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Rubrica: Storia della Teologia

   
Mercoledì, 25 Marzo 2015 00:00

I grandi alessandrini (parte 5)

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Tertulliano è contemporaneo di uno scrittore dal fascino sottile e dal pensiero in continuo movimento: Clemente di Alessandria (150215). Discepolo del filosofo Panteno, egli doveva lasciare un segno durevole sul pensiero greco all’alba del III secolo. Erede di una cultura raffinata, in permanente ricerca d’armonia tra il paganesimo greco del tempo e il messaggio di Cristo, egli è testimone e attore di una lenta e feconda simbiosi. Tre grandi opere si distribuisco lungo la sua vita, come altrettante tappe di questo passaggio dal mondo greco al cristianesimo. Nel Protreptico, il cui titolo invita alla conversione (protrépein significa infatti «volgersi verso»), Clemente esorta vigorosamente i greci a rigettare la le superstizioni che caratterizzano le loro pratiche cultuali ispirate dalla mitologia e a volgersi verso la rivelazione che è giunta loro qualche secolo prima sulle coste del Mediterraneo. Il tono è a volte virulento, ma il pensiero sempre ricco e l’erudizione sempre esatta. Si tratta di strappare i greci, pur così intelligenti, all’errore grossolano del paganesimo ;«Ma io posso subito mostrarti che l’uomo è migliore di codesti dèi, cioè dei demoni, e che Ciro e Solone sono migliori di Apollo, il profeta» )prot. III,43,2). La religione dei greci è diventata un alienazione: «O voi che avete fatto violenza all’uomo e avete strappato con l’ignominia ciò che c’è di divino nella creatura» (IV,61,4).

     Solo la fedeltà a Cristo restituirà l’uomo a se stesso. E riprendendo l’immagine dalla fuga da questo mondo, già presente in Platone, Clemente invita a fuggire la tradizione greca come «un pericoloso promontorio o come la minaccia di Cariddi o le mitiche Sirene» (XII,118,1), e a prendere parte al coro degli angeli attorno a Dio che «non ha avuto nascita né avrà morte», altra citazione di Platone. La prosopopea finale fa dire a Gesù:«Vi offro in dono me stesso interamente. Questo sono io, questo vuole Dio, questa è la concordia, questa l’armonia del Padre, questo il Figlio, questo il Cristo, questo è il verbo di Dio, braccio del Signore, potenza dell’universo, volontà del Padre». (XII,120,34).
     Una volta che l’uomo si è volto verso il suo Creatore, bisogna istruirlo in buona e dovuta forma. Questo compito spetta a Cristo come ad vero e proprio maestro di scuola. I tre libri del Pedagogo, che costituiscono una miniera sulla vita quotidiana nell’Alessandria della fine del II secolo e dell’inizio del terzo, provvedono a questa formazione. Come dice Clemente, «il logos dunque è a ragione pedagogo, in quanto conduce noi fanciulli alla salvezza» (paed. I, 53, 3). La pedagogia divina «è l’indicazione del cammino diritto della verità in vista della contemplazione di Dio e l’indicazione di una santa condotta in una eterna perseveranza» (I, 54, 1). Il più difficile rimane comunque da fare. Bisogna portare alla conoscenza perfetta il cristiano che ha accettato di lasciarsi capovolgere e afferrare dal Cristo, senza sapere ancora come accordare la sua cultura profana e la sua vita nello Spirito. I sette libri degli Stromati sono lì per guidarlo per una strada ardua,  ma piena di gioiose scoperte. Il loro nome dice bene la loro forma: sono degli arazzi tessuti con cura, la cui tessitura, tuttavia, non appare al primo colpo d’occhio. Clemente è passato come maestro nell’arte di andare e venire da un argomento all’altro, di intrecciare le fila del suo ragionamento, facendole apparire e scomparire a suo piacimento. Così, egli forza il lettore a stare attento e sempre alla ricerca della verità, ad immagine di ciò che fanno le Sacre Scritture che «occultano il loro pensiero per molte ragioni» (Str. VI, 126). Per ammissione del loro stesso autore, gli Stromati «non mirano all’ordine né all’eleganza, giacché di proposito non vogliono essere «greci» nella forma espressiva: hanno disseminato le idee in modo da non farlo vedere e non secondo la loro più chiara evidenza, per rendere i lettori, se ce ne saranno, solerti e capaci di scoprirla da soli» (VII, 111, 3). 
     La verità va meritata: si crederebbe di leggere Sant’Anselmo, per il quale Dio è sempre più grande (semper maior) di quanto si era creduto. Alla scuola di teologia di Alessandria, il Didaskaleion, Clemente fu maestro di Origene (v. 185253) e lo iniziò agli arcani dell’esegesi. Il discepolo doveva superare il maestro, almeno per la sua produzione letteraria, visto che gli autori antichi gli attribuiscono, di volta in volta, ottocento opere (Girolamo), duemila (Eusebio di Cesarea) fino a seimila (Epifanio di Salamina).      Se gran parte di esse è oggi perduta, ne restano abbastanza per farsi un idea esatta dell’attività di questo teologo che, in ciascuna riga della Sacra Scrittura, scopre un aspetto del mistero di Dio. Il suo trattato I Princìpi espone i fondamentali della sua teoria: «Tre volte bisogna notare nella propria anima i concetti delle Sacre Scritture: così il semplice trova edificazione, per così dire nella carne della Scrittura […]; colui che ha poco progredito trova edificazione nell’anima della Scrittura; il perfetto [… trova] edificazione nella legge spirituale, che contiene l’ombra dei beni futuri.». (princ. IV, 2, 4)[Origine i Principi]. Corpo, anima e spirito: si riconosce la tripartizione dell’uomo di cui parla san Paolo nella sua Prima lettera ai Tessalonicesi (5, 23). Sulle orme dell’apostolo, che nella sua lettera ai Galati (4, 24) gettava anche le basi della spiegazione allegorica, e di Clemente Alessandrino, Origene distingue il senso letterale e il senso spirituale, storia e spirito, senso spirituale che peraltro può dividersi in due, senso morale e senso anagogico, o anche in tre, senso allegorico, morale e anagogico.
     
     Origene applica questi princìpi ermeneutici al testo biblico con una fecondità che gli permettono il suo genio e gli strumenti messi a sua disposizione da un ricco mecenate: sette o otto segretari si danno il cambio accanto a lui nello studio di Cesarea Marittima per redigere dietro sua dettatura i commentari, le omelie e gli scolii che gli ispira ciascuno dei libri dell’Antico e del Nuovo Testamento. Prima egli si è procurato di garantirsi un testo scritturale esatto, mediante un opera titanica, la costituzione degli Hexaplà, questa Bibbia in sei colonne che metteva l’uno accanto all’altro il testo ebraico, la sua traslitterazione in greco, il testo della Settanta e le tre traduzioni greche di Aquila, Simmaco e Teodozione. Obeli e asterischi segnalano in margine la presenza di parole greche assenti dall’ebraico e la presenza di parole ebraiche assenti dal greco. Per far meglio capire la sua opera esegetica, l’uomo d’acciaio, Adamantios, è il soprannome che gli darà san Girolamo, ci tiene a giustificare le proprie posizioni: il Perì archônTrattato dei prìncipi, gli permette successivamente di esporre i grandi temi di una dogmatica cristiana, alla quale si riferiranno spesso i secoli successivi, per il meglio e per il peggio. L’opera è stata spesso paragonata ad una «somma teologica», perché si apre sugli assiomi fondamentali del cristianesimo: Il Cristo è la verità; prima della sua incarnazione, egli si trovava in Mosè e nei profeti; essendo il suo insegnamento presentato a volte in modo contraddittorio da più di due secoli, bisogna sempre ritornare alla regola di fede, alla «verità, che in nessun punto si discosta dalla tradizione ecclesiastica ed apostolica» (princ, pref. 2), e non dimenticare mai che la rivelazione trasmessa dagli apostoli lascia libero il campo alla ricerca teologica destinata a dare meglio comprendere il loro insegnamento(pref. 3).
     Teologia e antropologia si richiamano a vicenda: Origene consacra lunghe pagine a studiare la natura dell’anima umana e la potenza della libertà. Egli sviluppa le sue teorie nel libro terzo che, più di un secolo dopo, Basilio di Cesarea e Gregorio di Nazianzo si faranno un dovere di ricopiare per trarne un antologia celebre, la Filocalia.
     Predicatore, esegeta e teologo, Origene doveva diventare anche controvertista: dietro richiesta del suo protettore Ambrogio, egli replicò al Discorso veritiero del pagano     Celso, smontando ciascuno dei suoi argomenti in una delle rare opere conservate integralmente in greco, il Contro Celso. Questa apologia in otto libri permette di farsi una buona idea di tutte le obiezioni rivolte al cristianesimo nel corso dei primi tre secoli. Lo scrittore è anche, e senza dubbio soprattutto, un uomo di preghiera ed un mistico. Lo testimoniano il suo Sulla preghiera e la sua Esortazione al martirio. Il primo offre soprattutto una serie di riflessioni teoriche e pratiche per mostrare la necessità di pregare e di dare i mezzi per farlo, prima di darsi ad una spiegazione sistematica del Padre Nostro; la seconda, scritta durante la persecuzione di Massimino nel 235, chiede ad Ambrogio di accogliere «con grande fervore le sofferenze di Cristo» e vede nei martiri «dei vincitori portati in trionfo, piuttosto che dei vinti».
     Uno dei numerosi discepoli di Origene, Gregorio il Taumaturgo, ha composto per il suo maestro un ringraziamento che traduce il debito di generazioni di studenti nei confronti di un maestro eccezionale: « Non già che si adoperasse a circuirci con le su parole, bensì a salvarci con accorta, generosa ed assai giovevole intenzione, e a renderci partecipi dei beni della filosofia […]. Era suo convincimento che dovessimo studiare filosofia [unicamente proibendoci i libri degli atei]  […] senza preferenza o preclusione nei riguardi di alcuna scuola o dottrina, sia greca che barbara, applicarsi a tutte» (pan. Or. 6, 81 [65]; 13, 151.[152].153 [81]). 
     La posterità doveva avere un giudizio più sfumato sull’Alessandrino. Se tutti i vescovi di Alessandria sostengono dopo di lui la «scuola di Alessandria» e vengono spesso eletti dopo averla diretta, il successo che egli incontra durante la vita e dopo la morte gli procura anche delle grandi gelosie. Vescovo di Olimpia in Asia Minore nella seconda metà del III secolo, Metodio, autore di un Convivio cristiano sul tipo di quello di Platone, critica in un trattato perduto, l’Aglaophôn o Sulla risurrezione, le posizioni di Origene sulla preesistenza delle anime e sulla resurrezione in un corpo spirituale. Meno di un secolo dopo, la critica contro di lui viene ripresa e fortemente amplificata nel Panárion di Epifanio di Salamina (315403). Girolamo (345420), che aveva tradotto numerose omelie origeniane, nel 395 si lascia convincere dall’eterodossia del suo antico modello. È l’inizio di una lunga crisi che oppone origenisti e anti-origenisti, crisi che si placherà un poco nel corso del V secolo e riprenderà con violenza nella prima metà del sesto, per sfociare nell’anatema pronunciato dal secondo Concilio di Costantinopoli nel 553.
 
 
 
                                                
Letto 710 volte Ultima modifica il Martedì, 08 Marzo 2016 09:10
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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

   

Mons. Luigi Negri


   

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