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Rubrica: Storia della Teologia

   
Mercoledì, 25 Marzo 2015 00:00

La prima grande sintesi (parte 3)

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Un buon numero delle opere dei primi due secoli (citate nel post precedente) sono giunte a noi solo nello stato di frammenti o restano di dimensione assai modeste. In compenso con Ireneo di Lione (140202), ci troviamo per la prima volta di fronte ad un impresa particolarmente voluminosa, impressionante se si tiene presente che, a partire dal 177, il suo autore è anche vescovo di Lione. della maggior parte delle opere restano soli titoli (Sulla monarchia, Sulla ogdoade, Sullo scisma, Lettera a Papa Vittore sulla Pasqua, Sulla conoscenza); solo Contro le eresie e, l’Esposizione della predicazione apostolica ci sono state trasmesse integralmente. L’Esposizione, riscoperta agli inizi del XX secolo, dopo quindici secoli di oblio, si propone di esporre al suo lettore «le linee fondamentali del corpo della verità» ‚(EpideixisAntico catechismo degli adulti)  onde consolidare la sua Fede, per mezzo di una «serie di annotazioni sui  punti fondamentali» (ibidem). Così facendo, si confonderanno «coloro che coltivano false opinioni» (ibidem), e si giungerà alla salvezza. Va quindi ricercata la purezza della dottrina: Ireneo scrive in un’epoca in cui si fortemente diffusa la gnosi, mettendo in grave pericolo la diffusione del Vangelo. Questa gnosi «con nome falso», come egli aveva detto nell’Adversus haereses, intende far accedere alla salvezza mediante una conoscenza riservata a un piccolo numero di spirituali, esattamente all’opposto del messaggio universale di Cristo. Essa si affida a speculazioni che alla fine rendono inutile il ricorso al testo della Bibbia e allontanano i semplici, giudicati troppo grossolani per aver parte alle rivelazioni ultime. Ireneo insorge contro questo travestimento dell’azione di Cristo e decide di ridire la «regola della fede» indispensabile a chi vuole accedere alla verità divina.
 
     Egli comincia con il richiamare il mistero trinitario, fondamento di ogni confessione di fede: Dio è padre, increato, impossibile da contenere, invisibile, unico, creatore dell’universo. Il Figlio suo, il suo Verbo, è apparso ai profeti «secondo il disegno della loro profezie e secondo il modo predisposto dal Padre» (ibidem). Viene così affermata l’unità indissolubile dei due testamenti. A tutto questo è soggiacente la nozione di genere letterario e, pertanto, la dottrina dei sensi della Scrittura di cui Origene farà più tardi la teoria. Alla fine dei tempi, il Figlio di Dio si è fatto uomo per «ricapitolare tutte le cose». Questo grande tema ireneano della recapitulatio ha percorso tutta la sua opera. Nulla sfugge al Cristo incarnato tenuto per riportare l’umanità a Dio suo Padre. Non esiste dunque un Dio creatore del bene è un Dio autore del male, come amavano affermare gli gnostici. La creazione è buona e il suo scopo è la «comunione» di Dio e dell’uomo. Terza persona di quella che Ireneo non chiama ancora la «Trinità», lo Spirito Santo «è stato diffuso in modo nuovo sull’umanità per tutta la terra rinnovando l’uomo per Dio». Il Figlio «dispensa come ministro lo Spirito a chi vuole e come il padre vuole» (Epideixis 67).

     L’esposizione della fede cristiana è seguita da una «dimostrazione» che allega come prove delle affermazioni fatte fin lì, alcune citazioni scritturali scelte con cura. In effetti, «il Verbo di Dio che, sempre presente al genere umano, anticipava la conoscenza delle cose future e istruiva gli uomini sulle cose di Dio». La storia costituisce un tutto coerente, unificato dal Creatore e dal Redentore. Gli avvenimenti del passato sono la «ripetizione», nel senso di ripetizione teatrale, di quelli del presente, in quanto «il Verbo di Dio prefigurava quello che poi sarebbe accaduto» mentre ora è in verità che egli agisce. L’atteggiamento chiesto al cristiano e dunque di «credere in Cristo e di chiedere a Dio sapienza e intelligenza per comprendere quanto fu detto dai profeti». Così egli potrà beneficiare pienamente dell’azione del suo Salvatore che è venuto sulla terra «congiungendo e unendo lo Spirito di Dio Padre con il corpo plasmato da Dio, così che diventasse uomo ad immagine e rassomiglianza di Dio».

 
    Il racconto della Genesi non riguarda quindi solo il passato; esso annuncia il futuro permesso dall’incarnazione. La teologia di Ireneo mette in viva luce l’unità del disegno creatore. Proprio nel nome di questa unità, il vescovo di Lione ingaggia con gli gnostici un’aspra battaglia nell’Adversus haereses. Il sottotitolo di questa lunga opera in cinque volumi dice il suo argomento: si tratta di una Ricerca e rovesciamento della pretesa, ma falsa, gnosi. L’avversario deve essere conosciuto prima di essere combattuto. È per questo che un primo libro presenta con forza le teorie elaborate dai grandi gnostici del secolo, in particolare Tolomeo e Valentino. Dalla «grande esposizione» che apre tutta l’opera e costituisce d’ora in poi la fonte maggiore di informazione sui sistemi descritti, il lettore viene a sapere come si prodotta la genesi dei trenta eoni che costituiscono il «pleroma» originale. Dall» «Eone» perfetto e anteriore a tutto che ha nome «Pre-Principio», «Pro-Padre» e » Abisso», si passa attraverso una successione di emissioni e di accoppiamenti con delle compagne di «syzighìa/sizigia», letteralmente «congiunzione o sottomesse allo stesso giogo», per sfociare alla costituzione di una sorta di famiglia celeste di 30 membri che corrispondono i 12 nomi di Býthios («Abisso»), Mýxis («Mescolanza»), Aghēratos («Eternamente giovane»), Hénōsis («Unione»), Autophyēs («Nato da se stesso»), Edonē («Piacere»), Akínētos («Immobile»), Sýnkrasis («Mescolanza»), Monoghenēs («Unico generato»), Makaría («Beata»), Paráklētos («Consolatore»), Pístis («Fede»), Patrikòs («Paterno»), Elpís («Speranza») e Agápē («Amore»), tra gli altri. Questi «essere avvolti nel silenzio» hanno una vita propria che soltanto uomini scelti potranno raggiungere in un avvenire migliore, a condizione di far parte della classe degli «spirituali» (pneumatikoi), che sono il sale della terra e la luce del mondo. Viene lasciato una speranza a coloro che sono semplicemente «psichici» (psychikoi) e che debbono ancora disfarsi di un attaccamento terreno, materiale. In compenso, l’avvenire molto cupo per gli esseri «ilici» (hylikoi) o «di terra» (choikoi), irrimediabilmente destinati alla corruzione e alla perdizione finale.
 
     A dire il vero, Ireneo mostra come non si debba parlare di sistema agnostico al singolare, bensì al plurale. Se la verità è una, l’errore è legione, e l’autore non esita del resto fare dell’ironia: «Niente impedisce che anche un altro su questo stesso argomento stabilisca così i nomi: c’è un Pre-Principio regale, Pre-Inintelleggibile, Pre-Anipostatico, e che si svolge su se stesso. Colui esiste una potenza, che io chiamo zucca [cucurbitacea]» (haer. I, 11, 4). Grazie all’Adversus Haereses sono state conservate notizie preziose sugli antenati dei valentiniani: Simon Mago, Meneandro, Saturnino, Basilide, Carpocrate, Cerinto, Cerdone e Marcione. Di fronte per l’abbondanza di uomini di idee, Ireneo insiste sull’unità della fede della Chiesa che, benché disperse nel mondo intero fino all’estremità della terra, conserva con cura la predicazione la fede degli apostoli come abitando «una sola casa; allo stesso modo crede in queste verità, come se avesse una sola anima e lo stesso cuore; in pieno accordo con queste verità proclama, insegna trasmette, come se avesse una sola bocca»(I, 10,2).

     Aver smascherato gli errori, è già averli vinti. Rimane da confutarli e poi esporre positivamente il contenuto della fede cristiana. Sarà l’argomento del secondo libro e dei successivi. Ciascun punto dei sistemi gnostici viene discusso, per arrivare alla conclusione che non esiste che un solo Dio creatore dall’esistenza saldamente stabilita: «infatti la creazione stessa mostra colui che l’ha creata, l’opera stessa fa venire in mente colui che l’ha fatta e il mondo manifesta colui che l’ha organizzato» (II,9,1). Un solo Dio e Padre contiene tutte le cose e dà a tutte l’esistenza (II,35,3). Questo punto di arrivo della dimostrazione merita tuttavia una conferma dalle Scritture, al banchiere nero si dà nel corso dei libri III, IV e V. Lo fa con metodo, raggruppando nel libro terzo le prove scritturali dell’unicità del vero Dio, per mezzo di citazioni scelte prima da ciascuno dei quattro evangelisti, poi dagli altri apostoli. Proseguendo, egli sollecita le stesse fonti a mostrare che il Figlio di Dio si è veramente fatto uomo e che è nato da una vergine, ricapitolando così in se stesso «l’opera modellata all’inizio», vale a dire Adamo (III, 21,910). Passando allora le parole stesse poi alle parabole del Cristo, e li mette in evidenza, nel libro IV, che le une e le altre sono anch’esse prova dell’unicità del Dio creatore. Infine, torna sull’idea iniziale della salvezza, che gli gnostici volevano far dipendere dall’assimilazione delle loro teorie, e mostra che la sacra Scrittura, e in particolare San Paolo, annuncia la resurrezione dei morti per ogni essere umano senza distinzione. Il libro V può terminare, con l’Esposizione della predicazione apostolica, sulla visione del Verbo di Dio sceso verso la creatura e da essa percepito, prima che «a sua volta la creatura accolga il Verbo e salga lui oltrepassando gli angeli e divenendo ad immagine e somiglianza di Dio» (V, 36,3).
 
 
                                                
Letto 885 volte Ultima modifica il Martedì, 08 Marzo 2016 09:05
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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

   

Mons. Luigi Negri


   

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