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Rubrica: Storia della Teologia

   
Lunedì, 11 Gennaio 2016 00:00

Il trionfo dell'esegesi (PARTE 10)

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Il trionfo dell’Esegesi

Tutti i Padri sono stati degli esegeti, è stato scritto molto felicemente, forse ciò è particolarmente vero dei secoli quarto e quinto.
Didimo il Cieco (313395), a cui Attanasio aveva affidato la direzione della scuola catechetica di Alessandria, non soltanto è anche lui autore di un’opera Contro i manichei e di uno scritto Sullo Spirito Santo di cui non resta che la traduzione latina di Girolamo. Egli commenta in particolare la Genesi, Giobbe, i Salmi, il Vangelo di San Giovanni, numerose lettere di San Paolo e le epistole cattoliche. Didimo ha come contemporaneo Diodoro, il quale fonda ad Antiochia un monastero dove vengono a formarsi Giovanni Crisostomo e Teodoro di Mopupsuestia. Autore di un’opera immensa della quale oggi non resta nient’altro che titoli, egli aveva commentato quasi tutta la Bibbia ed esposto i suoi principi esegetici in un’opera intitolata Sulla differenza tra teoria e allegoria. L’allegoria oblitera il senso letterale nel nome di un al di là del testo, mentre la teoria si basa sulla lettera per decifrare in essa un senso spirituale. Vescovo di Tarso a partire dal 378, egli difende la fede dei suoi fedeli contro i pericoli dell’astrologia pagana, nel suo Contro gli astronomi, gli astrologi e il destino. Il suo discepolo Teodoro di Mopsuestia sarà, come lui, accusato di aver favorito la diffusione del nestorianesimo distinguendo eccessivamente, nel Cristo, la persona del figlio di Dio e quella del figlio di Davide.
 
Giovanni Crisostomo, altro grande discepolo di Diodoro, aveva seguito anche lui i corsi del pagano Libanio, il più celebre dei retori di Costantinopoli. Tutta la sua vita porterà il segno di questa formazione brillante che gli permette di diventare il predicatore più fecondo dell’antichità, con Origene ed Agostino. Non dice egli un giorno: «La mia predicazione mi guarisce; non appena apro la bocca per predicare, ogni stanchezza è vinta» (Omelia dopo il terremoto)? Le sue omelie partono spesso dal testo biblico: sessantasette sulla Genesi, sei sulla sola visione di Isaia, ottantotto sul Vangelo di Giovanni, trentadue sulla lettura di San Paolo ai Romani. Egli spiega il testo nei particolari e ne trae le applicazioni necessarie per la vita dei suoi uditori. Questa predicazione è un appello a continuare: «Che cosa vi chiedo? Che nel primo giorno della settimana, oppure durante il sabato, rileggiate spesso, sedendo nelle vostre case, quella parte del Vangelo che vi sarà letta durante l’odierno discorso, prendendo ciascuno in mano il suo Vangelo, e meditiate e riflettiate su quelle parole e annotiate ciò che vi sembra chiaro e ciò che vi sembra oscuro […]. Non sarà piccolo il profitto che da questo studio ne verrà a voi e a noi» (Omelie sul Vangelo di Giovanni, discorso 11).
 
Lavoratore accanito, Giovanni è un predicatore della gioia, appassionato di San Paolo: «quando ascolto con attenzione la lettura delle epistole del beato Paolo, io salto di gioia, preso dal piacere di udire questa tromba spirituale. Ho per lui un immenso affetto, che fa sì che io non smetterei mai di leggere i suoi scritti» (Prefazione alle lettere di San Paolo). Egli vi trova materia di riflessione per tutti gli ambiti della vita sociale. Ad un padre benestante: «vuoi lasciarlo veramente ricco? Insegnagli a essere virtuoso […]. Così, per i figli a cui non è stato impartito una retta educazione, la povertà è preferibile alla ricchezza» (Omelia 9 sulla prima lettera a Timoteo).
     Ai cristiani che non sanno decidersi a dare: «gli infedeli cominceranno a credere in Dio se ci vedranno pieni di carità per ogni uomo» (Prefazione alla lettera ai Filippesi). Ai responsabili di altre persone: «se per gli altri tu sei causa della loro perdita, subirai le pene più grandi di quelle subite da coloro che tu hai fatto cadere nel peccato» (Omelia 25 sulla lettera ai Romani).
     Le più grandi riflessioni teologiche sono vicine alle scene della vita quotidiana. Così, questa descrizione del sacerdote chiamato al capezzale di un moribondo: «è più temuto della febbre stessa e agli occhi dei parenti dell’ammalato fa più paura della morte in persona. La venuta del sacerdote, prova di vita eterna, passa per segno della morte!» (Ai futuri battezzati I, 1). La forza d’animo di certi pagani gli ispira amare constatazioni: «io provo vergogna per il fatto che i pagani si comportano con tanta saggezza, mentre noi non ci comportiamo come dovremmo. Coloro che non sanno niente della resurrezione, si comportano come se non ne avessero sentito parlare; coloro invece chene sono a conoscenza, agiscono come se non ne sapessero nulla» (Omelie sul Vangelo di Giovanni, discorso 62). Il rilassamento dei costumi e la cupidigia scatenano la sua verve: «come stupirsi se uomini di vita e desiderosi della gloria della moltitudine che fanno tutto per le ricchezze compiono simili errori, quando quelli che professano di essere lontani da queste cose non si comportano meglio di loro?» (Il Sacerdozio, Città Nuova, Roma 1980, III,13,282).
 
    Egli studia e commenta tutti i Sacramenti, in particolare quello dell’Eucaristia. Compone un trattato sul sacerdozio il quale mostra come siano numerosi gli uomini di fede che, in un primo tempo, fanno di tutto per evitare di essere ordinati. Attività multiforme che gli permette di realizzare una teologia del lavoro destinato ad essere spesso ripresa nella storia della Chiesa: «ma non capite che, se l’ape supera gli altri in dignità, non è perché lavora, ma perché lavora per gli altri?».
 
 
 
                                                
Letto 380 volte Ultima modifica il Martedì, 08 Marzo 2016 09:21
Admin

Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

   

Mons. Luigi Negri


   

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