Google+
Apologetica Cattolica,Apologetica,Papa Francesco,Papa,chiesa cattolica,bibbia,sacre scritture,sacra scrittura,cristiani,chiesa,cattolici,religione,chiese,evangelici,testimoni di geova,protestanti,eresie,Dio,Gesù,Maria,Madonna Visualizza articoli per tag: papi

Messa in diretta live  

Clicca qui, e scorri in fondo alla pagina per la diretta video


   

Vedi anche…  

   

Adorazione Perpetua Online  

Adorazione di Gesù Eucarestia perpetua online


   

Bibbia Online  

Leggi la Bibbia online: Dopo l’apertura della pagina potete anche ascoltare i passi cliccando su questo simbolo:

Cerca nella BIBBIA
Per citazione
(es. Mt 28,120):
Per parola:
   
Sabato, 24 Settembre 2016 19:09

L'oriente dopo Calcedonia (parte 16)

 

L’Oriente dopo Calcedonia

     Secondo un detto disincantato di Gregorio di Nazianzo, un concilio fa sempre peggiorare i mali a cui voleva porre rimedio. E di fatto, la chiarificazione apportata dal concilio di Calcedonia è stata seguita da una frattura che sedici secoli non hanno ancora cancellato. Nestorio era stato anatematizzato e il monofisismo era condannato, ma le formule dogmatiche di Cirillo, fatte proprie dai Padri conciliari, sarebbero state interpretate in un senso che le sistematizzava indebitamente.
Monofisiti e difisiti si sarebbero ormai scontrati con forza e a volte anche con violenza. I monofisiti erano essi stessi divisi: alcuni, come Eutiche e nella linea di Apollinare, ritenevano che la natura umana era stata come assorbita dalla natura divina nell’incarnazione. Questo nuovo docetismo, elaborato per contrastare Nestorio, si richiamava a Cirillo, che in realtà ne risultava tradito, perché l’ex patriarca di Alessandria parlava di «natura» per designare la persona sussistente del Verbo incarnato.

Altri monofisiti, come Timoteo Eluro/Ailuros (v. 400477), Filosseno di Mabbug (v. 450526) e Severo di Antiochia (465538) ammettevano che il Cristo viene da (ek, in greco) due nature, ma si rifiutavano di dire, come i Padri di Calcedonia, che egli sussiste in (en, in greco) due nature. Questa presenza di due nature nel Verbo di Dio incarnato sembrava loro un tradimento di Cirillo, ipocritamente invocato da Calcedonia. 

La linea di frattura essenziale era ormai tracciata: ci sarebbero stati i calcedonesi e gli anticalcedonesi o monofisiti — con tutte le sfumature del termine. Severo di Antiochia rigetta il Tomo a Flaviano e l’opera di Calcedonia, perché li considera impregnati di nestorianesimo e li rimprovera di accentuare eccessivamente la distinzione di due figli nel Verbo. Egli vuole essere risolutamente fedele a Cirillo, amico della verità descritto nel suo Filalete e, da uomo di preghiera qual è, contempla nel Cristo il Verbo di Dio incarnato le cui due nature si distinguono logicamente e non realmente. Le sue centoventicinque omelie cattedratiche e le sue tremilasettecento lettere sono la testimonianza di una fede viva. Come Antiochia, Alessandria ha un patriarca monofisita, dato che l’imperatore, tra il 482 e il 537, è nell’impossibilità di imporvi un calcedonese. Sarebbe peraltro meglio parlare di monofisismi al plurale, visto che sono stati recensiti una ventina di gruppi che si richiamano al pensiero di Cirillo: quattro patriarchi monofisiti e un calcedonese si disputeranno addirittura la sede di Alessandria a metà del VI secolo.

Di fronte a Severo di Antiochia, bisogna insistere sul posto occupato da Leonzio di Bisanzio (v. 460542), autore di Tre libri contro i nestoriani e gli eutichiani, nel primo dei quali porta a termine la confutazione, mentre nel secondo regola i conti con l’aftardocetismo (dottrina secondo la quale l’umanità di Cristo è immortale e incorruttibile fin dal primo momento della sua concezione) e, nel terzo, se la prende con il padre degli errori nestoriani, Teodoro di Mopsuestia. Questo monaco dalla biografia oscura tenta con finezza di trovare il mezzo di convincere i monofisiti della fondatezza della definizione calcedonese. Perché ci sia vera unione, egli spiega nei suoi Trenta capitoli contro Severo, è necessario che sussistano i due elementi uniti. L’umanità e la divinità di Cristo rimangono tutte e due senza confondersi. Il paragone con l’anima e il corpo è illuminante: 

«Come l’anima umana, in seguito all’unione con il corpo, da invisibile e immortale quale è, non diventa visibile e mortale, così il Verbo non è diventato visibile e mortale, pur essendo in un corpo visibile e mortale».

 

Anche nel corpo, il Verbo rimane ciò che era. Leonzio cerca di mostrare a Severo che non esiste alcun rischio di divisione di Cristo nell’affermazione delle sue due nature dopo l’incarnazione. 

Sostenuto da Acacio, patriarca di Costantinopoli dalle simpatie monofisite accertate, l’imperatore Zenone fece un tentativo di unione delle posizioni pubblicando nel 482 un formulario, l’Enotico/Henótikón, che condannava nello stesso tempo Nestorio ed Eutiche, si riferiva a Nicea, Costantinopoli e Efeso, ed affermava, come a Calcedonia, che il Cristo è «consustanziale al Padre secondo la divinità, consustanziale a noi secondo l’umanità». Tutto questo avrebbe soddisfatto i calcedonesi se il testo, per accontentare i monofisiti, non avesse passato interamente sotto silenzio il Tomo a Flaviano e stigmatizzato «chiunque pensa in altro modo, a Calcedonia o in altro concilio». Questa ricerca di purezza dottrinale pare spesso vana e l’impantanarsi dei conflitti avrebbe qualcosa di incomprensibile per chi non ricorda le parole di papa Gelasio I (492496), celebre per il suo decreto sui libri ispirati, che non esitava a scrivere: «La fornicazione dell’anima è peggiore dl quella del corpo» (Lettera sui Lupercali 2).
 

Invocando la testimonianza di san Pietro (2 Pt 2,20), il papa prosegue: «È ben peggio abbandonare la verità che si era professata che non aver mai creduto in essa» (ibid., 4). L’Enotico, formula di compromesso che non apprezzava l’ultimo concilio ecumenico, non poteva apparire che come un abbandono dell’essenziale. Ci volle l’azione di papa Ormisda (514523) e dell’imperatore Giustino (518527), nonché la buona volontà di un nuovo patriarca di Costantinopoli, Epifanio (520535), per uscire da trentacinque anni di scisma tra Roma e Costantinopoli. In seguito, il riferimento a Calcedonia rimase la pietra di paragone dell’unione con Roma. 
 

Le vicende del monofisismo

     Molto conosciute grazie alla Storia abbreviata del nestorianesimo e del monofisismo di Liberato (v. 480570), diacono di Cartagine, le tesi monofisite dovevano ricevere il sostegno insperato di un autore scoperto in quest’epoca, Dionigi l’Areopagita, passato erroneamente per discepolo di san Paolo. Da parte sua, l’imperatrice Teodora, sposa di Giustiniano (527565), favoriva l’azione di un monaco di Nisibi, Giacomo Baradeo. Nominato vescovo di Edessa, quest’ultimo ordinò ventisette vescovi, due patriarchi e centomila(!) chierici monofisiti. Lo Pseudo-Dionigi, il cui nome nasconde forse un monaco vissuto nelle vicinanze di Gaza, ha lasciato quattro opere dalle dimensioni variabili: un Trattato sui nomi divini, che san Tommaso citerà elogiandolo, una Teologia mistica, una Gerarchia celeste e una Gerarchia ecclesiastica, nonché alcune Lettere dal contenuto molto denso.

[Il Verbo, o piuttosto Gesù semplice, si è composto senza cambiamento e senza confusione con un’umanità completa. Egli era veramente Dio e interamente uomo, ma tuttavia, pur essendo uomo, era al di sopra dell’uomo. Egli non] faceva le cose divine in maniera divina, né le umane in maniera umana, ma ha compiuto […] una nuova azione [teandrica di un Dio divenuto uomo]1.

 

Una simile affermazione non poteva non rallegrare i monofisiti scrupolosamente attenti a non lasciar mai supporre l’esistenza di due persone nel Cristo. Una tale unità era ottenuta tra Dio e l’anima del fedele che accetta di rinunciare a ogni pretesa dei propri sensi nonché della propria intelligenza e di entrare nella tenebra luminosa sulle orme di Mosè. Tale è il consiglio dato da Dionigi a Timoteo, che vuole fare l’esperienza di Dio:

«Abbandona i sensi e le operazioni intellettuali, tutte le cose sensibili e intelligibili, tutte le cose che non sono e quelle che sono; e in piena ignoranza protenditi, per quanto è possibile, verso l’unione con colui che supera ogni essere e conoscenza. Infatti, mediante questa tensione irrefrenabile e assolutamente sciolto da te stesso e da tutte le cose, togliendo di mezzo tutto e liberato da tutto, potrai essere elevato verso il raggio soprasostanziale della divina tenebra» (Teologia mistica I, 1).2
 

Tradotta da Giovanni Scoto Eriugena durante la seconda metà del IX secolo, l’opera di Dionigi avrebbe conosciuto il più grande successo nel corso del Medioevo. 
 

Le vicende del nestorianesimo. il secondo concilio di Costantinopoli. 

     La riunione convocata da Giustiniano nel 532 per riconciliare calcedonesi e monofisiti non approdò a nulla: i monofisiti continuavano a rifiutare il concilio di Calcedonia che aveva riabilitato Teodoreto di Ciro e Ibas di Edessa, anatematizzati al tempo del concilio di Efeso. Gli origenisti, contro i quali si batteva l’imperatore, ebbero l’idea di un diversivo: gli suggerirono di far condannare i tre autori più sospetti di nestorianesimo agli occhi dei monofisiti e, nel 553, mentre il papa Vigilio (537555) si trovava in residenza sorvegliata a Costantinopoli, il concilio convocato da Giustiniano pronunciò quattordici anatematismi, i tre ultimi dei quali citano per nome i «tre Capitoli»:
 

«Se qualcuno difende l’empio Teodoro di Mopsuestia che dice: altro è il Verbo di Dio e altro il Cristo che, sottoposto alle passioni dell’anima e ai desideri della carne, si è liberato a poco a poco dai sentimenti inferiori; che, divenuto migliore col progredire delle opere e perfetto nella vita, è stato battezzato come semplice uomo, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e, attraverso il battesimo, ha ricevuto la grazia dello Spirito Santo ed e stato stimato degno dell’adozione [divina]; che, a somiglianza di una immagine dell’imperatore, viene adorato nella persona del Dio Verbo, e dopo la risurrezione è divenuto immutabile nei suoi pensieri e del tutto impeccabile [sia anatema]. […] Egli ha detto anche che la confessione di Tommaso, quando, palpate le mani e il costato del Signore dopo la risurrezione, esclamò: Mio Signore e mio Dio, non è stata pronunciata da Tommaso nei riguardi di Cristo, ma che, nel suo stupore per il miracolo della risurrezione, Tommaso ha glorificato Dio che aveva risuscitato Cristo» (anatematisma 12).3

Il concilio anatematizza anche chi «difende gli empi scritti di Teodoreto [di Ciro] contro la vera fede, contro il primo santo concilio di Efeso, contro san Cirillo e i suoi dodici anatematismi» (anatematisma 13 [ibid., 121]). E infine dichiara che:
«se qualcuno difende la lettera che si dice essere stata scritta da lbas al persiano Mari, dove si nega che il Dio Vero, incarnatosi nella santa madre di Dio e sempre vergine Maria, si sia fatto uomo; dove si afferma che da essa è nato un semplice uomo, che viene chiamato tempio, in modo che altro sia il Dio Verbo, altro l’uomo; dove si accusa san Cirillo, il quale ha predicato la vera fede cristiana, di essere eretico e di avere scritto come l’empio Apollinare; dove si rimprovera al primo santo concilio di Efeso di avere, senza sufficiente esame e discussione, condannato Nestorio [sia anatema]» (anatematisma 14 [ibid., 1211). Vigilio accettò di confermare queste condanne, il che fece di questo concilio il quinto concilio ecumenico.

 

La volontà di Cristo e il terzo concilio di Costantinopoli.

     Una volta acquisito il dato capitale dell’esistenza delle due nature in una persona, restava da precisare quello della volontà: dipendeva dalla natura o dalla persona? La questione veniva posta all’inizio del VII secolo, nel momento stesso in cui l’impero si trovava in pericolo. Da una parte, i persiani lo avevano invaso nel 615 e nel 617 si erano impadroniti dell’Egitto, mentre gli avari e gli slavi avevano occupato la Dalmazia; dall’altra, gli arabi lo minacciavano fin dal 634. C’era da temere che le comunità giacobite di Siria ed Egitto, perseguitate da Bisanzio o, per lo meno, ostili al potere imperiale, facessero alleanza con quegli infedeli. Volendo prevenire il pericolo, il patriarca Sergio di Costantinopoli (610638) tentò una riunificazione a partire dall’idea espressa nella formula di Dionigi l’Areopagita: «L’energia teandrica di Dio fa l’uomo».

L’unità di energia sarebbe la conseguenza dell’unità della persona, idea accettabile da parte dei calcedonesi; l’insistenza sull’unità non poteva far altro che rallegrare i monofisiti e far loro pensare che l’unità di natura era ormai riconosciuta. Ora, nel 623, l’imperatore Eraclio aveva bisogno degli armeni monofisiti per invadere la Persia, ma gli armeni detestavano in genere il concilio di Calcedonia che aveva collegato l’Armenia al patriarcato di Costantinopoli. Nel 633, un sinodo locale tenuto in Armenia ed uno tenuto lo stesso anno in Egitto riuscirono — per lo meno in apparenza — a riconciliare tutti i contendenti attorno alla nozione di monoenergismo, vale a dire la dottrina secondo la quale nel Cristo non c’è che una sola energia e non, come dice l’ortodossia, una energia umana e una energia divina che sarebbero distinte. 

     Tutto questo significava non fare i conti con la vigilanza del monaco Sofronio (v. 550638), amico dell’asceta Giovanni Mosco († 619), autore del Prato spirituale, e di Massimo il Confessore (v. 580662). Dopo aver tentato invano di far tornare Sergio sull’idea di monoenergismo, Sofronio fu eletto patriarca di Gerusalemme. Sergio, consapevole del pericolo, scrisse al papa Onorio I (621638) per proporgli di rifiutare di parlare di una energia o di due energie. Al contrario, il Verbo incarnato opera divinamente le cose divine e umanamente le cose umane, sicché nella sua azione non c’è che un unico agente e, di conseguenza, un’unica volontà. Pensando di placare il conflitto, Onorio accettò, senza rendersi conto che il monotelismo privava la persona del Cristo di una natura umana completa. Una delle sue lettere a Sergio mostra chiaramente come egli volesse evitare di deliberare sulla presenza di una o due operazioni nel Cristo, al fine di tagliar corto con le difficoltà inestricabili create da simili questioni (Amputandas inextricabiles quaestionum ambages, lettera 5, a Sergio). Nella stessa lettera, Onorio affermava che le due nature, legate nell’unico Cristo da una unità naturale, operavano in comunione l’una con l’altra (utrasque naturas in uno Christo unitate naturali copulatas, cum alterius communione operantes). Parlare di una sola operazione, significa insistere sull’unicità della persona; parlare di due, significa insistere sulla dualità delle nature. Bisogna quindi parlare di un solo Cristo che opera nelle sue due nature. Si intuisce il papa addolorato di fronte ai conflitti passati e latenti: «La guerra sulle due nature non è ancora terminata, e noi ci creiamo un nuovo tormento!». In un’altra lettera a Sergio, egli aveva parlato dell’unica volontà di Cristo (unam voluntatem fatemur Domini nostri Iesu Christi), espressione ripresa da Sergio nell’Ekthésis — editto dal titolo «esposizione della fede» — firmata da Eraclio nel 638 per tentare di mettere fine al conflitto con i monofisiti. Questo stesso anno vide la morte di Sergio, di Onorio e di Sofronio.

     Massimo, che nel 645 ebbe a Cartagine un grande dibattito pubblico con Pirro, il patriarca di Costantinopoli deposto, e lo fece rinunciare al monotelismo, trovò la soluzione che il terzo concilio di Costantinopoli doveva adottare nel 680. Pur accettando la formula di Cirillo — una sola natura del Verbo incarnato — che invocavano i monofisiti, non cessò di dire che il Cristo era «di due nature, in due nature, due nature». Dell’uomo, il Verbo ha preso tutto, compresa la volontà, che egli ha salvato rendendola perfettamente conforme alla volontà divina. Ciò che non fosse stato assunto, non sarebbe stato salvato. D’altra parte, egli dice, l’attività dipende dalla natura. Il Cristo, avendo due nature, ha necessariamente due attività. Il loro effetto può essere unico, nel caso del miracolo. Nella loro congiunzione si realizza l’attività teandrica di cui parlava Dionigi.

La Disputa con Pirro, la lettera a Marinus De duabus in Christo voluntatibus, il trattato De operationibus et voluntatibus, l’opuscolo Padre, se è possibile passi da me questo calice, le Definizioni delle distinzioni e delle unioni, sono tra i gioielli di un’opera che comprende più di sessanta titoli. Tutta l’azione dl Massimo fu sostenuta da una vita mistica ardente, della quale hanno conservato il ricordo le centurie sulla carità: 

«Quando, nel trasporto della carità, lo spirito emigra verso Dio, esso non conserva più alcun sentimento di se stesso, né di alcuna realtà esistente. Tutto illuminato dalla luce infinita di Dio, diventa insensibile a tutto ciò che non esiste se non grazie a lui. Così l’occhio cessa di vedere le stelle, quando sorge il sole» (I, 10). 

L’imperatore Costatino IV fece convocare un nuovo concilio che si riunisce nell’autunno del 680 nel palazzo imperiale e fa del ditelismo la dottrina della chiesa, canonizzando in tal modo gli sforzi di Sofronio e di Massimo. Il concilio, dice il testo adottato dai Padri, «accoglie con fede e riceve a braccia aperte la relazione del santissimo e beatissimo papa dell’antica Roma, Agatone, indirizzata al nostro piissimo e fedelissimo imperatore Costantino [IV], che ha condannato, indicandoli per nome, quelli che hanno predicato o insegnato, come è stato mostrato sopra, una sola volontà e una sola attività nell’economia dell’incarnazione del Cristo, nostro vero Dio […]. Nello stesso modo proclamiamo in lui, secondo l’insegnamento dei santi Padri, due volontà naturali [thelēeis] o voleri [thelēmata] e due operazioni naturali [enérgheíai], senza divisione, senza mutamenti, senza separazione o confusione» (Definizione della fede, in G. ALBERIGO et al. [edd.], Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Dehoniane, Bologna 1991, 126 e 128). 

La fondatezza di queste affermazioni non viene esplicitata così a lungo come nei trattati composti nel corso del mezzo secolo precedente, ma l’essenziale è detto: «Era necessario che la volontà della carne fosse guidata e sottomessa al volere divino». Se si considera il Cristo, bisogna riconoscere che «la sua volontà umana, anche se divinizzata, non fu annullata». La conseguenza si impone: «Non attribuiremo certamente una sola naturale attività a Dio e alla creatura, per evitare di elevare la creatura fino alla sostanza divina o di abbassare la sublimità della natura divina al livello proprio delle creature»; ben al contrario, «noi proclamiamo due volontà e attività naturali, che concorrono insieme alla salvezza del genere umano».

 

                                                    

 

NOTE:

1 Lettere, in DIONIGI AREOPAGITA, Tutte le opere, Rusconi, Milano 1981, 422s. (lettera IV).

2 In DIONIGI AREOPAGITA, Tutte le opere, Bompiani, Milano 2009, 603.

3 Condanne contro i «tre Canitoli», in G. ALBERICO et al (edd.), Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Dehoniane, Bologna 1991, 119s

 

Pubblicato in Storia della Teologia
   

Mons. Luigi Negri


   

Chi è online  

Abbiamo 89 visitatori e nessun utente online

   

Versetto del giorno  

   

Liturgia del giorno  

   

Catechismo della Chiesa Cattolica  


Clicca sull’immagine

   

Associazione Quo Vadis  


Conosci davvero i testimoni di Geova?
   
   
Sali su
Vai giù
   
hasTooltip