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Rubrica: Storia della Teologia

   
Martedì, 23 Agosto 2016 13:16

Il monachesimo orientale: asceti teologi (parte 15)

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Il monachesimo orientale: asceti teologi

Chi fu il primo monaco? La tradizione esita a rispondere. Potrebbe ben essere Gesù stesso, nella solitudine in cui si trova (monos). Anche se i Padri dei primi secoli fanno l’elogio della verginità in diversi trattati, bisogna aspettare la pace della chiesa, all’inizio del IV secolo, per veder nascere e svilupparsi, nel nord dell’Egitto, le prime comunità di uomini o di donne decisi a lasciare tutto per seguire il Cristo in povertà, castità e obbedienza. È noto il ruolo avuto da Antonio in materia. L’essenziale lo dice Atanasio: «Non crediamo, guardando il mondo, di aver rinunciato a grandi cose: la terra intera è piccolissima a confronto di tutto il cielo» (Vita 17, 2 [134])1. Lo sguardo si fissa su Dio: «Ogni giorno, quando ci svegliamo, dobbiamo pensare che non arriveremo fino a sera, e di nuovo, al momento di coricarci, dobbiamo pensare che non ci sveglieremo più» (19, 3 [136]).
Nella linea di Antonio e di Ammonio, suo discepolo e successore, bisogna nominare Pacomio († 346), il quale, a sud di Tebe, fonda il primo monastero di vita comune retto da una regola. Questa regola doveva ispirare quella di Basilio e di Cesario di Arles nonché la riforma di Benedetto di Aniane.

 

Macario l’Egizio (v. 300390) e Macario l’Alessandrino († 394), che hanno lasciato il ricordo di monaci dalle virtù eroiche nella Storia lausiaca di Palladio di Elenopoli (363431) hanno come discepolo Evagrio († 399), l’autore più fecondo del deserto egiziano e il mistico più celebre fino al termine dell’impero bizantino. Il suo pensiero, molto criticato per il suo origenismo ostentato, si esprime in un genere letterario nuovo, quello delle «centurie spirituali», genere che avrà un grande successo. 

Lo Gnostico, piccolo libro di cinquanta capitoli — o una mezza centuria incita alla prudenza nella ricerca teologica. «È giusto discorrere con i monaci e i mondani della retta condotta e spiegare loro, in parte, quelle dottrine della fisica e della teologia, «senza le quali nessuno vedrà Dio»» (13 [245])2. Questo consiglio sfocia su un principio molto interessante di lettura della Scrittura: 

«Bisogna che comprendiamo, a proposito sia delle allegorie dei misteri, sia delle loro accezioni semplici, se sono relative alle condotte della virtù o alle nature o alla conoscenza di Dio. E, se parlano delle condotte, bisogna che comprendiamo se parlano dell’animosità o di quel che accade a partire da essa, o dei desideri e di quel che loro coerisce, o del nostro intelletto e dei suoi moti. Se invece parlano delle cose della natura, bisogna che guardiamo se accennano a qualcosa in relazione all’ordine delle nature, e in relazione a quale di loro. Se poi l’allegoria è detta relativamente alla Divinità, per quanto è in nostro potere di scrutare, vediamo se essa significa la santa Trinità — e questa semplicemente — oppure se significa il nome dí qualcos’altro con lei. Se invece la parola dei misteri non rinvia ad alcuna di queste cose, è una visione semplice o significa una profezia» (18 [246]).
 

La riflessione teologica non ha altro obiettivo che quello di condurre ad una contemplazione più ricca, come spiega Evagrio in una lettera che oggi si trova inserita nella corrispondenza di Basilio: «Col parlare un poco degli insegnamenti divini e con l’ascoltarli frequentemente, noi acquistiamo un possesso della contemplazione che non perderemo mai» (Lettere 8, 1 [66])3.

Isidoro di Pelusio (v. 355440) si ispira anche lui ai princìpi dell’esegesi sviluppati ad Antiochia, nelle duemila lettere che ha lasciato. Abate di un monastero situato nell’est del delta del Nilo, egli affronta le questioni più varie. Le sue prime constatazioni non sono per nulla ottimistiche: la chiesa è in preda a crisi violente. Un tempo, «erano gli uomini che amavano la virtù ad essere promossi al sacerdozio; oggi sono gli uomini che amano il denaro» (Lettere 1237). Questo comportamento non porta a nulla: «Ogni nuovo guadagno è materia che fa bruciare dal desiderio di possedere ancora di più» (Lettere 1297). La speranza resta sempre la più forte: «Se a poco a poco si smette di ammassare, si arriverà a condividere e si recupererà una salute perfetta» (Lettere 1413). L’importante sta altrove: i veri tesori sono nella Scrittura che apre all’uomo l’accesso alla salvezza e dà agli spirituali gli strumenti per contemplare le realtà invisibili. Dio resta comunque al di là di tutto, perché «l’interrogativo sulla sua essenza non è né necessario né accessibile agli uomini» (Lettere 799). La fede di Nicea è sufficiente a parlarne senza errore e Isidoro parla già di Cristo come farà Cirillo di Alessandria, vedendo in lui «un solo Figlio, senza inizio ed eterno, prima dell’incarnazione come dopo l’incarnazione» (Lettere 419) Da notare una riflessione suggestiva sull’origine delle eresie:

«A mio avviso, le eresie sono frutto o dell’amore del potere o della presunzione, due mali difficili da combattere. Gli uni perché si rifiutavano di sottomettersi, gli altri perché, a causa di una presunzione, non accettavano che si insegnasse loro, hanno gettato i germi di una nuova dottrina, rifiutando di attenersi a ciò che era stabilito» (Lettere 1533). Il suo contemporaneo Diadoco († 468), vescovo di Foticea nell’Epiro, lascia un’opera avvincente, i Cento Capitoli sulla perfezione spirituale, i quali, non senza ottimismo, tracciano al monaco — e ad ogni lettore — un cammino verso Dio, rispondendo nello stesso tempo alle teorie messaliane, condannate al concilio di Efeso, secondo le quali ogni uomo è abitato da un demonio che lo spinge al male. Ispirandosi ad Evagrio, Diadoco fa mostra di una grande fiducia nella grazia divina. Egli insiste sulla preparazione da seguire da parte del «teologo» che è, in altri termini, colui che vuole comunicare agli altri le ricchezze del regno di Dio, L’amore di Dio va ricercato a qualsiasi prezzo, perché: 

«in tanto si abita nell’amore di Dio in quanto si accoglie nel senso dell’anima l’amore di Dio. Perciò da questo momento egli viene a trovarsi come immerso in una brama ardente dell’illuminazione della scienza fino a provare la precisa sensazione delle proprie ossa, pur senza coscienza di se stesso, ma interamente trasformato dall’amore divino. Costui è presente e assente al mondo. Infatti, mentre abita nel proprio corpo, se ne distacca per via dell’amore in quanto l’anima muove incessantemente verso Dio» (cap. XIV [31s.].4
 

La questione nestoriana e il concilio di Efeso

Nel 325, a Nicea, è il rapporto del Figlio a Dio che è in questione. Il simbolo di fede precisa definitivamente le cose: egli è Dio, nato da Dio, generato non creato, della stessa sostanza del Padre. Un secolo dopo, è il rapporto del Figlio con l’uomo che si pone in maniera acuta. Per evitare qualsiasi sentore di arianesimo e difendere la personalità divina di Cristo, Apollinare di Laodicea (v. 310390) ha creduto di poter dire che il Verbo si era incarnato non prendendo altro che un semplice corpo senza anima. Secondo lui, in Gesù era il Verbo stesso che teneva il posto dell’anima. Così il Verbo si era associato un corpo dotato tutt’al più di un’anima animale non di un’anima intelligente, e Apollinare dichiarò che c’era un’unica natura incarnata del Verbo di Dio. Il personaggio è brillante e convincente, a quanto dice lo stesso Basilio: «I suoi argomenti sull’incarnazione produssero tanto turbamento tra i fratelli che pochi, ormai, tra quanti li hanno letti, conservano la primitiva forma di pietà» (Lettere 2634). Condannato nel 377, Apollinare si vedeva opporre la seguente accusa: «Se è stato assunto un uomo imperfetto, il dono di Dio è imperfetto, la nostra salvezza è imperfetta, perché non è tutto l’uomo che è stato assunto».
 

     Onde evitare una tale fusione di due elementi uno dei quali è gravemente incompleto, Nestorio difese l’idea dell’unione nel Cristo di due nature distinte e complete: quella di un uomo completo e quella del Verbo. Il risultato di questa congiunzione è la persona di Cristo, che è distinta dalla persona preesistente del Verbo. La Vergine Maria, madre del Cristo (christotókos) non può essere chiamata madre del Verbo o madre di Dio (theotókos). Il popolo di Costantinopoli, ribellandosi a questa negazione della sua fede, protestò energicamente e Cirillo di Alessandria (v. 380444) intraprese fino alla primavera del 429 la confutazione della posizione nestoriana. Egli poteva basarsi per lo meno su un secolo di tradizione, perché il termine theotókos appare già in una lettera di Alessandro di Alessandria, databile al 325, senza che l’autore senta il bisogno di spiegarne il significato. Cirillo e Nestorio si appellarono al papa Celestino che riunì un sinodo a Roma e fece condannare la teologia nestoriana.

Cirillo, incaricato di annunciare la decisione al suo avversario, la integrò con dodici anatematismi, l’ultimo dei quali diceva:

     Se qualcuno non confessa che il Verbo di Dio ha sofferto nella carne, è stato crocifisso nella carne, ha assaporato la morte nella carne, ed è divenuto il primogenito dei morti, perché come Dio è vita e dà la vita, sia anatema.5

Il concilio riunito ad Efeso fu presieduto da Cirillo e da un legato del papa; depose e scomunicò Nestorio, il quale, dopo diverse peripezie, si ritirò in un monastero ad Antiochia. Cirillo, dottore dell’incarnazione, è, per via di conseguenza, un dottore dell’eucaristia. Egli si compiace di descrivere l’azione del Cristo nel fedele: «Come provocando la scintilla del fuoco la inseriamo nella paglia per conservare il seme del fuoco, così anche il Signore nostro Gesù Cristo ha nascosto in noi, mediante la sua carne, la vita, e l’ha inserita come seme dell’immortalità che ci libera da tutta la corruttibilità che è in noi» (Commento al vangelo di Giovanni IV, 6, 55 [vol. 1, 506)6. Unità di Cristo, unione del cristiano con lui, i due temi si richiamano del tutto naturalmente. Anche unità di una lotta: per Cirillo, è importante farla finita con l’eresia ariana, e ad essa consacra il suo Thesaurus de sancta et consubstantiali Trinitate. Egli si oppone ai maestri di Nestorio, cioè Diodoro di Tarso e Teodoro di Mopsuestia, nel Contra Diodorum et Theodorum. Torna sulle accuse dell’imperatore Giuliano ai cristiani e indirizza al suo successore, Teodosio II, un’apologia intitolata Per la santa religione dei cristiani contro i libri dell’empio Giuliano. Il suo metodo farà scuola, perché egli è solito ricorrere non soltanto alle prove scritturali, ma anche alle prove patristiche e alle prove mediante la ragione. Così, chiede che la riflessione teologica dia prova di buon senso: 

«Sarebbe disdicevole e stupido pretendere che l’essere esistente prima dei secoli e coeterno al Padre avesse bisogno di un secondo inizio di esistenza. Egli non fu prima generato come un uomo ordinario dalla santa Vergine per essere poi unito al Verbo. Unito fin dal seno materno, egli ha avuto una nascita carnale, nel senso che si è appropriato, facendolo suo, del parto della propria carne» (Lettere 4).
 

Papi teologi 

Generalmente la storia non conserva che i nomi di Leone I (440461) e di Gregorio I (590604) quando prende in considerazione i papi che hanno lasciato un’opera teologica. È cosa buona aggiungervi per lo meno quelli dei loro predecessori le cui lettere e i diversi scritti hanno attraversato i secoli. Se le lettere di Pietro costituiscono i primi elementi del magistero nonché della tradizione, quella di Clemente si inscrive in questa linea, come abbiamo visto, e mostra come il vescovo di Roma goda di uno statuto a parte nel gruppo dei vescovi. Già il papa Vittore (v. 186192) aveva tentato di unificare la data della celebrazione della Pasqua. L’intervento di lreneo aveva permesso di pacificare la situazione. Silvestro I (314335), Giulio I (337352), Liberio (352366), Damaso (366384), Siricio (384399), Anastasio I (399402), Innocenzo I (409417), Zosimo (417418), Bonifacio I (418422), Celestino I (422432) lasciano tutti delle corrispondenze importanti, non tanto per le loro dimensioni quanto perché mostrano interventi dei papi nella vita delle comunità d’Occidente e d’Oriente e il loro ruolo centrale nella chiesa. Per esempio Giulio, rammaricato del fatto che gli antiocheni non lo abbiano meglio informato sulla loro situazione e su quella di Atanasio nel 341, ha queste parole rivelatrici: «Non sapete che l’abitudine è di scriverci prima e decidere dopo ciò che è giusto?» (Lettere I, 22). Allo stesso modo, la prima lettera di Damaso, inviata a tutti i vescovi d’Oriente, mostra il vescovo di Roma sostenuto da dei vescovi niceni per condannare definitivamente Aussenzio, il vescovo ariano di Milano. Decisioni disciplinari ed elaborazione del dogma rimangono indissociabili.

     Il consensus omnium e la norma vetustatis richieste da Vincenzo di Lérins sono alla radice della riflessione e dell’azione di Leone Magno.

Il papa, che conosce l’esistenza di tre concili, è contemporaneo al quarto, tenuto a Calcedonia nel 451. La sua battaglia contro i manichei, i pelagiani e i priscilliani, i suoi diversi interventi nella vita delle diocesi galliche, spagnole, illiriche e africane rivelavano già la sua sollecitudine dell’unità della chiesa. La sua battaglia contro Eutiche avrebbe occupato tutto il suo pontificato. Per questo monaco di Costantinopoli, il Cristo possedeva la natura divina e la natura umana prima dell’unione delle due nell’incarnazione, ma il risultato dell’unione non costituiva più che una sola natura (mia physis), mentre il concilio di Efeso aveva dichiarato che le due nature erano preservate nell’unione personale, ipostatica. Due nature, una persona per Efeso; due nature, una natura per Eutiche. Leone invia al patriarca di Costantinopoli, Flaviano, una lettera che condanna implicitamente questo monofisismo.
     Per lui, la proprietà di ciascuna delle due nature è salva e concorre a formare una sola persona, la maestà dunque si rivestì di umiltà, la forza di debolezza, l’eternità di ciò che è mortale. E, per poter annullare il debito della nostra condizione […], un identico mediatore di Dio e degli uomini, l’uomo Cristo Gesù [poté] morire secondo una natura, non [poté] morire secondo l’altra. 7  

Il Verbo di Dio incarnato è «completo in ciò che gli è proprio, completo in ciò che ci è proprio»; egli ha «arricchito l’umano senza diminuire il divino»; è «uno solo e medesimo che è vero Figlio di Dio e vero figlio dell’uomo»; il papa può dunque affermare, nel nome della comunicazione degli idiomi, che «il Figlio dell’uomo è disceso dal cielo» e che «il Figlio di Dio è detto crocifisso e sepolto, benché egli abbia subito tutto questo non nella divinità per la quale egli è Figlio unico coeterno e consustanziale al Padre, bensì nella debolezza della natura umana».

Il concilio di Calcedonia, che raduna cinquecento vescovi, si ispira direttamente a questo Torno a Flaviano e definisce ciò che costituirà d’ora in poi la fede della chiesa: 

Seguendo i santi Padri, all’unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo, [composto] di anima razionale e di corpo, consustanziale al Padre per la divinità, e consustanziale a noi per l’umanità, simile in tutto a noi, fuorché nel peccato, generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, e in questi ultimi tempi per noi e per la nostra salvezza da Maria vergine e madre di Dio, secondo l’umanità, uno e medesimo Cristo Signore unigenito; da riconoscersi in due nature, senza confusione, immutabili, indivise, inseparabili, non essendo venuta meno la differenza delle nature a causa della loro unione, ma essendo stata, anzi, salvaguardata la proprietà di ciascuna natura, e concorrendo a formare una sola persona e ipostasi […].8 

Come a Efeso, i Padri di Calcedonia non sentono il bisogno di comporre un nuovo simbolo di fede.  Essi si limitano ad affermare: 

«Stabiliamo che debba risplendere l’esposizione della fede ortodossa e incontaminata, fatta dai 318 santi e beati Padri riuniti a Nicea sotto l’imperatore Costantino di pia memoria, e che si debba mantenere in vigore quanto fu decretato dai 150 santi Padri a Costantinopoli per estirpare le eresie che allora germogliavano e rafforzare la stessa nostra fede cattolica e apostolica» (ibid., 84). 

La citazione di questi due simboli di fede viene allora seguita da queste parole: 

«L’attuale santo e grande concilio ecumenico che insegna l’immutabile dottrina predicata sin dall’inizio, stabilisce prima di tutto che la fede dei 318 santi Padri deve essere intangibile; conferma la dottrina sulla natura dello Spirito Santo, trasmessa in tempi posteriori dai 150 Padri raccolti nella città imperiale a causa di quelli che combattevano lo Spirito Santo […]. Nei confronti di coloro che tentano di alterare il mistero dell’economia [della salvezza] e hanno l’impudenza di sostenere che colui che nacque dalla santa Vergine Maria è solo un uomo, [questo concilio] fa sue le lettere sinodali del beato Cirillo, che fu pastore della chiesa di Alessandria, a Nestorio e agli orientali, come adeguate sia a confutare la follia nestoriana, sia a spiegare il vero senso del simbolo salvifico a coloro che desiderano conoscerlo con pio zelo. A queste ha aggiunto giustamente la lettera del beatissimo e santissimo arcivescovo della grandissima e antichissima città di Roma Leone, scritta all’arcivescovo Flaviano, di santa memoria, per confutare la malvagia concezione di Eutiche; essa, infatti, è in armonia con la confessione di fede del grande Pietro ed è per noi una fondamentale colonna contro gli eterodossi e a favore dei dogmi dell’ortodossia. [Questo concilio] si oppone a coloro che tentano di separare in una dualità di figli il mistero della divina economia di salvezza; esclude dall’ordine clericale quelli che osano affermare soggetta a sofferenza la divinità dell’Unigenito; resiste a coloro che pensano a una mescolanza o confusione delle due nature di Cristo; scaccia quelli che hanno la follia di ritenere celeste, o di qualche altra sostanza, quella forma umana di servo che egli assunse da noi; e scomunica, infine, coloro che favoleggiano di due nature del Signore prima dell’unione, e di una sola dopo l’unione» (ibid., 85s.).
 

Il simbolo di Nicea-Costantinopoli resta immutato. Tuttavia, dopo la partenza dei legati di Leone, i Padri votano dei canoni, il ventottesimo dei quali sarà carico di conseguenze. Come il canone terzo del concilio di Costantinopoli — la «nuova Roma» — esso prevede che Costantinopoli occuperà d’ora in avanti il secondo posto dopo Roma. Rifiutandosi di discreditare in questo modo la sorte di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, Leone Magno non accettò di ratificare questo canone. Così, i primi quattro concili ecumenici, considerati come un tutto, sfociavano su una controversia di pessimo augurio.

     Ultimo dei quattro grandi dottori della chiesa latina, il papa Gregorio doveva, anche lui, lasciare una bella eredità teologica. Le sue Omelie, quaranta sul vangelo e ventidue sul libro di Ezechiele, mescolano riflessioni teologiche e consigli morali. Così possiamo leggere, a proposito della ruota del carro vista da Ezechiele: «Nella lettera dell’Antico Testamento era nascosto, per mezzo dell’allegoria, il Nuovo Testamento» (I,VI, 12 [vol. 1, 195).9
I Moralia in Job, in trentacinque libri, traggono le conseguenze di questa ricchezza semantica: la sacra Scrittura «è come se crescesse insieme con il suo lettore [cum legentibus crescit]» (XX, 1, 1 [87]10. Più viene meditata, più è amata e compresa. Nella pura tradizione origeniana, Gregorio ricava, uno dopo l’altro, il senso letterale, il senso allegorico e il senso morale del testo che commenta. Senza interdirsi di fare allusione al pensiero di Agostino o di Cassiano, egli elabora un’interpretazione molto personale che sarà fortemente apprezzata ancora nel XVII secolo. Il vero esegeta cerca di fare del bene. «E necessario che chi parla di Dio si preoccupi di rendere migliori quelli che lo ascoltano» (Moralia [prefazione], Lettera a Leandro 2 [85]).

E così nell’esposizione ci vuole libertà: 

«Qualunque sia il tema che tratta, se lungo il suo cammino incontra una buona occasione di edificare, rivolga verso questa valle l’onda della sua parola e non rientri nell’alveo del suo discorso se non dopo essersi sufficientemente riversato nel campo dell’argomento  sopraggiunto» (ibid.). 

Un commento sul Cantico dei cantici ed altri commentari, oggi perduti, sui Proverbi, i Profeti e l’Eptateuco, gli hanno consentito di mettere in pratica questa idea.

Oltre a questa densa esegesi spirituale, Gregorio lascia quattro libri di Dialoghi tra il diacono Pietro e lui stesso, a proposito di una settantina di santi personaggi della loro epoca. La figura che egli traccia di san Benedetto (libro II), rimasta celebre, ha contribuito allo sviluppo della famiglia benedettina. Se non si tratta direttamente di teologia, è per lo meno una delle condizioni pressanti del suo sviluppo. Indiretta ma efficace è l’influenza esercitata dal Liber regulae pastoralis che descrive i doveri del sacerdote al quale dà utili consigli in materia di vita e di predicazione. Il teologo si fa psicologo o anche, diremmo oggi, esperto in comunicazione, in quanto Gregorio tiene presenti i diversi tipi di uditorio, che egli distribuisce in trentasei coppie antitetiche (i sani e i malati, i taciturni e i chiacchieroni), per esaminare quali siano i modi migliori per renderli capaci di assimilare i consigli che dà loro la parola di Dio. 

Come abbiamo già notato, Gregorio è, di tutti i papi — fatta eccezione di Benedetto XIV e Giovanni Paolo II— quello che ha lasciato la maggiore quantità di scritti nel corso del suo pontificato. La colomba disegnata sui suoi ritratti è figura dello Spirito Santo che, al dire della voce pubblica, lo ispirava direttamente e gli ha permesso di produrre un così grande numero di opere in un lasso di tempo tanto breve. Le ottocentoquattordici lettere della sua corrispondenza sono una miniera per lo storico e per il teologo.

     Si deve vedere in Gregorio l’antenato della missiologia? Le sue consegne ai missionari in Inghilterra sono in ogni caso esemplari del rispetto che si deve avere per i pagani: si lasceranno in piedi i templi che possono essere trasformati ín chiese; sí trasformeranno le feste pagane in feste cristiane senza violenza; si adotteranno i costumi liturgici assimilabili dai nuovi evangelizzati. Infine, se la liturgia è una teologia messa in musica e in preghiera, l’opera eminentemente teologica di Gregorio non è la sua partecipazione, diretta o indiretta, alla costituzione delle grandi opere che fisseranno la lex orandi per i secoli futuri?

Isidoro (560636), fratello e successore di Leandro, il dedicatario della regula di Gregorio, è stato vescovo di Siviglia per trentasei anni. Le sue opere enciclopediche — le Etymologiae, le Differentiae — le menzioneremo soltanto, anche se queste ultime hanno una reale portata teologica in quanto definiscono dei termini vicini particolarmente utili per la comprensione delle decisioni conciliari (substantia/essentia, creatio/formatio, mens/ratio), mentre bisogna fare un posto speciale alle sue Sentenze, i cui tre libri parlano successivamente di Dio e dei suoi attributi (immutabile, eterno, invisibile), della creazione, dell’origine del male (non creatum, bensì inventum dal diavolo), degli angeli, dell’uomo (la sola creatura che è stata voluta per se stessa, propter se ipsum), dell’anima e dei sensi, di Cristo, dello Spirito Santo e di un grande numero di altri punti di dogmatica, di morale o di spiritualità. Composta di frasi nervose, facili da ricordare e capaci di suscitare la discussione, quest’opera manifesta il teologo e il pastore capace di adattarsi a qualsiasi uditorio, se è vero che, come diceva san Pietro Canisio, il grande teologo si riconosce dalla sua capacità di scrivere un catechismo per bambini.
 

                                                

 

NOTE:

1 Vita di Antonio, Paoline, Milano 1995.

2 Lo gnostico ovvero per colui che è divenuto degno della conoscenza, in Per conoscere lui, Edizioni Qiqajon, Magnano 1996.

3 Epistolario, Paoline, Alba 1966.

4 Cento considerazioni sulla fede, Città Nuova, Roma 1978.

5 Terza lettera di Cirillo a Nestorio, in G. ALBERIGO et al. (edd.), Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Dehoniane, Bologna 1991, 61.

6 Città Nuova, Roma 1994.

7 Lettera di papa Leone a Flaviano vescovo di Costantinopoli su Eutiche, in G. ALBERIGO et al. (edd.), Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Dehoniane, Bologna 1991, 78.

8 Definizione della fede, in G. ALBERIGO et al. (edd.), Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Dehoniane, Bologna 1991, 86.

 

9 GREGORIO MAGNO, Omelie su Ezechiele 12, in Opere di Gregorio Magno III/1-III/2, Città Nuova, Roma 19921993.

10 GREGORIO MAGNO, Commento morale a Giobbe 3, in Opere di Gregorio Magno I/3, Città Nuova, Roma 1997.

 

Letto 323 volte Ultima modifica il Sabato, 24 Settembre 2016 19:24
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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

   

Mons. Luigi Negri


   

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