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Rubrica: Storia della Teologia

   
Sabato, 29 Novembre 2014 00:00

Le origini (parte 1)

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 Le origini

 
Nella costituzione Dei Verbum (novembre 1965) del Concilio Vaticano II, si trova una formula che ha tutte le caratteristiche poetiche dell’evidenza : «lo studio della sacra pagina sia dunque come l’anima della sacra teologia» (§ 24). Anima della teologia, la Bibbia riceverebbe quindi, secondo la sua specifica natura, come il sigillo della sua necessità, una necessità unica ed esclusiva quanto all’animazione di ciò che è e deve essere la teologia. 
    Non è la sede questa per soffermarci sul rapporto tra Bibbia e Teologia, ci basti ora conoscere e sapere che in origine non fu così diretto come l’evidenza di oggi ci farebbe pensare. Questa consacrazione del rapporto privilegiato tra una Bibbia «animatrice» e una teologia che ne dipenderebbe, come la vita del corpo dipende dall’anima, è affermazione recente, diciamo in un testo datato 18 novembre 1965. Senza dubbio, una simile formulazione può richiamarsi a questa o a quella espressione del passato; ma anche così, noi siamo ancora in momenti tardivi, e cioè nella Chiesa cattolica, all’epoca dei pontificati e dei testi di Leone XIII e di Benedetto XV, vale a dire l’ultimissimo tratto del 19º e il primo quarto del 20º secolo.
Il ruolo della Bibbia in questa storia chiede che innanzitutto esaminate un certo numero di implicazioni che scaturiscono da un’antica origine e da una lunga durata, ma anche di concetti e pratiche che non si riducono a questa antichità e a questa durata. Ecco perché, questi scritti non tratteranno del rapporto diretto tra Bibbia e Teologia bensì sul dato teologico già acquisito, elaborato, frutto di quel processo che radicato nelle Sacre Scritture ne vole estrapolare tutti i sensi reconditi e approfondirne tutti i livelli interpretativi.
    È certo semplicistica ma dovuta l’affermazione che la Teologia si occupi delle «cose di Dio», anche se poi nei secoli è divenuta una disciplina articolata e complessa. 
Partiamo con la Teologia Patristica.
Con l’espressione «teologia patristica» si intende quella parte della teologia che tratta dell’insegnamento dei Padri della Chiesa. I «Padri» sono gli scrittori dell’antichità cristiana, papi, vescovi, sacerdoti o laici che, da San Clemente di Roma a sant’Isidoro di Siviglia (560636) in Occidente e a San Giovanni Damasceno (675749) in oriente, hanno cercato, secondo la bella formula di Eusebio di Cesarea (260339), di essere degli «ambasciatori della parola divina» (Historia Ecclesiae I, 1,1, [vol. 1,46]. Essi si caratterizzano per l’ortodossia delle loro dottrine, come dice San Girolamo, il quale riserva il semplice nome di «scrittore ecclesiastico» a coloro dei quali la Chiesa non ha riconosciuto l’insegnamento come facente parte del suo patrimonio. Dei Padri, la Chiesa latina ne riconosce otto come «dottori» particolarmente eminenti; sono i santi latine Ambrogio (339397), Girolamo (347420), Agostino (354430) e Gregorio Magno (540604), nonché i santi greci Atanasio (295373), Basilio (329379), Gregorio di Nazianzo (329390) e Giovanni Crisostomo (344407).
     Gli specialisti distinguono a volte la patrologia titolo di un’opera del teologo luterano Johann Gerhard (15821637) pubblicata dopo la sua morte nel 1653, e la patristica : la prima studia la vita le opere dei Padri, mentre la seconda si limita lo studio del loro pensiero che costituisce una delle parti della teologia. C’è da aggiungere che, per alcuni, il periodo dei Padri si prolunga fino a San Bernardo di Chiaravalle (10911153) in Occidente, e fino alla caduta di Costantinopoli (1453) in oriente. Quest’ultimo periodo, dalla morte di S. Giovanni Damasceno (749) alla fine dell’impero Romano d’oriente, risponde meglio, pensiamo noi, al nome di «teologia bizantina», la quale inizia realtà con Bisanzio, come vedremo in seguito.
 
     Il primo testo patristico, la Didachè ton apostolon, o insegnamento degli apostoli, è nato da padre ignoto. La sua composizione risale verosimilmente la seconda metà del I secolo d.C. Esso si presenta come un manuale di vita cristiana che pone l’uomo di fronte alla scelta fondamentale: vuole vivere o morire? L’analogia di questo procedimento con la dottrina delle due vie, famiglia dal giudaismo antico a partire dal Deuteronomio (30,15) è evidente. E non lo è meno il realismo dell’autore: «Se potrei portare tutto il gioco del Signore, sarà il perfetto; se non che possibile fa quello che puoi» (Did. VI,2). La vita liturgica si organizzano i suoi precetti si precisa: «… Così battezzate: dopo ogni premessa, nell’acqua viva battezzate… Se non hai acqua viva, battezza in altra acqua»(VII,12). Il battesimo, il primo dei sacramenti, permette di partecipare all’eucarestia, azione di grazia «per la vita la conoscenza[a noi rivelate]per mezzo di Gesù[Cristo]» (IX, 3[34s]), destinata a radunare la Chiesa «dai confini della terra» (IX, 4[35]). La frazione del pane dovrà essere celebrata «nel giorno del Signore» (XIV, 1[ 38]). Dei capi, «vescovi e diaconi degni del Signore» (XV, 1[38]), dirigeranno le comunità nascenti. Il testo termina con un appello alla vigilanza Chiesa stimolare l’attesa del ritorno di Cristo alla fine dei tempi. Bisognerà riuscire a raddoppiare gli sforzi perché «negli ultimi giorni… l’amore si muterà in odio» (XVI, 3[39]).
     Confessione trinitaria, vita morale, pratica sacramentale, escatologia, tutte le componenti dei trattati di teologia sono presenti in germe in quest’opera che segue direttamente il Nuovo Testamento e lo cita di frequente, spetterà ai secoli successivi sviluppare ciascuno di questi elementi, per tentare di avvicinare al mistero di Dio e di fare in verità della teo-logia. Contrariamente a questo anonimato, il primo nome di autore conosciuto è quello di un vescovo di Roma, successore di San Pietro il Papa Clemente I (92101). La sua lettera ai Corinti, scritta per stabilire la pace in una comunità diversa, è un atto di tutta «la Chiesa di Dio che è a Roma». Essa esorta i Corinti a praticare la carità, la penitenza, l’obbedienza, la pietà, l’ospitalità e l’umiltà; affronta quindi «tutti i punti che riguardano la fede, la penitenza, la vera carità, la continenza, la saggezza e la pazienza» (1 Clem. LXII,2). La gelosia, motore dell’azione umana, dopo l’uccisione di Abele per mano di Caino, deve essere bandita se si vuole giungere all’armonia voluta da Dio. Se l’uomo accetta di agire secondo la ragione che ha ricevuto, la chiesa può diventare il simbolo della presenza del Dio di pace tra gli uomini: «Perché strappiamo e laceriamo le membra di Cristo e insorgiamo contro il nostro capo…?» (XLVI,7). Non è mai troppo tardi per ascoltare la voce della Sapienza, perché «è meglio per voi essere trovati piccoli e ritenuti nel gregge di Cristo, che avere apparenza di grandezza ed essere rigettati dalla sua speranza»(LVII, 2).
     La gerarchia ecclesiastica è a servizio della crescita del corpo intero della chiesa: vescovi, presbiteri e diaconi si succederanno d’ora in poi ininterrottamente ed è nei loro ranghi, ma non esclusivamente, che si incontreranno i «Padri della Chiesa». Se il primo autore conosciuto è un papa, il secondo è un vescovo, Ignazio di Antiochia, morto martire a Roma, divorato dalle belve sotto il regno di Traiano, verso il 107. Sette lettere inviate da lui a delle giovani comunità cristiane e al vescovo Policarpo di Smirne testimoniano la vitalità del cristianesimo nascente. Gli abitanti di Roma, Efeso, Magnesia, di Filadelfia, di Tralli e di Smirne ricevono da lui l’ordine di non fare nulla per tentare di evitargli la morte: «Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio» (Rom. IV,1). Questa fiducia assoluta nella vita eterna è radicata nelle promesse di Cristo e nella certezza che il mondo visibile è immagine e anticipazione del mondo invisibile. Di conseguenza, la chiesa della terra è una prefigurazione della beatitudine celeste; essa è necessaria per portare l’uomo a scoprire il vero senso della vita: «Come Gesù Cristo segue il Padre, seguite tutti il vescovo e i presbiteri come gli apostoli». Per la prima volta nella storia appare l’espressione «Chiesa Cattolica»: «Là dove c’è Gesù Cristo ivi è la chiesa cattolica» (Smyrn. VIII,12), quella che è «sparsa per la terra», come preciserà, una generazione dopo, il testo del Martirio di Policarpo (mart. Polyc. VIII, 1). La persona del vescovo acquisisce il suo statuto definitivo :«È bello riconoscere Dio e il vescovo…Chi compie qualche cosa nascosto dal vescovo serve il diavolo». (Smyrn. IX, 1).
     Se i sacramenti del battesimo, dell’eucarestia e dell’ordine vengono presentati decisamente nelle grandi linee, quello della penitenza verrà presentato alcuni anni dopo, con il Pastore di Erma. Fratello del Papa Pio I (140155), Erma è verosimilmente il primo uomo sposato, sacerdote o laico(?) a cui si debba un contributo di qualità all’elaborazione del pensiero teologico della chiesa. Cinque «visioni», dodici «precetti» e dieci «parabole» o «similitudini» compongono quest’opera il cui genere letterario rientra nell’apocalisse, discorso di rivelazione per un tempo di persecuzione. E si tratta propro di una persecuzione, durante la quale i figli di Erma hanno denunciato il loro padre e provocato la rovina. E tuttavia, se i figli della vittima «si pentiranno di tutto cuore, sanno scritti nel libro della vita con i santi» (Past. Herm. III, 2). Anche in questo, dovranno fare uso della ragione: «il pentirsi…è una grande saggezza. Infatti, chi ha peccato comprende di aver fatto il male davanti al Signore»(VIII,1). Opera che formicola di intuizioni e di spiegazioni simboliche, di sviluppi originali sulla morale coniugale e di numerose allusioni all’angelologia del tempo. Il Pastore fino al termine del II secolo fu considerato da molti come ispirato allo stesso titolo degli scritti del Nuovo Testamento.
 
La difesa degli apologisti
Clemente di Roma, Ignazio di Antiochia e Policarpo di Smirne sono morti tutti e tre martiri. Il cristianesimo viene visto come un attentato nefasto al politeismo diffuso e il suo culto del Dio unico come una provocazione nei confronti degli imperatori, ai quali i cristiani si rifiutano di offrire sacrifici. Molti di essi decidono di esporre allo stesso imperatore i motivi per i quali credono, al fine di mostrare che lo stato non ha nulla da temere da loro, anzi al contrario: è l’epoca dei Padri apologisti, o apologeti, i quali, ricorrendo ora al richiamo della ragione ora alla derisione, mettono in evidenza la superiorità della Rivelazione cristiana sugli dèi dell’Olimpo, da Quadrato ad Aristone di Pella, passando per Aristide, Giustino, Taziano, Atenagora, Milziade, Teofilo di Antiochia, Apollinare, Melitone di Sardi ed Ermia, per non citare che i  più noti. Uno scritto anonimo Lettera a Diogneto, gode tra loro di un particolare risalto, perché determina il posto dei cristiani nel mondo con una maestria ineguagliata:«Com’è l’anima nel corpo», afferma, «così nel mondo sono cristiani» (Diogn. VI, 1). Per giungere ad una tale conclusione, l’autore ricorre ad una struttura frequente nelle apologie: una prima parte comincia con il confutare gli errori del paganesimo fustigando l’idolatria, i sacrifici sanguinosi dei pagani nonché il ritualismo dei giudei, mentre una seconda parte espone in positivo l’essenziale del mistero cristiano.
     All’imperatore Adriano, Aristide spiega verso il 124125 che l’umanità è composta di diversi tipi di abitanti, i quali si sono smarriti in quanto hanno identificato Dio con uno degli elementi naturali. Caldei, greci ed egizi «sono stati istitutori maestri per le altre nazioni del culto e dell’adorazione degli dèi dai molti nomi» (apol. II, 2). La confusione della creatura e del Creatore li ha immersi nell’errore. La mitologia greca risulta particolarmente ridicola e contraddittoria, un tratto che gli apologisti rivelano spesso, critici verso la religione popolare come verso le elaborazioni scientifico-filosofiche (ERMIASatira dei filosofi profani), mentre gli egizi hanno introdotto come «dèi animali bruti terrestri e marini, piante e germogli»(XII, 1). I giudei, a motivo del loro rifiuto del Figlio di Dio, vengono dichiarati «quasi alla pari» (paromoioi) dei pagani (XIV,4). All’inizio della sua opera Aristide ricorda all’imperatore che «è Dio colui che tutto a creato e governa, senza principio ed eterno, immortale e privo di bisogno» (I, 34). Alla fine, egli completa questi attributi che il filosofo pagano poteva ammettere, con un evocazione del Cristo «Figlio Unigenito e dello Spirito Santo», e precisa che «la santa scrittura del vangelo» è fonte di verità su di lui (XV,1; II,9).
     Una generazione dopo, Giustino (100165) si rivolge anche lui all’imperatore, Antonino Pio, figlio adottivo di Adriano, e ai figli di lui, Marco Aurelio e Lucio Vero. Figlio di un padre dal nome latino e nipote di un nonno dal nome greco, ambedue abitanti in una provincia dalla tradizione composita, la Samaria, Giustino è particolarmente sensibile alla presenza del logos divino nel complesso dell’universo. Di formazione filosofica, egli ha cercato a lungo la verità e il prologo del suo Dialogo con Trifone descrive le diverse tappe di una ricerca che lo fa passare successivamente dallo stoicismo all’aristotelismo, poi al pitagorismo, al platonismo e infine al cristianesimo. Una volta convertito, egli non rinnega le proprie origini e continua a portare il mantello dei filosofi, il che traduce, su un piano personale, il suo riconoscimento dell’unità del disegno di Dio sull’universo intero.
     Riportata recentemente alla sua integrità originale, L’Apologia di Giustino obbedisce alle regole del genere e comincia con il confutare le accuse ormai tradizionali che vengono rivolte ai cristiani. L’opera mostra come il loro semplice nome non sia sufficiente a dimostrare la loro colpevolezza; confuta la loro qualificazione di atei, perché essi credono che Dio, creatore di tutte le cose, non ha bisogno di nulla e costituisce la più alta ricompensa per l’uomo virtuoso; li scagiona quindi da ogni sospetto di mancanza di senso civico e mostra in essi «degli alleati e collaboratori in vista della pace» (apol. I, 12, 1).
     Proseguendo, l’opera espone la dottrina cristiana, della quale mette in evidenza la superiorità e la razionalità rispetto alle idee dei pagani. Come, contro ogni aspettativa, un minuscolo seme sfocia nella generazione di un essere umano, così i morti possono risorgere «È meglio credere a ciò che è impossibile alla nostra natura e agli uomini, piuttosto che non credere come fanno gli altri» (I,19,6). Questa fede è il frutto dell’insegnamento del Maestro supremo, il Cristo, che dice sempre il vero. D’altronde, la veracità dell sue parole è rafforzata dalla somiglianza della sua vita con quella di Hermes, di Perseo, o di Asclepio (I, 22, 2.56). L’argomento potrebbe sorprendere ma, se Giustino chiede ai suoi lettori di accettare le sue spiegazioni, non è perché esse sono in linea con la mitologia greca-romana: è «perché si tratta della verità» (I, 23, 1).
     Il logos non può dire altro che il vero e agire bene. Nel passato, ha ispirato anche i pagani, ai quali si è parzialmente comunicato. Non soltanto i loro filosofi hanno ricevuto dai profeti la fede in un Dio creatore, non essendosi privato Platone di prendere dei prestiti da Mosè (I, 5960), ma si può anche dire che Socrate ha parzialmente (apò merus) conosciuto il Cristo in quanto logos «presente in ogni uomo (II, 10, 8). Giustino equipara Gesù Cristo e il «logos seminale» al quale partecipa ogni essere umano (II, 8, 1). Sulla superficie della terra non si dà essere umano che non abbia ricevuto i semi del Verbo, i semina Verbi! Questa unità fondamentale del genere umano non rende soltanto crudele ogni idea di persecuzione di esseri innocenti e di buoni cittadini di esseri innocenti e di buoni cittadini. Essa ne mostra l’assurdità profonda e il lato di autodistruzione. Di passaggio, viene fatta giustizia delle accuse abituali di antropofagia e, al contrario, il filosofo passato al Cristo descrive, con precisione ancora maggiore che nella Didachè, la celebrazione dell’eucarestia così come poteva essere fatta nella Roma degli anni 160 (I,6567). Si noterà in particolare che viene espressa l’idea di una somiglianza con il culto di Mitra, ma l’autore non vuole vedervi altro altro che una parodia dei misteri cristiani da parte dei “cattivi demoni” (I, 66, 4). Quello che importa è mostrare all’imperatore l’innocuità e il valore di una celebrazioneche permette di consumare un cibo «divenuto eucarestia grazie alla preghiera» venuto dal Cristo «per assimilazione» (I, 66, 2).
     Atenagora di Atene con la sua Supplica per i cristiani, Taziano con il suo Discorso ai greci, Tertualliano, la cui Apologetica è scritta in latino, mentre tutte le altre sono scritte in greco, contrassegnano l’ultimo quarto del II secolo, alla vigilia della grande persecuzione di Settimio Severo. 
Ed è ben di teologia che essi trattano, e non della semplice difesa dei fedeli vittime dell’ostilità del potere locale. Atenagora, nel 177, presenta una riflessione elaborata  su Dio «unico, increato, eterno, invisibile, impassibile, incomprensibile, immenso, che può essere contemplato solo dalla mente e dalla ragione, circonfuso di luce, di bellezza, di spirito e di potenza ineffabile» (leg. 10). Il Figlio di Dio è “uno” con il Padre; non è creato, ma eternamente pensante, procede da lui. Lo Spirito Santo è qualificato come “derivazione” o “effluvio” (apórroia) di Dio, che esce da lui e in lui rientra come un raggio di sole. Con una foga che annuncia Tertulliano, Taziano, nel suo Diatessárōn, fa sentire l’unità dei quattro vangeli e mostra la superiorità della rivelazione cristiana rispetto alle opere pagane.


Letto 1014 volte Ultima modifica il Martedì, 08 Marzo 2016 08:53
Admin

Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

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Mons. Luigi Negri


   

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