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Rubrica: Storia della Teologia

   

Nell’Ottocento Pio IX è costretto a scomunicare l’intera classe politica d’Italia. In una lettera del 1849 alla granduchessa Maria di Toscana il beato spiega che l’unica cosa che gli preme è la verità.

02.03.2016
 

È interessante che ieri il Papa all’udienza generale abbia esplicitamente affermato che la correzione e la punizione siano parte della Misericordia. In effetti nel capitolo 15 del vangelo di Matteo si legge: «Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano». Non a caso il capitolo 15 di Matteo è all’origine della scomunica: un’arma estrema in difesa della retta dottrina e della retta guida del popolo cristiano da parte di governanti che si definiscono cristiani. Oltre che agli eretici la scomunica è quindi comminata anche a chi, alla guida della cosa pubblica, pur proclamandosi cristiano in realtà non lo è.

     Nell’Ottocento italiano Pio IX è costretto a scomunicare l’intera classe politica. In una lettera del 1849 alla granduchessa Maria di Toscana papa Mastai scrive che l’unica cosa che gli preme è la verità: «Che i popoli cattolici conoscano la verità e siano rischiarati sui principi della virtù e del vizio che oggi si tenta di capovolgere». A metà dell’Ottocento il regno di Sardegna si appresta a conquistare la penisola in nome della libertà, della costituzione, della vera religione e del progresso. Succede che, nonostante il primo articolo dello Statuto albertino dichiari la religione cattolica unica religione di stato, il 29 maggio 1855 venga promulgata una legge che decreta «la soppressione di quasi tutte le comunità monastiche e religiose di entrambi i sessi» stabilendo l’alienazione dei rispettivi beni.

La verità impone di smascherare governo, parlamento e corona decretando la scomunica per l’intera classe politica che si definisce liberale e cattolica: «Siamo costretti a dichiarare che tutti coloro i quali, nel Regno Subalpino, non esitarono a proporre, approvare, sancire i predetti decreti e la legge contro i diritti della Chiesa e di questa Santa Sede, nonché i loro mandanti, fautori, consulenti, aderenti, esecutori, sono incorsi nella scomunica maggiore».

Adottando questo provvedimento Pio IX fa violenza alla sua natura («Riesce a Noi assai greve e penoso, Venerabili Fratelli, il dover deflettere da quella mansuetudine e moderazione che attingemmo e derivammo dalla stessa natura»), ma l’attacco sferrato alla Chiesa e alla società tutta in nome della Chiesa (così impone il primo articolo dello Statuto), esige che il Papa faccia chiarezza denunciando come nemici quanti, mentendo, si professano amici: «Siamo costretti ad usare contro di loro la severità ecclesiastica per non venir meno al Nostro dovere e per non abbandonare la causa della Chiesa».

Se all’epoca del Risorgimento – anche grazie alla soppressione di tutti i suoi ordini religiosi – si persegue la distruzione della Chiesa, oggi è in gioco qualcosa di più. Oggi l’attacco non è più a Cristo-Dio attraverso la sua Chiesa, oggi l’attacco è rivolto direttamente contro Dio. Dio creatore, legislatore, «amante della vita». Oggi è dichiarato giusto, diritto civile, amore per i bambini, rispetto per le persone, superamento di un inaccettabile oscurantismo cultural-religioso, l’approvazione di un simil matrimonio tra persone dello stesso sesso che contrasta nel modo più radicale con tutta la rivelazione (sia Antico che Nuovo Testamento), con la bimillenaria pratica religiosa, con l’intera storia dell’umanità.

Portabandiera di questa conquista di civiltà (inevitabile anticipo dell’adozione da parte di coppie omosessuali) è lo stesso presidente del consiglio che fino a qualche tempo fa non aveva difficoltà a farsi riprendere all’uscita della messa. Ma Renzi non agisce in splendido isolamento “cattolico” perché è circondato da ministri che si dichiarano cattolici: uno scandalo nel senso proprio del termine.

Certo, le spinte moderniste all’interno della Chiesa sono oggi fortissime. Certo, la lobby omosessuale all’interno della Chiesa è altrettanto forte. Certo, le esigenze dell’8 per mille hanno le loro ragioni. Certo, nonostante tutto questo, il rispetto della verità è, per i cattolici, un obbligo assoluto.

Angela Pellicciari

Pubblicato in Sana Dottrina

Se Dio è misericordia e solo la misericordia di Dio pone in definitiva un limite al male, è comprensibile – e non possiamo aspettarci altro – come il demonio continuamente cerchi di distruggere la misericordia; operando poi costui negli uomini ribelli (Ef 2,2), per raggiungere questo fine, lo stesso satanasso si è servito e si serve anche di chi ha preteso o pretende di esser dentro la Chiesa. 

Mi riferisco, per il passato, ai giansenisti, i quali si sono opposti direttamente alla misercordia di Dio in nome della sua giustizia, e – per quanto riguarda i giorni nostri – di tutto quell’ambiente il cui vertice morale si è riunito recentemente nel conciliabolo della Gregoriana; ma mentre i primi hanno attaccato la misericordia in nome della giustizia divina, gli ultimi stanno distruggendo la misericordia… in nome della misericordia.

L’archetipo comune a questo sostanzialmente unico – benché dupliciforme – attacco, è costituito dalle parole che il padre della menzogna ha rivolto ai progenitori nel Paradiso terrestre.

Il primo colpo sferrato contro la misericordia di Dio è stato quando il serpente ha chiesto alla donna se era vero che Dio aveva vietato di mangiare tutti i frutti degli alberi del giardino, quando invece uno solo era il frutto proibito (Cf Gen 3,1).

Vediamo come in questo caso è stata ingigantita la difficoltà del precetto, e fatta dimenticare l’azione della grazia: “la morale cristiana oggi è impossibile da praticarsi, una coppia di divorziati risposati non può sobbarcarsi un simile fardello, non può essere lasciata in un tunnel senza uscita…” Non è forse questa la presentazione di un Dio che lascia l’uomo in trappola, che gli dice una cosa e poi lo mette in condizione di non poter fa altro che peccare…?

Il Sacro Cuore di Gesù è la confutazione di questo sofisma: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero.» (Mt 11,2831).

Ma perché il giogo di Gesù è dolce e il suo carico è leggero? Perché il cristiano non è lasciato né alle sue sole forze, né è schiacciato da una legge meramente esterna, ma è sostenuto e animato dalla nuova legge interiore dello Spirito Santo, che, qual sorgente che zampilla per la vita eterna, sgorga nelle buone opere salutari.

Analogamente a quanto accadde nel Paradiso terrestre, la morale cristiana non è la proibizione di tutto, ma di una cosa sola; ciò significa che l’altra faccia della medaglia di un «no» sono i tanti veri «sì» a tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno per il suo perfezionamento e quindi per la sua beatitudine. 

Trait d’union tra giansenisti e novatori è la comune idea di una sorta di concupiscenza invincibile; ma mentre i giansenisti — di fronte a questa concupiscenza — non vedevano altro che la giustissima condanna dei reprobi predestinati all’inferno, i progressisti la sistemano con un misericordioso colpo di spugna.

     Come la giustizia di Dio non è la condanna dei reprobi sfortunati, così la misericordia non è il colpo di spugna per chi si schioda dalla Croce: è quella grazia per la cui libera accettazione l’uomo da ingiusto diventa giusto e da nemico amico, erede secondo la speranza della vita eterna (C. d. T, de Iustificatione, 13-1-1547).

     Il buon Dio non chiude un occhio lasciando l’uomo nelle sue miserie, ma prima dà la forza per fare il bene, non permettendo che siamo tentati sopra le nostre forze (Cf. 1Cor. 10,13); poi dona il perdono a chi cade e si pente, aspettando il peccatore in vista del pentimento (Cf. Sap 11,23); infine fa di questo peccatore, che lotta per convertirsi e accetta di portare la Croce, un santo. Questa è la Misericordia.   

     Il secondo attacco sferrato subdolamente dal demonio nel Paradiso terrestre, contro la misericordia, è costituito dalla frase “Non morirete affatto!” (Gen 3,4).

Il diavolo vuole sganciare la natura del comandamento di Dio dall’essere e dal vero, relegandolo a puro ed arbitrario atto della volontà divina: e così Dio vien fatto passare per bugiardo. In realtà l’uomo è stato creato non solo con un atto di amorevolissima volontà, ma secondo la Sapienza eterna, il Verbo stesso, che era presso Dio come architetto (Prov. 8,30). 

     In conseguenza di ciò, se una certa cosa è proibita non è solo perché contraria alla volontà di Dio, ma perché si oppone alla sua sapienza, in se stessa e in quanto riflessa nell’uomo a sua immagine. È per questo motivo che Sant’Ignazio di Loyola, nei suoi Esercizi spirituali, dice di «ponderare i peccati, considerando la bruttura e la malizia che ogni peccato mortale commesso ha in sé, anche se non fosse proibito» [§ 57] .
L’uomo, quando pecca, va contro la verità più profonda del suo essere e quindi non può altro che morire. Il demonio, dunque, contrabbanda la misericordia divina come un presunto permesso di non essere se stessi.

     Anche in questo caso i giansenisti e i neo-modernisti sono solo apparentemente distanti: partono entrambi dal primato della volontà divina sull’essere. I primi intrisi delle premesse nominaliste proprie di tutto il pensiero protestante delle origini, i secondi avendo abbandonato la filosofia perenne, e quindi il primato dell’essere sul divenire. Il loro Dio è un Dio che diviene, un Dio dipendente dal mondo e non salvatore del mondo: un Dio che esiste, ma non è.

     Ma adesso veniamo a ciò che è più straordinario nella Misericordia divina, la quale ha salvato l’uomo scegliendo l’Incarnazione, la Passione, la morte e – infine – la Resurrezione. L’imitatore della Misericordia, – colui che non ne è solo ammiratore, il vero misericordioso — non è quindi chi è soltanto generoso con un perdono non suo, chi si limita a farsi solerte banditore della pur verissima affermazione: Dio perdona.

      Al contrario, imitatore della Misericordia, è colui che lascia vivere in sé il Cristo misericordioso, non separabile dal Cristo fattosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce; chi sa che l’essere Misericordia non è costato poco al Salvatore, chi vuole offrire al mondo una misericordia non solo utilizzata gratuitamente, ma – per grandissima grazia — conquistata un po» insieme (quodammodo).
Un po’ come la differenza tra chi distribuisce ai poveri le scatolette del banco alimentare, che non paga nulla, e chi fa la carità invece a spese proprie: sono cose ben diverse!

     Il vero misericordioso sa che in lui non può esserci altro cuore se non il Cuore di Gesù, propitiatio pro peccatis nostris; sa che bisogna, come diceva Gesù a Santa Faustina, portargli le anime… caricandosele sulle spalle a mo’ di Croce… non fare discorsi alle anime… 

    Per i suddetti motivi, la colletta della S. Messa del Sacro Cuore, da un lato ricorda la misericordia di Dio, dall’altro ci ammonisce che la vera misericordia richiede di adempiere al dovere di una giusta riparazione.

Non possiamo non concludere queste riflessioni senza uno sguardo, amorevole e supplichevole, alla Vergine Santissima, Madre di Misericordia. Tanto era in Lei la vera Misericordia, un tutt’uno con il desiderio di riparazione, che non ebbe pace finché non venne rassicurata dal santo Simeone, con le parole “Anche a Te una spada trapasserà l’anima”. “Di fronte alle nostre paure di sacrificarci per i poveri peccatori, rendeteci Voi, o Madre di misericordia, zelanti riparatori, veri figli vostri misericordiosi”.

 

Pubblicato in Sana Dottrina
   

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