Kerygma e Dogma

ConcilioLa storia del cristianesimo è puntellata dal rapporto fra l’annuncio della Buona Novella (che il linguaggio delle origini designa col termine greco kerygma) e la sua pensabilità (espressa dal termine dogma).

 

L’articolazione stessa di questo rapporto è sempre stata al centro di vivaci discussioni: basti pensare al grande dibattito cristologico dei primi secoli, al periodo della Riforma, o alle riflessioni del cosiddetto modernismo; ma anche alla sfida lanciata dall’esegesi storico-critica, che si propone il compito di scrutare i testi biblici al di là – o al di qua, se si preferisce – del loro essere Parola di Dio, parte di una Rivelazione, e cioè nel loro contesto culturale e storico, a prescindere dalle interpretazioni che si sono accumulate su di essi.

 

Il cattolico che intenda accostarsi alla divina Rivelazione, dal canto suo, sa di poter contare su tre elementi, che debbono armonicamente compenetrarsi:

 

a) l’intelletto, che come scrive Tommaso d’Aquino, «fra tutte le realtà umane, è quella che Dio ama al di sopra di tutte» (In X Eth., lect. 13);

 

b) la comunità, ovvero la Chiesa e la sua viva Tradizione (non c’è spazio per una lettura individualistica);

 

c) lo Spirito, ovvero la partecipazione all’amicizia di Dio, l’inabitazione della Grazia (per cui la Bibbia «va letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta»: come puntualizza la Costituzione dogmatica Dei Verbum, § 12).

 

L’estensione esclusiva di uno solo di questi elementi, a scapito degli altri, verrà rispettivamente imputata al razionalista, al pedante o all’entusiasta. Ciascuna di queste letture, in qualche modo, si renderebbe di fatto manchevole dinnanzi alla verità del depositum Fidei, nell’incapacità di accoglierla come un tutto (è il principio dell’eresia: la “scelta” di una parte o dell’altra dell’intero). E quest’interezza, nell’ambito della dottrina cattolica, è garantita appunto dalla divino-umanità di Cristo, ossia dal dogma dell’Incarnazione.

 

È scorretto, sempre seguendo una prospettiva cattolica, guardare al dogma come ad una sorta di “strettoia del pensiero”, quasi fosse un’opinione arbitraria imposta dalla Chiesa: innanzitutto perché il Magistero della Chiesa non ha mai dichiarato dogmi attinenti alla propria organizzazione giuridica, agli aspetti minori delle proprie istituzioni visibili, o alle pratiche variabili della devozione (che possono esprimersi anche in maniera scorretta rispetto alla fede, com’è accaduto fin dalle origini: vedi ad esempio quanto è detto in Colossesi 2,18-23).

 

Il dogma non è nemmeno, semplicemente, una “definizione”. Potremmo definirlo piuttosto come l’espressione dell’inesprimibile, come la formulazione di una verità di fede, contenuta nella Rivelazione, che altrimenti non risulterebbe accessibile agli sforzi della ricerca umana.

 

I vari dogmi si inseriscono così nel cammino di approfondimento dinamico della Rivelazione divina da parte della Chiesa, rappresentando altrettanti passi in un percorso di ri-conoscenza, come tante «luci sul cammino della nostra fede» (Catechismo della Chiesa cattolica, § 89). Ma tutto ciò non implica affatto che la verità della fede sia esauribile in una serie di formulazioni. Citando l’apostolo Paolo: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco solo in parte, ma allora [alla fine dei tempi] conoscerò perfettamente» (1Cor 13,12). Tuttavia, se Paolo afferma che ora conosce solo “in parte”, questo “in parte” (in greco: ek merous) non esclude nemmeno la pienezza nella quale egli conosce.

 

La conoscenza ek merous non sarà eliminata perché falsa, ma perché il suo ruolo non era altro che quello di farci aderire alla pienezza che supera ogni facoltà umana di conoscere. E questa pienezza, come ribadito dal Concilio Vaticano II, non è altri che la persona di Cristo (Dei Verbum, § 8). Il dogma è allora come un confine, che viene di volta in volta tracciato per custodire la fede. Il compito primario di questo confine non è la conquista di un territorio inedito, completamente nuovo, ma l’affermazione e la scoperta di quanto già si conosceva, sebbene solo implicitamente.

 

È quanto afferma, apparentemente rovesciando i termini del nostro discorso, Basilio di Cesarea (330-379), distinguendo appunto fra dogma e kerygma. Il dogma, stando a Basilio, sarebbe da intendersi come un «insegnamento non reso pubblico, che i nostri padri hanno custodito», mentre il kerygma come una «predicazione aperta, accessibile a tutti» (De Spiritu Sancto, 27). Parlando di tradizioni non rese pubbliche, Basilio non intende riferirsi a dottrine o a pratiche riservate a un ristretto gruppo di credenti all’interno della Chiesa (come nella sensibilità di molti dei testi che la Chiesa dichiarerà “apocrifi”), ma a dottrine e pratiche il cui senso risulta pienamente comprensibile solo all’insieme dei fedeli che partecipano alla vita sacramentale e liturgica della Chiesa: chi ne resta “escluso”, per così dire, sono i non credenti, o quanti devono essere ancora catechizzati.

 

Tutto ciò ricorda molto da vicino un celebre assunto di Pavel Florenskij, sull’«esperienza religiosa viva come unico metodo legittimo per conoscere i dogmi». Ma il punto più notevole, nella distinzione operata da Basilio, è l’idea che la tradizione non pubblica dei “dogmi” possa essere proclamata pubblicamente, divenendo in tal modo “predicazione” (kerygma), quando una necessità (per esempio la lotta contro un’eresia) obbliga la Chiesa a pronunciarsi.

 

Il processo di sviluppo storico del dogma, secondo la dottrina tradizionale del cattolicesimo, non riguarderà quindi il contenuto della Rivelazione, quanto la conoscenza che i cristiani ne hanno attraverso i tempi. Non vi può essere contraddizione fra le fonti della fede (la ragione che scruta il creato, la Rivelazione e la Tradizione della Chiesa) e la definizione di un dogma. E tale definizione si rende necessaria, storicamente, ogni qual volta la comunità dei fedeli ne avverta l’esigenza.

 

Come scrisse Gilbert K. Chesterton, con l’arguzia che gli era consueta, «le verità si mutano in dogmi nel momento in cui sono discusse. Così, (…) lo scetticismo del nostro tempo non distrugge realmente le credenze, le crea; conferisce ad esse i loro confini e la loro forma chiara e ardita… La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diverrà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; ma diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; ma sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere, non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancor più incredibile: questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto».

 

(Luigi Walt)

Ultima modifica il Venerdì, 27 Marzo 2015 18:52
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Admin

Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

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