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(es. Mt 28,120):
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Speciale SINODO sulla Famiglia 2014/15

   

Intervistato ieri dal Corriere della Sera, l’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, ha parlato a 360 gradi di Chiesa, Sinodo, famiglia, matrimonio. Quello di Scola è un importante e interessante contributo di pensiero, in un periodo in cui, dice lo stesso cardinale, si tende a «pensare poco».

FRANCESCO E BENEDETTO.
Scola, innanzitutto, smonta la contrapposizione tra i due Papi. «Ratzinger è un “umile servitore della vigna” e Francesco non è per nulla un populista. È un grande uomo di fede che, fin dal primo giorno, ha innovato in due direzioni. Ha capito che se non ci si coinvolge di persona non si risulta autorevoli; per questo papa Francesco dà grande importanza ai gesti».
Piuttosto, prosegue Scola, bisogna stare attenti alle «strumentalizzazioni esterne, che potrebbero reintrodurre nella Chiesa una logica ideologica, in un momento in cui c’è più che mai bisogno di “mescolare le carte”, di superare le sterili dispute, di ascoltarsi reciprocamente. Se invece si ricade nella logica degli schieramenti contrapposti: “Ecco, avevamo ragione noi che dicevamo certe cose prima”, oppure “No, questo non si deve neppure dire”, è finita. Questa è la sfida che tocca alla Chiesa italiana».

COMUNIONE A DIVORZIATI RISPOSATI.
A proposito del recente provvedimento sulla nullità matrimoniale e la questione della riammissione alla comunione dei divorziati risposati, a una precisa domanda, Scola risponde così: «Resta una differenza qualitativa tra i due problemi. Un conto è snellire la verifica di nullità, cosa che il Santo Padre ha già fatto con il motu proprio, un conto è riammettere alla comunione sacramentale i divorziati risposati, perché la verifica della nullità non ha mai un esito scontato. Se si appura che il matrimonio c’era, c’è. Il rapporto tra Cristo e la Chiesa, entro il quale i due sposi esprimono davanti alla comunità cristiana il loro consenso, non è un modello esteriore da imitare. È il fondamento del matrimonio che nasce. Io, sposo, non potrei mai fondare il “per sempre”, l’indissolubilità, sulle sabbie mobili della mia volontà. E come posso fidarmi in maniera definitiva che mia moglie mi sarà fedele sempre? Cosa succede nel consenso reciproco espresso all’interno dell’atto eucaristico? Che io voglio il dovere del “per sempre” e decido non sulla base della mia fragile volontà, ma radicandomi nel rapporto nuziale tra Cristo e la Chiesa. È questo che, attraverso il sacramento, fonda il matrimonio».

FEDE NON È FATTO INDIVIDUALISTICO.
Il giornalista Aldo Cazzullo gli chiede se la nullità del matrimonio legato alla mancanza di fede non sia, di fatto, un «ammorbidimento del vincolo», e il cardinale risponde così: «È chiaro che la dimensione soggettiva della fede non è verificabile: io non mi posso permettere di giudicare quanta fede hai o non hai tu. Però la fede non è un fatto individualistico, è inserita organicamente nella comunione. Gesù ha detto: “Quando due o tre di voi si riuniranno in nome mio io sono in mezzo a loro”. L’Eucaristia è il vertice espressivo di questa natura comunionale della fede. Pertanto, rispettando fino in fondo la coscienza di ogni singolo, si può valutare se egli intende o meno fare ciò che la Chiesa fa quando unisce due in matrimonio. L’urgenza prioritaria, per me, è che il Sinodo possa suggerire al Santo Padre un intervento magisteriale che unifichi semplificandola la dottrina sul matrimonio. Un intervento teso a mostrare il rapporto tra l’esperienza di fede e la natura sacramentale del matrimonio».

CARRON, DIALOGHI E MURI.
Infine, Cazzullo chiede a Scola cosa ne pensi delle parole di don Julian Carron, responsabile di Comunione e liberazione, che in una recente intervista sempre al Corriere, aveva detto, riassume il giornalista, che «sulle unioni omosessuali serve il dialogo, non il muro». L’arcivescovo spiega: «Ho già detto che nel riconoscimento pieno della dignità personale di quanti provano attrazione per lo stesso sesso anche noi cristiani siamo stati un po’ lenti. Ma la famiglia è qualcosa di unico, con una fisionomia molto specifica, legata al rapporto fedele e aperto alla vita tra un uomo e una donna. Non reputo conveniente una legislazione che, nei principi o anche solo nei fatti, possa produrre confusione a questo livello. Tra l’altro non sono molto convinto che lo Stato debba occuparsi direttamente di queste cose e sono anche un po’ seccato di fronte a questo Parlamento europeo, perché non ha il diritto di premere sui singoli Stati in favore di una normativa in campo etico. Ho piuttosto l’impressione che, essendo povero di poteri reali, si occupi di queste cose a sproposito, senza tener conto delle differenze tra gli Stati. L’Italia non è certo la Svezia o l’Olanda».

TESTIMONIANZA PUBBLICA.
Per questo, conclude Scola, i cattolici dovrebbero far sentire di più la propria voce «attraverso la testimonianza, anche pubblica, del bell’amore. Bisogna distinguere bene la questione delle unioni omosessuali dalla famiglia, essendo però estremamente attenti al percorso che le persone con questa attrazione compiono. Qualche giorno fa ho ricevuto esponenti di una associazione molto interessante, Courage, promossa nel 1980 dal cardinal Cooke, allora arcivescovo di New York. Persone che si impegnano a vivere la castità in questo tipo di attrazione…».

Fonte: Tempi.it

Pubblicato in sinodo

Chiarimento necessario in attesa del Sinodo sulla Famiglia del 2015
 

Se si può comprendere un ateo che critica la posizione della Chiesa Cattolica sul divorzio e sul divieto di accedere all’Eucarestia per i divorziati sposati con rito civile, non si capisce assolutamente la critica sollevata da molti che si dicono cattolici.

Partiamo dal presupposto che se uno dice di essere cattolico sa cos’è la Fede cattolica, conosce cioè i dettami alla base della stessa ed i principi a cui la Chiesa deve rifarsi. Conosce quindi il Catechismo. Conosce il Magistero. Almeno conosce i tratti fondamentali di quel che sostiene di credere.

Dato questo presupposto, riassumiamo in breve (per quanto possibile) quel che da sempre è la legge sul matrimonio e sull’Eucarestia.

Fondamentale è, in primis, ricordare, e purtroppo mi rendo conto ce ne sia spesso il bisogno, che «il matrimonio non fu istituito né restaurato dagli uomini, ma da Dio; non dagli uomini ma da Dio, autore della natura, e da Gesù Cristo, Redentore della medesima natura, fu presidiato di leggi e confermato e nobilitato. Tali leggi perciò non possono andar soggette ad alcun giudizio umano e ad alcuna contraria convenzione, nemmeno degli stessi coniugi» (Pio XI, Casti connubii, 31.12.1930).

     E tra quelle leggi ricordate da Pio XI ce ne sono alcune in cui Cristo certifica l’indissolubilità del matrimonio e condanna senza mezzi termini divorzio e seconde nozze: «Fu anche detto: — Chiunque rimanda la propria moglie, le dia il libello del divorzio. — Io invece dico a voi: — Chiunque manda via la propria moglie, salvo il caso di fornicazione, la rende adultera, e chiunque sposa la donna mandata via, commette adulterio» (Mt 5, 3132); «Allora i Farisei andarono a trovarlo, e per tentarlo gli domandarono: “È lecito mandar via la propria moglie per qualunque motivo?”. Egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: — Per questo lascerà l’uomo suo padre e sua madre e si unirà con sua moglie e i due saranno una sola carne-? Perciò essi non sono più due, ma una sola carne. Non divida dunque l’uomo quello che Dio ha congiunto”. “Perché dunque,” gli chiesero “Mosè prescrisse di darle il libello del ripudio e di mandarla via?”. Rispose loro. “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi permise di ripudiare le vostre mogli; ma da principio non era così. Io poi vi dico che chiunque mandi via sua moglie, salvo il caso di fornicazione, e ne sposa un’altra, commette adulterio, e chi s’ammoglia con la donna ripudiata, diventa adultero» (Mt 19, 39); cfr. anche Mc 10, 212 e Lc 16, 18.

     Impossibile dunque continuare a cercare un modo per sostenere che non è possibile riportare a Gesù la condanna del divorzio e delle seconde nozze e che fu la Chiesa a inventare tutto, così sostenendo anche che la Chiesa ha manipolato a proprio piacimento il “vero” insegnamento di Cristo.
Gesù Cristo condanna con chiarezza e forza «il divorzio, come causa di peccati e di dissoluzione. Egli condanna ogni degradazione dei sensi e riconduce il matrimonio alla sua nobiltà; ridona alla donna la sua dignità, negando con forza che ella sia oggetto di piacere o termine di ammirazioni sensuali o sentimentali … Toglie ogni pretesto anche legale alla corruzione e alla degradazione della donna e abolisce la legge del ripudio; vuole che la donna sia regina e madre nella casa e non sia come un oggetto di divertimento che si desidera e si abbandona come si vuole»[1].
     Nella Sua infinita sapienza, si rifà alle parole della Genesi (2, 24) che determina la natura del matrimonio e chiarisce che «non si trattava di un’unione capricciosa o accidentale di due creature, ma di un’unione intima, così piena da formare come una sola carne, benedetta da Dio per attuare la riproduzione e la conservazione del genere umano. L’uomo, dunque, non poteva separare ciò che Dio ha congiunto con una legge di provvidenza e di amore che è sacra»[2].

     Il Magistero della Chiesa Cattolica, dunque, non può che essersi attenuto a quel che il suo Fondatore ha insegnato e ha ribadito con chiarezza lungo il corso dei secoli[3].
Da tutto quanto riportato appare chiaro che il divorzio è da considerare una grave offesa al sacramento del matrimonio[4], ma ancor prima alle parole stesse di N.S. Gesù Cristo che ordinò «non divida dunque l’uomo quello che Dio ha congiunto».
     Ulteriore e indiscutibile conseguenza di questi dettami di Cristo, almeno per uno che si dice cattolico, è che la grave offesa procurata al sacramento del matrimonio con il divorzio e le seconde nozze “rate e consumate” pone chi l’ha fatta nella condizione di peccato mortale.
Il Catechismo di San Pio X ci insegna che «il peccato mortale è una disubbidienza alla legge di Dio in cosa grave, fatta con piena avvertenza e deliberato consenso» (can. 143) e che la grazia di Dio perduta per il peccato mortale «si riacquista con una buona confessione sacramentale o col dolore perfetto che libera dai peccati, sebbene resti l’obbligo di confessarli» (can. 146).
Sempre il Catechismo di San Pio X ci insegna che «essere in grazia di Dio significa avere la coscienza monda da ogni peccato mortale» (can. 336).
Tutta questa premessa è utile a riassumere alcuni punti fondamentali della dottrina cattolica, che, ribadisco, chi si dice cattolico dovrebbe conoscere; punti necessari anche per poter capire perché una persona che ha divorziato e poi si è sposata con rito civile con un altro/a partner non è in grazia di Dio.
     Non è palese che, se Gesù ha condannato il divorzio, ammonendo l’uomo di non dividere ciò che Dio ha unito, se Gesù ha chiamato adultero/a chi, ripudiati la moglie o il marito, si congiunge con altra persona, chi contravviene ai Suoi insegnamenti ed alle Sue prescrizioni in modo grave cade nella condizione di peccato mortale? Possibile ci sia chi si dice cattolico e gli sembra strano quanto ricordato?

 

Data però la certezza di quanto sopra riportato, arriviamo al centro del nostro discorso.
Alla base del dubbio sul divieto di accedere all’Eucarestia per i divorziati sposati civilmente non c’è tanto la non conoscenza approfondita della dottrina sul matrimonio, quanto (peggio) la mancata conoscenza di cosa sia l’Eucarestia. O, forse, in alcuni casi, il non volerlo vedere. Altrimenti non si spiega.
Se, infatti, uno sa cos’è l’Eucarestia, Chi c’è nell’Eucarestia, come fa a sostenere che chi è in peccato mortale possa avvicinarsi a questo Sacramento?


Misteri della vita. O, forse, semplicemente effetti della crisi della e nella Chiesa.
È necessario un piccolo sunto.
Sempre riportandosi al Catechismo di San Pio X, studiamo che l’Eucaristia «è il sacramento che, sotto le apparenze del pane e del vino, contiene realmente Corpo, Sangue, Anima e Divinità del Nostro Signor Gesù Cristo per nutrimento delle anime» (can. 316) e che «nell’Eucaristia c’è lo stesso Gesù Cristo che è in cielo, e che nacque in terra da Maria Vergine» (can. 322)[5]. Inoltre sappiamo che «sotto le apparenze del pane c’è tutto Gesù Cristo, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità; e così sotto quelle del vino» (can. 331).
     Anche questa  è una verità indiscutibile e costantemente ricordata dal Magistero della Chiesa[6].
Per poter fare una buona Comunione, il cattolico sa che deve essere in grazia di Dio e che deve essere consapevole di Chi si va a ricevere[7]. Quindi che non deve essere in peccato mortale (anche se comunque sarebbe meglio evitare anche di avere peccati veniali) e avere certezza che ci si sta accostando a N.S. Gesù Cristo[8].
Non si può aver il minimo dubbio che chi si trova nella condizione che Cristo ha avvertito di evitare, cioè aver sciolto il matrimonio ed essersi unito ad altra persona, è in stato di peccato mortale costante, esattamente come chi convive more uxorio, ma anche di chi intrattiene rapporti sessuali con una persona sposata con altri. L’unione successiva al divorzio, pur avendola certificata di fronte ad un’autorità civile, non esiste per Dio.
     Chi è in questa condizione inoltre contravviene anche all’altro elemento necessario per la validità e utilità della Confessione: il dolore dei peccati ed il proponimento di non commetterne più[9]. Non può essere assolto chi non abbia questi requisiti ed allora l’unico modo che ha il divorziato sposato civilmente di potervi accedere è quello di uscire dalla situazione di grave peccato e viverla in continenza e secondo le regole di Dio (anche se, per motivi gravi, come l’educazione dei figli, dovesse continuare a vivere con il partner).
A quanto sembra, si chiede invece da parte di molti che si ammettano alla Comunione i divorziati sposati civilmente solo con un “percorso di penitenza” che servirebbe quasi solo a “bonificare” il secondo matrimonio.

      Alla luce di quanto appena ricordato si comprende facilmente l’impossibilità di accogliere questa ipotesi: è in netto contrasto con il dettato divino, perché permetterebbe a chi è in peccato grave (il periodo di “penitenza” non sarebbe certo il sacramento della Confessione) e, soprattutto, continua ad esserlo (non si dice che si debba essere pentiti, né che si debba lasciare la condizione di peccato, anzi, il contrario, dopo il periodo di “penitenza” si potrà tranquillamente continuare a vivere come se nulla fosse stato) di avvicinarsi comunque a Cristo.
In conclusione, alla luce della dottrina pervenutaci da Gesù, come si può continuare a cercare un modo per avvicinare i divorziati sposati civilmente all’Eucarestia? Come si può voler accostare chi è in peccato mortale a Cristo, senza con ciò stravolgere e manipolare l’insegnamento del nostro Signore?
Sostenere questi tentativi, come si diceva, vuol dire ignorare, o peggio non voler più vedere, a Chi si vuole far questo e disinteressarsi dell’aspetto divino delle istituzioni in oggetto, nonché del sacrilegio a cui si va incontro.
Portando così se stessi, e chi in buona fede segue queste tesi, alla morte dell’anima: «perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna»[10].
     Iniziamo invece a dire la verità, senza la paura di dar fastidio al mondo, ricordandoci che si è nel mondo, ma non si è del mondo. Iniziamo a fare la vera carità che è dire la verità a chi ne è lontano. Iniziamo a ricordare che l’unico modo che abbiamo per accostarci degnamente a Cristo, e quindi all’Eucarestia, è quello di accedere prima al sacramento della Confessione, «sacramento istituito da Gesù Cristo per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo»[11]. Che questo prima ancora che un obbligo è un nostro interesse, perché ci permette di salvare la nostra anima.

     E ritorniamo a spiegare che, se la Chiesa non ammette alla Comunione eucaristica chi ha divorziato e si è unito civilmente ad altra persona, è perché «sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia»[12] ed anche che «c’è un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»[13].
     Così come si deve tornare a spiegare che è la riconciliazione nel sacramento della Confessione l’unica strada possibile per il riavvicinamento all’Eucaristia e che questa «può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio»[14] e quindi la continenza.
Solo così, con chiarezza e fermezza (che non vogliono assolutamente significare intolleranza!), si potrà imboccare la strada di un ritorno ad un credo totalmente e realmente cattolico.
In primis, è questo è il problema più serio, a cominciare da molti esponenti del Clero. 


note esplicative:
   

[1] Don Dolindo Ruotolo, Commento ai quattro Vangeli, Vangelo di Matteo, Casa Mariana Editrice[2] Ibid.

[3] «…non è lecito alla donna andare sposa a un altro. E qualora si sia sposata, e quand’anche ne sia seguita l’unione carnale, deve da lui separarsi, e essere costretta dal rigore ecclesiastico a tornare dal primo, anche se altri pensano diversamente e in altro modo talvolta sia stato giudicato anche da alcuni nostri predecessori», Alessandro III, Lettera (frammenti) Verum post all’arcivescovo di Salerno, data incerta; «Certamente quello che il Signore dice nel Vangelo, non è lecito all’uomo ripudiare sua moglie, se non in caso di fornicazione [Mt 5,32; 19,9], è da intendersi, secondo l’interpretazione della santa Parola, riferito a coloro il cui matrimonio è stato consumato con l’unione carnale, senza la quale il matrimonio non può essere consumato, e dunque, se la suddetta donna non è stata conosciuta da suo marito, le è lecito passare alla vita religiosa», Lettera Ex publico instrumento al vescovo di Brescia, data incerta, Concilio Lateranense III; «Se qualcuno dirà che il matrimonio non è in senso vero e proprio uno dei sette sacramenti della legge evangelica, istituito da Cristo, ma che è stato inventato dagli uomini nella chiesa, e non conferisce la grazia, sia anatema”» e «Se qualcuno dirà che la chiesa sbaglia quando ha insegnato e insegna, secondo la dottrina del Vangelo e degli apostoli, che il vincolo del matrimonio non può essere sciolto per l’adulterio di uno dei coniugi; che nessuno dei due, nemmeno l’innocente, che non ha dato motivo all’adulterio, può contrarre un altro matrimonio, vivente l’altro coniuge; che commette adulterio il marito che, cacciata l’adultera, ne sposi un’altra, e la moglie che, cacciato l’adultero, ne sposi un altro, sia anatema», Concilio di Trento, Sez. XXIV, Dottrina e canoni sul matrimonio, Cann. 1 e 7, 11 novembre 1563; «Se poi la chiesa non sbagliò né sbaglia, allorché insegnò o insegna queste cose, ed è perciò del tutto certo che il matrimonio non può essere sciolto neppure a causa dell’adulterio, è evidente che gli altri motivi più lievi di divorzio che si suole addurre, valgono ancor meno e sono da ritenere del tutto inconsistenti» ed «E anzitutto, quanto all’indissolubile fermezza del patto coniugale, Cristo medesimo vi insiste dicendo: “Ciò che Dio ha congiunto, l’uomo non separi” [Mt 19,6]; e: “Chiunque ripudia la propria moglie e ne prende un’altra commette adulterio: e chiunque prende quella che è stata ripudiata dal marito commette adulterio” [Lc 16,18]. In questa indissolubilità ripone appunto sant’Agostino il bene che egli chiama del sacramento, con queste chiare parole: “Nel sacramento poi [si fa in modo] che il matrimonio non sia sciolto e il ripudiato o la ripudiata non si unisca ad altri, neppure a motivo della prole” [De Genesi ad litteram, IX, 7, n. 12]» ed ancora «E se l’uomo ingiuriosamente tenta di separarlo [ciò che Dio ha unito, ndr], il suo atto è del tutto nullo; e resta valido perciò quanto Cristo apertamente confermò: “Chiunque rimanda la moglie e ne sposa un’altra, è adultero e chi sposa la rimandata dal suo marito, è adultero” [Lc 16,18]. E queste parole di Cristo riguardano qualsiasi matrimonio, anche quello soltanto naturale e legittimo, giacché a ogni vero matrimonio spetta quella indissolubilità, per la quale esso è sottratto, quanto alla soluzione del vincolo, e all’arbitrio delle parti e ad ogni potestà civile», Pio XI, Casti connubii, 31.12.1930

[4] Cfr. cann. 2382 e 2385 Catechismo della Chiesa Cattolica

[5] Si vedano anche i cann. 325 e 327

[6] «Noi fermamente e senza dubbio alcuno con cuore puro crediamo, e con semplicità con parole credenti affermiamo, che il sacrificio, cioè il pane e il vino, dopo la consacrazione è il vero corpo e il vero sangue del Signore nostro Gesù Cristo; nel quale noi crediamo che nulla di più da un sacerdote buono e nulla di meno da uno cattivo è compiuto; perché si compie non per merito del consacrante, ma per la parola del Creatore e per la forza dello Spirito Santo», Innocenzo III, Lettera Eius exemplo all’arcivescovo di Tarragona, 18.12.1208, Professione di fede prescritta ai valdesi; «…infatti il suo corpo e il suo sangue sono contenuti veramente nel sacramento dell’altare, sotto la specie del pane e del vino, poiché il pane è transustanziato nel corpo, e il vino nel sangue per divino potere», Concilio Lateranense IV, Cap. 1, 1130/11/1215; Nella Lettera di Clemente IV Quanto sincerius del 28.10.1267 all’arcivescovo Maurino di Narbonne, il Papa riprende l’arcivescovo, dicendosi scandalizzato, che aveva asserito che «Gesù Cristo non è con la sua essenza sull’altare, ma solamente come indicato sotto un segno». Clemente IV dice chiaramente che tali affermazioni «contengono una manifesta eresia e annullano la verità di quel sacramento»; «E in virtù delle stesse parole [di Cristo, ndr] la sostanza del pane si trasforma in corpo di Cristo, e la sostanza del vino in sangue. Ciò avviene però in modo tale che tutto il Cristo è contenuto sotto la specie del pane e tutto sotto la specie del vino e, se anche questi elementi venissero divisi in parti, in ogni parte di ostia consacrata e di vino consacrato vi è tutto il Cristo», Concilio di Firenze, Bolla sull’unione con gli armeni Exsultate Deo, 22.1.1439; «In primo luogo questo santo sinodo insegna e professa apertamente e semplicemente che nel divino sacramento della santa eucaristia, dopo la consacrazione del pane e del vino, il nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è contenuto veramente, realmente e sostanzialmente [can. 1], sotto l’apparenza di quelle cose sensibili» (Cap. 1) — «È quindi verissimo che sotto una sola specie è contenuto tanto, quanto sotto entrambe. Cristo, infatti, è tutto e integro sotto la specie del pane e sotto qualsiasi parte di questa specie; e similmente è tutto sotto la specie del vino e sotto ogni sua parte» (Cap. 3) — «Poiché il Cristo, nostro redentore, ha detto che ciò che offriva sotto la specie del pane era veramente il suo corpo, nella chiesa di Dio vi fu sempre la convinzione, e questo santo concilio lo dichiara ora di nuovo, che con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo del Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue. Questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato è chiamata dalla santa chiesa cattolica transustanziazione» (Cap. 4), Concilio di Trento, Sess. XIII, 11.10.1551, Decreto sul sacramento dell’Eucaristia; «Se qualcuno negherà che nel sacramento dell’eucaristia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il corpo e il sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l’anima e la divinità, e, quindi, il Cristo tutto intero, ma dirà che esso vi è solo come in un simbolo o una figura, o solo con la sua potenza, sia anatema» (Can. 1), Concilio di Trento, Sess. XXII, 17.9.1562, Dottrina e canoni sul sacrificio della Messa; «Riconosco parimenti che nella messa viene offerto a Dio un vero e proprio sacrificio di espiazione per i vivi e per i morti, e che nel santissimo sacramento dell’eucaristia c’è veramente, realmente e sostanzialmente il corpo e il sangue, insieme all’anima e alla divinità, del nostro Signore Gesù Cristo, e che avviene la trasformazione di tutta la sostanza del vino e del sangue, trasformazione che la chiesa cattolica chiama transustanziazione. Confesso che anche sotto una delle due specie viene assunto Cristo completo e integro e il vero sacramento», Pio IV, Bolla Iniunctum nobis, 13.11.1564, Professione di fede tridentina; «Anche se è quanto mai conveniente che quelli che fanno uso della comunione frequente e quotidiana siano privi di peccati veniali, per lo meno quelli pienamente deliberati, e dall’affetto nei loro confronti, è tuttavia sufficiente che siano senza peccati mortali, unitamente al proposito di non peccare mai più nel futuro», S. Pio X, Decreto Sacra Tridentina Synodus, 16.12.1905, La comunione eucaristica quotidiana, punto 3; «Il sacrificio dell’altare non è una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio, nel quale, immolandosi incruentemente, il sommo sacerdote da ciò che fece una volta sulla croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima … Per mezzo della “transustanziazione” del pane in corpo e del vino in sangue di Cristo, come si ha realmente presente il suo corpo, così si ha il suo sangue; le specie eucaristiche poi, sotto le quali è presente, simboleggiano la cruenta separazione del corpo e del sangue», Pio XII, Enciclica Mediator Dei, 20.11.1947; «Tale presenza si dice “reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano “reali”, ma per antonomasia perché è anche corporale e sostanziale, e in forza di essa Cristo, Uomo-Dio, tutto intero si fa presente. Malamente dunque qualcuno spiegherebbe questa forma di presenza, immaginando il corpo di Cristo glorioso di natura “pneumatica” onnipresente; oppure riducendola ai limiti di un simbolismo, come se questo augustissimo sacramento in niente altro consistesse che in un segno efficace “della spirituale presenza di Cristo e della sua intima congiunzione con i fedeli membri del corpo mistico», Paolo VI, Enciclica Mysterium fidei, 3.9.1965.
[7] Catechismo di San Pio X, can. 335

[8] Ibid., can. 337

[9] Ibid., can 358

[10] San Paolo, 1Cor 11, 29

[11] Catechismo di San Pio X, can. 335; vedi anche  can. 373 e Concilio di Trento, Sess. XIV, 25.11.1551, can. 6

[12] S. Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 84

[13] Ibid.

[14] Ibid.

 

Pubblicato in sinodo

La chiesa cattolica africana torna a tuonare contro l’omosessualità. Dopo il duro e allarmato comunicato nei confronti della deriva omosessualista dell’Occidente, da parte della Conferenza episcopale della Nigeria, è ora il turno della Chiesa ghanese e, nuovamente, di quella nigeriana, per bocca, questa volta, del Cardinale John Onaiyekan della diocesi di Abuja.

La chiesa cattolica del Ghana si espressa senza fraintendimenti attraverso le ferme dichiarazioni di Mons. Charles Gabriel Palmer Buckle, Arcivescovo Metropolita di Accra. In esse, l’arcivescovo ha sottolineato il carattere anti-umano e anti-sociale delle relazioni omosessuali, ribadendo la posizione di sempre della Chiesa cattolica in materia.

In tale prospettiva, Mons. Buckle ha ricordato la nota distinzione dell’etica cristiana tra peccato e peccatore, affermando: «Noi non rispettiamo l’omosessualità, ma abbiamo rispetto per gli omosessuali perché creati a somiglianza di Dio. Noi siamo contro l’adozione di bambini da parte loro, perché è difficile per gli omosessuali crescere un bambino capace di essere responsabile nella società».

Il Metropolita di Accra ha inoltre evidenziato come l’omosessualità sferri un attacco frontale alla famiglia e alla istituzione del matrimonio, ricordando l’importanza decisiva della preghiera: «La famiglia che prega insieme, rimane insieme». Mons. Buckle ha infine esortato i cristiani ad affermare la loro fede nel rispetto della verità e della dottrina immutabile della Chiesa, la quale stabilisce come il matrimonio sia l’unione stabile di un uomo e di una donna, ordinata al bene dei coniugi, alla procreazione e alla educazione della prole.

Alle parole dell’arcivescovo di Accra, Buckle, hanno fatto eco quelle, altrettanto chiare, del Cardinale John Onaiyekan della diocesi di Abuja, capitale della Nigeria, il quale ha dichiarato senza mezzi termini: «La posizione della Chiesa in Nigeria contro l’omosessualità è irrevocabile». Con questa inequivocabile e lapidaria dichiarazione, l’arcivescovo cattolico nigeriano, intervistato dall’agenzia di stampa nazionale NAN, durante la sua visita ufficiale presso la diocesi di Makurdi, ha riaffermato la posizione irremovibile della Chiesa nigeriana nei confronti dell’omosessualità.

L’arcivescovo Onaiyekan ha inoltre deplorato il processo di normalizzazione dell’omosessualità in corso in tutto il mondo, sottolineando l’impossibilità di accettare supinamente delle norme solamente per il fatto che esse siano state già adottate dalla maggioranza.

In tale senso, Onaiyekan ha spiegato: «Purtroppo, viviamo in un mondo dove queste cose sono ormai abbastanza accettabili, ma il fatto che esse siano divenute accettabili non significa che siano giuste. (…) La Chiesa cattolica si considera portatrice della bandiera della verità in un mondo che si è fatto così malamente ingannare».

Secondo il cardinale nigeriano, al di là di quello che è il pensiero dominante, bisogna dunque respingere con forza l’omosessualità, in quanto comportamento contro la volontà di Dio: «Anche se non piacciamo alla gente per questo, la nostra chiesa ha sempre detto che omosessualità è innaturale e il matrimonio è unicamente tra un uomo e una donna. Non esiste una cosa come il matrimonio tra due uomini o il matrimonio tra due donne. Qualunque cosa facciano tra di loro non dovrebbe essere chiamato matrimonio. Non ci sono dubbi che la Chiesa cattolica non cambierà le sue posizioni su questo tema».

La posizione della Chiesa cattolica nei confronti dell’omosessualità è fortemente condivisa anche dalla politica. A tale proposito, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, paladino dei diritti LGBT in tutto il mondo, nel suo recente viaggio in Kenya non ha perso l’occasione per puntare il dito contro la politica del presidente keniota Uhruri Kenyatta in materia di omosessualità, esortando il suo paese, e tutta l’Africa, a rispettare i diritti dei gay.

     Nella conferenza stampa tenuta a Nairobi, il presidente americano ha invitato l’Africa a cambiare atteggiamento, dichiarando: «Ripeto sempre questa cosa in tutta l’Africa: quando si inizia a trattare in modo differente le persone, perché sono diverse, allora si inizia un cammino in cui le libertà vengono erose e succedono cose brutte».

Pronta la categorica replica del presidente Kenyatta, il quale ha ribadito come il tema dell’omosessualità sia del tutto fuori discussione: «dobbiamo ammettere che vi sono delle cose che non condividiamo. Per i kenioti oggi la questione dei diritti dei gay veramente neanche si pone». Il continente africano ancora non contaminato dalle perverse e disumane ideologie occidentali ribadisce quindi il suo fermo no alla importazione e normalizzazione di comportamenti da sempre considerati contro natura.

Il male anche se accettato e promosso dalla maggioranza non ha alcun diritto. Il cosiddetto terzo mondo “sottosviluppato” impartisce in questo modo una sonora ed esemplare lezione di civiltà ai paesi “moderni” ed “evoluti”, rispedendo al mittente il deleterio stile di vita occidentale.

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«Il mio primo sentimento è di gratitudine al Signore che ha permesso una cosa grande per la vita della Chiesa italiana e per la vita del popolo italiano». 
Monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e patrocinatore del nostro sito web, tra i primissimi vescovi a sostenere l’idea di una manifestazione pubblica a difesa della famiglia e dei bambini, è particolarmente soddisfatto della grande festa della famiglia che si è celebrata sabato 20 giugno in Piazza San Giovanni. 
Ha seguito tutto il giorno lo svolgersi della manifestazione, stando al telefono con gli amici presenti a Roma. 
«È una cosa grande che è potuta accadere perché ha trovato un milione di uomini grandi, un milione di cuori grandi, cioè disponibili ad agire senza farsi frenare dalle piccole alchimie delle valutazioni scientifico-politiche».
 
Una manifestazione preparata in 18 giorni, senza sponsor istituzionali, nel silenzio dei media. C’erano legittimi timori sull’esito e anche sull’efficacia reale dal punto di vista politico. 
Già, come se la grande battaglia di Lepanto fosse stata fatta sulla previsione della vittoria. 
Fu fatta prevedendo che sarebbe stata una sconfitta. 
Tutti, dal re di Polonia fino all’ultimo servente di mulo ricevettero la comunione in articulo mortis
O come se quelli che hanno manifestato contro il comunismo nelle piazze di Danzica, di Varsavia, di Cracovia avessero valutato che c’era una certa previsione che il comunismo cadesse. 
Avessero ragionato come tanti ecclesiastici e uomini di cultura oggi in Italia, avrebbero detto che era inutile fare la manifestazione perché il comunismo non sarebbe caduto. 
Come invece cadde, anche per queste manifestazioni.
Fortunatamente non sono stati fatti questi calcoli. 
Il popolo giustamente ha seguito l’instinctus fidei, quell’istinto della fede per cui il popolo attese all’uscita i vescovi che partecipavano al Concilio di Efeso del 431 imponendo quasimanu militari la dichiarazione della Madonna come Theotokos, madre di Dio.
Ecco questa a me pare la grande esperienza di un popolo cattolico e laico che ritrova il senso della propria dignità, il senso della propria cultura, il senso del proprio servizio al bene comune, per il quale fa un gesto magari piccolo ma che diventa significativo nel contesto della vita sociale.

 
Non tutti nella Chiesa hanno aderito, ci sono state anche pressioni contrarie. 
Di fronte a questo popolo credo che stia la meschinità di tante valutazioni culturali, politiche, ecclesiastiche che non hanno saputo cogliere la domanda che sale dal basso. 
Comunque certamente mancavano in piazza cattolici di varia estrazione a cui forse è bastato l’elogio di un difensore appassionato della Chiesa e della libertà quale è Alberto Melloni (cfr. articolo sul Corriere della Sera del 19 giugno, ndr). 
Ma quando si ricevono elogi di quel tipo lì, se si aguzza bene l’orecchio si sente ancora il tintinnare dei 30 denari.

 
Qualche polemica c’è stata anche a proposito di certe posizioni nella Conferenza episcopale. 
Credo sia molto importante chiarire che la responsabilità pastorale è esplicitamente delegata agli ordinari, ai singoli vescovi nelle loro diocesi, e non alla Cei. 
La Cei al massimo può dare direttive che poi sono sottoposte alla discrezionalità degli ordinari locali. 
Mi sembra quindi giusto dare onore a quel gruppo di cardinali, arcivescovi e vescovi che si sono assunti pienamente la responsabilità di indicazioni a favore della manifestazione. 

Il popolo, dove è stato guidato, ha trovato il conforto dei pastori e ha saputo utilizzare questo confronto per fare una cosa significativa per sé, per la Chiesa e per la società.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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Ha presieduto per cinque anni il pontificio consiglio per la famiglia. La comunione ai divorziati-risposati, avverte, segnerebbe non solo lo svilimento dell’eucaristia ma anche la fine del sacramento del matrimonio.
 

Il cardinale Ennio Antonelli, 78 anni, è un’autorità in materia. È stato presidente per cinque anni del pontificio consiglio per la famiglia e ha organizzato i due incontri mondiali che hanno preceduto il prossimo di Philadelphia: a Città del Messico nel 2009 e a Milano nel 2012.

Ha anche accumulato una notevole esperienza pastorale. È stato arcivescovo prima di Perugia e poi di Firenze, oltre che segretario per sei anni della conferenza episcopale italiana. Appartiene al movimento dei Focolari.

Non ha preso parte alla prima sessione del sinodo sulla famiglia tenuta lo scorso ottobre. Ma partecipa attivamente alla discussione in corso, come prova il libro che ha pubblicato in questi giorni:
E. Antonelli, “Crisi del matrimonio ed eucaristia”, Edizioni Ares, Milano, 2015, pp. 72, euro 7,00.

È un libro speciale. Agile, di poche pagine, si legge d’un fiato. È introdotto da una prefazione di un altro cardinale esperto in materia, Elio Sgreccia, già presidente della pontificia accademia per la vita.

Il sito web del pontificio consiglio per la famiglia l’ha messo in rete integralmente e in tre lingue, in italiano, in inglese e in spagnolo:
 ecco il link: Crisi del matrimonio ed eucaristia

Qui di seguito se ne offrono alcuni brani d’assaggio. In essi il cardinale Antonelli ripropone con amabile fermezza e realismo pratico la dottrina e la pastorale vigenti in materia di matrimonio. E mette in evidenza le conseguenze insostenibili alla quali si arriverebbe con taluni cambiamenti oggi proposti ai vari livelli della Chiesa.

DA: CRISI DEL MATRIMONIO ED EUCARISTIA

di Ennio Antonelli

ANCHE AI CONVIVENTI OMOSESSUALI, PERCHÉ NO?

Oltre che ai divorziati risposati, la posizione pastorale finora vigente dà indicazioni analoghe anche riguardo ai conviventi senza alcun vincolo istituzionale e ai cattolici sposati solo civilmente. Il trattamento riservato a essi è praticamente lo stesso: non ammissione ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, accoglienza nella vita ecclesiale, vicinanza rispettosa e personalizzata per conoscere concretamente le singole persone, orientarle e accompagnarle verso una possibile regolarizzazione. Ora, alcuni ipotizzano l’ammissione all’eucaristia ai soli divorziati risposati civilmente, lasciando esclusi i conviventi di fatto, i conviventi registrati, i conviventi omosessuali. Personalmente ritengo che questa ultima limitazione sia poco realistica, perché i conviventi sono molto più numerosi dei divorziati risposati. Per la pressione sociale e per la logica interna delle cose finiranno senz’altro per prevalere le opinioni orientate verso un più largo permissivismo.

L’EUCARISTIA RIDOTTA A GESTO DI CORTESIA

È vero che l’eucaristia è necessaria per la salvezza, ma ciò non significa che di fatto si salvano solo quelli che ricevono questo sacramento. Un cristiano non cattolico o addirittura un credente di altra religione non battezzato potrebbe essere spiritualmente più unito a Dio di un cattolico praticante e tuttavia non può venire ammesso alla comunione eucaristica, perché non è in piena comunione visibile con la Chiesa. L’eucaristia è vertice e fonte della comunione spirituale e visibile. Anche la visibilità è essenziale, in quanto la Chiesa è sacramento generale della salvezza e segno pubblico di Cristo salvatore nel mondo. Ma, purtroppo, i divorziati risposati e gli altri conviventi irregolari si trovano in una situazione oggettiva e pubblica di grave contrasto con il Vangelo e con la dottrina della Chiesa. Nell’odierno contesto culturale di relativismo c’è il rischio di banalizzare l’eucaristia e ridurla a un rito di socializzazione. È già successo che persone neppure battezzate si siano accostate alla mensa, pensando di fare un gesto di cortesia, o che persone non credenti abbiano reclamato il diritto di comunicarsi in occasione di nozze o di funerali, semplicemente in segno di solidarietà con gli amici.

PEGGIO CHE NELLE CHIESE D’ORIENTE

Si vorrebbe concedere l’eucarestia ai divorziati risposati affermando l’indissolubilità del primo matrimonio e non riconoscendo la seconda unione come un vero e proprio matrimonio, in modo da evitare la bigamia. Questa posizione è diversa da quella delle Chiese orientali che concedono ai divorziati risposati civilmente un secondo (e terzo) matrimonio canonico, sia pure connotato in senso penitenziale. Anzi, per certi aspetti, appare più pericolosa, in quanto conduce logicamente ad ammettere il lecito esercizio della sessualità genitale fuori del matrimonio, anche perché i conviventi sono molto più numerosi dei divorziati risposati. I più pessimisti prevedono che si finirà per ritenere eticamente lecite le convivenze prematrimoniali, le convivenze di fatto registrate e non registrate, i rapporti sessuali occasionali, e forse le convivenze omosessuali e perfino il poliamore e la polifamiglia.

TRA BENE E MALE NON C’È GRADUALITÀ

È senz’altro auspicabile che nella pastorale si assuma un atteggiamento costruttivo, cercando di “cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, nelle convivenze” (Relatio Synodi, n. 41). Certamente anche le unioni illegittime contengono autentici valori umani (per esempio l’affetto, l’aiuto reciproco, l’impegno condiviso verso i figli), perché il male è sempre mescolato al bene e non esiste mai allo stato puro. Tuttavia bisogna evitare di presentare tali unioni in se stesse come valori imperfetti, mentre si tratta di gravi disordini. La legge della gradualità riguarda solo la responsabilità soggettiva delle persone e non deve essere trasformata in gradualità della legge, presentando il male come bene imperfetto. Tra vero e falso, tra bene e male non c’è gradualità. Mentre si astiene dal giudicare le coscienze, che solo Dio vede, e accompagna con rispetto e pazienza i passi verso il bene possibile, la Chiesa non deve cessare di insegnare la verità oggettiva del bene e del male. La legge della gradualità serve a discernere le coscienze, non a classificare come più o meno buone le azioni da compiere e tanto meno a elevare il male alla dignità di bene imperfetto. Riguardo ai divorziati risposati e ai conviventi, lungi dal favorire le proposte innovative, tale legge serve in definitiva a confermare la prassi pastorale tradizionale.

NIENTE PERDONO SENZA CONVERSIONE

L’ammissione dei divorziati risposati e dei conviventi alla mensa eucaristica comporta una separazione tra misericordia e conversione che non sembra in sintonia con il Vangelo. Questo sarebbe l’unico caso di perdono senza conversione. Dio concede sempre il perdono; ma lo riceve solo chi è umile, si riconosce peccatore e si impegna a cambiar vita. Invece il clima di relativismo e soggettivismo etico-religioso, che oggi si respira, favorisce l’autogiustificazione, particolarmente in ambito affettivo e sessuale. Si tende a sminuire la propria responsabilità, attribuendo gli eventuali fallimenti ai condizionamenti sociali. È facile inoltre attribuire la colpa del fallimento all’altro coniuge e proclamare la propria innocenza. Non si deve però tacere il fatto che, se la colpa del fallimento può qualche volta essere di uno solo, almeno la responsabilità della nuova unione (illegittima) è di ambedue i conviventi ed è questa soprattutto che, finché perdura, impedisce l’accesso all’eucaristia. Non ha fondamento teologico la tendenza a considerare positivamente la seconda unione e a circoscrivere il peccato alla sola precedente separazione. Non basta fare penitenza per questa soltanto. Occorre cambiare vita.

INDISSOLUBILITÀ ADDIO

Di solito i favorevoli alla comunione eucaristica dei divorziati risposati e dei conviventi affermano che non si mette in discussione l’indissolubilità del matrimonio. Ma, al di là delle loro intenzioni, stante l’incoerenza dottrinale tra l’ammissione di queste persone all’eucaristia e l’indissolubilità del matrimonio, si finirà per negare nella prassi concreta ciò che si continuerà ad affermare teoricamente in linea di principio, rischiando di ridurre il matrimonio indissolubile a un ideale, bello forse, ma realizzabile solo da alcuni fortunati. Istruttiva al riguardo è la prassi pastorale sviluppatasi nelle Chiese orientali ortodosse. Esse nella dottrina affermano l’indissolubilità del matrimonio cristiano. Tuttavia nella loro prassi si sono progressivamente moltiplicati i motivi di scioglimento del precedente matrimonio e di concessione di un secondo (o terzo) matrimonio. Inoltre sono diventati numerosissimi i richiedenti. Ormai chiunque presenta un documento di divorzio civile ottiene anche dall’autorità ecclesiastica l’autorizzazione al nuovo matrimonio, senza neppure dover passare attraverso un’indagine e valutazione canonica della causa. È prevedibile che anche la comunione eucaristica dei divorziati risposati e dei conviventi diventi rapidamente un fatto generalizzato. Allora non avrà più molto senso parlare di indissolubilità del matrimonio e perderà rilevanza pratica la stessa celebrazione del sacramento del matrimonio.

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Il cardinale Muller in un’intervista ha ribadito che non è possibile adattare l’insegnamento della Chiesa a stili di vita che nulla hanno a che fare con il Comandamento del Signore.

 

Lo scorso 6 giugno, in una intervista al quotidiano tedesco Die Tagespost, il cardinale Gherard Ludwid Muller è intervenuto sul dibattito sinodale, ribadendo che non è possibile adattare l’insegnamento della Chiesa a stili di vita che nulla hanno a che fare con la parola di Dio.

Il sì degli irlandesi al matrimonio omosessuale”, ha dichiarato il prefetto dell’ex Sant’Uffizio, è “una discriminazione dell’alleanza matrimoniale tra uomo e donna, e quindi della famiglia”. A questo proposito il cardinale ha ringraziato quelli “che non hanno piegato il ginocchio” di fronte a “un idolo di auto-creazione e auto-redenzione, che ci condurrà infallibilmente all’auto-distruzione”.

     Il problema è che dietro la falsa moneta della non discriminazione, “una dolce caramella” ha chiosato il cardinale, si nasconde una faccia della medaglia che attacca direttamente il significato profondo di matrimonio e famiglia. Il matrimonio, infatti, non è un contenitore buono per essere “riempito con qualunque contenuto”.

Nell’intervista il cardinale ha parlato anche delle chiacchierate conclusioni dei laici tedeschi dello Zdk. In particolare, visti i risultati, non è chiaro se il Comitato Zdk è stato convocato “per interpretare il contenuto essenziale del Magistero e della Rivelazione, o per svuotarne il contenuto.”

“La domanda di benedizione delle coppie dello stesso sesso”, ha concluso il cardinale a proposito del documento dello Zdk, “e di un secondo matrimonio in chiesa, è incompatibile con l’insegnamento e la tradizione della Chiesa”.

Riferendosi poi al recente incontro a porte chiuse che ha avuto luogo nei locali della Gregoriana il card. Muller ha sottolineato che è corretto incontrarsi per scambiare idee su problemi importanti. Ma, ha aggiunto, non si può “organizzare la verità”, se questo principio fosse applicato la Chiesa ne sarebbe “scossa nelle sue fondamenta”.

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«Non sono contro il Papa, non ho mai parlato contro il Papa, ho sempre concepito la mia attività come appoggio al ministero petrino. Io vorrei soltanto servire la verità».


 È amareggiato il cardinale Raymond Leo Burke per la campagna negativa che si è scatenata nei suoi confronti. Sessantasei anni, ordinato vescovo da Giovanni Paolo II nel 1995, stimato esperto di Diritto canonico è chiamato a Roma da Benedetto XVI nel 2008 come prefetto del Tribunale della Segnatura apostolica, per poi essere nominato cardinale nel 2010

In questi mesi è stato dipinto come un fanatico ultraconservatore, anticonciliarista, complottista contro papa Francesco, addirittura pronto a uno scisma nel caso il Sinodo aprisse a cambiamenti sgraditi. La campagna è così forte che anche in Italia diversi vescovi si sono rifiutati di ospitare sue conferenze nelle proprie diocesi. E quando invece da qualche parte gli è consentito di tenere un incontro – come recentemente in alcune città del Nord Italia — trova immancabilmente dei sacerdoti che lo contestano, accusandolo di fare propaganda contro il Papa. «Sono tutte sciocchezze, proprio non capisco questo atteggiamento. Non ho mai detto una sola parola contro il Papa, mi sforzo solo di servire la verità, compito che abbiamo tutti. Ho sempre visto i miei interventi, le mie attività come un appoggio al ministero petrino. Le persone che mi conoscono possono testimoniare che non sono affatto un antipapista. Al contrario sono sempre stato molto leale e ho sempre voluto servire il santo Padre, cosa che faccio anche ora».

     In effetti, incontrandolo nel suo appartamento a due passi da piazza San Pietro, con quei suoi modi affabili e il suo parlare molto spontaneo appare distante mille miglia dall’immagine di arcigno difensore della “fredda dottrina”, come viene descritto dalla grande stampa. 

Cardinale Burke, eppure nel dibattito che ha preceduto e seguito il primo Sinodo sulla famiglia certe sue dichiarazioni sono effettivamente suonate come una critica a papa Francesco, o almeno così sono state interpretate. Ad esempio, recentemente ha fatto molto rumore quel suo “Resisterò, resisterò” come risposta a una eventuale decisione del Papa a concedere la comunione ai divorziati risposati.
     Ma è stata una frase travisata, non c’era alcun riferimento a papa Francesco. Io credo che siccome ho sempre parlato molto chiaramente sulla questione del matrimonio e della famiglia, c’è chi vuole neutralizzarmi dipingendomi come nemico del Papa, o addirittura pronto allo scisma, proprio usando quella risposta che ho dato in una intervista a una rete televisiva francese. 

E allora come va interpretata quella risposta?
      È molto semplice. La giornalista mi ha chiesto cosa farei se ipoteticamente – non riferendosi a papa Francesco – un pontefice prendesse decisioni contro la dottrina e contro la prassi della Chiesa. Io ho detto che dovrei resistere, perché tutti siamo a servizio della verità, a cominciare dal Papa. La Chiesa non è un organismo politico nel senso del potere. Il potere è Gesù Cristo e il suo vangelo. Per questo ho risposto che resisterò e non sarebbe la prima volta che questo accade nella Chiesa. Ci sono stati nella storia diversi momenti in cui qualcuno ha dovuto resistere al Papa, a cominciare da San Paolo nei confronti di San Pietro, nella vicenda dei giudeizzanti, che volevano imporre la circoncisione ai convertiti ellenici. Ma nel mio caso io non sto affatto facendo resistenza a papa Francesco, perché lui non ha fatto nulla contro la dottrina. E io non mi vedo affatto in lotta contro il Papa, come vogliono dipingermi. Io non sto portando avanti gli interessi di un gruppo o di un partito, cerco solo come cardinale di essere maestro della fede. 

Un altro «capo di imputazione» nei suoi confronti è la sua presunta passione per “pizzi e merletti”, come si dice in modo spregiativo, cosa che il Papa non sopporta.
     Il Papa non mi ha mai fatto sapere di essere dispiaciuto del mio modo di vestire, che peraltro è stato sempre entro la norma della Chiesa. Io celebro la liturgia anche nella forma straordinaria del rito romano e ci sono per questo paramenti che non esistono per la celebrazione nella forma ordinaria, ma io indosso sempre quello che la norma prevede per il rito che sto celebrando. Non faccio politica contro il modo di vestirsi del Papa. Poi si deve anche dire che ogni Papa ha un suo stile, ma non è che poi impone questo a tutti gli altri vescovi. Non capisco perché questo deve essere un motivo di polemica.

Però sui giornali spesso viene usata una foto in cui lei indossa un copricapo decisamente fuori tempo…
     Ah, quella, ma è incredibile. Posso spiegarle. È una foto che si è diffusa dopo che il Foglio l’ha utilizzata per pubblicare una mia intervista durante il Sinodo. L’intervista era stata fatta bene, ma purtroppo hanno scelto una foto fuori contesto, e mi dispiace perché in questo modo hanno dato l’impressione sbagliata di una persona che vive nel passato. Era infatti successo che, dopo essere stato nominato cardinale, sono stato invitato in una diocesi del Sud Italia per una conferenza sulla liturgia. Per l’occasione l’organizzatore ha voluto darmi in dono un antico cappello cardinalizio che non so dove avesse trovato. Ovviamente lo tenevo in mano e non avevo alcuna intenzione di indossarlo regolarmente, ma lui mi ha chiesto di poter fare almeno una foto con il cappello indosso. Questa è stata l’unica volta che ho messo quel cappello sulla mia testa, ma purtroppo quella foto ha girato tutto il mondo e qualcuno la usa per dare l’impressione che io vado in giro così. Ma io non l’ho mai indossato, neanche a una cerimonia. 

Lei è stato anche indicato come l’ispiratore se non il promotore della “Supplica a papa Francesco sulla famiglia”, che è stata diffusa per la raccolta firme attraverso alcuni siti del mondo tradizionalista.
     Io ho firmato quel documento, ma non è affatto una mia iniziativa o una mia idea. Tantomeno ho scritto o collaborato alla stesura del testo. Chi dice il contrario afferma il falso. Per quel che ne so è una iniziativa di laici, a me è stato mostrato il testo e l’ho firmato, come hanno fatto molti altri cardinali. 

Un’altra delle accuse che le viene rivolta è quella di essere anti-conciliarista, contro il Concilio Vaticano II.
     Sono etichette che si applicano facilmente, ma non c’è alcun riscontro nella realtà. Tutta la mia educazione teologica nel seminario maggiore è stata basata sui documenti del Vaticano II, e mi sforzo ancora oggi di studiare più profondamente questi documenti. Non sono affatto contrario al Concilio, e se uno legge i miei scritti troverà che cito molte volte i documenti del Vaticano II. Quello su cui invece non sono d’accordo è il cosiddetto “Spirito del Concilio”, questa realizzazione del Concilio che non è fedele al testo dei documenti ma che ha la pretesa di creare qualcosa di totalmente nuovo, una nuova Chiesa che non ha niente da fare con tutte le cosiddette aberrazioni del passato. In questo io seguo pienamente la luminosa presentazione che ha fatto Benedetto XVI nel suo discorso alla Curia Romana per il Natale 2005. È il famoso discorso in cui spiega la corretta ermeneutica che è quella della riforma nella continuità, contrapposta all’ermeneutica della rottura nella discontinuità che tanti settori portano avanti. L’intervento di Benedetto XVI è davvero brillante e spiega tutto. Molte cose che sono successe dopo il Concilio e attribuite al Concilio non hanno niente a che fare con il Concilio. Questa è la semplice verità.

Però resta il fatto che papa Francesco l’ha “punita” rimuovendola dalla Segnatura apostolica e affidandole il patronato del Sovrano Militare Ordine di Malta.
     Il Papa ha dato un’intervista al quotidiano argentino La Nacion in cui ha già risposto a questa domanda spiegando le ragioni di questa scelta. Questo già dice tutto e non spetta a me commentare. Io posso solo dire, senza violare alcun segreto, che il Papa non mi ha mai detto né dato l’impressione che volesse punirmi per qualcosa.

Certo è che la sua “cattiva immagine” ha a che fare con quella che anche il cardinale Kasper, nei giorni scorsi, ha definito la “battaglia sinodale”. Che sembra crescere d’intensità man mano che ci si avvicina al Sinodo ordinario del prossimo ottobre. A che punto siamo?
     Direi che adesso c’è una discussione molto più estesa sui temi trattati dal Sinodo e questo è un bene. C’è un numero maggiore di cardinali, vescovi e laici che stanno intervenendo e questo è molto positivo. Per questo non capisco tutto il rumore che è stato creato l’anno scorso attorno al libro “Permanere nella Verità di Cristo”, a cui io ho contribuito insieme ad altri 4 cardinali e 4 specialisti sul matrimonio. 

È lì che è nata la tesi del complotto contro il Papa, tesi ribadita recentemente da Alberto Melloni sul Corriere della Sera e che gli è costata una querela dall’editore italiano Cantagalli.
     È semplicemente assurdo. Come è possibile accusare di complotto contro il Papa coloro che presentano quello che la Chiesa ha sempre insegnato e praticato sul matrimonio e sulla comunione? È certo che il libro è stato scritto come aiuto in vista del Sinodo per rispondere alla tesi del cardinale Kasper. Ma non è polemico, è una presentazione fedelissima alla tradizione, ed è anche della più alta qualità scientifica possibile. Sono assolutamente disponibile a ricevere critiche sui contenuti, ma dire che noi abbiamo partecipato a un complotto contro il Papa è inaccettabile.

Ma chi è che sta fomentando questa caccia alle streghe?
     Non ho alcuna informazione diretta ma sicuramente c’è un gruppo che vuole imporre alla Chiesa non solo questa tesi del cardinale Kasper sulla comunione per i divorziati risposati o per persone in situazioni irregolari, ma anche altre posizioni su questioni connesse ai temi del Sinodo. Penso ad esempio all’idea di trovare gli elementi positivi nei rapporti sessuali extramatrimoniali o omosessuali. È evidente che ci sono forze che spingono in questa direzione, e per questo vogliono screditare noi che stiamo tentando di difendere l’insegnamento della Chiesa. Io non ho nulla di personale contro il cardinale Kasper, per me la questione è solo presentare l’insegnamento della Chiesa, che in questo caso è legato a parole pronunciate dal Signore. 

Guardando ad alcuni temi emersi con forza al Sinodo, si è tornato a parlare di lobby gay.
     Non sono in grado di individuare con precisione, ma vedo sempre di più che c’è una forza che va in questo senso. Vedo individui che, consciamente o inconsciamente, stanno portando avanti un’agenda omosessualista. Come questo sia organizzato non lo so, ma è evidente che c’è una forza di questo genere. Al Sinodo abbiamo detto che parlare di omosessualità non c’entrava nulla con la famiglia, piuttosto si sarebbe dovuto convocare un Sinodo apposito se si voleva parlare di questo tema. E invece abbiamo ritrovato nella Relatio post disceptationem questo tema che non era stato discusso dai padri.  

Una delle giustificazioni teologiche a sostegno del cardinale Kasper che oggi viene molto ripetuta è quella dello “sviluppo della dottrina”. Non un cambiamento, ma un approfondimento che può portare a una nuova prassi. 
     Qui c’è un grande equivoco. Lo sviluppo della dottrina, come è stato per esempio presentato dal beato cardinale Newman o da altri buoni teologi, significa un approfondimento nell’apprezzamento, nella conoscenza di una dottrina, non il cambiamento della dottrina. Lo sviluppo in nessun caso porta al cambiamento. Un esempio è quello dell’esortazione post-sinodale sull’Eucarestia scritta da papa Benedetto XVI, la “Sacramentum Caritatis”, in cui è presentato lo sviluppo della conoscenza della presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, espresso anche nell’adorazione eucaristica. Ci sono stati alcuni infatti contrari all’adorazione eucaristica perché l’Eucarestia è da ricevere dentro. Ma Benedetto XVI ha spiegato — anche citando s. Agostino — che se è vero che il Signore ci dà se stesso nell’Eucarestia per essere consumato, è anche vero che non si può riconoscere questa realtà della presenza di Gesù sotto le specie eucaristiche senza adorare queste specie. Questo è un esempio dello sviluppo della dottrina, ma non è che la dottrina sulla presenza di Gesù nell’Eucarestia è cambiata.

Uno dei motivi che tornano nelle polemiche sul Sinodo è la presunta contrapposizione tra dottrina e prassi, dottrina e misericordia. Anche il papa insiste spesso sull’atteggiamento farisaico di chi usa la dottrina impedendo che passi l’amore.
     Credo che bisogna distinguere tra quello che il Papa dice in alcune occasioni e coloro che affermano una contrapposizione tra dottrina e prassi. Non si può mai ammettere nella Chiesa un contrasto tra dottrina e prassi perché noi viviamo la verità che Cristo ci comunica nella sua santa Chiesa e la verità non è mai una cosa fredda. È la verità che apre a noi lo spazio per l’amore, per amare veramente si deve rispettare la verità della persona, e della persona nelle situazioni particolari in cui si trova. Così stabilire un tipo di contrasto tra dottrina e prassi non rispecchia la realtà della nostra fede. Chi sostiene le tesi del cardinale Kasper – cambiamento della disciplina che non tocca la dottrina – dovrebbe spiegare come sia possibile. Se la Chiesa ammette alla comunione una persona che è legata in un matrimonio ma sta vivendo con un’altra persona un altro rapporto matrimoniale, cioè è in stato di adulterio, come si può permettere questo e ritenere nello stesso tempo che il matrimonio sia indissolubile? Quello tra dottrina e prassi è un falso contrasto che dobbiamo rigettare.

Però è vero che si può usare la dottrina senza amore.
     Certo, ed è questo che il papa sta denunciando, un uso della legge o della dottrina per avanzare un’agenda personale, per dominare le persone. Ma questo non significa che c’è un problema con la dottrina e la disciplina; soltanto ci sono persone di cattiva volontà che possono commettere abusi per esempio interpretando la legge in un modo che danneggia le persone. O applicando la legge senza amore, insistere sulla verità della situazione della persona ma senza amore. Anche quando una persona si trova in peccato grave noi dobbiamo amare la persona e aiutare come ha fatto il Signore con l’adultera e la samaritana. Lui è stato molto chiaro nell’annunciare lo stato di peccato in cui loro stavano, ma nello stesso tempo ha dimostrato un grande amore invitandole a uscire da questa situazione. Ciò che non facevano i farisei, che invece dimostravano un legalismo crudele: denunciavano la violazione della legge ma senza dare nessun aiuto alla persona per uscire dal peccato, così da ritrovare pace nella sua vita.

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Giovedì, 16 Aprile 2015 00:00

MÜLLER: LA CHIESA NON È UN PARLAMENTO

{cts-style-2}Richiamo all’ordine da parte del prefetto dell’ex Sant’Uffizio, in vista del Sinodo. La Chiesa non è un governo democratico. “Delegare alcune decisioni dottrinali o disciplinari sul matrimonio o la famiglia alle conferenze episcopali è un’idea assolutamente anticattolica”. E il cardinal Marx rischia di dividere la Chiesa.{/cts-style-2}

Delegare alcune decisioni dottrinali o disciplinari sul matrimonio o la famiglia alle conferenze episcopali è un’idea assolutamente anti-cattolica”.

Sono parole del cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina dellaFfede, in un’intervista al settimanale francese Famille Chrétienne. “Un’idea assolutamente anticattolica che non rispetta la cattolicità della Chiesa”, ha aggiunto il porporato tedesco, che ha ribadito come le conferenze episcopali abbiano sì autorità su determinate questioni, “ma non costituiscono un magistero affiancato a un Magistero, senza il Papa e la comunione con tutti i vescovi”.

Müller entra anche nella polemica con il confratello e connazionale Reinhard Marx, il capo dell’episcopato tedesco che qualche settimana fa aveva affermato che la chiesa tedesca “non è una filiale di Roma” e che a prescindere dalla piega che prenderà il Sinodo ordinario di ottobre, a Berlino andranno avanti per conto loro. Frase, questa, che aveva portato il cardinale Paul Josef Cordes, già presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, a inviare una lunga lettera al Tagespost in cui aveva bollato come “chiacchiere da bar” le parole di Marx, denunciando altresì il ritorno di una “eccitazione antiromana con forza centrifuga alle latitudini settentrionali”. Una posizione, quella del presidente della conferenza episcopale tedesca, che Cordes definiva senza troppe perifrasi “altamente distruttiva per l’unità della fede”. E Müller concorda: “Questo genere di posizioni rischia di risvegliare una certa polarizzazione tra le chiese locali e la Chiesa universale, superata sia dal Concilio Vaticano I sia dal Vaticano II”. Il grande rischio, ha chiosato il prefetto dell’ex Sant’Uffizio, è quello di “applicare alla Chiesa le categorie politiche anziché la vera ecclesiologia cattolica. La curia romana – ha aggiunto – non è il governo di Bruxelles. Non siamo un quasi governo, né una super organizzazione al di sopra delle chiese locali in cui i vescovi sarebbero i delegati”.

Il fatto è che nell’esortazione Evangelii Gaudium, vera agenda del pontificato – “sottolineo che ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti”, scriveva nei primi passaggi del documento –, il Papa chiariva che “ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale. Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria”. Ed è proprio questo il punto che Müller contesta, pur senza tirare in ballo Francesco: “La Chiesa non è un insieme di chiese nazionali, i cui presidenti votano per eleggere il loro leader a livello universale”.

     Solo un paio di giorni fa, il cardinale (anch’egli tedesco) Walter Kasper, il titolare della relazione che aveva fatto da ouverture alla discussione sinodale su matrimonio e famiglia nel corso del concistoro del febbraio di un anno fa, aveva invitato alla preghiera durante un incontro in Inghilterra a margine della presentazione della sua ultima fatica letteraria, Papa Francesco. La Rivoluzione della tenerezza e dell’amore. “Speriamo che il Sinodo sarà in grado di trovare una risposta comune, a larga maggioranza, che non sarà una rottura con la tradizione, ma una dottrina che è uno sviluppo della tradizione”. “La battaglia è in corso”, aveva aggiunto.

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Quasi 500 i sacerdoti in Gran Bretagna che sollecitano il  sinodo a stare fermo sulla Tradizione di non dare la Comunione ai divorziati risposati.


Quasi 500 preti in Gran Bretagna hanno firmato una lettera invitandola ai partecipanti del Sinodo per la famiglia per sostenere un «annuncio chiaro e fermo» su quello che la Chiesa insegna ed ha sempre insegnato sul matrimonio.

Nella lettera, pubblicata in questa settimana da un quotidiano cattolico inglese, i preti scrivono: «Vogliamo, come sacerdoti cattolici, ri-affermare la nostra fedeltà incrollabile alle dottrine tradizionali concernente il matrimonio e il vero significato della sessualità umana, fondata sulla Parola di Dio e insegnata dal Magistero della Chiesa per due millenni.»

     Il Sinodo straordinario dello scorso anno ha provocato un acceso dibattito sulla questione se ai cattolici divorziati-risposati dovrebbe essere consentito di ricevere la Santa Comunione, una proposta presentata da alcuni tra cui il noto cardinale tedesco Walter Kasper.

    In quello che è pensato per essere un passo senza precedenti, dei sacerdoti si sono uniti insieme per sollecitare i partecipanti sinodali a resistere alla proposta. Scrivono: «Noi affermiamo l’importanza di mantenere la disciplina tradizionale della Chiesa per quanto riguarda la ricezione dei sacramenti, e che la dottrina e la pratica rimangano fermamente e inseparabilmente in armonia.»

Un firmatario, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha affermato che «è stata fatta una certa pressione per non firmare la lettera da parte di alcuni uomini di Chiesa di alto livello».

Un altro, che ha anche chiesto di non essere nominato, ha detto che la questione della comunione ai risposati è «una questione di interesse pastorale e fedeltà al Vangelo».

Egli ha detto: «La Misericordia richiede sia l’amore e la verità. C’è molto in gioco. Non tutti i preti si sentirebbero a proprio agio nell’esprimersi in una lettera aperta, ma sarei molto preoccupato se ci fossero sacerdoti in disaccordo con i sentimenti che essa contiene»

La lettera chiede la fedeltà alla dottrina cattolica, e che la pratica deve rimanere “inseparabilmente in sintonia» con la dottrina. I sacerdoti affermano che essi restano impegnati ad aiutare quelli che lottano per seguire il Vangelo in una società sempre più secolarizzata, ma implica che le coppie e le famiglie che sono rimaste fedeli vengano adeguatamente supportate o incoraggiate.»

Tra i firmatari vi sono anche importanti teologi e studiosi inglesi.

I sacerdoti concludono la lettera invitando tutti i partecipanti al prossimo Sinodo «per fare un annuncio chiaro e fermo dell’insegnamento morale immutabile della Chiesa, in modo che la confusione possa essere rimossa, e la Fede confermata.»

     Parlando recentemente in occasione della presentazione del suo nuovo libro, «Papa Francesco, rivoluzione di tenerezza e amore», il Cardinale Kasper ha detto che i cattolici dovrebbero far conoscere ai loro vescovi le loro speranze e le preoccupazioni per il Sinodo. Ma ancora più importante è che dovrebbero pregare che lo Spirito Santo guidi le deliberazioni dei vescovi.

Egli ha detto: «Dobbiamo tutti pregare per questo, perché la battaglia è in corso. Speriamo che il Sinodo sarà in grado di trovare una risposta comune, a larga maggioranza, che non sarà una rottura con la tradizione, ma una dottrina che è uno sviluppo della tradizione. «

Ecco il testo completo della lettera a cui sono seguite le firme di tutti i summenzionati sacerdoti:

«A seguito del Sinodo Straordinario dei Vescovi dello scorso Ottobre 2014 è sorta molta confusione riguardo all’insegnamento della dottrina morale cattolica. In questa situazione vogliamo, come sacerdoti cattolici, ri-affermare la nostra fedeltà incrollabile alle dottrine tradizionali riguardo al matrimonio e il vero senso della sessualità umana, fondata sulla Parola di Dio e insegnata dal Magistero della Chiesa per due millenni. Ci impegnamo nuovamente nel compito di presentare questo insegnamento in tutta la sua pienezza, mentre cerchiamo di raggiungere con la compassione del Signore coloro che fuori lottano per rispondere alle esigenze del Vangelo in un società sempre più secolarizzata. Inoltre si vuole affermare l’importanza di difendere la dottrina tradizionale della Chiesa che interessa la ricezione dei Sacramenti e che la dottrina e la pratica rimangano fermamente ed inseparabilmente in armonia. Esortiamo tutti coloro che parteciperanno al secondo Sinodo in Ottobre 2015 a fare una ferma e netta proclamazione dell’immutabile insegnamento della Chiesa in modo da rimuovere ogni confusione e confermare la Fede.»

 

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INTERVISTA al cardinale Sarah che sta difendendo la dottrina della famiglia. Ai suoi occhi, la visione del matrimonio che vuole imporre l’Occidente è «sconcertante».

Originario della Guinea settentrionale, il cardinale Robert Sarah, 69 anni, è stato nominato nel novembre del 2014 prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. In Vaticano, che ha solo due cardinali africani, consiglia il Papa Francesco per la preparazione del suo primo viaggio nel continente africano, che lo porterà a dicembre in Uganda e nella Repubblica Centrafricana. Fu nominato Vescovo a soli 34 anni da Papa Giovanni Paolo II , creato cardinale nel 2010 da papa Benedetto XVI, egli vuole essere il difensore della chiesa africana e dei suoi 187 milioni di seguaci.

Il divorzio, il matrimonio per tutti, le unioni libere, le famiglie ricomposte … Il concetto di famiglia è cambiata. Il Vaticano ha inviato un questionario ai cristiani di tutto il mondo per interrogarli su questi temi. La Chiesa è pronta per una maggiore apertura?
Ma la Chiesa è già aperta! I divorziati hanno un loro posto, e i loro figli anche, proprio come gli omosessuali, che devono essere accompagnati nella loro fede.

Il problema non è lì. La Chiesa dovrebbe fare di più per seguire i cambiamenti della società?
Penso spesso alla storia di Nabot che possedeva una vigna che veniva bramata dal re Acab. Nabot morì perché si era rifiutato di vendere la sua terra, ereditata dal padre e dai suoi antenati. L’ereditarietà è un tesoro da conservare anche se apparentemente non rappresenta nulla. Perché allora la Chiesa dovrebbe cambiare con il suo ingresso nel terzo millennio? Sulle questioni che lei ha citato, Dio è chiaro. Considera che la matrice della famiglia è composta da un uomo e una donna. Giovanni Paolo II ha parlato in modo inequivocabile su questo e sulla condizione dei risposati. Essi non possono ricevere la comunione.

Vi sentite parte di coloro che hanno fatto sentire la loro voce di dissenso, attaccati alla tradizione, all’ultimo Sinodo sulla famiglia …
Il Sinodo non ha autorità dottrinale, ma solo pastorale. I vescovi producono proposte al papa. Queste sono solo esortazioni. La cura dell’individuo è compito della pastorale, ma la composizione di quella cura è relativa alla dottrina. In ultima analisi, è il Papa che decide. Io sono uno di quelli — e ssamo molti — che non lascerà prevalere la pastorale sopra dottrina. La dottrina è la base senza la quale la casa crolla.

È anche un voler approfondire di più il divario tra la Chiesa e la società?
Se non siamo capaci di riconoscere la forza della dottrina, restiamo pagani. Lì fuori, nel mondo abbiamo ancora dei martiri nel nome di questa dottrina, un esempio lo sono i sacerdoti uccisi in Pakistan o i copti catturai per la loro fede. La visione del matrimonio che vogliono imporci è sconcertante. Ho viaggiato molto e sono inorridito da questa volontà di legiferare e imporre agli altri la visione del mondo occidentale. Inoltre, in Francia, si è manifestato contro questo diktat.

Come africano si vuole porre a guardiano della dottrina?
Gli africani stessi lo sono nonostante la loro povertà. Noi siamo parte della Chiesa. Noi non difendiamo l’Africa, difendiamo l’umanità. Gli ultimi Papi hanno sottolineato l’importanza dell’Africa. Benedetto XVI ha parlato di «polmone della Chiesa»; Paolo VI «la nuova patria di Cristo.» Francesco si recherà in Africa quest’anno. Personalmente, mi impegno contro il ricatto delle Nazioni Unite che vorrebbero imporre cambiamenti contro il pagamento degli aiuti.

Ma si tratta di difendere i diritti delle donne e omosessuali …
Si sta imponendo una visione della famiglia occidentale.

Le religioni, come l’Islam stanno guadagnando terreno in occidente, ma anche in Africa. La Chiesa cattolica sta perdendo. Può permettersi di rifiutare il cambiamento?
La Chiesa non perde nulla! Si è indebolita in Europa, ma ogni anno guadagna fedeli nel resto del mondo. L’Islam è in crescita anche perché offre un ideale. Esso fissa degli obiettivi. Tutta la moralità, tutti i valori cristiani vengono relativizzati. I giovani non hanno punti di riferimento, aumentano i rinvii. Non è attaccando la famiglia che si può salvare la società. Penso anzi che sia vero il contrario. La famiglia è la cellula umana più aggredita in Occidente. Pesano su di essa vincoli finanziari ed economici. Come cristiano, credo che dovremmo mettere Dio al centro della società.

Ma quale discorso politico può portare la Chiesa alla crisi del mondo?
La Chiesa non è qui per dare soluzioni politiche. La nostra lotta è con Cristo, il nostro punto di riferimento è il Vangelo. Penso che la grande crisi che stiamo attraversando sia una crisi antropologica. Al tempo di Cristo ci sono stati anche importanti problemi sociali, grandi crisi. La colonizzazione dell’Impero Romano, per esempio. Cristo non ha detto nulla al riguardo. Era contento di donare un’immagine di Dio, un rifiuto della schiavitù. Una società senza Dio, una società laica non può soddisfare i bisogni umani. Il benessere materiale non soddisfa le sue aspettative.

Ma non è proprio Papa Francesco a fare di tutto una politica?
I media hanno deciso che era un papa politico. Io non la penso così. Se guardiamo la sua carriera, si vede che si è sempre tenuto lontano da movimenti molto impegnati, come per la teologia della liberazione in Sud America. È attaccato alla pastorale. La Chiesa deve formare, guarire, educare, aprire scuole e ospedali, non consegnare messaggi politici. Il sogno della Chiesa non è quello di rendere il mondo giusto. La Chiesa deve essere capace di raccogliere, di riunire.

In Vaticano, in ogni caso, si sta portando avanti un governo di austerità.…
Si stanno intraprendendo riforme fondamentali, in particolare in campo economico. Penso che avranno successo. Condivido anche io una certa avversione per il carrierismo e la tentazione della mondanità.

Questo al Papa ha dato una popolarità incredibile …
Siamo molto felici. Anche se a volte mi dispiace che questo amore sia un po “superficiale. I devoti si affollano per vedere il Papa, per toccarlo, fotografarlo, ma i sacerdoti italiani si accorgono sempre più che le loro chiese si svuotano …

Allo stesso tempo, la curia sembra paralizzata. Si moltiplica quell’atmosfera deleteria del mettersi in «fuga»…
I dicasteri, i nostri ministeri continuano a funzionare. Non c’è paralisi. Resta ancora un degrado umano chi non è in grado di mantenere un segreto, soprattutto per un uomo di Chiesa, che ha il compito di raccogliere la confessione. Non c’è abbastanza rispetto per il Papa.

Ultima indiscrezione, Francesco avrebbe richiamato all’ordine George Pell, il segretario per l’economia …
Conosco molto bene George Pell. Le accuse sul suo stile di vita mi sembrano del tutto infondate. Io vivo altrove in una casa vicina alla sua che è stata completamente restaurata prima del suo arrivo. Le costose opere che gli sono state attribuite non sono realistiche tanto quanto le rimostranze volute da Francesco.

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Mons. Luigi Negri


   

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