Google+
Apologetica Cattolica,Apologetica,Papa Francesco,Papa,chiesa cattolica,bibbia,sacre scritture,sacra scrittura,cristiani,chiesa,cattolici,religione,chiese,evangelici,testimoni di geova,protestanti,eresie,Dio,Gesù,Maria,Madonna Visualizza articoli per tag: agostino

Rubrica: Storia della Teologia

   
Venerdì, 26 Febbraio 2016 00:00

La posterità di Agostino (parte 14)

Alcuni monaci africani e galli non accettano tale e quale la teologia agostiniana della grazia. Alla loro testa si trova Cassiano (v. 360435), autore delle Institutiones, le quali trattano della vita quotidiana dei monaci e dei peccati capitali, e delle Collationes (Conferenze), che le sviluppano e mostrano in che modo la vita monastica può diventare un cammino di perfezione. Una di queste ventiquattro Collationes è intitolata De protectione Dei (Le lettere II, in Opere di Sant’Agostino XXII, Città Nuova, Roma 1971) e sostiene che, se l’uomo è aiutato dalla grazia divina, è a causa della buona volontà che Dio ha trovato in lui. La grazia quindi non è veramente gratuita; è in parte meritata.

   È quello che a partire dal XVI secolo verrà chiamato «semipelagianesimo”. Cassiano in effetti si basa su versetti scritturali che sembrano mostrare che l’azione dell’uomo precede quella di Dio. Così, egli legge nella lettera di san Giacomo: «Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi» (Gc 4,8) o, in san Paolo: «[Dio] renderà a ciascuno secondo le sue opere» (Rm 2,6), il che suppone che l’uomo può fare, di propria iniziativa (suis molibus), un passo verso Dio, il quale poi viene ad aiutarlo. Secoli di controversia sono in germe nell’enunciato di queste posizioni differenti. Nel 529 il sinodo di Orange condanna numerose proposizioni di Cassiano, astenendosi, però, dal citarne il nome.
     Già prima della morte di Agostino, Prospero d’Aquitania (v. 380460) risponde a Cassiano in un poema di mille e due versi, il De ingratis, il quale critica i nemici della grazia, gli ingrati, e termina sulla visione della volontà di Dio che agisce nell’uomo (tua in nobis agitur, non nostra voluntas). Teologia versificata: alle conferenze di Cassiano rispondono i canti di quel Padre un poco misterioso qual è Prospero, di cui non si sa se fosse monaco, laico o sposato e che dovette svolgere un ruolo di segretario presso Leone Magno. A volte si arriva ad attribuirgli la redazione del Tomo a Flaviano, il quale doveva svolgere un ruolo determinante nelle decisioni del concilio di Calcedonia. Fedele ad Agostino, Prospero si ispira alle Enarrationes in Psalmos per scrivere il suo commento ai Salmi. Il suo De vocatione omnium gentium insiste sulla chiamata universale alla salvezza, pur mantenendo la necessaria prudenza:

«Di nessuno prima che muoia si può affermare che sarà nella gloria degli eletti; pertanto un salutare timore deve farlo perseverare nell’umiltà» (cap. 37 [179]). 

La speranza è, malgrado tutto, la più forte:

«Non bisogna […] disperare della conversione di nessuno. […] Infatti, Dio, che vuole che tutti giungano alla conoscenza della verità, non può rifiutare senza giusto motivo nessuno» (ibid. [179s.]).

Con Boezio (v. 480525), «il primo scolastico» (M. Grabmann), assistiamo ad un profondo lavoro della ragione su se stessa da parte di un uomo che ebbe un grande ruolo politico, essendo prefetto del pretorio nel 522 e che, caduto in disgrazia a causa della sua lotta contro la corruzione, finì i suoi giorni in prigione, battuto e torturato a morte, non senza aver lasciato un De consolatione philosophiae che susciterà l’ammirazione di tutto il Medioevo. I suoi opuscoli teologici fanno il punto sulle questioni dibattute. Una breve esposizione della fede cattolica (De fide catholica) introduce ad un trattato sulla persona e le due nature del Cristo (Contra Euthychen et Nestorium), mentre una riflessione sulla nozione di sostanza che si chiede come le sostanze siano buone pur non essendo beni sostanziali (De hebdomadibus), serve come preludio ad una duplice riflessione sulla Trinità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, si chiede Boezio, sono attributi sostanziali della divinità (Utrum Pater)? La Trinità è un Dio unico e non tre dei (De Trinitate). Questa evidenza non necessariamente va da sé, soprattutto in un’epoca in cui Giovanni Filopone (v. 500580), partendo dal fatto che esistono tre persone nella Trinità, ne deduceva, nel nome di princìpi aristotelici, che in Dio c’erano anche tre nature, aprendo la strada a una sorta di «triteismo».

     A Boezio si può accostare Cassiodoro (477570) che fu come lui ministro di Teodorico. Segretario particolare del re, egli doveva essere anche console e terminare la sua carriera come prefetto del pretorio e patrizio. Dopo essersi ritirato, a soli 60 anni, si diede, nella sua tenuta di famiglia a Squillace, in Calabria, alla sua passione per le scienze, di cui avevano già dato testimonianza, nel corso della sua carriera, i lavori storici sulla storia dei Goti. Tenendo fede all’ideale benedettino di una vita interamente data a Dio nel lavoro e nella preghiera, egli insiste sulla dimensione intellettuale dell’esistenza e incita i cenobiti che sono venuti a raggiungerlo a trascrivere o a tradurre le opere del passato. La sue Institutiones divinarum et saecularium lectionum costituiranno la sostanza dei programmi universitari del Medioevo. Nella prima parte dell’opera, egli annuncia che il suo Commento ai Salmi si ispirerà ai beati Ilario, Ambrogio, Girolamo e – in omnibus – ad Agostino, pur attirando l’attenzione – il fatto è notevole – anche sul commentario del salterio dato due secoli prima da Atanasio di Alessandria.

     Da parte sua, Fulgenzio di Ruspe (468532) trae le conseguenze estreme della lettura di sant’Agostino, al quale egli doveva l’aver scelto di abbracciare la vita monastica. In lui troviamo questa frase tristemente celebre: «Ritieni con saldissima fede [ …] che […] i bambini che […] escono da questa vita senza sacramento del santo battesimo […] saranno puniti nell’eterno supplizio del fuoco eterno» (De fide seu de regula verae fidei § 27 [165])
(Le condizioni della penitenza — La fede, Città Nuova, Roma 1986.), ma sarebbe profondamente ingiusto dimenticare che egli è autore anche di un De Trinitate in cui condensa con brio gli insegnamenti del suo maestro, per esempio quando paragona l’unità delle tre persone divine con le tre operazioni dell’anima umana: memoria, intelletto e volontà (memoria, consilium, voluntas, § 7). Il suo trattato De incarnatione Filii Dei et vilium animalium auctore risponde a due domande sorprendentemente moderne: soltanto il Verbo si è incarnato? Dio ha creato egli stesso gli insetti nocivi? L’elogio dello scorpione merita ancora oggi di essere letto…

L’ambiente di Lérins
     Nato nell’attuale Romania, dopo aver soggiornato a Betlemme, a Costantinopoli e a Roma, Cassiano si era stabilito a Marsiglia dove aveva fondato, verso il 410, l’abbazia di San Vittore. Alcuni anni prima, Onorato († v. 428) aveva fondato un monastero sull’isola di Lérins, nel quale Eucherio di Lione (t 449) si era ritirato con sposa e figli; li scrisse un De laude eremi, a gloria del monastero in cui si trovava, nonché un De contemptu mundi, dal titolo significativo, prima di essere chiamato a diventare vescovo di Lione. Sembra che abbia fatto conoscere all’Occidente un buon numero di testi orientali sull’ascetismo. Più direttamente interessanti per la teologia sono le Formulae spiritalis intelligentiae, dedicate ad uno dei suoi figli e destinate ad interpretare espressioni bibliche raggruppate in capitoli, nonché le Instructiones, dedicate all’altro figlio e composte di spiegazioni di parole e di passi difficili dell’Antico e del Nuovo Testamento: anche se la sua dottrina si ispira ad alcuni precursori, tra cui san Girolamo, essa segna una tappa a motivo della sua grande diffusione in Occidente. Vale la pena di tenere presente la sua lista dei nomi divini: Dio è «invisibilis, immensus, incomprehensibilis, incircumscriptus, immutabilis, incorporeus et immortalis — invisibile, incorporeo, immenso, incircoscritto, inlocale, immutabile, immortale» (Formulae I, 1 [31s.]); è anche inlocalis, perché non è limitato da alcun luogo; il termine, forgiato da Eucherio, sarà ripreso da Carlo Magno nel suo trattato sulle immagini sacre.

     L’opera di Vincenzo di Lérins († v. 450) è ancora più celebre: il Commonitorium, scritto nel 434, spiega al lettore come scoprire la verità quando una dottrina è discussa. Bisogna credere, dice l’autore, a «ciò che è stato creduto dappertutto, sempre e da tutti» (§ 2 [cap. II n. 5, 65]) (Commonitorio –Estratti). Il progresso non è però escluso; è la sua assenza che sarebbe non soltanto «malvista» (in-vidus) dagli uomini, ma anche «odiosa» (ex-osus) a Dio. In effetti le cose non vanno per il dogma come per il resto: il progresso che avviene in esso non provoca la distruzione di ciò che precedeva. Anzi al contrario, rafforza il passato, «si ha il progresso quando una realtà si accresce rimanendo identica a se stessa» (§ 3 [cap. XXIII n. 2, 124]). Si al progresso (profectus), no al cambiamento (permutatio)! In questo campo, la chiesa si modifica come ogni essere umano: non c’è nulla nella persona anziana che non sia stato in germe nel bambino. Ma quale criterio di autenticità dello sviluppo troveremo su questa via del progresso? Ispirate dalle opinioni dei Padri probabiles 29 [cap. XXVIIIs., 142s.]), le decisioni conciliari faranno credere con più amore e ardore (diligentius) ciò che era oggetto di una fede semplice (simpliciter credebatur). Tacciare una dottrina come eretica non sarà dunque compiere un’azione arbitraria, bensì dichiarare ufficialmente che c’è interruzione nello sviluppo benefico, del progresso.

Pastori ed oratori delle Gallie
     Anche se non sussistono che i resti di opere che dovettero essere più voluminose dei frammenti che possediamo, i nomi di Vittorino di Petovio († 304?), Reticio di Autun (v. 260330?), Vittricio di Rouen (v. 340410) o Ruricio di Limoges (v. 440510?) meritano di non essere lasciati nell’oblio. Del primo si ricorderà che fu autore di commentari sulla Genesi, l’Esodo, il Levitico, Isaia, Ezechiele, Abacuc, l’Ecclesiaste, il Cantico dei cantici e l’Apocalisse, nonché di un Trattato contro tutte le eresie.        Soltanto la sua riflessione sull’Apocalisse ha attraversato i tempi. Il pensiero è contemplativo, l’espressione sobria e precisa. Reticio, da parte sua, fu esegeta e dogmatico: il suo Commento sul Cantico dei cantici e il suo trattato Contro Novaziano vengono nominati da Girolamo, mentre Agostino è felice di trovare nella sua opera degli sviluppi interessanti sulla questione del peccato originale. Vittricio, soldato degli eserciti imperiali che non esita, venuto il momento, a «spezzare la propria spada», dispiega tutta la sua scienza nel suo De laude sanctorum e mostra di quale rispetto fossero circondate le reliquie dei martiri già dalla fine del V secolo. Infine, Ruricio, che diventa vescovo di Limoges dopo aver portato a termine l’educazione dei figli, ritrova tutti gli accenti del suo affetto paterno quando cerca di consolare degli amici che hanno perduto la loro figlia (Lettere II, 4).
 

 

 

                                                

 

Pubblicato in Storia della Teologia
   

Mons. Luigi Negri


   

Chi è online  

Abbiamo 120 visitatori e nessun utente online

   

Versetto del giorno  

   

Liturgia del giorno  

   

Catechismo della Chiesa Cattolica  


Clicca sull’immagine

   

Associazione Quo Vadis  


Conosci davvero i testimoni di Geova?
   
   
Sali su
Vai giù
   
hasTooltip