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Rubrica: Storia della Teologia

   
Sabato, 25 Aprile 2015 00:00

Nascita della scuola Antiochena (parte 6)

Pur diffidando delle simmetrie forzate, si può mettere in parallelo con la scuola alessandrina, favorevole al ricorso all’allegoria e alla ricerca di misteri divini nascosti sotto la lettera umana, una scuola di Antiochia il cui primo rappresentante sarebbe non Paolo di Samosata, vescovo ed esattore delle finanze di Antiochia verso il 260, per il quale Cristo non era altro che un uomo superiore ai profeti ed unito alla Sapienza divina, bensì Luciano, sacerdote della città, morto martire nel 312. Attento anche lui alla critica testuale, egli fa una revisione del testo greco dell’Antico Testamento, ed ha come discepoli Ario ed Eusebio di Nicomedia. I legami intessuti tra «collucianisti» aiuteranno Ario a tener testa al suo vescovo Alessandro di Alessandria. Oggi, si fanno risalire i veri inizi della scuola di Antiochia a Diodoro di Tarso (330394), precursore che Giovanni Crisostomo (345407) non esitò a paragonare a Giovanni Battista. A suo volta Diodoro ebbe come discepoli Giovanni Bocca d’oro e Teodoro (350428), futuro vescovo di Mopsuestia. L’anno 428 segna anche la data della nomina di Nestorio a patriarca di Costantinopoli. La sua condanna da parte del concilio di Efeso nel 431 doveva segnare il declino della scuola di Antochia che aveva insistito sulla lettera della Scrittura tanto da sembrar a volte di negare l’unione della divinità e dell’umanità nel Cristo.
     Teodoreto di Ciro (393458), come Giovanni Crisostomo e tanti altri, ricevette quasi controvoglia l’ordinazione a vescovo di una diocesi isolata, situata a nord-est di Antiochia, in direzione dell’Eufrate. Egli la percorse con ardore per convertire i marcioniti, gli ariani, e gli eunomiani che vi trovava. La sua opera esegetica (trattati sull’Ottateuco e i libri storici; commentari sui Salmi, sul Cantico dei Cantici, su ciascuno dei profeti e ciascuna delle lettere di San Paolo) testimonia una mente chiara e ben costruita, nutrita dei princìpi della scuola di Antiochia e fedele all’insegnamento ricevuto. Opera ddal titolo originale e significativo, la Terapia dei morbi pagani vuole mostrare che la cultura pagana è malata di se stessa e aspetta una guarigione: «E come può credere chi non abbia prima espulso dalla sua mente i princìpi che erroneamente vi erano stati introdotti prima?» (affect. I,86).
     La pedagogia della fede trova la sua fonte negli stoici e soprattutto in Clemente di Alessandria: «Infatti, prima si deve credere, poi apprendere; una volta acquistata la conoscenza, si deve fare un proponimento e in conformità di questo si deve agire» (I,93). Questa azione è indispensabile, perché, per Teodoreto: «la conoscenza delle cose divine non basta per rendere perfetto colui che ne è giudicato degno: bisogna che la pratica del bene si unisca alla conoscenza; ciò che la radice è per l’albero, la conoscenza della verità è per le anime» (XII,5). Platone, in un testo del Teeteto (176 a-b) citato a partire da Clemente, invitava ad evadere da questo mondo assimilandosi a Dio nella misura del possibile. Teodoreto ha uno sguardo benevolo sul suo tempo e ha fiducia nella capacità di evoluzione della società in cui vive: «A causa di pittori incapaci, noi non condanniamo coloro che conoscono il proprio mestiere; per il fatto che ci sono degli scellerati, noi non odiamo le persone oneste» (XII,82). 
 
La testimonianza di Roma

Mentre l’Oriente forgiava gli strumenti necessari per una ricca pratica dell’esegesi, l’Occidente non lasciava cadere l’eredità di Tertulliano. Cipriano (v. 200258) ne ha raccontato la conversione nell’Ad Donatum, dove ha mostrato il suo passaggio da una «notte cieca» alla «luce della verità» e ci tenne a leggere ogni giorno una pagina di Tertulliano, suo «maestro». Come lui, egli avrebbe fatto opera di moralista, riflettendo sulla vita delle vergini consacrate (De habitu virginum), e di mistica, scrivendo anche lui un trattato sulla preghiera (De oratione dominica). Ma la sua elezione a vescovo di Cartagine nel 249 dà alla sua azione un eco maggiore perché dalla sua sede dipendono ora centocinquanta vescovi africani. La persecuzione di Decio (249251), che colpisce in quel tempo la Chiesa, pone la dolorosa questione della riconciliazione dei Lapsi, che avevano abiurato per paura dei supplizi. Difronte a spiriti divisi e pronti allo scisma, Cipriano ricorda in una formula celebre che «non può più avere Dio come Padre chi non ha la Chiesa come madre» (De unitate Ecclesiae catholicae). Egli sottolinea il posto unico della Chiesa romana «matrice e radice», e sostiene fermamente il Papa Cornelio, ben presto martire nel 253. È a Roma, infatti, che si trova il «seggio di Pietro», «la Chiesa principale, dalla quale ha avuto origine l’unità dei sacerdoti (episcopale)» (Lettere 59,14,1). Non esiste «che un solo Dio, un solo Cristo, una sola Chiesa, una sola cattedra fondata su Pietro dalla voce del Signore» (ep. 43,5,2).
    Con Cipriano prendono il loro slancio la teologia dell’episcopato e la teologia della penitenza. Ignazio di Antiochia aveva gettato le fondamenta della prima ed Erma quelle della seconda. La corrispondenza di Cipriano è eloquente sull’una e sull’altra. Egli scrive a Cornelio:

«Quando un simile vescovo…si vede combattuto da un manipolo di uomini disperati e perduti che si trovano fuori dalla Chiesa, è evidente chi lo combatta. Certamente non Cristo, che scegli e protegge i sacerdoti [vescovi], ma colui che, nemico di Cristo, e ostile alla sua Chiesa, persegue con la sua ostilità il capo della Chiesa proprio con lo scopo di procurare con più accanimento e con più violenza il naufragio della Chiesa stessa, dopo aver eliminato il nocchiero» (Ep. 59,6,2).

     Il dovere del vescovo consiste nel vegliare perché nessuno si allontani dalla Chiesa. La questione dei Lapsi deve essere trattata con fermezza e misericordia. Bisogna evitare di respingerli, se si pentono, altrimenti si provocherebbe la loro caduta definitiva:

«Nessuno trascini verso il basso con i suoi inganni quelli che vogliono rialzarsi. Nessuno mandi ancora più a fondo né schiacci quelli che si trovano in basso, per i quali noi chiediamo che siano risollevati dalle mani di Dio. […] Nessuno spenga del tutto la luce del cammino di salvezza a coloro che procedono incerti nel buoi della loro caduta [apostasia]» (Ep. 43,6,1).

     Cipriano rifiuta una chiesa di «puri» dalla moralità orgogliosa e sprezzante. Due secoli prima Agostino, che incontrerà le medesime difficoltà con i donatisti, egli evita alla chiesa di impegnarsi su una via senza uscita, come lo aveva evitato Ireneo nel suo tempo.
     Il suo atteggiamento contrasta con quello di Novaziano († v.258), brillante presbitero di Roma che aveva composto il primo De Trinitate della storia, un po» prima del 250, e che, deluso di non essere stato eletto al posto di Cornelio, si era fatto consacrare da tre vescovi della campagna, «ubriachi ed intontiti [da quanto avevano bevuto]», secondo la lettera di Cornelio a Fabio di Antiochia, citata da Eusebio di Cesarea (Storia Ecclesiastica VI,43,9). Novaziano, che aveva ancora dei seguaci a Costantinopoli verso il 430, voleva che con i Lapsi ci si mostrasse spietati. Egli scriveva a Cipriano: «Antica…è la nostra severità» (Ep. 30,2,2). Cercando di stabilire una gerarchia parallela, egli si sforza, così l’accusa Cipriano, «di gettare le nuove basi della sua dottrina…dopo “insegnamento di Dio, dopo l’uunità salda ed ovunque forte della Chiesa cattolica» (Ep. 55,24,1). Paciano, vescovo di Barcellona, alla fine del IV secolo († prima del 392), chiamerà i novaziani della sua epoca a praticare finalmente la carità: «Chi potrai convincere», scrive a Simproniano, uno di loro, «che, per aver ammesso dei penitenti, il popolo che li ha ammessi è diventato rinnegato?» (Contra Novarionos 3,4).
 
 
 
                                                
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Mercoledì, 25 Marzo 2015 00:00

I grandi alessandrini (parte 5)

Tertulliano è contemporaneo di uno scrittore dal fascino sottile e dal pensiero in continuo movimento: Clemente di Alessandria (150215). Discepolo del filosofo Panteno, egli doveva lasciare un segno durevole sul pensiero greco all’alba del III secolo. Erede di una cultura raffinata, in permanente ricerca d’armonia tra il paganesimo greco del tempo e il messaggio di Cristo, egli è testimone e attore di una lenta e feconda simbiosi. Tre grandi opere si distribuisco lungo la sua vita, come altrettante tappe di questo passaggio dal mondo greco al cristianesimo. Nel Protreptico, il cui titolo invita alla conversione (protrépein significa infatti «volgersi verso»), Clemente esorta vigorosamente i greci a rigettare la le superstizioni che caratterizzano le loro pratiche cultuali ispirate dalla mitologia e a volgersi verso la rivelazione che è giunta loro qualche secolo prima sulle coste del Mediterraneo. Il tono è a volte virulento, ma il pensiero sempre ricco e l’erudizione sempre esatta. Si tratta di strappare i greci, pur così intelligenti, all’errore grossolano del paganesimo ;«Ma io posso subito mostrarti che l’uomo è migliore di codesti dèi, cioè dei demoni, e che Ciro e Solone sono migliori di Apollo, il profeta» )prot. III,43,2). La religione dei greci è diventata un alienazione: «O voi che avete fatto violenza all’uomo e avete strappato con l’ignominia ciò che c’è di divino nella creatura» (IV,61,4).

     Solo la fedeltà a Cristo restituirà l’uomo a se stesso. E riprendendo l’immagine dalla fuga da questo mondo, già presente in Platone, Clemente invita a fuggire la tradizione greca come «un pericoloso promontorio o come la minaccia di Cariddi o le mitiche Sirene» (XII,118,1), e a prendere parte al coro degli angeli attorno a Dio che «non ha avuto nascita né avrà morte», altra citazione di Platone. La prosopopea finale fa dire a Gesù:«Vi offro in dono me stesso interamente. Questo sono io, questo vuole Dio, questa è la concordia, questa l’armonia del Padre, questo il Figlio, questo il Cristo, questo è il verbo di Dio, braccio del Signore, potenza dell’universo, volontà del Padre». (XII,120,34).
     Una volta che l’uomo si è volto verso il suo Creatore, bisogna istruirlo in buona e dovuta forma. Questo compito spetta a Cristo come ad vero e proprio maestro di scuola. I tre libri del Pedagogo, che costituiscono una miniera sulla vita quotidiana nell’Alessandria della fine del II secolo e dell’inizio del terzo, provvedono a questa formazione. Come dice Clemente, «il logos dunque è a ragione pedagogo, in quanto conduce noi fanciulli alla salvezza» (paed. I, 53, 3). La pedagogia divina «è l’indicazione del cammino diritto della verità in vista della contemplazione di Dio e l’indicazione di una santa condotta in una eterna perseveranza» (I, 54, 1). Il più difficile rimane comunque da fare. Bisogna portare alla conoscenza perfetta il cristiano che ha accettato di lasciarsi capovolgere e afferrare dal Cristo, senza sapere ancora come accordare la sua cultura profana e la sua vita nello Spirito. I sette libri degli Stromati sono lì per guidarlo per una strada ardua,  ma piena di gioiose scoperte. Il loro nome dice bene la loro forma: sono degli arazzi tessuti con cura, la cui tessitura, tuttavia, non appare al primo colpo d’occhio. Clemente è passato come maestro nell’arte di andare e venire da un argomento all’altro, di intrecciare le fila del suo ragionamento, facendole apparire e scomparire a suo piacimento. Così, egli forza il lettore a stare attento e sempre alla ricerca della verità, ad immagine di ciò che fanno le Sacre Scritture che «occultano il loro pensiero per molte ragioni» (Str. VI, 126). Per ammissione del loro stesso autore, gli Stromati «non mirano all’ordine né all’eleganza, giacché di proposito non vogliono essere «greci» nella forma espressiva: hanno disseminato le idee in modo da non farlo vedere e non secondo la loro più chiara evidenza, per rendere i lettori, se ce ne saranno, solerti e capaci di scoprirla da soli» (VII, 111, 3). 
     La verità va meritata: si crederebbe di leggere Sant’Anselmo, per il quale Dio è sempre più grande (semper maior) di quanto si era creduto. Alla scuola di teologia di Alessandria, il Didaskaleion, Clemente fu maestro di Origene (v. 185253) e lo iniziò agli arcani dell’esegesi. Il discepolo doveva superare il maestro, almeno per la sua produzione letteraria, visto che gli autori antichi gli attribuiscono, di volta in volta, ottocento opere (Girolamo), duemila (Eusebio di Cesarea) fino a seimila (Epifanio di Salamina).      Se gran parte di esse è oggi perduta, ne restano abbastanza per farsi un idea esatta dell’attività di questo teologo che, in ciascuna riga della Sacra Scrittura, scopre un aspetto del mistero di Dio. Il suo trattato I Princìpi espone i fondamentali della sua teoria: «Tre volte bisogna notare nella propria anima i concetti delle Sacre Scritture: così il semplice trova edificazione, per così dire nella carne della Scrittura […]; colui che ha poco progredito trova edificazione nell’anima della Scrittura; il perfetto [… trova] edificazione nella legge spirituale, che contiene l’ombra dei beni futuri.». (princ. IV, 2, 4)[Origine i Principi]. Corpo, anima e spirito: si riconosce la tripartizione dell’uomo di cui parla san Paolo nella sua Prima lettera ai Tessalonicesi (5, 23). Sulle orme dell’apostolo, che nella sua lettera ai Galati (4, 24) gettava anche le basi della spiegazione allegorica, e di Clemente Alessandrino, Origene distingue il senso letterale e il senso spirituale, storia e spirito, senso spirituale che peraltro può dividersi in due, senso morale e senso anagogico, o anche in tre, senso allegorico, morale e anagogico.
     
     Origene applica questi princìpi ermeneutici al testo biblico con una fecondità che gli permettono il suo genio e gli strumenti messi a sua disposizione da un ricco mecenate: sette o otto segretari si danno il cambio accanto a lui nello studio di Cesarea Marittima per redigere dietro sua dettatura i commentari, le omelie e gli scolii che gli ispira ciascuno dei libri dell’Antico e del Nuovo Testamento. Prima egli si è procurato di garantirsi un testo scritturale esatto, mediante un opera titanica, la costituzione degli Hexaplà, questa Bibbia in sei colonne che metteva l’uno accanto all’altro il testo ebraico, la sua traslitterazione in greco, il testo della Settanta e le tre traduzioni greche di Aquila, Simmaco e Teodozione. Obeli e asterischi segnalano in margine la presenza di parole greche assenti dall’ebraico e la presenza di parole ebraiche assenti dal greco. Per far meglio capire la sua opera esegetica, l’uomo d’acciaio, Adamantios, è il soprannome che gli darà san Girolamo, ci tiene a giustificare le proprie posizioni: il Perì archônTrattato dei prìncipi, gli permette successivamente di esporre i grandi temi di una dogmatica cristiana, alla quale si riferiranno spesso i secoli successivi, per il meglio e per il peggio. L’opera è stata spesso paragonata ad una «somma teologica», perché si apre sugli assiomi fondamentali del cristianesimo: Il Cristo è la verità; prima della sua incarnazione, egli si trovava in Mosè e nei profeti; essendo il suo insegnamento presentato a volte in modo contraddittorio da più di due secoli, bisogna sempre ritornare alla regola di fede, alla «verità, che in nessun punto si discosta dalla tradizione ecclesiastica ed apostolica» (princ, pref. 2), e non dimenticare mai che la rivelazione trasmessa dagli apostoli lascia libero il campo alla ricerca teologica destinata a dare meglio comprendere il loro insegnamento(pref. 3).
     Teologia e antropologia si richiamano a vicenda: Origene consacra lunghe pagine a studiare la natura dell’anima umana e la potenza della libertà. Egli sviluppa le sue teorie nel libro terzo che, più di un secolo dopo, Basilio di Cesarea e Gregorio di Nazianzo si faranno un dovere di ricopiare per trarne un antologia celebre, la Filocalia.
     Predicatore, esegeta e teologo, Origene doveva diventare anche controvertista: dietro richiesta del suo protettore Ambrogio, egli replicò al Discorso veritiero del pagano     Celso, smontando ciascuno dei suoi argomenti in una delle rare opere conservate integralmente in greco, il Contro Celso. Questa apologia in otto libri permette di farsi una buona idea di tutte le obiezioni rivolte al cristianesimo nel corso dei primi tre secoli. Lo scrittore è anche, e senza dubbio soprattutto, un uomo di preghiera ed un mistico. Lo testimoniano il suo Sulla preghiera e la sua Esortazione al martirio. Il primo offre soprattutto una serie di riflessioni teoriche e pratiche per mostrare la necessità di pregare e di dare i mezzi per farlo, prima di darsi ad una spiegazione sistematica del Padre Nostro; la seconda, scritta durante la persecuzione di Massimino nel 235, chiede ad Ambrogio di accogliere «con grande fervore le sofferenze di Cristo» e vede nei martiri «dei vincitori portati in trionfo, piuttosto che dei vinti».
     Uno dei numerosi discepoli di Origene, Gregorio il Taumaturgo, ha composto per il suo maestro un ringraziamento che traduce il debito di generazioni di studenti nei confronti di un maestro eccezionale: « Non già che si adoperasse a circuirci con le su parole, bensì a salvarci con accorta, generosa ed assai giovevole intenzione, e a renderci partecipi dei beni della filosofia […]. Era suo convincimento che dovessimo studiare filosofia [unicamente proibendoci i libri degli atei]  […] senza preferenza o preclusione nei riguardi di alcuna scuola o dottrina, sia greca che barbara, applicarsi a tutte» (pan. Or. 6, 81 [65]; 13, 151.[152].153 [81]). 
     La posterità doveva avere un giudizio più sfumato sull’Alessandrino. Se tutti i vescovi di Alessandria sostengono dopo di lui la «scuola di Alessandria» e vengono spesso eletti dopo averla diretta, il successo che egli incontra durante la vita e dopo la morte gli procura anche delle grandi gelosie. Vescovo di Olimpia in Asia Minore nella seconda metà del III secolo, Metodio, autore di un Convivio cristiano sul tipo di quello di Platone, critica in un trattato perduto, l’Aglaophôn o Sulla risurrezione, le posizioni di Origene sulla preesistenza delle anime e sulla resurrezione in un corpo spirituale. Meno di un secolo dopo, la critica contro di lui viene ripresa e fortemente amplificata nel Panárion di Epifanio di Salamina (315403). Girolamo (345420), che aveva tradotto numerose omelie origeniane, nel 395 si lascia convincere dall’eterodossia del suo antico modello. È l’inizio di una lunga crisi che oppone origenisti e anti-origenisti, crisi che si placherà un poco nel corso del V secolo e riprenderà con violenza nella prima metà del sesto, per sfociare nell’anatema pronunciato dal secondo Concilio di Costantinopoli nel 553.
 
 
 
                                                
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Mercoledì, 25 Marzo 2015 00:00

L'entrata in scena dei Latini (parte 4)

Da due secoli la teologia era stata elaborata in greco. Con Tertulliano (v.160220) si assiste per la prima volta alla elaborazione di un pensiero cristiano nella lingua di Cicerone e di Sallustio, anche se è vero che il primo testo cristiano scritto in latino pare sia quello degli Atti dei martiri scillitani, che risale all’anno 180. Scilli è una città dell’Africa proconsolare, a nord dell’attuale Tunisia. Ed è proprio là, a Cartagine, che è nato del vissuto Tertulliano, figlio di un centurione romano, retore di formazione e convertito ad una fede ardente focoso. Un primo periodo della sua vita (197206), che corrisponde alla sua maggiore fecondità letteraria, gli permette di praticare i generi più diversi, dall’Apologetico già menzionato, al trattato contro giudei (Adversus judaeos), passando per i trattati sulla preghiera (De oratione), sugli spettacoli (De spectaculis), sulla testimonianza data dall’anima alla ragione (De testimonio animae), la pazienza (De patientia), il battesimo (De baptismo), l’acconciatura delle donne (De cultu feminarum), senza dimenticare le opere di controversia, come il De presciptione haereticorum o l’Adversus Hermogenem.
     La riflessione teologica si arricchisce di un ricorso alle pratiche del foro: Tertulliano, lungi dal rinnegare le sue origini, riprende una tecnica che gli era familiare e nega gli eretici il diritto di invocare le Scritture a sostegno delle loro teorie. C’è prescrizione: il termine entro il quale gli si potevano ricorrere alla Scrittura è scaduto, e solo le chiese sono autorizzate ad allegarle, perché esseri possiedono da più tempo che loro. La regola di fede è riaffermata con forza contro le posizioni gnostiche già messi in difficoltà da Ireneo, ma ancora presenti in un Marcione o un Valentino. Nel corso di un secondo periodo della sua vita (206212), Tertulliano ostenta una reale simpatia per le idee le pratiche ascetiche di Montano, sacerdote frigio che finirà per cadere nella follia e considerarsi come organo dello Spirito Santo. Sulle sue orme, Tertulliano rimprovera cristiani la loro tiepidezza e denuncia la loro complicità con lo spirito del mondo. Così egli chiede insistentemente alle vergini di velarsi non appena diventano adulte. È questione di verità, non di costume. Dare lo spettacolo di una vergine senza velo «significa [farla sentire] praticamente svergognata» (virg. vel. 7 [III,4]). In effetti, «la legge che impone di portare il velo [lex velaminis] entrerà in vigore a partire da quell’età dopo la quale le figlie degli uomini [potranno suscitare il desiderio e sarebbero mature per il matrimonio]. Le ragazze infatti cessano di essere vergini a partire dal giorno in cui possono non esserlo più» (11,2).
     Questo palese rigorismo non impedisce all’autore di darsi ad una descrizione molto bella del focolare cristiano. A poco a poco viene elaborata una teologia del matrimonio, di cui due secoli di cristianesimo hanno permesso la fioritura della crescita. Alla sua sposa, che un giorno potrà essere vedova, Tertulliano chiede di non risposarsi. Il motivo è semplice, e bisogna anzitutto escludere una falsa spiegazione: «non credere che, nell’esortarti fin da adesso a conservare il tuo stato di vedovanza, il mio fine sia quello di riservarmi la totale assoluta proprietà del tuo corpo [perché io mi tormenterei al pensiero di essere un giorno sprezzato]» (uxor. I, 1,6). In effetti il vero motivo è il seguente:
     «È necessario che ci tragga via dal mondo colui che c’ha fatto entrare. Dunque, morto il marito per volontà di Dio, anche il tuo matrimonio muore per volontà di Dio. Perché allora vuoi tu ristabilire quello che Dio ha posto fine?[…]sei vincolato, dice la Scrittura, dal matrimonio: non cercare di esserne liberato; sei libero dal matrimonio: non cercare di esserne vincolato» (I, 7,2).
 
tutta la riflessione termina con un elogio molto bello del focolare cristiano unito:
 
«Che unione quella di due fedeli, uniti da una stessa speranza […] da un unico modo di vita, dallo stesso servizio! Entrambi fratelli, entrambi compagni di servitù [al servizio di un unico Signore]; nessuna distinzione nello spirito o nella carne, ma veramente due in una carne sola. E dov’è una carne sola, è anche un solo spirito: pregano insieme, insieme meditano, insieme affrontano i digiuni, si ammaestrano reciprocamente, reciprocamente si esortano, reciprocamente si sostengono. Sono entrambi pari davanti alla Chiesa di Dio, pari al banchetto del Signore […]» (II, 8, 78).
 
Numerosi sono gli ambiti che attirano l’interesse del teologo: in questo periodo semi-montanista, Tertulliano tratta non solo del velo delle vergini, ma anche della carne di Cristo (De carne Christi), della resurrezione della carne (De resurrectione carnis), dell’anima (De anima), del pallio che ormai egli porta (De pallio), della liceità di ricevere una corona di soldato (De corona), dell’idolatria (De idololatria) o della castità da praticare (De exhortatione castitatis). Ovunque, egli ci tiene a ricordare ai cristiani loro doveri in materia di fede o di morale. Un’attenzione tutta particolare è rivolta la purezza della dottrina trasmessa. È per questo che attacca Marcione (Adversus Marcionem) e dedica cinque libri a confutare le tesi di questo «lupo» il quale ha immaginato che all’origine dell’esistenza del mondo ci fossero due dei, uno buono, autore del bene, e uno malvagio, autore del male. La bellezza della creazione che si manifesta in ogni momento, nelle creature più piccole, mostra egli a volte anche con lirismo: «Un solo fiore delle siepi, io credo, non dico dei prati, una sola conchiglietta di un mare, non dico del mar Rosso, una sola piccola penna del gallo, non parlo del pavone, si manifesteranno nel creatore un meschino artefice?» (adv. Marc. I, 13,5). Oltre che moralista, Tertulliano è anche teologo e costruisce nell’Adversus Praxeam una teologia trinitaria che ispirerà più di un Padre a seguirlo. Egli distingue Dio in tre persone che hanno un’unica essenza. Nel Cristo, discerne già la presenza di due nature secondo formule che i concili dei secoli successivi non rinnegheranno.
 
 
 
 
                                                
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Mercoledì, 25 Marzo 2015 00:00

La prima grande sintesi (parte 3)

Un buon numero delle opere dei primi due secoli (citate nel post precedente) sono giunte a noi solo nello stato di frammenti o restano di dimensione assai modeste. In compenso con Ireneo di Lione (140202), ci troviamo per la prima volta di fronte ad un impresa particolarmente voluminosa, impressionante se si tiene presente che, a partire dal 177, il suo autore è anche vescovo di Lione. della maggior parte delle opere restano soli titoli (Sulla monarchia, Sulla ogdoade, Sullo scisma, Lettera a Papa Vittore sulla Pasqua, Sulla conoscenza); solo Contro le eresie e, l’Esposizione della predicazione apostolica ci sono state trasmesse integralmente. L’Esposizione, riscoperta agli inizi del XX secolo, dopo quindici secoli di oblio, si propone di esporre al suo lettore «le linee fondamentali del corpo della verità» ‚(EpideixisAntico catechismo degli adulti)  onde consolidare la sua Fede, per mezzo di una «serie di annotazioni sui  punti fondamentali» (ibidem). Così facendo, si confonderanno «coloro che coltivano false opinioni» (ibidem), e si giungerà alla salvezza. Va quindi ricercata la purezza della dottrina: Ireneo scrive in un’epoca in cui si fortemente diffusa la gnosi, mettendo in grave pericolo la diffusione del Vangelo. Questa gnosi «con nome falso», come egli aveva detto nell’Adversus haereses, intende far accedere alla salvezza mediante una conoscenza riservata a un piccolo numero di spirituali, esattamente all’opposto del messaggio universale di Cristo. Essa si affida a speculazioni che alla fine rendono inutile il ricorso al testo della Bibbia e allontanano i semplici, giudicati troppo grossolani per aver parte alle rivelazioni ultime. Ireneo insorge contro questo travestimento dell’azione di Cristo e decide di ridire la «regola della fede» indispensabile a chi vuole accedere alla verità divina.
 
     Egli comincia con il richiamare il mistero trinitario, fondamento di ogni confessione di fede: Dio è padre, increato, impossibile da contenere, invisibile, unico, creatore dell’universo. Il Figlio suo, il suo Verbo, è apparso ai profeti «secondo il disegno della loro profezie e secondo il modo predisposto dal Padre» (ibidem). Viene così affermata l’unità indissolubile dei due testamenti. A tutto questo è soggiacente la nozione di genere letterario e, pertanto, la dottrina dei sensi della Scrittura di cui Origene farà più tardi la teoria. Alla fine dei tempi, il Figlio di Dio si è fatto uomo per «ricapitolare tutte le cose». Questo grande tema ireneano della recapitulatio ha percorso tutta la sua opera. Nulla sfugge al Cristo incarnato tenuto per riportare l’umanità a Dio suo Padre. Non esiste dunque un Dio creatore del bene è un Dio autore del male, come amavano affermare gli gnostici. La creazione è buona e il suo scopo è la «comunione» di Dio e dell’uomo. Terza persona di quella che Ireneo non chiama ancora la «Trinità», lo Spirito Santo «è stato diffuso in modo nuovo sull’umanità per tutta la terra rinnovando l’uomo per Dio». Il Figlio «dispensa come ministro lo Spirito a chi vuole e come il padre vuole» (Epideixis 67).

     L’esposizione della fede cristiana è seguita da una «dimostrazione» che allega come prove delle affermazioni fatte fin lì, alcune citazioni scritturali scelte con cura. In effetti, «il Verbo di Dio che, sempre presente al genere umano, anticipava la conoscenza delle cose future e istruiva gli uomini sulle cose di Dio». La storia costituisce un tutto coerente, unificato dal Creatore e dal Redentore. Gli avvenimenti del passato sono la «ripetizione», nel senso di ripetizione teatrale, di quelli del presente, in quanto «il Verbo di Dio prefigurava quello che poi sarebbe accaduto» mentre ora è in verità che egli agisce. L’atteggiamento chiesto al cristiano e dunque di «credere in Cristo e di chiedere a Dio sapienza e intelligenza per comprendere quanto fu detto dai profeti». Così egli potrà beneficiare pienamente dell’azione del suo Salvatore che è venuto sulla terra «congiungendo e unendo lo Spirito di Dio Padre con il corpo plasmato da Dio, così che diventasse uomo ad immagine e rassomiglianza di Dio».

 
    Il racconto della Genesi non riguarda quindi solo il passato; esso annuncia il futuro permesso dall’incarnazione. La teologia di Ireneo mette in viva luce l’unità del disegno creatore. Proprio nel nome di questa unità, il vescovo di Lione ingaggia con gli gnostici un’aspra battaglia nell’Adversus haereses. Il sottotitolo di questa lunga opera in cinque volumi dice il suo argomento: si tratta di una Ricerca e rovesciamento della pretesa, ma falsa, gnosi. L’avversario deve essere conosciuto prima di essere combattuto. È per questo che un primo libro presenta con forza le teorie elaborate dai grandi gnostici del secolo, in particolare Tolomeo e Valentino. Dalla «grande esposizione» che apre tutta l’opera e costituisce d’ora in poi la fonte maggiore di informazione sui sistemi descritti, il lettore viene a sapere come si prodotta la genesi dei trenta eoni che costituiscono il «pleroma» originale. Dall» «Eone» perfetto e anteriore a tutto che ha nome «Pre-Principio», «Pro-Padre» e » Abisso», si passa attraverso una successione di emissioni e di accoppiamenti con delle compagne di «syzighìa/sizigia», letteralmente «congiunzione o sottomesse allo stesso giogo», per sfociare alla costituzione di una sorta di famiglia celeste di 30 membri che corrispondono i 12 nomi di Býthios («Abisso»), Mýxis («Mescolanza»), Aghēratos («Eternamente giovane»), Hénōsis («Unione»), Autophyēs («Nato da se stesso»), Edonē («Piacere»), Akínētos («Immobile»), Sýnkrasis («Mescolanza»), Monoghenēs («Unico generato»), Makaría («Beata»), Paráklētos («Consolatore»), Pístis («Fede»), Patrikòs («Paterno»), Elpís («Speranza») e Agápē («Amore»), tra gli altri. Questi «essere avvolti nel silenzio» hanno una vita propria che soltanto uomini scelti potranno raggiungere in un avvenire migliore, a condizione di far parte della classe degli «spirituali» (pneumatikoi), che sono il sale della terra e la luce del mondo. Viene lasciato una speranza a coloro che sono semplicemente «psichici» (psychikoi) e che debbono ancora disfarsi di un attaccamento terreno, materiale. In compenso, l’avvenire molto cupo per gli esseri «ilici» (hylikoi) o «di terra» (choikoi), irrimediabilmente destinati alla corruzione e alla perdizione finale.
 
     A dire il vero, Ireneo mostra come non si debba parlare di sistema agnostico al singolare, bensì al plurale. Se la verità è una, l’errore è legione, e l’autore non esita del resto fare dell’ironia: «Niente impedisce che anche un altro su questo stesso argomento stabilisca così i nomi: c’è un Pre-Principio regale, Pre-Inintelleggibile, Pre-Anipostatico, e che si svolge su se stesso. Colui esiste una potenza, che io chiamo zucca [cucurbitacea]» (haer. I, 11, 4). Grazie all’Adversus Haereses sono state conservate notizie preziose sugli antenati dei valentiniani: Simon Mago, Meneandro, Saturnino, Basilide, Carpocrate, Cerinto, Cerdone e Marcione. Di fronte per l’abbondanza di uomini di idee, Ireneo insiste sull’unità della fede della Chiesa che, benché disperse nel mondo intero fino all’estremità della terra, conserva con cura la predicazione la fede degli apostoli come abitando «una sola casa; allo stesso modo crede in queste verità, come se avesse una sola anima e lo stesso cuore; in pieno accordo con queste verità proclama, insegna trasmette, come se avesse una sola bocca»(I, 10,2).

     Aver smascherato gli errori, è già averli vinti. Rimane da confutarli e poi esporre positivamente il contenuto della fede cristiana. Sarà l’argomento del secondo libro e dei successivi. Ciascun punto dei sistemi gnostici viene discusso, per arrivare alla conclusione che non esiste che un solo Dio creatore dall’esistenza saldamente stabilita: «infatti la creazione stessa mostra colui che l’ha creata, l’opera stessa fa venire in mente colui che l’ha fatta e il mondo manifesta colui che l’ha organizzato» (II,9,1). Un solo Dio e Padre contiene tutte le cose e dà a tutte l’esistenza (II,35,3). Questo punto di arrivo della dimostrazione merita tuttavia una conferma dalle Scritture, al banchiere nero si dà nel corso dei libri III, IV e V. Lo fa con metodo, raggruppando nel libro terzo le prove scritturali dell’unicità del vero Dio, per mezzo di citazioni scelte prima da ciascuno dei quattro evangelisti, poi dagli altri apostoli. Proseguendo, egli sollecita le stesse fonti a mostrare che il Figlio di Dio si è veramente fatto uomo e che è nato da una vergine, ricapitolando così in se stesso «l’opera modellata all’inizio», vale a dire Adamo (III, 21,910). Passando allora le parole stesse poi alle parabole del Cristo, e li mette in evidenza, nel libro IV, che le une e le altre sono anch’esse prova dell’unicità del Dio creatore. Infine, torna sull’idea iniziale della salvezza, che gli gnostici volevano far dipendere dall’assimilazione delle loro teorie, e mostra che la sacra Scrittura, e in particolare San Paolo, annuncia la resurrezione dei morti per ogni essere umano senza distinzione. Il libro V può terminare, con l’Esposizione della predicazione apostolica, sulla visione del Verbo di Dio sceso verso la creatura e da essa percepito, prima che «a sua volta la creatura accolga il Verbo e salga lui oltrepassando gli angeli e divenendo ad immagine e somiglianza di Dio» (V, 36,3).
 
 
                                                
Pubblicato in Storia della Teologia
Sabato, 29 Novembre 2014 00:00

Le origini (parte 1)

 Le origini

 
Nella costituzione Dei Verbum (novembre 1965) del Concilio Vaticano II, si trova una formula che ha tutte le caratteristiche poetiche dell’evidenza : «lo studio della sacra pagina sia dunque come l’anima della sacra teologia» (§ 24). Anima della teologia, la Bibbia riceverebbe quindi, secondo la sua specifica natura, come il sigillo della sua necessità, una necessità unica ed esclusiva quanto all’animazione di ciò che è e deve essere la teologia. 
    Non è la sede questa per soffermarci sul rapporto tra Bibbia e Teologia, ci basti ora conoscere e sapere che in origine non fu così diretto come l’evidenza di oggi ci farebbe pensare. Questa consacrazione del rapporto privilegiato tra una Bibbia «animatrice» e una teologia che ne dipenderebbe, come la vita del corpo dipende dall’anima, è affermazione recente, diciamo in un testo datato 18 novembre 1965. Senza dubbio, una simile formulazione può richiamarsi a questa o a quella espressione del passato; ma anche così, noi siamo ancora in momenti tardivi, e cioè nella Chiesa cattolica, all’epoca dei pontificati e dei testi di Leone XIII e di Benedetto XV, vale a dire l’ultimissimo tratto del 19º e il primo quarto del 20º secolo.
Il ruolo della Bibbia in questa storia chiede che innanzitutto esaminate un certo numero di implicazioni che scaturiscono da un’antica origine e da una lunga durata, ma anche di concetti e pratiche che non si riducono a questa antichità e a questa durata. Ecco perché, questi scritti non tratteranno del rapporto diretto tra Bibbia e Teologia bensì sul dato teologico già acquisito, elaborato, frutto di quel processo che radicato nelle Sacre Scritture ne vole estrapolare tutti i sensi reconditi e approfondirne tutti i livelli interpretativi.
    È certo semplicistica ma dovuta l’affermazione che la Teologia si occupi delle «cose di Dio», anche se poi nei secoli è divenuta una disciplina articolata e complessa. 
Partiamo con la Teologia Patristica.
Con l’espressione «teologia patristica» si intende quella parte della teologia che tratta dell’insegnamento dei Padri della Chiesa. I «Padri» sono gli scrittori dell’antichità cristiana, papi, vescovi, sacerdoti o laici che, da San Clemente di Roma a sant’Isidoro di Siviglia (560636) in Occidente e a San Giovanni Damasceno (675749) in oriente, hanno cercato, secondo la bella formula di Eusebio di Cesarea (260339), di essere degli «ambasciatori della parola divina» (Historia Ecclesiae I, 1,1, [vol. 1,46]. Essi si caratterizzano per l’ortodossia delle loro dottrine, come dice San Girolamo, il quale riserva il semplice nome di «scrittore ecclesiastico» a coloro dei quali la Chiesa non ha riconosciuto l’insegnamento come facente parte del suo patrimonio. Dei Padri, la Chiesa latina ne riconosce otto come «dottori» particolarmente eminenti; sono i santi latine Ambrogio (339397), Girolamo (347420), Agostino (354430) e Gregorio Magno (540604), nonché i santi greci Atanasio (295373), Basilio (329379), Gregorio di Nazianzo (329390) e Giovanni Crisostomo (344407).
     Gli specialisti distinguono a volte la patrologia titolo di un’opera del teologo luterano Johann Gerhard (15821637) pubblicata dopo la sua morte nel 1653, e la patristica : la prima studia la vita le opere dei Padri, mentre la seconda si limita lo studio del loro pensiero che costituisce una delle parti della teologia. C’è da aggiungere che, per alcuni, il periodo dei Padri si prolunga fino a San Bernardo di Chiaravalle (10911153) in Occidente, e fino alla caduta di Costantinopoli (1453) in oriente. Quest’ultimo periodo, dalla morte di S. Giovanni Damasceno (749) alla fine dell’impero Romano d’oriente, risponde meglio, pensiamo noi, al nome di «teologia bizantina», la quale inizia realtà con Bisanzio, come vedremo in seguito.
 
     Il primo testo patristico, la Didachè ton apostolon, o insegnamento degli apostoli, è nato da padre ignoto. La sua composizione risale verosimilmente la seconda metà del I secolo d.C. Esso si presenta come un manuale di vita cristiana che pone l’uomo di fronte alla scelta fondamentale: vuole vivere o morire? L’analogia di questo procedimento con la dottrina delle due vie, famiglia dal giudaismo antico a partire dal Deuteronomio (30,15) è evidente. E non lo è meno il realismo dell’autore: «Se potrei portare tutto il gioco del Signore, sarà il perfetto; se non che possibile fa quello che puoi» (Did. VI,2). La vita liturgica si organizzano i suoi precetti si precisa: «… Così battezzate: dopo ogni premessa, nell’acqua viva battezzate… Se non hai acqua viva, battezza in altra acqua»(VII,12). Il battesimo, il primo dei sacramenti, permette di partecipare all’eucarestia, azione di grazia «per la vita la conoscenza[a noi rivelate]per mezzo di Gesù[Cristo]» (IX, 3[34s]), destinata a radunare la Chiesa «dai confini della terra» (IX, 4[35]). La frazione del pane dovrà essere celebrata «nel giorno del Signore» (XIV, 1[ 38]). Dei capi, «vescovi e diaconi degni del Signore» (XV, 1[38]), dirigeranno le comunità nascenti. Il testo termina con un appello alla vigilanza Chiesa stimolare l’attesa del ritorno di Cristo alla fine dei tempi. Bisognerà riuscire a raddoppiare gli sforzi perché «negli ultimi giorni… l’amore si muterà in odio» (XVI, 3[39]).
     Confessione trinitaria, vita morale, pratica sacramentale, escatologia, tutte le componenti dei trattati di teologia sono presenti in germe in quest’opera che segue direttamente il Nuovo Testamento e lo cita di frequente, spetterà ai secoli successivi sviluppare ciascuno di questi elementi, per tentare di avvicinare al mistero di Dio e di fare in verità della teo-logia. Contrariamente a questo anonimato, il primo nome di autore conosciuto è quello di un vescovo di Roma, successore di San Pietro il Papa Clemente I (92101). La sua lettera ai Corinti, scritta per stabilire la pace in una comunità diversa, è un atto di tutta «la Chiesa di Dio che è a Roma». Essa esorta i Corinti a praticare la carità, la penitenza, l’obbedienza, la pietà, l’ospitalità e l’umiltà; affronta quindi «tutti i punti che riguardano la fede, la penitenza, la vera carità, la continenza, la saggezza e la pazienza» (1 Clem. LXII,2). La gelosia, motore dell’azione umana, dopo l’uccisione di Abele per mano di Caino, deve essere bandita se si vuole giungere all’armonia voluta da Dio. Se l’uomo accetta di agire secondo la ragione che ha ricevuto, la chiesa può diventare il simbolo della presenza del Dio di pace tra gli uomini: «Perché strappiamo e laceriamo le membra di Cristo e insorgiamo contro il nostro capo…?» (XLVI,7). Non è mai troppo tardi per ascoltare la voce della Sapienza, perché «è meglio per voi essere trovati piccoli e ritenuti nel gregge di Cristo, che avere apparenza di grandezza ed essere rigettati dalla sua speranza»(LVII, 2).
     La gerarchia ecclesiastica è a servizio della crescita del corpo intero della chiesa: vescovi, presbiteri e diaconi si succederanno d’ora in poi ininterrottamente ed è nei loro ranghi, ma non esclusivamente, che si incontreranno i «Padri della Chiesa». Se il primo autore conosciuto è un papa, il secondo è un vescovo, Ignazio di Antiochia, morto martire a Roma, divorato dalle belve sotto il regno di Traiano, verso il 107. Sette lettere inviate da lui a delle giovani comunità cristiane e al vescovo Policarpo di Smirne testimoniano la vitalità del cristianesimo nascente. Gli abitanti di Roma, Efeso, Magnesia, di Filadelfia, di Tralli e di Smirne ricevono da lui l’ordine di non fare nulla per tentare di evitargli la morte: «Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio» (Rom. IV,1). Questa fiducia assoluta nella vita eterna è radicata nelle promesse di Cristo e nella certezza che il mondo visibile è immagine e anticipazione del mondo invisibile. Di conseguenza, la chiesa della terra è una prefigurazione della beatitudine celeste; essa è necessaria per portare l’uomo a scoprire il vero senso della vita: «Come Gesù Cristo segue il Padre, seguite tutti il vescovo e i presbiteri come gli apostoli». Per la prima volta nella storia appare l’espressione «Chiesa Cattolica»: «Là dove c’è Gesù Cristo ivi è la chiesa cattolica» (Smyrn. VIII,12), quella che è «sparsa per la terra», come preciserà, una generazione dopo, il testo del Martirio di Policarpo (mart. Polyc. VIII, 1). La persona del vescovo acquisisce il suo statuto definitivo :«È bello riconoscere Dio e il vescovo…Chi compie qualche cosa nascosto dal vescovo serve il diavolo». (Smyrn. IX, 1).
     Se i sacramenti del battesimo, dell’eucarestia e dell’ordine vengono presentati decisamente nelle grandi linee, quello della penitenza verrà presentato alcuni anni dopo, con il Pastore di Erma. Fratello del Papa Pio I (140155), Erma è verosimilmente il primo uomo sposato, sacerdote o laico(?) a cui si debba un contributo di qualità all’elaborazione del pensiero teologico della chiesa. Cinque «visioni», dodici «precetti» e dieci «parabole» o «similitudini» compongono quest’opera il cui genere letterario rientra nell’apocalisse, discorso di rivelazione per un tempo di persecuzione. E si tratta propro di una persecuzione, durante la quale i figli di Erma hanno denunciato il loro padre e provocato la rovina. E tuttavia, se i figli della vittima «si pentiranno di tutto cuore, sanno scritti nel libro della vita con i santi» (Past. Herm. III, 2). Anche in questo, dovranno fare uso della ragione: «il pentirsi…è una grande saggezza. Infatti, chi ha peccato comprende di aver fatto il male davanti al Signore»(VIII,1). Opera che formicola di intuizioni e di spiegazioni simboliche, di sviluppi originali sulla morale coniugale e di numerose allusioni all’angelologia del tempo. Il Pastore fino al termine del II secolo fu considerato da molti come ispirato allo stesso titolo degli scritti del Nuovo Testamento.
 
La difesa degli apologisti
Clemente di Roma, Ignazio di Antiochia e Policarpo di Smirne sono morti tutti e tre martiri. Il cristianesimo viene visto come un attentato nefasto al politeismo diffuso e il suo culto del Dio unico come una provocazione nei confronti degli imperatori, ai quali i cristiani si rifiutano di offrire sacrifici. Molti di essi decidono di esporre allo stesso imperatore i motivi per i quali credono, al fine di mostrare che lo stato non ha nulla da temere da loro, anzi al contrario: è l’epoca dei Padri apologisti, o apologeti, i quali, ricorrendo ora al richiamo della ragione ora alla derisione, mettono in evidenza la superiorità della Rivelazione cristiana sugli dèi dell’Olimpo, da Quadrato ad Aristone di Pella, passando per Aristide, Giustino, Taziano, Atenagora, Milziade, Teofilo di Antiochia, Apollinare, Melitone di Sardi ed Ermia, per non citare che i  più noti. Uno scritto anonimo Lettera a Diogneto, gode tra loro di un particolare risalto, perché determina il posto dei cristiani nel mondo con una maestria ineguagliata:«Com’è l’anima nel corpo», afferma, «così nel mondo sono cristiani» (Diogn. VI, 1). Per giungere ad una tale conclusione, l’autore ricorre ad una struttura frequente nelle apologie: una prima parte comincia con il confutare gli errori del paganesimo fustigando l’idolatria, i sacrifici sanguinosi dei pagani nonché il ritualismo dei giudei, mentre una seconda parte espone in positivo l’essenziale del mistero cristiano.
     All’imperatore Adriano, Aristide spiega verso il 124125 che l’umanità è composta di diversi tipi di abitanti, i quali si sono smarriti in quanto hanno identificato Dio con uno degli elementi naturali. Caldei, greci ed egizi «sono stati istitutori maestri per le altre nazioni del culto e dell’adorazione degli dèi dai molti nomi» (apol. II, 2). La confusione della creatura e del Creatore li ha immersi nell’errore. La mitologia greca risulta particolarmente ridicola e contraddittoria, un tratto che gli apologisti rivelano spesso, critici verso la religione popolare come verso le elaborazioni scientifico-filosofiche (ERMIASatira dei filosofi profani), mentre gli egizi hanno introdotto come «dèi animali bruti terrestri e marini, piante e germogli»(XII, 1). I giudei, a motivo del loro rifiuto del Figlio di Dio, vengono dichiarati «quasi alla pari» (paromoioi) dei pagani (XIV,4). All’inizio della sua opera Aristide ricorda all’imperatore che «è Dio colui che tutto a creato e governa, senza principio ed eterno, immortale e privo di bisogno» (I, 34). Alla fine, egli completa questi attributi che il filosofo pagano poteva ammettere, con un evocazione del Cristo «Figlio Unigenito e dello Spirito Santo», e precisa che «la santa scrittura del vangelo» è fonte di verità su di lui (XV,1; II,9).
     Una generazione dopo, Giustino (100165) si rivolge anche lui all’imperatore, Antonino Pio, figlio adottivo di Adriano, e ai figli di lui, Marco Aurelio e Lucio Vero. Figlio di un padre dal nome latino e nipote di un nonno dal nome greco, ambedue abitanti in una provincia dalla tradizione composita, la Samaria, Giustino è particolarmente sensibile alla presenza del logos divino nel complesso dell’universo. Di formazione filosofica, egli ha cercato a lungo la verità e il prologo del suo Dialogo con Trifone descrive le diverse tappe di una ricerca che lo fa passare successivamente dallo stoicismo all’aristotelismo, poi al pitagorismo, al platonismo e infine al cristianesimo. Una volta convertito, egli non rinnega le proprie origini e continua a portare il mantello dei filosofi, il che traduce, su un piano personale, il suo riconoscimento dell’unità del disegno di Dio sull’universo intero.
     Riportata recentemente alla sua integrità originale, L’Apologia di Giustino obbedisce alle regole del genere e comincia con il confutare le accuse ormai tradizionali che vengono rivolte ai cristiani. L’opera mostra come il loro semplice nome non sia sufficiente a dimostrare la loro colpevolezza; confuta la loro qualificazione di atei, perché essi credono che Dio, creatore di tutte le cose, non ha bisogno di nulla e costituisce la più alta ricompensa per l’uomo virtuoso; li scagiona quindi da ogni sospetto di mancanza di senso civico e mostra in essi «degli alleati e collaboratori in vista della pace» (apol. I, 12, 1).
     Proseguendo, l’opera espone la dottrina cristiana, della quale mette in evidenza la superiorità e la razionalità rispetto alle idee dei pagani. Come, contro ogni aspettativa, un minuscolo seme sfocia nella generazione di un essere umano, così i morti possono risorgere «È meglio credere a ciò che è impossibile alla nostra natura e agli uomini, piuttosto che non credere come fanno gli altri» (I,19,6). Questa fede è il frutto dell’insegnamento del Maestro supremo, il Cristo, che dice sempre il vero. D’altronde, la veracità dell sue parole è rafforzata dalla somiglianza della sua vita con quella di Hermes, di Perseo, o di Asclepio (I, 22, 2.56). L’argomento potrebbe sorprendere ma, se Giustino chiede ai suoi lettori di accettare le sue spiegazioni, non è perché esse sono in linea con la mitologia greca-romana: è «perché si tratta della verità» (I, 23, 1).
     Il logos non può dire altro che il vero e agire bene. Nel passato, ha ispirato anche i pagani, ai quali si è parzialmente comunicato. Non soltanto i loro filosofi hanno ricevuto dai profeti la fede in un Dio creatore, non essendosi privato Platone di prendere dei prestiti da Mosè (I, 5960), ma si può anche dire che Socrate ha parzialmente (apò merus) conosciuto il Cristo in quanto logos «presente in ogni uomo (II, 10, 8). Giustino equipara Gesù Cristo e il «logos seminale» al quale partecipa ogni essere umano (II, 8, 1). Sulla superficie della terra non si dà essere umano che non abbia ricevuto i semi del Verbo, i semina Verbi! Questa unità fondamentale del genere umano non rende soltanto crudele ogni idea di persecuzione di esseri innocenti e di buoni cittadini di esseri innocenti e di buoni cittadini. Essa ne mostra l’assurdità profonda e il lato di autodistruzione. Di passaggio, viene fatta giustizia delle accuse abituali di antropofagia e, al contrario, il filosofo passato al Cristo descrive, con precisione ancora maggiore che nella Didachè, la celebrazione dell’eucarestia così come poteva essere fatta nella Roma degli anni 160 (I,6567). Si noterà in particolare che viene espressa l’idea di una somiglianza con il culto di Mitra, ma l’autore non vuole vedervi altro altro che una parodia dei misteri cristiani da parte dei “cattivi demoni” (I, 66, 4). Quello che importa è mostrare all’imperatore l’innocuità e il valore di una celebrazioneche permette di consumare un cibo «divenuto eucarestia grazie alla preghiera» venuto dal Cristo «per assimilazione» (I, 66, 2).
     Atenagora di Atene con la sua Supplica per i cristiani, Taziano con il suo Discorso ai greci, Tertualliano, la cui Apologetica è scritta in latino, mentre tutte le altre sono scritte in greco, contrassegnano l’ultimo quarto del II secolo, alla vigilia della grande persecuzione di Settimio Severo. 
Ed è ben di teologia che essi trattano, e non della semplice difesa dei fedeli vittime dell’ostilità del potere locale. Atenagora, nel 177, presenta una riflessione elaborata  su Dio «unico, increato, eterno, invisibile, impassibile, incomprensibile, immenso, che può essere contemplato solo dalla mente e dalla ragione, circonfuso di luce, di bellezza, di spirito e di potenza ineffabile» (leg. 10). Il Figlio di Dio è “uno” con il Padre; non è creato, ma eternamente pensante, procede da lui. Lo Spirito Santo è qualificato come “derivazione” o “effluvio” (apórroia) di Dio, che esce da lui e in lui rientra come un raggio di sole. Con una foga che annuncia Tertulliano, Taziano, nel suo Diatessárōn, fa sentire l’unità dei quattro vangeli e mostra la superiorità della rivelazione cristiana rispetto alle opere pagane.


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