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Rubrica: Storia della Teologia

   
Lunedì, 28 Settembre 2015 00:00

Le prime decisioni ufficiali (PARTE 8)

L’oriente Si mostra copioso di iniziative: formato nella cerchia di Luciano di Antiochia, il presbitero Ario (260336), parroco di una grossa parrocchia di Alessandria, insegna che ci fu un tempo in cui il Figlio non esisteva. Così facendo, egli cerca di preservare l’unicità di Dio padre, il solo essere anteriore a ogni creazione. In seguito lo scandalo provocato dei suoi discorsi, Ario viene messo in guardia dal suo vescovo, Alessandro. La polemica che ne segue scatena le passioni ben oltre la città. Ario si procura un solido appoggio dei vescovi più disposti, in particolare Eusebio di Nicomedia, vescovo della città in cui l’imperatore una delle sue residenze principali. Vedendo la piega che avevano preso gli avvenimenti, Costantino, preoccupato di mantenere la pace religiosa dell’impero, nella linea dell’editto rassicurante di Milano (313), convoca lui stesso un’assemblea di vescovi che si uniscono a Nicea il 19 giugno del 325. L’immensa maggioranza di essi viene dall’Oriente; dall’Occidente ne vengono soltanto 5, due dei quali sono rappresentanti del escovo di Roma. La storia tramandava che erano in tutto 318, come i servi di Abramo (Gen. 14,14).  Ario, invitato a presentare le sue tesi, si fa subito aggredire. Deve lasciare il posto è verrà bandito fino al 336, poco prima della sua morte. I Padri conciliari adottano un «simbolo di fede», forse composto da Eusebio, vescovo di Cesarea, il Credo di Nicea, il quale dichiara che il Figlio e della stessa sostanza (homoùsios) del Padre e afferma in tal modo la sua divinità. Questo termine, che non figurava nella scrittura e che era stato usato da Paolo di Samosata, di sinistra memoria, nel corso dei decenni successivi sarà oggetto di mille contestazioni. Dal 325 fino al 381, data del secondo Concilio ecumenico, tenuto a Costantinopoli, non si contano più i concili e simboli che tentano di armonizzare le posizioni degli unji e degli altri. A partire dal 335, la cerchia di Costantino, guadagnata alle teorie ariane, riesce a far esiliare il giovane vescovo di Alessandria, Atanasio (295373), che passerà quasi metà dei suoi 45 anni di episcopato, fuori del suo paese.

Segretario del vescovo Alessandro, Atanasio si è segnalato fin dal 318320 per la pubblicazione di un discorso contro i pagani e un discorso sull’Incarnazione del Verbo che riprendono in parte lo schema delle apologie antiche e pongono la questione dello scopo dell’Incarnazione. I suoi tre discorsi sugli ariani costituiscono l’opera simbolica della lotta di tutta una vita. Di volta in volta, i discorsi confutano le grandi tesi di Ario, ci fu un tempo in cui il Figlio non era, rispondono alle questioni poste dall’esegesi di passi cruciali (Pr 8,22; Sal 44,78; Fil 2,611; Gv 10,30; Eb 1,4), spiegando il vero significato delle debolezze umane del Figlio di Dio e mostrano che egli non è venuto da una decisione o da una volontà. Di passaggio, Atanasio segnala che la riflessione di Ario non manca di presentare qualche analogia con le speculazioni gnostiche di Valentino, il cui discepolo Tolomeo aveva preteso di affermare che «l’lngenerato/increato, non riuscì ad emanare ciò che pensava, se non quando sopraggiunse anche la potenza del volere» (Ar. III, 60.2). Il Padre non ha deciso di fare il Figlio, perché il «Verbo/il Logos è Autore/artefice delle creature e coesiste» con lui (III,61.5). La cristologia atanasiana è accompagnata da una pneumatologia che viene elaborata nelle lettere a Sarapione, vescovo di Thmuis sul delta del Nilo, a proposito dello Spirito Santo. Oltre che Teologo, Atanasio si mostra anche pastore di anime delle sue opere esegetiche spirituali, come nella vita di Sant’Antonio, che avrà un grande successo, perché valorizza il ruolo del principale fondatore del monachesimo. Una lettera a Marcellino sull’esegesi dei salmi e dei trattati sui salmi, di cui rimangono solo dei frammenti, sono il seguito delle opere di Ippolito e di Origene sullo stesso argomento.

Se c’è una formula da ritenere di quest’opera densa e ricca, che vale al suo autore di essere uno dei quattro grandi dottori greci della Chiesa, accanto a Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo e Giovanni Crisostomo, è senza dubbio quella che esprime la dottrina della divinizzazione: «Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio». Basata su una pagina del nuovo testamento, Dio ha donato i beni promessi «affinché per loro mezzo diventiate partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4), la riflessione di Attanasio mostra come la salvezza dell’uomo non debba essere dissociata da una sana cristologia. Se colui che ha preso carne nel seno della vergine Maria non era veramente Dio, non può avere salvato l’umanità; se egli non è veramente uomo, neanche l’uomo è stato salvato dal suo sacrificio sulla croce, perché «ciò che non è assunto non è salvato». Atanasio insiste:

«La nostra salvezza non è un’apparenza, non è solo per il corpo, ma per l’uomo tutto intero, anima e corpo, e questo salvezza è venuta dal Verbo stesso […]. L’Unione del Verbo con la nostra natura umana non aggiunge nulla alla Trinità, mentre il corpo umano ha ricevuto un grande vantaggio dalla sua comunione e dalla sua unità con il Verbo» (Lettera ad Epitteto, vescovo di Corinto). Ilario di Poitiers (310367), l«Atanasio dell’Occidente», conosce anche lui l’esilio, proprio per aver preso le difese di Atanasio al sinodo di Béziers nel 355. Passa quattro anni in Frigia (356360), dove viene a contatto con il pensiero dei greci, soprattutto con quello di Origene. A loro contatto, egli sviluppa la sua propria riflessione dalla quale risultano un potente trattato sulla Trinità in dodici libri, un grande commento ai salmi, è un trattato sui misteri che è una sorta di manuale di esegesi d’ispirazione greca ad uso degli occidentali. Precedentemente al suo esilio, Ilario aveva dato l’Occidente il suo primo commento Matteo, che praticava già un esegesi fondata su principi di origine alessandrina.

«Tutta l’opera, contenuta nei libri sacri, annuncia attraverso le parole, rivela attraverso i fatti, stabilisce attraverso figure tipiche, la venuta di nostro signore Gesù Cristo, il quale, inviato dal Padre, si è fatto uomo nascendo da una vergine per opera dello Spirito Santo. […] Nel sonno di Adamo, nel diluvio di Noè, nella benedizione di Melchisedek […] Nella nascita di Isacco, nella servitù di Giacobbe» (tr. myst. 1). La prefazione al commento ai salmi riassume in questi termini un metodo esegetico già collaudato e chiamato a conoscere il più grande successo nel corso dei secoli successivi:

«Non c’è dubbio che le cose dette nei Salmi sono da intendersi secondo l’annuncio evangelico, in modo che, con la voce di qualunque persona lo spirito profetico abbia parlato, tutto sia riferito in ogni caso alla conoscenza della venuta del Signore nostro Gesù Cristo, incarnazione, passione e regno, e alla gloria e potenza della nostra risurrezione»(pref., 5). Pioniere in materia, Ilario compone degli inni che aiuteranno le orecchie galliche ad assimilare l’insegnamento del concilio di Nicea.

 

 

                                                

Pubblicato in Storia della Teologia
   

Mons. Luigi Negri


   

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