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Rubrica: Storia della Teologia

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Admin

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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

Mercoledì, 30 Settembre 2015 00:00

Il Segno della Croce con l’acqua benedetta

Perché quando si entra in chiesa ci si segna con l’acqua benedetta?


Una domanda sull’uso dell’acqua benedetta quando si entra o si esce da una chiesa. Risponde don Roberto Gulino, docente di Liturgia alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.
 

Il segno della croce è tra gli elementi basilari della fede cristiana tanto da essere tra le prime realtà insegnate nella catechesi e tra i primi gesti che accompagnano la preghiera, sia individuale che comunitaria.

Inizialmente tracciato con il pollice sulla fronte o su altre parti del corpo, si estende — dopo i primi secoli — dalla testa al petto e dalla spalla sinistra a quella destra avvolgendo simbolicamente tutto il corpo, quindi la persona e la sua esistenza.

Entrando in una chiesa troviamo sempre la presenza del fonte battesimale o di una pila con acqua benedetta che ci permettono di richiamare la realtà sacramentale del nostro battesimo che ci ha immerso nel mistero pasquale del Signore e che ci ha inserito nella Chiesa-comunità.

Ecco perché quando varchiamo la soglia di una chiesa è importante fare memoria del nostro battesimo utilizzando l’acqua benedetta e avvolgendo il nostro corpo con il segno della croce: è il modo per rivivere la grazia sacramentale dell’essere rinati nel Signore, di risvegliare la consapevolezza di essere parte della Chiesa essendo divenuti pienamente figli di Dio in Cristo, di prendere coscienza del grande dono di amore che abbiamo ricevuto potendo vivere nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Questo gesto, tanto semplice quanto importante, ci aiuta ad entrare in chiesa in modo più consapevole permettendoci di richiamare e di rivivere la grazia fondante della nostra fede cristiana e disponendoci nel modo migliore alla preghiera, sia personale che liturgica.

Per queste caratteristiche direi che è molto importante fare un segno di croce con l’acqua benedetta quando si entra in chiesa, quasi doveroso, mentre è assai meno significativo quando si esce, visto che normalmente concludiamo già la nostra preghiera con un segno di croce (anche se non me la sentirei di parlare di «scorrettezza»).

Lunedì, 28 Settembre 2015 00:00

Le prime decisioni ufficiali (PARTE 8)

L'oriente Si mostra copioso di iniziative: formato nella cerchia di Luciano di Antiochia, il presbitero Ario (260336), parroco di una grossa parrocchia di Alessandria, insegna che ci fu un tempo in cui il Figlio non esisteva. Così facendo, egli cerca di preservare l’unicità di Dio padre, il solo essere anteriore a ogni creazione. In seguito lo scandalo provocato dei suoi discorsi, Ario viene messo in guardia dal suo vescovo, Alessandro. La polemica che ne segue scatena le passioni ben oltre la città. Ario si procura un solido appoggio dei vescovi più disposti, in particolare Eusebio di Nicomedia, vescovo della città in cui l’imperatore una delle sue residenze principali. Vedendo la piega che avevano preso gli avvenimenti, Costantino, preoccupato di mantenere la pace religiosa dell’impero, nella linea dell’editto rassicurante di Milano (313), convoca lui stesso un’assemblea di vescovi che si uniscono a Nicea il 19 giugno del 325. L’immensa maggioranza di essi viene dall’Oriente; dall’Occidente ne vengono soltanto 5, due dei quali sono rappresentanti del escovo di Roma. La storia tramandava che erano in tutto 318, come i servi di Abramo (Gen. 14,14).  Ario, invitato a presentare le sue tesi, si fa subito aggredire. Deve lasciare il posto è verrà bandito fino al 336, poco prima della sua morte. I Padri conciliari adottano un «simbolo di fede», forse composto da Eusebio, vescovo di Cesarea, il Credo di Nicea, il quale dichiara che il Figlio e della stessa sostanza (homoùsios) del Padre e afferma in tal modo la sua divinità. Questo termine, che non figurava nella scrittura e che era stato usato da Paolo di Samosata, di sinistra memoria, nel corso dei decenni successivi sarà oggetto di mille contestazioni. Dal 325 fino al 381, data del secondo Concilio ecumenico, tenuto a Costantinopoli, non si contano più i concili e simboli che tentano di armonizzare le posizioni degli unji e degli altri. A partire dal 335, la cerchia di Costantino, guadagnata alle teorie ariane, riesce a far esiliare il giovane vescovo di Alessandria, Atanasio (295373), che passerà quasi metà dei suoi 45 anni di episcopato, fuori del suo paese.

Segretario del vescovo Alessandro, Atanasio si è segnalato fin dal 318320 per la pubblicazione di un discorso contro i pagani e un discorso sull’Incarnazione del Verbo che riprendono in parte lo schema delle apologie antiche e pongono la questione dello scopo dell’Incarnazione. I suoi tre discorsi sugli ariani costituiscono l’opera simbolica della lotta di tutta una vita. Di volta in volta, i discorsi confutano le grandi tesi di Ario, ci fu un tempo in cui il Figlio non era, rispondono alle questioni poste dall’esegesi di passi cruciali (Pr 8,22; Sal 44,78; Fil 2,611; Gv 10,30; Eb 1,4), spiegando il vero significato delle debolezze umane del Figlio di Dio e mostrano che egli non è venuto da una decisione o da una volontà. Di passaggio, Atanasio segnala che la riflessione di Ario non manca di presentare qualche analogia con le speculazioni gnostiche di Valentino, il cui discepolo Tolomeo aveva preteso di affermare che «l’lngenerato/increato, non riuscì ad emanare ciò che pensava, se non quando sopraggiunse anche la potenza del volere» (Ar. III, 60.2). Il Padre non ha deciso di fare il Figlio, perché il «Verbo/il Logos è Autore/artefice delle creature e coesiste» con lui (III,61.5). La cristologia atanasiana è accompagnata da una pneumatologia che viene elaborata nelle lettere a Sarapione, vescovo di Thmuis sul delta del Nilo, a proposito dello Spirito Santo. Oltre che Teologo, Atanasio si mostra anche pastore di anime delle sue opere esegetiche spirituali, come nella vita di Sant’Antonio, che avrà un grande successo, perché valorizza il ruolo del principale fondatore del monachesimo. Una lettera a Marcellino sull’esegesi dei salmi e dei trattati sui salmi, di cui rimangono solo dei frammenti, sono il seguito delle opere di Ippolito e di Origene sullo stesso argomento.

Se c’è una formula da ritenere di quest’opera densa e ricca, che vale al suo autore di essere uno dei quattro grandi dottori greci della Chiesa, accanto a Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo e Giovanni Crisostomo, è senza dubbio quella che esprime la dottrina della divinizzazione: «Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio». Basata su una pagina del nuovo testamento, Dio ha donato i beni promessi «affinché per loro mezzo diventiate partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4), la riflessione di Attanasio mostra come la salvezza dell’uomo non debba essere dissociata da una sana cristologia. Se colui che ha preso carne nel seno della vergine Maria non era veramente Dio, non può avere salvato l’umanità; se egli non è veramente uomo, neanche l’uomo è stato salvato dal suo sacrificio sulla croce, perché «ciò che non è assunto non è salvato». Atanasio insiste:

«La nostra salvezza non è un’apparenza, non è solo per il corpo, ma per l’uomo tutto intero, anima e corpo, e questo salvezza è venuta dal Verbo stesso […]. L’Unione del Verbo con la nostra natura umana non aggiunge nulla alla Trinità, mentre il corpo umano ha ricevuto un grande vantaggio dalla sua comunione e dalla sua unità con il Verbo» (Lettera ad Epitteto, vescovo di Corinto). Ilario di Poitiers (310367), l«Atanasio dell’Occidente», conosce anche lui l’esilio, proprio per aver preso le difese di Atanasio al sinodo di Béziers nel 355. Passa quattro anni in Frigia (356360), dove viene a contatto con il pensiero dei greci, soprattutto con quello di Origene. A loro contatto, egli sviluppa la sua propria riflessione dalla quale risultano un potente trattato sulla Trinità in dodici libri, un grande commento ai salmi, è un trattato sui misteri che è una sorta di manuale di esegesi d’ispirazione greca ad uso degli occidentali. Precedentemente al suo esilio, Ilario aveva dato l’Occidente il suo primo commento Matteo, che praticava già un esegesi fondata su principi di origine alessandrina.

«Tutta l’opera, contenuta nei libri sacri, annuncia attraverso le parole, rivela attraverso i fatti, stabilisce attraverso figure tipiche, la venuta di nostro signore Gesù Cristo, il quale, inviato dal Padre, si è fatto uomo nascendo da una vergine per opera dello Spirito Santo. […] Nel sonno di Adamo, nel diluvio di Noè, nella benedizione di Melchisedek […] Nella nascita di Isacco, nella servitù di Giacobbe» (tr. myst. 1). La prefazione al commento ai salmi riassume in questi termini un metodo esegetico già collaudato e chiamato a conoscere il più grande successo nel corso dei secoli successivi:

«Non c’è dubbio che le cose dette nei Salmi sono da intendersi secondo l’annuncio evangelico, in modo che, con la voce di qualunque persona lo spirito profetico abbia parlato, tutto sia riferito in ogni caso alla conoscenza della venuta del Signore nostro Gesù Cristo, incarnazione, passione e regno, e alla gloria e potenza della nostra risurrezione»(pref., 5). Pioniere in materia, Ilario compone degli inni che aiuteranno le orecchie galliche ad assimilare l’insegnamento del concilio di Nicea.

 

 

                                                

Sabato, 05 Settembre 2015 00:00

Giubileo e Indulgenza

Nella tradizione cattolica il Giubileo è un grande evento religioso. E' l’anno della remissione dei peccati e delle pene per i peccati, è l’anno della riconciliazione tra i contendenti, della conversione e della penitenza sacramentale e, di conseguenza, della solidarietà, della speranza, della giustizia, dell’impegno al servizio di Dio nella gioia e nella pace con i fratelli. L’anno giubilare è soprattutto l’anno di Cristo, portatore di vita e di grazia all’umanità.

Le sue origini si ricollegano all’Antico Testamento. La legge di Mosè aveva fissato per il popolo ebraico un anno particolare: «Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel Paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, Né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo, esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo» (Libro del Levitico). La tromba con cui si annunciava questo anno particolare era un corno d’ariete, che in ebraico si dice «Yobel», da cui deriva la parola «Giubileo». La celebrazione di quest’anno comportava, tra l’altro, la restituzione delle terre agli antichi proprietari, la remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi e il riposo della terra. Nel Nuovo Testamento Gesù si presenta come Colui che porta a compimento l’antico Giubileo, essendo venuto a «predicare l’anno di grazia del Signore» (Isaia).

Il primo Giubileo, fu indetto da Papa Bonifacio VIII nel 1300. Il Giubileo, comunemente, viene detto «Anno santo», non solo perché si inizia, si svolge e si conclude con solenni riti sacri, ma anche perché è destinato a promuovere la santità di vita. E» stato istituito infatti per consolidare la fede, favorire le opere di solidarietà e la comunione fraterna all’interno della Chiesa e nella società, richiamare e stimolare i credenti ad una più sincera e coerente professione di fede in Cristo unico Salvatore.

Il Giubileo può essere: ordinario, se legato a scadenze prestabilite; straordinario come quello indetto per dicembre 2015 da Papa Francesco, se viene indetto per qualche avvenimento di particolare importanza. Gli Anni Santi ordinari, celebrati fino ad oggi, sono 25. La consuetudine di indire Giubilei straordinari risale al XVI secolo: la loro durata è varia, da pochi giorni ad un anno. Gli ultimi Anni Santi straordinari sono quelli del 1933, indetto da Pio XI per il XIX centenario della Redenzione, del 1983, indetto da Giovanni Paolo II per i 1950 anni della Redenzione. Nel 1987 Giovanni Paolo II ha indetto anche un Anno Mariano.

Tradizionalmente vi sono 3 elementi che caratterizzano un Giubileo e sono: l’indulgenza giubilare, il pellegrinaggio (a Roma, o in altre mete specificate dalla Bolla) e la Porta Santa.


L’indulgenza Giubilare

È l’indulgenza plenaria concessa in occasione del Giubileo al fedele che segue certi comportamenti. L’indulgenza è la remissione della pena temporale per i peccati già “perdonati” da Dio attraverso la confessione. La pena temporale è il “disordine morale” che resta in noi dopo la confessione: ci rende incapaci di aprirci totalmente alla Grazia e dunque ci “impone” di impegnarci per purificarci durante la vita terrena (e anche dopo, magari: in Purgatorio).  L’indulgenza può essere parziale (è solo un passo nel cammino di purificazione) o plenaria, totale (com’è quella giubilare).

 A che cosa serve il pellegrinaggio a Roma?

Il pellegrinaggio è un percorso di pentimento e di preparazione al rinnovamento interiore che il fedele compie sulle orme di Gesù. È anche un itinerario “materiale”: per ottenere l’indulgenza giubilare bisogna andare pellegrini a Roma e recarsi in una delle basiliche patriarcali (San Pietro; San Giovanni in Laterano; Santa Maria Maggiore; San Paolo fuori le Mura; attenzione: possono essere indicate anche altre mete) dove si deve partecipare alla messa o a una celebrazione liturgica (lodi, vespri…), o a un “esercizio di pietà” (come la Via Crucis o il Rosario); oppure si deve restare per un certo tempo in adorazione di fronte all’Eucaristia e meditare seguendo anche un percorso di preghiera.

Il solo pellegrinaggio, però, non è sufficiente o necessario a garantire l’indulgenza. Prima di tutto il fedele deve volere l’indulgenza, poi dev’essere in stato di grazia, deve essersi completamente distaccato dal peccato, deve confessarsi, fare la comunione e pregare seguendo le intenzioni del Papa. Poi deve fare una “opera”: il pellegrinaggio in una delle “mete giubilari” è una opera di pietà, ma si possono fare – ovunque – anche opere di misericordia (visitare sofferenti, persone sole o in difficoltà…) o di penitenza (per esempio astenersi da consumi superflui).

Cos’è L’indulgenza

L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi per quanto riguarda la colpa (per i quali cioè si è già ottenuta l’assoluzione confessandosi). L’indulgenza è una remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministro della Redenzione, con la sua autorità, dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi.

«L’indulgenza è parziale o plenaria a seconda che liberi in parte, o in tutto, dalla pena temporale dovuta ai peccati» ( Paolo VI, Costituzione Apostolica Indulgentiarum doctrina, 1967).

La Chiesa dispensa le indulgenze in forza del suo unico tesoro: i meriti di Gesù Cristo, della Madonna e dei Santi. Lo fa in merito al potere di legare e sciogliere, che Gesù dette a Pietro: «Ti darò le chiavi del Regno dei Cieli; tutto ciò che avrai legato sulla terra resterà legato nei cieli e tutto ciò che avrai sciolto sulla terra resterà sciolto nei cieli» ( Mt, 16, 19).

«La Chiesa, avendo ricevuto da Cristo il potere di perdonare in suo nome, è nel mondo la presenza viva dell’amore di Dio che si china su ogni umana debolezza per accoglierla nell’abbraccio della sua misericordia. È precisamente attraverso il ministero della sua Chiesa che Dio espande nel mondo la sua misericordia mediante quel prezioso dono che, con nome antichissimo, è chiamato indulgenza» ( Giovanni Paolo II, Incarnationis mysterium, Bolla di indizione dell’Anno Santo, 1998).

Nella Comunione dei Santi, «tra i fedeli che già hanno raggiunto la Patria Celeste o che stanno espiando le loro colpe in Purgatorio, o che ancora sono pellegrini sulla terra, esiste certamente un vincolo perenne di carità e un abbondante scambio di tutti i beni» ( Paolo Indulgentiarum doctrina, 1967). Ricorrere alla Comunione dei Santi permette al peccatore di essere purificato rapidamente e con più efficacia dalle pene del peccato.

La Pena temporale


Esistono due conseguenze al peccato, la prima consiste nel distacco da Dio ed è la pena eterna (vale a dire l’inferno). Questa è cancellata durante la confessione, quando il peccatore è rimesso allo stato di grazia e alla comunione con Dio. Tuttavia ogni peccato necessita una purificazione che si ottiene con una pena temporale, alla quale il peccatore può essere obbligato nonostante il perdono successivo alla confessione. 
A volte si dice che sia il perdono dei peccati. Ma Dio ci perdona anche senza l’indulgenza. E ci perdona subito, appena ritorniamo a Lui di vero cuore; anche prima della Confessione, che spesso ratifica soltanto questo ritorno a Lui.

Anche il Papa Giovanni Paolo II ci fa capire che le nostre pene, temporali od eterne, non derivano mai da Lui!
Possiamo invece parlare di “conseguenze naturali del peccato”: ogni nostra azione, buona o cattiva, comporta per sua natura determinati effetti. Nel caso del peccato, noi ci allontaniamo da Dio, non vogliamo più vivere con Lui, preferiamo restare soli, con il nostro egoismo. E questo allontanamento, a poco a poco, si manifesta non solo nel nostro spirito, ma in tutta la nostra persona nei suoi vari livelli, anche a livello fisico. Dio continua ad amare il peccatore, ma il peccatore non ama più Dio! Egli lo invita ancora, ma lui non accoglie il suo invito. Ma quando accogliamo questo invito, e ci rivolgiamo di nuovo a Lui, il nostro cuore si orienta all’incontro con Lui; ma i diversi aspetti della nostra persona faticano a riassestarsi, dopo le sbandate precedenti.
Si pensi ad una nave, che d’improvviso desidera tornare al porto: cambia subito la rotta! Ma mentre il timone si orienta facilmente verso la nuova meta, l’intera carcassa della nave fatica, combatte contro le onde, e solo a poco a poco si adegua al timone.
Ecco le conseguenze spontanee dei nostri peccati: anche se il nostro cuore (il nostro timone) ha cambiato direzione e si è orientato finalmente a Dio, l’intera personalità (la carcassa della nave) segue con fatica la scelta del cuore; rimangono le conseguenze disordinate dovute ai peccati del passato, che sono discordanti rispetto alla rotta nuova.
Queste lentezze possono condurre fino alla provvidenziale purificazione ultraterrena, il Purgatorio, se non vengono superate già su questa terra.
Comprendiamo così il senso dell’indulgenza. Il nostro cuore tende certo al Signore (infatti, lucrare un’indulgenza presuppone che siamo già in Grazia di Dio): e siamo già in Grazia di Dio perché Egli ha già cominciato a trasformare il nostro orientamento, le nostre scelte.

La seconda conseguenza del peccato, che consiste nella pena temporale, può essere scontata sulla terra con preghiere e penitenze, con opere di carità e con l’accettazione delle sofferenze della vita. Viceversa può essere scontata nell’aldilà, nel Purgatorio.

Per estinguere il debito della pena temporale la Chiesa permette al fedele battezzato di accedere alle indulgenze.


L’indulgenza plenaria e l’indulgenza parziale


In precedenza abbiamo parlato della differenza tra indulgenza plenaria e parziale, senza però spiegarla. La prima consente la remissione di tutta la pena temporale dei peccati già perdonati in confessione. Può essere ottenuta più volte durante l’anno giubilare, ma non più di una volta al giorno, salvo il caso di pericolo di morte.

Con l’indulgenza parziale, invece si ottiene la remissione di una parte della pena temporale. Questo genere d’indulgenza un tempo veniva quantificata: ce n’erano di cento, trecento giorni, uno o più anni. Molti fedeli, però, pensavano erroneamente che questi fossero giorni o anni di Purgatorio in meno da scontare, quindi Paolo VI decise di non indicare più la determinazione del periodo dell’indulgenza parziale. Questa si misura non più in mesi o anni, ma con l’azione del fedele: un’azione buona tanto più vale quanto più costa sacrificio e quanto più è fervida di amore verso Dio. L’indulgenza parziale può essere ottenuta anche ripetutamente nel corso di una stessa giornata.

Entrambi i tipi d’indulgenza possono essere ottenuti anche fuori dall’anno giubilare, come durante le benedizioni papali Urbi et orbi, quando il Cardinale Diacono ricorda che «il Santo Padre concede l’indulgenza plenaria» secondo le norme stabilite dalla Chiesa ai presenti e a quanti seguono la cerimonia per mezzo della radio e della televisione.

L’indulgenza parziale è concessa ai cristiani che abbiano sacrificato se stessi o i loro averi al servizio dei fratelli. «Si concede l’indulgenza parziale al cristiano che abbia spontaneamente reso aperta testimonianza di fede di fronte ad altri in particolari circostanze della vita quotidiana» (Enchiridion indulgentiarum, Libreria Editrice Vaticana, 1999).

Il sito web del vaticano ha predisposto un intero portale dedicato al prossimo sinodo che avrà inizio l» 8 dicembre 2015, potete raggiungerlo CLICCANDO QUI     

Per chi volesse approfondire la dottrina sulle indulgenze può leggere a questo indirizzo la Costituzione Apostolica INDULGENTIARUM DOCTRINA di Papa Paolo VICLICCANDO QUI

Ecco invece la Bolla di indizione del prossimo Giubileo indetto da Papa Francesco CLICCA QUI

Mercoledì, 02 Settembre 2015 00:00

Cos'è il peccato contro lo "Spirito Santo"?

È un tema antico ma altrettanto misterioso, cos'è davvvero il peccato contro lo Spirito Santo? Il solo, biblicamente parlando, a cui sembra che anche Dio ponga un limite alla sua infinita Misericordia?

Inziamo guardando alla Sacra Scrittura che dice:

«Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.» (Matteo 12, 3132)

«In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno; sarà reo di colpa eterna.» (Marco 3, 2829)

 «Inoltre vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo gli sarà perdonato, ma chi bestemmierà lo Spirito Santo non gli sarà perdonato.» (Luca 12, 810)

Stando quindi a quanto la stessa Parola di Dio ci rivela c’è un peccato che non sarà mai perdonato e che supera in gravità persino le offese a Dio come la bestemmia o chi attacca il «Figlio dell’uomo».
La Bestemmia a Dio può assumere diverse forme e nel contesto biblico dell’Antico Testamento ha un significato ben diverso da quello che significa oggi per noi, dove bestemmiare Dio è rivolgergli insulti, offese, parolacce.
   Viene detto anche che «chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo gli sarà perdonato».  In questo contesto il Figlio dell’Uomo è Cristo stesso. 

     S. Agostino davanti a questi passi evangelici commentava: “Grande è l’oscurità di questo problema. Perciò chiediamo a Dio la luce per esporlo. Confesso alla vostra carità che in tutte le Sante Scritture non c’è forse un problema più grave e più difficile”. Sembra infatti opporsi alla infinita ed eterna misericordia di Dio. Dio stesso in Cristo ci ha garantito che se vi è pentimento non esiste peccato dai cui non possa liberarci, assolverci, salvarci.

     «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana.» (Is.1,18)

Ecco quindi che, dal momento che Dio è somma Verità, e che come Padre desidera che tutti gli uomini siano salvati, la giusta interpretazione va cercata non in Lui e nei suoi attributi ma proprio nell’uomo, in noi, chiamando in causa quel concetto che passa sotto il nome di «libero arbitrio».

 Dio non s’impone su nessuno. Egli non costringe l’uomo ad amarlo e di conseguenza mette nelle mani dell’uomo stesso un immenso potere, quello definitivo di sceglierLo o rifiutarLo.
 
Con l’espressione «bestemmia contro lo Spirito» non s’intende quindi l’atto di dire alcune parole contro lo Spirito Santo né di fare azioni particolari, ma piuttosto un atteggiamento interiore di opposizione allo Spirito, che può condurre conseguentemente a compiere gesti malvagi o a dire parole menzognere. Quest’atteggiamento è dato dallo spirito umano che si pone contro lo Spirito di Dio cioè contro lo Spirito Santo. Ora lo Spirito Santo è il dono dell’amore misericordioso del Padre ed è lui che rivela la verità salvifica di Gesù nostro unico Salvatore. Quando lo spirito umano assume una posizione contraria all’amore del Padre e alla verità di Cristo, esso cade nella bestemmia contro lo Spirito Santo e commette un peccato imperdonabile.
     La bestemmia contro lo Spirito, il quale, come si è detto, è il Dono dell’amore supremo del Padre e del Figlio, nega o rifiuta precisamente quest’amore e chiude l’uomo in se stesso, nella propria durezza di cuore. Per questa ragione non è perdonabile, non perché Dio non lo voglia o non lo possa perdonare, Lui che è la fonte del perdono, ma perché l’uomo crede di non poter essere perdonato e si rende perciò irraggiungibile e inafferrabile dal perdono divino; resta come totalmente impermeabilizzato all’acqua viva che sgorga dal cuore trafitto di Gesù e, attraverso di Lui, dall’amore infinito del Padre, cioè dallo Spirito Santo.

Vediamo come i dottori della Chiesa e i grandi teologi si sono posti difronte a questo passo biblico:

S. Tommaso riferisce tre interpretazioni, tutte e tre accettabili.

- La prima (Atanasio, Ilario, Ambrogio, Girolamo, Crisostomo): peccati contro lo Spirito Santo sono quelli commessi letteralmente contro lo Spirito Santo, sia che per Spirito Santo si intenda tutta la divinità (il Santo Spirito di Dio), sia la terza Persona divina.

In base a questo si distingue la bestemmia contro lo Spirito Santo da quella contro il Figlio dell’uomo. Il Figlio dell’uomo in quanto tale mangiava, beveva (e per questo lo chiamavano mangione e beone, amico dei pubblicani); ma in quanto Dio, agisce secondo il Santo Spirito di Dio. Perciò coloro che lo bestemmiavano in quanto Dio confondevano le sue opere con quelle di Satana. Si tratta di un peccato imperdonabile non già perché la divina misericordia non lo possa coprire, ma per la perversa cecità e ostinazione nel male di chi lo compie.

- La seconda (S. Agostino): peccato contro lo Spirito Santo è l’impenitenza finale. Pecca contro lo Spirito Santo chi rimane sempre in peccato mortale e non vuole sollevarsi e pentirsi. Gli piace il peccato. Si tratta di un peccato contro lo Spirito Santo perché la grazia e la remissione dei peccati sono opera dello Spirito Santo.

- La terza (Riccardo di S. Vittore): si pecca contro lo Spirito Santo quando si pecca contro la bontà, che è il bene appropriato allo Spirito Santo (come la potenza è appropriata al Padre e la Sapienza al Figlio). Perciò si pecca contro il Padre quando si pecca per fragilità; contro il Figlio quando si pecca per ignoranza; contro lo Spirito Santo quando si pecca per malizia volendo il male per se stesso e disprezzando i mezzi forniti dalla speranza cristiana con i quali lo si poteva impedire.

Abbiamo quindi appreso, seppur da angolazioni diverse, che la radice del peccato contro lo Spirito Santo è nell’uomo e non certo nell’incapacità divina di perdonare. Questo grave peccato non dipende dalla fragilità umana: questo è il suo tratto peculiare e decisivo. Consiste nel rifiuto di Dio, della verità, dell’amore, e quindi anche della grazia. Chi pecca contro lo Spirito preferisce essere condannato piuttosto che riconoscere la paternità di Dio.

Nel Catechismo di Pio X si può leggere: (964) Quanti sono i peccati contro lo Spirito Santo? I peccati contro lo Spirito Santo sono sei: disperazione della salvezza; presunzione di salvarsi senza merito; impugnare la verità conosciuta; invidia della altrui grazia; ostinazione nei peccati; impenitenza finale. (965) Perché questi peccati si dicono in particolare contro lo Spirito Santo? Questi peccati si dicono in particolare contro lo Spirito Santo, perché si commettono per pura malizia, la quale è contraria alla bontà, che si attribuisce allo Spirito Santo.

 il concetto decisivo e terribile qui è quel «si commettono per pura malizia, la quale è contraria alla bontà, che si attribuisce allo Spirito Santo.» Pura malizia: questo è il peccato imperdonabile. E i peccati elencati non sono altro che distinte manifestazioni del medesimo rifiuto di Dio, del medesimo peccato imperdonabile.

Nel tempo la Chiesa cattolica ha sempre confermato questa verità:

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, voluto da Giovanni Paolo II, non dice diversamente:

La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna” (CCC 1864).

E’ a causa della radicalità di questo volontario allontanamento da Dio che S. Giovanni nella sua Prima Lettera scrive: Se qualcuno vede suo fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita; così a quelli che commettono un peccato che non conduce alla morte. Vi è un peccato che conduce alla morte; non è per questo che dico di pregare. Ogni iniquità è peccato; ma ci sono peccati che non conducono alla morte. (5, 1617)

Pregare per questo peccato significherebbe impetrare un’ingiustizia, significherebbe chiedere a Dio di accogliere chi lo rifiuta. Nella realtà di tutti i giorni, non essendo nostra facoltà giudicare, cioè conoscere con certezza assoluta se un’anima sia buona o cattiva, cosa che spetta a Dio, noi possiamo bensì chiedere a Dio di illuminarla, e di condurla sulla retta via se nel suo intimo è disposta al bene, ma non di trasformarla da cattiva in buona: Dio può tutto, ma non entra mai in contraddizione con se stesso.

Quindi peccare contro lo Spirito significa essenzialmente questo: non amare Dio. Tutti gli altri peccati – che tutti, nessuno escluso, si possono perdonare – quando s’innestano in questo peccato  fondamentale, questo peccato fin da principio che è solo in attesa di maturazione, danno forma alle varie manifestazioni del peccato contro lo Spirito, alle sue personificazioni, per così dire. Quando S. Paolo, per esempio, scrive: O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né gli impuri, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti, né i ladri, né i cupidi, né gli ubriaconi, né i maldicenti, né i rapaci erediteranno il regno di Dio. (1 Corinzi 6, 911) parla appunto di queste personificazioni del peccato contro lo Spirito.

 

 

 

La lettera di Francesco a Fisichella: l'indulgenza giubilare sarà concessa in tutte le cappelle delle carceri: la porta della cella sarà come la Porta Santa. L'assoluzione sarà pienamente valida anche confessandosi dai sacerdoti della Fraternità San Pio X fondata da Lefebvre. Si potrà ottenere l'indulgenza anche con le opere di misericordia.
 

Durante il Giubileo tutti i preti potranno assolvere in confessione il peccato di aborto. È una lettera con tre significative novità riguardanti l’Anno Santo straordinario dedicato alla misericordia quella che Papa Francesco ha scritto all’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione incaricato di preparare le iniziative giubilari.

 

Ecco le novità contenute nella missiva, datata 1 settembre. La prima: tutti i sacerdoti del mondo, non soltanto dunque i «missionari della misericordia», durante il Giubileo potranno assolvere il peccato di aborto. La seconda: l’indulgenza giubilare potrà essere ottenuta non soltanto nelle basiliche romane o nei santuari e nelle cattedrali delle varie diocesi, ma anche nelle cappelle di tutte le carceri del mondo. Infine, la terza significativa novità: auspicando che si facciano passi avanti verso la piena comunione con la Fraternità San Pio X fondata dall’arcivescovo tradizionalista Marcel Lefebvre, Francesco scrive che le assoluzioni sacramentali amministrate dai preti della Fraternità sono pienamente valide, anche se chi l’ha amministra non ha la facoltà per farlo legittimamente.

 

«Uno dei gravi problemi del nostro tempo — scrive il Papa — è certamente il modificato rapporto con la vita. Una mentalità molto diffusa ha ormai fatto perdere la dovuta sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita. Il dramma dell’aborto è vissuto da alcuni con una consapevolezza superficiale, quasi non rendendosi conto del gravissimo male che un simile atto comporta».

 

«Molti altri, invece, pur vivendo questo momento come una sconfitta, ritengono di non avere altra strada da percorrere. Penso, in modo particolare, a tutte le donne che hanno fatto ricorso all’aborto. Conosco bene i condizionamenti che le hanno portate a questa decisione. So che è un dramma esistenziale e morale. Ho incontrato tante donne che portavano nel loro cuore la cicatrice per questa scelta sofferta e dolorosa. Ciò che è avvenuto è profondamente ingiusto; eppure, solo il comprenderlo nella sua verità può consentire di non perdere la speranza. Il perdono di Dio a chiunque è pentito non può essere negato, soprattutto quando con cuore sincero si accosta al sacramento della confessione per ottenere la riconciliazione con il Padre».

 

«Anche per questo motivo ho deciso — afferma Francesco nella lettera — nonostante qualsiasi cosa in contrario, diconcedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono. I sacerdoti si preparino a questo grande compito sapendo coniugare parole di genuina accoglienza con una riflessione che aiuti a comprendere il peccato commesso, e indicare un percorso di conversione autentica per giungere a cogliere il vero e generoso perdono del Padre che tutto rinnova con la sua presenza».

 

È evidente la volontà del Vescovo di Roma di permettere al numero maggiore di persone possibile di riavvicinarsi alla Chiesa e ai sacramenti, senza perdere nessuno. Il procurato aborto, che prevede la scomunica latae sententiae (1398) per la donna, per chi la induce ad abortire e per chi pratica o coopera all’aborto, non può di norma essere assolto da tutti i confessori, ma soltanto dal vescovo o da alcuni sacerdoti da lui delegati. In talune circostanze, come ad esempio durante la Quaresima o l’Avvento, alcuni vescovi estendono a tutti i sacerdoti della loro diocesi questa facoltà. Con la sua decisione, Francesco dà una dimensione universale a questi casi, permettendo a tutti i confessori di concedere il perdono a chi ha abortito o ha procurato l’aborto.

 

Per quanto riguarda la seconda decisione, da essa risulta evidente l’attenzione particolare che Francesco vuole concentrare su chi si trova dietro le sbarre, facendo tutto il possibile perché i prigionieri che lo vogliano possano ottenere l’indulgenza giubilare all’interno delle carceri in cui si trovano. « Il mio pensiero va anche ai carcerati — scrive Francesco — che sperimentano la limitazione della loro libertà. Il Giubileo ha sempre costituito l’opportunità di una grande amnistia, destinata a coinvolgere tante persone che, pur meritevoli di pena, hanno tuttavia preso coscienza dell’ingiustizia compiuta e desiderano sinceramente inserirsi di nuovo nella società portando il loro contributo onesto».

 

«A tutti costoro giunga concretamente la misericordia del Padre che vuole stare vicino a chi ha più bisogno del suo perdono. Nelle cappelle delle carceri potranno ottenere l’indulgenza, e ogni volta che passeranno per la porta della loro cella, rivolgendo il pensiero e la preghiera al Padre, possa questo gesto significare per loro il passaggio della Porta Santa, perché la misericordia di Dio, capace di trasformare i cuori, è anche in grado di trasformare le sbarre in esperienza di libertà».

 

Infine la terza decisione. Il Papa scrive: «Un’ultima considerazione è rivolta a quei fedeli che per diversi motivi si sentono di frequentare le chiese officiate dai sacerdoti della Fraternità San Pio X. Questo Anno giubilare della Misericordia non esclude nessuno. Da diverse parti, alcuni confratelli vescovi mi hanno riferito della loro buona fede e pratica sacramentale, unita però al disagio di vivere una condizione pastoralmente difficile. Confido che nel prossimo futuro si possano trovare le soluzioni per recuperare la piena comunione con i sacerdoti e i superiori della Fraternità».

 

«Nel frattempo, mosso dall’esigenza di corrispondere al bene di questi fedeli — scrive il Pontefice — per mia propria disposizione stabilisco che quanti durante l’Anno Santo della Misericordia si accosteranno per celebrare il Sacramento della Riconciliazione presso i sacerdoti della Fraternità San Pio X, riceveranno validamente e lecitamente l’assoluzione dei loro peccati».

 

Un gesto di misericordia e una mano tesa alla Fraternità sacerdotale tradizionalista, dunque. I sacerdoti lefebvriani non sono mai stati scomunicati, e ai loro vescovi la scomunica latae sententiae per essersi fatti ordinare senza il mandato di Roma è stata ritirata da Benedetto XVI. Ma lo stesso Papa Ratzinger ha precisato che «finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa». Ciò significa che non hanno la facoltà di confessare. La confessione è l’unico sacramento per il quale si richiede che il ministro sia non soltanto validamente ordinato, ma che abbia anche la necessaria facoltà di giurisdizione.

 

La Chiesa, sulla base del canone 144 del Codice di diritto canonico, ha sempre  comunque cercato di salvare il fedele: «Nell’errore comune di fatto o di diritto… la Chiesa supplisce, tanto nel foro esterno quanto interno, la potestà di governo esecutiva». Si suppone cioè che il fedele non sia pienamente cosciente dell’irregolarità dei sacerdoti della Fraternità. Si tratta comunque di una situazione transitoria, che non è destinata a durare troppo a lungo. Con la decisione contenuta nella lettera a Fisichella, Papa Francesco, pensando al bene dei fedeli, legittima dunque pienamente nel periodo giubilare le confessioni amministrate dai preti lefebvriani.

 

Nella lettera di Francesco a Fisichella si ribadiscono le tradizionali condizioni per ottenere l’indulgenza giubilare da parte di tutti i fedeli: la visita alla cattedrale o in un santuario della diocesi dove è stata aperta una «porta santa», la confessione e la celebrazione eucaristica con una riflessione sulla misericordia, la professione di fede e la preghiera per il Papa e per le intenzioni che «il Papa porta nel cuore per il bene della Chiesa e del mondo intero». Gli ammalati e gli infermi che sono impossibilitati a muoversi di casa otterranno l’indulgenza pregando e assistendo a una celebrazione attraverso i mezzi di comunicazione.

 

Francesco ribadisce che l’indulgenza può essere ottenuta per i defunti e ricorda infine l’importanza delle opere di misericordia corporale e spirituale, aggiungendo che «ogni volta che un fedele viva personalmente una o più di queste opere, otterrà l’indulgenza giubilare».


Fonte: Vatica Insider

Chiuque si avvicini alla storia dei cristiani con metodo critico e storiografico non può ignorare le tante fonti che documentano quello in cui credevano, con quali prassi vivevano il culto e come erano organizzati. Voglio qui riportare alcuni, tra i testi extra-biblici, che si posizionano subito a ridosso del periodo sub-apostolico.

 

80 d.C. Prima lettera di Clemente ai Romani         Clemente Romano La prima lettera di Papa Clemente ai romani. Lettera importante anche perchè fa vedere l'autorità che ha già il vescovo di Roma.
100 d.C.     Didaché Anonimo La Didaché o Dottrina dei dodici apostoli è un testo cristiano di autore sconosciuto, rinvenuto nel 1873 in un manoscritto gerosolimitano. Probabilmente scritto in Siria nel I secolo, sarebbe contemporaneo ai libri del Nuovo Testamento.
110 d.C.     Lettera a Policarpo Sant’Ignanzio Dobbiamo sopportare ogni cosa per amore di Dio, perché anche lui ci sopporti.
140 d.C. Il Pastore Erma Il «Pastore» di Erma è uno scritto che ci porta nel vivo della comunità cristiana della prima metà del secondo secolo. La comunità è in via di espansione, e i fedeli, non tutti entusiasti e pronti al sacrificio per una vita cristiana coerente e pura, non si conoscono più tutti fra loro, come avveniva alla generazione passata.
       
       


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Pastore di Erma è un testo di una trentina di pagine quindi per chi lo desiderasse può scaricarlo in formato PDF cliccando QUI.

 

Lunedì, 24 Agosto 2015 00:00

Video in primo piano

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Mercoledì, 12 Agosto 2015 00:00

La testimonianza di Roma (PARTE 7)

La Testimonianza di Roma


Mentre L’oriente forgiava gli strumenti necessari per una ricca pratica dell’esegesi, l’Occidente non lasciava cadere l’eredità di Tertulliano. Cipriano (v. 200258) ne ha raccontato la conversione nell’Ad Donatum, dove ha mostrato il suo passaggio da una «notte cieca» alla «luce della verità» e ci tenne a leggere ogni giorno una pagina di Tertulliano, suo «Maestro». Come lui, egli avrebbe fatto opera di Moralista, riflettendo sulla vita delle vergini consacrate (De habitu virginum), e di mistica, scrivendo anche lui un trattato sulla preghiera (De oratione dominica). Ma la sua elezione a vescovo di Cartagine nel 249 dà alla sua azione un’eco maggiore perché dalla sua sede dipendono ora 150 vescovi africani. La persecuzione di Decio (249251), che colpisce in quel tempo la Chiesa, pone la dolorosa questione della riconciliazione dei lapsi, che avevano abiurato per paura dei supplizi. Di fronte a spiriti divisi e pronti allo scisma, Cipriano ricorda in una formula celebre che «non può più avere Dio come padre chi non ha la Chiesa come madre» (De unitate Ecclesiae catholicae 6 [33]) egli sottolinea il posto unico della Chiesa romana «matrice e radice», e sostiene fermamente il Papa Cornelio, ben presto martire nel 253. È a Roma, infatti, che si trova il «seggio di Pietro», «la chiesa principale, dalla quale ha avuto origine l’unità dei sacerdoti [episcopale]» (lettera 59, 14,1). Non esiste «che un solo Dio, un solo Cristo, una sola chiesa una sola cattedra fondata su Pietro dalla voce del Signore» (ep. 43,5, 2). 
     Con Cipriano prendono loro slancio la teologia dell’episcopato e la teologia della Penitenza. Ignazio di Antiochia aveva gettato le fondamenta della prima ed Erma quelle della seconda. La corrispondenza di Cipriano è eloquente sull’una e sull’altra. Egli scrive a Cornelio:

     «quando simile vescovo […] Si vede combattuto da un manipolo di uomini disperati e perduti e che si trovano fuori dalla Chiesa, è evidente chi lo combatta. Certamente non Cristo, che sceglie protegge i sacerdoti [vescovi], ma colui che, nemico di Cristo, e ostile alla sua Chiesa, persegue con la sua ostilità il capo della Chiesa proprio con lo scopo di procurare con più accanimento e con più violenza il naufragio della Chiesa stessa, dopo aver eliminato il nocchiero» (ep. 59, 6,2).

Il dovere del vescovo consiste nel vegliare perché nessuno si è allontani dalla Chiesa. La questione dei lapsi deve essere trattata con fermezza e misericordia. Bisogna evitare di respingerli, se si pentono, altrimenti si provocherebbe la loro caduta definitiva:

    «nessuno trascini verso il basso con i suoi inganni quelli che vogliono rialzarsi. Nessuno mandi ancora più a fondo né schiacci quelli che si trovano in basso, per i quali noi chiediamo che siano risollevati dalle mani di Dio. […] Nessuno spenga del tutto la luce del cammino di salvezza a coloro che procedono incerti nel buio della loro caduta [apostasia]» (ep. 43, 6,1).

Cipriano rifiuta una Chiesa di «puri» dalla moralità orgogliosa e sprezzante. Due secoli prima di Agostino, Che incontrerà le medesime difficoltà con i donatisti, egli evita alla Chiesa di impegnarsi su una via senza uscita, come lo aveva evitato Ireneo nel suo tempo. Il suo atteggiamento contrasta con quello di Novaziano (258), brillante presbitero di Roma che aveva composto il primo De Trinitate della storia, un po» prima del 250, e che, deluso di non essere stato eletto invece di Cornelio, si era fatto consacrare da tre vescovi della campagna, «ubriachi e intontiti [da quanto avevano bevuto]», secondo la lettera di Cornelio a Fabio di Antiochia, citata da Eusebio di Cesarea (storia ecclesiastica VI, 43,9). Novaziano, che aveva ancora dei seguaci a Costantinopoli verso il 430, voleva che con i lapsi ci si mostrasse spietati. Egli scriveva a Cipriano: «antica […] È la nostra severità» (ep. 30, 2,2). Cercando di stabilire una gerarchia parallela, egli si sforza, così lo accusa Cipriano, «di gettare le basi della sua dottrina […] Dopo l’insegnamento di Dio, dopo l’unità salda ovunque forte della Chiesa cattolica» (ep. 55, 24,1). Paciano, vescovo di Barcellona, alla fine del IV secolo (prima del 392), chiamerà i novaziani della sua epoca a praticare finalmente la carità: «Chi potrai convincere», scrive a Simproniano, uno di loro, «che, per aver ammesso dei penitenti, il popolo che li ha ammessi diventato rinnegato?» (Contra Novatianos 3,4).

 

 

                                                

Il testo che potete scaricare in fondo alla pagina è un vero e proprio libro, scritto dal sacerdote e teologo morale Don Tullio Rotondo che tratta in modo ampio ed autorevole della castità e di tutte le situazioni ad essa connessa con precisi riferimenti tanto alla Sacra Scrittura quanto agli scritti dei Santi.

Ecco lo stralcio iniziale:

E’ a tutti nota l’indecenza e l’immoralitá che ci circonda, il peccato di lussuria non solo è compiuto da moltissimi, ma sopratutto è lodato e ritenuto cosa normale da moltissimi uomini di cultura (falsa). Indicativo a questo riguardo è stato il caso di un testo fatto circolare dal Ministero della Sanità nelle scuole e inerente la prevenzione dall’Aids. Avendo questo testo affermato con chiarezza che la prevenzione migliore è l’eliminazione dei rapporti pre-matrimoniali ed extra matrimoniali e avendo fatto alcune giuste affermazioni per scoraggiare la lussuria tra i giovani, si è vista piombare contro l’ira e la riprovazione di vari personaggi del mondo della cultura e della politica evidentemente convinti che la castità non è cosa buona o, meglio, evidentemente del tutto fuori strada a livello teologico, filosofico e in particolare a livello morale. Si consideri che nel mondo, si compiono dai 46 ai 100 milioni di aborti ogni anno, e che dalle statistiche in particolare di alcuni paesi risulta che la grandissima percentuale di coloro che si sottopongono a questo intervento criminale sono donne non sposate, cioè evidentemente in grandissima parte persone che hanno avuto rapporti sessuali evidentemente peccaminosi. Si consideri inoltre la terribile piaga della prostituzione che evidentemente si radica sulla sabbia della lussuria e del peccato impuro, si vedano a riguardo i terribili dati inerenti la schiavitù o lo sfruttamento sessuale. Si consideri ancora quello che i mass-media veicolano nelle nostre case per quanto riguarda immagini provocanti al peccato impuro, parole, notizie o racconti atti a muovere l’uomo o la donna verso la ricerca del piacere sessuale, verso l’avventura con il principe o la principessa azzurri di turno.
     Occorre aprire gli occhi e rendersi conto che ci troviamo nelle spire di una falsa cultura che spinge verso questi peccati con grande forza, e questa falsa cultura oltre che da pessimi filosofi (Nietzsche, De Sade etc.) e da pensatori di vario genere, è alimentata da potenti forze economiche, infatti si è creato un mercato più o meno sommerso di straordinaria grandezza (giornali, video, libri, articoli vari, abbigliamento, farmaci, operazioni abortive, turismo etc.) che ruota intorno a questo peccato grave. 

Si consideri anche la moda indecente (minigonne, abiti attillatissimi, vestiti scollatissimi che lasciano nudi il ventre e la schiena) che particolarmente in estate orna tante persone, evidentemente poco avvedute.
L’uomo, preso nelle dimensioni che più lo avvicinano agli animali e spinto al piacere e specialmente al piacere della gola e del sesso, diventa una eccellente fonte di denaro per coloro che in questi campi speculano senza scrupoli.

Dunque potenti interessi economici e perciò potenti organizzazioni a carattere internazionale stanno dietro tutte le sollecitazioni che continuamente ci vengono dai vari mass-media e che tendono a spingerci al piacere impuro. Chiaro che dietro questi personaggi pur potenti c’è la forza del demonio, “principe di questo mondo” il quale, come afferma molto bene s. Ignazio di Loyola nei suoi esercizi spirituali, opera attraverso i suoi ministri cioè anche attraverso gli uomini per portare l’umanità al male e al peccato, particolarmente al peccato di lussuria perchè su questo lato la persona umana, in seguito al peccato originale, è particolarmente debole.
A questa valanga di immoralità e di peccato che travolge particolarmente i giovani e li trascina spesso lontano da Dio, in un vuoto di senso della vita, noi cattolici dobbiamo opporre una azione anch’essa potente, potente della forza di Dio, una azione che sia illuminata dalla santa dottrina di Cristo e dalla luce della Eucaristia e della Divina Parola.
     Occorre rendersi pienamente conto del male immenso che è il peccato di lussuria davanti a Dio, occorre rendersi conto della bellezza della castitá, occorre rendersi conto dei premi riservati alla castitá e dei castighi terribili che la lussuria porta con sè, e agire seriamente per distruggere in noi e negli altri questo peccato. Qualcuno, evidentemente poco addentrato nella S. Teologia potrà ritenere eccessive queste mie parole sui castighi che Dio infligge, per queste persone aggiungo questo testo di Paolo VI , Papa, tratto dalla “Indulgentiarum doctrina”al n. 2: "È dottrina divinamente rivelata che i peccati comportino pene inflitte dalla santità e giustizia di Dio, da scontarsi sia in questa terra, con i dolori, le miserie e le calamità di questa vita e soprattutto con la morte, sia nell’aldilà anche con il fuoco e i tormenti o con le pene purificatrici. Perciò i fedeli furono sempre persuasi che la via del male offre a chi la intraprende molti ostacoli, amarezze e danni. Le quali pene sono imposte secondo giustizia e misericordia da Dio per la purificazione delle anime, per la difesa della santità dell’ordine morale e per ristabilire la gloria di Dio nella sua piena maestà. Ogni peccato, infatti, causa una perturbazione nell’ordine universale, che Dio ha disposto nella sua ineffabile sapienza ed infinita carità, e la distruzione di beni immensi sia nei confronti dello stesso peccatore che nei confronti della comunità umana. Il peccato, poi, è apparso sempre alla coscienza di ogni cristiano non soltanto come trasgressione della legge divina, ma anche, sebbene non sempre in maniera diretta ed aperta, come disprezzo emisconoscenza dell’amicizia personale tra Dio e l’uomo. Così come è pure apparso vera ed inestimabile offesa di Dio, anzi ingrata ripulsa dell’amore di Dio offerto agli uomini in Cristo, che ha chiamato amici e non servi i suoi discepoli.”

scaricate l'intero libro CLICCANDO QUI

Domenica, 09 Agosto 2015 00:00

Sempre vigilanti contro il Relativismo

In questi tempi così difficili sul piano della Fede, della morale e della sana dottrina, non sono pochi quei cattolici, anche del clero, che sembrano aver smarrito la bussola che possa guidarli ad una retta sequela di Cristo e dei suoi insegnamenti che sono tutti presenti nel millenario magistero della Chiesa e che una volta definiti non sono certo soggetti a cambiamenti o mode di sorta.
     Non sono pochi nemmeno quelli che, appellandosi ad un errata interpretazione dei documenti usciti dal Concilio Vaticano II, credono che nella Chiesa di Cristo possa esserci una dottrina vecchia, ormai da relegare in soffitta, ed una adatta e tirata a lucido per i nostri tempi. Questo atteggiamento non può che sfociare in un vero relativismo che è stato già ampiamente condannato dalla Chiesa cattolica, tanto nei tempi passati quanto in quelli post-conciliari. Può quindi tornarci utile soffermarci su un Enciclica "Veritatis Splendor" del Pontefice Giovanni Paolo II, recentemente canonizzato, in cui si afferma:

 

Capitolo 32.

In alcune correnti del pensiero moderno si è giunti ad esaltare la libertà al punto da farne un assoluto, che sarebbe la sorgente dei valori. In questa direzione si muovono le dottrine che perdono il senso della trascendenza o quelle che sono esplicitamente atee. Si sono attribuite alla coscienza individuale le prerogative di un'istanza suprema del giudizio morale, che decide categoricamente e infallibilmente del bene e del male. All’affermazione del dovere di seguire la propria coscienza si è indebitamente aggiunta l’affermazione che il giudizio morale è vero per il fatto stesso che proviene dalla coscienza. Ma, in tal modo, l’imprescindibile esigenza di verità è scomparsa, in favore di un criterio di sincerità, di autenticità, di «accordo con se stessi», tanto che si è giunti ad una concezione radicalmente soggettivista del giudizio morale. Come si può immediatamente comprendere, non è estranea a questa evoluzione la crisi intorno alla verità. Persa l’idea di una verità universale sul bene, conoscibile dalla ragione umana, è inevitabilmente cambiata anche la concezione della coscienza: questa non è più considerata nella sua realtà originaria, ossia un atto dell’intelligenza della persona, cui spetta di applicare la conoscenza universale del bene in una determinata situazione e di esprimere così un giudizio sulla condotta giusta da scegliere qui e ora; ci si è orientati a concedere alla coscienza dell’individuo il privilegio di fissare, in modo autonomo, i criteri del bene e del male e agire di conseguenza. Tale visione fa tutt’uno con un’etica individualista, per la quale ciascuno si trova confrontato con la sua verità, differente dalla verità degli altri. Spinto alle estreme conseguenze, l’individualismo sfocia nella negazione dell’idea stessa di natura umana. 

Queste differenti concezioni sono all’origine degli orientamenti di pensiero che sostengono l’antinomia tra legge morale e coscienza, tra natura e libertà.

Questo processo sta penetrando trasversalmente nella vita del credente cattolico e della Chiesa stessa e sta sovvertendo radicalmente il senso della Verità che è Rivelata in Cristo per mezzo della Sua Incarnazione, «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv. 1,114) e non raggiunta dall’uomo attraverso chissà quale processo intelettuale e/o filosofico che lo pone al centro della vita come riferimento assoluto del bene e del male secondo la propria coscienza individuale.
     Questa verità è stata ampiamente ribadita anche dal Sommo Pontefice Benedetto XVI. In un discorso del 24 febbraio 2007 ai membri della Pontificia Accademia per la Vita affermò:

«La formazione di una coscienza vera, perché fondata sulla verità, e retta, perché determinata a seguirne i dettami, senza contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi, è oggi un’impresa difficile e delicata, ma imprescindibile. Ed è un’impresa ostacolata, purtroppo, da diversi fattori. Anzitutto, nell’attuale fase della secolarizzazione chiamata post-moderna e segnata da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità ci si allontana dal gusto della riflessione. Addirittura, secondo alcuni, la coscienza individuale, per essere libera, dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione. Così la coscienza, che è atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori.»

Ricordiamo sempre che è proprio con Cristo e in Cristo che l’uomo ha ottenuto la verità tutta intera e che è solo per suo mezzo che possiamo ottenere vera Salvezza e vita eterna.

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