Non vanno neppure dimenticati i crescenti fenomeni di violenza di cui le donne sono vittime, talvolta purtroppo anche all’interno delle famiglie e la grave e diffusa mutilazione genitale della donna in alcune culture. Lo sfruttamento sessuale dell’infanzia costituisce poi una delle realtà più scandalose e perverse della società attuale. Anche le società attraversate dalla violenza a causa della guerra, del terrorismo o della presenza della criminalità organizzata, vedono situazioni familiari deterioratee soprattutto nelle grandi metropoli e nelle loro periferie cresce il cosiddetto fenomeno dei bambini di strada. Le migrazioni inoltre rappresentano un altro segno dei tempi da affrontare e comprendere con tutto il carico di conseguenze sulla vita familiare.

La rilevanza della vita affettiva

9. A fronte del quadro sociale delineato si riscontra in molte parti del mondo, nei singoli un maggiore bisogno di prendersi cura della propria persona, di conoscersi interiormente, di vivere meglio in sintonia con le proprie emozioni e i propri sentimenti, di cercare relazioni affettive di qualità; tale giusta aspirazione può aprire al desiderio di impegnarsi nel costruire relazioni di donazione e reciprocità creative, responsabilizzanti e solidali come quelle familiari. Il pericolo individualista e il rischio di vivere in chiave egoistica sono rilevanti. La sfida per la Chiesa è di aiutare le coppie nella maturazione della dimensione emozionale e nello sviluppo affettivo attraverso la promozione del dialogo, della virtù e della fiducia nell’amore misericordioso di Dio. Il pieno impegno richiesto nel matrimonio cristiano può essere un forte antidoto alla tentazione di un individualismo egoistico.

10. Nel mondo attuale non mancano tendenze culturali che sembrano imporre una affettività senza limiti di cui si vogliono esplorare tutti i versanti, anche quelli più complessi. Di fatto, la questione della fragilità affettiva è di grande attualità: una affettività narcisistica, instabile e mutevole che non aiuta sempre i soggetti a raggiungere una maggiore maturità. Preoccupa una certa diffusione della pornografia e della commercializzazione del corpo, favorita anche da un uso distorto di internet e va denunciata la situazione di quelle persone che sono obbligate a praticare la prostituzione. In questo contesto, le coppie sono talvolta incerte, esitanti e faticano a trovare i modi per crescere. Molti sono quelli che tendono a restare negli stadi primari della vita emozionale e sessuale. La crisi della coppia destabilizza la famiglia e può arrivare attraverso le separazioni e i divorzi a produrre serie conseguenze sugli adulti, i figli e la società, indebolendo l’individuo e i legami sociali. Anche il calo demografico, dovuto ad una mentalità antinatalista e promosso dalle politiche mondiali di salute riproduttiva, non solo determina una situazione in cui l’avvicendarsi delle generazioni non è più assicurato, ma rischia di condurre nel tempo a un impoverimento economico e a una perdita di speranza nell’avvenire. Lo sviluppo delle biotecnologie ha avuto anch’esso un forte impatto sulla natalità.

La sfida per la pastorale

11. In questo contesto la Chiesa avverte la necessità di dire una parola di verità e di speranza. Occorre muovere dalla convinzione che l’uomo viene da Dio e che, pertanto, una riflessione capace di riproporre le grandi domande sul significato dell’essere uomini, possa trovare un terreno fertile nelle attese più profonde dell’umanità. I grandi valori del matrimonio e della famiglia cristiana corrispondono alla ricerca che attraversa l’esistenza umana anche in un tempo segnato dall’individualismo e dall’edonismo. Occorre accogliere le persone con la loro esistenza concreta, saperne sostenere la ricerca, incoraggiare il desiderio di Dio e la volontà di sentirsi pienamente parte della Chiesa anche in chi ha sperimentato il fallimento o si trova nelle situazioni più disparate. Il messaggio cristiano ha sempre in sé la realtà e la dinamica della misericordia e della verità, che in Cristo convergono.


II PARTE

Lo sguardo su Cristo: il Vangelo della famiglia

Lo sguardo su Gesù e la pedagogia divina nella storia della salvezza

12. Al fine di «verificare il nostro passo sul terreno delle sfide contemporanee, la condizione decisiva è mantenere fisso lo sguardo su Gesù Cristo, sostare nella contemplazione e nell’adorazione del suo volto […]. Infatti, ogni volta che torniamo alla fonte dell’esperienza cristiana si aprono strade nuove e possibilità impensate» (Papa Francesco, Discorso del 4 ottobre 2014). Gesù ha guardato alle donne e agli uomini che ha incontrato con amore e tenerezza, accompagnando i loro passi con verità, pazienza e misericordia, nell’annunciare le esigenze del Regno di Dio.

13. Dato che l’ordine della creazione è determinato dall’orientamento a Cristo, occorre distinguere senza separare i diversi gradi mediante i quali Dio comunica all’umanità la grazia dell’alleanza. In ragione della pedagogia divina, secondo cui l’ordine della creazione evolve in quello della redenzione attraverso tappe successive, occorre comprendere la novità del sacramento nuziale cristiano in continuità con il matrimonio naturale delle origini. Così qui s’intende il modo di agire salvifico di Dio, sia nella creazione sia nella vita cristiana. Nella creazione: poiché tutto è stato fatto per mezzo di Cristo ed in vista di Lui (cf. Col 1,16), i cristiani sono «lieti di scoprire e pronti a rispettare quei germi del Verbo che vi si trovano nascosti; debbono seguire attentamente la trasformazione profonda che si verifica in mezzo ai popoli» (Ad Gentes, 11). Nella vita cristiana: in quanto con il battesimo il credente è inserito nella Chiesa mediante quella Chiesa domestica che è la sua famiglia, egli intraprende quel «processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio» (Familiaris Consortio, 11), mediante la conversione continua all’amore che salva dal peccato e dona pienezza di vita.

14. Gesù stesso, riferendosi al disegno primigenio sulla coppia umana, riafferma l’unione indissolubile tra l’uomo e la donna, pur dicendo che «per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così» (Mt 19,8). L’indissolubilità del matrimonio («Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» Mt 19,6), non è innanzitutto da intendere come «giogo» imposto agli uomini bensì come un «dono» fatto alle persone unite in matrimonio. In tal modo, Gesù mostra come la condiscendenza divina accompagni sempre il cammino umano, guarisca e trasformi il cuore indurito con la sua grazia, orientandolo verso il suo principio, attraverso la via della croce. Dai Vangeli emerge chiaramente l’esempio di Gesù che è paradigmatico per la Chiesa. Gesù infatti ha assunto una famiglia, ha dato inizio ai segni nella festa nuziale a Cana, ha annunciato il messaggio concernente il significato del matrimonio come pienezza della rivelazione che recupera il progetto originario di Dio (Mt 19,3). Ma nello stesso tempo ha messo in pratica la dottrina insegnata manifestando così il vero significato della misericordia. Ciò appare chiaramente negli incontri con la samaritana (Gv 4,130) e con l’adultera (Gv 8,111) in cui Gesù, con un atteggiamento di amore verso la persona peccatrice, porta al pentimento e alla conversione («va’ e non peccare più»), condizione per il perdono.

La famiglia nel disegno salvifico di Dio

15. Le parole di vita eterna che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli comprendevano l’insegnamento sul matrimonio e la famiglia. Tale insegnamento di Gesù ci permette di distinguere in tre tappe fondamentali il progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia. All’inizio, c’è la famiglia delle origini, quando Dio creatore istituì il matrimonio primordiale tra Adamo ed Eva, come solido fondamento della famiglia. Dio non solo ha creato l’essere umano maschio e femmina (Gen 1,27), ma li ha anche benedetti perché fossero fecondi e si moltiplicassero (Gen 1,28). Per questo, «l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gen 2,24). Questa unione è stata danneggiata dal peccato ed è diventata la forma storica di matrimonio nel Popolo di Dio, per il quale Mosè concesse la possibilità di rilasciare un attestato di divorzio (cf. Dt 24, 1ss). Tale forma era prevalente ai tempi di Gesù. Con il Suo avvento e la riconciliazione del mondo caduto grazie alla redenzione da Lui operata, terminò l’era inaugurata con Mosé.

16. Gesù, che ha riconciliato ogni cosa in sé, ha riportato il matrimonio e la famiglia alla loro forma originale (cf. Mc 10,112). La famiglia e il matrimonio sono stati redenti da Cristo (cf. Ef 5,2132), restaurati a immagine della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore. L’alleanza sponsale, inaugurata nella creazione e rivelata nella storia della salvezza, riceve la piena rivelazione del suo significato in Cristo e nella sua Chiesa. Da Cristo attraverso la Chiesa, il matrimonio e la famiglia ricevono la grazia necessaria per testimoniare l’amore di Dio e vivere la vita di comunione. Il Vangelo della famiglia attraversa la storia del mondo sin dalla creazione dell’uomo ad immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1, 2627) fino al compimento del mistero dell’Alleanza in Cristo alla fine dei secoli con le nozze dell’Agnello (cf. Ap 19,9; Giovanni Paolo II, Catechesi sull’amore umano).

La famiglia nei documenti della Chiesa

17. «Nel corso dei secoli, la Chiesa non ha fatto mancare il suo costante insegnamento sul matrimonio e la famiglia. Una delle espressioni più alte di questo Magistero è stata proposta dal Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes, che dedica un intero capitolo alla promozione della dignità del matrimonio e della famiglia (cf. Gaudium et Spes, 4752). Esso ha definito il matrimonio come comunità di vita e di amore (cf. Gaudium et Spes, 48), mettendo l’amore al centro della famiglia, mostrando, allo stesso tempo, la verità di questo amore davanti alle diverse forme di riduzionismo presenti nella cultura contemporanea. Il «vero amore tra marito e moglie» (Gaudium et Spes, 49) implica la mutua donazione di sé, include e integra la dimensione sessuale e l’affettività, corrispondendo al disegno divino (cf. Gaudium et Spes, 4849). Inoltre, Gaudium et Spes 48 sottolinea il radicamento in Cristo degli sposi: Cristo Signore «viene incontro ai coniugi cristiani nel sacramento del matrimonio», e con loro rimane. Nell’incarnazione, Egli assume l’amore umano, lo purifica, lo porta a pienezza, e dona agli sposi, con il suo Spirito, la capacità di viverlo, pervadendo tutta la loro vita di fede, speranza e carità. In questo modo gli sposi sono come consacrati e, mediante una grazia propria, edificano il Corpo di Cristo e costituiscono una Chiesa domestica (cf. Lumen Gentium, 11), così che la Chiesa, per comprendere pienamente il suo mistero, guarda alla famiglia cristiana, che lo manifesta in modo genuino» (Instrumentum Laboris, 4).

18. «Sulla scia del Concilio Vaticano II, il Magistero pontificio ha approfondito la dottrina sul matrimonio e sulla famiglia. In particolare, Paolo VI, con la Enciclica Humanae Vitae, ha messo in luce l’intimo legame tra amore coniugale e generazione della vita. San Giovanni Paolo II ha dedicato alla famiglia una particolare attenzione attraverso le sue catechesi sull’amore umano, la Lettera alle famiglie (Gratissimam Sane) e soprattutto con l’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio. In tali documenti, il Pontefice ha definito la famiglia «via della Chiesa»; ha offerto una visione d’insieme sulla vocazione all’amore dell’uomo e della donna; ha proposto le linee fondamentali per la pastorale della famiglia e per la presenza della famiglia nella società. In particolare, trattando della carità coniugale (cf. Familiaris Consortio, 13), ha descritto il modo in cui i coniugi, nel loro mutuo amore, ricevono il dono dello Spirito di Cristo e vivono la loro chiamata alla santità» (Instrumentum Laboris, 5).

19. «Benedetto XVI, nell’Enciclica Deus Caritas Est, ha ripreso il tema della verità dell’amore tra uomo e donna, che s’illumina pienamente solo alla luce dell’amore di Cristo crocifisso (cf. Deus Caritas Est, 2). Egli ribadisce come: «Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano» (Deus Caritas Est, 11). Inoltre, nella Enciclica Caritas in Veritate, evidenzia l’importanza dell’amore come principio di vita nella società (cf. Caritas in Veritate, 44), luogo in cui s’impara l’esperienza del bene comune» (Instrumentum Laboris, 6).

20. «Papa Francesco, nell’Enciclica Lumen Fidei affrontando il legame tra la famiglia e la fede, scrive: «L’incontro con Cristo, il lasciarsi afferrare e guidare dal suo amore allarga l’orizzonte dell’esistenza, le dona una speranza solida che non delude. La fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita. Essa fa scoprire una grande chiamata, la vocazione all’amore, e assicura che quest’amore è affidabile, che vale la pena di consegnarsi ad esso, perché il suo fondamento si trova nella fedeltà di Dio, più forte di ogni nostra fragilità» (Lumen Fidei, 53)» (Instrumentum Laboris, 7).

L’indissolubilità del matrimonio e la gioia del vivere insieme

21. Il dono reciproco costitutivo del matrimonio sacramentale è radicato nella grazia del battesimo che stabilisce l’alleanza fondamentale di ogni persona con Cristo nella Chiesa. Nella reciproca accoglienza e con la grazia di Cristo i nubendi si promettono dono totale, fedeltà e apertura alla vita, essi riconoscono come elementi costitutivi del matrimonio i doni che Dio offre loro, prendendo sul serio il loro vicendevole impegno, in suo nome e di fronte alla Chiesa. Ora, nella fede è possibile assumere i beni del matrimonio come impegni meglio sostenibili mediante l’aiuto della grazia del sacramento. Dio consacra l’amore degli sposi e ne conferma l’indissolubilità, offrendo loro l’aiuto per vivere la fedeltà, l’integrazione reciproca e l’apertura alla vita. Pertanto, lo sguardo della Chiesa si volge agli sposi come al cuore della famiglia intera che volge anch’essa lo sguardo verso Gesù.

22. Nella stessa prospettiva, facendo nostro l’insegnamento dell’Apostolo secondo cui tutta la creazione è stata pensata in Cristo e in vista di lui (cf. Col 1,16), il Concilio Vaticano II ha voluto esprimere apprezzamento per il matrimonio naturale e per gli elementi validi presenti nelle altre religioni (cf. Nostra Aetate, 2) e nelle culture nonostante i limiti e le insufficienze (cf. Redemptoris Missio, 55). La presenza dei semina Verbi nelle culture (cf. Ad Gentes, 11) potrebbe essere applicata, per alcuni versi, anche alla realtà matrimoniale e familiare di tante culture e di persone non cristiane. Ci sono quindi elementi validi anche in alcune forme fuori del matrimonio cristiano –comunque fondato sulla relazione stabile e vera di un uomo e una donna –, che in ogni caso riteniamo siano ad esso orientate. Con lo sguardo rivolto alla saggezza umana dei popoli e delle culture, la Chiesa riconosce anche questa famiglia come la cellula basilare necessaria e feconda della convivenza umana.

Verità e bellezza della famiglia e misericordia verso le famiglie ferite e fragili

23. Con intima gioia e profonda consolazione, la Chiesa guarda alle famiglie che restano fedeli agli insegnamenti del Vangelo, ringraziandole e incoraggiandole per la testimonianza che offrono. Grazie ad esse, infatti, è resa credibile la bellezza del matrimonio indissolubile e fedele per sempre. Nella famiglia,«che si potrebbe chiamare Chiesa domestica» (Lumen Gentium, 11), matura la prima esperienza ecclesiale della comunione tra persone, in cui si riflette, per grazia, il mistero della Santa Trinità. «È qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1657). La Santa Famiglia di Nazaret ne è il modello mirabile, alla cui scuola noi «comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo» (Paolo VI, Discorso a Nazaret, 5 gennaio 1964). Il Vangelo della famiglia, nutre pure quei semi che ancora attendono di maturare, e deve curare quegli alberi che si sono inariditi e necessitano di non essere trascurati.

24. La Chiesa, in quanto maestra sicura e madre premurosa, pur riconoscendo che per i battezzati non vi è altro vincolo nuziale che quello sacramentale, e che ogni rottura di esso è contro la volontà di Dio, è anche consapevole della fragilità di molti suoi figli che faticano nel cammino della fede. «Pertanto, senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno. […] Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà. A tutti deve giungere la consolazione e lo stimolo dell’amore salvifico di Dio, che opera misteriosamente in ogni persona, al di là dei suoi difetti e delle sue cadute» (Evangelii Gaudium, 44).

25. In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nelle loro vite e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro. Seguendo lo sguardo di Cristo, la cui luce rischiara ogni uomo (cf. Gv 1,9; Gaudium et Spes, 22) la Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo incompiuto, riconoscendo che la grazia di Dio opera anche nelle loro vite dando loro il coraggio per compiere il bene, per prendersi cura con amore l’uno dell’altro ed essere a servizio della comunità nella quale vivono e lavorano.

26. La Chiesa guarda con apprensione alla sfiducia di tanti giovani verso l’impegno coniugale, soffre per la precipitazione con cui tanti fedeli decidono di porre fine al vincolo assunto, instaurandone un altro. Questi fedeli, che fanno parte della Chiesa hanno bisogno di un’attenzione pastorale misericordiosa e incoraggiante, distinguendo adeguatamente le situazioni. I giovani battezzati vanno incoraggiati a non esitare dinanzi alla ricchezza che ai loro progetti di amore procura il sacramento del matrimonio, forti del sostegno che ricevono dalla grazia di Cristo e dalla possibilità di partecipare pienamente alla vita della Chiesa.

27. In tal senso, una dimensione nuova della pastorale familiare odierna consiste nel prestare attenzione alla realtà dei matrimoni civili tra uomo e donna, ai matrimoni tradizionali e, fatte le debite differenze, anche alle convivenze. Quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico, è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove, può essere vista come un’occasione da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio. Molto spesso invece la convivenza si stabilisce non in vista di un possibile futuro matrimonio, ma senza alcuna intenzione di stabilire un rapporto istituzionale.

28. Conforme allo sguardo misericordioso di Gesù, la Chiesa deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando fiducia e speranza, come la luce del faro di un porto o di una fiaccola portata in mezzo alla gente per illuminare coloro che hanno smarrito la rotta o si trovano in mezzo alla tempesta. Consapevoli che la misericordia più grande è dire la verità con amore, andiamo aldilà della compassione. L’amore misericordioso, come attrae e unisce, così trasforma ed eleva. Invita alla conversione. Così nello stesso modo intendiamo l’atteggiamento del Signore, che non condanna la donna adultera, ma le chiede di non peccare più (cf. Gv 8,111).


III PARTE

Il confronto: prospettive pastorali

Annunciare il Vangelo della famiglia oggi, nei vari contesti

29. Il dialogo sinodale si è soffermato su alcune istanze pastorali più urgenti da affidare alla concretizzazione nelle singole Chiese locali, nella comunione «cum Petro et sub Petro». L’annunzio del Vangelo della famiglia costituisce un’urgenza per la nuova evangelizzazione. La Chiesa è chiamata ad attuarlo con tenerezza di madre e chiarezza di maestra (cf. Ef 4,15), in fedeltà alla kenosi misericordiosa del Cristo. La verità si incarna nella fragilità umana non per condannarla, ma per salvarla (cf. Gv 3,1617).

30. Evangelizzare è responsabilità di tutto il popolo di Dio, ognuno secondo il proprio ministero e carisma. Senza la testimonianza gioiosa dei coniugi e delle famiglie, chiese domestiche, l’annunzio, anche se corretto, rischia di essere incompreso o di affogare nel mare di parole che caratterizza la nostra società (cf. Novo Millennio Ineunte, 50). I Padri sinodali hanno più volte sottolineato che le famiglie cattoliche in forza della grazia del sacramento nuziale sono chiamate ad essere esse stesse soggetti attivi della pastorale familiare.

31. Decisivo sarà porre in risalto il primato della grazia, e quindi le possibilità che lo Spirito dona nel sacramento. Si tratta di far sperimentare che il Vangelo della famiglia è gioia che «riempie il cuore e la vita intera», perché in Cristo siamo «liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento» (Evangelii Gaudium, 1). Alla luce della parabola del seminatore (cf. Mt 13,3), il nostro compito è di cooperare nella semina: il resto è opera di Dio. Non bisogna neppure dimenticare che la Chiesa che predica sulla famiglia è segno di contraddizione.

32. Per questo si richiede a tutta la Chiesa una conversione missionaria: è necessario non fermarsi ad un annuncio meramente teorico e sganciato dai problemi reali delle persone. Non va mai dimenticato che la crisi della fede ha comportato una crisi del matrimonio e della famiglia e, come conseguenza, si è interrotta spesso la trasmissione della stessa fede dai genitori ai figli. Dinanzi ad una fede forte l’imposizione di alcune prospettive culturali che indeboliscono la famiglia e il matrimonio non ha incidenza.

33. La conversione è anche quella del linguaggio perché esso risulti effettivamente significativo. L’annunzio deve far sperimentare che il Vangelo della famiglia è risposta alle attese più profonde della persona umana: alla sua dignità e alla realizzazione piena nella reciprocità, nella comunione e nella fecondità. Non si tratta soltanto di presentare una normativa ma di proporre valori, rispondendo al bisogno di essi che si constata oggi anche nei Paesi più secolarizzati.

34. La Parola di Dio è fonte di vita e spiritualità per la famiglia. Tutta la pastorale familiare dovrà lasciarsi modellare interiormente e formare i membri della Chiesa domestica mediante la lettura orante e ecclesiale della Sacra Scrittura. La Parola di Dio non solo è una buona novella per la vita privata delle persone, ma anche un criterio di giudizio e una luce per il discernimento delle diverse sfide con cui si confrontano i coniugi e le famiglie.

35. Allo stesso tempo molti Padri sinodali hanno insistito su un approccio più positivo alle ricchezze delle diverse esperienze religiose, senza tacere sulle difficoltà. In queste diverse realtà religiose e nella grande diversità culturale che caratterizza le Nazioni è opportuno apprezzare prima le possibilità positive e alla luce di esse valutare limiti e carenze.

36. Il matrimonio cristiano è una vocazione che si accoglie con un’adeguata preparazione in un itinerario di fede, con un discernimento maturo, e non va considerato solo come una tradizione culturale o un’esigenza sociale o giuridica. Pertanto occorre realizzare percorsi che accompagnino la persona e la coppia in modo che alla comunicazione dei contenuti della fede si unisca l’esperienza di vita offerta dall’intera comunità ecclesiale.

37. È stata ripetutamente richiamata la necessità di un radicale rinnovamento della prassi pastorale alla luce del Vangelo della famiglia, superando le ottiche individualistiche che ancora la caratterizzano. Per questo si è più volte insistito sul rinnovamento della formazione dei presbiteri, dei diaconi, dei catechisti e degli altri operatori pastorali, mediante un maggiore coinvolgimento delle stesse famiglie.

38. Si è parimenti sottolineata la necessità di una evangelizzazione che denunzi con franchezza i condizionamenti culturali, sociali, politici ed economici, come l’eccessivo spazio dato alla logica del mercato, che impediscono un’autentica vita familiare, determinando discriminazioni, povertà, esclusioni, violenza. Per questo va sviluppato un dialogo e una cooperazione con le strutture sociali, e vanno incoraggiati e sostenuti i laici che si impegnano, come cristiani, in ambito culturale e socio-politico.

Guidare i nubendi nel cammino di preparazione al matrimonio

39. La complessa realtà sociale e le sfide che la famiglia oggi è chiamata ad affrontare richiedono un impegno maggiore di tutta la comunità cristiana per la preparazione dei nubendi al matrimonio. È necessario ricordare l’importanza delle virtù. Tra esse la castità risulta condizione preziosa per la crescita genuina dell’amore interpersonale. Riguardo a questa necessità i Padri sinodali sono stati concordi nel sottolineare l’esigenza di un maggiore coinvolgimento dell’intera comunità privilegiando la testimonianza delle stesse famiglie, oltre che di un radicamento della preparazione al matrimonio nel cammino di iniziazione cristiana, sottolineando il nesso del matrimonio con il battesimo e gli altri sacramenti. Si è parimenti evidenziata la necessità di programmi specifici per la preparazione prossima al matrimonio che siano vera esperienza di partecipazione alla vita ecclesiale e approfondiscano i diversi aspetti della vita familiare.

Accompagnare i primi anni della vita matrimoniale

40. I primi anni di matrimonio sono un periodo vitale e delicato durante il quale le coppie crescono nella consapevolezza delle sfide e del significato del matrimonio. Di qui l’esigenza di un accompagnamento pastorale che continui dopo la celebrazione del sacramento (cf. Familiaris Consortio, parte III). Risulta di grande importanza in questa pastorale la presenza di coppie di sposi con esperienza. La parrocchia è considerata come il luogo dove coppie esperte possono essere messe a disposizione di quelle più giovani, con l’eventuale concorso di associazioni, movimenti ecclesiali e nuove comunità. Occorre incoraggiare gli sposi a un atteggiamento fondamentale di accoglienza del grande dono dei figli. Va sottolineata l’importanza della spiritualità familiare, della preghiera e della partecipazione all’Eucaristia domenicale, incoraggiando le coppie a riunirsi regolarmente per promuovere la crescita della vita spirituale e la solidarietà nelle esigenze concrete della vita. Liturgie, pratiche devozionali e Eucaristie celebrate per le famiglie, soprattutto nell’anniversario del matrimonio, sono state menzionate come vitali per favorire l’evangelizzazione attraverso la famiglia.

Cura pastorale di coloro che vivono nel matrimonio civile o in convivenze

41. Mentre continua ad annunciare e promuovere il matrimonio cristiano, il Sinodo incoraggia anche il discernimento pastorale delle situazioni di tanti che non vivono più questa realtà. È importante entrare in dialogo pastorale con tali persone al fine di evidenziare gli elementi della loro vita che possono condurre a una maggiore apertura al Vangelo del matrimonio nella sua pienezza. I pastori devono identificare elementi che possono favorire l’evangelizzazione e la crescita umana e spirituale. Una sensibilità nuova della pastorale odierna, consiste nel cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, nelle convivenze. Occorre che nella proposta ecclesiale, pur affermando con chiarezza il messaggio cristiano, indichiamo anche elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più ad esso.

42. È stato anche notato che in molti Paesi un «crescente numero di coppie convivono ad experimentum, senza alcun matrimonio né canonico, né civile» (Instrumentum Laboris, 81). In alcuni Paesi questo avviene specialmente nel matrimonio tradizionale, concertato tra famiglie e spesso celebrato in diverse tappe. In altri Paesi invece è in continua crescita il numero di coloro dopo aver vissuto insieme per lungo tempo chiedono la celebrazione del matrimonio in chiesa. La semplice convivenza è spesso scelta a causa della mentalità generale contraria alle istituzioni e agli impegni definitivi, ma anche per l’attesa di una sicurezza esistenziale (lavoro e salario fisso). In altri Paesi, infine, le unioni di fatto sono molto numerose, non solo per il rigetto dei valori della famiglia e del matrimonio, ma soprattutto per il fatto che sposarsi è percepito come un lusso, per le condizioni sociali, così che la miseria materiale spinge a vivere unioni di fatto.

43. Tutte queste situazioni vanno affrontate in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del Vangelo. Si tratta di accoglierle e accompagnarle con pazienza e delicatezza. A questo scopo è importante la testimonianza attraente di autentiche famiglie cristiane, come soggetti dell’evangelizzazione della famiglia.

Curare le famiglie ferite (separati, divorziati non risposati, divorziati risposati, famiglie monoparentali)

44. Quando gli sposi sperimentano problemi nelle loro relazioni, devono poter contare sull’aiuto e l’accompagnamento della Chiesa. La pastorale della carità e la misericordia tendono al recupero delle persone e delle relazioni. L’esperienza mostra che con un aiuto adeguato e con l’azione di riconciliazione della grazia una grande percentuale di crisi matrimoniali si superano in maniera soddisfacente. Saper perdonare e sentirsi perdonati è un’esperienza fondamentale nella vita familiare. Il perdono tra gli sposi permette di sperimentare un amore che è per sempre e non passa mai (cf. 1 Cor 13,8). A volte risulta difficile, però, per chi ha ricevuto il perdono di Dio avere la forza per offrire un perdono autentico che rigeneri la persona.

45. Nel Sinodo è risuonata chiara la necessità di scelte pastorali coraggiose. Riconfermando con forza la fedeltà al Vangelo della famiglia e riconoscendo che separazione e divorzio sono sempre una ferita che provoca profonde sofferenze ai coniugi che li vivono e ai figli, i Padri sinodali hanno avvertito l’urgenza di cammini pastorali nuovi, che partano dall’effettiva realtà delle fragilità familiari, sapendo che esse, spesso, sono più «subite» con sofferenza che scelte in piena libertà. Si tratta di situazioni diverse per fattori sia personali che culturali e socio-economici. Occorre uno sguardo differenziato come San Giovanni Paolo II suggeriva (cf. Familiaris Consortio, 84).

46. Ogni famiglia va innanzitutto ascoltata con rispetto e amore facendosi compagni di cammino come il Cristo con i discepoli sulla strada di Emmaus. Valgono in maniera particolare per queste situazioni le parole di Papa Francesco: «La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa «arte dell’accompagnamento», perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cf. Es 3,5). Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana» (Evangelii Gaudium, 169).

47. Un particolare discernimento è indispensabile per accompagnare pastoralmente i separati, i divorziati, gli abbandonati. Va accolta e valorizzata soprattutto la sofferenza di coloro che hanno subito ingiustamente la separazione, il divorzio o l’abbandono, oppure sono stati costretti dai maltrattamenti del coniuge a rompere la convivenza. Il perdono per l’ingiustizia subita non è facile, ma è un cammino che la grazia rende possibile. Di qui la necessità di una pastorale della riconciliazione e della mediazione attraverso anche centri di ascolto specializzati da stabilire nelle diocesi. Parimenti va sempre sottolineato che è indispensabile farsi carico in maniera leale e costruttiva delle conseguenze della separazione o del divorzio sui figli, in ogni caso vittime innocenti della situazione. Essi non possono essere un «oggetto» da contendersi e vanno cercate le forme migliori perché possano superare il trauma della scissione familiare e crescere in maniera il più possibile serena. In ogni caso la Chiesa dovrà sempre mettere in rilievo l’ingiustizia che deriva molto spesso dalla situazione di divorzio. Speciale attenzione va data all’accompagnamento delle famiglie monoparentali, in maniera particolare vanno aiutate le donne che devono portare da sole la responsabilità della casa e l’educazione dei figli.

48. Un grande numero dei Padri ha sottolineato la necessità di rendere più accessibili ed agili, possibilmente del tutto gratuite, le procedure per il riconoscimento dei casi di nullità. Tra le proposte sono stati indicati: il superamento della necessità della doppia sentenza conforme; la possibilità di determinare una via amministrativa sotto la responsabilità del vescovo diocesano; un processo sommario da avviare nei casi di nullità notoria. Alcuni Padri tuttavia si dicono contrari a queste proposte perché non garantirebbero un giudizio affidabile. Va ribadito che in tutti questi casi si tratta dell’accertamento della verità sulla validità del vincolo. Secondo altre proposte, andrebbe poi considerata la possibilità di dare rilevanza al ruolo della fede dei nubendi in ordine alla validità del sacramento del matrimonio, tenendo fermo che tra battezzati tutti i matrimoni validi sono sacramento.

49. Circa le cause matrimoniali lo snellimento della procedura, richiesto da molti, oltre alla preparazione di sufficienti operatori, chierici e laici con dedizione prioritaria, esige di sottolineare la responsabilità del vescovo diocesano, il quale nella sua diocesi potrebbe incaricare dei consulenti debitamente preparati che possano gratuitamente consigliare le parti sulla validità del loro matrimonio. Tale funzione può essere svolta da un ufficio o persone qualificate (cf. Dignitas Connubii, art. 113, 1).

50. Le persone divorziate ma non risposate, che spesso sono testimoni della fedeltà matrimoniale, vanno incoraggiate a trovare nell’Eucaristia il cibo che le sostenga nel loro stato. La comunità locale e i Pastori devono accompagnare queste persone con sollecitudine, soprattutto quando vi sono figli o è grave la loro situazione di povertà.

51. Anche le situazioni dei divorziati risposati esigono un attento discernimento e un accompagnamento di grande rispetto, evitando ogni linguaggio e atteggiamento che li faccia sentire discriminati e promovendo la loro partecipazione alla vita della comunità. Prendersi cura di loro non è per la comunità cristiana un indebolimento della sua fede e della sua testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale, anzi essa esprime proprio in questa cura la sua carità.

52. Si è riflettuto sulla possibilità che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Diversi Padri sinodali hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all’Eucaristia e la comunione con la Chiesa ed il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile. Altri si sono espressi per un’accoglienza non generalizzata alla mensa eucaristica, in alcune situazioni particolari ed a condizioni ben precise, soprattutto quando si tratta di casi irreversibili e legati ad obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste. L’eventuale accesso ai sacramenti dovrebbe essere preceduto da un cammino penitenziale sotto la responsabilità del Vescovo diocesano. Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate» da diversi «fattori psichici oppure sociali» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1735).

53. Alcuni Padri hanno sostenuto che le persone divorziate e risposate o conviventi possono ricorrere fruttuosamente alla comunione spirituale. Altri Padri si sono domandati perché allora non possano accedere a quella sacramentale. Viene quindi sollecitato un approfondimento della tematica in grado di far emergere la peculiarità delle due forme e la loro connessione con la teologia del matrimonio.

54. Le problematiche relative ai matrimoni misti sono ritornate sovente negli interventi dei Padri sinodali. La diversità della disciplina matrimoniale delle Chiese ortodosse pone in alcuni contesti problemi sui quali è necessario riflettere in ambito ecumenico. Analogamente per i matrimoni interreligiosi sarà importante il contributo del dialogo con le religioni.

L’attenzione pastorale verso le persone con orientamento omosessuale

55. Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. «A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4).

56. È del tutto inaccettabile che i Pastori della Chiesa subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il «matrimonio» fra persone dello stesso sesso.

La trasmissione della vita e la sfida della denatalità

57. Non è difficile constatare il diffondersi di una mentalità che riduce la generazione della vita a una variabile della progettazione individuale o di coppia. I fattori di ordine economico esercitano un peso talvolta determinante contribuendo al forte calo della natalità che indebolisce il tessuto sociale, compromette il rapporto tra le generazioni e rende più incerto lo sguardo sul futuro. L’apertura alla vita è esigenza intrinseca dell’amore coniugale. In questa luce, la Chiesa sostiene le famiglie che accolgono, educano e circondano del loro affetto i figli diversamente abili.

58. Anche in questo ambito occorre partire dall’ascolto delle persone e dar ragione della bellezza e della verità di una apertura incondizionata alla vita come ciò di cui l’amore umano ha bisogno per essere vissuto in pienezza. È su questa base che può poggiare un adeguato insegnamento circa i metodi naturali per la procreazione responsabile. Esso aiuta a vivere in maniera armoniosa e consapevole la comunione tra i coniugi, in tutte le sue dimensioni, insieme alla responsabilità generativa. Va riscoperto il messaggio dell’Enciclica Humanae Vitae di Paolo VI, che sottolinea il bisogno di rispettare la dignità della persona nella valutazione morale dei metodi di regolazione della natalità. L’adozione di bambini, orfani e abbandonati, accolti come propri figli, è una forma specifica di apostolato familiare (cf. Apostolicam Actuositatem, III,11), più volte richiamata e incoraggiata dal magistero (cf. Familiaris Consortio, III,II; Evangelium Vitae, IV,93). La scelta dell’adozione e dell’affido esprime una particolare fecondità dell’esperienza coniugale, non solo quando questa è segnata dalla sterilità. Tale scelta è segno eloquente dell’amore familiare, occasione per testimoniare la propria fede e restituire dignità filiale a che ne è stato privato.

59. Occorre aiutare a vivere l’affettività, anche nel legame coniugale, come un cammino di maturazione, nella sempre più profonda accoglienza dell’altro e in una donazione sempre più piena. Va ribadita in tal senso la necessità di offrire cammini formativi che alimentino la vita coniugale e l’importanza di un laicato che offra un accompagnamento fatto di testimonianza viva. È di grande aiuto l’esempio di un amore fedele e profondo fatto di tenerezza, di rispetto, capace di crescere nel tempo e che nel suo concreto aprirsi alla generazione della vita fa l’esperienza di un mistero che ci trascende.

La sfida dell’educazione e il ruolo della famiglia nell’evangelizzazione

60. Una delle sfide fondamentali di fronte a cui si trovano le famiglie oggi è sicuramente quella educativa, resa più impegnativa e complessa dalla realtà culturale attuale e della grande influenza dei media. Vanno tenute in debito conto le esigenze e le attese di famiglie capaci di essere nella vita quotidiana, luoghi di crescita, di concreta ed essenziale trasmissione delle virtù che danno forma all’esistenza. Ciò indica che i genitori possano scegliere liberalmente il tipo dell’educazione da dare ai figli secondo le loro convinzioni.

61. La Chiesa svolge un ruolo prezioso di sostegno alle famiglie, partendo dall’iniziazione cristiana, attraverso comunità accoglienti. Ad essa è chiesto, oggi ancor più di ieri, nelle situazioni complesse come in quelle ordinarie, di sostenere i genitori nel loro impegno educativo, accompagnando bambini, ragazzi e giovani nella loro crescita attraverso cammini personalizzati capaci di introdurre al senso pieno della vita e di suscitare scelte e responsabilità, vissute alla luce del Vangelo. Maria, nella sua tenerezza, misericordia, sensibilità materna può nutrire la fame di umanità e vita, per cui viene invocata dalle famiglie e dal popolo cristiano. La pastorale e una devozione mariana sono un punto di partenza opportuno per annunciare il Vangelo della famiglia.


Conclusione

62. Le riflessioni proposte, frutto del lavoro sinodale svoltosi in grande libertà e in uno stile di reciproco ascolto, intendono porre questioni e indicare prospettive che dovranno essere maturate e precisate dalla riflessione delle Chiese locali nell’anno che ci separa dall’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi prevista per l’ottobre 2015, dedicata alla vocazione e missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo. Non si tratta di decisioni prese né di prospettive facili. Tuttavia il cammino collegiale dei vescovi e il coinvolgimento dell’intero popolo di Dio sotto l’azione dello Spirito Santo, guardando al modello della Santa Famiglia, potranno guidarci a trovare vie di verità e di misericordia per tutti. È l’auspicio che sin dall’inizio dei nostri lavori Papa Francesco ci ha rivolto invitandoci al coraggio della fede e all’accoglienza umile e onesta della verità nella carità.


potete scaricare la relazione per intero in formato PDF a questo link : http://bit.ly/1wXm90s

Pubblicato in sinodo

Il caso citato dal p. Pani sulla Civiltà Cattolica attinente al Concilio di Trento e la situazione attuale circa i divorziati risposati: nessuna sanatoria per gli adulteri!!


Nella Civiltà Cattolica del 4 ottobre 2014 in un articolo a firma di p. Pani, viene esaminato un caso verificatosi durante il Concilio di Trento.


In sintesi il caso è il seguente: nel Concilio di Trento i Padri, su richiesta della Repubblica di Venezia, evitarono di approvare questo articolo: «Sia anatema chi dice che il matrimonio si può sciogliere per l’adulterio dell’altro coniuge, e che ad ambedue i coniugi o almeno a quello innocente, che non ha causato l’adulterio, sia lecito contrarre nuove nozze, e non commette adulterio chi si risposa dopo aver ripudiato la donna adultera, né la donna che, ripudiato l’uomo adultero, ne sposi un altro»; fu approvato al suo posto questo altro testo ««Se qualcuno dirà che la Chiesa sbaglia quando ha insegnato e insegna, secondo la dottrina del Vangelo e degli apostoli, che il vincolo (39) del matrimonio non può essere sciolto per l’adulterio di uno dei coniugi; che nessuno dei due, nemmeno l’innocente, che non ha dato motivo all’adulterio, può contrarre un altro matrimonio, vivente l’altro coniuge; che commette adulterio il marito che, cacciata l’adultera, ne sposi un’altra, e la moglie che, cacciato l’adultero, ne sposi un altro, sia anatema» ; la scelta di questo secondo testo, afferma p. Pani, si richiese per evitare scismi e altri contrasti nei domini veneziani di oriente in cui c’erano cattolici che vivevano in situazioni particolari con gli ortodossi.
Il caso in questione appare indicato indirettamente come una apertura alla linea del card. Kasper nelle discussioni sulla pastorale riguardo ai divorziati risposati, con tale caso viene infatti portata avanti l’idea di una misericordia spinta fino ad accettare le seconde nozze … ; tuttavia occorre notare che la situazione, a quei tempi, risultava del tutto differente da ciò che viviamo dei nostri tempi perché, come mi ha chiaramente precisato il card. Brandmuller (grande esperto di storia della Chiesa) in una conversazione telefonica, il Concilio di Trento non ha voluto occuparsi di ciò che non atteneva alla condanna dei protestanti e delle loro dottrine, infatti il Concilio di Trento aveva come scopo la risoluzione del problema rappresentato dal protestantesimo; nella condanna fatta dal can. 7 del Decreto sul Matrimonio, inoltre, ricadono anche le tradizioni orientali
perché se la Chiesa dice rettamente che il vincolo coniugale non può essere sciolto per adulterio e che è adultero chi si risposa mentre è ancora valido un matrimonio pre-esistente, è evidente che tale secondo matrimonio è condannato dalla Chiesa e chi vive in tale stato di adulterio è in stato di peccato grave e non si può accostare alla Eucaristia; infatti il Concilio di Trento precisa molto bene che per ricevere la Comunione Eucaristica occorre essere in grazia e dunque libero dal peccato grave.
Quando poi la Santa Sede si volle occupare specificamente degli orientali e delle loro tradizioni circa le seconde nozze lo fece condannando radicalmente tali tradizioni. Nel 1593 papa Clemente VIII (15921605) emanò un’istruzione sui riti degli italo-greci in cui stabilisce espressamente che i vescovi non dovevano, per nessun motivo, tollerare il divorzio e che se qualcuno era stato approvato doveva essere dichiarato nullo e invalido.

Urbano VIII (16231644) compilò una professione di fede da imporsi ai membri della chiesa greca scismatica che venivano ricevuti nella Chiesa cattolica. Questo documento contiene una dichiarazione che, sebbene l’adulterio possa giustificare una separazione, non rende assolutamente lecito contrarre un nuovo matrimonio. Benedetto XIV (17401758), nella sua istruzione per gli italo-greci (1742), ripete, parola per parola, il decreto di Clemente VIII. Va notato che il Concilio non approvò nessuna prassi greca o di seconde nozze!! …
Dunque non ci fu «sanatoria» realizzata dal Concilio di Trento nei confronti di questi cristiani orientali divorziati risposati.
Va anche notato che la situazione di quei cristiani orientali era ben differente da quella dei divorziati risposati di oggi perché essi seguivano una consuetudine che, secondo p. Pani, rimontava ad alcuni Padri della Chiesa, oggi, oltre a tutta la Tradizione precedente sull’indissolubilità del matrimonio anche il Con­cilio di Trento è ben rad­i­cato nella Chiesa con le sue affermazioni e le sue condanne; sono quasi 5 sec­oli che le dot­trine tri­den­tine, anche circa l’indissolubilità del matrimonio, sono state fis­sate, dunque tutti le pos­sono conoscere bene e ci sono state in questi ultimi sec­oli anche molte affer­mazioni di Papi che hanno con­dan­nato le sec­onde nozze rib­adendo l’indissolubilità del mat­ri­mo­nio, inoltre le per­sone divorzi­ate risposate con cui abbi­amo a che fare sono per­sone che si sono sposate in chiesa e sape­vano, nor­mal­mente, che il mat­ri­mo­nio è indis­sol­u­bile e lo hanno accettato, e tali per­sone non si trovavano in zone in cui si seguivano tradizioni di probabile origine patris­tica e che per­me­t­tevano loro le sec­onde nozze ma nelle loro zone era seguita la Tradizione che imponeva loro di essere fedeli al mat­ri­mo­nio indis­sol­u­bile.
In conclusione: il Concilio di Trento ha condannato le seconde nozze e l’adulterio collegato con esse perciò ha condannato la Comunione di chi vivi in tale situazione di adulterio, perciò ha condannato le tradizioni orientali riguardanti un secondo matrimonio, tali condanne sono state esplicitate già pochi anni dopo da Clemente VIII e successivamente da altri Papi; la situazione di quei cristiani orientali del periodo del Concilio di Trento era completamente diversa da quella dei divorziati di oggi giacché quella gente seguiva consuetudini di presunta origine patristica che permettevano le seconde nozze a differenza dei cattolici dei nostri tempi che seguono la Tradizione cattolica della indissolubilità matrimoniale .… e se in quella situazione non ci fu sanatoria ma anzi condanna tantomeno è possibile che tale sanatoria ci sia oggi.

Essi se vogliono ricevere l’Eucaristia devono vivere in grazia di Dio e non in adulterio; per essi vale pienamente la dottrina magisteriale attuale ribadita anche nell’ultimo Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione e in questo testo del Pontificio Consiglio dei Testi Legislativi.

CIRCA L’AMMISSIBILITÀ ALLA SANTA COMUNIONE DEI DIVORZIATI RISPOSATI

Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi
(L’Osservatore Romano, 7 luglio 2000, p. 1; Communicationes, 32 [2000], pp. )

Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che: «Non siano ammessi alla sacra Comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» (can. 915). Negli ultimi anni alcuni autori hanno sostenuto, sulla base di diverse argomentazioni, che questo canone non sarebbe applicabile ai fedeli divorziati risposati. Viene riconosciuto che l’Esortazione Apostolica Familiaris consortio(1) del 1981 aveva ribadito, al n. 84, tale divieto in termini inequivocabili, e che esso è stato più volte riaffermato in maniera espressa, specialmente nel 1992 dal Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1650, e nel 1994 dalla Lettera Annus internationalis Familiae della Congregazione per la Dottrina della Fede(2). Ciò nonostante, i predetti autori offrono varie interpretazioni del citato canone che concordano nell’escludere da esso in pratica la situazione dei divorziati risposati. Ad esempio, poiché il testo parla di «peccato grave» ci sarebbe bisogno di tutte le condizioni, anche soggettive, richieste per l’esistenza di un peccato mortale, per cui il ministro della Comunione non potrebbe emettere ab externo un giudizio del genere; inoltre, perché si parli di perseverare «ostinatamente» in quel peccato, occorrerebbe riscontrare un atteggiamento di sfida del fedele, dopo una legittima ammonizione del Pastore.Davanti a questo preteso contrasto tra la disciplina del Codice del 1983 e gli insegnamenti costanti della Chiesa in materia, questo Pontificio Consiglio, d’accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede e con la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, dichiara quanto segue:

1. La proibizione fatta nel citato canone, per sua natura, deriva dalla legge divina e trascende l’ambito delle leggi ecclesiastiche positive: queste non possono indurre cambiamenti legislativi che si oppongano alla dottrina della Chiesa. Il testo scritturistico cui si rifà sempre la tradizione ecclesiale è quello di San Paolo: «Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor 11, 2729) (3).
     Questo testo concerne anzitutto lo stesso fedele e la sua coscienza morale, e ciò è formulato dal Codice al successivo canone 916. Ma l’essere indegno perché si è in stato di peccato pone anche un grave problema giuridico nella Chiesa: appunto al termine «indegno» si rifà il canone del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali che è parallelo al can. 915 latino: «Devono essere allontanati dal ricevere la Divina Eucaristia coloro che sono pubblicamente indegni» (can. 712).
     In effetti, ricevere il corpo di Cristo essendo pubblicamente indegno costituisce un danno oggettivo per la comunione ecclesiale; è un comportamento che attenta ai diritti della Chiesa e di tutti i fedeli a vivere in coerenza con le esigenze di quella comunione. Nel caso concreto dell’ammissione alla sacra Comunione dei fedeli divorziati risposati, lo scandalo, inteso quale azione che muove gli altri verso il male, riguarda nel contempo il sacramento dell’Eucaristia e l’indissolubilità del matrimonio. Tale scandalo sussiste anche se, purtroppo, siffatto comportamento non destasse più meraviglia: anzi è appunto dinanzi alla deformazione delle coscienze, che si rende più necessaria nei Pastori un’azione, paziente quanto ferma, a tutela della santità dei sacramenti, a difesa della moralità cristiana e per la retta formazione dei fedeli.2. Qualunque interpretazione del can. 915 che si opponga al suo contenuto sostanziale, dichiarato ininterrottamente dal Magistero e dalla disciplina della Chiesa nei secoli, è chiaramente fuorviante. Non si può confondere il rispetto delle parole della legge (cfr. can. 17) con l’uso improprio delle stesse parole come strumenti per relativizzare o svuotare la sostanza dei precetti.La formula «e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» è chiara e va compresa in un modo che non deformi il suo senso, rendendo la norma inapplicabile. Le tre condizioni richieste sono:
a) il peccato grave, inteso oggettivamente, perché dell’imputabilità soggettiva il ministro della Comunione non potrebbe giudicare;
b) l’ostinata perseveranza, che significa l’esistenza di una situazione oggettiva di peccato che dura nel tempo e a cui la volontà del fedele non mette fine, non essendo necessari altri requisiti (atteggiamento di sfida, ammonizione previa, ecc.) perché si verifichi la situazione nella sua fondamentale gravità ecclesiale;
c) il carattere manifesto della situazione di peccato grave abituale.Non si trovano invece in situazione di peccato grave abituale i fedeli divorziati risposati che, non potendo per seri motivi –quali, ad esempio, l’educazione dei figli– «soddisfare l’obbligo della separazione, assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Familiaris consortio, n. 84), e che sulla base di tale proposito hanno ricevuto il sacramento della Penitenza. Poiché il fatto che tali fedeli non vivono more uxorio è di per sé occulto, mentre la loro condizione di divorziati risposati è di per sé manifesta, essi potranno accedere alla Comunione eucaristica solo remoto scandalo.

3. Naturalmente la prudenza pastorale consiglia vivamente di evitare che si debba arrivare a casi di pubblico diniego della sacra Comunione. I Pastori devono adoperarsi per spiegare ai fedeli interessati il vero senso ecclesiale della norma, in modo che essi possano comprenderla o almeno rispettarla. Quando però si presentino situazioni in cui quelle precauzioni non abbiano avuto effetto o non siano state possibili, il ministro della distribuzione della Comunione deve rifiutarsi di darla a chi sia pubblicamente indegno. Lo farà con estrema carità, e cercherà di spiegare al momento opportuno le ragioni che a ciò l’hanno obbligato. Deve però farlo anche con fermezza, consapevole del valore che tali segni di fortezza hanno per il bene della Chiesa e delle anime.Il discernimento dei casi di esclusione dalla Comunione eucaristica dei fedeli, che si trovino nella descritta condizione, spetta al Sacerdote responsabile della comunità. Questi darà precise istruzioni al diacono o all’eventuale ministro straordinario circa il modo di comportarsi nelle situazioni concrete.4. Tenuto conto della natura della succitata norma (cfr. n. 1), nessuna autorità ecclesiastica può dispensare in alcun caso da quest’obbligo del ministro della sacra Comunione, né emanare direttive che lo contraddicano.5. La Chiesa riafferma la sua sollecitudine materna per i fedeli che si trovano in questa situazione o in altre analoghe, che impediscano di essere ammessi alla mensa eucaristica. Quanto esposto in questa Dichiarazione non è in contraddizione con il grande desiderio di favorire la partecipazione di quei figli alla vita ecclesiale, che si può già esprimere in molte forme compatibili con la loro situazione. Anzi, il dovere di ribadire questa non possibilità di ammettere all’Eucaristia è condizione di vera pastoralità, di autentica preoccupazione per il bene di questi fedeli e di tutta la Chiesa, poiché indica le condizioni necessarie per la pienezza di quella conversione, cui tutti sono sempre invitati dal Signore, in modo particolare durante quest’Anno Santo del Grande Giubileo.

Dal Vaticano, 24 giugno 2000.
Solennità della Natività di San Giovanni Battista.
Julián Herranz
Arcivescovo tit. di Vertara
PresidenteBruno Bertagna
Vescovo tit. di Drivasto SegretarioNote:
(1) AAS, 73 (1981), pp. 185186.
(2) AAS, 86 (1994), pp. 974979.
(3) Cfr. CONCILIO DI TRENTO, Decreto sul sacramento dell’Eucaristia: DH 16461647, 1661.
Documento dal sito del Vaticano

Ecco come il Sinodo del 2012 sulla Nuova Evangelizzazione ha affermato con chiarezza che i divorziati risposati, che vivono al modo di marito e moglie cioè compiendo atti coniugali propri degli sposi, non possono ricevere la Comunione Eucaristica.
“Il nostro pensiero è andato anche alle situazioni familiari e di convivenza in cui non si rispecchia quell’immagine di unità e di amore per tutta la vita che il Signore ci ha consegnato. Ci sono coppie che convivono senza il legame sacramentale del matrimonio; si moltiplicano situazioni familiari irregolari costruite dopo il fallimento di precedenti matrimoni: vicende dolorose in cui soffre anche l’educazione alla fede dei figli. A tutti costoro vogliamo dire che l’amore del Signore non abbandona nessuno, che anche la Chiesa li ama ed è casa accogliente per tutti, che essi rimangono membra della Chiesa anche se non possono ricevere l’assoluzione sacramentale e l’Eucaristia. Le comunità cattoliche siano accoglienti verso quanti vivono in tali situazioni e sostengano cammini di conversione e di riconciliazione.”
http://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20121026_message-synod_it.html

Sacerdote Tullio Rotondo
Dottore in Teologia
Gallo Matese (Ce)

Pubblicato in Attualità

La dottrina magisteriale della Chiesa con cui viene fatto divieto a divorziati risposati che vivono more uxorio di ricevere la santa Eucaristia.
Dossier sulla dottrina della Chiesa riguardo alla ricezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati, Importantissimo da leggere!!!
Ecco le affermazioni magisteriali sul tema dei divorziati risposati e del loro rapporto con i Sacramenti.

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_19811122_familiaris-consortio_it.html


http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html


http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19980101_ratzinger-comm-divorced_it.html


http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html


http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/muller/rc_con_cfaith_20131023_divorziati-risposati-sacramenti_it.html


http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19980101_ratzinger-comm-divorced_it.html


Ecco la versione integrale del famoso articolo dell’attuale Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede pubblicato poco tempo fa sul tema della cura dei divorziati risposati :

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/muller/rc_con_cfaith_20131023_divorziati-risposati-sacramenti_it.html


http://www.lanuovabq.it/it/articoli-divorziati-risposati-ratzinger-risponde-a-kasper-8634.htm

Ecco la versione integrale del famoso articolo dell’attuale Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede pubblicato poco tempo fa sul tema della cura dei divorziati risposati :

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/muller/rc_con_cfaith_20131023_divorziati-risposati-sacramenti_it.html


http://www.lanuovabq.it/it/articoli-divorziati-risposati-ratzinger-risponde-a-kasper-8634.htm


Eccellente !!!
“Il divorzio – risponde Mueller – non è un cammino per la Chiesa, la Chiesa è per l’indissolubilità del matrimonio. Io ho scritto molto, anche la congregazione per la Dottrina della fede ha fatto tanti documenti, il Concilio vaticano II ha detto molto sul matrimonio e la dottrina della Chiesa è molto chiara”.

http://vaticaninsider.lastampa.it/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/matrimonio-marriage-matrimonio-32349/


http://www.avvenire.it/Chiesa/Documents/GLMueller.pdf


Un gran teologo moralista stronca Kasper .

http://www.cooperatoresveritatis.it/it/creer-en-el-amor


Eccellente articolo del card. Caffarra!!!

http://apologetica-cattolica.net/attualita/item/110-caffarra-matrimonio

Anche Woelcki contro la linea di Kasper:

http://www.cooperatoresveritatis.it/it/woelki-matrimonio

Spero che il card. Kasper e chi lo sostiene legga questo eccellente articolo e la smetta di puntellare le tesi anti-magistero di Kasper .…

http://www.tribunaleecclesiasticoumbro.it/index.php?option=com_content&view=article&id=129%3Ai-divorziati-risposati-e-i-sacramenti-delleucarestia-e-della-penitenza&catid=39%3Adiesannualis&Itemid=110

Due cardinali contro Kasper:

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/05/04/contro-kasper-un-altro-cardinale-anzi-due-de-paolis-e-bassetti/


Altri articoli

http://www.corriere.it/cronache/14_settembre_17/no-comunione-divorziati-cinque-cardinali-contro-aperture-eb6cd766-3e27-11e4-af68-1b0c172fb9a5.shtml


http://asca.it/news-Card__Pell__non_si_puo__dare_la_comunione_ai_divorziati_risposati-1424758-.html


http://blog.messainlatino.it/2014/09/card-martino-il-sinodo-non-puo-tradire.html?showComment=1410965463402&m=1#c8167919918875789778


http://www.asianews.it/notizie-it/Communio:-numero-speciale-per-il-Sinodo-sulla-famiglia-32134.html


http://www.communio-icr.com/issues/view/marriage

http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/scola-36388/

Pubblicato in Attualità
   

Mons. Luigi Negri


   

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