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Rubrica: Storia della Teologia

   
Sabato, 25 Aprile 2015 00:00

Nascita della scuola Antiochena (parte 6)

Pur diffidando delle simmetrie forzate, si può mettere in parallelo con la scuola alessandrina, favorevole al ricorso all’allegoria e alla ricerca di misteri divini nascosti sotto la lettera umana, una scuola di Antiochia il cui primo rappresentante sarebbe non Paolo di Samosata, vescovo ed esattore delle finanze di Antiochia verso il 260, per il quale Cristo non era altro che un uomo superiore ai profeti ed unito alla Sapienza divina, bensì Luciano, sacerdote della città, morto martire nel 312. Attento anche lui alla critica testuale, egli fa una revisione del testo greco dell’Antico Testamento, ed ha come discepoli Ario ed Eusebio di Nicomedia. I legami intessuti tra «collucianisti» aiuteranno Ario a tener testa al suo vescovo Alessandro di Alessandria. Oggi, si fanno risalire i veri inizi della scuola di Antiochia a Diodoro di Tarso (330394), precursore che Giovanni Crisostomo (345407) non esitò a paragonare a Giovanni Battista. A suo volta Diodoro ebbe come discepoli Giovanni Bocca d’oro e Teodoro (350428), futuro vescovo di Mopsuestia. L’anno 428 segna anche la data della nomina di Nestorio a patriarca di Costantinopoli. La sua condanna da parte del concilio di Efeso nel 431 doveva segnare il declino della scuola di Antochia che aveva insistito sulla lettera della Scrittura tanto da sembrar a volte di negare l’unione della divinità e dell’umanità nel Cristo.
     Teodoreto di Ciro (393458), come Giovanni Crisostomo e tanti altri, ricevette quasi controvoglia l’ordinazione a vescovo di una diocesi isolata, situata a nord-est di Antiochia, in direzione dell’Eufrate. Egli la percorse con ardore per convertire i marcioniti, gli ariani, e gli eunomiani che vi trovava. La sua opera esegetica (trattati sull’Ottateuco e i libri storici; commentari sui Salmi, sul Cantico dei Cantici, su ciascuno dei profeti e ciascuna delle lettere di San Paolo) testimonia una mente chiara e ben costruita, nutrita dei princìpi della scuola di Antiochia e fedele all’insegnamento ricevuto. Opera ddal titolo originale e significativo, la Terapia dei morbi pagani vuole mostrare che la cultura pagana è malata di se stessa e aspetta una guarigione: «E come può credere chi non abbia prima espulso dalla sua mente i princìpi che erroneamente vi erano stati introdotti prima?» (affect. I,86).
     La pedagogia della fede trova la sua fonte negli stoici e soprattutto in Clemente di Alessandria: «Infatti, prima si deve credere, poi apprendere; una volta acquistata la conoscenza, si deve fare un proponimento e in conformità di questo si deve agire» (I,93). Questa azione è indispensabile, perché, per Teodoreto: «la conoscenza delle cose divine non basta per rendere perfetto colui che ne è giudicato degno: bisogna che la pratica del bene si unisca alla conoscenza; ciò che la radice è per l’albero, la conoscenza della verità è per le anime» (XII,5). Platone, in un testo del Teeteto (176 a-b) citato a partire da Clemente, invitava ad evadere da questo mondo assimilandosi a Dio nella misura del possibile. Teodoreto ha uno sguardo benevolo sul suo tempo e ha fiducia nella capacità di evoluzione della società in cui vive: «A causa di pittori incapaci, noi non condanniamo coloro che conoscono il proprio mestiere; per il fatto che ci sono degli scellerati, noi non odiamo le persone oneste» (XII,82). 
 
La testimonianza di Roma

Mentre l’Oriente forgiava gli strumenti necessari per una ricca pratica dell’esegesi, l’Occidente non lasciava cadere l’eredità di Tertulliano. Cipriano (v. 200258) ne ha raccontato la conversione nell’Ad Donatum, dove ha mostrato il suo passaggio da una «notte cieca» alla «luce della verità» e ci tenne a leggere ogni giorno una pagina di Tertulliano, suo «maestro». Come lui, egli avrebbe fatto opera di moralista, riflettendo sulla vita delle vergini consacrate (De habitu virginum), e di mistica, scrivendo anche lui un trattato sulla preghiera (De oratione dominica). Ma la sua elezione a vescovo di Cartagine nel 249 dà alla sua azione un eco maggiore perché dalla sua sede dipendono ora centocinquanta vescovi africani. La persecuzione di Decio (249251), che colpisce in quel tempo la Chiesa, pone la dolorosa questione della riconciliazione dei Lapsi, che avevano abiurato per paura dei supplizi. Difronte a spiriti divisi e pronti allo scisma, Cipriano ricorda in una formula celebre che «non può più avere Dio come Padre chi non ha la Chiesa come madre» (De unitate Ecclesiae catholicae). Egli sottolinea il posto unico della Chiesa romana «matrice e radice», e sostiene fermamente il Papa Cornelio, ben presto martire nel 253. È a Roma, infatti, che si trova il «seggio di Pietro», «la Chiesa principale, dalla quale ha avuto origine l’unità dei sacerdoti (episcopale)» (Lettere 59,14,1). Non esiste «che un solo Dio, un solo Cristo, una sola Chiesa, una sola cattedra fondata su Pietro dalla voce del Signore» (ep. 43,5,2).
    Con Cipriano prendono il loro slancio la teologia dell’episcopato e la teologia della penitenza. Ignazio di Antiochia aveva gettato le fondamenta della prima ed Erma quelle della seconda. La corrispondenza di Cipriano è eloquente sull’una e sull’altra. Egli scrive a Cornelio:

«Quando un simile vescovo…si vede combattuto da un manipolo di uomini disperati e perduti che si trovano fuori dalla Chiesa, è evidente chi lo combatta. Certamente non Cristo, che scegli e protegge i sacerdoti [vescovi], ma colui che, nemico di Cristo, e ostile alla sua Chiesa, persegue con la sua ostilità il capo della Chiesa proprio con lo scopo di procurare con più accanimento e con più violenza il naufragio della Chiesa stessa, dopo aver eliminato il nocchiero» (Ep. 59,6,2).

     Il dovere del vescovo consiste nel vegliare perché nessuno si allontani dalla Chiesa. La questione dei Lapsi deve essere trattata con fermezza e misericordia. Bisogna evitare di respingerli, se si pentono, altrimenti si provocherebbe la loro caduta definitiva:

«Nessuno trascini verso il basso con i suoi inganni quelli che vogliono rialzarsi. Nessuno mandi ancora più a fondo né schiacci quelli che si trovano in basso, per i quali noi chiediamo che siano risollevati dalle mani di Dio. […] Nessuno spenga del tutto la luce del cammino di salvezza a coloro che procedono incerti nel buoi della loro caduta [apostasia]» (Ep. 43,6,1).

     Cipriano rifiuta una chiesa di «puri» dalla moralità orgogliosa e sprezzante. Due secoli prima Agostino, che incontrerà le medesime difficoltà con i donatisti, egli evita alla chiesa di impegnarsi su una via senza uscita, come lo aveva evitato Ireneo nel suo tempo.
     Il suo atteggiamento contrasta con quello di Novaziano († v.258), brillante presbitero di Roma che aveva composto il primo De Trinitate della storia, un po» prima del 250, e che, deluso di non essere stato eletto al posto di Cornelio, si era fatto consacrare da tre vescovi della campagna, «ubriachi ed intontiti [da quanto avevano bevuto]», secondo la lettera di Cornelio a Fabio di Antiochia, citata da Eusebio di Cesarea (Storia Ecclesiastica VI,43,9). Novaziano, che aveva ancora dei seguaci a Costantinopoli verso il 430, voleva che con i Lapsi ci si mostrasse spietati. Egli scriveva a Cipriano: «Antica…è la nostra severità» (Ep. 30,2,2). Cercando di stabilire una gerarchia parallela, egli si sforza, così l’accusa Cipriano, «di gettare le nuove basi della sua dottrina…dopo “insegnamento di Dio, dopo l’uunità salda ed ovunque forte della Chiesa cattolica» (Ep. 55,24,1). Paciano, vescovo di Barcellona, alla fine del IV secolo († prima del 392), chiamerà i novaziani della sua epoca a praticare finalmente la carità: «Chi potrai convincere», scrive a Simproniano, uno di loro, «che, per aver ammesso dei penitenti, il popolo che li ha ammessi è diventato rinnegato?» (Contra Novarionos 3,4).
 
 
 
                                                
Pubblicato in Storia della Teologia
   

Mons. Luigi Negri


   

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