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Speciale SINODO sulla Famiglia 2014/15

   
Martedì, 24 Marzo 2015 00:00

Card. Burke: Noi resisteremo!

Il porporato americano, a cui il Papa ha affidato l’incarico onorifico di patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta, ha affermato: «Non posso accettare che si possa dare la comunione a una persona che sta vivendo un’unione irregolare perché è adulterio. L’unione tra omosessuali non ha niente a che fare col matrimonio»

Resisterò al Papa se ci saranno le aperture ai divorziati risposati e ai gay. Non posso fare altro”. Queste le parole del cardinale statunitense Raymond Leo Burke, tra i principali oppositori, anche nel Sinodo dei vescovi sulla famiglia dell’ottobre 2014, della linea aperturista incoraggiata da Bergoglio. Burke, classe 1948, nativo di Richland Center nel Wisconsin, viene nominato vescovo da san Giovanni Paolo II che lo ordina personalmente nella Basilica Vaticana il 6 gennaio 1995. Ma è Benedetto XVI a imporgli la berretta cardinalizia nel 2010 e ad affidargli il prestigioso ruolo di prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, la “Cassazione vaticana”. Ruolo dal quale Bergoglio lo ha rimosso, subito dopo il Sinodo, per affidargli l’incarico onorifico di patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta.

Per il porporato, infatti, “non c’è dubbio che quello che stiamo vivendo è un tempo difficile, doloroso e preoccupante. Io non vorrei – sottolinea Burke – fare del Papa un nemico”. Anche se la sua opposizione alla linea di Bergoglio è netta e chiara: “Non posso accettare che si possa dare la comunione a una persona che sta vivendo un’unione irregolare perché è adulterio. E la questione delle unioni tra persone omosessuali non ha niente a che fare col matrimonio. Questa è una sofferenza che alcune persone hanno di essere attratte sessualmente, contro la natura, da persone dello stesso sesso”. Per il cardinale, quindi, nessun tipo di apertura per i divorziati risposati e nemmeno per gli omosessuali, nonostante Francesco abbia affermato, pochi mesi dopo la sua elezione: “Chi sono io per giudicare un gay?”. E alla vigilia del primo Sinodo sulla famiglia abbia chiesto di “prestare attenzione ai battiti di questo tempo”.

Per Burke, però, nonostante questo acceso dibattito, “la Chiesa non è minacciata perché il Signore ci ha assicurato, come ha detto a san Pietro nel vangelo, che le forze del male non prevarranno, non praevalebunt come diciamo in latino, che non avranno la vittoria sulla Chiesa”. Eppure gli attacchi del porporato contro Papa Francesco si intensificano e si fanno sempre più pesanti. “Molti – aveva raccontato Burke dopo il primo Sinodo – mi hanno manifestato preoccupazione in un momento così critico, nel quale c’è una forte sensazione che la Chiesa sia come una nave senza timone, non importa per quale motivo”.

E su Bergoglio aveva precisato: “Ho tutto il rispetto per il ministero petrino e non voglio sembrare di essere una voce contraria al Papa. Vorrei essere un maestro della fede con tutte le mie debolezze, dicendo la verità che oggi molti avvertono. Soffrono un po’ di mal di mare perché secondo loro la nave della Chiesa ha perso la bussola”. 

In un recente viaggio a Vienna per presentare la traduzione di un nuovo libro al quale ha contribuito, Remaining in the Truth of Christ (Rimanere nella verità di Cristo),Il testo è frutto della collaborazione di cinque cardinali di Germania, Italia e Stati Uniti ed è una riposta al discorso del cardinale Walter Kasper al concistoro straordinario del febbraio scorso, nel quale ha proposto di permettere ad alcuni divorziati risposati di accedere alla Santa Comunione. Il Cardinale Burke ha messo in guardia contro i tentativi di alcuni membri del Sinodo dei vescovi di cambiare le verità immutabili della Chiesa. Malgrado i recenti resoconti dei media in base ai quali il porporato starebbe guidando l»“opposizione conservatrice” all»“agenda riformista” di papa Francesco, il cardinale statunitense insiste sulla sua fedeltà al papa come Vicario di Cristo e Successore di San Pietro.

Cosa sta insegnando realmente la Chiesa?” E la mia risposta è sempre stata che conosciamo l’insegnamento della Chiesa: è nel Catechismo, è nella Tradizione, e dobbiamo semplicemente aggrapparci a questo, e in questo modo sappiamo che stiamo facendo la cosa giusta.




Nel suo discorso alla fine del Sinodo, il papa ha parlato della difesa del deposito della fede. È questo che vuole sottolineare?

Esattamente. E ho detto molto chiaramente nella mia risposta all’intervistatore che non stavo dicendo che questo era ciò che il Santo Padre stava provocando o facendo, ma semplicemente una realtà di oggi.


La settimana scorsa Elton John ha definito papa Francesco un grande eroe per i diritti dei gay. Alcuni lodano questo e si rallegrano che una persona che in genere non guarderebbe alla Chiesa si sia impegnata ora in qualche modo con essa. Altri dicono: sì, persone come Elton John vedono una porta aperta, ma è aprire una porta che conferma che queste persone hanno uno stile di vita peccaminoso. Come può la Chiesa gestire al meglio questa situazione in cui si trova di modo che ci siano sia verità che carità?

Solo con lo sforzo diligente di spiegare con molta attenzione l’insegnamento della Chiesa riguardo agli atti omosessuali e di compiere le giuste distinzioni tra il peccato e il peccatore. È stata una delle difficoltà del Sinodo, è stato tutto confuso ed è stato quantomeno implicato il fatto che potessero esserci elementi positivi in atti che comportano peccato mortale. Sappiamo tutti che non è possibile. Non ci può essere alcun elemento positivo in questo. E così se il papa viene lodato perché tiene profondamente alle persone che soffrono per l’attrazione per le persone dello stesso sesso – e nella società di oggi questo viene rivestito di grande consapevolezza attraverso tutto il movimento per i diritti dei gay –, la preoccupazione del papa per loro è che capiscano che, anche se provano questa attrazione, è un’attrazione ad atti disordinati e hanno bisogno di cercare la guarigione e la grazia necessarie, di ordinare correttamente la propria vita e di affrontare questa sofferenza, che è molto profonda. Non si può vedere la posizione del papa come se in qualche modo la Chiesa ritirasse ciò che non può ritirare, nella fattispecie l’insegnamento per cui è contrario alla natura.


Si parla sempre più della paura di uno scisma, del fatto che se il Sinodo dei vescovi procederà nella direzione che ha intrapreso la situazione peggiorerà. Cosa si potrebbe fare, a suo avviso, per evitarlo?

Dobbiamo essere individualmente sicuri di rimanere in forte contatto con la Tradizione attraverso il nostro studio del Catechismo, soprattutto attraverso la preghiera e anche una giusta direzione spirituale, forti nella nostra fede cattolica e nella nostra testimonianza di questa. E poi dobbiamo usare altre occasioni e opportunità, come la nostra testimonianza personale nei nostri contatti quotidiani, visite alla famiglia e agli amici e così via, per sottolineare la bellezza della verità relativa al matrimonio. Anche eventi come quello di oggi, un convegno sulle questioni sollevate nel Sinodo sulla famiglia e altri argomenti sui quali c’è molta confusione.

Penso, ad esempio, a questo: è possibile che l’insegnamento della Chiesa possa rimanere lo stesso e tuttavia che la Chiesa possa avere una pratica pastorale che sembra contraddirlo? Bisogna affrontare questo genere di argomenti. E anche la confusione che circonda la posizione dei Padri della Chiesa relativamente alla Comunione a coloro che vivono unioni irregolari, o la confusione che circonda la pratica delle Chiese ortodosse e così via, e l’idea che dovremmo adottare la stessa pratica.


Pensa che ci sia un rischio reale di scisma?

Se in qualche modo il Sinodo dei vescovi è stato visto andare in senso contrario a quelli che sono l’insegnamento e la pratica costanti della Chiesa, c’è il rischio perché sono verità che non cambiano e che non si possono cambiare.

Al Sinodo, quando è stato diffuso il rapporto a metà dei lavori, alcuni hanno detto che era un disastro.

È stato un disastro totale.

Il rapporto finale ha sottolineato la necessità di una sensibilità verso gli elementi positivi dei matrimoni civili e, “fatte le debite differenze”, delle convivenze. La Chiesa, afferma, deve indicare “anche elementi costruttivi” in queste situazioni. Il paragrafo in questione, il numero 41, ha ottenuto la maggioranza richiesta di due terzi. Trova preoccupante che questo paragrafo abbia ottenuto questa maggioranza tra i vescovi?

Il linguaggio è quantomeno confuso, e temo che alcuni Padri sinodali possano non aver riflettuto a sufficienza sulle sue implicazioni, o forse visto che il linguaggio è confuso non abbiano compreso del tutto ciò che si stava dicendo. Ma per me è preoccupante. E poi l’intera questione: che anche se certi paragrafi sono stati rimossi, in contraddizione con la pratica del passato il documento sia stato stampato con quei paragrafi inclusi, e una persona doveva andare a vedere la votazione per verificare se certi paragrafi erano stati rimossi. È preoccupante per me che perfino quelle sezioni che si è votato di rimuovere abbiano ricevuto un sostanzioso numero di voti.

A livello giuridico, quando quei tre paragrafi non hanno ricevuto la maggioranza di due terzi dovevano essere rimossi dal documento?

Assolutamente sì. Non abbiamo potuto discutere quel testo, ma abbiamo votato paragrafo per paragrafo, e a cosa serve votare paragrafo per paragrafo se non per accettare un paragrafo o rimuoverlo? È solo un altro aspetto preoccupante sul modo in cui è stato condotto il Sinodo dei vescovi.

Pensa che questa agenda proseguirà quest’anno? Non ci saranno cambiamenti di direzione?

No, perché il Segretario Generale si è identificato in modo molto forte con la tesi di Kasper, non esita a dirlo e ha anche pronunciato vari interventi in diversi luoghi. È meno esplicito del cardinale Kasper, ma è chiaro che aderisce a quel pensiero. Per cui andrà tutto avanti, ed è per questo che è importante che continuiamo a parlare e ad agire per affrontare la situazione.

Una domanda sul linguaggio: nel documento di metà sinodo è stata usata ripetutamente la parola “accogliere”, soprattutto nei tre paragrafi relativi all’omosessualità. Come sa, “accogliere” in italiano può significare molte cose. Inizialmente in inglese è stata tradotta con “welcome”, poi, due giorni dopo, è stata cambiata con “provided for”, poi si è tornati indietro. Qual è la giusta comprensione o il giusto modo di rendere “accogliere”, se bisogna usare questo termine?

Non sono sicuro che “accogliere” sia la parola giusta da usare, perché credo – non sono un esperto di italiano – che possa essere intesa nel senso che vengono accolte come persone che vivono in questo modo. Le accogliamo come figli di Dio, come fratelli e sorelle di Cristo, ma non accogliamo il loro stile di vita, per così dire, o il modo in cui vivono. Se ci sono, ad esempio, due uomini o due donne che vivono insieme apertamente in una relazione omosessuale, sì, si ha cura di loro, e forse “curare a livello pastorale” è l’espressione migliore. Si ha cura di loro ma bisogna fare molta attenzione nella comunità cristiana a non dare agli altri fedeli l’impressione che in qualche modo la loro relazione sia moralmente giusta e che la Chiesa accolga anche questa relazione. Non è così. È questo l’aspetto delicato. Ricordo nel nostro piccolo gruppo di discussione che certi vescovi avevano un’obiezione nei confronti della parola “welcome”, e l’ho capito per questa ragione.

Penso che il linguaggio in sé non sia corretto e che dobbiamo trovare una vita diversa. Ancora una volta, non sono italiano, ma non penso che “accogliere” sia il termine giusto.

Al Sinodo non sembra che si sia parlato molto del paradiso o della fine o della vita eterna, dell’inferno o del peccato. Il linguaggio che circondava il Sinodo è sembrato piuttosto orizzontale, ma la comprensione cattolica del matrimonio è intesa alla luce della vita eterna e della realtà a cui punta, ovvero l’unione tra Cristo e la Sua Chiesa e l’amore fedele di Dio per il Suo popolo. Come possiamo tornare a concentrare la nostra attenzione su queste realtà l’anno prossimo?

Nel libro Remaining in the Truth of Christ, al quale ho contribuito anch’io, c’è un compendio del Magistero sul matrimonio in cui si troverà questo tipo di direzione, questo approccio in base al quale tutto deve essere visto e affrontato dalla prospettiva della vita eterna e della salvezza eterna, che viene a noi solo in Gesù Cristo e nella Sua grazia attraverso la quale convertiamo quotidianamente la nostra vita a Cristo e lottiamo ogni giorno per vincere il peccato. E questo vale anche nel matrimonio. La bellezza del sacramento è aumentata dalla lotta dei partner per essere fedeli e generosi in ogni modo.


CLICCA QUI se vuoi vedere l’intervista al Cardinal Burke.
L
’intervista inizia in Francese solo per alcuni secondi, per il resto è tutta in italiano.

Pubblicato in sinodo
Sabato, 06 Dicembre 2014 00:00

Sinodo: Ecco un altro questionario.

Che senso avrebbe un Sinodo sulla famiglia se le famiglie stesse non fossero protagoniste in prima persona? Una domanda a cui papa Francesco ha deciso di rispondere in modo tanto coerente quanto inatteso. L’ha fatto un anno fa quando, a poco più di un mese dalla convocazione del “doppio» Sinodo, decise di diffondere un questionario con otto gruppi di domande (quaranta in totale) per conoscere dalla “base» della realtà familiare problemi, situazioni, difficoltà, opinioni e speranze. L’Instrumentum laboris, il documento base per la discussione dei padri sinodali, venne preparato sulle indicazioni emerse da quelle decine di migliaia di risposte arrivate da ogni parte del mondo.

Per la seconda parte della grande assemblea familiare, che approderà poi al Sinodo ordinario dell’ottobre 2015, Francesco – sorprendendo tutti ancora una volta – ha scelto nei giorni scorsi lo stesso schema. Saranno le famiglie stesse a suggerire valutazioni e approfondimenti grazie a un secondo “questionario» che a breve sarà diffuso a tutte le famiglie dei cinque continenti. Questa volta la piattaforma per le domande sarà rappresentata dalla Relazione finale del Sinodo
straordinario, concluso lo scorso 19 ottobre. Ma, proprio per agevolare l’afflusso dei pareri, i tradizionali lineamenta saranno trasformati in una serie di domande. E anche questa è una novità assoluta nella storia delle assemblee sinodali.

L’annuncio è stato dato dal segretario generale del Sinodo, il cardinale Lorenzo Baldisseri, che domenica scorsa ha celebrato ad Assisi la Messa conclusiva del convegno organizzato dall’Ufficio nazionale Cei per la pastorale familiare. Di fronte a quasi 600 delegati in rappresentanza di 102 diocesi, il porporato ha raccontato che è stato il Papa stesso a prendere questa decisione nel corso dell’ultimo Consiglio di segreteria del Sinodo.

«Siamo a metà del cammino sinodale. Ora, per avviare la seconda parte – ha spiegato Baldisseri – abbiamo deciso di lanciare i lineamenta sotto forma di domande». E questo “questionario bis» avrà due caratteristiche. «Innanzi tutto chiederemo alle conferenze episcopali, alle diocesi, alle parrocchie come è avvenuta la ricezione della “Relazione finale» del Sinodo straordinario. Allo stesso tempo chiederemo l’approfondimento delle questioni affrontate nel dibattito, di tutte, ma soprattutto di quelle che hanno bisogno di essere discusse in modo più accurato».

Alle conferenze episcopali quindi, ha proseguito il segretario generale del Sinodo, la facoltà di come lavorare per questo obiettivo, in modo tale da avere «contributi che arrivano direttamente dalla base».

Una sorta di dialogo aperto con le famiglie del mondo, prima di prendere decisioni che, in un modo o nell’altro, avranno conseguenze non trascurabili sulla vita delle famiglie, soprattutto di quelle più segnate dalla sofferenza e dalle spaccature. È come se il Papa consegnasse ai nuclei familiari le decisioni emerse nella prima parte del percorso sinodale e ponesse due questioni fondamentali: come avete accolto queste riflessioni? Come possiamo approfondire questi temi? Una scelta di umiltà che mostra tutta l’attenzione del pontefice – aveva fatto notare Baldisseri nella prima parte dell’omelia – nell’accompagnare con atteggiamento di misericordia la vita delle famiglie, chiedendo direttamente a loro un nuovo protagonismo.
Nella stessa prospettiva, tracciando le conclusioni del convegno, si era espresso don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la pastorale della famiglia, che aveva sottolineato come in questo momento storico «venga chiesto un vero e proprio cambio di passo a chi si occupa di pastorale familiare. Solo se ci apriamo alla fantasia creativa della Trinità – ha sottolineato – possiamo scrivere pagine sempre nuove nell’ossatura delle comunità cristiane».

Pubblicato in sinodo

Don Claude Barthe analizza un buon responsum dato dalla Congregazione della Dottrina per la Fede (22.10.2014), sulla facoltà di assoluzione o meno a divorziati risposati civilmente.
Le parole della Congregazione sono chiare e cristalline, ed ogni commento sarebbe superfluo.
Da rimarcare come la Congregazione, «nonostante» il Sinodo e seguendo la linea ortodossa, abbia citato la Familiaris Consortio e il Concilio di Trento sulle condizioni per poter dare l’assoluzione.


La questione della situazione dei cattolici divorziati risposati civilmente è stata particolarmente discussa nella riunione speciale del Sinodo su «Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione», che si è concluso 18 ottobre scorso. Un testo della Congregazione per la Dottrina della Fede, in risposta ad una domanda di un sacerdote, ha di recente apportato un elemento importante particolarmente illuminante nell’attuale confusione generale, su un punto specifico della pastorale nei confronti di questi fedeli.

Questa risposta ha il vantaggio di porsi a monte del problema sulla comunione eucaristica ai divorziati risposati. Esso regola infatti quello che dovrebbe essere l’atteggiamento dei sacerdoti che esercitino il ministero della riconciliazione per questi fedeli divorziati risposati.


Quando è stato chiesto da un sacerdote francese:
«Il confessore può dare l’assoluzione ad un penitente che, essendo stato sposato religiosamente, ha contratto un secondo matrimonio civile dopo il divorzio?»

La Congregazione per la Dottrina della Fede ha risposto il 22 OTTOBRE 2014:

«Non possiamo escludere a priori i fedeli divorziati risposati dalla confessione penitenziale che porterebbe alla riconciliazione sacramentale con Dio e quindi alla comunione eucaristica. Papa Giovanni Paolo II nella sua Esortazione Apostolica Familiaris Consortio (n. 84), ha ritenuto questa possibilità e ne ha precisato le condizioni: «La riconciliazione attraverso il sacramento della penitenza — aprendo la strada al sacramento eucaristico — può essere concessa solo a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò implica effettivamente che quando un uomo e una donna non possono, per gravi motivi — per esempio, l’educazione dei figli — rispettare l’obbligo della separazione, essi allora si devono impegnare a vivere in piena continenza, vale a dire, ad astenersi dagli atti propri dei coniugi» (si veda anche Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 29). Il confessore serio deve considerare quanto segue:
1 — Controllare la validità del matrimonio religioso secondo la verità, evitando di dare l’impressione di una forma di «divorzio cattolico».
2 — Vedere se eventualmente le persone, con l’aiuto della grazia, possono separarsi con il loro nuovo compagno e riconciliarsi con coloro da cui si sono separati.
3 — Invitare i divorziati risposati, che per motivi gravi (ad esempio i bambini) non possono essere separati dai loro nuovi coniugi, a vivere come «fratello e sorella». In ogni caso, l’assoluzione può essere concessa solo se c’è la certezza di un autentico pentimento, vale a dire «di il dolore interiore e della riprovazione del peccato, che è stato commesso e il proposito di non può peccare più «(Concilio di Trento, dottrina sul sacramento della Penitenza, v. 4). In questa linea, non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non prenda una ferma decisione di non «peccare più» e di astenersi quindi dagli atti propri dei coniugi e di fare tutto quanto sia in suo potere a tal scopo.»

Luis F. Ladaria, SI, Arcivescovo titolare di Thibica, Segretario.

La Congregazione non si accontenta di citare il n. 84 Familiaris Consortio. Essa analizza realisticamente le linee guida che deve seguire il ministro del sacramento della penitenza. Va notato che la Congregazione non intende impegnarsi, nel contesto della questione sottopostale, ad una presentazione sulle diverse possibilità di esortazione morale e spirituale che sono disponibili al sacerdote, per parlare della santità di sacramento del matrimonio, della sua indissolubilità nonostante l’adulterio che ha portato alla nuova unione civile, la responsabilità su ogni altro coniuge separato, lo scandalo dato, le grazie del sacramento che continuano ad essere disponibili per loro, eccetera. Il responsum non risolve le questioni affrontate dal sacerdote che ascolta la confessione del penitente per sapere se può effettivamente assolvere il nome di Cristo, in virtù del suo ministero sacramentale e a quali condizioni.

Grande benevolenza.

Anche se nel contesto della diffusione e discussione pubblica delle teorie eterodosse il Responsum potrebbe apparire «rigido», esso si indirizza, in realtà, il più possibile verso la benevolenza nei confronti del peccatore, tenendo conto realisticamente la situazione di peccato creata dalla formazione di una nuova unione dopo il divorzio, e cercando di rimuovere con attenzione il penitente «senza schiacciare il lumicino ancora tremolante» Possiamo dire che Congregazione si pone, secondo la tradizione della Santa Sede, nel contesto della teologia romana, quella di S. Alfonso Liguori che ha combattuto i puristi francesi.
Il Responsum analizza così le varie linee che il confessore dovrà seguire rapidamente al tribunale della penitenza:
- L’eventuale invalidità del matrimonio sacramentale, che risolverebbe il problema. In alcuni casi, infatti, la supposizione dell’invalidità diventa evidente o incoraggia a un nuovo riesame più approfondito. La Congregazione dice, tuttavia, che le questioni in questo senso non dovrebbero scandalizzare inducendo a pensare che la Chiesa ha un «divorzio cattolico».
- Soprattutto, il confessore tenterà di scoprire se il penitente ritenga possibile una riconciliazione tra i coniugi. Infatti, secondo S. Agostino: «Dio non ci comanda a cose impossibili, ma nel comandare Egli vi ammonisce di fare ciò che è possibile e chiedere ciò che non si può.» Il Concilio di Trento ha aggiunto, parafrasando San Paolol, «Egli ti aiuta a poterlo fare» (Dz 1536). E ciò il responsum lo traduce «con l’aiuto della grazia.» Aggiungendo che ci possono essere figli dell’unione sacramentale, profondamente feriti dalla separazione dei genitori.
- In ogni caso, solo di motiti gravi (presenza dei figli del secondo matrimonio, si potrebbe aggiungere l’età avanzata della coppia e il rischio di rottura di una convivenza che è solo amicizia) possono evitare l’obbligo di rompere la convivenza adulterina iniziata con la seconda unione civile. E in questi casi, il penitente deve accettare di vivere con il suo nuovo coniuge come «fratello e sorella». Questo richiederà verosimilmente una riflessione sulla sulla possibilità di messa in pratica di questa situazione, e di cui senza dubbio il rinvio dell’assoluzione sacramentale ad un’altra confessione. Ciò implica per il penitente e il suo secondo coniuge a prendere le misure e le decisioni per vivere rettamente nonostante ciò che i teologi morali chiamano «l’occasione di peccato.» L’esperienza dimostra che non è impossibile. Ma solo un considerevo motivo (l’educazione dei figli) permette di rimanere nel pericolo di peccato. Inoltre, la Congregazione va dritta al punto, senza specificare come dovrà essere impostato lo stile di vita per evitare che la pratica dei sacramenti da parte di coniugi apparentemente adulteri sia causa di scandalo.

Conclusione

La conslusione del Responsum è particolarmente interessante. Esso integra in effetti la risoluzione di questo caso particolare di assoluzione data a un divorziato che ha contratto una nuova unione, col principio generale dell’indissolubilità del sacramento, e di conseguenza la legittimità di assoluzione sacramentale concesso secondo il prudente giudizio dal ministro del sacramento. Sono necessarii «atti del penitente» (la contrizione, la confessione dei peccati, e la soddisfazione, vale a dire «la penitenza»), specialmente la contrizione richiesta per divina istituzione per la remissione dei peccati. La Congregazione per la Dottrina della Fede cita il Concilio di Trento (Dz 1676): affinché i peccati siano rimessi, il penitente deve essere animato circa il male commesso, dal dolore dell’anima, dall» avversione di quel peccato con il proposito di non peccare più.

 

Pubblicato in sinodo
Lunedì, 03 Novembre 2014 00:00

Il Cardinal Burke e l'attivista gay

Per tutti quello che hanno seguito il recente Sinodo straordinario sulla famiglia sui media generalisti, il card. Burke è una specie di orco, un retrogrado intransigente e carente di misericordia, desideroso di infastidire gli omosessuali e i divorziati. La realtà è ben diversa. Almeno questo è quello che si può intuire a partire dalla testimonianza di Erc Hess che ha pubblicato un articolo Coming out of Sodom in cui si riferisce ai suoi rapporti con l’allora vescovo Burke.


Hess spiega in questo modo la sua esperienza: “Dal 1990 al 1994 sono andato in chiesa di tanto in tanto. Nel 1995 dissi al mio compagno che non potevo andare perchè ero molto arrabbiato con la Chiesa. Misi in una scatola tutti i miei crocifissi e bibbie e l’ho lasciata presso la sede del vescovo di La Crosse, Winsconsin, con una lettera in cui rinunciavo alla fede cattolica.


Con mia sorpresa, il vescovo Raymond Burke rispose con una amabile lettera esprimendomi la sua tristezza. Mi diceva che rispettava la mia decisione e che l’avrebbe notificata alla parocchia dove ero stato battezzato. Molto educatamente il vescovo Burke mi disse che avrebbe pregato per me e che sperava in un futuro nel quale volessi riconciliarmi con la Chiesa.

Come uno dei più espliciti attivisti gay del Winsconsin, pensai: “Che arroganza!”. Allora scrissi una lettera al Vescovo accusandolo di molestie. Gli dissi che le sue lettere non erano benvenute e gli chiesi come poteva osare scrivermi.

I miei sforzi non riuscirono a logorarlo. Il vescovo Burke mi inviò un’altra lettera assicurandomi che non mi avrebbe più scritto, però che se in futuro avessi preso la decisione di riconciliarmi con la Chiesa, egli mi avrebbe accolto con le braccia aperte.

In realtà il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non si diedero per vinti con me. Pochi anni dopo parlai con un buon sacerdote che ha unito le sue preghiere a quelle del vescovo Burke dall’agosto del 1998.

Il 14 agosto, festa di S.Massimiliano Kolbe e vigilia della Santissima Assunziona di Maria, la misericordia divina penetrò la mia anima mentre ero in un ristorante. Non sapevo, quando sono entrato in quel ristorante con il mio “compagno” da più di otto anni, che il Signore stava per afferarmi quel pomeriggio e portarmi fuori da Sodoma, al banco della sua misericordia risanante, il Santo Sacramento della Penitenza.

Il sacerdote che avevo consultato stava lì.Mentre lo guardavo una voce interiore parlò al mio cuore. Era soave, chiara dentro la mia anima. La voce mi disse: “Questo sacerdote è l’immagine di ciò che ancora può essere, se solo ti rivolgi a me”

Ritornato a casa dissi al mio compagno: “Devo andare alla chiesa cattolica”. Anche se ha versato qualche lacrima mi rispose in modo affettuoso: “Eric, lo sapevo da molto tempo. Fai quello che devi fare per essere felice. Fin dall’inizio sapevo che questo giorno sarebbe arrivato…”

Poi ho chiamato l’ufficio del vescovo Burke. La sua segreteria sapeva bene chi ero, così dissi che volevo che il vescovo Burke fosse il primo a sapere che rientravo nella Chiesa, che mi stavo preparando per il sacramento della Confessione. Mi ha chiesto di aspettare un attimo. Quando è ritornato mi ha detto che il vescovo voleva incontrarmi.

Dopo ho confessato i miei peccati ad un umile e devoto sacerdote, pastore di anime e ricevetti l’assoluzione. Come parte essenziale del mio recupero una buona famiglia cattolica mi diede rifugio fino a quando ho trovato il mio posto.

Un mese dopo la mia riconciliazione con Dio e con la Chiesa mi recai agli uffici del vescovo Burke e mi accolse con un abbraccio. Mi ha chiesto se ricordavo le mie cose che gli avevo inviato insieme alla mia lettera di abbandono della Chiesa. Certo che me en ricordavo. Il vescovo Burke le aveva conservate perchè era certo che sarei ritornato alla Chiesa.”

Hanno detto che è un mostro senza misericordia, un “homófobo” insensibile e ideológico….

Pubblicato in sinodo
Lunedì, 03 Novembre 2014 00:00

Fedeli “semplici” e pastori dubbiosi

L’occasione del Sinodo ha messo in rilievo che oggi molti pastori della Chiesa amano seminare dubbi tra i fedeli. È la conseguenza della fede vissuta come dubbio e non come certezza, come domanda e non come risposta. Per fortuna nella Chiesa ci sono ancora molti fedeli “semplici”, ovvero saldi e forti nella fede, che non seguono le interviste giornalistiche dei loro pastori.


Oggi molti pastori della Chiesa amano seminare dubbi tra i fedeli. Alcuni di loro non seminano dubbi, ma permettono che altri lo facciano senza intervenire. Inutile fare degli esempi. Lo abbiamo visto prima del Sinodo, durante il Sinodo e dopo il Sinodo. Sembra che un fedele che sia saldo, fermo o irremovibile nella fede, come chiede San Paolo nella prima lettera ai Corinzi (15,58) e in quella ai Colossesi (1,23) sia in qualche modo fuori posto.

Dietro questa visione delle cose c’è l’idea che la fede sia ricerca e non possesso, percorso e non approdo. Essere saldi nella fede passa per arroganza. L’adesione a Cristo sembra che consista nel porsi delle domande e non nell’aver trovato la Risposta. Karl Rahner afferma che «la rivelazione naturale propriamente consiste nell’esistenza di Dio come domanda (e non come risposta)». Dio, per lui, è l’orizzonte che permette all’uomo di farsi domande, senza mai poter uscire da questo domandare esistenziale.

È evidente che qui si confrontano due visioni diverse della fede. Questa è sempre stata definita – per esempio da San Tommaso – come un “assenso” alla verità rivelata da Dio in virtù della sua autorità. La fede è un assenso, una adesione, non un dubbio.

Joseph Ratzinger, nel suo famoso “Introduzione al Cristianesimo”, spiega molto bene che la fede ha a che fare con le idee di verità, stabilità, fedeltà, confidenza, aver fiducia, attenersi a qualcosa. La fede – egli dice – «è abbandonarsi con fiducia al senso della realtà che sostenta me e il mondo; significa accoglierlo come il solido terreno su cui possiamo stare, reggendoci senta timore». L’atteggiamento della fede cristiana si esprime nella parola “amen”, che indica fiducia, stabilità, irremovibilità, fermezza, verità. Ha origine qui anche il discorso della ragionevolezza della fede, è infatti per questo suo carattere di stabilità che la fede esige di essere compresa dall’intelletto.

hqdefaultIl compito dei pastori è di «confermare nella fede». Quando essi seminano dubbi anziché verità e quindi non confermano ma distraggono e confondono i fedeli, vuol dire che la concezione moderna del dubbio ha fatto larga strada anche dentro la mentalità cattolica. Come si sa, la modernità nasce dal dubbio (soprattutto con Cartesio) e consiste nella celebrazione del dubbio non solo come strumento di ricerca ma come orizzonte originario. Hanna Arendt lo ha spiegato molto bene nel capitolo VI de suo libro Vita activa.

Si è sempre sostenuto che all’inizio del sapere ci sia la meraviglia. La meraviglia perché c’è l’essere. Da cui nasce poi il nostro domandare, dato che l’essere non si giustifica immediatamente. La meraviglia, però, non è il dubbio. La meraviglia è una certezza: c’è l’essere. E nemmeno la domanda originaria da cui nasce la ricerca è un dubbio, perché si fonda su una precedente certezza. All’inizio c’è una risposta e non una domanda. Se invece si parte dal dubbio, in principio c’è una domanda che non troverà mai risposta, perché il principio è anche il fondamento. Senz’altro l’uomo è un animale che fa domande. Ma non solo e non originariamente.

Ora, questa idea che all’origine ci sia il dubbio è penetrata nel nostro modo di pensare quotidiano, per cui dalle riunioni in parrocchia bisogna per forza andar via con dubbi, dopo aver messo in questione la nostra fede, e non con un rafforzamento delle certezze della fede. Questa è considerata una apologia presuntuosa. Se uno fa un intervento in difesa della fede e a conferma delle verità della fede viene tacitato come arrogante. Se uno interviene per porre dubbi e corrodere le convinzioni passa per umile ricercatore. Si tratta invece di falsa umiltà, dato che l’uomo radicalmente dubbioso non si concede a nessuna verità che non sia il suo dubbio, che diventa l’unica arrogante verità.

Per fortuna nella Chiesa ci sono ancora molti fedeli “semplici”. Essi sono la sua forza. Semplici significa saldi e forti nella fede, dato che ciò richiede umiltà e semplicità. Per fortuna molti di loro non seguono le interviste giornalistiche dei loro pastori, la partecipazione di questi ultimi ai dibattiti televisivi, le dichiarazioni avventate e provocatorie. Per fortuna a molti di loro non è arrivata la notizia che un vescovo, al Sinodo, ha detto che le unioni omosessuali sono un’occasione di santificazione.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

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Giovedì, 30 Ottobre 2014 00:00

Sinodo, un balzo indietro di 50 anni.

«Dobbiamo operare per evitare che si ripeta quanto avvenuto dopo la promulgazione di Humanae Vitae nel 1968». È uno dei concetti formulati dal cardinale George Pell durante la presentazione del volume di Juan José Pérez-Soba e Stephan Kampowski, entrambi docenti al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, intitolato Il Vangelo della famiglia nel dibattito sinodale oltre la proposta del Cardinal Kasper.


Il beato Paolo VI
L’Humanae vitae è l’enciclica promulgata da papa Paolo VI il 25 luglio 1968 con la quale veniva ribadita la dottrina di venti secoli della Chiesa: la contraccezione è un male intrinseco. Non posso nascondere che si tratta di un pensiero che più volte ha fatto capolino nella mia mente da quando è stato annunciato il Sinodo sulla famiglia: che cosa può insegnare la vicenda di Humanae Vitae? Ovviamente gli eventi non si ripetono mai uguali due volte, tuttavia mi sembrerebbe che cogliere alcune similitudini con i fatti di oltre quarant’anni fa potrebbe aiutare nel discernimento.

Il contesto mostra una prima certa analogia: così come oggi Papa Francesco, anche allora Papa Paolo VI godeva di un grandissimo consenso; per convincersene basta rivedere le immagini di papa Montini durante il tragitto sulla via dolorosa nel suo pellegrinaggio in Terra Santa, dove una folla strabordante si strinse attorno al Pontefice per accompagnarlo quasi sollevandolo da terra. L’abbraccio con il primate ortodosso Athenagora, la prosecuzione del Concilio Vaticano II inaugurato da San Giovanni XXIII, la rinuncia al triregno, l’avvio della riforma liturgica, erano tutti elementi che avevano conferito al pontificato un indubbio carattere innovativo che aveva attirato la simpatia sul Pontefice anche di settori tradizionalmente ostili al cattolicesimo.

Un secondo elemento di somiglianza è quello della materia che in entrambi i casi ha indirettamente a che fare con la sessualità. Paolo VI dovette affrontare la liceità della contraccezione, della sessualità coniugale volontariamente privata del significato procreativo, di un insegnamento ininterrotto di venti secoli che fu dei Santi, dei canoni e del magistero dei predecessori. Oggi la materia che accende la discussione è la comunione ai divorziati risposati; comunque la si voglia girare, ancora una volta è della liceità di una modalità di esercizio della sessualità che si discute: unirsi con una donna o un uomo diversi dal coniuge.

Anche in questo caso è dell’insegnamento dei Santi, di un Concilio, del magistero più recente, ed in più delle parole dello stesso Gesù Cristo che si discute. Il sinodo sulla famiglia è stato preceduto da un sondaggio planetario. Ma anche per la contraccezione si svolsero sondaggi; vi fu un sondaggio promosso dalla Segreteria di Stato tra gli episcopati sugli aspetti dottrinali e pastorali della contraccezione, ci fu quello del Dr. Cavanagh su 2.300 donne, quello dei coniugi Crowley su oltre 3.000 coppie di 18 paesi, quello della signora Kulanday, infermiera indiana.

Abbiamo letto le pronunce di alti prelati in favore della comunione ai divorziati, oggi leggiamo i cardinali Maradiaga e Tettamanzi, il documento del vescovo di Anversa Bonny, per non citare il caso del cardinale Kasper, che ha firmato persino un libro per spiegare la sua posizione. Cinquant’anni fa suggerivano il cambiamento della dottrina il vescovo di Boscoducale Willem Bekkers, quello di Magonza Joseph Reuss, la conferenza episcopale olandese, il vescovo inglese Thomas d’Esterre Roberts assieme al primate del Belgio e moderatore del concilio, cardinale Joseph Suenens, tutti protagonisti di pubbliche perorazioni per il cambio di atteggiamento sulla contraccezione.

In realtà proprio quelle prese di posizione crearono quel clima di attesa per un imminente cambiamento della dottrina che portò tanti coniugi all’abbandono della continenza periodica e alla successiva ribellione, una volta che il Papa ebbe ribadito l’insegnamento della Chiesa.

C’è da chiedersi se ed in quale misura il fatto che vengano oggi messi in discussione elementi del Magistero già di per sé così negletti nella pastorale delle parrocchie e delle diocesi, contribuirà ad accantonarli ancora di più, realizzando un analogo “danno pastorale”, come lo ha definito un padre sinodale. Gabriella, la ragazza di cui ha raccontato Gianfranco Amato, potrebbe essere il caso indice di una purtroppo vasta epidemia.

Sulla contraccezione si diceva: se vi sono coloro che contestano la dottrina, allora significa che la dottrina non è certa e poiché lex dubia non obligat, deve valere la libertà di coscienza. Come allora, oggi si legge qua e là il tentativo deresponsabilizzante di rendere insindacabile il giudizio della coscienza degli sposi riguardo la propria condotta, ma si dimentica di aggiungere che se è vero che agire contro coscienza significa peccare, non di meno agire secondo coscienza non garantisce di non peccare. Come allora si dimentica la lezione del beato Newman: «La coscienza ha dei diritti perché prima ha dei doveri»; si dimentica la lezione del Concilio: la coscienza è il sacrario dove «l’uomo scopre (detegit) una legge che non è lui a darsi»; si dimentica la bocciatura di Joseph Ratzinger di una coscienza che si fa «istanza che ci dispensa dalla verità» e «si trasforma nella giustificazione della soggettività», si dimentica l’invocazione dei padri: «Liberami dalle colpe che non vedo» (Sal 19,13) e l’ammonimento stesso di Gesù Cristo a badare che la lucerna del corpo non sia malata (Mt 6,2223).

Come allora si voleva applicare il principio di totalità all’apertura complessiva degli sposi all’accoglienza dei figli, rendendo così irrilevante ogni singolo atto coniugale, oggi si vorrebbe procedere in modo analogo con i singoli atti compiuti fuori dal matrimonio sacramentale. Nella pastorale dei liberals il principio attivo della moralità degli atti scompare mediante diluizione hahnemanniana aggiungendo quanto basta di caritas sine veritate (carità senza verità).

Riguardo al matrimonio oggi si dice: se gli ortodossi consentono un secondo e un terzo matrimonio non sacramentali, allora significa che è possibile concedere divorzio e nuove nozze senza violare l’indissolubilità del matrimonio. Negli anni ’60 erano gli anglicani e luterani che avevano sdoganato la contraccezione ad essere indicati dai regressisti cattolici come esempi virtuosi di pastoralità coniugale. In entrambi i casi dimostrare che la dottrina opposta a quella cattolica sia quella giusta e porti le persone alla salvezza delle anime è derubricato tra le varie ed eventuali.

Oggi la Chiesa affronta le questioni bollenti utilizzando lo strumento della collegialità sinodale. Anche per la contraccezione si discusse collegialmente, lo si fece apertamente in concilio fino a quando il 23 ottobre 1964 mons. Guano, relatore dello schema XIII, comunicò ai padri conciliari che il Santo Padre aveva deciso di avocare a sé la questione. Lo si fece attraverso la commissione pontificia nominata da Papa Giovanni XXIII, lo si fece con una moltitudine di rapporti, lettere, studi, visite che il Papa ricevette, ma poi, alla fine fu lui personalmente, Pietro, a dovere decidere: «Nel decidere siamo soli.
   Decidere non è facile come studiare. Dobbiamo dire qualcosa. Ma cosa?«Dio dovrà semplicemente illuminarci», disse il Papa al giornalista Cavallari sul Corriere della Sera. Anche oggi sul matrimonio, sulla parola di Dio, sull’Eucaristia, sarà Pietro a dovere confermare i fratelli nella fede. Oggi come allora il sensus fidei viene brandito come clava contro la Chiesa per frantumare la sua pretesa di essere maestra di verità; eppure, per quanto dura, la verità non capitola davanti alla minaccia di rimanere sola: «Forse anche voi volete andarvene?» (Gv 6,67).


Cardinal Pell
Voglio dirlo con quella franchezza che Papa Francesco ha raccomandato: sì, ha ragione il cardinale Pell, c’è bisogno di evitare ciò che avvenne con l’Humanae vitae. Evitiamo la defezione, il silenzio, la cacofonia, lo scandalo dei docili. Evitiamo la pavidità, il conformismo; battezzati nella fede cattolica, sforziamoci di mantenerci cattolici, ricordiamo che la nostra altezza dipende dalla capacità di stare in spalla ai giganti che ci hanno preceduto.

Oggi come allora c’è un’enorme spinta da parte del mondo ateo e laicista a favore della rivoluzione della sana dottrina: perché? Sanno bene che una Chiesa “più umana” significherebbe una Chiesa “meno divina”, sanno bene che se ciò che ieri era un male oggi non lo si dichiarasse più tale il primo passo fondamentale sarebbe compiuto. «Ogni compromesso concluso con il male somiglia non solo al suo trionfo parziale, ma al suo trionfo completo, giacché il male non chiede sempre di cacciare il bene, ma vuole il permesso di coabitare con lui. Un istinto segreto lo avverte che chiedendo qualcosa, chiede tutto. Appena non lo si odia più, esso si sente adorato», scriveva Ernest Helo.

Oggi, come al tempo di Humanae vitae, si accontenterebbero che si affermasse che non vi è niente d’immutabile, non vi è niente di perenne, non vi è niente di certo, tutto è relativo al dove e al quando. Ho l’impressione che vi sia chi dica “aggiornamento”, ma propugnando adattamento e stravolgimento. Una Chiesa che fosse orientata dall’indice di gradimento anziché dalla parola di Dio sarebbe come un giullare costretto a rendersi ridicolo per compiacere il proprio signore. Allora chi non ha alcuna fede potrebbe cantare “no hell below us, above us only sky” (nessun inferno sotto di noi, solo cielo sopra di noi), potrebbe dire “Infine sono dio”. Ma per ottenere un tale risultato non potrà essere un ex-Beatles defunto, un ottuagenario ateo in barba bianca, un filosofo dal pensiero molle, né un matematico impertinente a dichiararlo. Non potrà essere la maggioranza del laicato, né degli ecclesiastici in nero, viola, o porpora; no: è bianco il colore di cui hanno bisogno, è bianco il colore che non hanno mai avuto e non potranno mai avere, perché com’è logico, se si macchiasse cesserebbe di essere bianco.

© Renzo Puccetti

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Nel sinodo e dopo, porta girevole per gli omosessuali.

Prima ammessi con tutti gli onori, poi ricacciati fuori. Così è parso dall’andamento della discussione. Ma ecco che cosa è accaduto davvero. Martin Rhonheimer fa il punto sulla questione.

 

L’omosessualità è stata una delle questioni più controverse, nel recente sinodo straordinario sulla famiglia, come prova la diversità abissale tra il paragrafo ad essa dedicato nella Relatio finale e i tre paragrafi della precedente Relatio di metà discussione.

Relatio” finale:

55. Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: ‘Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia’. Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. ‘A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione’ (Congregazione per la dottrina della fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4)”.

Relatio post disceptationem”:

50. Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare una Chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di esserlo accettando e valutando il loro orientamento sessuale, senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio?

51. La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale: si presenta quindi come un’importante sfida educativa. La Chiesa peraltro afferma che le unioni fra persone dello stesso sesso non possono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna. Non è nemmeno accettabile che si vogliano esercitare pressioni sull’atteggiamento dei pastori o che organismi internazionali condizionino aiuti finanziari all’introduzione di normative ispirate all’ideologia del gender.


52. Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partner. Inoltre, la Chiesa ha attenzione speciale verso i bambini che vivono con coppie dello stesso sesso, ribadendo che al primo posto vanno messi sempre le esigenze e i diritti dei piccoli”.

Prima dal cardinale relatore Péter Erdö e poi dal presidente delegato Raymundo Damasceno Assis, l’autore di questi tre paragrafi è stato indicato nel segretario speciale del sinodo Bruno Forte, voluto in questo ruolo da papa Francesco.

Ma anche la preistoria di questi paragrafi è significativa. Due su tre dei padri sinodali che nella discussione in aula hanno sollevato l’argomento – i soli su quasi duecento presenti – hanno infatti appoggiato esplicitamente le loro argomentazioni su affermazioni di papa Jorge Mario Bergoglio.


L’arcivescovo di Kuching John Ha Tiong Hock, presidente della conferenza episcopale di Malesia, Singapore e Brunei, si è rifatto al passaggio dell’intervista di Francesco a La Civiltà Cattolica nel quale il papa sollecita la Chiesa a maturare e riformulare i propri giudizi sulla comprensione che l’uomo d’oggi ha di sé – anche in materia di omosessualità, ha specificato l’arcivescovo – con la stessa disposizione al cambiamento mostrata in passato nel mutare radicalmente i propri giudizi sulla schiavitù:

Antonio Spadaro SJ

Questa intervista era stata raccolta e pubblicata nel settembre del 2013 dal direttore de La Civiltà Cattolica, il gesuita Antonio Spadaro, il quale aveva anche trascritto e pubblicato sulla stessa rivista, nel gennaio del 2014, un colloquio del precedente novembre tra il papa e i superiori generali degli ordini religiosi:

> “Svegliate il mondo!”

Ed è da questo secondo colloquio che padre Spadaro – nominato membro del sinodo personalmente da Francesco – ha ripreso in aula le testuali parole del papa riguardo a una bambina adottata da due donne lesbiche, per sollecitare la Chiesa a un rinnovato e dovuto “ascolto e discernimento” di situazioni di questo tipo.

Padre Spadaro, disobbedendo agli ordini della segreteria generale del sinodo, ha poi reso pubblico questo suo intervento in aula:

> Intervento di p. Antonio Spadaro S.I.


Christoph Schönborn
La Relatio post disceptationem, nei tre paragrafi dedicati all’omosessualità, ha ripreso e sviluppato ulteriormente le cose dette in aula dall’arcivescovo malese, da padre Spadaro e dal cardinale Christoph Schönborn, il terzo intervenuto sul tema.

Ma la successiva discussione nel sinodo ha fatto pezzi i tre paragrafi e di essi non è confluito praticamente nulla nella Relatio finale, che sull’omosessualità si limita a rimandare a quanto già detto dal Catechismo della Chiesa cattolica e dalla congregazione per la dottrina della fede.

Dopo due settimane di accesa discussione nel sinodo, la questione è parsa dunque essere tornata al punto di partenza.

Ma qual è questo punto di partenza, al di là delle scarne indicazioni della Relatio? Cioè qual è la lettura che il magistero e la teologia morale cattolica, nelle sue sedi ufficiali, danno della questione dell’omosessualità?

Dal punto di vista teologico e filosofico, l’articolo che segue è una nitida fotografia della visione classica in materia, nel solco di san Tommaso d’Aquino.

Ne è autore Martin Rhonheimer, svizzero, sacerdote dell’Opus Dei, professore di etica e filosofia politica nella Pontificia Università della Santa Croce, Roma.

 

SUL CARATTERE NON RAGIONEVOLE DEGLI ATTI OMOSESSUALI

di Martin Rhonheimer

Vorrei qui approfondire l’idea centrale della “verità della sessualità”, vale a dire l’idea che la sessualità umana possiede una sua verità propria che, senza svalutarne l’intrinseca bontà come vissuto affettivo e sensuale, la trascende e la integra nell’insieme della dimensione spirituale della persona umana. […]

La verità della sessualità è il matrimonio. È l’unione fra persone in cui l’inclinazione è vissuta come scelta preferenziale – “dilectio” – e in cui diventa amore, mutua donazione, comunione indissolubile, aperta alla trasmissione della vita e amicizia in vista di una comunità di vita che perdura fino alla morte. È così, in questo preciso contesto – il contesto della castità matrimoniale che include il bene della persona dell’altro e si trascende verso il bene comune della specie umana – che il vissuto sessuale, anche nelle sue dimensioni affettive, impulsive, sensuali, si presenta anche come autentico “bonum rationis”, qualcosa di intrinsecamente ragionevole e buono per la ragione. […]

Gli atti sessuali – la copula carnale cioè – e il vissuto sessuale, in quanto atti ragionevoli, sono dunque necessariamente e per loro propria natura espressione di un amore nel contesto della trasmissione della vita.

Un’attività sessuale, invece, che escluda per principio tale contesto, tanto in modo intenzionalmente ricercato (come nel caso della contraccezione riferita ad atti eterosessuali) quanto “strutturalmente” dato (come nel caso di atti omosessuali) non è un bene per la ragione proprio come sessualità e come vissuto sessuale. Si pone a livello di un mero bene dei sensi, di un’affettività stroncata, strutturalmente ridotta a livello sensuale, istintivo e impulsivo.

Una tale riduzione sensuale dell’amore e dell’affettività logicamente è anche possibile nel caso di atti eterosessuali, anche al di fuori del caso della contraccezione, e nel matrimonio. Ma nel caso dell’omosessualità tale riduzione non è soltanto intenzionale e volontariamente cercata, ma “strutturale”, data cioè dallo stesso fatto che si tratta di persone del medesimo sesso, che per motivi biologici e per la loro stessa natura, non possono essere procreativi.

La causa ultima di tale riduzione sta nel fatto che si tratta – in base a delle scelte consapevoli e libere – di una sessualità senza compito o senza “missione”, di un’inclinazione sensuale che non si trascende verso un bene umano intelligibile al di sopra del solo vissuto sensuale. L’esperienza – anche quella degli omosessuali praticanti, tante volte così dolorosa – lo conferma. […]

Nel caso dell’omosessualità la separazione fra sessualità e procreazione è dunque strutturale. Perciò si tratta anche di atti strutturalmente non ragionevoli e quindi moralmente non giustificabili per la loro stessa natura. Sono ciò che tradizionalmente i moralisti chiamano un peccato “contra naturam”, anche se nell’orizzonte di un’affettività orientata verso il soddisfacimento dell’impulso sensuale tali atti possono sembrare ragionevoli e giustificabili e, almeno per un certo tempo, essere soggettivamente vissuti come tali.

L’ampia cultura odierna di separazione fra sessualità e procreazione rende più difficile la comprensione dell’intrinseca non-ragionevolezza degli atti omosessuali. Questa cultura, favorita a livello globale dal facile accesso ai mezzi contraccettivi e ormai diventata normalità, è il carattere distintivo di quella “rivoluzione sessuale” che è anche una vera e propria rivoluzione culturale. Una delle conseguenze di questa rivoluzione è che il matrimonio è sempre meno inteso come progetto di vita e più concretamente: come progetto con una trascendenza sociale; vale a dire capace di unire due persone che mirino al futuro, e che abbiano come obiettivo comune quello di costituire una famiglia che persista nel tempo.

Le unioni omosessuali in questo senso non possono definirsi famiglie, anche quando nel loro seno si trovano dei bambini adottati o “fatti” mediate modalità di tecnologia riproduttiva. Tali “famiglie” formate da coppie dello stesso sesso non sono altro che un’imitazione di quello che è la famiglia vera: un progetto realizzato da due persone mediante il loro amore, il loro dono reciproco nella totalità del loro essere corporeo e spirituale. Le “famiglie” di coppie omosessuali non potranno mai realizzare questo progetto, giacché l’amore che sta alla base di queste unioni – vale a dire gli atti sessuali che pretendono di essere atti di amore sponsale – sono strutturalmente e necessariamente, in base alla loro propria natura, infecondi.

È diverso, certamente, il caso di una coppia eterosessuale che per delle ragioni che sono indipendenti dalla volontà di entrambi i partner non può avere figli e per questa ragione adotta uno o più bambini. In questo caso infatti la loro unione è per sua propria natura – cioè strutturalmente – di tipo generativo. Per questa ragione, cambia anche la struttura intenzionale e il carattere morale dell’atto di adozione: esso acquista il valore di una realizzazione alternativa di qualcosa per cui l’unione coniugale è per sua natura predisposta, e soltanto “per accidens” impedita. La non-fecondità è quindi “praeter intentionem” e non entra nella valutazione morale. Così l’atto di adozione può partecipare alla struttura di fecondità intrinseca dell’amore matrimoniale.

Non si può dire lo stesso nel caso di una coppia formata da persone dello stesso sesso. In questo caso l’infecondità è strutturale ed è assunta intenzionalmente mediante la libera scelta di formare appunto questo tipo di unione. Qui non esiste nessun nesso fra amore matrimoniale e adozione, giacché il primo, l’amore matrimoniale che include l’apertura alla dimensione procreativa, è interamente assente. Perciò l’atto di adozione in un’unione omosessuale è una pura imitazione – un falso – di quello per cui il matrimonio è predisposto per la sua natura propria.

Un’ultima osservazione: ogni giudizio sull’omosessualità, la sua intrinseca non ragionevolezza e immoralità, si riferisce, ovviamente, unicamente agli atti sessuali fra persone dello stesso sesso. Non si tratta invece di un giudizio sulla mera disposizione a tali atti che, anche se è considerata non ragionevole, non ha, nella misura in cui non è assecondata, carattere di errore morale.

E ancor meno si tratta di un giudizio sulle persone con tendenze omosessuali, sulla loro dignità e sul loro valore morale, il quale può essere messo in discussione soltanto dalla pratica di atti omosessuali e dalla scelta di un corrispondente stile di vita, liberamente eletto come bene, poiché costituirebbe una scelta moralmente sbagliata e perciò cattiva, capace di allontanare dal vero bene umano.

Un omosessuale, invece, che si astenga dalla pratica di atti omosessuali può vivere la virtù della castità e tutte le altre virtù, arrivando anche al più alto livello di santità.

__________


In un’intervista a Elisabetta Piqué sul quotidiano argentino La Nación del 21 ottobre l’arcivescovo Víctor Manuel Fernández, rettore dell’Università Cattolica di Buenos Aires, voluto in sinodo da papa Francesco di cui è amico e confidente, e incaricato di scrivere il messaggio e la “Relatio” finali, ha così risposto a una domanda sul paragrafo sull’omosessualità:

Il fatto che questo breve paragrafo non abbia raggiunto i due terzi non si spiega per un voto negativo dei settori conservatori, bensì anche per un voto negativo di alcuni vescovi più sensibili al tema, che non sono rimasti soddisfatti con il poco che si è detto. […] Probabilmente ci è mancata la volontà di dire con papa Francesco: ‘Chi siamo noi per giudicare i gay?»”.

 

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Mercoledì, 29 Ottobre 2014 00:00

Das Drama geht weiter! Verso il sinodo del 2015

La Chiesa è oggi un campo di battaglia, come tante volte lo è stata, da Nicea al Vaticano II, dove si sono sempre scontrati non conservatori e progressisti, ma i cattolici che non vogliono toccare uno iota del deposito divino e coloro che in questo deposito vogliono introdurre delle novità.

«Das Drama geht weiter!» (Lo spettacolo continua) ha dichiarato in un’intervista il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera. Lo spettacolo è quello del Sinodo dei Vescovi, che ha visto un imprevisto colpo di scena svolgersi in aula.


Il card. Marx. Nomen est omen…
La Relatio post disceptationem presentata il 13 ottobre, malgrado i rimaneggiamenti a cui è stata sottoposta, non ha ottenuto l’attesa maggioranza dei due terzi sui due nodi cruciali: l’accesso alla comunione dei divorziati risposati e l’apertura alle coppie omosessuali, attestandosi a 104 favorevoli e 74 contrari sul primo punto e a 118 placet e 62 non placet sul secondo. Malgrado l’evidente débâcle il cardinale Marx, che è uno dei più accesi esponenti dell’ala progressista, si è detto soddisfatto, perché il processo rivoluzionario è fatto di tappe successive. Su alcuni temi, ha spiegato, «abbiamo fatto due passi avanti e poi uno indietro».

L’arretramento però è stato imposto da una resistenza dei Padri sinodali, ben più ampia del previsto. Per comprendere la portata dell’evento si può ricordare che al Concilio Vaticano II, malgrado l’aspro dibattito in aula, i documenti più contestati, come la Dignitatis Humanae e la Nostra Aetate, vennero approvati con 2.308 voti contro 70 il primo e 2.221 contro 88 il secondo. Se allora si parlò di consenso maggioritario, oggi la spaccatura è evidente.

La Chiesa è oggi un campo di battaglia, come tante volte lo è stata, da Nicea al Vaticano II, dove si sono sempre scontrati non conservatori e progressisti, ma i cattolici che non vogliono toccare uno iota del deposito divino e coloro che in questo deposito vogliono introdurre delle novità. La frase di papa Francesco secondo cui «Dio non teme ciò che è nuovo» va intesa in un senso diverso da quello che ha voluto attribuirgli il Pontefice: può solo voler dire che Dio non ha timore dei “novatores”, ne distrugge l’opera e affida il compito di sconfiggerli ai difensori del Magistero immutabile della Chiesa.

In campo di fede e di morale ogni eccezione introduce una regola e ogni nuova regola apre la strada ad un sistema normativo che capovolge l’antico. La novità ha una portata rivoluzionaria che va colta nel suo momento embrionale. Il cardinale George Pell, in un’intervista televisiva al Catholic New Service, ha definito la richiesta della comunione ai divorziati come un cavallo di Troia che apre la strada al riconoscimento delle unioni omosessuali.


Bruno Forte, il “teologo debole”

Il numero dei divorziati risposati che chiedono di ricevere la comunione è infatti irrilevante. Ciò che è in gioco è ben altro: è l’accettazione da parte della Chiesa dell’omosessualità, considerata non come un peccato o come una tendenza disordinata, ma come una “tensione” positiva verso il bene, degna di accoglienza pastorale e di protezione giuridica. I cardinali Marx e Schönborn sono stati chiari a questo proposito e il segretario aggiunto del Sinodo mons. Bruno Forte, allievo della scuola ereticale di Tubinga, ne ha eseguito i desiderata, rivelandosi come l’autore dei passaggi più scabrosi della prima Relatio.

La larga maggioranza dei padre sinodali ha respinto i paragrafi scandalosi, ma ciò che la dottrina non ammette viene ammesso dalla prassi, in attesa di essere sancito da un prossimo Sinodo. Per molti laici, sacerdoti e vescovi, l’omosessualità può essere praticata, anche se non accolta di diritto, perché non rappresenta un peccato grave. Ciò si collega alla questione delle convivenze extra-matrimoniali. Se la sessualità fuori del matrimonio non è un peccato grave, ma un valore positivo, purché si esprima in maniera stabile e sincera, essa merita di essere benedetta dal sacerdote e legalizzata dallo Stato. Se è un valore, è anche un diritto, e se esiste il diritto alla sessualità, il passo dalla convivenza dei divorziati al matrimonio omosessuale è inevitabile.

Il Magistero dottrinale della Chiesa, che non ha mai variato nel corso di duemila anni, insegna che la pratica dell’omosessualità va considerata come un vizio contro natura, che provoca non solo la dannazione eterna degli individui, ma anche la rovina morale della società. Le parole di Sant’Agostino nelle Confessioni riassumono il pensiero dei Padri: «I delitti che vanno contro natura, ad esempio quelli compiuti dai sodomiti, devono essere condannati e puniti ovunque e sempre. Quand’anche tutti gli uomini li commettessero, verrebbero tutti coinvolti nella stessa condanna divina» (Confessioni, c. III, p. 8).

I Pastori della Chiesa nel corso dei secoli hanno raccolto e ritrasmesso questo insegnamento perenne. Perciò la morale cristiana ha sempre condannato l’omosessualità, senza riserve, e ha stabilito che questo vizio non può pretendere a nessun titolo di venire legalizzato dall’ordinamento giuridico né promosso dal potere politico. Quando nel 1994 il Parlamento Europeo votò la sua prima risoluzione a favore del pseudo-matrimonio omosessuale, Giovanni Paolo II nel suo discorso del 20 febbraio 1994 ribadì che «non è moralmente ammissibile l’approvazione giuridica della pratica omosessuale. (…) Con la risoluzione del Parlamento Europeo, si è chiesto di legittimare un disordine morale. Il parlamento ha conferito indebitamente un valore istituzionale a comportamenti devianti, non conformi al piano di Dio. (…) Dimenticando la parola di Cristo – “la Verità vi farà liberi” (Gv 8, 32) – si è cercato di indicare agli abitanti del nostro continente il male morale, la deviazione, una certa schiavitù, come via di liberazione, falsificando l’essenza stessa della famiglia».

Una crepa in questo edificio dottrinale si è aperta il 28 luglio 2013, quando sul volo di ritorno dal Brasile, papa Francesco pronunciò le esplosive parole: «chi sono io per giudicare!» destinate da allora ad essere utilizzate per giustificare ogni trasgressione. Il giudizio, con la conseguente definizione delle verità e condanna degli errori, compete per eccellenza al Vicario di Cristo, supremo custode e giudice della fede e della morale.
     Richiamandosi alle parole di Francesco, alcuni vescovi e cardinali, dentro e fuori l’aula sinodale, hanno espresso la richiesta di cogliere gli aspetti positivi dell’unione contro natura. Ma se uno tra i più gravi peccati cessa di essere tale, è il concetto stesso di peccato che viene meno e riaffiora quella concezione luterana della misericordia che è stata anatemizzata dal Concilio di Trento. Nei canoni sulla giustificazione promulgati il 13 gennaio 1547 si legge: «Se qualcuno afferma che la fede che giustifica non è altro che la fiducia nella divina misericordia» (can. 12); «che Dio ha dato agli uomini Gesù Cristo come redentore in cui confidare e non anche come legislatore cui obbedire» (can. 21); «che non vi è alcun peccato mortale, se non quello della mancanza di fede» (can. 27), «sia anatema».

Si tratta di temi teologici che hanno una ricaduta sociale e che anche i laici hanno il diritto e il dovere di affrontare, mentre si avvicina non solo il Sinodo del 2015, ma quel 2017 che vede il quinto centenario della Rivoluzione di Lutero e il primo delle apparizioni di Fatima. Ciò che è in corso non è uno spettacolo giocoso, come lascia intendere il cardinale Marx, ma un duro conflitto, che coinvolge il Cielo e la terra. Gli ultimi atti saranno drammatici, ma l’epilogo certamente trionfante, secondo la divina promessa, confermata dalla Madonna alla Cova da Iria nel 1917.

Che l’Immacolata si degni concedere una perseverante purezza di pensieri e di azioni a tutti coloro che nel calore della lotta difendono con coraggio l’integrità della fede cattolica.

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Un lato positivo di questo Sinodo? Sembra che le lingue si siano sciolte e i discorsi siano molto più liberi, chiari e diretti, senza le consuete, avvilenti circonlocuzioni curiali. Non che mons. Aillet, validissimo vescovo di Bayonne, mancasse di sincerità. Ma fa comunque effetto (piacevole) leggere affermazioni così disinibite. Dopo tutto, è quello che Papa Francesco aveva richiesto…

 

 

Cosa ne pensa del Sinodo?

Vorrei iniziare con un aspetto negativo. Una relazione del Sinodo, piuttosto che restare uno strumento interno per guidare la riflessione dei gruppi di lavoro, è stata inopportunamente rilasciata a metà del percorso. Le sue formule, pur se potevano essere generose, erano pericolose e piene di ambiguità. Hanno logicamente prestato il fianco ad un incendio dei media che hanno creduto che la Chiesa ammettesse le coppie dello stesso sesso e l’accesso ai sacramenti ai divorziati risposati. Ognuno si è creduto obbligato a lanciare la sua strofetta sul tema. Ora sarà difficile recuperare questo pasticcio nell’opinione pubblica.


Mons. Aillet viene spesso attaccato e insultato dalle lobbies anticattoliche francesi.
Lei è severo con i media …

Io sono severo con il grano da macinare regalato ai media. Si è dato a persone che mal comprendono la Chiesa, che si basano sul solo criterio dell’evoluzione dei costumi, un testo incompiuto che esse hanno preso per moneta sonante. Le lobbies hanno fatto pressione, pesato sulle nostre riflessioni e messo l’accento su due aspetti propri della cultura più che altro occidentale, edonistica e individualistica: i divorziati risposati e l’unione di persone dello stesso sesso. La nostra comunicazione, la dobbiamo curare. Era meglio non pubblicare nulla e attendere la fine del sinodo; così è da principianti. Detto questo, il Papa ha dato atto delle vivaci discussioni che hanno attraversato l’Assemblea sinodale, affermando che esse sono sane, il che dimostra che la parola è stata libera e costruttiva.

Nonostante questo errore di comunicazione, l’esito del Sinodo è positivo o negativo?

Sono rimasto deluso di non trovare il grande tesoro dell’insegnamento di Giovanni Paolo II sulla famiglia. Anche se è menzionato nella relazione finale, non si ha l’impressione che la teologia del corpo, risultato di una capacità intellettuale e di una esperienza pastorale straordinarie, sia messa a disposizione delle famiglie. Questo è un peccato perché questa teologia, oggi riscoperta da giovani coppie che non provengono necessariamente dal ‘serraglio’, offre un potente aiuto per le relazioni interpersonali, per il linguaggio del corpo, per la relazione intima, fonte di felicità tra relazione sessuale e apertura alla vita, l’amore coniugale e la procreazione.

Cosa pensa del discorso finale del papa che ha biasimato i “tradizionalisti” come  “progressista”?

Questa opposizione dialettica in cui il mondo ci chiude funziona come una trappola. Sembra che non si possa uscire da questa contrapposizione tra dottrina e pastorale. Tra ciò che è vero e ciò che è misericordia. È quasi come se non si potesse uscire da questa contrapposizione tra legge e libertà se non con un compromesso che conduca a “un accordo di essere in disaccordo” – per riprendere la formula del Papa rivolto ai vescovi dell’Asia. Certo, il percorso di cresta è difficile da trovare, ma manca una terza via. Che tuttavia è stata brillantemente spiegata da Giovanni Paolo II in Veritatis Splendor, e ha servito da luce per Familiaris Consortio e Evangelium Vitae e anche al Catechismo della Chiesa cattolica nella sua parte morale. Infatti, egli dice che la verità sul matrimonio, sull’amore coniugale e sulla famiglia, non è in origine una norma esterna che viene imposta alla libertà dell’uomo come un fardello pesante da sopportare, e inserita in una cultura del peccato. Invece, essa è iscritta nel cuore dell’uomo, come un innato senso della bellezza, bontà e verità. La verità morale che brilla nel Verbo incarnato non è solo un’idea, un ideale da raggiungere: essa è già presente nell’intenzione. L’uomo ha bisogno di principi per illuminare il suo cammino e questa strada porta molto meglio di quanto si pensi alle realtà concrete sul terreno. Si tratta di una misericordia che non mortifica la capacità di ogni uomo a raggiungere la perfezione, anche se vive situazioni difficili, e che presenta la legge come un percorso di crescita. […]

Fonte: Famille Chrétienne

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Mons. Luigi Negri


   

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