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Rubrica: Storia della Teologia

   
Mercoledì, 12 Agosto 2015 00:00

La testimonianza di Roma (PARTE 7)

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La Testimonianza di Roma


Mentre L’oriente forgiava gli strumenti necessari per una ricca pratica dell’esegesi, l’Occidente non lasciava cadere l’eredità di Tertulliano. Cipriano (v. 200258) ne ha raccontato la conversione nell’Ad Donatum, dove ha mostrato il suo passaggio da una «notte cieca» alla «luce della verità» e ci tenne a leggere ogni giorno una pagina di Tertulliano, suo «Maestro». Come lui, egli avrebbe fatto opera di Moralista, riflettendo sulla vita delle vergini consacrate (De habitu virginum), e di mistica, scrivendo anche lui un trattato sulla preghiera (De oratione dominica). Ma la sua elezione a vescovo di Cartagine nel 249 dà alla sua azione un’eco maggiore perché dalla sua sede dipendono ora 150 vescovi africani. La persecuzione di Decio (249251), che colpisce in quel tempo la Chiesa, pone la dolorosa questione della riconciliazione dei lapsi, che avevano abiurato per paura dei supplizi. Di fronte a spiriti divisi e pronti allo scisma, Cipriano ricorda in una formula celebre che «non può più avere Dio come padre chi non ha la Chiesa come madre» (De unitate Ecclesiae catholicae 6 [33]) egli sottolinea il posto unico della Chiesa romana «matrice e radice», e sostiene fermamente il Papa Cornelio, ben presto martire nel 253. È a Roma, infatti, che si trova il «seggio di Pietro», «la chiesa principale, dalla quale ha avuto origine l’unità dei sacerdoti [episcopale]» (lettera 59, 14,1). Non esiste «che un solo Dio, un solo Cristo, una sola chiesa una sola cattedra fondata su Pietro dalla voce del Signore» (ep. 43,5, 2). 
     Con Cipriano prendono loro slancio la teologia dell’episcopato e la teologia della Penitenza. Ignazio di Antiochia aveva gettato le fondamenta della prima ed Erma quelle della seconda. La corrispondenza di Cipriano è eloquente sull’una e sull’altra. Egli scrive a Cornelio:

     «quando simile vescovo […] Si vede combattuto da un manipolo di uomini disperati e perduti e che si trovano fuori dalla Chiesa, è evidente chi lo combatta. Certamente non Cristo, che sceglie protegge i sacerdoti [vescovi], ma colui che, nemico di Cristo, e ostile alla sua Chiesa, persegue con la sua ostilità il capo della Chiesa proprio con lo scopo di procurare con più accanimento e con più violenza il naufragio della Chiesa stessa, dopo aver eliminato il nocchiero» (ep. 59, 6,2).

Il dovere del vescovo consiste nel vegliare perché nessuno si è allontani dalla Chiesa. La questione dei lapsi deve essere trattata con fermezza e misericordia. Bisogna evitare di respingerli, se si pentono, altrimenti si provocherebbe la loro caduta definitiva:

    «nessuno trascini verso il basso con i suoi inganni quelli che vogliono rialzarsi. Nessuno mandi ancora più a fondo né schiacci quelli che si trovano in basso, per i quali noi chiediamo che siano risollevati dalle mani di Dio. […] Nessuno spenga del tutto la luce del cammino di salvezza a coloro che procedono incerti nel buio della loro caduta [apostasia]» (ep. 43, 6,1).

Cipriano rifiuta una Chiesa di «puri» dalla moralità orgogliosa e sprezzante. Due secoli prima di Agostino, Che incontrerà le medesime difficoltà con i donatisti, egli evita alla Chiesa di impegnarsi su una via senza uscita, come lo aveva evitato Ireneo nel suo tempo. Il suo atteggiamento contrasta con quello di Novaziano (258), brillante presbitero di Roma che aveva composto il primo De Trinitate della storia, un po» prima del 250, e che, deluso di non essere stato eletto invece di Cornelio, si era fatto consacrare da tre vescovi della campagna, «ubriachi e intontiti [da quanto avevano bevuto]», secondo la lettera di Cornelio a Fabio di Antiochia, citata da Eusebio di Cesarea (storia ecclesiastica VI, 43,9). Novaziano, che aveva ancora dei seguaci a Costantinopoli verso il 430, voleva che con i lapsi ci si mostrasse spietati. Egli scriveva a Cipriano: «antica […] È la nostra severità» (ep. 30, 2,2). Cercando di stabilire una gerarchia parallela, egli si sforza, così lo accusa Cipriano, «di gettare le basi della sua dottrina […] Dopo l’insegnamento di Dio, dopo l’unità salda ovunque forte della Chiesa cattolica» (ep. 55, 24,1). Paciano, vescovo di Barcellona, alla fine del IV secolo (prima del 392), chiamerà i novaziani della sua epoca a praticare finalmente la carità: «Chi potrai convincere», scrive a Simproniano, uno di loro, «che, per aver ammesso dei penitenti, il popolo che li ha ammessi diventato rinnegato?» (Contra Novatianos 3,4).

 

 

                                                

Letto 652 volte Ultima modifica il Domenica, 07 Agosto 2016 10:54
Admin

Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

   

Mons. Luigi Negri


   

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