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Rubrica: Storia della Teologia

   
Martedì, 08 Marzo 2016 00:00

Trattato di Mariologia (parte 3)

MARIA NELLA SACRA SCRITTURA

 ISAIA 7, 14 (LA PROFEZIA DELLEMMANUELE)
«Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».
     Il profeta Isaia aveva ricordato al re Acaz che la salvezza sta nella fede nel Signore: «Se non crederete non avrete stabilità» (7, 9). Propone quindi al re di chiedere un segno, ma Acaz si rifiuta di chiederlo (poiché ciò lo obbligherebbe a cambiare i suoi piani). Non vuole «tentare Dio». Isaia lo rimprovera e dice appunto: «Il Signore stesso vi darà un segno…».
L’interpretazione di questo passo è difficile, e ha suscitato e suscita molte discussioni. Una sintesi molto chiara è data dalla nota della Bibbia di Gerusalemme, che riportiamo: «Il segno che il re Acaz ha rifiutato di chiedere gli è dato da Dio. E la nascita di un figlio, il cui nome, Emmanuele, cioè «Dio con noi» (cf. 8, 8. 10), è profetico
(cf. 1, 26) e annunzia che Dio sta per proteggere e benedire Giuda.
     In altri testi (9, 16; 11, 19) Isaia svelerà con più precisione certi aspetti della salvezza apportata da questo figlio. Queste profezie sono un’espressione del messianismo regale, già abbozzato dal profeta Natan (2 Sam 7) e che sarà ripreso più tardi da Mi 4, 14; 5, 3Ez 34, 23; Ag 2, 23 (cf. Sal 2; 45; 72; 110). E mediante un re, successore di Davide, che Dio darà la salvezza al suo popolo; è sulla persistenza della stirpe davidica che riposa la speranza dei fedeli di jahvè.

     Anche se Isaia ha in vista immediatamente la nascita di un figlio di Acaz, per esempio Ezechia (come sembra probabile a dispetto delle incertezze della cronologia, e come sembra aver compreso il testo greco leggendo al v. 14: «Tu gli metterai nome»), si intuisce dalla solennità data all’oracolo e dal senso forte del nome simbolico dato
al figlio che Isaia intravede in questa nascita regale, al di là delle circostanze presenti, un intervento di Dio in vista del regno messianico definitivo. La profezia  dell’Emmanuele sorpassa quindi la sua realizzazione immediata, e legittimamente gli evangelisti (Mt 1, 23, citando Is 7, 14; Mt 4, 1516 citando Is 8, 239, 1), poi tutta la tradizione cristiana, vi hanno riconosciuto l’annunzio della nascita di Cristo».
Secondo la Bibbia di Gerusalemme possiamo dunque dire che il segno dato ad Acaz è secondo il senso letterale immediato la nascita di Ezechia, ma nel senso pieno o profetico, già intravisto dallo stesso profeta, è la nascita del Messia. Altri autori invece sostengono, con buoni argomenti, che il segno si riferisce al Messia già secondo il suo senso letterale immediato.
     La differenza fra le due diverse interpretazioni (che però, come abbiamo visto, sono concordi nell’affermare il valore messianico del testo) si ripercuote anche sul senso che viene dato alla parola «vergine», in ebraico almah. Sentiamo come si esprime su questo punto la Bibbia di Gerusalemme. La nota citata così prosegue: «La traduzione greca porta «la vergine», precisando così il termine ebraico almah, che designa sia una giovane sia una donna appena sposata, senza esplicitare ulteriormente. Ma il testo dei Settanta è un testimone prezioso dell’interpretazione giudaica antica, che sarà consacrata dal Vangelo: Mt 1,23 troverà qui l’annunzio della concezione verginale di Cristo».
     Quindi possiamo dire che anche su questo punto il senso proprio di «vergine» apparterrebbe al senso pieno e profetico del testo, esplicitato dallo stesso Vangelo: la concezione verginale del Messia è espressa così già nell’Antico Testamento, letto secondo il suo senso pieno. Anche qui però vi sono degli autori che vedono il senso forte della parola «vergine» contenuto nel testo di Isaia letto anche secondo il senso letterale immediato. Essi insistono sul fatto che la parola almah implicherebbe sempre, almeno indirettamente, la verginità.
(Si veda, ad esempio, la trattazione di J L. BASTERO DE ELEIZALDE, in Maria, Madre del Redentor, Edizioni Università di Navarra 2004, pp. 9092). Possiamo concludere questo punto affermando che il testo di Is 7,14, secondo il senso pieno ma forse anche secondo il senso letterale immediato, si riferisce al Messia e al suo concepimento e nascita da una Vergine. Maria è quindi certamente implicata.
 

 MICHEA 5, 14 (LA PARTORIENTE DI BETLEMME)

«E tu Betlemme di Efrata,
così piccola per essere tra i capoluoghi di Giuda,
da te mi uscirà colui
che deve essere il dominatore in Israele,
le sue origini sono dall’antichità,
dai giorni più remoti.
Perciò Dio li metterà in potere altrui
fino a quando colei che deve partorire partorirà;
e il resto dei tuoi fratelli
ritornerà ai figli di Israele.
Egli starà là e pascerà
con la forza del Signore,
con la maestà del nome
del Signore suo Dio.
Abiteranno sicuri
perché egli allora sarà grande
fino agli estremi confini della terra,
e tale sarà la pace…
».

Questo testo fu scritto una trentina d’anni dopo quello di Isaia che abbiamo appena esaminato, e con buona probabilità si riferisce ad esso: colei che deve partorire è l»«almah» di Isaia, anche se qui non si fa cenno alla verginità. Il testo è chiaramente messianico, e dice sul Messia molte cose interessanti, che si riflettono ovviamente sulla madre. Innanzitutto afferma che egli nascerà a Betlemme. Poi c’è l’espressione suggestiva e misteriosa: «Le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti».
     Qui certamente Michea pensa alle origini antiche della dinastia di Davide, ma forse vi si può vedere anche un riferimento al discendente della donna di Gen 3, 15.
E perché non vedere indicata, secondo il senso pieno, anche l’origine eterna del Verbo dal Padre?

Il Messia non è forse nato dal Padre prima di tutti i secoli, secondo la sua natura divina? In questo senso la profezia indicherebbe in colei che deve partorire non solo la madre del Messia, ma anche la madre di Dio. Si dice poi ancora che il Messia sarà un re pastore, che porterà la pace. Per quanto riguarda infine la madre, notiamo l’espressione solenne con cui viene indicata: «Colei che deve partorire». La madre appare associata alla dignità del Messia.

Alcune osservazioni
A proposito dei tre brani citati il Laurentin
(R. LAURENTIN, Maria, cit., pp. 1718.) fa tre interessanti osservazioni, che riporto quasi ad litteram.

1) Le regine-madri avevano una posizione importante nelle corti orientali, e specialmente in Israele. I loro nomi ci sono conservati con cura nei libri dei Re (1 Re 14, 21; 15, 2. 10; 22, 42. 53; 2 Re 9, 6; 12, 2; 14, 2; 15, 2. 33; 18, 2; 22, 1; 23, 31. 36; 24, 18). Esse portavano il titolo di Gebirah (Regina Madre), ed erano strettamente legate all’onore e alla posizione del monarca. Ciò che contava non era la posizione di moglie del re, ma quella di madre del re. Così, mentre è Betsabea a prostrarsi davanti al re Davide, suo sposo ( 1 Re 1,16. 31), sarà invece suo figlio Salomone che, divenuto re, si prostrerà davanti a lei e la farà sedere alla sua destra (2, 19).
     Ciò premesso possiamo aggiungere che altri due aspetti culturali orientavano questi testi nel senso che hanno preso: la divinità del Messia e la concezione verginale. Infatti:
2) Le civiltà orientali divinizzavano i loro re. Nonostante che questa pretesa esercitasse un’attrattiva, essa era confutata dalla Bibbia. Tuttavia fu ripresa e riconvertita su un altro registro: l’erede promesso a Davide da Natan è un figlio di Dio, e questa figliolanza prende dimensioni trascendenti nel Salmo 2,7 e nel Salmo 110, 3. A questo figlio di Davide si dà persino il titolo di Dio (Is 9, 5; Sal 45, 7).


3) Quanto all’orientamento verso la concezione verginale, le tre profezie trascurano più o meno la parte del padre. Soltanto la madre è presa in considerazione (cf. Gen 4,1 e 25, dove Eva attribuisce la generazione a Dio: «Ho acquistato un uomo dal Signore… Dio mi ha dato una prole»).
     Possiamo concludere che tutti questi testi lasciano intravedere un popolo escatologico nel quale ha grande evidenza la madre del Re-Messia trascendente.

Simboli e figure
Gli autori che vedono Maria indicata in tutte le pagine dell’Antico Testamento non si riferiscono ai pochi passi strettamente mariani, ma alle molte prefigurazioni che vi si possono trovare di lei, o in senso tipico
, o anche, più spesso, secondo certi accostamenti o analogie.

     Il Concilio stesso, come abbiamo già visto, afferma che Maria «primeggia fra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza». Tutto ciò che l’Antico Testamento dice dunque degli anawim, dei poveri di Jahwè, si applica nel modo più alto a Maria. Il Concilio subito dopo, chiamando la Vergine «eccelsa Figlia di Sion», applica a lei tutta la ricchezza della teologia veterotestamentaria racchiusa in questa espressione. Scrive E. G. Mori: «La Vergine Maria realizza il mistero della Chiesa dell’Antico Testamento in attesa di Cristo, come è rappresentato dalla Figlia di Sion; ciò significa che la vocazione della Vergine ha una dimensione ecclesiale, proprio come è prefigurata da tale immagine». (G. Molo, Figlia di Sion e Serva di Jahvé, Dehoniane , Bologna 1969, pp. 121122).

vediamo dunque alcuni fra i testi veterotestamentari che possono essere riferiti a Maria a modo di simbolo o di figura, ispirandoci soprattutto alla liturgia. (Riporto quasi ad litteram l’ottima presentazione di L. Melotti, Maria, la madre dei viventi, Elle Di Ci, Torino 1986, pp. 2729.)

—    Il roveto ardente (Es 3, 2), che arde e non si consuma, è simbolo della verginità di Maria nel concepimento e nel parto. Nei vespri del 1° gennaio leggiamo questa antifona: «Come il roveto che Mosè vide ardere intatto, integra è la tua verginità, Madre di Dio…».
—    Il vello di Gedeone (Gdc 6, 3738) riceve la rugiada dal cielo come Maria ricevette dal cielo il Figlio: «Hai compiuto le Scritture quando in modo unico sei nato dalla Vergine; come rugiada sul vello sei disceso a salvare l’uomo» (Vespri del 1° gennaio).
—    L’Arca dell’Alleanza (Es 25, 1022) era il segno della presenza di Dio; Maria è il Tempio vivo del Dio fatto uomo. L’Arca era di legno incorruttibile: il corpo di Maria fu preservato dalla corruzione del sepolcro. La Messa della vigilia dell’Assunzione ha come prima lettura il passo del Libro delle Cronache (1 Cr 15, 3 ss.; 16, 12) che parla del trasporto dell’Arca nel Tempio di Dio, a cui segue come Salmo responsoriale il Salmo 132, che si cantava per la festa dell’Arca dell’Alleanza. Nelle litanie lauretane Maria è invocata come «Arca dell’Alleanza (Foederis arca)».
—    La sposa del Cantico dei Cantici. Lo Sposo le dice: «Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia» (Ct 4, 7). La Liturgia della festa dell’Immacolata Concezione così adatta il testo a Maria: «Tutta bella sei, o Maria; la colpa originale non ti ha sfiorato». Si noti che l’essere immune da ogni macchia si verifica perfettamente solo in Maria. Quindi il teologo può con fondamento vedervi un senso pieno che risponde al disegno di Dio, Autore principale della Sacra Scrittura.


    La liturgia applica a Maria anche queste altre espressioni del Cantico: «Terribile come schiere a vessilli spiegati» (6, 4); «Chi è costei che sorge come l’aurora?» (6, 10). Maria è l’aurora che precede il vero sole, Gesù.
—    Il giardino chiuso e la fontana sigillata (Ct 4, 12) sono simboli della verginità di Maria.
—    La sapienza (Pr 8, 2236). La sapienza è talvolta personificata, come nel passo indicato. Numerosi testi neotestamentari vi vedranno il Figlio di Dio, Sapienza incarnata. La Liturgia adatta questo testo anche a Maria, in quanto unita nel pensiero divino alla Sapienza incarnata, e predestinata da tutta l’eternità a esserne la Madre.

Numerosi personaggi, soprattutto donne, dell’Antico Testamento, sono visti come prefigurazioni di Maria. In particolare:
—    Sara, la madre di Isacco. Il Signore, nel promettere la nascita di questo suo figlio, dice: «C’è forse qualche cosa di impossibile presso il Signore?» (Gen 18, 14). L’angelo dice a Maria: «Nulla è impossibile a Dio» (Lc 1, 37).
—    Abramo. «Notevoli sono le somiglianze tra Abramo e Maria, particolarmente per quanto concerne la nascita di Isacco, il figlio della promessa, e la concezione verginale di Gesù, il Figlio santo di Maria. Abramo, l’uomo di fede dell’Antico Patto, illumina la nostra conoscenza del mistero di Maria, la donna di fede del Nuovo Patto; Abramo, nostro padre nella fede, ci insegna molte cose su Maria, nostra madre nella fede». «Come quest’ultimo (Gen 18, 3), Maria ha trovato grazia presso Dio (Lc 1,30); come lui (Gen 12, 3; 18, 18; 22, 18), Maria è una sorgente di benedizioni per tutte le nazioni ed è benedetta da esse (Lc 1, 42.48); come lui ancora (Gen  15, 6), Maria è elogiata per la sua fede in una promessa il cui oggetto era una nascita miracolosa (Lc 1, 45)». Abramo è poi colui che è disposto a sacrificare il figlio Isacco.

     I santi Padri hanno visto nel sacrificio di Isacco la figura della passione di Gesù, il Figlio unico. Ora, Maria presenta al tempio il suo unico figlio Gesù (cf. Lc 2, 22 ss.), e sarà presente al Calvario (cf. Gv 19, 2527), «amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata» (Lumen Gentium 58).
—    Anna, madre di Samuele, ringrazia Dio per il dono della maternità con un cantico che è un anticipo del Magnificat (cf. 1 Sam 2).
—    Giuditta taglia la testa a Oloferne (Gdt 13), e le lodi che il popolo le rivolge per questa vittoria (Gdt 13, 18) sono applicate a Maria da Elisabetta (Lc 1, 42), come anche dalla Liturgia: «Benedetta sei tu, figlia, davanti al Dio altissimo più di tutte le donne che vivono sulla terra…»; «Benedetta sei tu, Vergine Maria, dal Signore altissimo, fra tutte le donne della terra»; «La tua lode non cadrà dal cuore degli uomini, che ricorderanno per sempre la potenza di Dio» (Gdt 13, 19).
—    Ester, la regina sposa del re Assurto, che intercede per la salvezza del suo popolo e la ottiene, è figura dell’onnipotente intercessione di Maria.
Ma fra tutte le prefigurazioni di Maria quella che più realizza il senso tipico vero e proprio è la persona di Eva, secondo il parallelismo Eva-Maria che sarà sviluppato in modo magistrale da S. Ireneo, me avremo modo di vederlo più avanti.




                                                                     

Pubblicato in Trattato di Mariologia
Sabato, 25 Aprile 2015 00:00

Nascita della scuola Antiochena (parte 6)

Pur diffidando delle simmetrie forzate, si può mettere in parallelo con la scuola alessandrina, favorevole al ricorso all’allegoria e alla ricerca di misteri divini nascosti sotto la lettera umana, una scuola di Antiochia il cui primo rappresentante sarebbe non Paolo di Samosata, vescovo ed esattore delle finanze di Antiochia verso il 260, per il quale Cristo non era altro che un uomo superiore ai profeti ed unito alla Sapienza divina, bensì Luciano, sacerdote della città, morto martire nel 312. Attento anche lui alla critica testuale, egli fa una revisione del testo greco dell’Antico Testamento, ed ha come discepoli Ario ed Eusebio di Nicomedia. I legami intessuti tra «collucianisti» aiuteranno Ario a tener testa al suo vescovo Alessandro di Alessandria. Oggi, si fanno risalire i veri inizi della scuola di Antiochia a Diodoro di Tarso (330394), precursore che Giovanni Crisostomo (345407) non esitò a paragonare a Giovanni Battista. A suo volta Diodoro ebbe come discepoli Giovanni Bocca d’oro e Teodoro (350428), futuro vescovo di Mopsuestia. L’anno 428 segna anche la data della nomina di Nestorio a patriarca di Costantinopoli. La sua condanna da parte del concilio di Efeso nel 431 doveva segnare il declino della scuola di Antochia che aveva insistito sulla lettera della Scrittura tanto da sembrar a volte di negare l’unione della divinità e dell’umanità nel Cristo.
     Teodoreto di Ciro (393458), come Giovanni Crisostomo e tanti altri, ricevette quasi controvoglia l’ordinazione a vescovo di una diocesi isolata, situata a nord-est di Antiochia, in direzione dell’Eufrate. Egli la percorse con ardore per convertire i marcioniti, gli ariani, e gli eunomiani che vi trovava. La sua opera esegetica (trattati sull’Ottateuco e i libri storici; commentari sui Salmi, sul Cantico dei Cantici, su ciascuno dei profeti e ciascuna delle lettere di San Paolo) testimonia una mente chiara e ben costruita, nutrita dei princìpi della scuola di Antiochia e fedele all’insegnamento ricevuto. Opera ddal titolo originale e significativo, la Terapia dei morbi pagani vuole mostrare che la cultura pagana è malata di se stessa e aspetta una guarigione: «E come può credere chi non abbia prima espulso dalla sua mente i princìpi che erroneamente vi erano stati introdotti prima?» (affect. I,86).
     La pedagogia della fede trova la sua fonte negli stoici e soprattutto in Clemente di Alessandria: «Infatti, prima si deve credere, poi apprendere; una volta acquistata la conoscenza, si deve fare un proponimento e in conformità di questo si deve agire» (I,93). Questa azione è indispensabile, perché, per Teodoreto: «la conoscenza delle cose divine non basta per rendere perfetto colui che ne è giudicato degno: bisogna che la pratica del bene si unisca alla conoscenza; ciò che la radice è per l’albero, la conoscenza della verità è per le anime» (XII,5). Platone, in un testo del Teeteto (176 a-b) citato a partire da Clemente, invitava ad evadere da questo mondo assimilandosi a Dio nella misura del possibile. Teodoreto ha uno sguardo benevolo sul suo tempo e ha fiducia nella capacità di evoluzione della società in cui vive: «A causa di pittori incapaci, noi non condanniamo coloro che conoscono il proprio mestiere; per il fatto che ci sono degli scellerati, noi non odiamo le persone oneste» (XII,82). 
 
La testimonianza di Roma

Mentre l’Oriente forgiava gli strumenti necessari per una ricca pratica dell’esegesi, l’Occidente non lasciava cadere l’eredità di Tertulliano. Cipriano (v. 200258) ne ha raccontato la conversione nell’Ad Donatum, dove ha mostrato il suo passaggio da una «notte cieca» alla «luce della verità» e ci tenne a leggere ogni giorno una pagina di Tertulliano, suo «maestro». Come lui, egli avrebbe fatto opera di moralista, riflettendo sulla vita delle vergini consacrate (De habitu virginum), e di mistica, scrivendo anche lui un trattato sulla preghiera (De oratione dominica). Ma la sua elezione a vescovo di Cartagine nel 249 dà alla sua azione un eco maggiore perché dalla sua sede dipendono ora centocinquanta vescovi africani. La persecuzione di Decio (249251), che colpisce in quel tempo la Chiesa, pone la dolorosa questione della riconciliazione dei Lapsi, che avevano abiurato per paura dei supplizi. Difronte a spiriti divisi e pronti allo scisma, Cipriano ricorda in una formula celebre che «non può più avere Dio come Padre chi non ha la Chiesa come madre» (De unitate Ecclesiae catholicae). Egli sottolinea il posto unico della Chiesa romana «matrice e radice», e sostiene fermamente il Papa Cornelio, ben presto martire nel 253. È a Roma, infatti, che si trova il «seggio di Pietro», «la Chiesa principale, dalla quale ha avuto origine l’unità dei sacerdoti (episcopale)» (Lettere 59,14,1). Non esiste «che un solo Dio, un solo Cristo, una sola Chiesa, una sola cattedra fondata su Pietro dalla voce del Signore» (ep. 43,5,2).
    Con Cipriano prendono il loro slancio la teologia dell’episcopato e la teologia della penitenza. Ignazio di Antiochia aveva gettato le fondamenta della prima ed Erma quelle della seconda. La corrispondenza di Cipriano è eloquente sull’una e sull’altra. Egli scrive a Cornelio:

«Quando un simile vescovo…si vede combattuto da un manipolo di uomini disperati e perduti che si trovano fuori dalla Chiesa, è evidente chi lo combatta. Certamente non Cristo, che scegli e protegge i sacerdoti [vescovi], ma colui che, nemico di Cristo, e ostile alla sua Chiesa, persegue con la sua ostilità il capo della Chiesa proprio con lo scopo di procurare con più accanimento e con più violenza il naufragio della Chiesa stessa, dopo aver eliminato il nocchiero» (Ep. 59,6,2).

     Il dovere del vescovo consiste nel vegliare perché nessuno si allontani dalla Chiesa. La questione dei Lapsi deve essere trattata con fermezza e misericordia. Bisogna evitare di respingerli, se si pentono, altrimenti si provocherebbe la loro caduta definitiva:

«Nessuno trascini verso il basso con i suoi inganni quelli che vogliono rialzarsi. Nessuno mandi ancora più a fondo né schiacci quelli che si trovano in basso, per i quali noi chiediamo che siano risollevati dalle mani di Dio. […] Nessuno spenga del tutto la luce del cammino di salvezza a coloro che procedono incerti nel buoi della loro caduta [apostasia]» (Ep. 43,6,1).

     Cipriano rifiuta una chiesa di «puri» dalla moralità orgogliosa e sprezzante. Due secoli prima Agostino, che incontrerà le medesime difficoltà con i donatisti, egli evita alla chiesa di impegnarsi su una via senza uscita, come lo aveva evitato Ireneo nel suo tempo.
     Il suo atteggiamento contrasta con quello di Novaziano († v.258), brillante presbitero di Roma che aveva composto il primo De Trinitate della storia, un po» prima del 250, e che, deluso di non essere stato eletto al posto di Cornelio, si era fatto consacrare da tre vescovi della campagna, «ubriachi ed intontiti [da quanto avevano bevuto]», secondo la lettera di Cornelio a Fabio di Antiochia, citata da Eusebio di Cesarea (Storia Ecclesiastica VI,43,9). Novaziano, che aveva ancora dei seguaci a Costantinopoli verso il 430, voleva che con i Lapsi ci si mostrasse spietati. Egli scriveva a Cipriano: «Antica…è la nostra severità» (Ep. 30,2,2). Cercando di stabilire una gerarchia parallela, egli si sforza, così l’accusa Cipriano, «di gettare le nuove basi della sua dottrina…dopo “insegnamento di Dio, dopo l’uunità salda ed ovunque forte della Chiesa cattolica» (Ep. 55,24,1). Paciano, vescovo di Barcellona, alla fine del IV secolo († prima del 392), chiamerà i novaziani della sua epoca a praticare finalmente la carità: «Chi potrai convincere», scrive a Simproniano, uno di loro, «che, per aver ammesso dei penitenti, il popolo che li ha ammessi è diventato rinnegato?» (Contra Novarionos 3,4).
 
 
 
                                                
Pubblicato in Storia della Teologia
Mercoledì, 25 Marzo 2015 00:00

La prima grande sintesi (parte 3)

Un buon numero delle opere dei primi due secoli (citate nel post precedente) sono giunte a noi solo nello stato di frammenti o restano di dimensione assai modeste. In compenso con Ireneo di Lione (140202), ci troviamo per la prima volta di fronte ad un impresa particolarmente voluminosa, impressionante se si tiene presente che, a partire dal 177, il suo autore è anche vescovo di Lione. della maggior parte delle opere restano soli titoli (Sulla monarchia, Sulla ogdoade, Sullo scisma, Lettera a Papa Vittore sulla Pasqua, Sulla conoscenza); solo Contro le eresie e, l’Esposizione della predicazione apostolica ci sono state trasmesse integralmente. L’Esposizione, riscoperta agli inizi del XX secolo, dopo quindici secoli di oblio, si propone di esporre al suo lettore «le linee fondamentali del corpo della verità» ‚(EpideixisAntico catechismo degli adulti)  onde consolidare la sua Fede, per mezzo di una «serie di annotazioni sui  punti fondamentali» (ibidem). Così facendo, si confonderanno «coloro che coltivano false opinioni» (ibidem), e si giungerà alla salvezza. Va quindi ricercata la purezza della dottrina: Ireneo scrive in un’epoca in cui si fortemente diffusa la gnosi, mettendo in grave pericolo la diffusione del Vangelo. Questa gnosi «con nome falso», come egli aveva detto nell’Adversus haereses, intende far accedere alla salvezza mediante una conoscenza riservata a un piccolo numero di spirituali, esattamente all’opposto del messaggio universale di Cristo. Essa si affida a speculazioni che alla fine rendono inutile il ricorso al testo della Bibbia e allontanano i semplici, giudicati troppo grossolani per aver parte alle rivelazioni ultime. Ireneo insorge contro questo travestimento dell’azione di Cristo e decide di ridire la «regola della fede» indispensabile a chi vuole accedere alla verità divina.
 
     Egli comincia con il richiamare il mistero trinitario, fondamento di ogni confessione di fede: Dio è padre, increato, impossibile da contenere, invisibile, unico, creatore dell’universo. Il Figlio suo, il suo Verbo, è apparso ai profeti «secondo il disegno della loro profezie e secondo il modo predisposto dal Padre» (ibidem). Viene così affermata l’unità indissolubile dei due testamenti. A tutto questo è soggiacente la nozione di genere letterario e, pertanto, la dottrina dei sensi della Scrittura di cui Origene farà più tardi la teoria. Alla fine dei tempi, il Figlio di Dio si è fatto uomo per «ricapitolare tutte le cose». Questo grande tema ireneano della recapitulatio ha percorso tutta la sua opera. Nulla sfugge al Cristo incarnato tenuto per riportare l’umanità a Dio suo Padre. Non esiste dunque un Dio creatore del bene è un Dio autore del male, come amavano affermare gli gnostici. La creazione è buona e il suo scopo è la «comunione» di Dio e dell’uomo. Terza persona di quella che Ireneo non chiama ancora la «Trinità», lo Spirito Santo «è stato diffuso in modo nuovo sull’umanità per tutta la terra rinnovando l’uomo per Dio». Il Figlio «dispensa come ministro lo Spirito a chi vuole e come il padre vuole» (Epideixis 67).

     L’esposizione della fede cristiana è seguita da una «dimostrazione» che allega come prove delle affermazioni fatte fin lì, alcune citazioni scritturali scelte con cura. In effetti, «il Verbo di Dio che, sempre presente al genere umano, anticipava la conoscenza delle cose future e istruiva gli uomini sulle cose di Dio». La storia costituisce un tutto coerente, unificato dal Creatore e dal Redentore. Gli avvenimenti del passato sono la «ripetizione», nel senso di ripetizione teatrale, di quelli del presente, in quanto «il Verbo di Dio prefigurava quello che poi sarebbe accaduto» mentre ora è in verità che egli agisce. L’atteggiamento chiesto al cristiano e dunque di «credere in Cristo e di chiedere a Dio sapienza e intelligenza per comprendere quanto fu detto dai profeti». Così egli potrà beneficiare pienamente dell’azione del suo Salvatore che è venuto sulla terra «congiungendo e unendo lo Spirito di Dio Padre con il corpo plasmato da Dio, così che diventasse uomo ad immagine e rassomiglianza di Dio».

 
    Il racconto della Genesi non riguarda quindi solo il passato; esso annuncia il futuro permesso dall’incarnazione. La teologia di Ireneo mette in viva luce l’unità del disegno creatore. Proprio nel nome di questa unità, il vescovo di Lione ingaggia con gli gnostici un’aspra battaglia nell’Adversus haereses. Il sottotitolo di questa lunga opera in cinque volumi dice il suo argomento: si tratta di una Ricerca e rovesciamento della pretesa, ma falsa, gnosi. L’avversario deve essere conosciuto prima di essere combattuto. È per questo che un primo libro presenta con forza le teorie elaborate dai grandi gnostici del secolo, in particolare Tolomeo e Valentino. Dalla «grande esposizione» che apre tutta l’opera e costituisce d’ora in poi la fonte maggiore di informazione sui sistemi descritti, il lettore viene a sapere come si prodotta la genesi dei trenta eoni che costituiscono il «pleroma» originale. Dall» «Eone» perfetto e anteriore a tutto che ha nome «Pre-Principio», «Pro-Padre» e » Abisso», si passa attraverso una successione di emissioni e di accoppiamenti con delle compagne di «syzighìa/sizigia», letteralmente «congiunzione o sottomesse allo stesso giogo», per sfociare alla costituzione di una sorta di famiglia celeste di 30 membri che corrispondono i 12 nomi di Býthios («Abisso»), Mýxis («Mescolanza»), Aghēratos («Eternamente giovane»), Hénōsis («Unione»), Autophyēs («Nato da se stesso»), Edonē («Piacere»), Akínētos («Immobile»), Sýnkrasis («Mescolanza»), Monoghenēs («Unico generato»), Makaría («Beata»), Paráklētos («Consolatore»), Pístis («Fede»), Patrikòs («Paterno»), Elpís («Speranza») e Agápē («Amore»), tra gli altri. Questi «essere avvolti nel silenzio» hanno una vita propria che soltanto uomini scelti potranno raggiungere in un avvenire migliore, a condizione di far parte della classe degli «spirituali» (pneumatikoi), che sono il sale della terra e la luce del mondo. Viene lasciato una speranza a coloro che sono semplicemente «psichici» (psychikoi) e che debbono ancora disfarsi di un attaccamento terreno, materiale. In compenso, l’avvenire molto cupo per gli esseri «ilici» (hylikoi) o «di terra» (choikoi), irrimediabilmente destinati alla corruzione e alla perdizione finale.
 
     A dire il vero, Ireneo mostra come non si debba parlare di sistema agnostico al singolare, bensì al plurale. Se la verità è una, l’errore è legione, e l’autore non esita del resto fare dell’ironia: «Niente impedisce che anche un altro su questo stesso argomento stabilisca così i nomi: c’è un Pre-Principio regale, Pre-Inintelleggibile, Pre-Anipostatico, e che si svolge su se stesso. Colui esiste una potenza, che io chiamo zucca [cucurbitacea]» (haer. I, 11, 4). Grazie all’Adversus Haereses sono state conservate notizie preziose sugli antenati dei valentiniani: Simon Mago, Meneandro, Saturnino, Basilide, Carpocrate, Cerinto, Cerdone e Marcione. Di fronte per l’abbondanza di uomini di idee, Ireneo insiste sull’unità della fede della Chiesa che, benché disperse nel mondo intero fino all’estremità della terra, conserva con cura la predicazione la fede degli apostoli come abitando «una sola casa; allo stesso modo crede in queste verità, come se avesse una sola anima e lo stesso cuore; in pieno accordo con queste verità proclama, insegna trasmette, come se avesse una sola bocca»(I, 10,2).

     Aver smascherato gli errori, è già averli vinti. Rimane da confutarli e poi esporre positivamente il contenuto della fede cristiana. Sarà l’argomento del secondo libro e dei successivi. Ciascun punto dei sistemi gnostici viene discusso, per arrivare alla conclusione che non esiste che un solo Dio creatore dall’esistenza saldamente stabilita: «infatti la creazione stessa mostra colui che l’ha creata, l’opera stessa fa venire in mente colui che l’ha fatta e il mondo manifesta colui che l’ha organizzato» (II,9,1). Un solo Dio e Padre contiene tutte le cose e dà a tutte l’esistenza (II,35,3). Questo punto di arrivo della dimostrazione merita tuttavia una conferma dalle Scritture, al banchiere nero si dà nel corso dei libri III, IV e V. Lo fa con metodo, raggruppando nel libro terzo le prove scritturali dell’unicità del vero Dio, per mezzo di citazioni scelte prima da ciascuno dei quattro evangelisti, poi dagli altri apostoli. Proseguendo, egli sollecita le stesse fonti a mostrare che il Figlio di Dio si è veramente fatto uomo e che è nato da una vergine, ricapitolando così in se stesso «l’opera modellata all’inizio», vale a dire Adamo (III, 21,910). Passando allora le parole stesse poi alle parabole del Cristo, e li mette in evidenza, nel libro IV, che le une e le altre sono anch’esse prova dell’unicità del Dio creatore. Infine, torna sull’idea iniziale della salvezza, che gli gnostici volevano far dipendere dall’assimilazione delle loro teorie, e mostra che la sacra Scrittura, e in particolare San Paolo, annuncia la resurrezione dei morti per ogni essere umano senza distinzione. Il libro V può terminare, con l’Esposizione della predicazione apostolica, sulla visione del Verbo di Dio sceso verso la creatura e da essa percepito, prima che «a sua volta la creatura accolga il Verbo e salga lui oltrepassando gli angeli e divenendo ad immagine e somiglianza di Dio» (V, 36,3).
 
 
                                                
Pubblicato in Storia della Teologia
Sabato, 29 Novembre 2014 00:00

Le origini (parte 1)

 Le origini

 
Nella costituzione Dei Verbum (novembre 1965) del Concilio Vaticano II, si trova una formula che ha tutte le caratteristiche poetiche dell’evidenza : «lo studio della sacra pagina sia dunque come l’anima della sacra teologia» (§ 24). Anima della teologia, la Bibbia riceverebbe quindi, secondo la sua specifica natura, come il sigillo della sua necessità, una necessità unica ed esclusiva quanto all’animazione di ciò che è e deve essere la teologia. 
    Non è la sede questa per soffermarci sul rapporto tra Bibbia e Teologia, ci basti ora conoscere e sapere che in origine non fu così diretto come l’evidenza di oggi ci farebbe pensare. Questa consacrazione del rapporto privilegiato tra una Bibbia «animatrice» e una teologia che ne dipenderebbe, come la vita del corpo dipende dall’anima, è affermazione recente, diciamo in un testo datato 18 novembre 1965. Senza dubbio, una simile formulazione può richiamarsi a questa o a quella espressione del passato; ma anche così, noi siamo ancora in momenti tardivi, e cioè nella Chiesa cattolica, all’epoca dei pontificati e dei testi di Leone XIII e di Benedetto XV, vale a dire l’ultimissimo tratto del 19º e il primo quarto del 20º secolo.
Il ruolo della Bibbia in questa storia chiede che innanzitutto esaminate un certo numero di implicazioni che scaturiscono da un’antica origine e da una lunga durata, ma anche di concetti e pratiche che non si riducono a questa antichità e a questa durata. Ecco perché, questi scritti non tratteranno del rapporto diretto tra Bibbia e Teologia bensì sul dato teologico già acquisito, elaborato, frutto di quel processo che radicato nelle Sacre Scritture ne vole estrapolare tutti i sensi reconditi e approfondirne tutti i livelli interpretativi.
    È certo semplicistica ma dovuta l’affermazione che la Teologia si occupi delle «cose di Dio», anche se poi nei secoli è divenuta una disciplina articolata e complessa. 
Partiamo con la Teologia Patristica.
Con l’espressione «teologia patristica» si intende quella parte della teologia che tratta dell’insegnamento dei Padri della Chiesa. I «Padri» sono gli scrittori dell’antichità cristiana, papi, vescovi, sacerdoti o laici che, da San Clemente di Roma a sant’Isidoro di Siviglia (560636) in Occidente e a San Giovanni Damasceno (675749) in oriente, hanno cercato, secondo la bella formula di Eusebio di Cesarea (260339), di essere degli «ambasciatori della parola divina» (Historia Ecclesiae I, 1,1, [vol. 1,46]. Essi si caratterizzano per l’ortodossia delle loro dottrine, come dice San Girolamo, il quale riserva il semplice nome di «scrittore ecclesiastico» a coloro dei quali la Chiesa non ha riconosciuto l’insegnamento come facente parte del suo patrimonio. Dei Padri, la Chiesa latina ne riconosce otto come «dottori» particolarmente eminenti; sono i santi latine Ambrogio (339397), Girolamo (347420), Agostino (354430) e Gregorio Magno (540604), nonché i santi greci Atanasio (295373), Basilio (329379), Gregorio di Nazianzo (329390) e Giovanni Crisostomo (344407).
     Gli specialisti distinguono a volte la patrologia titolo di un’opera del teologo luterano Johann Gerhard (15821637) pubblicata dopo la sua morte nel 1653, e la patristica : la prima studia la vita le opere dei Padri, mentre la seconda si limita lo studio del loro pensiero che costituisce una delle parti della teologia. C’è da aggiungere che, per alcuni, il periodo dei Padri si prolunga fino a San Bernardo di Chiaravalle (10911153) in Occidente, e fino alla caduta di Costantinopoli (1453) in oriente. Quest’ultimo periodo, dalla morte di S. Giovanni Damasceno (749) alla fine dell’impero Romano d’oriente, risponde meglio, pensiamo noi, al nome di «teologia bizantina», la quale inizia realtà con Bisanzio, come vedremo in seguito.
 
     Il primo testo patristico, la Didachè ton apostolon, o insegnamento degli apostoli, è nato da padre ignoto. La sua composizione risale verosimilmente la seconda metà del I secolo d.C. Esso si presenta come un manuale di vita cristiana che pone l’uomo di fronte alla scelta fondamentale: vuole vivere o morire? L’analogia di questo procedimento con la dottrina delle due vie, famiglia dal giudaismo antico a partire dal Deuteronomio (30,15) è evidente. E non lo è meno il realismo dell’autore: «Se potrei portare tutto il gioco del Signore, sarà il perfetto; se non che possibile fa quello che puoi» (Did. VI,2). La vita liturgica si organizzano i suoi precetti si precisa: «… Così battezzate: dopo ogni premessa, nell’acqua viva battezzate… Se non hai acqua viva, battezza in altra acqua»(VII,12). Il battesimo, il primo dei sacramenti, permette di partecipare all’eucarestia, azione di grazia «per la vita la conoscenza[a noi rivelate]per mezzo di Gesù[Cristo]» (IX, 3[34s]), destinata a radunare la Chiesa «dai confini della terra» (IX, 4[35]). La frazione del pane dovrà essere celebrata «nel giorno del Signore» (XIV, 1[ 38]). Dei capi, «vescovi e diaconi degni del Signore» (XV, 1[38]), dirigeranno le comunità nascenti. Il testo termina con un appello alla vigilanza Chiesa stimolare l’attesa del ritorno di Cristo alla fine dei tempi. Bisognerà riuscire a raddoppiare gli sforzi perché «negli ultimi giorni… l’amore si muterà in odio» (XVI, 3[39]).
     Confessione trinitaria, vita morale, pratica sacramentale, escatologia, tutte le componenti dei trattati di teologia sono presenti in germe in quest’opera che segue direttamente il Nuovo Testamento e lo cita di frequente, spetterà ai secoli successivi sviluppare ciascuno di questi elementi, per tentare di avvicinare al mistero di Dio e di fare in verità della teo-logia. Contrariamente a questo anonimato, il primo nome di autore conosciuto è quello di un vescovo di Roma, successore di San Pietro il Papa Clemente I (92101). La sua lettera ai Corinti, scritta per stabilire la pace in una comunità diversa, è un atto di tutta «la Chiesa di Dio che è a Roma». Essa esorta i Corinti a praticare la carità, la penitenza, l’obbedienza, la pietà, l’ospitalità e l’umiltà; affronta quindi «tutti i punti che riguardano la fede, la penitenza, la vera carità, la continenza, la saggezza e la pazienza» (1 Clem. LXII,2). La gelosia, motore dell’azione umana, dopo l’uccisione di Abele per mano di Caino, deve essere bandita se si vuole giungere all’armonia voluta da Dio. Se l’uomo accetta di agire secondo la ragione che ha ricevuto, la chiesa può diventare il simbolo della presenza del Dio di pace tra gli uomini: «Perché strappiamo e laceriamo le membra di Cristo e insorgiamo contro il nostro capo…?» (XLVI,7). Non è mai troppo tardi per ascoltare la voce della Sapienza, perché «è meglio per voi essere trovati piccoli e ritenuti nel gregge di Cristo, che avere apparenza di grandezza ed essere rigettati dalla sua speranza»(LVII, 2).
     La gerarchia ecclesiastica è a servizio della crescita del corpo intero della chiesa: vescovi, presbiteri e diaconi si succederanno d’ora in poi ininterrottamente ed è nei loro ranghi, ma non esclusivamente, che si incontreranno i «Padri della Chiesa». Se il primo autore conosciuto è un papa, il secondo è un vescovo, Ignazio di Antiochia, morto martire a Roma, divorato dalle belve sotto il regno di Traiano, verso il 107. Sette lettere inviate da lui a delle giovani comunità cristiane e al vescovo Policarpo di Smirne testimoniano la vitalità del cristianesimo nascente. Gli abitanti di Roma, Efeso, Magnesia, di Filadelfia, di Tralli e di Smirne ricevono da lui l’ordine di non fare nulla per tentare di evitargli la morte: «Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio» (Rom. IV,1). Questa fiducia assoluta nella vita eterna è radicata nelle promesse di Cristo e nella certezza che il mondo visibile è immagine e anticipazione del mondo invisibile. Di conseguenza, la chiesa della terra è una prefigurazione della beatitudine celeste; essa è necessaria per portare l’uomo a scoprire il vero senso della vita: «Come Gesù Cristo segue il Padre, seguite tutti il vescovo e i presbiteri come gli apostoli». Per la prima volta nella storia appare l’espressione «Chiesa Cattolica»: «Là dove c’è Gesù Cristo ivi è la chiesa cattolica» (Smyrn. VIII,12), quella che è «sparsa per la terra», come preciserà, una generazione dopo, il testo del Martirio di Policarpo (mart. Polyc. VIII, 1). La persona del vescovo acquisisce il suo statuto definitivo :«È bello riconoscere Dio e il vescovo…Chi compie qualche cosa nascosto dal vescovo serve il diavolo». (Smyrn. IX, 1).
     Se i sacramenti del battesimo, dell’eucarestia e dell’ordine vengono presentati decisamente nelle grandi linee, quello della penitenza verrà presentato alcuni anni dopo, con il Pastore di Erma. Fratello del Papa Pio I (140155), Erma è verosimilmente il primo uomo sposato, sacerdote o laico(?) a cui si debba un contributo di qualità all’elaborazione del pensiero teologico della chiesa. Cinque «visioni», dodici «precetti» e dieci «parabole» o «similitudini» compongono quest’opera il cui genere letterario rientra nell’apocalisse, discorso di rivelazione per un tempo di persecuzione. E si tratta propro di una persecuzione, durante la quale i figli di Erma hanno denunciato il loro padre e provocato la rovina. E tuttavia, se i figli della vittima «si pentiranno di tutto cuore, sanno scritti nel libro della vita con i santi» (Past. Herm. III, 2). Anche in questo, dovranno fare uso della ragione: «il pentirsi…è una grande saggezza. Infatti, chi ha peccato comprende di aver fatto il male davanti al Signore»(VIII,1). Opera che formicola di intuizioni e di spiegazioni simboliche, di sviluppi originali sulla morale coniugale e di numerose allusioni all’angelologia del tempo. Il Pastore fino al termine del II secolo fu considerato da molti come ispirato allo stesso titolo degli scritti del Nuovo Testamento.
 
La difesa degli apologisti
Clemente di Roma, Ignazio di Antiochia e Policarpo di Smirne sono morti tutti e tre martiri. Il cristianesimo viene visto come un attentato nefasto al politeismo diffuso e il suo culto del Dio unico come una provocazione nei confronti degli imperatori, ai quali i cristiani si rifiutano di offrire sacrifici. Molti di essi decidono di esporre allo stesso imperatore i motivi per i quali credono, al fine di mostrare che lo stato non ha nulla da temere da loro, anzi al contrario: è l’epoca dei Padri apologisti, o apologeti, i quali, ricorrendo ora al richiamo della ragione ora alla derisione, mettono in evidenza la superiorità della Rivelazione cristiana sugli dèi dell’Olimpo, da Quadrato ad Aristone di Pella, passando per Aristide, Giustino, Taziano, Atenagora, Milziade, Teofilo di Antiochia, Apollinare, Melitone di Sardi ed Ermia, per non citare che i  più noti. Uno scritto anonimo Lettera a Diogneto, gode tra loro di un particolare risalto, perché determina il posto dei cristiani nel mondo con una maestria ineguagliata:«Com’è l’anima nel corpo», afferma, «così nel mondo sono cristiani» (Diogn. VI, 1). Per giungere ad una tale conclusione, l’autore ricorre ad una struttura frequente nelle apologie: una prima parte comincia con il confutare gli errori del paganesimo fustigando l’idolatria, i sacrifici sanguinosi dei pagani nonché il ritualismo dei giudei, mentre una seconda parte espone in positivo l’essenziale del mistero cristiano.
     All’imperatore Adriano, Aristide spiega verso il 124125 che l’umanità è composta di diversi tipi di abitanti, i quali si sono smarriti in quanto hanno identificato Dio con uno degli elementi naturali. Caldei, greci ed egizi «sono stati istitutori maestri per le altre nazioni del culto e dell’adorazione degli dèi dai molti nomi» (apol. II, 2). La confusione della creatura e del Creatore li ha immersi nell’errore. La mitologia greca risulta particolarmente ridicola e contraddittoria, un tratto che gli apologisti rivelano spesso, critici verso la religione popolare come verso le elaborazioni scientifico-filosofiche (ERMIASatira dei filosofi profani), mentre gli egizi hanno introdotto come «dèi animali bruti terrestri e marini, piante e germogli»(XII, 1). I giudei, a motivo del loro rifiuto del Figlio di Dio, vengono dichiarati «quasi alla pari» (paromoioi) dei pagani (XIV,4). All’inizio della sua opera Aristide ricorda all’imperatore che «è Dio colui che tutto a creato e governa, senza principio ed eterno, immortale e privo di bisogno» (I, 34). Alla fine, egli completa questi attributi che il filosofo pagano poteva ammettere, con un evocazione del Cristo «Figlio Unigenito e dello Spirito Santo», e precisa che «la santa scrittura del vangelo» è fonte di verità su di lui (XV,1; II,9).
     Una generazione dopo, Giustino (100165) si rivolge anche lui all’imperatore, Antonino Pio, figlio adottivo di Adriano, e ai figli di lui, Marco Aurelio e Lucio Vero. Figlio di un padre dal nome latino e nipote di un nonno dal nome greco, ambedue abitanti in una provincia dalla tradizione composita, la Samaria, Giustino è particolarmente sensibile alla presenza del logos divino nel complesso dell’universo. Di formazione filosofica, egli ha cercato a lungo la verità e il prologo del suo Dialogo con Trifone descrive le diverse tappe di una ricerca che lo fa passare successivamente dallo stoicismo all’aristotelismo, poi al pitagorismo, al platonismo e infine al cristianesimo. Una volta convertito, egli non rinnega le proprie origini e continua a portare il mantello dei filosofi, il che traduce, su un piano personale, il suo riconoscimento dell’unità del disegno di Dio sull’universo intero.
     Riportata recentemente alla sua integrità originale, L’Apologia di Giustino obbedisce alle regole del genere e comincia con il confutare le accuse ormai tradizionali che vengono rivolte ai cristiani. L’opera mostra come il loro semplice nome non sia sufficiente a dimostrare la loro colpevolezza; confuta la loro qualificazione di atei, perché essi credono che Dio, creatore di tutte le cose, non ha bisogno di nulla e costituisce la più alta ricompensa per l’uomo virtuoso; li scagiona quindi da ogni sospetto di mancanza di senso civico e mostra in essi «degli alleati e collaboratori in vista della pace» (apol. I, 12, 1).
     Proseguendo, l’opera espone la dottrina cristiana, della quale mette in evidenza la superiorità e la razionalità rispetto alle idee dei pagani. Come, contro ogni aspettativa, un minuscolo seme sfocia nella generazione di un essere umano, così i morti possono risorgere «È meglio credere a ciò che è impossibile alla nostra natura e agli uomini, piuttosto che non credere come fanno gli altri» (I,19,6). Questa fede è il frutto dell’insegnamento del Maestro supremo, il Cristo, che dice sempre il vero. D’altronde, la veracità dell sue parole è rafforzata dalla somiglianza della sua vita con quella di Hermes, di Perseo, o di Asclepio (I, 22, 2.56). L’argomento potrebbe sorprendere ma, se Giustino chiede ai suoi lettori di accettare le sue spiegazioni, non è perché esse sono in linea con la mitologia greca-romana: è «perché si tratta della verità» (I, 23, 1).
     Il logos non può dire altro che il vero e agire bene. Nel passato, ha ispirato anche i pagani, ai quali si è parzialmente comunicato. Non soltanto i loro filosofi hanno ricevuto dai profeti la fede in un Dio creatore, non essendosi privato Platone di prendere dei prestiti da Mosè (I, 5960), ma si può anche dire che Socrate ha parzialmente (apò merus) conosciuto il Cristo in quanto logos «presente in ogni uomo (II, 10, 8). Giustino equipara Gesù Cristo e il «logos seminale» al quale partecipa ogni essere umano (II, 8, 1). Sulla superficie della terra non si dà essere umano che non abbia ricevuto i semi del Verbo, i semina Verbi! Questa unità fondamentale del genere umano non rende soltanto crudele ogni idea di persecuzione di esseri innocenti e di buoni cittadini di esseri innocenti e di buoni cittadini. Essa ne mostra l’assurdità profonda e il lato di autodistruzione. Di passaggio, viene fatta giustizia delle accuse abituali di antropofagia e, al contrario, il filosofo passato al Cristo descrive, con precisione ancora maggiore che nella Didachè, la celebrazione dell’eucarestia così come poteva essere fatta nella Roma degli anni 160 (I,6567). Si noterà in particolare che viene espressa l’idea di una somiglianza con il culto di Mitra, ma l’autore non vuole vedervi altro altro che una parodia dei misteri cristiani da parte dei “cattivi demoni” (I, 66, 4). Quello che importa è mostrare all’imperatore l’innocuità e il valore di una celebrazioneche permette di consumare un cibo «divenuto eucarestia grazie alla preghiera» venuto dal Cristo «per assimilazione» (I, 66, 2).
     Atenagora di Atene con la sua Supplica per i cristiani, Taziano con il suo Discorso ai greci, Tertualliano, la cui Apologetica è scritta in latino, mentre tutte le altre sono scritte in greco, contrassegnano l’ultimo quarto del II secolo, alla vigilia della grande persecuzione di Settimio Severo. 
Ed è ben di teologia che essi trattano, e non della semplice difesa dei fedeli vittime dell’ostilità del potere locale. Atenagora, nel 177, presenta una riflessione elaborata  su Dio «unico, increato, eterno, invisibile, impassibile, incomprensibile, immenso, che può essere contemplato solo dalla mente e dalla ragione, circonfuso di luce, di bellezza, di spirito e di potenza ineffabile» (leg. 10). Il Figlio di Dio è “uno” con il Padre; non è creato, ma eternamente pensante, procede da lui. Lo Spirito Santo è qualificato come “derivazione” o “effluvio” (apórroia) di Dio, che esce da lui e in lui rientra come un raggio di sole. Con una foga che annuncia Tertulliano, Taziano, nel suo Diatessárōn, fa sentire l’unità dei quattro vangeli e mostra la superiorità della rivelazione cristiana rispetto alle opere pagane.


Pubblicato in Storia della Teologia

Carissimi,

vorrei brevemente riflettere con voi sui fondamenti profondi della apologetica cattolica, questa disciplina teologica che si occupa di difendere e diffondere la santa fede cattolica.

L’apologeta per eccellenza , il modello di ogni apologeta possiamo dire che è Cristo , Sapienza di Dio … in Lui noi siamo apologeti , partecipando a Lui noi possiamo difendere la verità da tanti attacchi che sono lanciati contro di essa dalle tenebre di questo mondo …

L’apologeta è tanto più efficace quanto più è unito per grazia a Cristo e quanto più partecipa alla sua sapienza e alla sua potenza apostolica … Questo significa anche che il vero apologeta non può non essere un uomo di altissima preghiera, un contemplativo  e quindi un uomo eucaristico …

Dalla preghiera e in particolare dalla Eucaristia noi traiamo la grazia e quindi la sapienza per diffondere la Verità e per difenderla. L’Eucaristia va preparata, va celebrata e va «ringraziata» …cioè occorre prepararsi alla s. Messa e occorre ringraziare a lungo dopo di essa .…La s. Messa è la fonte di tutte le grazie: meglio la prepariamo, meglio la viviamo, meglio ringraziamo Dio dopo di essa e meglio possiamo vivere il nostro impegno apologetico … perché meglio viene a vivere Cristo Sapienza in noi e in Lui possiamo, come Lui, chiudere la bocca a coloro che attaccano la Verità.

La s. Messa va unita ad una profonda vita contemplativa sicché possiamo portare agli altri il frutto della nostra contemplazione; occorre cotemplare e donare agli altri ciò che abbiamo contemplato: contemplata aliis tradere … S. Tommaso d’Aquino, l’eccelso Dottore cattolico, ha svolto il suo straordinario servizio apologetico incarnando con molta perfezione questo principio appena indicato: contemplata aliis tradere.   

Sottolineo una cosa importante: non pensate che l’apologetica sia semplicemente studio e discussione .… l’apologetica è immergersi nella vita di Cristo e dunque nella battaglia di Cristo contro le forze del male , contro satana e i suoi ministri visibili .… Fare apologetica è trovarsi a combattere spiritualmente con forze invisibili e visibili che ostacolano la diffusione del Vangelo .…perciò occorre, per vincere una tale battaglia spirituale, pregare, fare penitenza e seguire altri importanti consigli che i maestri spirituali cattolici hanno insegnato per portarci a trionfare in scontri come questi. Ricordiamoci che più presente di tutto è Dio, Lui è il Signore della storia …perciò non tralasciamo di pregarlo anche pubblicamente e davanti a coloro con cui dobbiamo confrontarci, perché sia Lui a convertirli … Spesso una preghiera, fatta da noi davanti a loro, spiazza i nostri avversari e illumina la nostra mente donandoci forza nuova per portare luce nei cuori dei nostri avversari .…

.… la nostra fede ci insegna che il nostro Dio è super …super ..(infinitamente super…) presente e vuole servirsi di noi per diffondere la Verità .…dunque abbiamo grande fiducia in Lui perché è Lui che ha già vinto … e vuole servirsi di noi per manifestare pubblicamente tale vittoria !!

Pregate non solo per quanto detto ma anche per poter trovare libri efficaci per confutare coloro che ci attaccano .…a volte la Provvidenza ci fa scoprire testi utilissimi che mai avremmo immaginato potessero esistere …

Oggi l’apologetica è ai margini del dibattito teologico .…ma non è ai margini dell’interesse del Popolo di Dio che si trova ad affrontare tante sfide da parte di tanti gruppi e di tante persone che negano le verità cattoliche .… dunque chiediamo a Gesù il suo Spirito per offrire ai nostri fratelli questo servizio così importante . Io lo dico spesso: come si fa a non credere a Cristo e alla sua Chiesa , dal momento che Gesù ci ha donato tanti segni della sua Divinità e della sua azione nella Chiesa suo Mistico Corpo!! .…ma occorre conoscere e far questi segni !! ..e anche questo è compito dell’apologeta .… Aggiungo che , come insegna il Vangelo, i veri credenti sono benedetti da Dio con segni che si compiono attraverso di essi … Apriamo il nostro cuore alla santità perché Gesù possa fare potenti segni anche attraverso noi stessi; Cristo non solo insegnava la Verità ma compiva i segni della Verità …lo stesso possa verificarsi per noi!! 

 

 

 

Pubblicato in Teologia
   

Mons. Luigi Negri


   

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