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Mercoledì, 25 Marzo 2015 00:00

La difesa degli Apologisti (parte 2)

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Clemente di Roma, Ignazio di Antiochia e Policarpo di Smirne sono morti tutti e tre martiri. Il cristianesimo viene visto come un attentato nefasto al politeismo diffuso e il suo culto del Dio unico come una provocazione nei confronti degli imperatori, ai quali i cristiani si rifiutano di offrire sacrifici. Molti di essi decidono di esporre allo stesso imperatore i motivi per i quali credono, al fine di mostrare che lo stato non ha nulla da temere da loro, anzi al contrario: è l’epoca dei Padri apologisti, o apologeti, i quali, ricorrendo ora al richiamo della ragione ora alla derisione, mettono in evidenza la superiorità della Rivelazione cristiana sugli dèi dell’Olimpo, da Quadrato ad Aristone di Pella, passando per Aristide, Giustino, Taziano, Atenagora, Milziade, Teofilo di Antiochia, Apollinare, Melitone di Sardi ed Ermia, per non citare che i più noti. Uno scritto anonimo Lettera a Diogneto, gode tra loro di un particolare risalto, perché determina il posto dei cristiani nel mondo con una maestria ineguagliata:«Com’è l’anima nel corpo», afferma, «così nel mondo sono cristiani» (Diogn. VI, 1). Per giungere ad una tale conclusione, l’autore ricorre ad una struttura frequente nelle apologie: una prima parte comincia con il confutare gli errori del paganesimo fustigando l’idolatria, i sacrifici sanguinosi dei pagani nonché il ritualismo dei giudei, mentre una seconda parte espone in positivo l’essenziale del mistero cristiano.

     All’imperatore Adriano, Aristide spiega verso il 124125 che l’umanità è composta di diversi tipi di abitanti, i quali si sono smarriti in quanto hanno identificato Dio con uno degli elementi naturali. Caldei, greci ed egizi «sono stati istitutori maestri per le altre nazioni del culto e dell’adorazione degli dèi dai molti nomi» (apol. II, 2). La confusione della creatura e del Creatore li ha immersi nell’errore. La mitologia greca risulta particolarmente ridicola e contraddittoria, un tratto che gli apologisti rivelano spesso, critici verso la religione popolare come verso le elaborazioni scientifico-filosofiche (ERMIA, Satira dei filosofi profani), mentre gli egizi hanno introdotto come «dèi animali bruti terrestri e marini, piante e germogli»(XII, 1). I giudei, a motivo del loro rifiuto del Figlio di Dio, vengono dichiarati «quasi alla pari» (paromoioi) dei pagani (XIV,4). All’inizio della sua opera Aristide ricorda all’imperatore che «è Dio colui che tutto a creato e governa, senza principio ed eterno, immortale e privo di bisogno» (I, 34). Alla fine, egli completa questi attributi che il filosofo pagano poteva ammettere, con un evocazione del Cristo «Figlio Unigenito e dello Spirito Santo», e precisa che «la santa scrittura del vangelo» è fonte di verità su di lui (XV,1; II,9).
     Una generazione dopo, Giustino (100165) si rivolge anche lui all’imperatore, Antonino Pio, figlio adottivo di Adriano, e ai figli di lui, Marco Aurelio e Lucio Vero. Figlio di un padre dal nome latino e nipote di un nonno dal nome greco, ambedue abitanti in una provincia dalla tradizione composita, la Samaria, Giustino è particolarmente sensibile alla presenza del logos divino nel complesso dell’universo. Di formazione filosofica, egli ha cercato a lungo la verità e il prologo del suo Dialogo con Trifone descrive le diverse tappe di una ricerca che lo fa passare successivamente dallo stoicismo all’aristotelismo, poi al pitagorismo, al platonismo e infine al cristianesimo. Una volta convertito, egli non rinnega le proprie origini e continua a portare il mantello dei filosofi, il che traduce, su un piano personale, il suo riconoscimento dell’unità del disegno di Dio sull’universo intero.
     Riportata recentemente alla sua integrità originale, L’Apologia di Giustino obbedisce alle regole del genere e comincia con il confutare le accuse ormai tradizionali che vengono rivolte ai cristiani. L’opera mostra come il loro semplice nome non sia sufficiente a dimostrare la loro colpevolezza; confuta la loro qualificazione di atei, perché essi credono che Dio, creatore di tutte le cose, non ha bisogno di nulla e costituisce la più alta ricompensa per l’uomo virtuoso; li scagiona quindi da ogni sospetto di mancanza di senso civico e mostra in essi «degli alleati e collaboratori in vista della pace» (apol. I, 12, 1).

     Proseguendo, l’opera espone la dottrina cristiana, della quale mette in evidenza la superiorità e la razionalità rispetto alle idee dei pagani. Come, contro ogni aspettativa, un minuscolo seme sfocia nella generazione di un essere umano, così i morti possono risorgere «È meglio credere a ciò che è impossibile alla nostra natura e agli uomini, piuttosto che non credere come fanno gli altri» (I,19,6). Questa fede è il frutto dell’insegnamento del Maestro supremo, il Cristo, che dice sempre il vero. D’altronde, la veracità dell sue parole è rafforzata dalla somiglianza della sua vita con quella di Hermes, di Perseo, o di Asclepio (I, 22, 2.56). L’argomento potrebbe sorprendere ma, se Giustino chiede ai suoi lettori di accettare le sue spiegazioni, non è perché esse sono in linea con la mitologia greca-romana: è «perché si tratta della verità» (I, 23, 1).
     Il Logos non può dire altro che il vero e agire bene. Nel passato, ha ispirato anche i pagani, ai quali si è parzialmente comunicato. Non soltanto i loro filosofi hanno ricevuto dai profeti la fede in un Dio creatore, non essendosi privato Platone di prendere dei prestiti da Mosè (I, 5960), ma si può anche dire che Socrate ha parzialmente (apò merus) conosciuto il Cristo in quanto logos «presente in ogni uomo (II, 10, 8). Giustino equipara Gesù Cristo e il «logos seminale» al quale partecipa ogni essere umano (II, 8, 1). Sulla superficie della terra non si dà essere umano che non abbia ricevuto i semi del Verbo, i semina Verbi! Questa unità fondamentale del genere umano non rende soltanto crudele ogni idea di persecuzione di esseri innocenti e di buoni cittadini di esseri innocenti e di buoni cittadini. Essa ne mostra l’assurdità profonda e il lato di autodistruzione. Di passaggio, viene fatta giustizia delle accuse abituali di antropofagia e, al contrario, il filosofo passato al Cristo descrive, con precisione ancora maggiore che nella Didachè, la celebrazione dell’eucarestia così come poteva essere fatta nella Roma degli anni 160 (I,6567). Si noterà in particolare che viene espressa l’idea di una somiglianza con il culto di Mitra, ma l’autore non vuole vedervi altro altro che una parodia dei misteri cristiani da parte dei “cattivi demoni” (I, 66, 4). Quello che importa è mostrare all’imperatore l’innocuità e il valore di una celebrazioneche permette di consumare un cibo «divenuto eucarestia grazie alla preghiera» venuto dal Cristo «per assimilazione» (I, 66, 2).
     Atenagora di Atene con la sua Supplica per i cristiani, Taziano con il suo Discorso ai greci, Tertualliano, la cui Apologetica è scritta in latino, mentre tutte le altre sono scritte in greco, contrassegnano l’ultimo quarto del II secolo, alla vigilia della grande persecuzione di Settimio Severo.
     Ed è ben di teologia che essi trattano, e non della semplice difesa dei fedeli vittime dell’ostilità del potere locale. Atenagora, nel 177, presenta una riflessione elaborata su Dio «unico, increato, eterno, invisibile, impassibile, incomprensibile, immenso, che può essere contemplato solo dalla mente e dalla ragione, circonfuso di luce, di bellezza, di spirito e di potenza ineffabile» (leg. 10). Il Figlio di Dio è “uno” con il Padre; non è creato, ma eternamente pensante, procede da lui. Lo Spirito Santo è qualificato come “derivazione” o “effluvio” (apórroia) di Dio, che esce da lui e in lui rientra come un raggio di sole. Con una foga che annuncia Tertulliano, Taziano, nel suo Diatessárōn, fa sentire l’unità dei quattro vangeli e mostra la superiorità della rivelazione cristiana rispetto alle opere pagane.

 

                                                

 

Letto 779 volte Ultima modifica il Martedì, 08 Marzo 2016 08:56
Admin

Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

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