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Rubrica: Storia della Teologia

   

L’età d’oro in oriente: i Cappadoci

mentre l’Occidente è agitato dalla controversia ariana, l’oriente da anch’esso le sue risposte alla grande contestazione della divinità di Cristo, ad opera di coloro che s’è convenuto chiamare, dal nome del loro luogo geografico di origine, I Padri Cappadoci: Basilio di Cesarea (329379), Gregorio di Nazianzo (329390), e Gregorio di Nissa (335394). Basilio è il grande fratello del Nisseno e il grande amico della Nazianzeno. Dopo studi classici a Cesarea di Cappadocia, Costantinopoli ed Atene, egli professa la retorica nella città natale e, dopo il suo battesimo nel 357, a 28 anni, decide di ritirarsi nella solitudine per realizzarvi un programma di vita ascetica. Si crea un dossier di 1500 versetti del Nuovo Testamento, le regole morali. Con Gregorio di Nazianzo, venuto a raggiungerlo, raccoglie le opere di Origene e da esse ricava una Filocalia. Ordinato presbitero nel 364, redige tre libri per opporsi alle tendenze ariane del vescovo di Cizico, Eunomio. Questo contro Eunomio prelude a una predicazione particolarmente densa ed aperta alla miseria di popolazioni affamate, il che gli vale di essere scelto nel 370 per diventare vescovo di Cesarea. Continua la sua opera di amministratore, di predicatore, di pastore: il quartiere della Basiliade, che egli ha fondato a Cesarea, accoglie numerosissimi indigenti, e il vescovo non manca di ammonire i ricchi: «I nostri depositi-rigurgitano, troppo stretti per contenere tutte le nostre provviste, e la sorte di coloro che sono nella miseria non ci tocca!» (Omelia per un tempo di carestia e di siccità). Le sue predicazioni della Quaresima prendono come tema la creazione del mondo (Omelie sull» Hexaemeron) e, nei due libri sul battesimo, dà delle direttive precise ai catechisti incaricati di preparare catecumeni a ricevere il primo dei sacramenti. Alcune omelie sui Salmi invitano ad una lettura contemplativa della parola sacra, e la sua grande preghiera eucaristica testimonia il suo attaccamento alla liturgia. Quattro anni prima della morte, redige un trattato Sullo Spirito Santo che prefigura la definizione data nel 381 al concilio di Costantinopoli, senza tuttavia arrivare, per motivi di opportunità, ad affermare esplicitamente la divinità della terza persona della Trinità, divinità la quale egli crede, peraltro, di tutto cuore.

     Il suo contemporaneo Gregorio di Nazianzo non osserva la stessa riserva, tanto che, nel cuore del ritiro di studio e di preghiera che si era dato in Isauria, viene scelto per essere vescovo di Costantinopoli nel 378, dopo la morte dell’imperatore ariano Valente. I suoi Discorsi, lo hanno fatto già conoscere. In essi si mostra tanto eloquente quanto prudente, e non ci si può non rammaricare che i secoli successivi non abbiano tratto profitto dalle sue riflessioni così profondamente teologiche: «senti dire che lo Spirito procede dalla Padre? Non ti affaticare a sapere come» (Discorsi 20,11). I suoi cinque discorsi sulla Trinità (Discorsi 2731)gli varranno, nel 451 al concilio di Calcedonia, il nome di «Gregorio il Teologo». In ogni momento egli manifesta la preoccupazione che l’amore della retorica non prenda il sopravvento sulla passione della verità. I
Il suo lavoro alla fonte nella preghiera: «bisogna purificare se stessi, e poi occuparsi di colui che è puro» (or. 20,4), atteggiamento dettato dalla sua concezione della vocazione cristiana: «so bene per quale scopo sono nato e so che io devo ascendere a Dio grazie alle opere» (r. 14,6). Teologia e spiritualità sono indissociabili. L’Occidente non lo sapeva, l’Oriente lo dice. Gregorio il Teologo è, con sant’Agostino, il padre più fecondo sulla propria biografia nella sua Autobiografia, composta di quasi duemila versi, egli si dà ad un esercizio analogo a quello delle Confessioni agostiniane, a due generazioni di distanza, e coglie l’unità di una vita umana, affermando che, tra i grandi flutti del «mare profondo della vita, squassato da ogni parte da venti violenti […] Unico possesso [a me] gradito, ricchezza distinta dalle altre, conforto, oblio degli affanni, era lo splendore comune di quella grande Trinità» (Carmina historica II, 1,15).

     Il più giovane dei tre grandi Cappadoci, Gregorio di Nissa, lettore di Platone e di Plotino, verosimilmente non avrebbe mai lasciato la casa solitaria sulle rive dell’Ibris dove viveva una vita contemplativa in compagnia di Gregorio di Nazianzo e di Basilio, se quest’ultimo non l’avesse fatto nominare vescovo della borgata di Nissa, vicino Cesarea.  La sua mancanza di interesse per l’amministrazione era compensata da un’eloquenza è una scienza che gli valsero di essere soprannominato «colonna dell’ortodossia» dal concilio di Costantinopoli. Questa sicurezza dottrinale risalta nel suo Grande trattato catechetico, manuale di evangelizzazione destinato ai maestri cristiani, che ricorre con frequenza alla filosofia per fondare l’esposizione delle verità cristiane. Essa si manifesta anche nei didici libri del Contro Eunomio, testo che regola i conti con l’avversario di Basilio, nella Controversia con Apollinare, nel Contro il destino, che se la prende con il fatalismo astrologico, o nel sermone contro i pneumatomachi, i quali contestano la divinità dello Spirito Santo.
     Le opere ascetiche (Sulla verginità, Sulle esigenze del nome cristiano, Sulla perfezione) appartengono alla fibra profondamente mistica di Gregorio, il quale è anche autore di una Vita di Mosé, nella quale l’esposizione dei fatti dell’Esodo introduce ad una meditazione contemplativa: la historia dà accesso alla theoria, nella pura tradizione di Filone e di Origene il cammino di Mosé che, «diventando sempre più grande di sé, non si ferma mai nella salita e non pone a se stesso alcun limite nell’ascesa le realtà celesti» (La vita di Mosé II, 227), è l’esatta immagine dello slancio dell’anima «Che sempre la speranza, alimentata da ciò che di bello ha già visto, trae da quello che sta oltre» (ibid. II, 231). Questa perpetua tensione verso l’aldilà, l’epektasis, caratterizza l’atteggiamento degli eletti di fronte al loro Creatore: «Si vede veramente Dio quando vedendolo non si cessa mai di desiderare di vederlo» (ibid. II, 233). Abitata da un’insaziabile desiderio della bellezza infinita, l’anima umana può trovare in questo mondo qualche appagamento alla sua fame nella lettura della Scrittura: i trattati Sui titoli dei Salmi, che scandagliano un campo ben misterioso e controverso, permettono di scoprire, nei cinque libri del Salterio, una progressione mistica, mentre le quindici Omelie sul Cantico dei cantici portano «coloro che sono più carnali […] Verso la condizione spirituale e immateriale dell’anima» (L’anima e la Resurrezione Prol. 31)e confermano che la ricerca del Dio di vita non cesserà dopo la morte: «La sposa che corre verso lo sposo non riesce a trovare una sosta nel suo progresso verso il meglio» (Omelie 12). Il trattato Sull’Anima e la risurrezione mette discorsi analoghi sulle labbra di Macrina, sorella di Gregorio: «poiché la fonte dei beni non cessa mai di diffonderli […] La natura di colui che ne partecipe trasforma tutto ciò che si riversa in essa in un accrescimento della propria grandezza» (L’anima e la Resurrezione § 86).

     Bisogna fare menzione di un cugino germano di Gregorio di Nazianzo, Anfilochio (340400), che Basilio nel 373 fece nominare vescovo di Iconio. Autore di un trattato Sullo Spirito Santo, oggi perduto, egli combattè anche gli ariani e gli encratiti, questi panegiristi della continenza che cadono volentieri nel Docetismo (dottrina secondo la quale il Verbo sembra possedere un’umanità con il Cristo) e nel disprezzo del matrimonio. Tutte le eresie, o piuttosto ottant di esse, sono peraltro recensite in una celebre opera di Epifanio di Salamina (v. 315403), il Panarion, letteralmente «cassetta medica di rimedi». L’Ancoratus, il «solidamente ancorato», costituisce un riassunto di dottrina cristiana che insiste anche sulla divinità dello Spirito Santo, spirito del Padre e del Figlio, il quale «procede» dal primo e «prende» dalla secondo (L’Ancora della Fede § 7 –Città Nuova — Roma 1977).
Allo stesso modo, non bisogna passare sotto silenzio un vescovo appassionato di vita spirituale ed estremamente attento alla formazione dei suoi fedeli, Cirillo di Gerusalemme (313387) che nelle sue Catechesi mistagogiche battesimali pronunciate proprio nel cuore della basilica della Risurrezione, l’Anastasis, a pochi metri dalla tomba di Cristo, fa percepire ai suoi uditori il rispetto assoluto che si deve avere per il mistero di Dio, che le spiegazioni dei teologi non esauriranno mai. Si sente emergere una certa disillusione di fronte ai conflitti ideologici e il desiderio di finirla con sottigliezze senza fine: «non curiosare su natura o sostanza [di Dio], perché su questi termini potremmo ragionare solo se li trovassimo nella Scrittura. Non osiamo parlare di quello che non troviamo scritto, per la salvezza, ci basti sapere che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo» (Catechesi 16,24).

 

 

                                                

Pubblicato in Storia della Teologia
   

Mons. Luigi Negri


   

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