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Rubrica: Storia della Teologia

   
Martedì, 19 Gennaio 2016 00:00

Scuola di Teologia in Oriente (parte 12)

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Un posto a parte deve essere riservato a delle scuole meno celebri di quelle di Alessandria e di Antiochia, ma non meno ricche di personalità avvincenti. Ai margini dell’impero, la città di Nisibi, successivamente greca, romana e persiana, fu sede di una scuola di teologia che contava fino ad ottocento studenti e fu un vero e proprio vivaio di vescovi orientali. Efrem (306373), che aveva partecipato alla sua fondazione, dovette trasferirla ad Edessa quando la città fu ceduta dall’imperatore Gioviano ai Sassanidi, ma la sua attività non ne fu affatto rallentata: commentari sulla Genesi, l’Esodo, il Diatessàdron, gli Atti, le lettere di san Paolo, alcune omelie, alcuni inni hanno l’aspetto di confutazioni di Mani, di Bardesane e di Marcione. Efrem si ispira ai metodi di Antiochia e invita il lettore a rifugiarsi «in una convinzione salda e sana, nel Testamento in cui lo Spirito ha disegnato le membra di Cristo, per mostrare, con dei misteri manifesti, la sua forma nascosta» (Esortazione alla saggezza 3).
     Edessa, evangelizzata da Addai — inviato dallo stesso Gesù, secondo Eusebio di Cesarea — è la capitale del regno di Osroene, ma di nuovo annessa ad Antiochia all’inizio del III secolo. Forse Taziano vi aveva composto il suo Discorso ai Greci. Durante l’episcopato di Ibas († 457) gli scritti di Diodoro di Tarso e di Teodoro dí Mopsuestia — tradotti da quest’ultimo stesso dal greco in siriaco — vi si diffusero, il che fece accusare la città di nestorianesimo. La scuola di Edessa, chiusa nel 489 per decisione imperiale, ripiegò su Nisibi. Da là ormai si irradia la cultura nestoriana, fino in Persia e in Cina. Ibas aveva scritto anche un commento ai Proverbi, delle Omelie e degli Inni.
     Più a sud, a partire dal V secolo, si assiste allo sviluppo della scuola di Gaza. Forse più ancora di quella di Nisibi, essa è composta soprattutto da uomini spirituali la cui teologia consiste nel parlare di Dio e nell’aiutare l’uomo a parlare con, mediante e per lui. Le personalità abbondano: vanno menzionati soprattutto Barsanufio e Giovanni († v. 550), dall’Epistolario fornito — sono state conservate più di ottocento lettere — nonché Doroteo (t tra il 560 e il 580), già loro discepolo divenuto a sua volta fondatore di monasteri. È sempre una dogmatica sulla linea di Nicea quella che sottende la loro contemplazione, come dice Barsanufio: «Poiché è al di sopra di te investigare su altre cose, attienti alla via regale, la fede intendo dei 318 santi padri teofori, nella quale sei anche stato battezzato» (Lettere 59,43). Se il Credo di Nicea è il fondamento di ogni confessione di fede, l’antropologia e la morale della scuola di Gaza ha le sue radici nella teologia della creazione, così come la rivela il libro della Genesi. Doroteo ne trae le conseguenze: «Siamo fatti ad immagine di Dio: rendiamo pura e preziosa la nostra immagine, degna dell’archetipo» (Istruzione 16, 171). Accanto a questi monaci dall’esperienza profonda vanno menzionati degli scrittori che, senza essere necessariamente teologi di mestiere, non hanno tuttavia mancato di permettere alla riflessione di svilupparsi, come Procopio di Gaza (465530), pioniere del genere letterario delle «catene», compilazioni di Commentari dei Padri greci sulla Scrittura, essenzialmente nel suo caso, l’Ottateuco, i Re e le Cronache.
     Gli inizi della letteratura siriaca, lingua derivata dall’aramaico e parlata in Siria contemporaneamente al greco fino al VI secolo, prima di essere progressivamente soppiantata dall’arabo, sono noti grazie al catalogo di Ebedjesus, metropolita nestoriano di Nisibi (t 1318). Tali inizi mostrano la presenza di una vita intellettuale e di una riflessione teologica molto ricche delle quali si possono ricordare alcuni grandi nomi. L’opera più antica è costituita dalle Omelie di Afraate, il «Saggio persiano», redatte tra il 337 e il 345, sugli argomenti più diversi, come la fede, la carità, il digiuno, la preghiera, le guerre, il Cristo, figlio di Dio, la verginità o i fini ultimi. L’alfabeto siriaco era composto da ventidue lettere, e ciascuna omelia cominciava con una di esse. La componente poetica e mistica resterà sempre importante in autori orientali: se Efrem ne è il tipo completo, i suoi discepoli, Aba, Paulonas, Cyrillona e Absamya si danno anch’essi ad esprimere delle verità di fede in forma versificata. Duecento omelie metriche di Isacco di Antiochia sono ancora da tradurre. Se, del monaco Rabula († 435), divenuto vescovo di Edessa nel 411, restano soltanto alcuni bei testi fedeli alle decisioni del concilio di Efeso, i suoi successori sono caratterizzati dal nestorianesimo o dal monofisismo. I nestoriani Narsete di Nísibi, Acacio di Seleucia, Mana di Rewardshir, compongono delle omelie, dei poemi o dei trattati antimonofisiti. Se Paolo di Nisibi († 571) va identificato senz’altro con Paolo il Persiano, avremmo l’esempio di un teologo che non esita a redigere in siriaco un Trattato sulla logica di Aristotele. Henana, professore a Nisibi alla fine del VI secolo, ha scritto dei commentari dell’Antico e del Nuovo Testamento nei quali si ispira a san Giovanni Crisostomo. Infine, Babai il Vecchio o il Grande († 615), studente poi professore a Nisibi, avrebbe scritto più di ottanta opere di esegesi o di teologia, tra le quali una storia dei seguaci di Diodoro di Tarso e diverse notizie biografiche su teologi, le quali costituiscono ancora oggi una preziosa fonte di informazione.

 
     Dipendente sempre dal patriarcato di Antiochia ed evangelizzata da santa Nino [o Nuna] a partire dagli anni 325, la Georgia ha dato la nascita ad una letteratura che, se non ci fosse l’ostacolo della lingua di origine iranico-aramaica, meriterebbe di essere meglio conosciuta. Dal V al XII secolo, alcuni Padri che avevano dovuto affrontare lo zoroastrismo, annunciarono il vangelo di Cristo alle popolazioni situate tra l’Armenia, l’Iran e la Turchia di oggi. È molto spesso nei conventi, come quello di Zedadzneli, fondato da Giovanni il Siro, quelli di Dodo o d’Iqaltho, fondati da Zenone, uno dei tredici santi Padri siriani evangelizzatori della regione, che si è sviluppata una vita liturgica, ascetica e letteraria importante. A partire dal VII secolo, Costantinopoli ha esercitato un’influenza sempre maggiore e si è sviluppato un movimento di fecondazione reciproca delle culture. Numerosi monasteri georgiani videro la luce sia in Grecia che in Palestina. Dal monte Athos partirono per la Georgia una serie di traduzioni di testi greci ed anche latini realizzati sotto l’impulso di Eutimio l’Atonita (9641028) e Giorgio l’Aghiorita (10141066). Così, Eutimio patrocinò non solo la traduzione del commentario di Giovanni Crisostomo su san Matteo e quello di Basilio Magno sui Salmi, ma anche la traduzione di opere di Massimo il Confessore e di Giovanni Damasceno, senza dimenticare i Dialoghi di Gregorio Magno o le Istituzioni di Cassiano. Giorgio l’Aghiorita, da parte sua, doveva far conoscere ai georgiani l’Hexaemeron di Basilio e i Discorsi di Gregorio di Nissa.          Bisogna citare anche Efrem il Minore (10271100) e Arsenio di Iqaltho (v. 10501130), suo discepolo, i quali, dopo studi compiuti a Costantinopoli, Arsenio fu allievo anche di Michele Psellós — svilupparono una riflessione personale in un’opera di notevoli dimensioni. A Giovanni Petritzi (v. 10501125), discepolo anche lui di Psellós, si devono degli inni mariani famosi, il Samotzeoli, di sessantatré strofe, nonché una traduzione commentata degli Stoichéia di Proclo, del trattato De natura hominis di Nemesio di Emesa e dei Topici di Aristotele. Va infine segnalato il grande numero di vite di santi scritte in georgiano. Da quella di santa Nino fino a quella di san Giorgio l’Atonita, passando per quelle di sant’Abo, dei tredici Padri siriani e di Pietro Iberico, esse costituiscono preziose testimonianze sulla vita e la fede di questi apostoli, molti dei quali martirizzati.
 
     Evangelizzata poco prima della Georgia, l’Armenia, sua vicina sui monti del Caucaso, ha visto svilupparsi a partire dagli anni 300 una ricca vita intellettuale e teologica. Se il genio armeno sembra essere propriamente quello della poesia sacra, le traduzioni nella lingua con l’alfabeto creato da Mesrop (v. 350441) non hanno mancato di far conoscere tutto il patrimonio della Scrittura e dei Padri. Senza alcune di esse, si sarebbero anche perdute definitivamente delle opere maggiori, per esempio la Dimostrazione della predicazione apostolica di Ireneo di Lione. Nella produzione prevale dapprima la storia, con la Cronaca di Agatangiolo la quale narra di come san Gregorio l’Illuminatore (238332) evangelizzò il paese, la Biblioteca storica di Fausto di Bisanzio (v. 318395) o la Storia d’Armenia di Mosè di Khorene (v. 407492). Molto presto, si assiste alla composizione di opere originali, come il De sectis di Eznik di Kolb (v.397478) il quale, dopo aver studiato a Edessa e Costantinopoli, si impegnò a confutare le eresie in modo sistematico. Il grande nome della letteratura patristica armena resta comunque quello di Gregorio di Narek (v.9401003), il «Pindaro armeno», nel quale si mescolano brani di poesia sacra, elegie, formule di preghiera o inni liturgici, nonché un Commento al Cantico dei cantici, chiaramente ispirato a Gregorio di Nissa, o una esposizione sul capitolo 38 del libro di Giobbe, che induce a meditare sul mistero del male. Accanto al suo Libro di preghiere, non bisogna omettere di segnalare la Spiegazione della messa, composta da suo padre Chosrov il Grande, che pubblicò lui stesso verso il 950 e che testimonia anche il suo amore per la vita liturgica del suo tempo. Sulle sue orme, il patriarca — o katholikós — Nersete IV, detto Nersete il Grazioso (11021173), compose un poema di ottomila versi rimati che egli intitolò Gesù Figlio di Dio (Yesous Orti) e che costituisce una sorta di affresco immenso ispirato all’Antico e al Nuovo Testamento. Lo stile epico, che egli aveva già adottato per descrivere la caduta di Edessa assediata dal sultano di Aleppo nel 1144, doveva fare di lui uno dei più grandi poeti armeni. Teologia che si esprime naturalmente in forma versificata, il pensiero di Nersete assume aspetti anche più speculativi quando commenta il vangelo di Matteo o espone in trattati dogmatici la fede della chiesa di Armenia. Passata al monofisismo dopo il concilio di Calcedonia, questa chiesa dalla ricca e avvincente tradizione conobbe numerosi tentativi di unione, sia con i greci di Bisanzio che con i latini di Roma. Tuttavia, il decreto sugli armeni Exultate Deo, promulgato nel novembre del 143 9 al concilio di Firenze, non ottenne gli effetti sperati.
 
 
 
                                                
Letto 437 volte Ultima modifica il Martedì, 08 Marzo 2016 09:26
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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

   

Mons. Luigi Negri


   

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