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Speciale SINODO sulla Famiglia 2014/15

   

Il Cardinale Muller suggerisce a Papa Francesco di nominare un gruppo di Cardinali per discutere sulle critiche rivolte nei suoi confronti.

L’Ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede afferma che il Papa merita «pieno rispetto» e che però i suoi critici onesti meritano altrettanto una risposta convincente mentre il Vaticano si rifiuta di commentare la correzione filiale fatta al Santo Padre e resa pubblica, Domenica.
 

Per risolvere l’empasse tra Papa Francesco e coloro che hanno serie riserve riguardo il suo insegnamento, il Cardinale Gerhard Müller, ha proposto che una soluzione a questa «situazione grave» potrebbe essere che il Santo Padre possa nominare un gruppo di cardinali che inizierebbe una «disputa teologica» con i suoi critici.  Nel commento del 26 Settembre, il prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede ha dichiarato che una tale iniziativa potrebbe essere condotta con «alcuni prominenti rappresentanti» della dubia, nonché la correzione filiale che è stata resa pubblica domenica.

     Il Cardinale ha affermato che una disputa teologica è un metodo formale di dibattito destinato a scoprire e stabilire le verità nella teologia, tale disputa, riguarderebbe specificatamente «le interpretazioni diverse e talvolta controverse di alcune affermazioni del capitolo 8 di Amoris Laetitia», l’esortazione Apostolica di Papa Francesco sul matrimonio e la famiglia.

     La Chiesa ha bisogno di «più dialogo e fiducia reciproca» piuttosto che «polarizzazione e polemiche», ha proseguito, aggiungendo che il Successore di San Pietro «merita il pieno rispetto per la sua persona e il suo mandato divino, e, invece, le critiche oneste meritano una convincente risposta».

     

«Dobbiamo evitare un nuovo scisma e separazioni da una Chiesa cattolica, il cui principio permanente e fondamento della sua unità e comunione in Gesù Cristo è l’attuale Papa Francesco, e tutti i vescovi in piena comunione con lui»

.




 Il Vaticano non ha commentato la correzione filiale di Papa Francesco, in cui 62 sacerdoti e studiosi laici hanno accusato il Santo Padre di propagare sette posizioni eretiche. I firmatari della correzione hanno deciso di pubblicizzare la procedura molto rara dopo non aver ricevuto alcuna risposta dal Papa, che ha ricevuto il documento l’11 agosto.

I critici, citarono in particolare Amoris Laetitita e «altre parole, atti e omissioni», dicendo che il Papa aveva contribuito a diffondere gravi errori riguardo «il matrimonio, la vita morale e l’accoglienza dei Sacramenti». Il clero e gli studiosi hanno «rispettosamente» insistito sul fatto che Papa Francesco condanni le eresie che ha sostenuto direttamente o indirettamente e che insegni la Verità della Fede cattolica nella sua integrità.

   Il Vaticano ufficialmente non vuole rispondere all’iniziativa, né tentare di affrontare le questioni sostanziali sollevate nella correzione.

Il Vaticano ritiene che una risposta non sia giustificata in quanto la correzione filiale è stata firmata solo da un numero relativamente piccolo (ma che cresce di giorno in giorno n.d.r.) di cattolici che non sono considerati nomi importanti e perché uno di loro è il vescovo Bernard Fellay, superiore generale della Società di San Pio X, che considerano come un rinnegato, responsabile di una fraternità sacerdotale non in piena comunione con Roma.
Dopo aver bloccato l’accesso al sito web di correzione filiale sui propri computer il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke, ha spiegato che è stata una procedura automatica del firewall a mettere in atto questo blocco, come accade, per la sicurezza, in qualsiasi azienda sui propri computer.
 Sarebbe stato ridicolo, ha dichiarato sorridendo a «il Giornale» un blocco per una lettera con 60 nomi.

Si è capito che il silenzio generale è la linea di risposta che ha scelto il Papa e il Vaticano come già accaduto il altre circostanze tra cui i dubia dei quattro cardinali poco più di un anno fa, in cui avevano posto cinque domande volte a chiarire alcune ambiguità in Amoris Laetitia.
  Coloro che sono preoccupati per l’insegnamento del Papa, tuttavia, sostengono che queste questioni sono di fondamentale importanza per la Chiesa.

   Douglas Farrow, professione del pensiero cristiano all’Università McGill di Montreal, ha dichiarato: 
«prescindendo da cosa si pensi sulla saggezza o sulla tempistica di questa «correzione filiale», o ache delle questioni di cui si tratta, non si può negare che la sostanza è solida e che le questioni sollevate sono di fondamentale importanza. Farrow che non ha firmato la correzione, ma che ha partecipato in aprile ad una conferenza a Roma di studiosi laici che hanno chiesto chiarezza su Amoris Laetitia, ha affermato che le questioni sono così serie che richiedono l’attenzione concreta del pontefice e dell’intero episcopato.»

Alcuni riportano erroneamente che la correzione filiale abbia a che fare con quella che i cardinali promossero con i dubia, e si chiedono oggi perché i due cardinali rimasti Burke e Brandmuller non siano tra i firmatari.
    Gli organizzatori hanno sottolineato ch questa iniziativa di correzione filiale non ha nulla che li leghi ai cardinali dei dubia che stanno progettando, come ha dichiarato il cardinal Burke, una vera e propria «correzione fraterna» piuttosto che «filiale» promossa da cardinali, se il Papa continuerà a rimanere in silenzio.

     La «correzione filiale» è stata intrapresa indipendentemente dalle  comunincazioni in corso con il Cardinale Brandmuller e me stesso», ha dichiarato Burke. «Pertanto, il fatto che il mio nome non appaia sulla correzione filiale non ha alcun significato».

Il professor Joseph Shaw, portavoce dell’iniziativa «correzione filiale» ha detto che gli organizzatori «deliberatamente non hanno coinvolto i cardinali dei dubia perché volevano un iniziativa indipendente». 
Per la maggior parte dei cattolici, però, le accuse contro il papa non sono probabilmente da raccogliere, perché questi fedeli mancano di una conoscenza sufficiente della loro fede, secondo Royal.  «Molti cattolici in diversi continenti non hanno la minima conoscenza o comprensione delle basi della fede», ha detto Royal. «La Chiesa ha un enorme compito evangelico che non sarà colmato dal solo parlare di misericordia e di dialogo». «Per la maggior parte delle persone,» ha aggiunto Royal, «temo che questa polemica volerà sopra le loro teste, oltre a confermare la loro impressione che non c’è nulla di veramente solido e incontrastato nell’insegnamento cattolico».

Nel frattempo le adesioni alla correzione filiale aumentano giornalmente, altri 17 sacerdoti e professori hanno messo i loro nomi, compreso quello del vescovo emerito Rene Henry Gracida, 94 anni, di Corpus Christi.

Pubblicato in Correctio Filialis

La Chiesa, spiega il “custode della Fede”, non è padrona dei sacramenti. Chi desidera veramente il sacramento dell’Eucaristia, non può vivere contro gli altri sei, compreso quello matrimoniale.
 

Famiglia, speranza, attesa e riflessioni dopo l’Amoris laetitia. Uno dei pareri più attesi è certo quello del cardinale Gerhard Ludwig Müller che la settimana scorsa ha scelto Oviedo per intervenire al convegno “Che cosa possiamo aspettarci dalla famiglia? Una cultura di speranza per la famiglia dalla Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia“.

Occasione dell’evento la presentazione del libro Rapporto sulla speranza, pubblicato dalla BAC, nella Sala del Seminario di Oviedo.

Nella sua relazione il cardinale ha scelto di iniziare “come fa il Santo Padre” non da una analisi sociologica, ma una presentazione biblica della famiglia. A cominciare dalla storia di Noè dalla quale si capisce che “Dio vuole la salvezza di molti attraverso pochi”.

A proposito della esortazione post sinodale Muller ha detto che “una prima lettura dell’Amoris laetitia ci aiuta a scoprire che il problema della famiglia non è non si riferisce a sforzi individuali, a convinzioni personali o consegne isolate” piuttosto “la grande sfida è quella di superare la mancanza di un ambiente e di una rete di relazioni in cui possono crescere e germogliare il desiderio degli uomini”.

L’Amoris Laetitia”, ha detto il cardinale Müller,ha riassunto la speranza della famiglia attraverso l’esegesi di 1 ° Corinzi 13 e questa intuizione, credo, sia la chiave di lettura del documento. In base a questo, solo alla luce del vero e genuino amore, si può imparare ad amare”.

Papa Francesco propone di costruire una “cultura della famiglia solida”. E la forza è tratto dallo stesso sacramento del matrimonio. È questa la “grande speranza della famiglia”, “il grande dono che ogni famiglia ha ricevuto”, ha detto, “con il quale i coniugi divengono segno efficace dell’amore di Gesù e della sua Chiesa. Il dono ricevuto da Dio a sua volta genera molteplici rapporti, perché il sacramento assume e trasforma il suo amore”.

La Chiesa conosce le difficoltà che comporta questo impegno, e “il rapporto dei coniugi dovrà crescere e maturare”. Le cadute hanno bisogno di perdono. Umanamente, la unione sarà sempre imperfetta e sempre in cammino, ma sacramentalmente il matrimonio da agli sposi la piena presenza tra loro dell’amore di Gesù, e rende il legame d’amore indissolubile fino alla morte, come Cristo e la sua Chiesa. La famiglia, quindi, “è il tema della vita della Chiesa, non perché gli sposi sono particolarmente bravi, intelligenti o giusti, ma perché il matrimonio ha in sé la potenza dell’amore di Cristo, capace di generare un nuovo amore nel mondo”. Il cardinale ha parlato di una “pastorale del vincolo” che il Papa richiama nel testo.

Il cardinale ha ricordato anche che pastoralmente il Papa ha voluto dare una speranza a quelli che hanno vissuto un dramma e la ferita di un secondo matrimonio civile dopo il divorzio con l’accompagnare, il discernere e l’integrazione.

Un invito ad un particolare cammino di conversione per superare il peccato , perché “se la Chiesa perde l’architettura dei sacramenti, perde il dono originale che la sostiene, e non rende visibile l’amore di Gesù”.

A proposito della “nota” sulla comunione ai divorziati-risposati il cardinale chiarisce che, se letta bene, non è in contrasto con la disciplina precedente di Familiaris Consortio e Sacramentun caritatis. In tutto il suo discorso, il cardinale tedesco ha voluto mettere in chiaro, sia alla conferenza, come nel precedente incontro con i giornalisti, chi vuole veramente un sacramento come l’Eucaristia, non può vivere contro altri sacramenti, compreso il matrimonio, perché “chi vive in contrario al matrimonio, si oppone il segno visibile del sacramento del matrimonio”.

Per il Cardinale Müller, nella sua esortazione, “papa Francesco mette in guardia contro due pericoli. Quello di chi vuole solo condannare e si accontenta di una stagnazione che non apre nuove strade e quello di ci vede la soluzione nel trovare eccezioni in singoli casi, negando la rinascita del cuore”. “La sintesi tra fede e vita” è l’obiettivo da seguire nella società per i cristiani, secondo il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede: “dobbiamo aiutare le persone alla ricerca della verità di Dio. E tutto questo non funziona senza una conversione dei cuori”.

Per il cardinale è chiaro che la Chiesa non è il proprietario della Grazia, amministra i sacramenti e non ha l’autorità di cambiare i sacramenti.

Pubblicato in sinodo

Intervento di Sua Eminenza Mons. Negri sull’esortazione apostolica «Amoris Laetitia».

 

Pubblicato in sinodo

Non possiamo mettere da parte la Scrittura, la s. Tradizione e le definizioni dei santi Concili!

Mia riflessione su un testo raccomandato dal Papa a proposito della “Amoris Laetitia”.

Il Papa nel viaggio di ritorno da Lesbo ha raccomandato di leggere le parole del card. Schönborn per capire se coloro che vivono in situazioni irregolari possono ricevere l’Eucaristia, dopo l’Esortazione “Amoris Laetitia”. In tale viaggio al Papa fu presentata la seguente domanda:

“Alcuni sostengono che niente sia cambiato rispetto alla disciplina che governa l’accesso ai sacramenti per i divorziati e i risposati, e che la legge e la prassi pastorale e ovviamente la dottrina rimangono così. Altri sostengono invece che molto sia cambiato e che vi sono tante nuove aperture e possibilità. La domanda è per una persona, per un cattolico che vuole sapere: Ci sono nuove possibilità concrete, che non esistevano prima della pubblicazione dell’Esortazione, o no?” .

Il Papa ha risposto ha tale domanda dicendo:

“Io posso dire: “si”. Punto. Ma sarebbe una risposta troppo piccola. Raccomando a tutti voi di leggere la presentazione che ha fatto il cardinale Schönborn, che è un grande teologo. Lui è stato segretario [in realtà ne è stato e ne è solo membro — ndr] della congregazione per la dottrina della fede e conosce bene la dottrina della Chiesa. In quella presentazione la sua domanda avrà la risposta. ”

Ecco dunque le parole del card. Schönborn nella presentazione della Esortazione Apostolica “Amoris Laetitia” proprio circa l’acceso ai Sacramenti per coloro che vivono in situazioni “irregolari”.

Si pone naturalmente la domanda: e cosa dice il Papa a proposito dell’accesso ai sacramenti per persone che vivono in situazioni “irregolari”? Già Papa Benedetto aveva detto che non esistono delle “semplici ricette” (AL 298, nota 333). E Papa Francesco torna a ricordare la necessità di discernere bene le situazioni, nella linea della Familiaris consortio (84) di San Giovanni Paolo II (AL 298). “Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio” (AL 305). E Papa Francesco ci ricorda una frase importante che aveva scritto nell’Evangelii gaudium 44: “Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà” (AL 304). Nel senso di questa “via caritatis” (AL 306) il Papa afferma, in maniera umile e semplice, in una nota (351), che si può dare anche l’aiuto dei sacramenti “in certi casi”. Ma allo scopo egli non ci offre una casistica, delle ricette, bensì ci ricorda semplicemente due delle sue frasi famose: “Ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore” (EG 44) e l’eucarestia “non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli” (EG 44).

Non è una sfida eccessiva per i pastori, per le guide spirituali, per le comunità, se il “discernimento delle situazioni” non è regolato in modo più preciso? Papa Francesco conosce questa preoccupazione: “comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione” (AL 308). Ad essa egli obietta dicendo: “poniamo tante condizioni alla misericordia che la svuotiamo di senso concreto e di significato reale, e quello è il modo peggiore di annacquare il Vangelo” (AL 311).

Il mio commento alle affermazioni del card. Schönborn:

1) Le parole di Papa Benedetto vanno intese considerando che lui stesso aveva dato principi molto chiari con documenti fondamentali su questo tema, si veda il testo dei documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede a firma del card. Ratzinger in si cui parla precisamente della pastorale dei divorziati risposati e delle regole da osservare a tale riguardo

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19980101_ratzinger-comm-divorced_it.html

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html

Da Papa, lo stesso Ratzinger ha ribadito tali direttive nella “Caritatis Sacramentum” al n. 29 confermandole e, con esse, confermando i testi che hanno dato attuazione a tali direttive nelle varie conferenze episcopali come quelle emanate dalla CEI, in Italia. In questo ambito, partendo dalla Scrittura, la Chiesa aveva, d’altra parte, già fissato norme impreteribili con Concili Ecumenici, e in particolare con il Concilio di Trento: norme circa la Confessione, l’Eucaristia etc. … norme di sommo livello magisteriale ribadite dai Papi ( si vedano anche, ad esempio, i Catechismi di Trento e di s. Pio X) e ribadite anche da Giovanni Paolo II in tanti testi, in particolare nella Esortazione “Reconciliatio et Paenitentia”, in un famoso e importante discorso alla S. Rota, nel 1981, e nel Catechismo della Chiesa Cattolica, come si può ben vedere nei documenti citati, e infine ribadite da Ratzinger. La Chiesa ha già parlato chiaramente e non è possibile mettere da parte tutto questo. La Chiesa è stata fondata, 2000 anni fa, e non oggi. Le ricette lasciamole ai farmacisti e ai cuochi, noi dobbiamo impegnarci a ribadire la sana dottrina e le sue sante norme fissate in modo definitivo dalla Chiesa.

2) Le indicazioni definitive che ci vengono dai documenti indicati al primo punto del nostro commento ci dicono che l’Eucaristia va ricevuta stando in grazia, cioè liberi dal peccato grave, si vedano, in particolare, su questo punto le affermazioni di s. Paolo, gli insegnamenti del Concilio di Trento nel Decreto sul Sacramento della Eucaristia, cap. VII, e tanti altri testi magisteriali che trattano di questo tema, si noti in particolare, a riguardo, quello che affermò Giovanni Paolo II in un discorso alla Rota Romana, nel 1981 “vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma inculcata da san. Paolo e dallo stesso Concilio di Trento, per cui alla degna recezione dell’Eucaristia si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale (Concilio Tridentino, Sess. XIII, cap. 7, e can. 11: Denz.-S. 16471661).” http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1981/january/documents/hf_jp-ii_spe_19810130_penitenzieri-roma.html ; si legga anche, in particolare, quello che afferma su questo tema la “Ecclesia de Eucharistia” di Giovanni Paolo II ai nn. 36 s. e la “Sacramentum Caritatis” di Benedetto XVI al n. 29. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 1385 “Per rispondere a questo invito dobbiamo prepararci a questo momento così grande e così santo. San Paolo esorta a un esame di coscienza: «Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il Corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» ( 1Cor 11,2729 ). Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione.” Ricevere l’Eucaristia in peccato grave è sacrilegio, peccato molto grave; occorre precisare, nei momenti più decisivi, la sana dottrina cattolica definitiva su questo argomento per chiudere decisamente la porta a peccati gravissimi cioè ai sacrilegi e quindi alla Crocifissione di Cristo e per aprire i cuori all’attuazione della sua volontà salvifica.

3) La salvezza richiede la conversione della persona e il pentimento e quindi l’odio al peccato, dolore per i peccati fatti e il proposito di non peccare più, questo è un dato praticamente dogmatico fissato chiaramente dalla Tradizione nella linea dell’insegnamento biblico e in particolare presentato dal Concilio di Firenze, Denz. Hun. 1323 e dal Concilio di Trento Denz. Hun. 1526 s., 1543, 1673 e seguenti, specialmente 1676, 1701 e seguenti, tale insegnamento è stato ovviamente riaffermato nel Catechismo di Trento nn. 247 e seguenti, il Catechismo della Chiesa Cattolica riportando un tale insegnamento definitivo ha affermato al n. 1450 «La penitenza induce il peccatore a sopportare di buon animo ogni sofferenza; nel suo cuore vi sia la contrizione, nella sua bocca la confessione, nelle sue opere tutta l’umiltà e la feconda soddisfazione» [Catechismo Romano, 2, 5, 21; cf Concilio di Trento: Denz. –Schönm., 1673]. 1451 Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è «il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire» [Concilio di Trento: Denz. –Schönm., 1676].” In questa linea va il testo della Familiaris Consortio, n. 84. Facciamo notare che i testi dei Concili suddetti sono dogmatici, presentano delle definizioni circa la fede e / o la morale. Dice il Concilio Vaticano IIQuantunque i vescovi, presi a uno a uno, non godano della prerogativa dell’infallibilità, quando tuttavia, anche dispersi per il mondo, ma conservando il vincolo della comunione tra di loro e col successore di Pietro, si accordano per insegnare autenticamente che una dottrina concernente la fede e i costumi si impone in maniera assoluta, allora esprimono infallibilmente la dottrina di Cristo. La cosa è ancora più manifesta quando, radunati in Concilio ecumenico, sono per tutta la Chiesa dottori e giudici della fede e della morale; allora bisogna aderire alle loro definizioni con l’ossequio della fede .” (Lumen Gentium 25) . Le affermazioni sulla contrizione dei suddetti Concili sono state, come visto, anche presentate in testi di Papi e in Catechismi di Papi, dunque possiamo ritenere che siano entrate anche nel Magistero Ordinario Universale. Con tali affermazioni non siamo noi a mettere condizioni alla Divina Misericordia o ad adulterarla, ma è Dio stesso che, attraverso esse, ci fa capire quando accogliamo la Misericordia davvero e quando resistiamo ad essa. Negare che il pentimento vero con l’odio, il dolore e il proposito siano necessari per la salvezza significa cancellare la Bibbia e la Tradizione. Ovviamente è proprio questa negazione del pentimento nei suoi vari aspetti indicati (odio, dolore e proposito) e quindi la negazione della Bibbia e della Tradizione ad annacquare anzi a mettere da parte il Vangelo per realizzare un nuovo “vangelo” nell’anno 2016. Dire solo che «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44:AAS 105 [2013], 1038) e non precisare il resto della sana dottrina per la quale si richiede l’odio dei peccati, il dolore per essi e il proposito di non più peccare appare facilmente fuorviante, specie se, poi, della Familiaris Consortio scritta da Giovanni Paolo II non si riporta integralmente e con precisione l’affermazione secondo cui : “La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio. La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. IIOmelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).

Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l’impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l’indissolubilità del matrimonio validamente contratto.” …

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: 1650 Oggi, in molti paesi, sono numerosi i cattolici che ricorrono al divorzio secondo le leggi civili e che contraggono civilmente una nuova unione. La Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù Cristo (« Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio »: Mc10,1112), che non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la Legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali. La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza.”

4) La linea seguita dal card. Schönborn, famoso teologo, pur affermando che “questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa” (AL 300), anzitutto non riporta nessuna definizione del Papa Francesco su questi temi, né presenta la dottrina papale come basata sulla S. Scrittura o sulla Tradizione, non spiega cosa intende per esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa e allorché va, come visto, a precisare la disciplina circa l’accesso ai Sacramenti di persone che si trovano in situazioni irregolari, non ribadisce i testi magisteriali di altissimo livello, da me indicati nei punti 1 e 2 e altri che presenterò più in basso, alcuni dei quali affermano la derivazione della loro dottrina dalla S. Scrittura e dalla S. Tradizione, ma afferma:“ Non è una sfida eccessiva per i pastori, per le guide spirituali, per le comunità, se il “discernimento delle situazioni” non è regolato in modo più preciso? Papa Francesco conosce questa preoccupazione: “comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione” (AL 308). Ad essa egli obietta dicendo: “poniamo tante condizioni alla misericordia che la svuotiamo di senso concreto e di significato reale, e quello è il modo peggiore di annacquare il Vangelo ” (AL 311).” Domando: perché non viene ribadito con chiarezza e precisione quello che la Chiesa ha detto finora? Considerato che su questo tema dell’accesso ai Sacramenti da parte dei divorziati risposati la dottrina della Chiesa era stata ormai fissata in modo fermo e praticamente intangibile e che invece con questo Papa si è voluto discutere su di essa, considerato il fatto che il Pontefice stesso ha fatto tenere al card. Kasper l’intervento introduttivo al Concistoro ( http://www.liturgia.it/matrimoniopub/kasper.pdf ), intervento elogiato dal Papa ( http://www.lastampa.it/2014/02/21/vaticaninsider/ita/vaticano/il-papa-elogia-la-teologia-in-ginocchio-di-kasper-PQycdtw2Jkq4gfle1LG6CJ/pagina.html  ), intervento che il card. Kasper ha affermato di avere concordato con il Papa ( http://www.ilfoglio.it/laltro-mondo/2014/09/18/kasper-allattacco-non-mi-trascineranno-in-una-guerra-io-ho-concordato-tutto-con-il-papa___1-vr-121059-rubriche_c140.htm http://ilsismografo.blogspot.it/2014/09/vaticano-il-cardinale-kasper-si-attacca.html  ) ma intervento le cui proposte sono state ampiamente confutate da molti autori cattolici, si legga a riguardo questo ottimo articolo tratto da nvjournal.net http://nvjournal.net/files/essays-front-page/Recenti-proposte-Una-valutazione-teologica.pdf e il testo scritto da ben 5 cardinali di solidissima dottrina intitolato “Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e Comunione nella Chiesa Cattolica” ed. Cantagalli, 2014 , considerato anche l’andamento del Sinodo e considerate le parole del card. Kasper dopo l’uscita della Esortazione Apostolica sulla famiglia “Amoris Laetitia” http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-kasper-divorziati-risposati-il-papa-ha-aperto-la-porta-15969.htm#.Vzcm7XRyzqA mi aspettavo parole molto più forti e chiare da parte della S. Sede e affermo che certamente la linea seguita dalle parole del card. Schönborn se mette da parte i testi che qui sto presentando, è gravemente contraria alla sana dottrina. Faccio notare che testi come questo del card. Schönborn sono super preparati da chi li realizza e normalmente sono concordati con il Papa stesso inoltre chi li ha realizzati in questo caso è anzitutto un famoso teologo che conosce bene la dottrina, ogni parola di questi testi è super pesata per non dire di più di quello che si vuole né di meno … perciò la mancata riproposizione e sottolineatura del Magistero che qui presento se vuole significare il reale accantonamento di esso si oppone gravemente alla sana dottrina ed è scandalosa; mettere da parte i testi magisteriali di altissimo livello, da me indicati nei punti 1 e 2 e altri che presenterò più in basso, alcuni dei quali affermano la derivazione della loro dottrina dalla S. Scrittura e dalla S. Tradizione significa evidentemente seguire una linea che devia gravemente dalla sana dottrina. Va precisato che il card. Schönborn presenta con il Papa il testo di Familiaris Consortio n. 84 come decisivo per il discernimento ma cita un passo della “Amoris Laetitia”, n. 298 in cui si vede bene che il Papa ha riportato tale passo nella “Amoris Laetitia” tagliando la parte decisiva da noi riportata più sopra, quella in cui si afferma, tra l’altro, che solo ai conviventi che per ragioni gravi non possono separarsi e si impegnano a vivere come fratello e sorella si può dare l’assoluzione e l’Eucaristia. Noto anche che la linea seguita dal card. Schönborn, pur famoso teologo, che ha collaborato per la stesura del Catechismo della Chiesa Cattolica, d’altra parte non ribadisce con chiarezza quello che esso dice e con esso la s. Scrittura e la s. Tradizione. Ovviamente il cardinale austriaco sa molto bene che il Catechismo della Chiesa Cattolica, secondo s. Giovanni Paolo II è il frutto di una collaborazione di tutto l’Episcopato della Chiesa Cattolica, il quale ha accolto con generosità il mio invito ad assumere la propria parte di responsabilità in un’iniziativa che riguarda da vicino la vita ecclesiale. Tale risposta suscita in me un profondo sentimento di gioia, perché il concorso di tante voci esprime veramente quella che si può chiamare la « sinfonia » della fede. La realizzazione di questo Catechismo riflette in tal modo la natura collegiale dell’Episcopato: testimonia la cattolicità della Chiesa”. http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_constitutions/documents/hf_jp-ii_apc_19921011_fidei-depositum.html

Se, dunque vuole mettere praticamente da parte affermazioni magisteriali di sommo livello che attengono alla legge divina e al diritto divino, come si vedrà più avanti, la linea seguita dal cardinale si oppone gravemente alla dottrina cattolica dogmatica; chi segue tale linea di accantonamento di affermazioni così importanti si carica di una pesantissima responsabilità dinanzi a Dio e si incammina per una strada che, in quanto volontariamente opposta al diritto divino e alle definizioni tridentine, appare gravemente contraria alla sana dottrina; il Vescovo Emerito di Cracovia, Mons. Pieronek, rispose qualche tempo fa a una domanda che gli era stata posta su questo tema, nel modo seguente: “Monsignor Pieronek, è possibile, dopo il Sinodo, dare la comunione al divorziato risposato civilmente?“No.  Non era possibile prima, non lo è oggi, non lo sarà domani. Il motivo è semplice. La dottrina della Chiesa, su questo punto, è chiara e non modificabile, immutabile. Cambiarla, significa mutare il Vangelo e  sappiamo che questo, salvo cadere in eresia o apostasia, non è pensabile. Cambiarla, inoltre, è un tradimento della tradizione della chiesa cosa che va rispettata gelosamente, e nessuno, sinodo o papa, è autorizzato a fare questo.” http://www.lafedequotidiana.it/tadeusz-pieronek-arcivescovo-emerito-di-cracovia-mai-la-comunione-ai-divorziati-risposati/ Si vedano, in questa linea, affermazioni e testi di sommo livello emanati della S. Sede:
A) S. GIOVANNI PAOLO II
È in questo ambito chiaramente pastorale, come ben avete chiarito nella presentazione dei lavori di questa Assemblea Plenaria, che si inquadrano le riflessioni del vostro incontro, volte ad aiutare le famiglie a scoprire la grandezza della loro vocazione battesimale ed a vivere le opere di pietà, carità e penitenza. L’aiuto pastorale presuppone però che sia riconosciuta la dottrina della Chiesa chiaramente espressa nel Catechismo: “Non è in potere della Chiesa pronunciarsi contro questa disposizione della sapienza divina” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1640).” http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/1997/january/documents/hf_jp–ii_spe_19970124_plenaria-pc-family_it.html

“E tenete presente che vige ancora, e vigerà per sempre nella Chiesa l’insegnamento del Concilio Tridentino circa la necessità della confessione integra dei peccati mortali (Concilio Tridentino,Sess. XIV, cap. 5 e can. 7: Denz.-S. 16791683; 1707); vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma inculcata da san. Paolo e dallo stesso Concilio di Trento, per cui alla degna recezione dell’Eucaristia si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale (Concilio Tridentino, Sess. XIII, cap. 7, e can. 11: Denz.-S. 16471661).”

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1981/january/documents/hf_jp-ii_spe_19810130_penitenzieri-roma.html

“In questa linea giustamente il Catechismo della Chiesa Cattolica stabilisce: « Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione ».(N. 1385; cfr Codice di Diritto Canonico, can. 916Codice dei Canoni delle Chiese Orientali , can. 711.  ) Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, « si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale ».(Discorso ai membri della Sacra Penitenzieria Apostolica e ai Penitenzieri delle Basiliche Patriarcali di Roma (30 gennaio 1981): AAS73 (1981), 203. Cfr Conc. Ecum. Tridentino, Sess. XIIIDecretum de ss. Eucharistia, cap. 7 et can. 11DS 1647, 1661. )

 

B) LA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE 
Di fronte alle nuove proposte pastorali sopra menzionate questa Congregazione ritiene pertanto doveroso richiamare la dottrina e la disciplina della Chiesa in materia. Fedele alla parola di Gesù Cristo(Mc 10,1112: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione(Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1650; cf. anche n. 1640 e Concilio Tridentino, sess. XXIV: Denz.-Schoenm. 17971812. ). Ciò non significa che la Chiesa non abbia a cuore la situazione di questi fedeli, che, del resto, non sono affatto esclusi dalla comunione ecclesiale. Essa si preoccupa di accompagnarli pastoralmente e di invitarli a partecipare alla vita ecclesiale nella misura in cui ciò è compatibile con le disposizioni del diritto divino, sulle quali la Chiesa non possiede alcun potere di dispensa(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1640. )”
http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html

C) IL PONTIFICIO CONSIGLIO PER I TESTI LEGISLATIVI 

“La proibizione fatta nel citato canone, per sua natura, deriva dalla legge divina e trascende l’ambito delle leggi ecclesiastiche positive: queste non possono indurre cambiamenti legislativi che si oppongano alla dottrina della Chiesa. Il testo scritturistico cui si rifà sempre la tradizione ecclesiale è quello di San Paolo: «Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11, 2729) (CONCILIO DI TRENTODecreto sul sacramento dell’Eucaristia: DH 16461647, 1661. ).
….. Tenuto conto della natura della succitata norma (cfr. n. 1), nessuna autorità ecclesiastica può dispensare in alcun caso da quest’obbligo del ministro della sacra Comunione, né emanare direttive che lo contraddicano.”
http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/intrptxt/documents/rc_pc_intrptxt_doc_20000706_declaration_it.html

Le affermazioni di questi testi sono evidentemente fortissime comprendono definizioni dogmatiche di Concili Ecumenici che presentano il diritto divino e la legge divina, metterle da parte, abbandonarle è gravemente contrario alla sana dottrina, nessuno può mettersi al di sopra di Dio! Il card. Caffarra disse a questo riguardo: ammettere i divorziati risposati fuori dei casi  previsti da s. Giovanni Paolo II significa mettersi contro la  dottrina della Chiesa sul matrimonio, sulla sessualità umana, sula Sacramento della Eucaristia e sul Sacramento della Penitenza inoltre una tale ammissione farebbe chiaramente pensare che non esiste un matrimonio indissolubile http://apologetica-cattolica.net/speciale-sinodo/il-card-caffarra-la-comunione-ai-divorziati-risposati-non-puo-essere-data-fuori-dei-casi-indicati-da-s-giovanni-paolo-ii.html

 

Quello che ho detto riguardo al testo del cardinale Schönborn va esteso alla Esortazione Apostolica “Amoris Laetitia” , visto che il Papa ha elogiato le affermazioni del cardinale in questione e visto che il Papa ha affidato a tale prelato, e quindi a tali affermazioni, la presentazione della suddetta Esortazione. Ricordiamo che Papa è il custode della S. Scrittura e della S. Tradizione e le deve appunto custodire e non mettere da parte né cambiare secondo le sue idee: “Il Papa “è soggetto al diritto divino e vincolato dall’ordinamento dato da Gesù Cristo alla sua Chiesa . Il Papa non può modificare la costituzione che la Chiesa ha ricevuto dal suo Fondatore.… La Costituzione della Chiesa appoggia i suoi cardini su un fondamento che viene da Dio e quindi non può essere in balia dell’arbitrio umano.… Come il Concilio Vaticano ha esposto con parole chiare e comprensibili e e come la natura stessa della cosa si manifesta, l’infallibilità è una proprietà che si riferisce solo al supremo Magistero del Papa; e questo coincide con precisamente con l’ambito del Magistero infallibile della Chiesa in genere ed è legato a ciò che è contenuto nella S. Scrittura e nella Tradizione, come pure alle definizioni già emanate dal Magistero ecclesiastico”. (Dichiarazione dei Vescovi tedeschi 1875 , D. H. 3114; testo lodato e approvato da Papa Pio IX con la “Mirabilis illa constantia” del 1875, D. H. 3117). Abbiamo già avuto casi di Papi che hanno affermato cose errate suscitando in certi casi anche notevole scandalo, purtroppo, si pensi ai Papi Onorio (Denz. Hun. 550 ss. 561 ss.) Liberio, secondo s. Girolamo, ( cfr. anche Denz. Hun. 138 ss.) Giovanni XXII (Denz. Hun. 990 s.) ed altri. Domando che si ribadisca la sana dottrina su questioni così importanti nella s. Chiesa; i veri Pastori devono aiutare i fedeli a non commettere il peccato specie se grave soprattutto se gravissimo, come il sacrilegio; il Papa e i suoi collaboratori ribadiscano con chiarezza e forza la sana dottrina e siano giustamente condannati coloro che diffondono errori nella Chiesa di Dio. Chiedo al Signore Gesù Capo della Chiesa che intervenga perché ovunque sia diffonda la santa Verità per la salvezza delle anime.

Concludo ricordando che la Legge di Dio e la sana dottrina vanno ribadite con santa chiarezza e senza ambiguità o deviazioni specie in questi tempi perché la Dottrina è un corpo unico e togliendo qualcosa di fondamentale si disintegra il tutto e anche perché oggi, data anche la grande perversione che si diffonde nel mondo, ogni cedimento viene facilmente interpretato come crollo totale della morale cristiana, cancellazione della sua verità e perpetuità e quindi apertura ad ogni peccato. La certezza e precisione della sana dottrina rende anche più forti i sacri ministri e tutto il popolo di Dio nello scacciare le tentazioni che spingono a cadere nel peccato, quindi rende più luminosa la testimonianza che la Chiesa dà al mondo e allontana il pericolo di scandali. 

Don Tullio Rotondo 

Dottore in S. Teologia 

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Interpretare rettamente la Amoris Laetitia 

Dice il Concilio di Trento (Sess. 6 n.11):
«Nessuno, poi, per quanto giustificato, deve ritenersi libero dall’osservanza dei comandamenti, nessuno deve far propria quell’ espressione temeraria e proibita dai padri sotto pena di scomunica (100), esser cioè impossibile per l’uomo giustificato osservare i comandamenti di Dio. Dio, infatti, non comanda l’impossibile; ma quando comanda ti ammonisce di fare quello che puoi (101) e di chiedere quello che non puoi, ed aiuta perché tu possa: i suoi comandamenti non sono gravosi (102), il suo giogo è soave e il peso leggero (103).»

Dunque è sempre possibile vivere i comandamenti … è eretico pensare che ciò non sia possibile; Dio mai ci abbandona nel peccato ma sempre ci aiuta per uscirne subito, con l’azione e la preghiera! Questa è dottrina cattolica di sommo livello, dogmatico, a differenza della esortazione post-sinodale Amoris Laetitia.
Il seguente testo della Amoris Laetitia va obbligatoriamente interpretato nella luce del testo suddetto del Concilio di Trento, perché è del tutto falso ed errato, e contrario alla sana dottrina pensare che Dio voglia che noi pecchiamo, specie se gravemente, e così crocifiggiamo il suo Figlio, né Dio ci tiene nel peccato ma noi ci teniamo in esso.
Il punto è , come ben sappiamo, essere pronti a perdere tutto e tutto soffrire piuttosto che peccare specie se peccare significa peccare gravemente, ma questo è la carità a realizzarlo in noi; ma Dio comandandoci la carità ce la dona !! Dice la Veritatis Splendor in questa linea:

«Infatti, la Legge Nuova non si contenta di dire ciò che si deve fare, ma dona anche la forza di «fare la verità» (cf Gv 3,21)».…. Continua la Veritatis Splendor ai nn. 5152 «Ma, in quanto esprime la dignità della persona umana e pone la base dei suoi diritti e doveri fondamentali, la legge naturale è universale nei suoi precetti e la sua autorità si estende a tutti gli uomini.» 

Continua la Veritatis Splendor «È giusto e buono, sempre e per tutti, servire Dio, rendergli il culto dovuto ed onorare secondo verità i genitori. Simili precetti positivi, che prescrivono di compiere talune azioni e di coltivare certi atteggiamenti, obbligano universalmente; essi sono immutabili; 94 uniscono nel medesimo bene comune tutti gli uomini di ogni epoca della storia, creati per «la stessa vocazione e lo stesso destino divino».95 

Ulteriormente la Veritatis Splendor: «I precetti negativi della legge naturale sono universalmente validi: essi obbligano tutti e ciascuno, sempre e in ogni circostanza. Si tratta infatti di proibizioni che vietano una determinata azione semper et pro semper, senza eccezioni, perché la scelta di un tale comportamento non è in nessun caso compatibile con la bontà della volontà della persona che agisce, con la sua vocazione alla vita con Dio e alla comunione col prossimo. È proibito ad ognuno e sempre di infrangere precetti che vincolano, tutti e a qualunque costo, a non offendere in alcuno e, prima di tutto, in se stessi la dignità personale e comune a tutti.»

Ecco il testo della Amoris Laetitia 303:  «A partire dal riconoscimento del peso dei condizionamenti concreti, possiamo aggiungere che la coscienza delle persone dev’essere meglio coinvolta nella prassi della Chiesa in alcune situazioni che non realizzano oggettivamente la nostra concezione del matrimonio. Naturalmente bisogna incoraggiare la maturazione di una coscienza illuminata, formata e accompagnata dal discernimento responsabile e serio del Pastore, e proporre una sempre maggiore fiducia nella grazia. Ma questa coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo. In ogni caso, ricordiamo che questo discernimento è dinamico e deve restare sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in modo più pieno.”

Aggiunge S. Alfonso sulla linea del Concilio di Trento
     » È vero, dice S. Agostino, che l’uomo per la sua debolezza non può già adempire alcuni precetti colle presenti forze, e colla Grazia ordinaria, o sia comune a tutti, ma ben può colla Preghiera ottener l’aiuto maggiore, che vi bisogna per osservarli: «Deus impossibilia non jubet, sed jubendo monet et facere quod possis, et petere quod non possis, et adjuvat ut possis» . Eccellere questo testo del Santo, che poi fu adottato, e fatto Dogma di Fede dal Concilio di Trento. Sess. 6. cap. 11. Ed ivi immediatamente soggiunse il S. Dottore: Videamus unde (cioè, come l’Uomo può fare quel che non può?) medicina poterit, quod vitio non potest. E vuol dire, che colla Preghiera otteniamo il rimedio della nostra debolezza, poiché, pregando noi, Iddio ci dona la forza a fare quel che noi non possiamo. Non possiamo già credere, siegue a parlare S. Agostino, che “l Signore abbia voluto imporci l’osservanza della legge, e che poi ci abbia imposta una legge impossibile; e perciò dice il Santo, che allorché Dio ci fa conoscere impotenti ad osservare tutt’i suoi Precetti, Egli ci ammonisce a far le cose facili colla grazia ordinaria, che ci dona, ed a far poi le cose difficili coll’aiuto maggiore, che possiamo impetrare per mezzo della Preghiera: «Eo ipso quo firmissime creditur Deus impossibilia non potuisse praecipere, admonemur et in facilibus quid agamus, et in difficilibus quid petamusr» 30. Ma perché (dirà taluno) ci ha comandato Dio cose impossibili alle nostre forze? Appunto per questo, dice il Santo, acciocché noi attendiamo ad ottener coll’Orazione l’aiuto per fare ciò che non possiamo: Jubet aliqua, quae non possumus, ut noverimus quid ab illo petere debeamuss 31. Ed in altro luogo: Lex data est, ut gratia quaereretur, gratia data est, ut lex implereturt. La legge non può osservarsi senza la grazia, e Dio a questo fine ha data la legge, acciocché noi sempre lo supplichiamo a donarci la grazia per osservarla. In altro luogo dice: Bona est lex, si quis ea legitime utatur. Quid est ergo legitime uti lege? E risponde: Per legem agnoscere morbum suum, et quaerere ad sanitatem Divinum adjutoriumu. Dice dunque S. Agostino, che noi dobbiamo servirci della legge, ma a che cosa? a conoscere per mezzo della legge (a noi impossibile) la nostra impotenza ad osservarla, acciocché poi impetriamo col pregare l’aiuto Divino, che sana la nostra debolezza.

    Lo stesso scrisse S. Bernardo dicendo: Qui sumus nos, aut quae fortitudo nostra, ut tam multis tentationibus resistere valeamus? Hoc erat certe, quod quaerebat Deus, ut videntes defectum nostrum, et quod non est nobis auxilium aliud, ad ejus Misericordiam tota humilitate curramusv. Conosce il Signore, quanto utile sia a noi la necessità di pregare, per conservarci umili, e per esercitare la confidenza; e perciò permette che ci assaltino nemici insuperabili dalle nostre forze, affinché noi colla Preghiera otteniamo dalla sua Misericordia l’aiuto a resistere. Specialmente avvertasi, che niuno può resistere alle tentazioni impure della carne, se non si raccomanda a Dio, quando è tentato. Questa nemica è sì terribile, che quando ci combatte, quasi ci toglie ogni luce; ci fa scordare di tutte le meditazioni, e buoni propositi fatti, e ci fa vilipendere ancora le verità della Fede, quasi perdere anche il timore de» castighi Divini: poiché ella si congiura coll’inclinazion naturale, che con somma violenza ne spinge a» piaceri sensuali. Chi allora non ricorre a Dio, è perduto. L’unica difesa contro quella tentazione è la Preghiera, dice S. Gregorio Nisseno: Oratio pudicitiae praesidium est.

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La comunione ai divorziati risposati non si poteva dare prima, non la si può dare oggi, non si potrà domani”: lo dice senza tentennamenti, monsignor Tadeusz Pieronek, già segretario generale della conferenza episcopale polacca, docente di teologia alla Jagellonica, esperto in diritto canonico e soprattutto grande amico di Giovanni Paolo II. Con lui parliamo del recente Sinodo sulla famiglia, per poi passare  anche all’ attualità polacca che si interseca con quella europea.

Monsignor Pieronek, è possibile, dopo il Sinodo, dare la comunione al divorziato risposato civilmente?

No.  Non era possibile prima, non lo è oggi, non lo sarà domani. Il motivo è semplice. La dottrina della Chiesa, su questo punto, è chiara e non modificabile, immutabile. Cambiarla, significa mutare il Vangelo e  sappiamo che questo, salvo cadere in eresia o apostasia, non è pensabile. Cambiarla, inoltre, è un tradimento della tradizione della chiesa cosa che va rispettata gelosamente, e nessuno, sinodo o papa, è autorizzato a fare questo. Noi non possiamo inventare niente, tutto è scritto. Il Sinodo, poi, è un organismo di consultazione senza alcun potere di decisione. In quanto alla comunione al divorziato risposato va detto che il divorzio è rottura col sacramento, dunque come conciliare rottura con la comunione? Chi si divorzia e risposa civilmente avendo chiaro quello che fa, è nel peccato, si ribella a Dio e la comunione a chi non è in stato di grazia non è amministrabile”.

In Polonia aumentano gli esorcisti, sino ad arrivare ad un giornale apposito, come mai?

Oggi il diavolo cammina libero,  è scatenato. Questo dipende dalla fede debole o dai dubbi che abbiamo, e tanto più siamo deboli nella fede, tanto più Satana ne approfitta e si mostra. Lo dimostra la caduta dei valori cristiani specie in Occidente e la progressiva secolarizzazione o peggio scristianizzazione dei costumi, in tanti campi del vivere sociale”.

Il demonio è entrato anche nella chiesa cattolica?

L’azione di Satana è volta a distruggere la Chiesa ed ovviamente non ce la farà, ma ci prova sempre. Satana è per natura contro la Chiesa e a volte, come accade, si avvale di uomini di Chiesa per seminare zizzania”.

 In Polonia la chiesa cattolica esercita ancora il suo peso, però..

Io non faccio politica. Penso, tuttavia, alle recenti elezioni nel mio Paese.  Il partito liberale che era al governo, si è appiattito troppo a sinistra, seguendo senza alcuna obiezione le direttive dell’ Europa che oggi non si confanno spesso ai valori cristiani e alla tradizione cattolica e del nostro paese. E noi come polacchi dobbiamo anche guardare alle nostre particolarità. Come cittadini europei abbiamo non solo la facoltà, ma direi anche il dovere di ribellarci pacificamente a questa Europa che oggi è guidata su basi diverse da quelle che volevamo e in opposizione ai valori cristiani, molto attenta  solo alle oligarchie finanziarie, poco ai poveri  veri. Questa Europa non tiene conto dei valori cristiani anche nelle sue leggi. Poi sono riusciti poco alla volta a islamizzare il continente, ci troviamo davanti ad una invasione islamica”.

Orban fa bene?

“Con i suoi tanti limiti, cerca di salvare la cristianità dell’ Europa”.

Il suo pensiero sui diritti alle coppie gay?

” La dottrina e la tradizione sono chiare sul punto, alla pari del catechismo, che andrebbe studiato maggiormente. Chi vive in coppia gay o etero, ma senza matrimonio, sapendo bene quello che fa, è nel peccato. Dunque non può prendere la comunione”.

Fonte: La Fede Quotidiana

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Attenzione! Il Sinodo 2015 è organo consultivo che collabora con il Papa, ha certamente la sua importanza, ma non è certamente da porre al livello del Magistero Sommo, cioè papale, della Chiesa . Dunque , va considerato che NELLA «RELATIO» NON C’E» NESSUN RIFERIMENTO ALLA COMUNIONE PER I DIVORZIATI RISPOSATI E TUTTO VA LETTO IN RIFERIMENTO AL MAGISTERO DI GIOVANNI PAOLO II E ALLA DOTTRINA CATTOLICA come ha detto in questa intervista il card. Pell 

Ma poi va precisato che il Sinodo in questione non tocca e non poteva toccare il Magistero Papale già fissato che perciò rimane del tutto cogente anche ora per sé stesso. 
Il Codice di Diritto Canonico afferma. 
Can. 342 — Il sinodo dei Vescovi è un’assemblea di Vescovi i quali, scelti dalle diverse regioni dell’orbe, si riuniscono in tempi determinati per favorire una stretta unione fra il Romano Pontefice e i Vescovi stessi, e per prestare aiuto con i loro consigli al Romano Pontefice nella salvaguardia e nell’incremento della fede e dei costumi, nell’osservanza e nel consolidamento della disciplina ecclesiastica e inoltre per studiare i problemi riguardanti l’attività della Chiesa nel mondo.
 Can. 343 — Spetta al sinodo dei Vescovi discutere sulle questioni da trattare ed esprimere propri voti, non però dirimerle ed emanare decreti su di esse, a meno che in casi determinati il Romano Pontefice, cui spetta in questo caso ratificare le decisioni del sinodo, non gli abbia concesso potestà deliberativa.

Dunque la dottrina cattolica, fissata nel Magistero Papale è rimasta intatta e cogente!!

Preghiamo perché il Papa nei suoi prossimi interventi e nella eventuale esortazione post-sinodale, ribadisca con forza la dottrina cattolica fissata dai Papi e dai santi Concili.

Don Tullio Rotondo 

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IL CARDINALE PELL: NELLA «RELATIO» NON C’E» NESSUN RIFERIMENTO ALLA COMUNIONE PER I DIVORZIATI RISPOSATI E TUTTO VA LETTO IN RIFERIMENTO AL MAGISTERO DI GIOVANNI PAOLO II E ALLA DOTTRINA CATTOLICA
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In una intervista pubblicata dal Catholic News Service il card. Pell ha detto cose molto importanti circa la Relatio Finale del Sinodo sulla famiglia appena concluso 

Ecco il passo fondamentale dell’intervista che potete ascoltare in inglese  qui  


 

«I testi  sono stati sostanzialmente FRAINTESI
Prima di tutto NON C’E» ALCUN RIFERIMENTO, sia nel paragrafo 85 che in ogni altra parte del documento, ALLA COMUNIONE PER I DIVORZIATI RISPOSATI
QUESTOFONDAMENTALE
E POI nel paragrafo 63 c’è una sezione adeguata sulla comprensione appropriata di cosa s’intenda per “RETTA COSCIENZA» che deve essere formata alla luce della Parola di Dio. 
E il DISCERNIMENTO che viene incoraggiato, nel paragrafo 85, deve essere basato, in questa materia particolare, sull’INTERO INSEGNAMENTO DELLA FAMILIARIS CONSORTIO DI S. GIOVANNI PAOLO II e — dice un altro riferimento — SULLINSEGNAMENTO DELLA CHIESA
Sarebbe stato di grande aiuto se ci fosse stata maggior chiarezza, ho pensato al momento. Ma NON C’E» NULLA nei paragrafi, così come stanno, che sia ERETICO o falsa dottrina o che sostenga una pratica falsa.
Credo che sia ESSENZIALE PER NOI, per andare avanti, come comunione UNITI ATTORNO AL BUON DIO, il fatto di NON DISTORCERE l’insegnamento di questo Sinodo, sia che ci piaccia sia che non ci piaccia, sia che ci piaccia in un altro modo. 
Non dobbiamo né esagerarlo, né diminuirlo, ma prenderlo così come è. E COSI COMEIL TESTOPIENAMENTE IN CONFORMITA» CON GLI INSEGNAMENTI  E LE PRATICHE FONDAMENTALI DELLA CHIESA».

Ringraziamo Dio per questa piena conformità di tale Relatio con gli insegnamenti e le pratiche fondamentali della Chiesa.

Preghiamo perché il Papa ribadisca con forza l’insegnamento tradizionale della Chiesa nella sua eventuale esortazione post-sinodale. 

Don Tullio Rotondo 

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Sul sito Lifesitenews è stato pubblicato il poderosissimo intervento di mons. Peta, arcivescovo di Astana.

Eccone una nostra traduzione 

 Intervento del Vescovo di Astana nel Sinodo (10 ottobre 2015)  
Il beato Paolo VI ha detto nel 1972 , “da qualche fessura il fumo di satan è entrato nel tempio di Dio” . Sono convinto che queste erano parole profetiche del santo Papa , autore della Humanae Vitae, durante il Sinodo, l’anno scorso, il fumo di satana stava cercando di entrare nell’aula Paolo Vi.
In particolare :
1) la proposta di ammettere  alla Santa Comunione coloro che sono divorziati-risposati;
2) l’affermazione che la convivenza è una unione che può avere in essa stessa dei valori
3) la difesa della omosessaulità come qualcosa che è normale.
Alcuni padri sinodali non hanno capito correttamente l’appello del Papa ad una discussione aperta discussione a cominciarono a  a portare avanti idee che contraddicono la bimillenaria Tradizione della Chiesa fondata nella Parola di Dio. Sfortunatamente si può anche percepire la puzza di questo fumo  infernale in alcuni passi dell» “Instrumentum laboris” e anche in alcuni interventi di alcuni Padri del Sinodo si questo anno. Per me il compito fondamentale del Sinodo consiste nel riaffermare il Vangelo del matrimonio e della famiglia e cioè l’insegnamento del nostro Salvatore . Non è permesso distruggere il fondamento, distruggere la Roccia. Possa lo Spirito Santo, che sempre vince nella Chiesa, illuminare tutti noi per  cercare il vero bene per le famiglie e per  il mondo. Maria, Madre della Chiesa, prega per  noi. 
+ Tomas Peta
Arcivescovo di Astana 

Fonte: https://www.lifesitenews.com/opinion/archbishop-peta-we-can-perceive-the-infernal-smoke-in-synod-interventions

Ringraziamo Dio e facciamo anche i nostri complimenti a questo Arcivescovo per le sue poderosissime parole in cui sentiamo forte la presenza dello Spirito Santo; ci sembra di risentire in questo intervento la voce dei grandi Vescovi , santi, Dottori della Chiesa che hanno illuminato il mondo con la loro forza, chiarezza, carità e sapienza.

Preghiamo perché la santa Verità che il Magistero della Chiesa ha diffuso in questi 2000 anni e indicata da questo Arcivescovo sia ribadita con forza in questo Sinodo e dal santo Padre per la maggior gloria di Dio.

Signore Gesù abbi pietà di noi.

Maria SS.ma Madre della Chiesa, prega per noi.

S. Michele arcangelo prega per noi.

Don Tullio Rotondo 

 

Pubblicato in sinodo

Dieci prelati africani si sono alzati in piedi contro un approccio pastorale alle nuove sfide per il matrimonio e la famiglia che potrebbe effettivamente modificare la dottrina della Chiesa.

Hanno redatto un testo, pubblicato da Ignatius Press, con il sottotitolo «L’Africa — La nuova patria di Cristo» con la prefazione del cardinale Francis Arinze, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino.
     Nel libro, cardinali e vescovi provenienti dalla regione africana, affrontano i principali temi del prossimo Sinodo sulla Famiglia cercando di far luce sulle carenze dell’Istrumentum laboris (documento di lavoro) e sottolineando l’importanza della formazione dei cristiani; affrontando anche temi scottanti per la loro terra come la poligamia e i matrimoni interreligiosi.
     Soprattutto vogliono ribadire l’importanza per il loro continente di affrontare le tendenze della secolarizzazione e affermando che la Fede forte è la migliore risposta.       I collaboratori del libro sono il Cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino; il Vescovo Barthélemy Adoukonou, Segretario del Pontificio Consiglio della Cultura; l’Arcivescovo Denis Amuzu-Dzakpah di Lomé;il Cardinale Philippe Ouedraogo di Ouagadougou; il Cardinale Berhaneyesus Souraphiel di Addis Abeba; il Cardinale Christian Tumi, l’Arcivescovo emerito di Douala; l’Arcivescovo Antoine Ganye di Cotonou; Il cardinale Théodore-Adrien Sarr, l’Arcivescovo emerito di Dakar; l’Arcivescovo Samuel Kleda di Douala; e il Cardinale Jean-Pierre Kutwa di Abidjan.

    La prima parte del libro è costituita di due saggi del cardinal Sarah e il Vescovo Adoukonou che criticano l’istrumentum laboris dell’imminente Sinodo.
Entrambi hanno evidenziato numerose carenze presenti, a detta loro, in un «linguaggio scivoloso» e in «espressioni traditrici» dove hanno anche sottolineato il ruolo che i media hanno giocato fin dall’apertura del Sinodo.
     Secondo il cardinale Sarah, «la copertura mediatica di questo dibattito dà l’impressione che, da un lato, ci sono quelli che sono a favore della “dottrina chiusa» e, d’altra parte, coloro che sono per “apertura pastorale». »

Ma — ha sottolineato il cardinale — «in realtà, non c’è nessun partito dottrinale contrario ad un partito pastorale; invece, entrambe le parti sostengono di essere attaccati alla dottrina perenne della Chiesa e vogliono una prassi pastorale per esprimere la misericordia di Dio verso tutti … Potrebbe esserci mai qualcuno che sosterrebbe la prosecuzione di una certa prassi pastorale che, se cambiata, significherebbe ipso facto modificare la dottrina?

Il cardinale Sarah ha aggiunto che «i nuovi sviluppi nella pratica pastorale non significherebbero cambiare la dottrina, ma piuttosto permetterebbero alla Chiesa di evidenziare il cuore dell’amore di Dio in modo più evidente e accessibile.» Lui replica, tuttavia, che tali «sviluppi» sarebbero «un sorta di “misericordia» vuota, che non porta a nulla, ma permette di vedere più in profondità il male «.

Il cardinale Sarah ha anche evidenziato alcune «perplessità» sollevate dal documento di lavoro del Sinodo, in particolare quella che sembra proporre il matrimonio civile come una preparazione al matrimonio sacramentale.

Secondo il Cardinale Sarah, «la mancanza di una posizione chiara e tutta la confusione che si nota nella Synodi relatio sono segni evidenti, non solo di una profonda crisi di Fede, ma anche di una crisi altrettanto profonda nella prassi pastorale: i pastori esitano ad affermare chiaramente una direzione. »

L’Instrumentum laboris, ha detto, riflette il malessere della Chiesa in Occidente, e che sono stati la Chiesa per consentire i divorziati e risposati, a ricevere la Comunione, «perché dovremmo rifiutare i fedeli laici che era diventato poligama? Ci sarebbe anche necessario rimuovere “adulterio» dalla lista dei peccati «.

Il vescovo Adoukonou ha scritto che «la limitazione metodologica fondamentale che si osserva nel documento sta nel fatto che essa utilizza le risorse di quasi tutte le scienze umane e sociali per mettere in contesto il tema della famiglia oggi senza portare alla luce lo sfondo più importante, vale a dire, le scelte storiche che hanno portato a questo disastro.»

E ha aggiunto: «Per il bene di attirare le persone, non mettiamoci in situazioni che potrebbero compromettere i nostri valori, sotto l’illusione di essere aperti al mondo in quel modo.»

L’arcivescovo ritiene «inaccettabile» l’idea, contenuta nel documento di lavoro del Sinodo , secondo cui: «Il Vangelo in sé è un peso da cui la Chiesa, per pietà, dovrebbe sforzarsi di alleviare ai nostri poveri contemporanei» si spinge fino a suggerire che una sezione del documento «contiene elementi che sono altamente discutibili e persino in contraddizione con la dottrina cattolica».

Ma la vera, logica finale del libro è quello di impostare il nucleo delle famiglie che vogliono vivere pienamente la loro vocazione come famiglie cristiane.

«Le belle famiglie cristiane che eroicamente vivono i valori esigenti del Vangelo sono oggi le vere periferie del nostro mondo in questa nostra società che sta attraversando la vita come se Dio non esistesse», ha affermato il cardinale Sarah.

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Intervistato ieri dal Corriere della Sera, l’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, ha parlato a 360 gradi di Chiesa, Sinodo, famiglia, matrimonio. Quello di Scola è un importante e interessante contributo di pensiero, in un periodo in cui, dice lo stesso cardinale, si tende a «pensare poco».

FRANCESCO E BENEDETTO.
Scola, innanzitutto, smonta la contrapposizione tra i due Papi. «Ratzinger è un “umile servitore della vigna” e Francesco non è per nulla un populista. È un grande uomo di fede che, fin dal primo giorno, ha innovato in due direzioni. Ha capito che se non ci si coinvolge di persona non si risulta autorevoli; per questo papa Francesco dà grande importanza ai gesti».
Piuttosto, prosegue Scola, bisogna stare attenti alle «strumentalizzazioni esterne, che potrebbero reintrodurre nella Chiesa una logica ideologica, in un momento in cui c’è più che mai bisogno di “mescolare le carte”, di superare le sterili dispute, di ascoltarsi reciprocamente. Se invece si ricade nella logica degli schieramenti contrapposti: “Ecco, avevamo ragione noi che dicevamo certe cose prima”, oppure “No, questo non si deve neppure dire”, è finita. Questa è la sfida che tocca alla Chiesa italiana».

COMUNIONE A DIVORZIATI RISPOSATI.
A proposito del recente provvedimento sulla nullità matrimoniale e la questione della riammissione alla comunione dei divorziati risposati, a una precisa domanda, Scola risponde così: «Resta una differenza qualitativa tra i due problemi. Un conto è snellire la verifica di nullità, cosa che il Santo Padre ha già fatto con il motu proprio, un conto è riammettere alla comunione sacramentale i divorziati risposati, perché la verifica della nullità non ha mai un esito scontato. Se si appura che il matrimonio c’era, c’è. Il rapporto tra Cristo e la Chiesa, entro il quale i due sposi esprimono davanti alla comunità cristiana il loro consenso, non è un modello esteriore da imitare. È il fondamento del matrimonio che nasce. Io, sposo, non potrei mai fondare il “per sempre”, l’indissolubilità, sulle sabbie mobili della mia volontà. E come posso fidarmi in maniera definitiva che mia moglie mi sarà fedele sempre? Cosa succede nel consenso reciproco espresso all’interno dell’atto eucaristico? Che io voglio il dovere del “per sempre” e decido non sulla base della mia fragile volontà, ma radicandomi nel rapporto nuziale tra Cristo e la Chiesa. È questo che, attraverso il sacramento, fonda il matrimonio».

FEDE NON È FATTO INDIVIDUALISTICO.
Il giornalista Aldo Cazzullo gli chiede se la nullità del matrimonio legato alla mancanza di fede non sia, di fatto, un «ammorbidimento del vincolo», e il cardinale risponde così: «È chiaro che la dimensione soggettiva della fede non è verificabile: io non mi posso permettere di giudicare quanta fede hai o non hai tu. Però la fede non è un fatto individualistico, è inserita organicamente nella comunione. Gesù ha detto: “Quando due o tre di voi si riuniranno in nome mio io sono in mezzo a loro”. L’Eucaristia è il vertice espressivo di questa natura comunionale della fede. Pertanto, rispettando fino in fondo la coscienza di ogni singolo, si può valutare se egli intende o meno fare ciò che la Chiesa fa quando unisce due in matrimonio. L’urgenza prioritaria, per me, è che il Sinodo possa suggerire al Santo Padre un intervento magisteriale che unifichi semplificandola la dottrina sul matrimonio. Un intervento teso a mostrare il rapporto tra l’esperienza di fede e la natura sacramentale del matrimonio».

CARRON, DIALOGHI E MURI.
Infine, Cazzullo chiede a Scola cosa ne pensi delle parole di don Julian Carron, responsabile di Comunione e liberazione, che in una recente intervista sempre al Corriere, aveva detto, riassume il giornalista, che «sulle unioni omosessuali serve il dialogo, non il muro». L’arcivescovo spiega: «Ho già detto che nel riconoscimento pieno della dignità personale di quanti provano attrazione per lo stesso sesso anche noi cristiani siamo stati un po’ lenti. Ma la famiglia è qualcosa di unico, con una fisionomia molto specifica, legata al rapporto fedele e aperto alla vita tra un uomo e una donna. Non reputo conveniente una legislazione che, nei principi o anche solo nei fatti, possa produrre confusione a questo livello. Tra l’altro non sono molto convinto che lo Stato debba occuparsi direttamente di queste cose e sono anche un po’ seccato di fronte a questo Parlamento europeo, perché non ha il diritto di premere sui singoli Stati in favore di una normativa in campo etico. Ho piuttosto l’impressione che, essendo povero di poteri reali, si occupi di queste cose a sproposito, senza tener conto delle differenze tra gli Stati. L’Italia non è certo la Svezia o l’Olanda».

TESTIMONIANZA PUBBLICA.
Per questo, conclude Scola, i cattolici dovrebbero far sentire di più la propria voce «attraverso la testimonianza, anche pubblica, del bell’amore. Bisogna distinguere bene la questione delle unioni omosessuali dalla famiglia, essendo però estremamente attenti al percorso che le persone con questa attrazione compiono. Qualche giorno fa ho ricevuto esponenti di una associazione molto interessante, Courage, promossa nel 1980 dal cardinal Cooke, allora arcivescovo di New York. Persone che si impegnano a vivere la castità in questo tipo di attrazione…».

Fonte: Tempi.it

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Chiarimento necessario in attesa del Sinodo sulla Famiglia del 2015
 

Se si può comprendere un ateo che critica la posizione della Chiesa Cattolica sul divorzio e sul divieto di accedere all’Eucarestia per i divorziati sposati con rito civile, non si capisce assolutamente la critica sollevata da molti che si dicono cattolici.

Partiamo dal presupposto che se uno dice di essere cattolico sa cos’è la Fede cattolica, conosce cioè i dettami alla base della stessa ed i principi a cui la Chiesa deve rifarsi. Conosce quindi il Catechismo. Conosce il Magistero. Almeno conosce i tratti fondamentali di quel che sostiene di credere.

Dato questo presupposto, riassumiamo in breve (per quanto possibile) quel che da sempre è la legge sul matrimonio e sull’Eucarestia.

Fondamentale è, in primis, ricordare, e purtroppo mi rendo conto ce ne sia spesso il bisogno, che «il matrimonio non fu istituito né restaurato dagli uomini, ma da Dio; non dagli uomini ma da Dio, autore della natura, e da Gesù Cristo, Redentore della medesima natura, fu presidiato di leggi e confermato e nobilitato. Tali leggi perciò non possono andar soggette ad alcun giudizio umano e ad alcuna contraria convenzione, nemmeno degli stessi coniugi» (Pio XI, Casti connubii, 31.12.1930).

     E tra quelle leggi ricordate da Pio XI ce ne sono alcune in cui Cristo certifica l’indissolubilità del matrimonio e condanna senza mezzi termini divorzio e seconde nozze: «Fu anche detto: — Chiunque rimanda la propria moglie, le dia il libello del divorzio. — Io invece dico a voi: — Chiunque manda via la propria moglie, salvo il caso di fornicazione, la rende adultera, e chiunque sposa la donna mandata via, commette adulterio» (Mt 5, 3132); «Allora i Farisei andarono a trovarlo, e per tentarlo gli domandarono: “È lecito mandar via la propria moglie per qualunque motivo?”. Egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: — Per questo lascerà l’uomo suo padre e sua madre e si unirà con sua moglie e i due saranno una sola carne-? Perciò essi non sono più due, ma una sola carne. Non divida dunque l’uomo quello che Dio ha congiunto”. “Perché dunque,” gli chiesero “Mosè prescrisse di darle il libello del ripudio e di mandarla via?”. Rispose loro. “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi permise di ripudiare le vostre mogli; ma da principio non era così. Io poi vi dico che chiunque mandi via sua moglie, salvo il caso di fornicazione, e ne sposa un’altra, commette adulterio, e chi s’ammoglia con la donna ripudiata, diventa adultero» (Mt 19, 39); cfr. anche Mc 10, 212 e Lc 16, 18.

     Impossibile dunque continuare a cercare un modo per sostenere che non è possibile riportare a Gesù la condanna del divorzio e delle seconde nozze e che fu la Chiesa a inventare tutto, così sostenendo anche che la Chiesa ha manipolato a proprio piacimento il “vero” insegnamento di Cristo.
Gesù Cristo condanna con chiarezza e forza «il divorzio, come causa di peccati e di dissoluzione. Egli condanna ogni degradazione dei sensi e riconduce il matrimonio alla sua nobiltà; ridona alla donna la sua dignità, negando con forza che ella sia oggetto di piacere o termine di ammirazioni sensuali o sentimentali … Toglie ogni pretesto anche legale alla corruzione e alla degradazione della donna e abolisce la legge del ripudio; vuole che la donna sia regina e madre nella casa e non sia come un oggetto di divertimento che si desidera e si abbandona come si vuole»[1].
     Nella Sua infinita sapienza, si rifà alle parole della Genesi (2, 24) che determina la natura del matrimonio e chiarisce che «non si trattava di un’unione capricciosa o accidentale di due creature, ma di un’unione intima, così piena da formare come una sola carne, benedetta da Dio per attuare la riproduzione e la conservazione del genere umano. L’uomo, dunque, non poteva separare ciò che Dio ha congiunto con una legge di provvidenza e di amore che è sacra»[2].

     Il Magistero della Chiesa Cattolica, dunque, non può che essersi attenuto a quel che il suo Fondatore ha insegnato e ha ribadito con chiarezza lungo il corso dei secoli[3].
Da tutto quanto riportato appare chiaro che il divorzio è da considerare una grave offesa al sacramento del matrimonio[4], ma ancor prima alle parole stesse di N.S. Gesù Cristo che ordinò «non divida dunque l’uomo quello che Dio ha congiunto».
     Ulteriore e indiscutibile conseguenza di questi dettami di Cristo, almeno per uno che si dice cattolico, è che la grave offesa procurata al sacramento del matrimonio con il divorzio e le seconde nozze “rate e consumate” pone chi l’ha fatta nella condizione di peccato mortale.
Il Catechismo di San Pio X ci insegna che «il peccato mortale è una disubbidienza alla legge di Dio in cosa grave, fatta con piena avvertenza e deliberato consenso» (can. 143) e che la grazia di Dio perduta per il peccato mortale «si riacquista con una buona confessione sacramentale o col dolore perfetto che libera dai peccati, sebbene resti l’obbligo di confessarli» (can. 146).
Sempre il Catechismo di San Pio X ci insegna che «essere in grazia di Dio significa avere la coscienza monda da ogni peccato mortale» (can. 336).
Tutta questa premessa è utile a riassumere alcuni punti fondamentali della dottrina cattolica, che, ribadisco, chi si dice cattolico dovrebbe conoscere; punti necessari anche per poter capire perché una persona che ha divorziato e poi si è sposata con rito civile con un altro/a partner non è in grazia di Dio.
     Non è palese che, se Gesù ha condannato il divorzio, ammonendo l’uomo di non dividere ciò che Dio ha unito, se Gesù ha chiamato adultero/a chi, ripudiati la moglie o il marito, si congiunge con altra persona, chi contravviene ai Suoi insegnamenti ed alle Sue prescrizioni in modo grave cade nella condizione di peccato mortale? Possibile ci sia chi si dice cattolico e gli sembra strano quanto ricordato?

 

Data però la certezza di quanto sopra riportato, arriviamo al centro del nostro discorso.
Alla base del dubbio sul divieto di accedere all’Eucarestia per i divorziati sposati civilmente non c’è tanto la non conoscenza approfondita della dottrina sul matrimonio, quanto (peggio) la mancata conoscenza di cosa sia l’Eucarestia. O, forse, in alcuni casi, il non volerlo vedere. Altrimenti non si spiega.
Se, infatti, uno sa cos’è l’Eucarestia, Chi c’è nell’Eucarestia, come fa a sostenere che chi è in peccato mortale possa avvicinarsi a questo Sacramento?


Misteri della vita. O, forse, semplicemente effetti della crisi della e nella Chiesa.
È necessario un piccolo sunto.
Sempre riportandosi al Catechismo di San Pio X, studiamo che l’Eucaristia «è il sacramento che, sotto le apparenze del pane e del vino, contiene realmente Corpo, Sangue, Anima e Divinità del Nostro Signor Gesù Cristo per nutrimento delle anime» (can. 316) e che «nell’Eucaristia c’è lo stesso Gesù Cristo che è in cielo, e che nacque in terra da Maria Vergine» (can. 322)[5]. Inoltre sappiamo che «sotto le apparenze del pane c’è tutto Gesù Cristo, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità; e così sotto quelle del vino» (can. 331).
     Anche questa  è una verità indiscutibile e costantemente ricordata dal Magistero della Chiesa[6].
Per poter fare una buona Comunione, il cattolico sa che deve essere in grazia di Dio e che deve essere consapevole di Chi si va a ricevere[7]. Quindi che non deve essere in peccato mortale (anche se comunque sarebbe meglio evitare anche di avere peccati veniali) e avere certezza che ci si sta accostando a N.S. Gesù Cristo[8].
Non si può aver il minimo dubbio che chi si trova nella condizione che Cristo ha avvertito di evitare, cioè aver sciolto il matrimonio ed essersi unito ad altra persona, è in stato di peccato mortale costante, esattamente come chi convive more uxorio, ma anche di chi intrattiene rapporti sessuali con una persona sposata con altri. L’unione successiva al divorzio, pur avendola certificata di fronte ad un’autorità civile, non esiste per Dio.
     Chi è in questa condizione inoltre contravviene anche all’altro elemento necessario per la validità e utilità della Confessione: il dolore dei peccati ed il proponimento di non commetterne più[9]. Non può essere assolto chi non abbia questi requisiti ed allora l’unico modo che ha il divorziato sposato civilmente di potervi accedere è quello di uscire dalla situazione di grave peccato e viverla in continenza e secondo le regole di Dio (anche se, per motivi gravi, come l’educazione dei figli, dovesse continuare a vivere con il partner).
A quanto sembra, si chiede invece da parte di molti che si ammettano alla Comunione i divorziati sposati civilmente solo con un “percorso di penitenza” che servirebbe quasi solo a “bonificare” il secondo matrimonio.

      Alla luce di quanto appena ricordato si comprende facilmente l’impossibilità di accogliere questa ipotesi: è in netto contrasto con il dettato divino, perché permetterebbe a chi è in peccato grave (il periodo di “penitenza” non sarebbe certo il sacramento della Confessione) e, soprattutto, continua ad esserlo (non si dice che si debba essere pentiti, né che si debba lasciare la condizione di peccato, anzi, il contrario, dopo il periodo di “penitenza” si potrà tranquillamente continuare a vivere come se nulla fosse stato) di avvicinarsi comunque a Cristo.
In conclusione, alla luce della dottrina pervenutaci da Gesù, come si può continuare a cercare un modo per avvicinare i divorziati sposati civilmente all’Eucarestia? Come si può voler accostare chi è in peccato mortale a Cristo, senza con ciò stravolgere e manipolare l’insegnamento del nostro Signore?
Sostenere questi tentativi, come si diceva, vuol dire ignorare, o peggio non voler più vedere, a Chi si vuole far questo e disinteressarsi dell’aspetto divino delle istituzioni in oggetto, nonché del sacrilegio a cui si va incontro.
Portando così se stessi, e chi in buona fede segue queste tesi, alla morte dell’anima: «perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna»[10].
     Iniziamo invece a dire la verità, senza la paura di dar fastidio al mondo, ricordandoci che si è nel mondo, ma non si è del mondo. Iniziamo a fare la vera carità che è dire la verità a chi ne è lontano. Iniziamo a ricordare che l’unico modo che abbiamo per accostarci degnamente a Cristo, e quindi all’Eucarestia, è quello di accedere prima al sacramento della Confessione, «sacramento istituito da Gesù Cristo per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo»[11]. Che questo prima ancora che un obbligo è un nostro interesse, perché ci permette di salvare la nostra anima.

     E ritorniamo a spiegare che, se la Chiesa non ammette alla Comunione eucaristica chi ha divorziato e si è unito civilmente ad altra persona, è perché «sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia»[12] ed anche che «c’è un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»[13].
     Così come si deve tornare a spiegare che è la riconciliazione nel sacramento della Confessione l’unica strada possibile per il riavvicinamento all’Eucaristia e che questa «può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio»[14] e quindi la continenza.
Solo così, con chiarezza e fermezza (che non vogliono assolutamente significare intolleranza!), si potrà imboccare la strada di un ritorno ad un credo totalmente e realmente cattolico.
In primis, è questo è il problema più serio, a cominciare da molti esponenti del Clero. 


note esplicative:
   

[1] Don Dolindo Ruotolo, Commento ai quattro Vangeli, Vangelo di Matteo, Casa Mariana Editrice[2] Ibid.

[3] «…non è lecito alla donna andare sposa a un altro. E qualora si sia sposata, e quand’anche ne sia seguita l’unione carnale, deve da lui separarsi, e essere costretta dal rigore ecclesiastico a tornare dal primo, anche se altri pensano diversamente e in altro modo talvolta sia stato giudicato anche da alcuni nostri predecessori», Alessandro III, Lettera (frammenti) Verum post all’arcivescovo di Salerno, data incerta; «Certamente quello che il Signore dice nel Vangelo, non è lecito all’uomo ripudiare sua moglie, se non in caso di fornicazione [Mt 5,32; 19,9], è da intendersi, secondo l’interpretazione della santa Parola, riferito a coloro il cui matrimonio è stato consumato con l’unione carnale, senza la quale il matrimonio non può essere consumato, e dunque, se la suddetta donna non è stata conosciuta da suo marito, le è lecito passare alla vita religiosa», Lettera Ex publico instrumento al vescovo di Brescia, data incerta, Concilio Lateranense III; «Se qualcuno dirà che il matrimonio non è in senso vero e proprio uno dei sette sacramenti della legge evangelica, istituito da Cristo, ma che è stato inventato dagli uomini nella chiesa, e non conferisce la grazia, sia anatema”» e «Se qualcuno dirà che la chiesa sbaglia quando ha insegnato e insegna, secondo la dottrina del Vangelo e degli apostoli, che il vincolo del matrimonio non può essere sciolto per l’adulterio di uno dei coniugi; che nessuno dei due, nemmeno l’innocente, che non ha dato motivo all’adulterio, può contrarre un altro matrimonio, vivente l’altro coniuge; che commette adulterio il marito che, cacciata l’adultera, ne sposi un’altra, e la moglie che, cacciato l’adultero, ne sposi un altro, sia anatema», Concilio di Trento, Sez. XXIV, Dottrina e canoni sul matrimonio, Cann. 1 e 7, 11 novembre 1563; «Se poi la chiesa non sbagliò né sbaglia, allorché insegnò o insegna queste cose, ed è perciò del tutto certo che il matrimonio non può essere sciolto neppure a causa dell’adulterio, è evidente che gli altri motivi più lievi di divorzio che si suole addurre, valgono ancor meno e sono da ritenere del tutto inconsistenti» ed «E anzitutto, quanto all’indissolubile fermezza del patto coniugale, Cristo medesimo vi insiste dicendo: “Ciò che Dio ha congiunto, l’uomo non separi” [Mt 19,6]; e: “Chiunque ripudia la propria moglie e ne prende un’altra commette adulterio: e chiunque prende quella che è stata ripudiata dal marito commette adulterio” [Lc 16,18]. In questa indissolubilità ripone appunto sant’Agostino il bene che egli chiama del sacramento, con queste chiare parole: “Nel sacramento poi [si fa in modo] che il matrimonio non sia sciolto e il ripudiato o la ripudiata non si unisca ad altri, neppure a motivo della prole” [De Genesi ad litteram, IX, 7, n. 12]» ed ancora «E se l’uomo ingiuriosamente tenta di separarlo [ciò che Dio ha unito, ndr], il suo atto è del tutto nullo; e resta valido perciò quanto Cristo apertamente confermò: “Chiunque rimanda la moglie e ne sposa un’altra, è adultero e chi sposa la rimandata dal suo marito, è adultero” [Lc 16,18]. E queste parole di Cristo riguardano qualsiasi matrimonio, anche quello soltanto naturale e legittimo, giacché a ogni vero matrimonio spetta quella indissolubilità, per la quale esso è sottratto, quanto alla soluzione del vincolo, e all’arbitrio delle parti e ad ogni potestà civile», Pio XI, Casti connubii, 31.12.1930

[4] Cfr. cann. 2382 e 2385 Catechismo della Chiesa Cattolica

[5] Si vedano anche i cann. 325 e 327

[6] «Noi fermamente e senza dubbio alcuno con cuore puro crediamo, e con semplicità con parole credenti affermiamo, che il sacrificio, cioè il pane e il vino, dopo la consacrazione è il vero corpo e il vero sangue del Signore nostro Gesù Cristo; nel quale noi crediamo che nulla di più da un sacerdote buono e nulla di meno da uno cattivo è compiuto; perché si compie non per merito del consacrante, ma per la parola del Creatore e per la forza dello Spirito Santo», Innocenzo III, Lettera Eius exemplo all’arcivescovo di Tarragona, 18.12.1208, Professione di fede prescritta ai valdesi; «…infatti il suo corpo e il suo sangue sono contenuti veramente nel sacramento dell’altare, sotto la specie del pane e del vino, poiché il pane è transustanziato nel corpo, e il vino nel sangue per divino potere», Concilio Lateranense IV, Cap. 1, 1130/11/1215; Nella Lettera di Clemente IV Quanto sincerius del 28.10.1267 all’arcivescovo Maurino di Narbonne, il Papa riprende l’arcivescovo, dicendosi scandalizzato, che aveva asserito che «Gesù Cristo non è con la sua essenza sull’altare, ma solamente come indicato sotto un segno». Clemente IV dice chiaramente che tali affermazioni «contengono una manifesta eresia e annullano la verità di quel sacramento»; «E in virtù delle stesse parole [di Cristo, ndr] la sostanza del pane si trasforma in corpo di Cristo, e la sostanza del vino in sangue. Ciò avviene però in modo tale che tutto il Cristo è contenuto sotto la specie del pane e tutto sotto la specie del vino e, se anche questi elementi venissero divisi in parti, in ogni parte di ostia consacrata e di vino consacrato vi è tutto il Cristo», Concilio di Firenze, Bolla sull’unione con gli armeni Exsultate Deo, 22.1.1439; «In primo luogo questo santo sinodo insegna e professa apertamente e semplicemente che nel divino sacramento della santa eucaristia, dopo la consacrazione del pane e del vino, il nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è contenuto veramente, realmente e sostanzialmente [can. 1], sotto l’apparenza di quelle cose sensibili» (Cap. 1) — «È quindi verissimo che sotto una sola specie è contenuto tanto, quanto sotto entrambe. Cristo, infatti, è tutto e integro sotto la specie del pane e sotto qualsiasi parte di questa specie; e similmente è tutto sotto la specie del vino e sotto ogni sua parte» (Cap. 3) — «Poiché il Cristo, nostro redentore, ha detto che ciò che offriva sotto la specie del pane era veramente il suo corpo, nella chiesa di Dio vi fu sempre la convinzione, e questo santo concilio lo dichiara ora di nuovo, che con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo del Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue. Questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato è chiamata dalla santa chiesa cattolica transustanziazione» (Cap. 4), Concilio di Trento, Sess. XIII, 11.10.1551, Decreto sul sacramento dell’Eucaristia; «Se qualcuno negherà che nel sacramento dell’eucaristia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il corpo e il sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l’anima e la divinità, e, quindi, il Cristo tutto intero, ma dirà che esso vi è solo come in un simbolo o una figura, o solo con la sua potenza, sia anatema» (Can. 1), Concilio di Trento, Sess. XXII, 17.9.1562, Dottrina e canoni sul sacrificio della Messa; «Riconosco parimenti che nella messa viene offerto a Dio un vero e proprio sacrificio di espiazione per i vivi e per i morti, e che nel santissimo sacramento dell’eucaristia c’è veramente, realmente e sostanzialmente il corpo e il sangue, insieme all’anima e alla divinità, del nostro Signore Gesù Cristo, e che avviene la trasformazione di tutta la sostanza del vino e del sangue, trasformazione che la chiesa cattolica chiama transustanziazione. Confesso che anche sotto una delle due specie viene assunto Cristo completo e integro e il vero sacramento», Pio IV, Bolla Iniunctum nobis, 13.11.1564, Professione di fede tridentina; «Anche se è quanto mai conveniente che quelli che fanno uso della comunione frequente e quotidiana siano privi di peccati veniali, per lo meno quelli pienamente deliberati, e dall’affetto nei loro confronti, è tuttavia sufficiente che siano senza peccati mortali, unitamente al proposito di non peccare mai più nel futuro», S. Pio X, Decreto Sacra Tridentina Synodus, 16.12.1905, La comunione eucaristica quotidiana, punto 3; «Il sacrificio dell’altare non è una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio, nel quale, immolandosi incruentemente, il sommo sacerdote da ciò che fece una volta sulla croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima … Per mezzo della “transustanziazione” del pane in corpo e del vino in sangue di Cristo, come si ha realmente presente il suo corpo, così si ha il suo sangue; le specie eucaristiche poi, sotto le quali è presente, simboleggiano la cruenta separazione del corpo e del sangue», Pio XII, Enciclica Mediator Dei, 20.11.1947; «Tale presenza si dice “reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano “reali”, ma per antonomasia perché è anche corporale e sostanziale, e in forza di essa Cristo, Uomo-Dio, tutto intero si fa presente. Malamente dunque qualcuno spiegherebbe questa forma di presenza, immaginando il corpo di Cristo glorioso di natura “pneumatica” onnipresente; oppure riducendola ai limiti di un simbolismo, come se questo augustissimo sacramento in niente altro consistesse che in un segno efficace “della spirituale presenza di Cristo e della sua intima congiunzione con i fedeli membri del corpo mistico», Paolo VI, Enciclica Mysterium fidei, 3.9.1965.
[7] Catechismo di San Pio X, can. 335

[8] Ibid., can. 337

[9] Ibid., can 358

[10] San Paolo, 1Cor 11, 29

[11] Catechismo di San Pio X, can. 335; vedi anche  can. 373 e Concilio di Trento, Sess. XIV, 25.11.1551, can. 6

[12] S. Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 84

[13] Ibid.

[14] Ibid.

 

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La chiesa cattolica africana torna a tuonare contro l’omosessualità. Dopo il duro e allarmato comunicato nei confronti della deriva omosessualista dell’Occidente, da parte della Conferenza episcopale della Nigeria, è ora il turno della Chiesa ghanese e, nuovamente, di quella nigeriana, per bocca, questa volta, del Cardinale John Onaiyekan della diocesi di Abuja.

La chiesa cattolica del Ghana si espressa senza fraintendimenti attraverso le ferme dichiarazioni di Mons. Charles Gabriel Palmer Buckle, Arcivescovo Metropolita di Accra. In esse, l’arcivescovo ha sottolineato il carattere anti-umano e anti-sociale delle relazioni omosessuali, ribadendo la posizione di sempre della Chiesa cattolica in materia.

In tale prospettiva, Mons. Buckle ha ricordato la nota distinzione dell’etica cristiana tra peccato e peccatore, affermando: «Noi non rispettiamo l’omosessualità, ma abbiamo rispetto per gli omosessuali perché creati a somiglianza di Dio. Noi siamo contro l’adozione di bambini da parte loro, perché è difficile per gli omosessuali crescere un bambino capace di essere responsabile nella società».

Il Metropolita di Accra ha inoltre evidenziato come l’omosessualità sferri un attacco frontale alla famiglia e alla istituzione del matrimonio, ricordando l’importanza decisiva della preghiera: «La famiglia che prega insieme, rimane insieme». Mons. Buckle ha infine esortato i cristiani ad affermare la loro fede nel rispetto della verità e della dottrina immutabile della Chiesa, la quale stabilisce come il matrimonio sia l’unione stabile di un uomo e di una donna, ordinata al bene dei coniugi, alla procreazione e alla educazione della prole.

Alle parole dell’arcivescovo di Accra, Buckle, hanno fatto eco quelle, altrettanto chiare, del Cardinale John Onaiyekan della diocesi di Abuja, capitale della Nigeria, il quale ha dichiarato senza mezzi termini: «La posizione della Chiesa in Nigeria contro l’omosessualità è irrevocabile». Con questa inequivocabile e lapidaria dichiarazione, l’arcivescovo cattolico nigeriano, intervistato dall’agenzia di stampa nazionale NAN, durante la sua visita ufficiale presso la diocesi di Makurdi, ha riaffermato la posizione irremovibile della Chiesa nigeriana nei confronti dell’omosessualità.

L’arcivescovo Onaiyekan ha inoltre deplorato il processo di normalizzazione dell’omosessualità in corso in tutto il mondo, sottolineando l’impossibilità di accettare supinamente delle norme solamente per il fatto che esse siano state già adottate dalla maggioranza.

In tale senso, Onaiyekan ha spiegato: «Purtroppo, viviamo in un mondo dove queste cose sono ormai abbastanza accettabili, ma il fatto che esse siano divenute accettabili non significa che siano giuste. (…) La Chiesa cattolica si considera portatrice della bandiera della verità in un mondo che si è fatto così malamente ingannare».

Secondo il cardinale nigeriano, al di là di quello che è il pensiero dominante, bisogna dunque respingere con forza l’omosessualità, in quanto comportamento contro la volontà di Dio: «Anche se non piacciamo alla gente per questo, la nostra chiesa ha sempre detto che omosessualità è innaturale e il matrimonio è unicamente tra un uomo e una donna. Non esiste una cosa come il matrimonio tra due uomini o il matrimonio tra due donne. Qualunque cosa facciano tra di loro non dovrebbe essere chiamato matrimonio. Non ci sono dubbi che la Chiesa cattolica non cambierà le sue posizioni su questo tema».

La posizione della Chiesa cattolica nei confronti dell’omosessualità è fortemente condivisa anche dalla politica. A tale proposito, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, paladino dei diritti LGBT in tutto il mondo, nel suo recente viaggio in Kenya non ha perso l’occasione per puntare il dito contro la politica del presidente keniota Uhruri Kenyatta in materia di omosessualità, esortando il suo paese, e tutta l’Africa, a rispettare i diritti dei gay.

     Nella conferenza stampa tenuta a Nairobi, il presidente americano ha invitato l’Africa a cambiare atteggiamento, dichiarando: «Ripeto sempre questa cosa in tutta l’Africa: quando si inizia a trattare in modo differente le persone, perché sono diverse, allora si inizia un cammino in cui le libertà vengono erose e succedono cose brutte».

Pronta la categorica replica del presidente Kenyatta, il quale ha ribadito come il tema dell’omosessualità sia del tutto fuori discussione: «dobbiamo ammettere che vi sono delle cose che non condividiamo. Per i kenioti oggi la questione dei diritti dei gay veramente neanche si pone». Il continente africano ancora non contaminato dalle perverse e disumane ideologie occidentali ribadisce quindi il suo fermo no alla importazione e normalizzazione di comportamenti da sempre considerati contro natura.

Il male anche se accettato e promosso dalla maggioranza non ha alcun diritto. Il cosiddetto terzo mondo “sottosviluppato” impartisce in questo modo una sonora ed esemplare lezione di civiltà ai paesi “moderni” ed “evoluti”, rispedendo al mittente il deleterio stile di vita occidentale.

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«Il mio primo sentimento è di gratitudine al Signore che ha permesso una cosa grande per la vita della Chiesa italiana e per la vita del popolo italiano». 
Monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e patrocinatore del nostro sito web, tra i primissimi vescovi a sostenere l’idea di una manifestazione pubblica a difesa della famiglia e dei bambini, è particolarmente soddisfatto della grande festa della famiglia che si è celebrata sabato 20 giugno in Piazza San Giovanni. 
Ha seguito tutto il giorno lo svolgersi della manifestazione, stando al telefono con gli amici presenti a Roma. 
«È una cosa grande che è potuta accadere perché ha trovato un milione di uomini grandi, un milione di cuori grandi, cioè disponibili ad agire senza farsi frenare dalle piccole alchimie delle valutazioni scientifico-politiche».
 
Una manifestazione preparata in 18 giorni, senza sponsor istituzionali, nel silenzio dei media. C’erano legittimi timori sull’esito e anche sull’efficacia reale dal punto di vista politico. 
Già, come se la grande battaglia di Lepanto fosse stata fatta sulla previsione della vittoria. 
Fu fatta prevedendo che sarebbe stata una sconfitta. 
Tutti, dal re di Polonia fino all’ultimo servente di mulo ricevettero la comunione in articulo mortis
O come se quelli che hanno manifestato contro il comunismo nelle piazze di Danzica, di Varsavia, di Cracovia avessero valutato che c’era una certa previsione che il comunismo cadesse. 
Avessero ragionato come tanti ecclesiastici e uomini di cultura oggi in Italia, avrebbero detto che era inutile fare la manifestazione perché il comunismo non sarebbe caduto. 
Come invece cadde, anche per queste manifestazioni.
Fortunatamente non sono stati fatti questi calcoli. 
Il popolo giustamente ha seguito l’instinctus fidei, quell’istinto della fede per cui il popolo attese all’uscita i vescovi che partecipavano al Concilio di Efeso del 431 imponendo quasimanu militari la dichiarazione della Madonna come Theotokos, madre di Dio.
Ecco questa a me pare la grande esperienza di un popolo cattolico e laico che ritrova il senso della propria dignità, il senso della propria cultura, il senso del proprio servizio al bene comune, per il quale fa un gesto magari piccolo ma che diventa significativo nel contesto della vita sociale.

 
Non tutti nella Chiesa hanno aderito, ci sono state anche pressioni contrarie. 
Di fronte a questo popolo credo che stia la meschinità di tante valutazioni culturali, politiche, ecclesiastiche che non hanno saputo cogliere la domanda che sale dal basso. 
Comunque certamente mancavano in piazza cattolici di varia estrazione a cui forse è bastato l’elogio di un difensore appassionato della Chiesa e della libertà quale è Alberto Melloni (cfr. articolo sul Corriere della Sera del 19 giugno, ndr). 
Ma quando si ricevono elogi di quel tipo lì, se si aguzza bene l’orecchio si sente ancora il tintinnare dei 30 denari.

 
Qualche polemica c’è stata anche a proposito di certe posizioni nella Conferenza episcopale. 
Credo sia molto importante chiarire che la responsabilità pastorale è esplicitamente delegata agli ordinari, ai singoli vescovi nelle loro diocesi, e non alla Cei. 
La Cei al massimo può dare direttive che poi sono sottoposte alla discrezionalità degli ordinari locali. 
Mi sembra quindi giusto dare onore a quel gruppo di cardinali, arcivescovi e vescovi che si sono assunti pienamente la responsabilità di indicazioni a favore della manifestazione. 

Il popolo, dove è stato guidato, ha trovato il conforto dei pastori e ha saputo utilizzare questo confronto per fare una cosa significativa per sé, per la Chiesa e per la società.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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Ha presieduto per cinque anni il pontificio consiglio per la famiglia. La comunione ai divorziati-risposati, avverte, segnerebbe non solo lo svilimento dell’eucaristia ma anche la fine del sacramento del matrimonio.
 

Il cardinale Ennio Antonelli, 78 anni, è un’autorità in materia. È stato presidente per cinque anni del pontificio consiglio per la famiglia e ha organizzato i due incontri mondiali che hanno preceduto il prossimo di Philadelphia: a Città del Messico nel 2009 e a Milano nel 2012.

Ha anche accumulato una notevole esperienza pastorale. È stato arcivescovo prima di Perugia e poi di Firenze, oltre che segretario per sei anni della conferenza episcopale italiana. Appartiene al movimento dei Focolari.

Non ha preso parte alla prima sessione del sinodo sulla famiglia tenuta lo scorso ottobre. Ma partecipa attivamente alla discussione in corso, come prova il libro che ha pubblicato in questi giorni:
E. Antonelli, “Crisi del matrimonio ed eucaristia”, Edizioni Ares, Milano, 2015, pp. 72, euro 7,00.

È un libro speciale. Agile, di poche pagine, si legge d’un fiato. È introdotto da una prefazione di un altro cardinale esperto in materia, Elio Sgreccia, già presidente della pontificia accademia per la vita.

Il sito web del pontificio consiglio per la famiglia l’ha messo in rete integralmente e in tre lingue, in italiano, in inglese e in spagnolo:
 ecco il link: Crisi del matrimonio ed eucaristia

Qui di seguito se ne offrono alcuni brani d’assaggio. In essi il cardinale Antonelli ripropone con amabile fermezza e realismo pratico la dottrina e la pastorale vigenti in materia di matrimonio. E mette in evidenza le conseguenze insostenibili alla quali si arriverebbe con taluni cambiamenti oggi proposti ai vari livelli della Chiesa.

DA: CRISI DEL MATRIMONIO ED EUCARISTIA

di Ennio Antonelli

ANCHE AI CONVIVENTI OMOSESSUALI, PERCHÉ NO?

Oltre che ai divorziati risposati, la posizione pastorale finora vigente dà indicazioni analoghe anche riguardo ai conviventi senza alcun vincolo istituzionale e ai cattolici sposati solo civilmente. Il trattamento riservato a essi è praticamente lo stesso: non ammissione ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, accoglienza nella vita ecclesiale, vicinanza rispettosa e personalizzata per conoscere concretamente le singole persone, orientarle e accompagnarle verso una possibile regolarizzazione. Ora, alcuni ipotizzano l’ammissione all’eucaristia ai soli divorziati risposati civilmente, lasciando esclusi i conviventi di fatto, i conviventi registrati, i conviventi omosessuali. Personalmente ritengo che questa ultima limitazione sia poco realistica, perché i conviventi sono molto più numerosi dei divorziati risposati. Per la pressione sociale e per la logica interna delle cose finiranno senz’altro per prevalere le opinioni orientate verso un più largo permissivismo.

L’EUCARISTIA RIDOTTA A GESTO DI CORTESIA

È vero che l’eucaristia è necessaria per la salvezza, ma ciò non significa che di fatto si salvano solo quelli che ricevono questo sacramento. Un cristiano non cattolico o addirittura un credente di altra religione non battezzato potrebbe essere spiritualmente più unito a Dio di un cattolico praticante e tuttavia non può venire ammesso alla comunione eucaristica, perché non è in piena comunione visibile con la Chiesa. L’eucaristia è vertice e fonte della comunione spirituale e visibile. Anche la visibilità è essenziale, in quanto la Chiesa è sacramento generale della salvezza e segno pubblico di Cristo salvatore nel mondo. Ma, purtroppo, i divorziati risposati e gli altri conviventi irregolari si trovano in una situazione oggettiva e pubblica di grave contrasto con il Vangelo e con la dottrina della Chiesa. Nell’odierno contesto culturale di relativismo c’è il rischio di banalizzare l’eucaristia e ridurla a un rito di socializzazione. È già successo che persone neppure battezzate si siano accostate alla mensa, pensando di fare un gesto di cortesia, o che persone non credenti abbiano reclamato il diritto di comunicarsi in occasione di nozze o di funerali, semplicemente in segno di solidarietà con gli amici.

PEGGIO CHE NELLE CHIESE D’ORIENTE

Si vorrebbe concedere l’eucarestia ai divorziati risposati affermando l’indissolubilità del primo matrimonio e non riconoscendo la seconda unione come un vero e proprio matrimonio, in modo da evitare la bigamia. Questa posizione è diversa da quella delle Chiese orientali che concedono ai divorziati risposati civilmente un secondo (e terzo) matrimonio canonico, sia pure connotato in senso penitenziale. Anzi, per certi aspetti, appare più pericolosa, in quanto conduce logicamente ad ammettere il lecito esercizio della sessualità genitale fuori del matrimonio, anche perché i conviventi sono molto più numerosi dei divorziati risposati. I più pessimisti prevedono che si finirà per ritenere eticamente lecite le convivenze prematrimoniali, le convivenze di fatto registrate e non registrate, i rapporti sessuali occasionali, e forse le convivenze omosessuali e perfino il poliamore e la polifamiglia.

TRA BENE E MALE NON C’È GRADUALITÀ

È senz’altro auspicabile che nella pastorale si assuma un atteggiamento costruttivo, cercando di “cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, nelle convivenze” (Relatio Synodi, n. 41). Certamente anche le unioni illegittime contengono autentici valori umani (per esempio l’affetto, l’aiuto reciproco, l’impegno condiviso verso i figli), perché il male è sempre mescolato al bene e non esiste mai allo stato puro. Tuttavia bisogna evitare di presentare tali unioni in se stesse come valori imperfetti, mentre si tratta di gravi disordini. La legge della gradualità riguarda solo la responsabilità soggettiva delle persone e non deve essere trasformata in gradualità della legge, presentando il male come bene imperfetto. Tra vero e falso, tra bene e male non c’è gradualità. Mentre si astiene dal giudicare le coscienze, che solo Dio vede, e accompagna con rispetto e pazienza i passi verso il bene possibile, la Chiesa non deve cessare di insegnare la verità oggettiva del bene e del male. La legge della gradualità serve a discernere le coscienze, non a classificare come più o meno buone le azioni da compiere e tanto meno a elevare il male alla dignità di bene imperfetto. Riguardo ai divorziati risposati e ai conviventi, lungi dal favorire le proposte innovative, tale legge serve in definitiva a confermare la prassi pastorale tradizionale.

NIENTE PERDONO SENZA CONVERSIONE

L’ammissione dei divorziati risposati e dei conviventi alla mensa eucaristica comporta una separazione tra misericordia e conversione che non sembra in sintonia con il Vangelo. Questo sarebbe l’unico caso di perdono senza conversione. Dio concede sempre il perdono; ma lo riceve solo chi è umile, si riconosce peccatore e si impegna a cambiar vita. Invece il clima di relativismo e soggettivismo etico-religioso, che oggi si respira, favorisce l’autogiustificazione, particolarmente in ambito affettivo e sessuale. Si tende a sminuire la propria responsabilità, attribuendo gli eventuali fallimenti ai condizionamenti sociali. È facile inoltre attribuire la colpa del fallimento all’altro coniuge e proclamare la propria innocenza. Non si deve però tacere il fatto che, se la colpa del fallimento può qualche volta essere di uno solo, almeno la responsabilità della nuova unione (illegittima) è di ambedue i conviventi ed è questa soprattutto che, finché perdura, impedisce l’accesso all’eucaristia. Non ha fondamento teologico la tendenza a considerare positivamente la seconda unione e a circoscrivere il peccato alla sola precedente separazione. Non basta fare penitenza per questa soltanto. Occorre cambiare vita.

INDISSOLUBILITÀ ADDIO

Di solito i favorevoli alla comunione eucaristica dei divorziati risposati e dei conviventi affermano che non si mette in discussione l’indissolubilità del matrimonio. Ma, al di là delle loro intenzioni, stante l’incoerenza dottrinale tra l’ammissione di queste persone all’eucaristia e l’indissolubilità del matrimonio, si finirà per negare nella prassi concreta ciò che si continuerà ad affermare teoricamente in linea di principio, rischiando di ridurre il matrimonio indissolubile a un ideale, bello forse, ma realizzabile solo da alcuni fortunati. Istruttiva al riguardo è la prassi pastorale sviluppatasi nelle Chiese orientali ortodosse. Esse nella dottrina affermano l’indissolubilità del matrimonio cristiano. Tuttavia nella loro prassi si sono progressivamente moltiplicati i motivi di scioglimento del precedente matrimonio e di concessione di un secondo (o terzo) matrimonio. Inoltre sono diventati numerosissimi i richiedenti. Ormai chiunque presenta un documento di divorzio civile ottiene anche dall’autorità ecclesiastica l’autorizzazione al nuovo matrimonio, senza neppure dover passare attraverso un’indagine e valutazione canonica della causa. È prevedibile che anche la comunione eucaristica dei divorziati risposati e dei conviventi diventi rapidamente un fatto generalizzato. Allora non avrà più molto senso parlare di indissolubilità del matrimonio e perderà rilevanza pratica la stessa celebrazione del sacramento del matrimonio.

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Il cardinale Muller in un’intervista ha ribadito che non è possibile adattare l’insegnamento della Chiesa a stili di vita che nulla hanno a che fare con il Comandamento del Signore.

 

Lo scorso 6 giugno, in una intervista al quotidiano tedesco Die Tagespost, il cardinale Gherard Ludwid Muller è intervenuto sul dibattito sinodale, ribadendo che non è possibile adattare l’insegnamento della Chiesa a stili di vita che nulla hanno a che fare con la parola di Dio.

Il sì degli irlandesi al matrimonio omosessuale”, ha dichiarato il prefetto dell’ex Sant’Uffizio, è “una discriminazione dell’alleanza matrimoniale tra uomo e donna, e quindi della famiglia”. A questo proposito il cardinale ha ringraziato quelli “che non hanno piegato il ginocchio” di fronte a “un idolo di auto-creazione e auto-redenzione, che ci condurrà infallibilmente all’auto-distruzione”.

     Il problema è che dietro la falsa moneta della non discriminazione, “una dolce caramella” ha chiosato il cardinale, si nasconde una faccia della medaglia che attacca direttamente il significato profondo di matrimonio e famiglia. Il matrimonio, infatti, non è un contenitore buono per essere “riempito con qualunque contenuto”.

Nell’intervista il cardinale ha parlato anche delle chiacchierate conclusioni dei laici tedeschi dello Zdk. In particolare, visti i risultati, non è chiaro se il Comitato Zdk è stato convocato “per interpretare il contenuto essenziale del Magistero e della Rivelazione, o per svuotarne il contenuto.”

“La domanda di benedizione delle coppie dello stesso sesso”, ha concluso il cardinale a proposito del documento dello Zdk, “e di un secondo matrimonio in chiesa, è incompatibile con l’insegnamento e la tradizione della Chiesa”.

Riferendosi poi al recente incontro a porte chiuse che ha avuto luogo nei locali della Gregoriana il card. Muller ha sottolineato che è corretto incontrarsi per scambiare idee su problemi importanti. Ma, ha aggiunto, non si può “organizzare la verità”, se questo principio fosse applicato la Chiesa ne sarebbe “scossa nelle sue fondamenta”.

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«Non sono contro il Papa, non ho mai parlato contro il Papa, ho sempre concepito la mia attività come appoggio al ministero petrino. Io vorrei soltanto servire la verità».


 È amareggiato il cardinale Raymond Leo Burke per la campagna negativa che si è scatenata nei suoi confronti. Sessantasei anni, ordinato vescovo da Giovanni Paolo II nel 1995, stimato esperto di Diritto canonico è chiamato a Roma da Benedetto XVI nel 2008 come prefetto del Tribunale della Segnatura apostolica, per poi essere nominato cardinale nel 2010

In questi mesi è stato dipinto come un fanatico ultraconservatore, anticonciliarista, complottista contro papa Francesco, addirittura pronto a uno scisma nel caso il Sinodo aprisse a cambiamenti sgraditi. La campagna è così forte che anche in Italia diversi vescovi si sono rifiutati di ospitare sue conferenze nelle proprie diocesi. E quando invece da qualche parte gli è consentito di tenere un incontro – come recentemente in alcune città del Nord Italia — trova immancabilmente dei sacerdoti che lo contestano, accusandolo di fare propaganda contro il Papa. «Sono tutte sciocchezze, proprio non capisco questo atteggiamento. Non ho mai detto una sola parola contro il Papa, mi sforzo solo di servire la verità, compito che abbiamo tutti. Ho sempre visto i miei interventi, le mie attività come un appoggio al ministero petrino. Le persone che mi conoscono possono testimoniare che non sono affatto un antipapista. Al contrario sono sempre stato molto leale e ho sempre voluto servire il santo Padre, cosa che faccio anche ora».

     In effetti, incontrandolo nel suo appartamento a due passi da piazza San Pietro, con quei suoi modi affabili e il suo parlare molto spontaneo appare distante mille miglia dall’immagine di arcigno difensore della “fredda dottrina”, come viene descritto dalla grande stampa. 

Cardinale Burke, eppure nel dibattito che ha preceduto e seguito il primo Sinodo sulla famiglia certe sue dichiarazioni sono effettivamente suonate come una critica a papa Francesco, o almeno così sono state interpretate. Ad esempio, recentemente ha fatto molto rumore quel suo “Resisterò, resisterò” come risposta a una eventuale decisione del Papa a concedere la comunione ai divorziati risposati.
     Ma è stata una frase travisata, non c’era alcun riferimento a papa Francesco. Io credo che siccome ho sempre parlato molto chiaramente sulla questione del matrimonio e della famiglia, c’è chi vuole neutralizzarmi dipingendomi come nemico del Papa, o addirittura pronto allo scisma, proprio usando quella risposta che ho dato in una intervista a una rete televisiva francese. 

E allora come va interpretata quella risposta?
      È molto semplice. La giornalista mi ha chiesto cosa farei se ipoteticamente – non riferendosi a papa Francesco – un pontefice prendesse decisioni contro la dottrina e contro la prassi della Chiesa. Io ho detto che dovrei resistere, perché tutti siamo a servizio della verità, a cominciare dal Papa. La Chiesa non è un organismo politico nel senso del potere. Il potere è Gesù Cristo e il suo vangelo. Per questo ho risposto che resisterò e non sarebbe la prima volta che questo accade nella Chiesa. Ci sono stati nella storia diversi momenti in cui qualcuno ha dovuto resistere al Papa, a cominciare da San Paolo nei confronti di San Pietro, nella vicenda dei giudeizzanti, che volevano imporre la circoncisione ai convertiti ellenici. Ma nel mio caso io non sto affatto facendo resistenza a papa Francesco, perché lui non ha fatto nulla contro la dottrina. E io non mi vedo affatto in lotta contro il Papa, come vogliono dipingermi. Io non sto portando avanti gli interessi di un gruppo o di un partito, cerco solo come cardinale di essere maestro della fede. 

Un altro «capo di imputazione» nei suoi confronti è la sua presunta passione per “pizzi e merletti”, come si dice in modo spregiativo, cosa che il Papa non sopporta.
     Il Papa non mi ha mai fatto sapere di essere dispiaciuto del mio modo di vestire, che peraltro è stato sempre entro la norma della Chiesa. Io celebro la liturgia anche nella forma straordinaria del rito romano e ci sono per questo paramenti che non esistono per la celebrazione nella forma ordinaria, ma io indosso sempre quello che la norma prevede per il rito che sto celebrando. Non faccio politica contro il modo di vestirsi del Papa. Poi si deve anche dire che ogni Papa ha un suo stile, ma non è che poi impone questo a tutti gli altri vescovi. Non capisco perché questo deve essere un motivo di polemica.

Però sui giornali spesso viene usata una foto in cui lei indossa un copricapo decisamente fuori tempo…
     Ah, quella, ma è incredibile. Posso spiegarle. È una foto che si è diffusa dopo che il Foglio l’ha utilizzata per pubblicare una mia intervista durante il Sinodo. L’intervista era stata fatta bene, ma purtroppo hanno scelto una foto fuori contesto, e mi dispiace perché in questo modo hanno dato l’impressione sbagliata di una persona che vive nel passato. Era infatti successo che, dopo essere stato nominato cardinale, sono stato invitato in una diocesi del Sud Italia per una conferenza sulla liturgia. Per l’occasione l’organizzatore ha voluto darmi in dono un antico cappello cardinalizio che non so dove avesse trovato. Ovviamente lo tenevo in mano e non avevo alcuna intenzione di indossarlo regolarmente, ma lui mi ha chiesto di poter fare almeno una foto con il cappello indosso. Questa è stata l’unica volta che ho messo quel cappello sulla mia testa, ma purtroppo quella foto ha girato tutto il mondo e qualcuno la usa per dare l’impressione che io vado in giro così. Ma io non l’ho mai indossato, neanche a una cerimonia. 

Lei è stato anche indicato come l’ispiratore se non il promotore della “Supplica a papa Francesco sulla famiglia”, che è stata diffusa per la raccolta firme attraverso alcuni siti del mondo tradizionalista.
     Io ho firmato quel documento, ma non è affatto una mia iniziativa o una mia idea. Tantomeno ho scritto o collaborato alla stesura del testo. Chi dice il contrario afferma il falso. Per quel che ne so è una iniziativa di laici, a me è stato mostrato il testo e l’ho firmato, come hanno fatto molti altri cardinali. 

Un’altra delle accuse che le viene rivolta è quella di essere anti-conciliarista, contro il Concilio Vaticano II.
     Sono etichette che si applicano facilmente, ma non c’è alcun riscontro nella realtà. Tutta la mia educazione teologica nel seminario maggiore è stata basata sui documenti del Vaticano II, e mi sforzo ancora oggi di studiare più profondamente questi documenti. Non sono affatto contrario al Concilio, e se uno legge i miei scritti troverà che cito molte volte i documenti del Vaticano II. Quello su cui invece non sono d’accordo è il cosiddetto “Spirito del Concilio”, questa realizzazione del Concilio che non è fedele al testo dei documenti ma che ha la pretesa di creare qualcosa di totalmente nuovo, una nuova Chiesa che non ha niente da fare con tutte le cosiddette aberrazioni del passato. In questo io seguo pienamente la luminosa presentazione che ha fatto Benedetto XVI nel suo discorso alla Curia Romana per il Natale 2005. È il famoso discorso in cui spiega la corretta ermeneutica che è quella della riforma nella continuità, contrapposta all’ermeneutica della rottura nella discontinuità che tanti settori portano avanti. L’intervento di Benedetto XVI è davvero brillante e spiega tutto. Molte cose che sono successe dopo il Concilio e attribuite al Concilio non hanno niente a che fare con il Concilio. Questa è la semplice verità.

Però resta il fatto che papa Francesco l’ha “punita” rimuovendola dalla Segnatura apostolica e affidandole il patronato del Sovrano Militare Ordine di Malta.
     Il Papa ha dato un’intervista al quotidiano argentino La Nacion in cui ha già risposto a questa domanda spiegando le ragioni di questa scelta. Questo già dice tutto e non spetta a me commentare. Io posso solo dire, senza violare alcun segreto, che il Papa non mi ha mai detto né dato l’impressione che volesse punirmi per qualcosa.

Certo è che la sua “cattiva immagine” ha a che fare con quella che anche il cardinale Kasper, nei giorni scorsi, ha definito la “battaglia sinodale”. Che sembra crescere d’intensità man mano che ci si avvicina al Sinodo ordinario del prossimo ottobre. A che punto siamo?
     Direi che adesso c’è una discussione molto più estesa sui temi trattati dal Sinodo e questo è un bene. C’è un numero maggiore di cardinali, vescovi e laici che stanno intervenendo e questo è molto positivo. Per questo non capisco tutto il rumore che è stato creato l’anno scorso attorno al libro “Permanere nella Verità di Cristo”, a cui io ho contribuito insieme ad altri 4 cardinali e 4 specialisti sul matrimonio. 

È lì che è nata la tesi del complotto contro il Papa, tesi ribadita recentemente da Alberto Melloni sul Corriere della Sera e che gli è costata una querela dall’editore italiano Cantagalli.
     È semplicemente assurdo. Come è possibile accusare di complotto contro il Papa coloro che presentano quello che la Chiesa ha sempre insegnato e praticato sul matrimonio e sulla comunione? È certo che il libro è stato scritto come aiuto in vista del Sinodo per rispondere alla tesi del cardinale Kasper. Ma non è polemico, è una presentazione fedelissima alla tradizione, ed è anche della più alta qualità scientifica possibile. Sono assolutamente disponibile a ricevere critiche sui contenuti, ma dire che noi abbiamo partecipato a un complotto contro il Papa è inaccettabile.

Ma chi è che sta fomentando questa caccia alle streghe?
     Non ho alcuna informazione diretta ma sicuramente c’è un gruppo che vuole imporre alla Chiesa non solo questa tesi del cardinale Kasper sulla comunione per i divorziati risposati o per persone in situazioni irregolari, ma anche altre posizioni su questioni connesse ai temi del Sinodo. Penso ad esempio all’idea di trovare gli elementi positivi nei rapporti sessuali extramatrimoniali o omosessuali. È evidente che ci sono forze che spingono in questa direzione, e per questo vogliono screditare noi che stiamo tentando di difendere l’insegnamento della Chiesa. Io non ho nulla di personale contro il cardinale Kasper, per me la questione è solo presentare l’insegnamento della Chiesa, che in questo caso è legato a parole pronunciate dal Signore. 

Guardando ad alcuni temi emersi con forza al Sinodo, si è tornato a parlare di lobby gay.
     Non sono in grado di individuare con precisione, ma vedo sempre di più che c’è una forza che va in questo senso. Vedo individui che, consciamente o inconsciamente, stanno portando avanti un’agenda omosessualista. Come questo sia organizzato non lo so, ma è evidente che c’è una forza di questo genere. Al Sinodo abbiamo detto che parlare di omosessualità non c’entrava nulla con la famiglia, piuttosto si sarebbe dovuto convocare un Sinodo apposito se si voleva parlare di questo tema. E invece abbiamo ritrovato nella Relatio post disceptationem questo tema che non era stato discusso dai padri.  

Una delle giustificazioni teologiche a sostegno del cardinale Kasper che oggi viene molto ripetuta è quella dello “sviluppo della dottrina”. Non un cambiamento, ma un approfondimento che può portare a una nuova prassi. 
     Qui c’è un grande equivoco. Lo sviluppo della dottrina, come è stato per esempio presentato dal beato cardinale Newman o da altri buoni teologi, significa un approfondimento nell’apprezzamento, nella conoscenza di una dottrina, non il cambiamento della dottrina. Lo sviluppo in nessun caso porta al cambiamento. Un esempio è quello dell’esortazione post-sinodale sull’Eucarestia scritta da papa Benedetto XVI, la “Sacramentum Caritatis”, in cui è presentato lo sviluppo della conoscenza della presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, espresso anche nell’adorazione eucaristica. Ci sono stati alcuni infatti contrari all’adorazione eucaristica perché l’Eucarestia è da ricevere dentro. Ma Benedetto XVI ha spiegato — anche citando s. Agostino — che se è vero che il Signore ci dà se stesso nell’Eucarestia per essere consumato, è anche vero che non si può riconoscere questa realtà della presenza di Gesù sotto le specie eucaristiche senza adorare queste specie. Questo è un esempio dello sviluppo della dottrina, ma non è che la dottrina sulla presenza di Gesù nell’Eucarestia è cambiata.

Uno dei motivi che tornano nelle polemiche sul Sinodo è la presunta contrapposizione tra dottrina e prassi, dottrina e misericordia. Anche il papa insiste spesso sull’atteggiamento farisaico di chi usa la dottrina impedendo che passi l’amore.
     Credo che bisogna distinguere tra quello che il Papa dice in alcune occasioni e coloro che affermano una contrapposizione tra dottrina e prassi. Non si può mai ammettere nella Chiesa un contrasto tra dottrina e prassi perché noi viviamo la verità che Cristo ci comunica nella sua santa Chiesa e la verità non è mai una cosa fredda. È la verità che apre a noi lo spazio per l’amore, per amare veramente si deve rispettare la verità della persona, e della persona nelle situazioni particolari in cui si trova. Così stabilire un tipo di contrasto tra dottrina e prassi non rispecchia la realtà della nostra fede. Chi sostiene le tesi del cardinale Kasper – cambiamento della disciplina che non tocca la dottrina – dovrebbe spiegare come sia possibile. Se la Chiesa ammette alla comunione una persona che è legata in un matrimonio ma sta vivendo con un’altra persona un altro rapporto matrimoniale, cioè è in stato di adulterio, come si può permettere questo e ritenere nello stesso tempo che il matrimonio sia indissolubile? Quello tra dottrina e prassi è un falso contrasto che dobbiamo rigettare.

Però è vero che si può usare la dottrina senza amore.
     Certo, ed è questo che il papa sta denunciando, un uso della legge o della dottrina per avanzare un’agenda personale, per dominare le persone. Ma questo non significa che c’è un problema con la dottrina e la disciplina; soltanto ci sono persone di cattiva volontà che possono commettere abusi per esempio interpretando la legge in un modo che danneggia le persone. O applicando la legge senza amore, insistere sulla verità della situazione della persona ma senza amore. Anche quando una persona si trova in peccato grave noi dobbiamo amare la persona e aiutare come ha fatto il Signore con l’adultera e la samaritana. Lui è stato molto chiaro nell’annunciare lo stato di peccato in cui loro stavano, ma nello stesso tempo ha dimostrato un grande amore invitandole a uscire da questa situazione. Ciò che non facevano i farisei, che invece dimostravano un legalismo crudele: denunciavano la violazione della legge ma senza dare nessun aiuto alla persona per uscire dal peccato, così da ritrovare pace nella sua vita.

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Giovedì, 16 Aprile 2015 00:00

MÜLLER: LA CHIESA NON È UN PARLAMENTO

{cts-style-2}Richiamo all’ordine da parte del prefetto dell’ex Sant’Uffizio, in vista del Sinodo. La Chiesa non è un governo democratico. “Delegare alcune decisioni dottrinali o disciplinari sul matrimonio o la famiglia alle conferenze episcopali è un’idea assolutamente anticattolica”. E il cardinal Marx rischia di dividere la Chiesa.{/cts-style-2}

Delegare alcune decisioni dottrinali o disciplinari sul matrimonio o la famiglia alle conferenze episcopali è un’idea assolutamente anti-cattolica”.

Sono parole del cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina dellaFfede, in un’intervista al settimanale francese Famille Chrétienne. “Un’idea assolutamente anticattolica che non rispetta la cattolicità della Chiesa”, ha aggiunto il porporato tedesco, che ha ribadito come le conferenze episcopali abbiano sì autorità su determinate questioni, “ma non costituiscono un magistero affiancato a un Magistero, senza il Papa e la comunione con tutti i vescovi”.

Müller entra anche nella polemica con il confratello e connazionale Reinhard Marx, il capo dell’episcopato tedesco che qualche settimana fa aveva affermato che la chiesa tedesca “non è una filiale di Roma” e che a prescindere dalla piega che prenderà il Sinodo ordinario di ottobre, a Berlino andranno avanti per conto loro. Frase, questa, che aveva portato il cardinale Paul Josef Cordes, già presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, a inviare una lunga lettera al Tagespost in cui aveva bollato come “chiacchiere da bar” le parole di Marx, denunciando altresì il ritorno di una “eccitazione antiromana con forza centrifuga alle latitudini settentrionali”. Una posizione, quella del presidente della conferenza episcopale tedesca, che Cordes definiva senza troppe perifrasi “altamente distruttiva per l’unità della fede”. E Müller concorda: “Questo genere di posizioni rischia di risvegliare una certa polarizzazione tra le chiese locali e la Chiesa universale, superata sia dal Concilio Vaticano I sia dal Vaticano II”. Il grande rischio, ha chiosato il prefetto dell’ex Sant’Uffizio, è quello di “applicare alla Chiesa le categorie politiche anziché la vera ecclesiologia cattolica. La curia romana – ha aggiunto – non è il governo di Bruxelles. Non siamo un quasi governo, né una super organizzazione al di sopra delle chiese locali in cui i vescovi sarebbero i delegati”.

Il fatto è che nell’esortazione Evangelii Gaudium, vera agenda del pontificato – “sottolineo che ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti”, scriveva nei primi passaggi del documento –, il Papa chiariva che “ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale. Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria”. Ed è proprio questo il punto che Müller contesta, pur senza tirare in ballo Francesco: “La Chiesa non è un insieme di chiese nazionali, i cui presidenti votano per eleggere il loro leader a livello universale”.

     Solo un paio di giorni fa, il cardinale (anch’egli tedesco) Walter Kasper, il titolare della relazione che aveva fatto da ouverture alla discussione sinodale su matrimonio e famiglia nel corso del concistoro del febbraio di un anno fa, aveva invitato alla preghiera durante un incontro in Inghilterra a margine della presentazione della sua ultima fatica letteraria, Papa Francesco. La Rivoluzione della tenerezza e dell’amore. “Speriamo che il Sinodo sarà in grado di trovare una risposta comune, a larga maggioranza, che non sarà una rottura con la tradizione, ma una dottrina che è uno sviluppo della tradizione”. “La battaglia è in corso”, aveva aggiunto.

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Quasi 500 i sacerdoti in Gran Bretagna che sollecitano il  sinodo a stare fermo sulla Tradizione di non dare la Comunione ai divorziati risposati.


Quasi 500 preti in Gran Bretagna hanno firmato una lettera invitandola ai partecipanti del Sinodo per la famiglia per sostenere un «annuncio chiaro e fermo» su quello che la Chiesa insegna ed ha sempre insegnato sul matrimonio.

Nella lettera, pubblicata in questa settimana da un quotidiano cattolico inglese, i preti scrivono: «Vogliamo, come sacerdoti cattolici, ri-affermare la nostra fedeltà incrollabile alle dottrine tradizionali concernente il matrimonio e il vero significato della sessualità umana, fondata sulla Parola di Dio e insegnata dal Magistero della Chiesa per due millenni.»

     Il Sinodo straordinario dello scorso anno ha provocato un acceso dibattito sulla questione se ai cattolici divorziati-risposati dovrebbe essere consentito di ricevere la Santa Comunione, una proposta presentata da alcuni tra cui il noto cardinale tedesco Walter Kasper.

    In quello che è pensato per essere un passo senza precedenti, dei sacerdoti si sono uniti insieme per sollecitare i partecipanti sinodali a resistere alla proposta. Scrivono: «Noi affermiamo l’importanza di mantenere la disciplina tradizionale della Chiesa per quanto riguarda la ricezione dei sacramenti, e che la dottrina e la pratica rimangano fermamente e inseparabilmente in armonia.»

Un firmatario, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha affermato che «è stata fatta una certa pressione per non firmare la lettera da parte di alcuni uomini di Chiesa di alto livello».

Un altro, che ha anche chiesto di non essere nominato, ha detto che la questione della comunione ai risposati è «una questione di interesse pastorale e fedeltà al Vangelo».

Egli ha detto: «La Misericordia richiede sia l’amore e la verità. C’è molto in gioco. Non tutti i preti si sentirebbero a proprio agio nell’esprimersi in una lettera aperta, ma sarei molto preoccupato se ci fossero sacerdoti in disaccordo con i sentimenti che essa contiene»

La lettera chiede la fedeltà alla dottrina cattolica, e che la pratica deve rimanere “inseparabilmente in sintonia» con la dottrina. I sacerdoti affermano che essi restano impegnati ad aiutare quelli che lottano per seguire il Vangelo in una società sempre più secolarizzata, ma implica che le coppie e le famiglie che sono rimaste fedeli vengano adeguatamente supportate o incoraggiate.»

Tra i firmatari vi sono anche importanti teologi e studiosi inglesi.

I sacerdoti concludono la lettera invitando tutti i partecipanti al prossimo Sinodo «per fare un annuncio chiaro e fermo dell’insegnamento morale immutabile della Chiesa, in modo che la confusione possa essere rimossa, e la Fede confermata.»

     Parlando recentemente in occasione della presentazione del suo nuovo libro, «Papa Francesco, rivoluzione di tenerezza e amore», il Cardinale Kasper ha detto che i cattolici dovrebbero far conoscere ai loro vescovi le loro speranze e le preoccupazioni per il Sinodo. Ma ancora più importante è che dovrebbero pregare che lo Spirito Santo guidi le deliberazioni dei vescovi.

Egli ha detto: «Dobbiamo tutti pregare per questo, perché la battaglia è in corso. Speriamo che il Sinodo sarà in grado di trovare una risposta comune, a larga maggioranza, che non sarà una rottura con la tradizione, ma una dottrina che è uno sviluppo della tradizione. «

Ecco il testo completo della lettera a cui sono seguite le firme di tutti i summenzionati sacerdoti:

«A seguito del Sinodo Straordinario dei Vescovi dello scorso Ottobre 2014 è sorta molta confusione riguardo all’insegnamento della dottrina morale cattolica. In questa situazione vogliamo, come sacerdoti cattolici, ri-affermare la nostra fedeltà incrollabile alle dottrine tradizionali riguardo al matrimonio e il vero senso della sessualità umana, fondata sulla Parola di Dio e insegnata dal Magistero della Chiesa per due millenni. Ci impegnamo nuovamente nel compito di presentare questo insegnamento in tutta la sua pienezza, mentre cerchiamo di raggiungere con la compassione del Signore coloro che fuori lottano per rispondere alle esigenze del Vangelo in un società sempre più secolarizzata. Inoltre si vuole affermare l’importanza di difendere la dottrina tradizionale della Chiesa che interessa la ricezione dei Sacramenti e che la dottrina e la pratica rimangano fermamente ed inseparabilmente in armonia. Esortiamo tutti coloro che parteciperanno al secondo Sinodo in Ottobre 2015 a fare una ferma e netta proclamazione dell’immutabile insegnamento della Chiesa in modo da rimuovere ogni confusione e confermare la Fede.»

 

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INTERVISTA al cardinale Sarah che sta difendendo la dottrina della famiglia. Ai suoi occhi, la visione del matrimonio che vuole imporre l’Occidente è «sconcertante».

Originario della Guinea settentrionale, il cardinale Robert Sarah, 69 anni, è stato nominato nel novembre del 2014 prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. In Vaticano, che ha solo due cardinali africani, consiglia il Papa Francesco per la preparazione del suo primo viaggio nel continente africano, che lo porterà a dicembre in Uganda e nella Repubblica Centrafricana. Fu nominato Vescovo a soli 34 anni da Papa Giovanni Paolo II , creato cardinale nel 2010 da papa Benedetto XVI, egli vuole essere il difensore della chiesa africana e dei suoi 187 milioni di seguaci.

Il divorzio, il matrimonio per tutti, le unioni libere, le famiglie ricomposte … Il concetto di famiglia è cambiata. Il Vaticano ha inviato un questionario ai cristiani di tutto il mondo per interrogarli su questi temi. La Chiesa è pronta per una maggiore apertura?
Ma la Chiesa è già aperta! I divorziati hanno un loro posto, e i loro figli anche, proprio come gli omosessuali, che devono essere accompagnati nella loro fede.

Il problema non è lì. La Chiesa dovrebbe fare di più per seguire i cambiamenti della società?
Penso spesso alla storia di Nabot che possedeva una vigna che veniva bramata dal re Acab. Nabot morì perché si era rifiutato di vendere la sua terra, ereditata dal padre e dai suoi antenati. L’ereditarietà è un tesoro da conservare anche se apparentemente non rappresenta nulla. Perché allora la Chiesa dovrebbe cambiare con il suo ingresso nel terzo millennio? Sulle questioni che lei ha citato, Dio è chiaro. Considera che la matrice della famiglia è composta da un uomo e una donna. Giovanni Paolo II ha parlato in modo inequivocabile su questo e sulla condizione dei risposati. Essi non possono ricevere la comunione.

Vi sentite parte di coloro che hanno fatto sentire la loro voce di dissenso, attaccati alla tradizione, all’ultimo Sinodo sulla famiglia …
Il Sinodo non ha autorità dottrinale, ma solo pastorale. I vescovi producono proposte al papa. Queste sono solo esortazioni. La cura dell’individuo è compito della pastorale, ma la composizione di quella cura è relativa alla dottrina. In ultima analisi, è il Papa che decide. Io sono uno di quelli — e ssamo molti — che non lascerà prevalere la pastorale sopra dottrina. La dottrina è la base senza la quale la casa crolla.

È anche un voler approfondire di più il divario tra la Chiesa e la società?
Se non siamo capaci di riconoscere la forza della dottrina, restiamo pagani. Lì fuori, nel mondo abbiamo ancora dei martiri nel nome di questa dottrina, un esempio lo sono i sacerdoti uccisi in Pakistan o i copti catturai per la loro fede. La visione del matrimonio che vogliono imporci è sconcertante. Ho viaggiato molto e sono inorridito da questa volontà di legiferare e imporre agli altri la visione del mondo occidentale. Inoltre, in Francia, si è manifestato contro questo diktat.

Come africano si vuole porre a guardiano della dottrina?
Gli africani stessi lo sono nonostante la loro povertà. Noi siamo parte della Chiesa. Noi non difendiamo l’Africa, difendiamo l’umanità. Gli ultimi Papi hanno sottolineato l’importanza dell’Africa. Benedetto XVI ha parlato di «polmone della Chiesa»; Paolo VI «la nuova patria di Cristo.» Francesco si recherà in Africa quest’anno. Personalmente, mi impegno contro il ricatto delle Nazioni Unite che vorrebbero imporre cambiamenti contro il pagamento degli aiuti.

Ma si tratta di difendere i diritti delle donne e omosessuali …
Si sta imponendo una visione della famiglia occidentale.

Le religioni, come l’Islam stanno guadagnando terreno in occidente, ma anche in Africa. La Chiesa cattolica sta perdendo. Può permettersi di rifiutare il cambiamento?
La Chiesa non perde nulla! Si è indebolita in Europa, ma ogni anno guadagna fedeli nel resto del mondo. L’Islam è in crescita anche perché offre un ideale. Esso fissa degli obiettivi. Tutta la moralità, tutti i valori cristiani vengono relativizzati. I giovani non hanno punti di riferimento, aumentano i rinvii. Non è attaccando la famiglia che si può salvare la società. Penso anzi che sia vero il contrario. La famiglia è la cellula umana più aggredita in Occidente. Pesano su di essa vincoli finanziari ed economici. Come cristiano, credo che dovremmo mettere Dio al centro della società.

Ma quale discorso politico può portare la Chiesa alla crisi del mondo?
La Chiesa non è qui per dare soluzioni politiche. La nostra lotta è con Cristo, il nostro punto di riferimento è il Vangelo. Penso che la grande crisi che stiamo attraversando sia una crisi antropologica. Al tempo di Cristo ci sono stati anche importanti problemi sociali, grandi crisi. La colonizzazione dell’Impero Romano, per esempio. Cristo non ha detto nulla al riguardo. Era contento di donare un’immagine di Dio, un rifiuto della schiavitù. Una società senza Dio, una società laica non può soddisfare i bisogni umani. Il benessere materiale non soddisfa le sue aspettative.

Ma non è proprio Papa Francesco a fare di tutto una politica?
I media hanno deciso che era un papa politico. Io non la penso così. Se guardiamo la sua carriera, si vede che si è sempre tenuto lontano da movimenti molto impegnati, come per la teologia della liberazione in Sud America. È attaccato alla pastorale. La Chiesa deve formare, guarire, educare, aprire scuole e ospedali, non consegnare messaggi politici. Il sogno della Chiesa non è quello di rendere il mondo giusto. La Chiesa deve essere capace di raccogliere, di riunire.

In Vaticano, in ogni caso, si sta portando avanti un governo di austerità.…
Si stanno intraprendendo riforme fondamentali, in particolare in campo economico. Penso che avranno successo. Condivido anche io una certa avversione per il carrierismo e la tentazione della mondanità.

Questo al Papa ha dato una popolarità incredibile …
Siamo molto felici. Anche se a volte mi dispiace che questo amore sia un po “superficiale. I devoti si affollano per vedere il Papa, per toccarlo, fotografarlo, ma i sacerdoti italiani si accorgono sempre più che le loro chiese si svuotano …

Allo stesso tempo, la curia sembra paralizzata. Si moltiplica quell’atmosfera deleteria del mettersi in «fuga»…
I dicasteri, i nostri ministeri continuano a funzionare. Non c’è paralisi. Resta ancora un degrado umano chi non è in grado di mantenere un segreto, soprattutto per un uomo di Chiesa, che ha il compito di raccogliere la confessione. Non c’è abbastanza rispetto per il Papa.

Ultima indiscrezione, Francesco avrebbe richiamato all’ordine George Pell, il segretario per l’economia …
Conosco molto bene George Pell. Le accuse sul suo stile di vita mi sembrano del tutto infondate. Io vivo altrove in una casa vicina alla sua che è stata completamente restaurata prima del suo arrivo. Le costose opere che gli sono state attribuite non sono realistiche tanto quanto le rimostranze volute da Francesco.

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Martedì, 24 Marzo 2015 00:00

Card. Burke: Noi resisteremo!

Il porporato americano, a cui il Papa ha affidato l’incarico onorifico di patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta, ha affermato: «Non posso accettare che si possa dare la comunione a una persona che sta vivendo un’unione irregolare perché è adulterio. L’unione tra omosessuali non ha niente a che fare col matrimonio»

Resisterò al Papa se ci saranno le aperture ai divorziati risposati e ai gay. Non posso fare altro”. Queste le parole del cardinale statunitense Raymond Leo Burke, tra i principali oppositori, anche nel Sinodo dei vescovi sulla famiglia dell’ottobre 2014, della linea aperturista incoraggiata da Bergoglio. Burke, classe 1948, nativo di Richland Center nel Wisconsin, viene nominato vescovo da san Giovanni Paolo II che lo ordina personalmente nella Basilica Vaticana il 6 gennaio 1995. Ma è Benedetto XVI a imporgli la berretta cardinalizia nel 2010 e ad affidargli il prestigioso ruolo di prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, la “Cassazione vaticana”. Ruolo dal quale Bergoglio lo ha rimosso, subito dopo il Sinodo, per affidargli l’incarico onorifico di patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta.

Per il porporato, infatti, “non c’è dubbio che quello che stiamo vivendo è un tempo difficile, doloroso e preoccupante. Io non vorrei – sottolinea Burke – fare del Papa un nemico”. Anche se la sua opposizione alla linea di Bergoglio è netta e chiara: “Non posso accettare che si possa dare la comunione a una persona che sta vivendo un’unione irregolare perché è adulterio. E la questione delle unioni tra persone omosessuali non ha niente a che fare col matrimonio. Questa è una sofferenza che alcune persone hanno di essere attratte sessualmente, contro la natura, da persone dello stesso sesso”. Per il cardinale, quindi, nessun tipo di apertura per i divorziati risposati e nemmeno per gli omosessuali, nonostante Francesco abbia affermato, pochi mesi dopo la sua elezione: “Chi sono io per giudicare un gay?”. E alla vigilia del primo Sinodo sulla famiglia abbia chiesto di “prestare attenzione ai battiti di questo tempo”.

Per Burke, però, nonostante questo acceso dibattito, “la Chiesa non è minacciata perché il Signore ci ha assicurato, come ha detto a san Pietro nel vangelo, che le forze del male non prevarranno, non praevalebunt come diciamo in latino, che non avranno la vittoria sulla Chiesa”. Eppure gli attacchi del porporato contro Papa Francesco si intensificano e si fanno sempre più pesanti. “Molti – aveva raccontato Burke dopo il primo Sinodo – mi hanno manifestato preoccupazione in un momento così critico, nel quale c’è una forte sensazione che la Chiesa sia come una nave senza timone, non importa per quale motivo”.

E su Bergoglio aveva precisato: “Ho tutto il rispetto per il ministero petrino e non voglio sembrare di essere una voce contraria al Papa. Vorrei essere un maestro della fede con tutte le mie debolezze, dicendo la verità che oggi molti avvertono. Soffrono un po’ di mal di mare perché secondo loro la nave della Chiesa ha perso la bussola”. 

In un recente viaggio a Vienna per presentare la traduzione di un nuovo libro al quale ha contribuito, Remaining in the Truth of Christ (Rimanere nella verità di Cristo),Il testo è frutto della collaborazione di cinque cardinali di Germania, Italia e Stati Uniti ed è una riposta al discorso del cardinale Walter Kasper al concistoro straordinario del febbraio scorso, nel quale ha proposto di permettere ad alcuni divorziati risposati di accedere alla Santa Comunione. Il Cardinale Burke ha messo in guardia contro i tentativi di alcuni membri del Sinodo dei vescovi di cambiare le verità immutabili della Chiesa. Malgrado i recenti resoconti dei media in base ai quali il porporato starebbe guidando l»“opposizione conservatrice” all»“agenda riformista” di papa Francesco, il cardinale statunitense insiste sulla sua fedeltà al papa come Vicario di Cristo e Successore di San Pietro.

Cosa sta insegnando realmente la Chiesa?” E la mia risposta è sempre stata che conosciamo l’insegnamento della Chiesa: è nel Catechismo, è nella Tradizione, e dobbiamo semplicemente aggrapparci a questo, e in questo modo sappiamo che stiamo facendo la cosa giusta.




Nel suo discorso alla fine del Sinodo, il papa ha parlato della difesa del deposito della fede. È questo che vuole sottolineare?

Esattamente. E ho detto molto chiaramente nella mia risposta all’intervistatore che non stavo dicendo che questo era ciò che il Santo Padre stava provocando o facendo, ma semplicemente una realtà di oggi.


La settimana scorsa Elton John ha definito papa Francesco un grande eroe per i diritti dei gay. Alcuni lodano questo e si rallegrano che una persona che in genere non guarderebbe alla Chiesa si sia impegnata ora in qualche modo con essa. Altri dicono: sì, persone come Elton John vedono una porta aperta, ma è aprire una porta che conferma che queste persone hanno uno stile di vita peccaminoso. Come può la Chiesa gestire al meglio questa situazione in cui si trova di modo che ci siano sia verità che carità?

Solo con lo sforzo diligente di spiegare con molta attenzione l’insegnamento della Chiesa riguardo agli atti omosessuali e di compiere le giuste distinzioni tra il peccato e il peccatore. È stata una delle difficoltà del Sinodo, è stato tutto confuso ed è stato quantomeno implicato il fatto che potessero esserci elementi positivi in atti che comportano peccato mortale. Sappiamo tutti che non è possibile. Non ci può essere alcun elemento positivo in questo. E così se il papa viene lodato perché tiene profondamente alle persone che soffrono per l’attrazione per le persone dello stesso sesso – e nella società di oggi questo viene rivestito di grande consapevolezza attraverso tutto il movimento per i diritti dei gay –, la preoccupazione del papa per loro è che capiscano che, anche se provano questa attrazione, è un’attrazione ad atti disordinati e hanno bisogno di cercare la guarigione e la grazia necessarie, di ordinare correttamente la propria vita e di affrontare questa sofferenza, che è molto profonda. Non si può vedere la posizione del papa come se in qualche modo la Chiesa ritirasse ciò che non può ritirare, nella fattispecie l’insegnamento per cui è contrario alla natura.


Si parla sempre più della paura di uno scisma, del fatto che se il Sinodo dei vescovi procederà nella direzione che ha intrapreso la situazione peggiorerà. Cosa si potrebbe fare, a suo avviso, per evitarlo?

Dobbiamo essere individualmente sicuri di rimanere in forte contatto con la Tradizione attraverso il nostro studio del Catechismo, soprattutto attraverso la preghiera e anche una giusta direzione spirituale, forti nella nostra fede cattolica e nella nostra testimonianza di questa. E poi dobbiamo usare altre occasioni e opportunità, come la nostra testimonianza personale nei nostri contatti quotidiani, visite alla famiglia e agli amici e così via, per sottolineare la bellezza della verità relativa al matrimonio. Anche eventi come quello di oggi, un convegno sulle questioni sollevate nel Sinodo sulla famiglia e altri argomenti sui quali c’è molta confusione.

Penso, ad esempio, a questo: è possibile che l’insegnamento della Chiesa possa rimanere lo stesso e tuttavia che la Chiesa possa avere una pratica pastorale che sembra contraddirlo? Bisogna affrontare questo genere di argomenti. E anche la confusione che circonda la posizione dei Padri della Chiesa relativamente alla Comunione a coloro che vivono unioni irregolari, o la confusione che circonda la pratica delle Chiese ortodosse e così via, e l’idea che dovremmo adottare la stessa pratica.


Pensa che ci sia un rischio reale di scisma?

Se in qualche modo il Sinodo dei vescovi è stato visto andare in senso contrario a quelli che sono l’insegnamento e la pratica costanti della Chiesa, c’è il rischio perché sono verità che non cambiano e che non si possono cambiare.

Al Sinodo, quando è stato diffuso il rapporto a metà dei lavori, alcuni hanno detto che era un disastro.

È stato un disastro totale.

Il rapporto finale ha sottolineato la necessità di una sensibilità verso gli elementi positivi dei matrimoni civili e, “fatte le debite differenze”, delle convivenze. La Chiesa, afferma, deve indicare “anche elementi costruttivi” in queste situazioni. Il paragrafo in questione, il numero 41, ha ottenuto la maggioranza richiesta di due terzi. Trova preoccupante che questo paragrafo abbia ottenuto questa maggioranza tra i vescovi?

Il linguaggio è quantomeno confuso, e temo che alcuni Padri sinodali possano non aver riflettuto a sufficienza sulle sue implicazioni, o forse visto che il linguaggio è confuso non abbiano compreso del tutto ciò che si stava dicendo. Ma per me è preoccupante. E poi l’intera questione: che anche se certi paragrafi sono stati rimossi, in contraddizione con la pratica del passato il documento sia stato stampato con quei paragrafi inclusi, e una persona doveva andare a vedere la votazione per verificare se certi paragrafi erano stati rimossi. È preoccupante per me che perfino quelle sezioni che si è votato di rimuovere abbiano ricevuto un sostanzioso numero di voti.

A livello giuridico, quando quei tre paragrafi non hanno ricevuto la maggioranza di due terzi dovevano essere rimossi dal documento?

Assolutamente sì. Non abbiamo potuto discutere quel testo, ma abbiamo votato paragrafo per paragrafo, e a cosa serve votare paragrafo per paragrafo se non per accettare un paragrafo o rimuoverlo? È solo un altro aspetto preoccupante sul modo in cui è stato condotto il Sinodo dei vescovi.

Pensa che questa agenda proseguirà quest’anno? Non ci saranno cambiamenti di direzione?

No, perché il Segretario Generale si è identificato in modo molto forte con la tesi di Kasper, non esita a dirlo e ha anche pronunciato vari interventi in diversi luoghi. È meno esplicito del cardinale Kasper, ma è chiaro che aderisce a quel pensiero. Per cui andrà tutto avanti, ed è per questo che è importante che continuiamo a parlare e ad agire per affrontare la situazione.

Una domanda sul linguaggio: nel documento di metà sinodo è stata usata ripetutamente la parola “accogliere”, soprattutto nei tre paragrafi relativi all’omosessualità. Come sa, “accogliere” in italiano può significare molte cose. Inizialmente in inglese è stata tradotta con “welcome”, poi, due giorni dopo, è stata cambiata con “provided for”, poi si è tornati indietro. Qual è la giusta comprensione o il giusto modo di rendere “accogliere”, se bisogna usare questo termine?

Non sono sicuro che “accogliere” sia la parola giusta da usare, perché credo – non sono un esperto di italiano – che possa essere intesa nel senso che vengono accolte come persone che vivono in questo modo. Le accogliamo come figli di Dio, come fratelli e sorelle di Cristo, ma non accogliamo il loro stile di vita, per così dire, o il modo in cui vivono. Se ci sono, ad esempio, due uomini o due donne che vivono insieme apertamente in una relazione omosessuale, sì, si ha cura di loro, e forse “curare a livello pastorale” è l’espressione migliore. Si ha cura di loro ma bisogna fare molta attenzione nella comunità cristiana a non dare agli altri fedeli l’impressione che in qualche modo la loro relazione sia moralmente giusta e che la Chiesa accolga anche questa relazione. Non è così. È questo l’aspetto delicato. Ricordo nel nostro piccolo gruppo di discussione che certi vescovi avevano un’obiezione nei confronti della parola “welcome”, e l’ho capito per questa ragione.

Penso che il linguaggio in sé non sia corretto e che dobbiamo trovare una vita diversa. Ancora una volta, non sono italiano, ma non penso che “accogliere” sia il termine giusto.

Al Sinodo non sembra che si sia parlato molto del paradiso o della fine o della vita eterna, dell’inferno o del peccato. Il linguaggio che circondava il Sinodo è sembrato piuttosto orizzontale, ma la comprensione cattolica del matrimonio è intesa alla luce della vita eterna e della realtà a cui punta, ovvero l’unione tra Cristo e la Sua Chiesa e l’amore fedele di Dio per il Suo popolo. Come possiamo tornare a concentrare la nostra attenzione su queste realtà l’anno prossimo?

Nel libro Remaining in the Truth of Christ, al quale ho contribuito anch’io, c’è un compendio del Magistero sul matrimonio in cui si troverà questo tipo di direzione, questo approccio in base al quale tutto deve essere visto e affrontato dalla prospettiva della vita eterna e della salvezza eterna, che viene a noi solo in Gesù Cristo e nella Sua grazia attraverso la quale convertiamo quotidianamente la nostra vita a Cristo e lottiamo ogni giorno per vincere il peccato. E questo vale anche nel matrimonio. La bellezza del sacramento è aumentata dalla lotta dei partner per essere fedeli e generosi in ogni modo.


CLICCA QUI se vuoi vedere l’intervista al Cardinal Burke.
L
’intervista inizia in Francese solo per alcuni secondi, per il resto è tutta in italiano.

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Sabato, 06 Dicembre 2014 00:00

Sinodo: Ecco un altro questionario.

Che senso avrebbe un Sinodo sulla famiglia se le famiglie stesse non fossero protagoniste in prima persona? Una domanda a cui papa Francesco ha deciso di rispondere in modo tanto coerente quanto inatteso. L’ha fatto un anno fa quando, a poco più di un mese dalla convocazione del “doppio» Sinodo, decise di diffondere un questionario con otto gruppi di domande (quaranta in totale) per conoscere dalla “base» della realtà familiare problemi, situazioni, difficoltà, opinioni e speranze. L’Instrumentum laboris, il documento base per la discussione dei padri sinodali, venne preparato sulle indicazioni emerse da quelle decine di migliaia di risposte arrivate da ogni parte del mondo.

Per la seconda parte della grande assemblea familiare, che approderà poi al Sinodo ordinario dell’ottobre 2015, Francesco – sorprendendo tutti ancora una volta – ha scelto nei giorni scorsi lo stesso schema. Saranno le famiglie stesse a suggerire valutazioni e approfondimenti grazie a un secondo “questionario» che a breve sarà diffuso a tutte le famiglie dei cinque continenti. Questa volta la piattaforma per le domande sarà rappresentata dalla Relazione finale del Sinodo
straordinario, concluso lo scorso 19 ottobre. Ma, proprio per agevolare l’afflusso dei pareri, i tradizionali lineamenta saranno trasformati in una serie di domande. E anche questa è una novità assoluta nella storia delle assemblee sinodali.

L’annuncio è stato dato dal segretario generale del Sinodo, il cardinale Lorenzo Baldisseri, che domenica scorsa ha celebrato ad Assisi la Messa conclusiva del convegno organizzato dall’Ufficio nazionale Cei per la pastorale familiare. Di fronte a quasi 600 delegati in rappresentanza di 102 diocesi, il porporato ha raccontato che è stato il Papa stesso a prendere questa decisione nel corso dell’ultimo Consiglio di segreteria del Sinodo.

«Siamo a metà del cammino sinodale. Ora, per avviare la seconda parte – ha spiegato Baldisseri – abbiamo deciso di lanciare i lineamenta sotto forma di domande». E questo “questionario bis» avrà due caratteristiche. «Innanzi tutto chiederemo alle conferenze episcopali, alle diocesi, alle parrocchie come è avvenuta la ricezione della “Relazione finale» del Sinodo straordinario. Allo stesso tempo chiederemo l’approfondimento delle questioni affrontate nel dibattito, di tutte, ma soprattutto di quelle che hanno bisogno di essere discusse in modo più accurato».

Alle conferenze episcopali quindi, ha proseguito il segretario generale del Sinodo, la facoltà di come lavorare per questo obiettivo, in modo tale da avere «contributi che arrivano direttamente dalla base».

Una sorta di dialogo aperto con le famiglie del mondo, prima di prendere decisioni che, in un modo o nell’altro, avranno conseguenze non trascurabili sulla vita delle famiglie, soprattutto di quelle più segnate dalla sofferenza e dalle spaccature. È come se il Papa consegnasse ai nuclei familiari le decisioni emerse nella prima parte del percorso sinodale e ponesse due questioni fondamentali: come avete accolto queste riflessioni? Come possiamo approfondire questi temi? Una scelta di umiltà che mostra tutta l’attenzione del pontefice – aveva fatto notare Baldisseri nella prima parte dell’omelia – nell’accompagnare con atteggiamento di misericordia la vita delle famiglie, chiedendo direttamente a loro un nuovo protagonismo.
Nella stessa prospettiva, tracciando le conclusioni del convegno, si era espresso don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la pastorale della famiglia, che aveva sottolineato come in questo momento storico «venga chiesto un vero e proprio cambio di passo a chi si occupa di pastorale familiare. Solo se ci apriamo alla fantasia creativa della Trinità – ha sottolineato – possiamo scrivere pagine sempre nuove nell’ossatura delle comunità cristiane».

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Don Claude Barthe analizza un buon responsum dato dalla Congregazione della Dottrina per la Fede (22.10.2014), sulla facoltà di assoluzione o meno a divorziati risposati civilmente.
Le parole della Congregazione sono chiare e cristalline, ed ogni commento sarebbe superfluo.
Da rimarcare come la Congregazione, «nonostante» il Sinodo e seguendo la linea ortodossa, abbia citato la Familiaris Consortio e il Concilio di Trento sulle condizioni per poter dare l’assoluzione.


La questione della situazione dei cattolici divorziati risposati civilmente è stata particolarmente discussa nella riunione speciale del Sinodo su «Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione», che si è concluso 18 ottobre scorso. Un testo della Congregazione per la Dottrina della Fede, in risposta ad una domanda di un sacerdote, ha di recente apportato un elemento importante particolarmente illuminante nell’attuale confusione generale, su un punto specifico della pastorale nei confronti di questi fedeli.

Questa risposta ha il vantaggio di porsi a monte del problema sulla comunione eucaristica ai divorziati risposati. Esso regola infatti quello che dovrebbe essere l’atteggiamento dei sacerdoti che esercitino il ministero della riconciliazione per questi fedeli divorziati risposati.


Quando è stato chiesto da un sacerdote francese:
«Il confessore può dare l’assoluzione ad un penitente che, essendo stato sposato religiosamente, ha contratto un secondo matrimonio civile dopo il divorzio?»

La Congregazione per la Dottrina della Fede ha risposto il 22 OTTOBRE 2014:

«Non possiamo escludere a priori i fedeli divorziati risposati dalla confessione penitenziale che porterebbe alla riconciliazione sacramentale con Dio e quindi alla comunione eucaristica. Papa Giovanni Paolo II nella sua Esortazione Apostolica Familiaris Consortio (n. 84), ha ritenuto questa possibilità e ne ha precisato le condizioni: «La riconciliazione attraverso il sacramento della penitenza — aprendo la strada al sacramento eucaristico — può essere concessa solo a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò implica effettivamente che quando un uomo e una donna non possono, per gravi motivi — per esempio, l’educazione dei figli — rispettare l’obbligo della separazione, essi allora si devono impegnare a vivere in piena continenza, vale a dire, ad astenersi dagli atti propri dei coniugi» (si veda anche Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 29). Il confessore serio deve considerare quanto segue:
1 — Controllare la validità del matrimonio religioso secondo la verità, evitando di dare l’impressione di una forma di «divorzio cattolico».
2 — Vedere se eventualmente le persone, con l’aiuto della grazia, possono separarsi con il loro nuovo compagno e riconciliarsi con coloro da cui si sono separati.
3 — Invitare i divorziati risposati, che per motivi gravi (ad esempio i bambini) non possono essere separati dai loro nuovi coniugi, a vivere come «fratello e sorella». In ogni caso, l’assoluzione può essere concessa solo se c’è la certezza di un autentico pentimento, vale a dire «di il dolore interiore e della riprovazione del peccato, che è stato commesso e il proposito di non può peccare più «(Concilio di Trento, dottrina sul sacramento della Penitenza, v. 4). In questa linea, non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non prenda una ferma decisione di non «peccare più» e di astenersi quindi dagli atti propri dei coniugi e di fare tutto quanto sia in suo potere a tal scopo.»

Luis F. Ladaria, SI, Arcivescovo titolare di Thibica, Segretario.

La Congregazione non si accontenta di citare il n. 84 Familiaris Consortio. Essa analizza realisticamente le linee guida che deve seguire il ministro del sacramento della penitenza. Va notato che la Congregazione non intende impegnarsi, nel contesto della questione sottopostale, ad una presentazione sulle diverse possibilità di esortazione morale e spirituale che sono disponibili al sacerdote, per parlare della santità di sacramento del matrimonio, della sua indissolubilità nonostante l’adulterio che ha portato alla nuova unione civile, la responsabilità su ogni altro coniuge separato, lo scandalo dato, le grazie del sacramento che continuano ad essere disponibili per loro, eccetera. Il responsum non risolve le questioni affrontate dal sacerdote che ascolta la confessione del penitente per sapere se può effettivamente assolvere il nome di Cristo, in virtù del suo ministero sacramentale e a quali condizioni.

Grande benevolenza.

Anche se nel contesto della diffusione e discussione pubblica delle teorie eterodosse il Responsum potrebbe apparire «rigido», esso si indirizza, in realtà, il più possibile verso la benevolenza nei confronti del peccatore, tenendo conto realisticamente la situazione di peccato creata dalla formazione di una nuova unione dopo il divorzio, e cercando di rimuovere con attenzione il penitente «senza schiacciare il lumicino ancora tremolante» Possiamo dire che Congregazione si pone, secondo la tradizione della Santa Sede, nel contesto della teologia romana, quella di S. Alfonso Liguori che ha combattuto i puristi francesi.
Il Responsum analizza così le varie linee che il confessore dovrà seguire rapidamente al tribunale della penitenza:
- L’eventuale invalidità del matrimonio sacramentale, che risolverebbe il problema. In alcuni casi, infatti, la supposizione dell’invalidità diventa evidente o incoraggia a un nuovo riesame più approfondito. La Congregazione dice, tuttavia, che le questioni in questo senso non dovrebbero scandalizzare inducendo a pensare che la Chiesa ha un «divorzio cattolico».
- Soprattutto, il confessore tenterà di scoprire se il penitente ritenga possibile una riconciliazione tra i coniugi. Infatti, secondo S. Agostino: «Dio non ci comanda a cose impossibili, ma nel comandare Egli vi ammonisce di fare ciò che è possibile e chiedere ciò che non si può.» Il Concilio di Trento ha aggiunto, parafrasando San Paolol, «Egli ti aiuta a poterlo fare» (Dz 1536). E ciò il responsum lo traduce «con l’aiuto della grazia.» Aggiungendo che ci possono essere figli dell’unione sacramentale, profondamente feriti dalla separazione dei genitori.
- In ogni caso, solo di motiti gravi (presenza dei figli del secondo matrimonio, si potrebbe aggiungere l’età avanzata della coppia e il rischio di rottura di una convivenza che è solo amicizia) possono evitare l’obbligo di rompere la convivenza adulterina iniziata con la seconda unione civile. E in questi casi, il penitente deve accettare di vivere con il suo nuovo coniuge come «fratello e sorella». Questo richiederà verosimilmente una riflessione sulla sulla possibilità di messa in pratica di questa situazione, e di cui senza dubbio il rinvio dell’assoluzione sacramentale ad un’altra confessione. Ciò implica per il penitente e il suo secondo coniuge a prendere le misure e le decisioni per vivere rettamente nonostante ciò che i teologi morali chiamano «l’occasione di peccato.» L’esperienza dimostra che non è impossibile. Ma solo un considerevo motivo (l’educazione dei figli) permette di rimanere nel pericolo di peccato. Inoltre, la Congregazione va dritta al punto, senza specificare come dovrà essere impostato lo stile di vita per evitare che la pratica dei sacramenti da parte di coniugi apparentemente adulteri sia causa di scandalo.

Conclusione

La conslusione del Responsum è particolarmente interessante. Esso integra in effetti la risoluzione di questo caso particolare di assoluzione data a un divorziato che ha contratto una nuova unione, col principio generale dell’indissolubilità del sacramento, e di conseguenza la legittimità di assoluzione sacramentale concesso secondo il prudente giudizio dal ministro del sacramento. Sono necessarii «atti del penitente» (la contrizione, la confessione dei peccati, e la soddisfazione, vale a dire «la penitenza»), specialmente la contrizione richiesta per divina istituzione per la remissione dei peccati. La Congregazione per la Dottrina della Fede cita il Concilio di Trento (Dz 1676): affinché i peccati siano rimessi, il penitente deve essere animato circa il male commesso, dal dolore dell’anima, dall» avversione di quel peccato con il proposito di non peccare più.

 

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Lunedì, 03 Novembre 2014 00:00

Il Cardinal Burke e l'attivista gay

Per tutti quello che hanno seguito il recente Sinodo straordinario sulla famiglia sui media generalisti, il card. Burke è una specie di orco, un retrogrado intransigente e carente di misericordia, desideroso di infastidire gli omosessuali e i divorziati. La realtà è ben diversa. Almeno questo è quello che si può intuire a partire dalla testimonianza di Erc Hess che ha pubblicato un articolo Coming out of Sodom in cui si riferisce ai suoi rapporti con l’allora vescovo Burke.


Hess spiega in questo modo la sua esperienza: “Dal 1990 al 1994 sono andato in chiesa di tanto in tanto. Nel 1995 dissi al mio compagno che non potevo andare perchè ero molto arrabbiato con la Chiesa. Misi in una scatola tutti i miei crocifissi e bibbie e l’ho lasciata presso la sede del vescovo di La Crosse, Winsconsin, con una lettera in cui rinunciavo alla fede cattolica.


Con mia sorpresa, il vescovo Raymond Burke rispose con una amabile lettera esprimendomi la sua tristezza. Mi diceva che rispettava la mia decisione e che l’avrebbe notificata alla parocchia dove ero stato battezzato. Molto educatamente il vescovo Burke mi disse che avrebbe pregato per me e che sperava in un futuro nel quale volessi riconciliarmi con la Chiesa.

Come uno dei più espliciti attivisti gay del Winsconsin, pensai: “Che arroganza!”. Allora scrissi una lettera al Vescovo accusandolo di molestie. Gli dissi che le sue lettere non erano benvenute e gli chiesi come poteva osare scrivermi.

I miei sforzi non riuscirono a logorarlo. Il vescovo Burke mi inviò un’altra lettera assicurandomi che non mi avrebbe più scritto, però che se in futuro avessi preso la decisione di riconciliarmi con la Chiesa, egli mi avrebbe accolto con le braccia aperte.

In realtà il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non si diedero per vinti con me. Pochi anni dopo parlai con un buon sacerdote che ha unito le sue preghiere a quelle del vescovo Burke dall’agosto del 1998.

Il 14 agosto, festa di S.Massimiliano Kolbe e vigilia della Santissima Assunziona di Maria, la misericordia divina penetrò la mia anima mentre ero in un ristorante. Non sapevo, quando sono entrato in quel ristorante con il mio “compagno” da più di otto anni, che il Signore stava per afferarmi quel pomeriggio e portarmi fuori da Sodoma, al banco della sua misericordia risanante, il Santo Sacramento della Penitenza.

Il sacerdote che avevo consultato stava lì.Mentre lo guardavo una voce interiore parlò al mio cuore. Era soave, chiara dentro la mia anima. La voce mi disse: “Questo sacerdote è l’immagine di ciò che ancora può essere, se solo ti rivolgi a me”

Ritornato a casa dissi al mio compagno: “Devo andare alla chiesa cattolica”. Anche se ha versato qualche lacrima mi rispose in modo affettuoso: “Eric, lo sapevo da molto tempo. Fai quello che devi fare per essere felice. Fin dall’inizio sapevo che questo giorno sarebbe arrivato…”

Poi ho chiamato l’ufficio del vescovo Burke. La sua segreteria sapeva bene chi ero, così dissi che volevo che il vescovo Burke fosse il primo a sapere che rientravo nella Chiesa, che mi stavo preparando per il sacramento della Confessione. Mi ha chiesto di aspettare un attimo. Quando è ritornato mi ha detto che il vescovo voleva incontrarmi.

Dopo ho confessato i miei peccati ad un umile e devoto sacerdote, pastore di anime e ricevetti l’assoluzione. Come parte essenziale del mio recupero una buona famiglia cattolica mi diede rifugio fino a quando ho trovato il mio posto.

Un mese dopo la mia riconciliazione con Dio e con la Chiesa mi recai agli uffici del vescovo Burke e mi accolse con un abbraccio. Mi ha chiesto se ricordavo le mie cose che gli avevo inviato insieme alla mia lettera di abbandono della Chiesa. Certo che me en ricordavo. Il vescovo Burke le aveva conservate perchè era certo che sarei ritornato alla Chiesa.”

Hanno detto che è un mostro senza misericordia, un “homófobo” insensibile e ideológico….

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Lunedì, 03 Novembre 2014 00:00

Fedeli “semplici” e pastori dubbiosi

L’occasione del Sinodo ha messo in rilievo che oggi molti pastori della Chiesa amano seminare dubbi tra i fedeli. È la conseguenza della fede vissuta come dubbio e non come certezza, come domanda e non come risposta. Per fortuna nella Chiesa ci sono ancora molti fedeli “semplici”, ovvero saldi e forti nella fede, che non seguono le interviste giornalistiche dei loro pastori.


Oggi molti pastori della Chiesa amano seminare dubbi tra i fedeli. Alcuni di loro non seminano dubbi, ma permettono che altri lo facciano senza intervenire. Inutile fare degli esempi. Lo abbiamo visto prima del Sinodo, durante il Sinodo e dopo il Sinodo. Sembra che un fedele che sia saldo, fermo o irremovibile nella fede, come chiede San Paolo nella prima lettera ai Corinzi (15,58) e in quella ai Colossesi (1,23) sia in qualche modo fuori posto.

Dietro questa visione delle cose c’è l’idea che la fede sia ricerca e non possesso, percorso e non approdo. Essere saldi nella fede passa per arroganza. L’adesione a Cristo sembra che consista nel porsi delle domande e non nell’aver trovato la Risposta. Karl Rahner afferma che «la rivelazione naturale propriamente consiste nell’esistenza di Dio come domanda (e non come risposta)». Dio, per lui, è l’orizzonte che permette all’uomo di farsi domande, senza mai poter uscire da questo domandare esistenziale.

È evidente che qui si confrontano due visioni diverse della fede. Questa è sempre stata definita – per esempio da San Tommaso – come un “assenso” alla verità rivelata da Dio in virtù della sua autorità. La fede è un assenso, una adesione, non un dubbio.

Joseph Ratzinger, nel suo famoso “Introduzione al Cristianesimo”, spiega molto bene che la fede ha a che fare con le idee di verità, stabilità, fedeltà, confidenza, aver fiducia, attenersi a qualcosa. La fede – egli dice – «è abbandonarsi con fiducia al senso della realtà che sostenta me e il mondo; significa accoglierlo come il solido terreno su cui possiamo stare, reggendoci senta timore». L’atteggiamento della fede cristiana si esprime nella parola “amen”, che indica fiducia, stabilità, irremovibilità, fermezza, verità. Ha origine qui anche il discorso della ragionevolezza della fede, è infatti per questo suo carattere di stabilità che la fede esige di essere compresa dall’intelletto.

hqdefaultIl compito dei pastori è di «confermare nella fede». Quando essi seminano dubbi anziché verità e quindi non confermano ma distraggono e confondono i fedeli, vuol dire che la concezione moderna del dubbio ha fatto larga strada anche dentro la mentalità cattolica. Come si sa, la modernità nasce dal dubbio (soprattutto con Cartesio) e consiste nella celebrazione del dubbio non solo come strumento di ricerca ma come orizzonte originario. Hanna Arendt lo ha spiegato molto bene nel capitolo VI de suo libro Vita activa.

Si è sempre sostenuto che all’inizio del sapere ci sia la meraviglia. La meraviglia perché c’è l’essere. Da cui nasce poi il nostro domandare, dato che l’essere non si giustifica immediatamente. La meraviglia, però, non è il dubbio. La meraviglia è una certezza: c’è l’essere. E nemmeno la domanda originaria da cui nasce la ricerca è un dubbio, perché si fonda su una precedente certezza. All’inizio c’è una risposta e non una domanda. Se invece si parte dal dubbio, in principio c’è una domanda che non troverà mai risposta, perché il principio è anche il fondamento. Senz’altro l’uomo è un animale che fa domande. Ma non solo e non originariamente.

Ora, questa idea che all’origine ci sia il dubbio è penetrata nel nostro modo di pensare quotidiano, per cui dalle riunioni in parrocchia bisogna per forza andar via con dubbi, dopo aver messo in questione la nostra fede, e non con un rafforzamento delle certezze della fede. Questa è considerata una apologia presuntuosa. Se uno fa un intervento in difesa della fede e a conferma delle verità della fede viene tacitato come arrogante. Se uno interviene per porre dubbi e corrodere le convinzioni passa per umile ricercatore. Si tratta invece di falsa umiltà, dato che l’uomo radicalmente dubbioso non si concede a nessuna verità che non sia il suo dubbio, che diventa l’unica arrogante verità.

Per fortuna nella Chiesa ci sono ancora molti fedeli “semplici”. Essi sono la sua forza. Semplici significa saldi e forti nella fede, dato che ciò richiede umiltà e semplicità. Per fortuna molti di loro non seguono le interviste giornalistiche dei loro pastori, la partecipazione di questi ultimi ai dibattiti televisivi, le dichiarazioni avventate e provocatorie. Per fortuna a molti di loro non è arrivata la notizia che un vescovo, al Sinodo, ha detto che le unioni omosessuali sono un’occasione di santificazione.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

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Ascoltate la catechesi a questo link http://bit.ly/1wJuiqw

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Giovedì, 30 Ottobre 2014 00:00

Sinodo, un balzo indietro di 50 anni.

«Dobbiamo operare per evitare che si ripeta quanto avvenuto dopo la promulgazione di Humanae Vitae nel 1968». È uno dei concetti formulati dal cardinale George Pell durante la presentazione del volume di Juan José Pérez-Soba e Stephan Kampowski, entrambi docenti al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, intitolato Il Vangelo della famiglia nel dibattito sinodale oltre la proposta del Cardinal Kasper.


Il beato Paolo VI
L’Humanae vitae è l’enciclica promulgata da papa Paolo VI il 25 luglio 1968 con la quale veniva ribadita la dottrina di venti secoli della Chiesa: la contraccezione è un male intrinseco. Non posso nascondere che si tratta di un pensiero che più volte ha fatto capolino nella mia mente da quando è stato annunciato il Sinodo sulla famiglia: che cosa può insegnare la vicenda di Humanae Vitae? Ovviamente gli eventi non si ripetono mai uguali due volte, tuttavia mi sembrerebbe che cogliere alcune similitudini con i fatti di oltre quarant’anni fa potrebbe aiutare nel discernimento.

Il contesto mostra una prima certa analogia: così come oggi Papa Francesco, anche allora Papa Paolo VI godeva di un grandissimo consenso; per convincersene basta rivedere le immagini di papa Montini durante il tragitto sulla via dolorosa nel suo pellegrinaggio in Terra Santa, dove una folla strabordante si strinse attorno al Pontefice per accompagnarlo quasi sollevandolo da terra. L’abbraccio con il primate ortodosso Athenagora, la prosecuzione del Concilio Vaticano II inaugurato da San Giovanni XXIII, la rinuncia al triregno, l’avvio della riforma liturgica, erano tutti elementi che avevano conferito al pontificato un indubbio carattere innovativo che aveva attirato la simpatia sul Pontefice anche di settori tradizionalmente ostili al cattolicesimo.

Un secondo elemento di somiglianza è quello della materia che in entrambi i casi ha indirettamente a che fare con la sessualità. Paolo VI dovette affrontare la liceità della contraccezione, della sessualità coniugale volontariamente privata del significato procreativo, di un insegnamento ininterrotto di venti secoli che fu dei Santi, dei canoni e del magistero dei predecessori. Oggi la materia che accende la discussione è la comunione ai divorziati risposati; comunque la si voglia girare, ancora una volta è della liceità di una modalità di esercizio della sessualità che si discute: unirsi con una donna o un uomo diversi dal coniuge.

Anche in questo caso è dell’insegnamento dei Santi, di un Concilio, del magistero più recente, ed in più delle parole dello stesso Gesù Cristo che si discute. Il sinodo sulla famiglia è stato preceduto da un sondaggio planetario. Ma anche per la contraccezione si svolsero sondaggi; vi fu un sondaggio promosso dalla Segreteria di Stato tra gli episcopati sugli aspetti dottrinali e pastorali della contraccezione, ci fu quello del Dr. Cavanagh su 2.300 donne, quello dei coniugi Crowley su oltre 3.000 coppie di 18 paesi, quello della signora Kulanday, infermiera indiana.

Abbiamo letto le pronunce di alti prelati in favore della comunione ai divorziati, oggi leggiamo i cardinali Maradiaga e Tettamanzi, il documento del vescovo di Anversa Bonny, per non citare il caso del cardinale Kasper, che ha firmato persino un libro per spiegare la sua posizione. Cinquant’anni fa suggerivano il cambiamento della dottrina il vescovo di Boscoducale Willem Bekkers, quello di Magonza Joseph Reuss, la conferenza episcopale olandese, il vescovo inglese Thomas d’Esterre Roberts assieme al primate del Belgio e moderatore del concilio, cardinale Joseph Suenens, tutti protagonisti di pubbliche perorazioni per il cambio di atteggiamento sulla contraccezione.

In realtà proprio quelle prese di posizione crearono quel clima di attesa per un imminente cambiamento della dottrina che portò tanti coniugi all’abbandono della continenza periodica e alla successiva ribellione, una volta che il Papa ebbe ribadito l’insegnamento della Chiesa.

C’è da chiedersi se ed in quale misura il fatto che vengano oggi messi in discussione elementi del Magistero già di per sé così negletti nella pastorale delle parrocchie e delle diocesi, contribuirà ad accantonarli ancora di più, realizzando un analogo “danno pastorale”, come lo ha definito un padre sinodale. Gabriella, la ragazza di cui ha raccontato Gianfranco Amato, potrebbe essere il caso indice di una purtroppo vasta epidemia.

Sulla contraccezione si diceva: se vi sono coloro che contestano la dottrina, allora significa che la dottrina non è certa e poiché lex dubia non obligat, deve valere la libertà di coscienza. Come allora, oggi si legge qua e là il tentativo deresponsabilizzante di rendere insindacabile il giudizio della coscienza degli sposi riguardo la propria condotta, ma si dimentica di aggiungere che se è vero che agire contro coscienza significa peccare, non di meno agire secondo coscienza non garantisce di non peccare. Come allora si dimentica la lezione del beato Newman: «La coscienza ha dei diritti perché prima ha dei doveri»; si dimentica la lezione del Concilio: la coscienza è il sacrario dove «l’uomo scopre (detegit) una legge che non è lui a darsi»; si dimentica la bocciatura di Joseph Ratzinger di una coscienza che si fa «istanza che ci dispensa dalla verità» e «si trasforma nella giustificazione della soggettività», si dimentica l’invocazione dei padri: «Liberami dalle colpe che non vedo» (Sal 19,13) e l’ammonimento stesso di Gesù Cristo a badare che la lucerna del corpo non sia malata (Mt 6,2223).

Come allora si voleva applicare il principio di totalità all’apertura complessiva degli sposi all’accoglienza dei figli, rendendo così irrilevante ogni singolo atto coniugale, oggi si vorrebbe procedere in modo analogo con i singoli atti compiuti fuori dal matrimonio sacramentale. Nella pastorale dei liberals il principio attivo della moralità degli atti scompare mediante diluizione hahnemanniana aggiungendo quanto basta di caritas sine veritate (carità senza verità).

Riguardo al matrimonio oggi si dice: se gli ortodossi consentono un secondo e un terzo matrimonio non sacramentali, allora significa che è possibile concedere divorzio e nuove nozze senza violare l’indissolubilità del matrimonio. Negli anni ’60 erano gli anglicani e luterani che avevano sdoganato la contraccezione ad essere indicati dai regressisti cattolici come esempi virtuosi di pastoralità coniugale. In entrambi i casi dimostrare che la dottrina opposta a quella cattolica sia quella giusta e porti le persone alla salvezza delle anime è derubricato tra le varie ed eventuali.

Oggi la Chiesa affronta le questioni bollenti utilizzando lo strumento della collegialità sinodale. Anche per la contraccezione si discusse collegialmente, lo si fece apertamente in concilio fino a quando il 23 ottobre 1964 mons. Guano, relatore dello schema XIII, comunicò ai padri conciliari che il Santo Padre aveva deciso di avocare a sé la questione. Lo si fece attraverso la commissione pontificia nominata da Papa Giovanni XXIII, lo si fece con una moltitudine di rapporti, lettere, studi, visite che il Papa ricevette, ma poi, alla fine fu lui personalmente, Pietro, a dovere decidere: «Nel decidere siamo soli.
   Decidere non è facile come studiare. Dobbiamo dire qualcosa. Ma cosa?«Dio dovrà semplicemente illuminarci», disse il Papa al giornalista Cavallari sul Corriere della Sera. Anche oggi sul matrimonio, sulla parola di Dio, sull’Eucaristia, sarà Pietro a dovere confermare i fratelli nella fede. Oggi come allora il sensus fidei viene brandito come clava contro la Chiesa per frantumare la sua pretesa di essere maestra di verità; eppure, per quanto dura, la verità non capitola davanti alla minaccia di rimanere sola: «Forse anche voi volete andarvene?» (Gv 6,67).


Cardinal Pell
Voglio dirlo con quella franchezza che Papa Francesco ha raccomandato: sì, ha ragione il cardinale Pell, c’è bisogno di evitare ciò che avvenne con l’Humanae vitae. Evitiamo la defezione, il silenzio, la cacofonia, lo scandalo dei docili. Evitiamo la pavidità, il conformismo; battezzati nella fede cattolica, sforziamoci di mantenerci cattolici, ricordiamo che la nostra altezza dipende dalla capacità di stare in spalla ai giganti che ci hanno preceduto.

Oggi come allora c’è un’enorme spinta da parte del mondo ateo e laicista a favore della rivoluzione della sana dottrina: perché? Sanno bene che una Chiesa “più umana” significherebbe una Chiesa “meno divina”, sanno bene che se ciò che ieri era un male oggi non lo si dichiarasse più tale il primo passo fondamentale sarebbe compiuto. «Ogni compromesso concluso con il male somiglia non solo al suo trionfo parziale, ma al suo trionfo completo, giacché il male non chiede sempre di cacciare il bene, ma vuole il permesso di coabitare con lui. Un istinto segreto lo avverte che chiedendo qualcosa, chiede tutto. Appena non lo si odia più, esso si sente adorato», scriveva Ernest Helo.

Oggi, come al tempo di Humanae vitae, si accontenterebbero che si affermasse che non vi è niente d’immutabile, non vi è niente di perenne, non vi è niente di certo, tutto è relativo al dove e al quando. Ho l’impressione che vi sia chi dica “aggiornamento”, ma propugnando adattamento e stravolgimento. Una Chiesa che fosse orientata dall’indice di gradimento anziché dalla parola di Dio sarebbe come un giullare costretto a rendersi ridicolo per compiacere il proprio signore. Allora chi non ha alcuna fede potrebbe cantare “no hell below us, above us only sky” (nessun inferno sotto di noi, solo cielo sopra di noi), potrebbe dire “Infine sono dio”. Ma per ottenere un tale risultato non potrà essere un ex-Beatles defunto, un ottuagenario ateo in barba bianca, un filosofo dal pensiero molle, né un matematico impertinente a dichiararlo. Non potrà essere la maggioranza del laicato, né degli ecclesiastici in nero, viola, o porpora; no: è bianco il colore di cui hanno bisogno, è bianco il colore che non hanno mai avuto e non potranno mai avere, perché com’è logico, se si macchiasse cesserebbe di essere bianco.

© Renzo Puccetti

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Nel sinodo e dopo, porta girevole per gli omosessuali.

Prima ammessi con tutti gli onori, poi ricacciati fuori. Così è parso dall’andamento della discussione. Ma ecco che cosa è accaduto davvero. Martin Rhonheimer fa il punto sulla questione.

 

L’omosessualità è stata una delle questioni più controverse, nel recente sinodo straordinario sulla famiglia, come prova la diversità abissale tra il paragrafo ad essa dedicato nella Relatio finale e i tre paragrafi della precedente Relatio di metà discussione.

Relatio” finale:

55. Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: ‘Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia’. Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. ‘A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione’ (Congregazione per la dottrina della fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4)”.

Relatio post disceptationem”:

50. Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare una Chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di esserlo accettando e valutando il loro orientamento sessuale, senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio?

51. La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale: si presenta quindi come un’importante sfida educativa. La Chiesa peraltro afferma che le unioni fra persone dello stesso sesso non possono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna. Non è nemmeno accettabile che si vogliano esercitare pressioni sull’atteggiamento dei pastori o che organismi internazionali condizionino aiuti finanziari all’introduzione di normative ispirate all’ideologia del gender.


52. Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partner. Inoltre, la Chiesa ha attenzione speciale verso i bambini che vivono con coppie dello stesso sesso, ribadendo che al primo posto vanno messi sempre le esigenze e i diritti dei piccoli”.

Prima dal cardinale relatore Péter Erdö e poi dal presidente delegato Raymundo Damasceno Assis, l’autore di questi tre paragrafi è stato indicato nel segretario speciale del sinodo Bruno Forte, voluto in questo ruolo da papa Francesco.

Ma anche la preistoria di questi paragrafi è significativa. Due su tre dei padri sinodali che nella discussione in aula hanno sollevato l’argomento – i soli su quasi duecento presenti – hanno infatti appoggiato esplicitamente le loro argomentazioni su affermazioni di papa Jorge Mario Bergoglio.


L’arcivescovo di Kuching John Ha Tiong Hock, presidente della conferenza episcopale di Malesia, Singapore e Brunei, si è rifatto al passaggio dell’intervista di Francesco a La Civiltà Cattolica nel quale il papa sollecita la Chiesa a maturare e riformulare i propri giudizi sulla comprensione che l’uomo d’oggi ha di sé – anche in materia di omosessualità, ha specificato l’arcivescovo – con la stessa disposizione al cambiamento mostrata in passato nel mutare radicalmente i propri giudizi sulla schiavitù:

Antonio Spadaro SJ

Questa intervista era stata raccolta e pubblicata nel settembre del 2013 dal direttore de La Civiltà Cattolica, il gesuita Antonio Spadaro, il quale aveva anche trascritto e pubblicato sulla stessa rivista, nel gennaio del 2014, un colloquio del precedente novembre tra il papa e i superiori generali degli ordini religiosi:

> “Svegliate il mondo!”

Ed è da questo secondo colloquio che padre Spadaro – nominato membro del sinodo personalmente da Francesco – ha ripreso in aula le testuali parole del papa riguardo a una bambina adottata da due donne lesbiche, per sollecitare la Chiesa a un rinnovato e dovuto “ascolto e discernimento” di situazioni di questo tipo.

Padre Spadaro, disobbedendo agli ordini della segreteria generale del sinodo, ha poi reso pubblico questo suo intervento in aula:

> Intervento di p. Antonio Spadaro S.I.


Christoph Schönborn
La Relatio post disceptationem, nei tre paragrafi dedicati all’omosessualità, ha ripreso e sviluppato ulteriormente le cose dette in aula dall’arcivescovo malese, da padre Spadaro e dal cardinale Christoph Schönborn, il terzo intervenuto sul tema.

Ma la successiva discussione nel sinodo ha fatto pezzi i tre paragrafi e di essi non è confluito praticamente nulla nella Relatio finale, che sull’omosessualità si limita a rimandare a quanto già detto dal Catechismo della Chiesa cattolica e dalla congregazione per la dottrina della fede.

Dopo due settimane di accesa discussione nel sinodo, la questione è parsa dunque essere tornata al punto di partenza.

Ma qual è questo punto di partenza, al di là delle scarne indicazioni della Relatio? Cioè qual è la lettura che il magistero e la teologia morale cattolica, nelle sue sedi ufficiali, danno della questione dell’omosessualità?

Dal punto di vista teologico e filosofico, l’articolo che segue è una nitida fotografia della visione classica in materia, nel solco di san Tommaso d’Aquino.

Ne è autore Martin Rhonheimer, svizzero, sacerdote dell’Opus Dei, professore di etica e filosofia politica nella Pontificia Università della Santa Croce, Roma.

 

SUL CARATTERE NON RAGIONEVOLE DEGLI ATTI OMOSESSUALI

di Martin Rhonheimer

Vorrei qui approfondire l’idea centrale della “verità della sessualità”, vale a dire l’idea che la sessualità umana possiede una sua verità propria che, senza svalutarne l’intrinseca bontà come vissuto affettivo e sensuale, la trascende e la integra nell’insieme della dimensione spirituale della persona umana. […]

La verità della sessualità è il matrimonio. È l’unione fra persone in cui l’inclinazione è vissuta come scelta preferenziale – “dilectio” – e in cui diventa amore, mutua donazione, comunione indissolubile, aperta alla trasmissione della vita e amicizia in vista di una comunità di vita che perdura fino alla morte. È così, in questo preciso contesto – il contesto della castità matrimoniale che include il bene della persona dell’altro e si trascende verso il bene comune della specie umana – che il vissuto sessuale, anche nelle sue dimensioni affettive, impulsive, sensuali, si presenta anche come autentico “bonum rationis”, qualcosa di intrinsecamente ragionevole e buono per la ragione. […]

Gli atti sessuali – la copula carnale cioè – e il vissuto sessuale, in quanto atti ragionevoli, sono dunque necessariamente e per loro propria natura espressione di un amore nel contesto della trasmissione della vita.

Un’attività sessuale, invece, che escluda per principio tale contesto, tanto in modo intenzionalmente ricercato (come nel caso della contraccezione riferita ad atti eterosessuali) quanto “strutturalmente” dato (come nel caso di atti omosessuali) non è un bene per la ragione proprio come sessualità e come vissuto sessuale. Si pone a livello di un mero bene dei sensi, di un’affettività stroncata, strutturalmente ridotta a livello sensuale, istintivo e impulsivo.

Una tale riduzione sensuale dell’amore e dell’affettività logicamente è anche possibile nel caso di atti eterosessuali, anche al di fuori del caso della contraccezione, e nel matrimonio. Ma nel caso dell’omosessualità tale riduzione non è soltanto intenzionale e volontariamente cercata, ma “strutturale”, data cioè dallo stesso fatto che si tratta di persone del medesimo sesso, che per motivi biologici e per la loro stessa natura, non possono essere procreativi.

La causa ultima di tale riduzione sta nel fatto che si tratta – in base a delle scelte consapevoli e libere – di una sessualità senza compito o senza “missione”, di un’inclinazione sensuale che non si trascende verso un bene umano intelligibile al di sopra del solo vissuto sensuale. L’esperienza – anche quella degli omosessuali praticanti, tante volte così dolorosa – lo conferma. […]

Nel caso dell’omosessualità la separazione fra sessualità e procreazione è dunque strutturale. Perciò si tratta anche di atti strutturalmente non ragionevoli e quindi moralmente non giustificabili per la loro stessa natura. Sono ciò che tradizionalmente i moralisti chiamano un peccato “contra naturam”, anche se nell’orizzonte di un’affettività orientata verso il soddisfacimento dell’impulso sensuale tali atti possono sembrare ragionevoli e giustificabili e, almeno per un certo tempo, essere soggettivamente vissuti come tali.

L’ampia cultura odierna di separazione fra sessualità e procreazione rende più difficile la comprensione dell’intrinseca non-ragionevolezza degli atti omosessuali. Questa cultura, favorita a livello globale dal facile accesso ai mezzi contraccettivi e ormai diventata normalità, è il carattere distintivo di quella “rivoluzione sessuale” che è anche una vera e propria rivoluzione culturale. Una delle conseguenze di questa rivoluzione è che il matrimonio è sempre meno inteso come progetto di vita e più concretamente: come progetto con una trascendenza sociale; vale a dire capace di unire due persone che mirino al futuro, e che abbiano come obiettivo comune quello di costituire una famiglia che persista nel tempo.

Le unioni omosessuali in questo senso non possono definirsi famiglie, anche quando nel loro seno si trovano dei bambini adottati o “fatti” mediate modalità di tecnologia riproduttiva. Tali “famiglie” formate da coppie dello stesso sesso non sono altro che un’imitazione di quello che è la famiglia vera: un progetto realizzato da due persone mediante il loro amore, il loro dono reciproco nella totalità del loro essere corporeo e spirituale. Le “famiglie” di coppie omosessuali non potranno mai realizzare questo progetto, giacché l’amore che sta alla base di queste unioni – vale a dire gli atti sessuali che pretendono di essere atti di amore sponsale – sono strutturalmente e necessariamente, in base alla loro propria natura, infecondi.

È diverso, certamente, il caso di una coppia eterosessuale che per delle ragioni che sono indipendenti dalla volontà di entrambi i partner non può avere figli e per questa ragione adotta uno o più bambini. In questo caso infatti la loro unione è per sua propria natura – cioè strutturalmente – di tipo generativo. Per questa ragione, cambia anche la struttura intenzionale e il carattere morale dell’atto di adozione: esso acquista il valore di una realizzazione alternativa di qualcosa per cui l’unione coniugale è per sua natura predisposta, e soltanto “per accidens” impedita. La non-fecondità è quindi “praeter intentionem” e non entra nella valutazione morale. Così l’atto di adozione può partecipare alla struttura di fecondità intrinseca dell’amore matrimoniale.

Non si può dire lo stesso nel caso di una coppia formata da persone dello stesso sesso. In questo caso l’infecondità è strutturale ed è assunta intenzionalmente mediante la libera scelta di formare appunto questo tipo di unione. Qui non esiste nessun nesso fra amore matrimoniale e adozione, giacché il primo, l’amore matrimoniale che include l’apertura alla dimensione procreativa, è interamente assente. Perciò l’atto di adozione in un’unione omosessuale è una pura imitazione – un falso – di quello per cui il matrimonio è predisposto per la sua natura propria.

Un’ultima osservazione: ogni giudizio sull’omosessualità, la sua intrinseca non ragionevolezza e immoralità, si riferisce, ovviamente, unicamente agli atti sessuali fra persone dello stesso sesso. Non si tratta invece di un giudizio sulla mera disposizione a tali atti che, anche se è considerata non ragionevole, non ha, nella misura in cui non è assecondata, carattere di errore morale.

E ancor meno si tratta di un giudizio sulle persone con tendenze omosessuali, sulla loro dignità e sul loro valore morale, il quale può essere messo in discussione soltanto dalla pratica di atti omosessuali e dalla scelta di un corrispondente stile di vita, liberamente eletto come bene, poiché costituirebbe una scelta moralmente sbagliata e perciò cattiva, capace di allontanare dal vero bene umano.

Un omosessuale, invece, che si astenga dalla pratica di atti omosessuali può vivere la virtù della castità e tutte le altre virtù, arrivando anche al più alto livello di santità.

__________


In un’intervista a Elisabetta Piqué sul quotidiano argentino La Nación del 21 ottobre l’arcivescovo Víctor Manuel Fernández, rettore dell’Università Cattolica di Buenos Aires, voluto in sinodo da papa Francesco di cui è amico e confidente, e incaricato di scrivere il messaggio e la “Relatio” finali, ha così risposto a una domanda sul paragrafo sull’omosessualità:

Il fatto che questo breve paragrafo non abbia raggiunto i due terzi non si spiega per un voto negativo dei settori conservatori, bensì anche per un voto negativo di alcuni vescovi più sensibili al tema, che non sono rimasti soddisfatti con il poco che si è detto. […] Probabilmente ci è mancata la volontà di dire con papa Francesco: ‘Chi siamo noi per giudicare i gay?»”.

 

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Mercoledì, 29 Ottobre 2014 00:00

Das Drama geht weiter! Verso il sinodo del 2015

La Chiesa è oggi un campo di battaglia, come tante volte lo è stata, da Nicea al Vaticano II, dove si sono sempre scontrati non conservatori e progressisti, ma i cattolici che non vogliono toccare uno iota del deposito divino e coloro che in questo deposito vogliono introdurre delle novità.

«Das Drama geht weiter!» (Lo spettacolo continua) ha dichiarato in un’intervista il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera. Lo spettacolo è quello del Sinodo dei Vescovi, che ha visto un imprevisto colpo di scena svolgersi in aula.


Il card. Marx. Nomen est omen…
La Relatio post disceptationem presentata il 13 ottobre, malgrado i rimaneggiamenti a cui è stata sottoposta, non ha ottenuto l’attesa maggioranza dei due terzi sui due nodi cruciali: l’accesso alla comunione dei divorziati risposati e l’apertura alle coppie omosessuali, attestandosi a 104 favorevoli e 74 contrari sul primo punto e a 118 placet e 62 non placet sul secondo. Malgrado l’evidente débâcle il cardinale Marx, che è uno dei più accesi esponenti dell’ala progressista, si è detto soddisfatto, perché il processo rivoluzionario è fatto di tappe successive. Su alcuni temi, ha spiegato, «abbiamo fatto due passi avanti e poi uno indietro».

L’arretramento però è stato imposto da una resistenza dei Padri sinodali, ben più ampia del previsto. Per comprendere la portata dell’evento si può ricordare che al Concilio Vaticano II, malgrado l’aspro dibattito in aula, i documenti più contestati, come la Dignitatis Humanae e la Nostra Aetate, vennero approvati con 2.308 voti contro 70 il primo e 2.221 contro 88 il secondo. Se allora si parlò di consenso maggioritario, oggi la spaccatura è evidente.

La Chiesa è oggi un campo di battaglia, come tante volte lo è stata, da Nicea al Vaticano II, dove si sono sempre scontrati non conservatori e progressisti, ma i cattolici che non vogliono toccare uno iota del deposito divino e coloro che in questo deposito vogliono introdurre delle novità. La frase di papa Francesco secondo cui «Dio non teme ciò che è nuovo» va intesa in un senso diverso da quello che ha voluto attribuirgli il Pontefice: può solo voler dire che Dio non ha timore dei “novatores”, ne distrugge l’opera e affida il compito di sconfiggerli ai difensori del Magistero immutabile della Chiesa.

In campo di fede e di morale ogni eccezione introduce una regola e ogni nuova regola apre la strada ad un sistema normativo che capovolge l’antico. La novità ha una portata rivoluzionaria che va colta nel suo momento embrionale. Il cardinale George Pell, in un’intervista televisiva al Catholic New Service, ha definito la richiesta della comunione ai divorziati come un cavallo di Troia che apre la strada al riconoscimento delle unioni omosessuali.


Bruno Forte, il “teologo debole”

Il numero dei divorziati risposati che chiedono di ricevere la comunione è infatti irrilevante. Ciò che è in gioco è ben altro: è l’accettazione da parte della Chiesa dell’omosessualità, considerata non come un peccato o come una tendenza disordinata, ma come una “tensione” positiva verso il bene, degna di accoglienza pastorale e di protezione giuridica. I cardinali Marx e Schönborn sono stati chiari a questo proposito e il segretario aggiunto del Sinodo mons. Bruno Forte, allievo della scuola ereticale di Tubinga, ne ha eseguito i desiderata, rivelandosi come l’autore dei passaggi più scabrosi della prima Relatio.

La larga maggioranza dei padre sinodali ha respinto i paragrafi scandalosi, ma ciò che la dottrina non ammette viene ammesso dalla prassi, in attesa di essere sancito da un prossimo Sinodo. Per molti laici, sacerdoti e vescovi, l’omosessualità può essere praticata, anche se non accolta di diritto, perché non rappresenta un peccato grave. Ciò si collega alla questione delle convivenze extra-matrimoniali. Se la sessualità fuori del matrimonio non è un peccato grave, ma un valore positivo, purché si esprima in maniera stabile e sincera, essa merita di essere benedetta dal sacerdote e legalizzata dallo Stato. Se è un valore, è anche un diritto, e se esiste il diritto alla sessualità, il passo dalla convivenza dei divorziati al matrimonio omosessuale è inevitabile.

Il Magistero dottrinale della Chiesa, che non ha mai variato nel corso di duemila anni, insegna che la pratica dell’omosessualità va considerata come un vizio contro natura, che provoca non solo la dannazione eterna degli individui, ma anche la rovina morale della società. Le parole di Sant’Agostino nelle Confessioni riassumono il pensiero dei Padri: «I delitti che vanno contro natura, ad esempio quelli compiuti dai sodomiti, devono essere condannati e puniti ovunque e sempre. Quand’anche tutti gli uomini li commettessero, verrebbero tutti coinvolti nella stessa condanna divina» (Confessioni, c. III, p. 8).

I Pastori della Chiesa nel corso dei secoli hanno raccolto e ritrasmesso questo insegnamento perenne. Perciò la morale cristiana ha sempre condannato l’omosessualità, senza riserve, e ha stabilito che questo vizio non può pretendere a nessun titolo di venire legalizzato dall’ordinamento giuridico né promosso dal potere politico. Quando nel 1994 il Parlamento Europeo votò la sua prima risoluzione a favore del pseudo-matrimonio omosessuale, Giovanni Paolo II nel suo discorso del 20 febbraio 1994 ribadì che «non è moralmente ammissibile l’approvazione giuridica della pratica omosessuale. (…) Con la risoluzione del Parlamento Europeo, si è chiesto di legittimare un disordine morale. Il parlamento ha conferito indebitamente un valore istituzionale a comportamenti devianti, non conformi al piano di Dio. (…) Dimenticando la parola di Cristo – “la Verità vi farà liberi” (Gv 8, 32) – si è cercato di indicare agli abitanti del nostro continente il male morale, la deviazione, una certa schiavitù, come via di liberazione, falsificando l’essenza stessa della famiglia».

Una crepa in questo edificio dottrinale si è aperta il 28 luglio 2013, quando sul volo di ritorno dal Brasile, papa Francesco pronunciò le esplosive parole: «chi sono io per giudicare!» destinate da allora ad essere utilizzate per giustificare ogni trasgressione. Il giudizio, con la conseguente definizione delle verità e condanna degli errori, compete per eccellenza al Vicario di Cristo, supremo custode e giudice della fede e della morale.
     Richiamandosi alle parole di Francesco, alcuni vescovi e cardinali, dentro e fuori l’aula sinodale, hanno espresso la richiesta di cogliere gli aspetti positivi dell’unione contro natura. Ma se uno tra i più gravi peccati cessa di essere tale, è il concetto stesso di peccato che viene meno e riaffiora quella concezione luterana della misericordia che è stata anatemizzata dal Concilio di Trento. Nei canoni sulla giustificazione promulgati il 13 gennaio 1547 si legge: «Se qualcuno afferma che la fede che giustifica non è altro che la fiducia nella divina misericordia» (can. 12); «che Dio ha dato agli uomini Gesù Cristo come redentore in cui confidare e non anche come legislatore cui obbedire» (can. 21); «che non vi è alcun peccato mortale, se non quello della mancanza di fede» (can. 27), «sia anatema».

Si tratta di temi teologici che hanno una ricaduta sociale e che anche i laici hanno il diritto e il dovere di affrontare, mentre si avvicina non solo il Sinodo del 2015, ma quel 2017 che vede il quinto centenario della Rivoluzione di Lutero e il primo delle apparizioni di Fatima. Ciò che è in corso non è uno spettacolo giocoso, come lascia intendere il cardinale Marx, ma un duro conflitto, che coinvolge il Cielo e la terra. Gli ultimi atti saranno drammatici, ma l’epilogo certamente trionfante, secondo la divina promessa, confermata dalla Madonna alla Cova da Iria nel 1917.

Che l’Immacolata si degni concedere una perseverante purezza di pensieri e di azioni a tutti coloro che nel calore della lotta difendono con coraggio l’integrità della fede cattolica.

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Un lato positivo di questo Sinodo? Sembra che le lingue si siano sciolte e i discorsi siano molto più liberi, chiari e diretti, senza le consuete, avvilenti circonlocuzioni curiali. Non che mons. Aillet, validissimo vescovo di Bayonne, mancasse di sincerità. Ma fa comunque effetto (piacevole) leggere affermazioni così disinibite. Dopo tutto, è quello che Papa Francesco aveva richiesto…

 

 

Cosa ne pensa del Sinodo?

Vorrei iniziare con un aspetto negativo. Una relazione del Sinodo, piuttosto che restare uno strumento interno per guidare la riflessione dei gruppi di lavoro, è stata inopportunamente rilasciata a metà del percorso. Le sue formule, pur se potevano essere generose, erano pericolose e piene di ambiguità. Hanno logicamente prestato il fianco ad un incendio dei media che hanno creduto che la Chiesa ammettesse le coppie dello stesso sesso e l’accesso ai sacramenti ai divorziati risposati. Ognuno si è creduto obbligato a lanciare la sua strofetta sul tema. Ora sarà difficile recuperare questo pasticcio nell’opinione pubblica.


Mons. Aillet viene spesso attaccato e insultato dalle lobbies anticattoliche francesi.
Lei è severo con i media …

Io sono severo con il grano da macinare regalato ai media. Si è dato a persone che mal comprendono la Chiesa, che si basano sul solo criterio dell’evoluzione dei costumi, un testo incompiuto che esse hanno preso per moneta sonante. Le lobbies hanno fatto pressione, pesato sulle nostre riflessioni e messo l’accento su due aspetti propri della cultura più che altro occidentale, edonistica e individualistica: i divorziati risposati e l’unione di persone dello stesso sesso. La nostra comunicazione, la dobbiamo curare. Era meglio non pubblicare nulla e attendere la fine del sinodo; così è da principianti. Detto questo, il Papa ha dato atto delle vivaci discussioni che hanno attraversato l’Assemblea sinodale, affermando che esse sono sane, il che dimostra che la parola è stata libera e costruttiva.

Nonostante questo errore di comunicazione, l’esito del Sinodo è positivo o negativo?

Sono rimasto deluso di non trovare il grande tesoro dell’insegnamento di Giovanni Paolo II sulla famiglia. Anche se è menzionato nella relazione finale, non si ha l’impressione che la teologia del corpo, risultato di una capacità intellettuale e di una esperienza pastorale straordinarie, sia messa a disposizione delle famiglie. Questo è un peccato perché questa teologia, oggi riscoperta da giovani coppie che non provengono necessariamente dal ‘serraglio’, offre un potente aiuto per le relazioni interpersonali, per il linguaggio del corpo, per la relazione intima, fonte di felicità tra relazione sessuale e apertura alla vita, l’amore coniugale e la procreazione.

Cosa pensa del discorso finale del papa che ha biasimato i “tradizionalisti” come  “progressista”?

Questa opposizione dialettica in cui il mondo ci chiude funziona come una trappola. Sembra che non si possa uscire da questa contrapposizione tra dottrina e pastorale. Tra ciò che è vero e ciò che è misericordia. È quasi come se non si potesse uscire da questa contrapposizione tra legge e libertà se non con un compromesso che conduca a “un accordo di essere in disaccordo” – per riprendere la formula del Papa rivolto ai vescovi dell’Asia. Certo, il percorso di cresta è difficile da trovare, ma manca una terza via. Che tuttavia è stata brillantemente spiegata da Giovanni Paolo II in Veritatis Splendor, e ha servito da luce per Familiaris Consortio e Evangelium Vitae e anche al Catechismo della Chiesa cattolica nella sua parte morale. Infatti, egli dice che la verità sul matrimonio, sull’amore coniugale e sulla famiglia, non è in origine una norma esterna che viene imposta alla libertà dell’uomo come un fardello pesante da sopportare, e inserita in una cultura del peccato. Invece, essa è iscritta nel cuore dell’uomo, come un innato senso della bellezza, bontà e verità. La verità morale che brilla nel Verbo incarnato non è solo un’idea, un ideale da raggiungere: essa è già presente nell’intenzione. L’uomo ha bisogno di principi per illuminare il suo cammino e questa strada porta molto meglio di quanto si pensi alle realtà concrete sul terreno. Si tratta di una misericordia che non mortifica la capacità di ogni uomo a raggiungere la perfezione, anche se vive situazioni difficili, e che presenta la legge come un percorso di crescita. […]

Fonte: Famille Chrétienne

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Il paragrafo 41 della Relazione finale del Sinodo con una formulazione ambigua invita a cogliere gli elementi positivi presenti anche nelle convivenze. Ma dal punto di vista sociologico, se parliamo delle coabitazioni prematrimoniali tutti dovrebbero aver presente che i numeri parlano chiaro: chi coabita prima del matrimonio divorzierà più facilmente.

A proposito della relazione finale del Sinodo, si è molto discusso su tre paragrafi – 52 e 53, sulla comunione ad alcune categorie di divorziati risposati, e 55, sull’accoglienza delle persone omosessuali – che, non essendo stati votati dai due terzi dei padri sinodali, a norma dell’articolo 26 comma 1 del regolamento del Sinodo come riformato da Benedetto XVI nel 2006 non vanno considerati espressione ufficiale dell’assise sinodale.
Minore attenzione ha attirato il fatto che c’è un paragrafo che ha raggiunto la prescritta maggioranza per un pelo, ed è passato per soli due voti. È il paragrafo 41, che invita a «cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, nelle convivenze». Dal momento che tutti siamo invitati dal Papa a riflettere e contribuire in vista del Sinodo del 2015, possiamo certamente dire che l’espressione si presta a equivoci. Non è meno vero che i documenti vanno letti nella loro integralità. Il paragrafo 41 va letto insieme al paragrafo 27, che invita a «prestare attenzione alla realtà dei matrimoni civili tra uomo e donna, ai matrimoni tradizionali e, fatte le debite differenze, anche alle convivenze. Quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico, è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove, può essere vista come un’occasione da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio. Molto spesso invece la convivenza si stabilisce non in vista di un possibile futuro matrimonio, ma senza alcuna intenzione di stabilire un rapporto istituzionale».

Ne risulta con chiarezza – ancorché rimanga il carattere ambiguo del n. 41 – che il fatto che alcuni siano sposati civilmente o convivano da anni con «notevole stabilità» e «vincolo pubblico», educando bene i figli, ha un suo valore rispetto a chi semplicemente passa instabilmente da una relazione all’altra o convive senza alcuna intenzione «istituzionale» di stabilità, ma la Chiesa prende in considerazione questo elemento «come un’occasione da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio» e non per lasciare le cose come stanno.

Lasciamo volentieri ai teologi moralisti il compito di precisare le cose, spiegare come sia il paragrafo 27 che interpreta il 41 e non viceversa, e magari trovare formulazioni più chiare che evitino, come è stato detto al Sinodo, di scambiare la «legge della gradualità» per una indebita «gradualità della legge». Ma non sono un teologo, lo spettacolo dove qualunque editorialista di Repubblica o di altri giornali si reinventa come specialista di teologia mi sembra perfino un po’ ridicolo e vorrei dare il mio contributo parlando di cose di cui sono esperto, cioè di sociologia.

Parto dalla controversa affermazione del numero 41 secondo cui nei matrimoni civili e, sia pure in misura minore, nelle convivenze stabili e protratte per lunghi anni ci sono «elementi positivi». Leggendo insieme i numeri 27 e 41, sembra di capire che i padri sinodali, nella loro maggioranza, pensino che queste forme di unione vadano peggio del matrimonio sacramentale – per cui le persone che le praticano vanno invitate, se ne hanno i requisiti e se ci credono, a sposarsi in chiesa – ma vadano meglio delle semplici convivenze effimere e instabili.

La sociologia parte sempre dai numeri. Il mio maestro e amico Rodney Stark mi ha ripetuto tante volte che in sociologia «chi non conta non conta», cioè chi non conta i numeri e le quantità conta poco tra i sociologi seri. Che cosa ci dicono i numeri in materia di matrimoni civili e di convivenze?

Anzitutto, un’ovvietà. Il matrimonio religioso dura di più, con meno divorzi, e fa più figli del matrimonio civile. Ci sono statistiche anche di altri Paesi, ma in Italia l’alternativa fra matrimonio in chiesa e in comune è particolarmente chiara a causa della situazione legislativa. Basta leggere gli studi del demografo Roberto Volpi per trovare numerosi dati relativi alla maggiore tenuta nel tempo, resistenza al divorzio e fecondità del matrimonio religioso rispetto a quello civile.

Proviamo ora a paragonare matrimonio – religioso o civile – e convivenza. Qui gli oppositori del matrimonio citano spesso studi marginali o riferiti a campioni limitati, senza rendersi conto che esiste un’immensa miniera di dati demografici, gli Stati Uniti, dove lo U.S. Census Bureau raccoglie statistiche dettagliate su matrimonio e figli da oltre cento anni. Da questi dati risulta in modo inequivocabile che le donne non sposate hanno un tasso di fecondità più basso rispetto alle donne sposate. Lo dicono i numeri, e non c’è ideologia che riesca a cambiarli. Per limitarci ai dati più recenti, dal censimento americano del 2008 emerge come la percentuale di donne senza neppure un figlio era del 77,2% fra le non sposate e del 18,8% fra le sposate. Il numero medio di figli per ogni gruppo di mille donne sposate era di 1.784, per ogni gruppo di mille donne non sposate di 439. Le nascite medie all’anno su mille donne sposate erano 83,6, su mille donne non sposate della stessa coorte di età 41,5.

E il dato statistico non è poi così sorprendente. Fare un figlio non è un semplice fatto biologico. Senza prospettive di stabilità e sicurezza per allevarlo ed educarlo, è più difficile che una donna decida oggi d’intraprendere quest’avventura, ed eventualmente resista alle sirene dell’aborto. Dal momento che il problema demografico è il più drammatico problema culturale, economico e sociale dell’Occidente, se ne può concludere che il matrimonio è uno stato demograficamente preferibile a ogni forma di non-matrimonio.

Ma che dire delle convivenze «stabili»? Dagli stessi dati statunitensi, e da quelli di altri Paesi – in modo peraltro meno univoco – si ricava che, in linea generale ma non ovunque e non sempre, le donne che vivono in convivenze protratte per un certo numero di anni sono meno feconde di quelle sposate (parliamo ovviamente di fecondità sociale e non biologica), ma più feconde di quelle sessualmente attive che non sono però impegnate in una regolare convivenza. Se prestiamo attenzione alla demografia – che è un parametro sociologico non secondario, ma fondamentale – il Sinodo ha le sue ragioni. Le convivenze sono più feconde dei legami effimeri, ma meno dei matrimoni. I matrimoni civili sono più fecondi delle convivenze, ma meno dei matrimoni religiosi. C’è dunque effettivamente un «aspetto positivo» demografico – insisto, da sociologo non mi occupo qui di problemi morali – nei matrimoni civili, e in misura minore nelle convivenze stabili, rispetto a un’attività sessuale condotta regolarmente ma al di fuori di forme stabili di convivenza.

Attenzione, però. Fin qui abbiamo parlato di convivenze stabili e protratte nel tempo, cioè di coppie che vivono la convivenza come alternativa al matrimonio. Completamente diversa è la questione delle convivenze cosiddette prematrimoniali, cioè di quella percentuale di giovani – che in alcuni Stati degli Stati Uniti e anche in alcune regioni italiane sembrerebbe maggioritaria – che «prova com’è» andando a convivere prima del matrimonio. Questi giovani non stanno praticando un’alternativa al matrimonio, cui si dichiarano contrari, a differenza delle «vecchie» e stabili coppie di conviventi. Non è necessario essere sociologi per conoscere dei ragazzi che ci raccontano che «per evitare di divorziare dopo» preferiscono provare a convivere prima. Lo raccontano anche ai preti nei corsi prematrimoniali, ormai in molte parrocchie frequentati in maggioranza da già conviventi. Occorre invece essere sociologi per rispondere a questi giovani che si sbagliano.

Se c’è un dato certo, che gli studi sociologici mettono in luce costantemente da almeno venticinque anni, è che la convivenza prima del matrimonio non fa diminuire i rischi di divorzio ma li aumenta. Il testo base è un famoso studio di David E. Bloom pubblicato sull’American Sociological Review nel 1988. Bloom conosceva le obiezioni relative alla popolarità del matrimonio (allora) negli Stati Uniti rispetto alla più «avanzata» Europa del Nord e analizzò principalmente i dati di un Paese in questo senso al di sopra di ogni sospetto, la Svezia. Concluse che le coppie che arrivavano al matrimonio dopo avere coabitato avevano un tasso di divorzio superiore dell’ottanta per cento rispetto alle coppie che non avevano coabitato. Qualcuno potrebbe pensare che il problema fosse che questi giovani svedesi avevano coabitato per un tempo insufficiente a conoscersi a fondo. Tutto il contrario, rispondeva Bloom: entrando nel campione delle coppie che avevano coabitato, chi aveva coabitato per tre anni e più una volta sposato mostrava un tasso di divorzio superiore del cinquanta per cento rispetto a chi aveva coabitato per periodi più brevi.

Siccome i dati di Bloom cozzavano contro l’opinione comune, parecchi ricercatori hanno cercato di inficiarli ripetendo la sua analisi decine di volte sui campioni più svariati. Con pochissime eccezioni – a loro volta criticate e criticabili sul piano metodologico – le ricerche non hanno smentito ma confermato i risultati di Bloom. A distanza di venticinque anni il dato sembra acquisito. La maggioranza dei sociologi non si chiede più «se» la convivenza prematrimoniale renda il successivo matrimonio più esposto al divorzio – la risposta positiva è ormai evidente – ma «perché» questo avviene. Qui i sociologi potrebbero a loro volta imparare dal Sinodo, cioè da quelle ampie parti della relazione finale di cui nessuno parla, perché non affrontano i temi «caldi» che attirano di più l’attenzione dei giornalisti ma celebrano la bellezza dell’impegno matrimoniale indissolubile. Chi non si abitua già prima del matrimonio a rispettare regole e a resistere a tentazioni non lo farà neppure dopo il matrimonio, dunque chi non resiste alla tentazione di convivere oggi non resisterà alla tentazione di divorziare domani.

I sociologi, a meno che siano sacerdoti (capita), non confessano nessuno. Non spetta a me valutare il grado di responsabilità dei giovani che convivono prima del matrimonio e le complesse ragioni per cui fanno questa scelta. È però non solo diritto ma dovere di chi si occupa di scienze sociali spiegare ai giovani che scelgono la convivenza – ed eventualmente, con tutto il rispetto, anche a qualche padre sinodale che non lo sapesse – che le convivenze prematrimoniali non sono un antidoto al successivo divorzio ma al contrario lo preparano.

 

Massimo Introvigne

 

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Mercoledì, 29 Ottobre 2014 00:00

Ombre inquietanti sulla "Relatio Synodi"

Concentriamo la nostra attenzione su ciò che dice il documento sinodale in merito a coloro i quali hanno contratto il solo matrimonio civile, ai divorziati risposati e ai conviventi.

La Relatio Synodi della III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi presenta sicuramente delle luci, ma accanto queste non mancano ampie zone d’ombra. Concentriamo la nostra attenzione su ciò che dice il documento sinodale in merito a coloro i quali hanno contratto il solo matrimonio civile, ai divorziati risposati e ai conviventi.
Al n. 25 leggiamo: «In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nelle loro vite e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro. Seguendo lo sguardo di Cristo, la cui luce rischiara ogni uomo (cf. Gv 1,9; Gaudium et Spes, 22) la Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo incompiuto riconoscendo che la grazia di Dio opera anche nelle loro vite dando loro il coraggio per compiere il bene, per prendersi cura con amore l’uno dell’altra, ed essere a servizio della comunità nella quale vivono e lavorano». In questa sezione vi sono almeno due passaggi che fanno problema.

I padri sinodali ci dicono che «la grazia di Dio opera» anche nelle vite di queste persone che vivono condizioni gravemente illecite sotto il profilo morale. Con buona probabilità queste persone vivono in stato di peccato mortale (posto che naturalmente sussistano anche la condizione di piena avvertenza e deliberato consenso). Ora Tommaso D’Aquino – e tutta la tradizione dottrinale – ci insegna che «chi è in peccato mortale è privo della grazia di Dio» (In 4 Sent. d. 16, q. 2, a. 1, sol. 3). Vero è che Dio non cessa di prendersi cura di costoro per farli “tornare all’ovile”, ma asserire che vivono in grazia di Dio è scorretto. Infatti una cosa è l’azione salvifica di Dio che agisce dal di fuori a beneficio della persona, un’altra è la condizione interiore di quest’ultima che se non accetta l’azione di grazia divina ne rimane ovviamente esclusa.

Altro passaggio non proprio limpido: la grazia di Dio aiuterebbe i conviventi, i coniugi non stretti da vincolo sacramentale e i divorziati risposati a «prendersi cura con amore l’uno dell’altra». Non si comprende come Dio possa incoraggiare l’“amore” dei conviventi, delle persone sposate solo civilmente e dei divorziati risposati, perché significherebbe che Dio vuole confermare uno stato di vita gravemente immorale, rinsaldare un rapporto che ai suoi occhi è intrinsecamente disordinato.

C’è chi però obbietta che da una parte queste persone vivono sì una situazione irregolare – aspetto negativo – però su altro fronte – aspetto positivo – si vogliono bene, si amano. Valorizziamo dunque almeno questo fattore positivo. Risposta: purtroppo quel bene del “volersi bene” inserito in un contesto di peccato diventa malum. Quell’amore non è tale, non è autentico. Ciò appare evidentissimo nel caso dei divorziarti risposati: qui il Sinodo incoraggerebbe ad amare l’altra persona che non è il proprio coniuge e quindi incoraggerebbe l’adulterio.

Infine il n. 45, in merito a separazioni e divorzi, così si esprime: «i Padri sinodali hanno avvertito l’urgenza di cammini pastorali nuovi, che partano dall’effettiva realtà delle fragilità familiari, sapendo che esse, spesso, sono più ‘subite’ con sofferenza che scelte in piena libertà». Limitandoci alla realtà italiana però le cose pare che stiano in modo differente. Secondo un report dell’Istat del 2012 i primi tre motivi per cui un matrimonio va a gambe all’aria sono: la routine quotidiana (40%), il tradimento (30%) e l’ingerenza dei suoceri (20%). Forse a parte l’ultimo motivo, le altre motivazioni che portano alla tomba il matrimonio rimandano a scelte fatte in piena libertà e consapevolezza dai coniugi e non a calamità “naturali” che si abbattono sulla coppia annientandola contro la loro volontà.

Fonte: Corrispondenza Romana

Pubblicato in sinodo

Relazione conclusiva del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia.
Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione» (519 ottobre 2014)

INDICE

Introduzione

I Parte
L’ascolto: il contesto e le sfide sulla famiglia


Il contesto socio-culturale
La rilevanza della vita affettiva
La sfida per la pastorale

II Parte
Lo sguardo su Cristo: il Vangelo della famiglia

Lo sguardo su Gesù e la pedagogia divina nella storia della salvezza
La famiglia nel disegno salvifico di Dio
La famiglia nei documenti della Chiesa
L’indissolubilità del matrimonio e la gioia del vivere insieme
Verità e bellezza della famiglia e misericordia verso le famiglie ferite e fragili

III Parte
Il confronto: prospettive pastorali

Annunciare il Vangelo della famiglia oggi, nei vari contesti
Guidare i nubendi nel cammino di preparazione al matrimonio
Accompagnare i primi anni della vita matrimoniale
Cura pastorale di coloro che vivono nel matrimonio civile o in convivenze
Curare le famiglie ferite (separati, divorziati non risposati, divorziati risposati, famiglie monoparentali)
L’attenzione pastorale verso le persone con orientamento omosessuale
La trasmissione della vita e la sfida della denatalità
La sfida dell’educazione e il ruolo della famiglia nell’evangelizzazione

Conclusione

* * *


Introduzione

1. Il Sinodo dei Vescovi riunito intorno al Papa rivolge il suo pensiero a tutte le famiglie del mondo con le loro gioie, le loro fatiche, le loro speranze. In particolare sente il dovere di ringraziare il Signore per la generosa fedeltà con cui tante famiglie cristiane rispondono alla loro vocazione e missione. Lo fanno con gioia e con fede anche quando il cammino familiare le pone dinanzi a ostacoli, incomprensioni e sofferenze. A queste famiglie va l’apprezzamento, il ringraziamento e l’incoraggiamento di tutta la Chiesa e di questo Sinodo. Nella veglia di preghiera celebrata in Piazza San Pietro sabato 4 ottobre 2014 in preparazione al Sinodo sulla famiglia Papa Francesco ha evocato in maniera semplice e concreta la centralità dell’esperienza familiare nella vita di tutti, esprimendosi così: «Scende ormai la sera sulla nostra assemblea. È l’ora in cui si fa volentieri ritorno a casa per ritrovarsi alla stessa mensa, nello spessore degli affetti, del bene compiuto e ricevuto, degli incontri che scaldano il cuore e lo fanno crescere, vino buono che anticipa nei giorni dell’uomo la festa senza tramonto. È anche l’ora più pesante per chi si ritrova a tu per tu con la propria solitudine, nel crepuscolo amaro di sogni e di progetti infranti: quante persone trascinano le giornate nel vicolo cieco della rassegnazione, dell’abbandono, se non del rancore; in quante case è venuto meno il vino della gioia e, quindi, il sapore – la sapienza stessa – della vita […] Degli uni e degli altri questa sera ci facciamo voce con la nostra preghiera, una preghiera per tutti».

2. Grembo di gioie e di prove, di affetti profondi e di relazioni a volte ferite, la famiglia è veramente «scuola di umanità» (cf. Gaudium et Spes, 52), di cui si avverte fortemente il bisogno. Nonostante i tanti segnali di crisi dell’istituto familiare nei vari contesti del «villaggio globale», il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani, e motiva la Chiesa, esperta in umanità e fedele alla sua missione, ad annunciare senza sosta e con convinzione profonda il «Vangelo della famiglia» che le è stato affidato con la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo e ininterrottamente insegnato dai Padri, dai Maestri della spiritualità e dal Magistero della Chiesa. La famiglia assume per la Chiesa un’importanza del tutto particolare e nel momento in cui tutti i credenti sono invitati a uscire da se stessi è necessario che la famiglia si riscopra come soggetto imprescindibile per l’evangelizzazione. Il pensiero va alla testimonianza missionaria di tante famiglie.

3. Sulla realtà della famiglia, decisiva e preziosa, il Vescovo di Roma ha chiamato a riflettere il Sinodo dei Vescovi nella sua Assemblea Generale Straordinaria dell’ottobre 2014, per approfondire poi la riflessione nell’Assemblea Generale Ordinaria che si terrà nell’ottobre 2015, oltre che nell’intero anno che intercorre fra i due eventi sinodali. «Già il convenire in unum attorno al Vescovo di Roma è evento di grazia, nel quale la collegialità episcopale si manifesta in un cammino di discernimento spirituale e pastorale»: così Papa Francesco ha descritto l’esperienza sinodale, indicandone i compiti nel duplice ascolto dei segni di Dio e della storia degli uomini e nella duplice e unica fedeltà che ne consegue.

4. Alla luce dello stesso discorso abbiamo raccolto i risultati delle nostre riflessioni e dei nostri dialoghi nelle seguenti tre parti: l’ascolto, per guardare alla realtà della famiglia oggi, nella complessità delle sue luci e delle sue ombre; lo sguardo fisso sul Cristo per ripensare con rinnovata freschezza ed entusiasmo quanto la rivelazione, trasmessa nella fede della Chiesa, ci dice sulla bellezza, sul ruolo e sulla dignità della famiglia; il confronto alla luce del Signore Gesù per discernere le vie con cui rinnovare la Chiesa e la società nel loro impegno per la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna.


PRIMA PARTE

L’ascolto: il contesto e le sfide sulla famiglia

Il contesto socio-culturale

5. Fedeli all’insegnamento di Cristo guardiamo alla realtà della famiglia oggi in tutta la sua complessità, nelle sue luci e nelle sue ombre. Pensiamo ai genitori, ai nonni, ai fratelli e alle sorelle, ai parenti prossimi e lontani, e al legame tra due famiglie che tesse ogni matrimonio. Il cambiamento antropologico-culturale influenza oggi tutti gli aspetti della vita e richiede un approccio analitico e diversificato. Vanno sottolineati prima di tutto gli aspetti positivi: la più grande libertà di espressione e il migliore riconoscimento dei diritti della donna e dei bambini, almeno in alcune regioni. Ma, d’altra parte, bisogna egualmente considerare il crescente pericolo rappresentato da un individualismo esasperato che snatura i legami familiari e finisce per considerare ogni componente della famiglia come un’isola, facendo prevalere, in certi casi, l’idea di un soggetto che si costruisce secondo i propri desideri assunti come un assoluto. A ciò si aggiunge anche la crisi della fede che ha toccato tanti cattolici e che spesso è all’origine delle crisi del matrimonio e della famiglia.

6. Una delle più grandi povertà della cultura attuale è la solitudine, frutto dell’assenza di Dio nella vita delle persone e della fragilità delle relazioni. C’è anche una sensazione generale di impotenza nei confronti della realtà socio-economica che spesso finisce per schiacciare le famiglie. Così è per la crescente povertà e precarietà lavorativa che è vissuta talvolta come un vero incubo, o a motivo di una fiscalità troppo pesante che certo non incoraggia i giovani al matrimonio. Spesso le famiglie si sentono abbandonate per il disinteresse e la poca attenzione da parte delle istituzioni. Le conseguenze negative dal punto di vista dell’organizzazione sociale sono evidenti: dalla crisi demografica alle difficoltà educative, dalla fatica nell’accogliere la vita nascente all’avvertire la presenza degli anziani come un peso, fino al diffondersi di un disagio affettivo che arriva talvolta alla violenza. È responsabilità dello Stato creare le condizioni legislative e di lavoro per garantire l’avvenire dei giovani e aiutarli a realizzare il loro progetto di fondare una famiglia.

7. Ci sono contesti culturali e religiosi che pongono sfide particolari. In alcune società vige ancora la pratica della poligamia e in alcuni contesti tradizionali la consuetudine del «matrimonio per tappe». In altri contesti permane la pratica dei matrimoni combinati. Nei Paesi in cui la presenza della Chiesa cattolica è minoritaria sono numerosi i matrimoni misti e di disparità di culto con tutte le difficoltà che essi comportano riguardo alla configurazione giuridica, al battesimo e all’educazione dei figli e al reciproco rispetto dal punto di vista della diversità della fede. In questi matrimoni può esistere il pericolo del relativismo o dell’indifferenza, ma vi può essere anche la possibilità di favorire lo spirito ecumenico e il dialogo interreligioso in un’armoniosa convivenza di comunità che vivono nello stesso luogo. In molti contesti, e non solo occidentali, si va diffondendo ampiamente la prassi della convivenza che precede il matrimonio o anche di convivenze non orientate ad assumere la forma di un vincolo istituzionale. A questo si aggiunge spesso una legislazione civile che compromette il matrimonio e la famiglia. A causa della secolarizzazione in molte parti del mondo il riferimento a Dio è fortemente diminuito e la fede non è più socialmente condivisa.

8. Molti sono i bambini che nascono fuori dal matrimonio, specie in alcuni Paesi, e molti quelli che poi crescono con uno solo dei genitori o in un contesto familiare allargato o ricostituito. Il numero dei divorzi è crescente e non è raro il caso di scelte determinate unicamente da fattori di ordine economico. I bambini spesso sono oggetto di contesa tra i genitori e i figli sono le vere vittime delle lacerazioni familiari. I padri sono spesso assenti non solo per cause economiche laddove invece si avverte il bisogno che essi assumano più chiaramente la responsabilità per i figli e per la famiglia. La dignità della donna ha ancora bisogno di essere difesa e promossa. Oggi infatti, in molti contesti, l’essere donna è oggetto di discriminazione e anche il dono della maternità viene spesso penalizzato piuttosto che essere presentato come valore. Non vanno neppure dimenticati i crescenti fenomeni di violenza di cui le donne sono vittime, talvolta purtroppo anche all’interno delle famiglie e la grave e diffusa mutilazione genitale della donna in alcune culture. Lo sfruttamento sessuale dell’infanzia costituisce poi una delle realtà più scandalose e perverse della società attuale. Anche le società attraversate dalla violenza a causa della guerra, del terrorismo o della presenza della criminalità organizzata, vedono situazioni familiari deterioratee soprattutto nelle grandi metropoli e nelle loro periferie cresce il cosiddetto fenomeno dei bambini di strada. Le migrazioni inoltre rappresentano un altro segno dei tempi da affrontare e comprendere con tutto il carico di conseguenze sulla vita familiare.

La rilevanza della vita affettiva

9. A fronte del quadro sociale delineato si riscontra in molte parti del mondo, nei singoli un maggiore bisogno di prendersi cura della propria persona, di conoscersi interiormente, di vivere meglio in sintonia con le proprie emozioni e i propri sentimenti, di cercare relazioni affettive di qualità; tale giusta aspirazione può aprire al desiderio di impegnarsi nel costruire relazioni di donazione e reciprocità creative, responsabilizzanti e solidali come quelle familiari. Il pericolo individualista e il rischio di vivere in chiave egoistica sono rilevanti. La sfida per la Chiesa è di aiutare le coppie nella maturazione della dimensione emozionale e nello sviluppo affettivo attraverso la promozione del dialogo, della virtù e della fiducia nell’amore misericordioso di Dio. Il pieno impegno richiesto nel matrimonio cristiano può essere un forte antidoto alla tentazione di un individualismo egoistico.

10. Nel mondo attuale non mancano tendenze culturali che sembrano imporre una affettività senza limiti di cui si vogliono esplorare tutti i versanti, anche quelli più complessi. Di fatto, la questione della fragilità affettiva è di grande attualità: una affettività narcisistica, instabile e mutevole che non aiuta sempre i soggetti a raggiungere una maggiore maturità. Preoccupa una certa diffusione della pornografia e della commercializzazione del corpo, favorita anche da un uso distorto di internet e va denunciata la situazione di quelle persone che sono obbligate a praticare la prostituzione. In questo contesto, le coppie sono talvolta incerte, esitanti e faticano a trovare i modi per crescere. Molti sono quelli che tendono a restare negli stadi primari della vita emozionale e sessuale. La crisi della coppia destabilizza la famiglia e può arrivare attraverso le separazioni e i divorzi a produrre serie conseguenze sugli adulti, i figli e la società, indebolendo l’individuo e i legami sociali. Anche il calo demografico, dovuto ad una mentalità antinatalista e promosso dalle politiche mondiali di salute riproduttiva, non solo determina una situazione in cui l’avvicendarsi delle generazioni non è più assicurato, ma rischia di condurre nel tempo a un impoverimento economico e a una perdita di speranza nell’avvenire. Lo sviluppo delle biotecnologie ha avuto anch’esso un forte impatto sulla natalità.

La sfida per la pastorale

11. In questo contesto la Chiesa avverte la necessità di dire una parola di verità e di speranza. Occorre muovere dalla convinzione che l’uomo viene da Dio e che, pertanto, una riflessione capace di riproporre le grandi domande sul significato dell’essere uomini, possa trovare un terreno fertile nelle attese più profonde dell’umanità. I grandi valori del matrimonio e della famiglia cristiana corrispondono alla ricerca che attraversa l’esistenza umana anche in un tempo segnato dall’individualismo e dall’edonismo. Occorre accogliere le persone con la loro esistenza concreta, saperne sostenere la ricerca, incoraggiare il desiderio di Dio e la volontà di sentirsi pienamente parte della Chiesa anche in chi ha sperimentato il fallimento o si trova nelle situazioni più disparate. Il messaggio cristiano ha sempre in sé la realtà e la dinamica della misericordia e della verità, che in Cristo convergono.


II PARTE

Lo sguardo su Cristo: il Vangelo della famiglia

Lo sguardo su Gesù e la pedagogia divina nella storia della salvezza

12. Al fine di «verificare il nostro passo sul terreno delle sfide contemporanee, la condizione decisiva è mantenere fisso lo sguardo su Gesù Cristo, sostare nella contemplazione e nell’adorazione del suo volto […]. Infatti, ogni volta che torniamo alla fonte dell’esperienza cristiana si aprono strade nuove e possibilità impensate» (Papa Francesco, Discorso del 4 ottobre 2014). Gesù ha guardato alle donne e agli uomini che ha incontrato con amore e tenerezza, accompagnando i loro passi con verità, pazienza e misericordia, nell’annunciare le esigenze del Regno di Dio.

13. Dato che l’ordine della creazione è determinato dall’orientamento a Cristo, occorre distinguere senza separare i diversi gradi mediante i quali Dio comunica all’umanità la grazia dell’alleanza. In ragione della pedagogia divina, secondo cui l’ordine della creazione evolve in quello della redenzione attraverso tappe successive, occorre comprendere la novità del sacramento nuziale cristiano in continuità con il matrimonio naturale delle origini. Così qui s’intende il modo di agire salvifico di Dio, sia nella creazione sia nella vita cristiana. Nella creazione: poiché tutto è stato fatto per mezzo di Cristo ed in vista di Lui (cf. Col 1,16), i cristiani sono «lieti di scoprire e pronti a rispettare quei germi del Verbo che vi si trovano nascosti; debbono seguire attentamente la trasformazione profonda che si verifica in mezzo ai popoli» (Ad Gentes, 11). Nella vita cristiana: in quanto con il battesimo il credente è inserito nella Chiesa mediante quella Chiesa domestica che è la sua famiglia, egli intraprende quel «processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio» (Familiaris Consortio, 11), mediante la conversione continua all’amore che salva dal peccato e dona pienezza di vita.

14. Gesù stesso, riferendosi al disegno primigenio sulla coppia umana, riafferma l’unione indissolubile tra l’uomo e la donna, pur dicendo che «per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così» (Mt 19,8). L’indissolubilità del matrimonio («Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» Mt 19,6), non è innanzitutto da intendere come «giogo» imposto agli uomini bensì come un «dono» fatto alle persone unite in matrimonio. In tal modo, Gesù mostra come la condiscendenza divina accompagni sempre il cammino umano, guarisca e trasformi il cuore indurito con la sua grazia, orientandolo verso il suo principio, attraverso la via della croce. Dai Vangeli emerge chiaramente l’esempio di Gesù che è paradigmatico per la Chiesa. Gesù infatti ha assunto una famiglia, ha dato inizio ai segni nella festa nuziale a Cana, ha annunciato il messaggio concernente il significato del matrimonio come pienezza della rivelazione che recupera il progetto originario di Dio (Mt 19,3). Ma nello stesso tempo ha messo in pratica la dottrina insegnata manifestando così il vero significato della misericordia. Ciò appare chiaramente negli incontri con la samaritana (Gv 4,130) e con l’adultera (Gv 8,111) in cui Gesù, con un atteggiamento di amore verso la persona peccatrice, porta al pentimento e alla conversione («va’ e non peccare più»), condizione per il perdono.

La famiglia nel disegno salvifico di Dio

15. Le parole di vita eterna che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli comprendevano l’insegnamento sul matrimonio e la famiglia. Tale insegnamento di Gesù ci permette di distinguere in tre tappe fondamentali il progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia. All’inizio, c’è la famiglia delle origini, quando Dio creatore istituì il matrimonio primordiale tra Adamo ed Eva, come solido fondamento della famiglia. Dio non solo ha creato l’essere umano maschio e femmina (Gen 1,27), ma li ha anche benedetti perché fossero fecondi e si moltiplicassero (Gen 1,28). Per questo, «l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gen 2,24). Questa unione è stata danneggiata dal peccato ed è diventata la forma storica di matrimonio nel Popolo di Dio, per il quale Mosè concesse la possibilità di rilasciare un attestato di divorzio (cf. Dt 24, 1ss). Tale forma era prevalente ai tempi di Gesù. Con il Suo avvento e la riconciliazione del mondo caduto grazie alla redenzione da Lui operata, terminò l’era inaugurata con Mosé.

16. Gesù, che ha riconciliato ogni cosa in sé, ha riportato il matrimonio e la famiglia alla loro forma originale (cf. Mc 10,112). La famiglia e il matrimonio sono stati redenti da Cristo (cf. Ef 5,2132), restaurati a immagine della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore. L’alleanza sponsale, inaugurata nella creazione e rivelata nella storia della salvezza, riceve la piena rivelazione del suo significato in Cristo e nella sua Chiesa. Da Cristo attraverso la Chiesa, il matrimonio e la famiglia ricevono la grazia necessaria per testimoniare l’amore di Dio e vivere la vita di comunione. Il Vangelo della famiglia attraversa la storia del mondo sin dalla creazione dell’uomo ad immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1, 2627) fino al compimento del mistero dell’Alleanza in Cristo alla fine dei secoli con le nozze dell’Agnello (cf. Ap 19,9; Giovanni Paolo II, Catechesi sull’amore umano).

La famiglia nei documenti della Chiesa

17. «Nel corso dei secoli, la Chiesa non ha fatto mancare il suo costante insegnamento sul matrimonio e la famiglia. Una delle espressioni più alte di questo Magistero è stata proposta dal Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes, che dedica un intero capitolo alla promozione della dignità del matrimonio e della famiglia (cf. Gaudium et Spes, 4752). Esso ha definito il matrimonio come comunità di vita e di amore (cf. Gaudium et Spes, 48), mettendo l’amore al centro della famiglia, mostrando, allo stesso tempo, la verità di questo amore davanti alle diverse forme di riduzionismo presenti nella cultura contemporanea. Il «vero amore tra marito e moglie» (Gaudium et Spes, 49) implica la mutua donazione di sé, include e integra la dimensione sessuale e l’affettività, corrispondendo al disegno divino (cf. Gaudium et Spes, 4849). Inoltre, Gaudium et Spes 48 sottolinea il radicamento in Cristo degli sposi: Cristo Signore «viene incontro ai coniugi cristiani nel sacramento del matrimonio», e con loro rimane. Nell’incarnazione, Egli assume l’amore umano, lo purifica, lo porta a pienezza, e dona agli sposi, con il suo Spirito, la capacità di viverlo, pervadendo tutta la loro vita di fede, speranza e carità. In questo modo gli sposi sono come consacrati e, mediante una grazia propria, edificano il Corpo di Cristo e costituiscono una Chiesa domestica (cf. Lumen Gentium, 11), così che la Chiesa, per comprendere pienamente il suo mistero, guarda alla famiglia cristiana, che lo manifesta in modo genuino» (Instrumentum Laboris, 4).

18. «Sulla scia del Concilio Vaticano II, il Magistero pontificio ha approfondito la dottrina sul matrimonio e sulla famiglia. In particolare, Paolo VI, con la Enciclica Humanae Vitae, ha messo in luce l’intimo legame tra amore coniugale e generazione della vita. San Giovanni Paolo II ha dedicato alla famiglia una particolare attenzione attraverso le sue catechesi sull’amore umano, la Lettera alle famiglie (Gratissimam Sane) e soprattutto con l’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio. In tali documenti, il Pontefice ha definito la famiglia «via della Chiesa»; ha offerto una visione d’insieme sulla vocazione all’amore dell’uomo e della donna; ha proposto le linee fondamentali per la pastorale della famiglia e per la presenza della famiglia nella società. In particolare, trattando della carità coniugale (cf. Familiaris Consortio, 13), ha descritto il modo in cui i coniugi, nel loro mutuo amore, ricevono il dono dello Spirito di Cristo e vivono la loro chiamata alla santità» (Instrumentum Laboris, 5).

19. «Benedetto XVI, nell’Enciclica Deus Caritas Est, ha ripreso il tema della verità dell’amore tra uomo e donna, che s’illumina pienamente solo alla luce dell’amore di Cristo crocifisso (cf. Deus Caritas Est, 2). Egli ribadisce come: «Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano» (Deus Caritas Est, 11). Inoltre, nella Enciclica Caritas in Veritate, evidenzia l’importanza dell’amore come principio di vita nella società (cf. Caritas in Veritate, 44), luogo in cui s’impara l’esperienza del bene comune» (Instrumentum Laboris, 6).

20. «Papa Francesco, nell’Enciclica Lumen Fidei affrontando il legame tra la famiglia e la fede, scrive: «L’incontro con Cristo, il lasciarsi afferrare e guidare dal suo amore allarga l’orizzonte dell’esistenza, le dona una speranza solida che non delude. La fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita. Essa fa scoprire una grande chiamata, la vocazione all’amore, e assicura che quest’amore è affidabile, che vale la pena di consegnarsi ad esso, perché il suo fondamento si trova nella fedeltà di Dio, più forte di ogni nostra fragilità» (Lumen Fidei, 53)» (Instrumentum Laboris, 7).

L’indissolubilità del matrimonio e la gioia del vivere insieme

21. Il dono reciproco costitutivo del matrimonio sacramentale è radicato nella grazia del battesimo che stabilisce l’alleanza fondamentale di ogni persona con Cristo nella Chiesa. Nella reciproca accoglienza e con la grazia di Cristo i nubendi si promettono dono totale, fedeltà e apertura alla vita, essi riconoscono come elementi costitutivi del matrimonio i doni che Dio offre loro, prendendo sul serio il loro vicendevole impegno, in suo nome e di fronte alla Chiesa. Ora, nella fede è possibile assumere i beni del matrimonio come impegni meglio sostenibili mediante l’aiuto della grazia del sacramento. Dio consacra l’amore degli sposi e ne conferma l’indissolubilità, offrendo loro l’aiuto per vivere la fedeltà, l’integrazione reciproca e l’apertura alla vita. Pertanto, lo sguardo della Chiesa si volge agli sposi come al cuore della famiglia intera che volge anch’essa lo sguardo verso Gesù.

22. Nella stessa prospettiva, facendo nostro l’insegnamento dell’Apostolo secondo cui tutta la creazione è stata pensata in Cristo e in vista di lui (cf. Col 1,16), il Concilio Vaticano II ha voluto esprimere apprezzamento per il matrimonio naturale e per gli elementi validi presenti nelle altre religioni (cf. Nostra Aetate, 2) e nelle culture nonostante i limiti e le insufficienze (cf. Redemptoris Missio, 55). La presenza dei semina Verbi nelle culture (cf. Ad Gentes, 11) potrebbe essere applicata, per alcuni versi, anche alla realtà matrimoniale e familiare di tante culture e di persone non cristiane. Ci sono quindi elementi validi anche in alcune forme fuori del matrimonio cristiano –comunque fondato sulla relazione stabile e vera di un uomo e una donna –, che in ogni caso riteniamo siano ad esso orientate. Con lo sguardo rivolto alla saggezza umana dei popoli e delle culture, la Chiesa riconosce anche questa famiglia come la cellula basilare necessaria e feconda della convivenza umana.

Verità e bellezza della famiglia e misericordia verso le famiglie ferite e fragili

23. Con intima gioia e profonda consolazione, la Chiesa guarda alle famiglie che restano fedeli agli insegnamenti del Vangelo, ringraziandole e incoraggiandole per la testimonianza che offrono. Grazie ad esse, infatti, è resa credibile la bellezza del matrimonio indissolubile e fedele per sempre. Nella famiglia,«che si potrebbe chiamare Chiesa domestica» (Lumen Gentium, 11), matura la prima esperienza ecclesiale della comunione tra persone, in cui si riflette, per grazia, il mistero della Santa Trinità. «È qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1657). La Santa Famiglia di Nazaret ne è il modello mirabile, alla cui scuola noi «comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo» (Paolo VI, Discorso a Nazaret, 5 gennaio 1964). Il Vangelo della famiglia, nutre pure quei semi che ancora attendono di maturare, e deve curare quegli alberi che si sono inariditi e necessitano di non essere trascurati.

24. La Chiesa, in quanto maestra sicura e madre premurosa, pur riconoscendo che per i battezzati non vi è altro vincolo nuziale che quello sacramentale, e che ogni rottura di esso è contro la volontà di Dio, è anche consapevole della fragilità di molti suoi figli che faticano nel cammino della fede. «Pertanto, senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno. […] Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà. A tutti deve giungere la consolazione e lo stimolo dell’amore salvifico di Dio, che opera misteriosamente in ogni persona, al di là dei suoi difetti e delle sue cadute» (Evangelii Gaudium, 44).

25. In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nelle loro vite e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro. Seguendo lo sguardo di Cristo, la cui luce rischiara ogni uomo (cf. Gv 1,9; Gaudium et Spes, 22) la Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo incompiuto, riconoscendo che la grazia di Dio opera anche nelle loro vite dando loro il coraggio per compiere il bene, per prendersi cura con amore l’uno dell’altro ed essere a servizio della comunità nella quale vivono e lavorano.

26. La Chiesa guarda con apprensione alla sfiducia di tanti giovani verso l’impegno coniugale, soffre per la precipitazione con cui tanti fedeli decidono di porre fine al vincolo assunto, instaurandone un altro. Questi fedeli, che fanno parte della Chiesa hanno bisogno di un’attenzione pastorale misericordiosa e incoraggiante, distinguendo adeguatamente le situazioni. I giovani battezzati vanno incoraggiati a non esitare dinanzi alla ricchezza che ai loro progetti di amore procura il sacramento del matrimonio, forti del sostegno che ricevono dalla grazia di Cristo e dalla possibilità di partecipare pienamente alla vita della Chiesa.

27. In tal senso, una dimensione nuova della pastorale familiare odierna consiste nel prestare attenzione alla realtà dei matrimoni civili tra uomo e donna, ai matrimoni tradizionali e, fatte le debite differenze, anche alle convivenze. Quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico, è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove, può essere vista come un’occasione da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio. Molto spesso invece la convivenza si stabilisce non in vista di un possibile futuro matrimonio, ma senza alcuna intenzione di stabilire un rapporto istituzionale.

28. Conforme allo sguardo misericordioso di Gesù, la Chiesa deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando fiducia e speranza, come la luce del faro di un porto o di una fiaccola portata in mezzo alla gente per illuminare coloro che hanno smarrito la rotta o si trovano in mezzo alla tempesta. Consapevoli che la misericordia più grande è dire la verità con amore, andiamo aldilà della compassione. L’amore misericordioso, come attrae e unisce, così trasforma ed eleva. Invita alla conversione. Così nello stesso modo intendiamo l’atteggiamento del Signore, che non condanna la donna adultera, ma le chiede di non peccare più (cf. Gv 8,111).


III PARTE

Il confronto: prospettive pastorali

Annunciare il Vangelo della famiglia oggi, nei vari contesti

29. Il dialogo sinodale si è soffermato su alcune istanze pastorali più urgenti da affidare alla concretizzazione nelle singole Chiese locali, nella comunione «cum Petro et sub Petro». L’annunzio del Vangelo della famiglia costituisce un’urgenza per la nuova evangelizzazione. La Chiesa è chiamata ad attuarlo con tenerezza di madre e chiarezza di maestra (cf. Ef 4,15), in fedeltà alla kenosi misericordiosa del Cristo. La verità si incarna nella fragilità umana non per condannarla, ma per salvarla (cf. Gv 3,1617).

30. Evangelizzare è responsabilità di tutto il popolo di Dio, ognuno secondo il proprio ministero e carisma. Senza la testimonianza gioiosa dei coniugi e delle famiglie, chiese domestiche, l’annunzio, anche se corretto, rischia di essere incompreso o di affogare nel mare di parole che caratterizza la nostra società (cf. Novo Millennio Ineunte, 50). I Padri sinodali hanno più volte sottolineato che le famiglie cattoliche in forza della grazia del sacramento nuziale sono chiamate ad essere esse stesse soggetti attivi della pastorale familiare.

31. Decisivo sarà porre in risalto il primato della grazia, e quindi le possibilità che lo Spirito dona nel sacramento. Si tratta di far sperimentare che il Vangelo della famiglia è gioia che «riempie il cuore e la vita intera», perché in Cristo siamo «liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento» (Evangelii Gaudium, 1). Alla luce della parabola del seminatore (cf. Mt 13,3), il nostro compito è di cooperare nella semina: il resto è opera di Dio. Non bisogna neppure dimenticare che la Chiesa che predica sulla famiglia è segno di contraddizione.

32. Per questo si richiede a tutta la Chiesa una conversione missionaria: è necessario non fermarsi ad un annuncio meramente teorico e sganciato dai problemi reali delle persone. Non va mai dimenticato che la crisi della fede ha comportato una crisi del matrimonio e della famiglia e, come conseguenza, si è interrotta spesso la trasmissione della stessa fede dai genitori ai figli. Dinanzi ad una fede forte l’imposizione di alcune prospettive culturali che indeboliscono la famiglia e il matrimonio non ha incidenza.

33. La conversione è anche quella del linguaggio perché esso risulti effettivamente significativo. L’annunzio deve far sperimentare che il Vangelo della famiglia è risposta alle attese più profonde della persona umana: alla sua dignità e alla realizzazione piena nella reciprocità, nella comunione e nella fecondità. Non si tratta soltanto di presentare una normativa ma di proporre valori, rispondendo al bisogno di essi che si constata oggi anche nei Paesi più secolarizzati.

34. La Parola di Dio è fonte di vita e spiritualità per la famiglia. Tutta la pastorale familiare dovrà lasciarsi modellare interiormente e formare i membri della Chiesa domestica mediante la lettura orante e ecclesiale della Sacra Scrittura. La Parola di Dio non solo è una buona novella per la vita privata delle persone, ma anche un criterio di giudizio e una luce per il discernimento delle diverse sfide con cui si confrontano i coniugi e le famiglie.

35. Allo stesso tempo molti Padri sinodali hanno insistito su un approccio più positivo alle ricchezze delle diverse esperienze religiose, senza tacere sulle difficoltà. In queste diverse realtà religiose e nella grande diversità culturale che caratterizza le Nazioni è opportuno apprezzare prima le possibilità positive e alla luce di esse valutare limiti e carenze.

36. Il matrimonio cristiano è una vocazione che si accoglie con un’adeguata preparazione in un itinerario di fede, con un discernimento maturo, e non va considerato solo come una tradizione culturale o un’esigenza sociale o giuridica. Pertanto occorre realizzare percorsi che accompagnino la persona e la coppia in modo che alla comunicazione dei contenuti della fede si unisca l’esperienza di vita offerta dall’intera comunità ecclesiale.

37. È stata ripetutamente richiamata la necessità di un radicale rinnovamento della prassi pastorale alla luce del Vangelo della famiglia, superando le ottiche individualistiche che ancora la caratterizzano. Per questo si è più volte insistito sul rinnovamento della formazione dei presbiteri, dei diaconi, dei catechisti e degli altri operatori pastorali, mediante un maggiore coinvolgimento delle stesse famiglie.

38. Si è parimenti sottolineata la necessità di una evangelizzazione che denunzi con franchezza i condizionamenti culturali, sociali, politici ed economici, come l’eccessivo spazio dato alla logica del mercato, che impediscono un’autentica vita familiare, determinando discriminazioni, povertà, esclusioni, violenza. Per questo va sviluppato un dialogo e una cooperazione con le strutture sociali, e vanno incoraggiati e sostenuti i laici che si impegnano, come cristiani, in ambito culturale e socio-politico.

Guidare i nubendi nel cammino di preparazione al matrimonio

39. La complessa realtà sociale e le sfide che la famiglia oggi è chiamata ad affrontare richiedono un impegno maggiore di tutta la comunità cristiana per la preparazione dei nubendi al matrimonio. È necessario ricordare l’importanza delle virtù. Tra esse la castità risulta condizione preziosa per la crescita genuina dell’amore interpersonale. Riguardo a questa necessità i Padri sinodali sono stati concordi nel sottolineare l’esigenza di un maggiore coinvolgimento dell’intera comunità privilegiando la testimonianza delle stesse famiglie, oltre che di un radicamento della preparazione al matrimonio nel cammino di iniziazione cristiana, sottolineando il nesso del matrimonio con il battesimo e gli altri sacramenti. Si è parimenti evidenziata la necessità di programmi specifici per la preparazione prossima al matrimonio che siano vera esperienza di partecipazione alla vita ecclesiale e approfondiscano i diversi aspetti della vita familiare.

Accompagnare i primi anni della vita matrimoniale

40. I primi anni di matrimonio sono un periodo vitale e delicato durante il quale le coppie crescono nella consapevolezza delle sfide e del significato del matrimonio. Di qui l’esigenza di un accompagnamento pastorale che continui dopo la celebrazione del sacramento (cf. Familiaris Consortio, parte III). Risulta di grande importanza in questa pastorale la presenza di coppie di sposi con esperienza. La parrocchia è considerata come il luogo dove coppie esperte possono essere messe a disposizione di quelle più giovani, con l’eventuale concorso di associazioni, movimenti ecclesiali e nuove comunità. Occorre incoraggiare gli sposi a un atteggiamento fondamentale di accoglienza del grande dono dei figli. Va sottolineata l’importanza della spiritualità familiare, della preghiera e della partecipazione all’Eucaristia domenicale, incoraggiando le coppie a riunirsi regolarmente per promuovere la crescita della vita spirituale e la solidarietà nelle esigenze concrete della vita. Liturgie, pratiche devozionali e Eucaristie celebrate per le famiglie, soprattutto nell’anniversario del matrimonio, sono state menzionate come vitali per favorire l’evangelizzazione attraverso la famiglia.

Cura pastorale di coloro che vivono nel matrimonio civile o in convivenze

41. Mentre continua ad annunciare e promuovere il matrimonio cristiano, il Sinodo incoraggia anche il discernimento pastorale delle situazioni di tanti che non vivono più questa realtà. È importante entrare in dialogo pastorale con tali persone al fine di evidenziare gli elementi della loro vita che possono condurre a una maggiore apertura al Vangelo del matrimonio nella sua pienezza. I pastori devono identificare elementi che possono favorire l’evangelizzazione e la crescita umana e spirituale. Una sensibilità nuova della pastorale odierna, consiste nel cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, nelle convivenze. Occorre che nella proposta ecclesiale, pur affermando con chiarezza il messaggio cristiano, indichiamo anche elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più ad esso.

42. È stato anche notato che in molti Paesi un «crescente numero di coppie convivono ad experimentum, senza alcun matrimonio né canonico, né civile» (Instrumentum Laboris, 81). In alcuni Paesi questo avviene specialmente nel matrimonio tradizionale, concertato tra famiglie e spesso celebrato in diverse tappe. In altri Paesi invece è in continua crescita il numero di coloro dopo aver vissuto insieme per lungo tempo chiedono la celebrazione del matrimonio in chiesa. La semplice convivenza è spesso scelta a causa della mentalità generale contraria alle istituzioni e agli impegni definitivi, ma anche per l’attesa di una sicurezza esistenziale (lavoro e salario fisso). In altri Paesi, infine, le unioni di fatto sono molto numerose, non solo per il rigetto dei valori della famiglia e del matrimonio, ma soprattutto per il fatto che sposarsi è percepito come un lusso, per le condizioni sociali, così che la miseria materiale spinge a vivere unioni di fatto.

43. Tutte queste situazioni vanno affrontate in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del Vangelo. Si tratta di accoglierle e accompagnarle con pazienza e delicatezza. A questo scopo è importante la testimonianza attraente di autentiche famiglie cristiane, come soggetti dell’evangelizzazione della famiglia.

Curare le famiglie ferite (separati, divorziati non risposati, divorziati risposati, famiglie monoparentali)

44. Quando gli sposi sperimentano problemi nelle loro relazioni, devono poter contare sull’aiuto e l’accompagnamento della Chiesa. La pastorale della carità e la misericordia tendono al recupero delle persone e delle relazioni. L’esperienza mostra che con un aiuto adeguato e con l’azione di riconciliazione della grazia una grande percentuale di crisi matrimoniali si superano in maniera soddisfacente. Saper perdonare e sentirsi perdonati è un’esperienza fondamentale nella vita familiare. Il perdono tra gli sposi permette di sperimentare un amore che è per sempre e non passa mai (cf. 1 Cor 13,8). A volte risulta difficile, però, per chi ha ricevuto il perdono di Dio avere la forza per offrire un perdono autentico che rigeneri la persona.

45. Nel Sinodo è risuonata chiara la necessità di scelte pastorali coraggiose. Riconfermando con forza la fedeltà al Vangelo della famiglia e riconoscendo che separazione e divorzio sono sempre una ferita che provoca profonde sofferenze ai coniugi che li vivono e ai figli, i Padri sinodali hanno avvertito l’urgenza di cammini pastorali nuovi, che partano dall’effettiva realtà delle fragilità familiari, sapendo che esse, spesso, sono più «subite» con sofferenza che scelte in piena libertà. Si tratta di situazioni diverse per fattori sia personali che culturali e socio-economici. Occorre uno sguardo differenziato come San Giovanni Paolo II suggeriva (cf. Familiaris Consortio, 84).

46. Ogni famiglia va innanzitutto ascoltata con rispetto e amore facendosi compagni di cammino come il Cristo con i discepoli sulla strada di Emmaus. Valgono in maniera particolare per queste situazioni le parole di Papa Francesco: «La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa «arte dell’accompagnamento», perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cf. Es 3,5). Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana» (Evangelii Gaudium, 169).

47. Un particolare discernimento è indispensabile per accompagnare pastoralmente i separati, i divorziati, gli abbandonati. Va accolta e valorizzata soprattutto la sofferenza di coloro che hanno subito ingiustamente la separazione, il divorzio o l’abbandono, oppure sono stati costretti dai maltrattamenti del coniuge a rompere la convivenza. Il perdono per l’ingiustizia subita non è facile, ma è un cammino che la grazia rende possibile. Di qui la necessità di una pastorale della riconciliazione e della mediazione attraverso anche centri di ascolto specializzati da stabilire nelle diocesi. Parimenti va sempre sottolineato che è indispensabile farsi carico in maniera leale e costruttiva delle conseguenze della separazione o del divorzio sui figli, in ogni caso vittime innocenti della situazione. Essi non possono essere un «oggetto» da contendersi e vanno cercate le forme migliori perché possano superare il trauma della scissione familiare e crescere in maniera il più possibile serena. In ogni caso la Chiesa dovrà sempre mettere in rilievo l’ingiustizia che deriva molto spesso dalla situazione di divorzio. Speciale attenzione va data all’accompagnamento delle famiglie monoparentali, in maniera particolare vanno aiutate le donne che devono portare da sole la responsabilità della casa e l’educazione dei figli.

48. Un grande numero dei Padri ha sottolineato la necessità di rendere più accessibili ed agili, possibilmente del tutto gratuite, le procedure per il riconoscimento dei casi di nullità. Tra le proposte sono stati indicati: il superamento della necessità della doppia sentenza conforme; la possibilità di determinare una via amministrativa sotto la responsabilità del vescovo diocesano; un processo sommario da avviare nei casi di nullità notoria. Alcuni Padri tuttavia si dicono contrari a queste proposte perché non garantirebbero un giudizio affidabile. Va ribadito che in tutti questi casi si tratta dell’accertamento della verità sulla validità del vincolo. Secondo altre proposte, andrebbe poi considerata la possibilità di dare rilevanza al ruolo della fede dei nubendi in ordine alla validità del sacramento del matrimonio, tenendo fermo che tra battezzati tutti i matrimoni validi sono sacramento.

49. Circa le cause matrimoniali lo snellimento della procedura, richiesto da molti, oltre alla preparazione di sufficienti operatori, chierici e laici con dedizione prioritaria, esige di sottolineare la responsabilità del vescovo diocesano, il quale nella sua diocesi potrebbe incaricare dei consulenti debitamente preparati che possano gratuitamente consigliare le parti sulla validità del loro matrimonio. Tale funzione può essere svolta da un ufficio o persone qualificate (cf. Dignitas Connubii, art. 113, 1).

50. Le persone divorziate ma non risposate, che spesso sono testimoni della fedeltà matrimoniale, vanno incoraggiate a trovare nell’Eucaristia il cibo che le sostenga nel loro stato. La comunità locale e i Pastori devono accompagnare queste persone con sollecitudine, soprattutto quando vi sono figli o è grave la loro situazione di povertà.

51. Anche le situazioni dei divorziati risposati esigono un attento discernimento e un accompagnamento di grande rispetto, evitando ogni linguaggio e atteggiamento che li faccia sentire discriminati e promovendo la loro partecipazione alla vita della comunità. Prendersi cura di loro non è per la comunità cristiana un indebolimento della sua fede e della sua testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale, anzi essa esprime proprio in questa cura la sua carità.

52. Si è riflettuto sulla possibilità che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Diversi Padri sinodali hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all’Eucaristia e la comunione con la Chiesa ed il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile. Altri si sono espressi per un’accoglienza non generalizzata alla mensa eucaristica, in alcune situazioni particolari ed a condizioni ben precise, soprattutto quando si tratta di casi irreversibili e legati ad obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste. L’eventuale accesso ai sacramenti dovrebbe essere preceduto da un cammino penitenziale sotto la responsabilità del Vescovo diocesano. Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate» da diversi «fattori psichici oppure sociali» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1735).

53. Alcuni Padri hanno sostenuto che le persone divorziate e risposate o conviventi possono ricorrere fruttuosamente alla comunione spirituale. Altri Padri si sono domandati perché allora non possano accedere a quella sacramentale. Viene quindi sollecitato un approfondimento della tematica in grado di far emergere la peculiarità delle due forme e la loro connessione con la teologia del matrimonio.

54. Le problematiche relative ai matrimoni misti sono ritornate sovente negli interventi dei Padri sinodali. La diversità della disciplina matrimoniale delle Chiese ortodosse pone in alcuni contesti problemi sui quali è necessario riflettere in ambito ecumenico. Analogamente per i matrimoni interreligiosi sarà importante il contributo del dialogo con le religioni.

L’attenzione pastorale verso le persone con orientamento omosessuale

55. Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. «A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4).

56. È del tutto inaccettabile che i Pastori della Chiesa subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il «matrimonio» fra persone dello stesso sesso.

La trasmissione della vita e la sfida della denatalità

57. Non è difficile constatare il diffondersi di una mentalità che riduce la generazione della vita a una variabile della progettazione individuale o di coppia. I fattori di ordine economico esercitano un peso talvolta determinante contribuendo al forte calo della natalità che indebolisce il tessuto sociale, compromette il rapporto tra le generazioni e rende più incerto lo sguardo sul futuro. L’apertura alla vita è esigenza intrinseca dell’amore coniugale. In questa luce, la Chiesa sostiene le famiglie che accolgono, educano e circondano del loro affetto i figli diversamente abili.

58. Anche in questo ambito occorre partire dall’ascolto delle persone e dar ragione della bellezza e della verità di una apertura incondizionata alla vita come ciò di cui l’amore umano ha bisogno per essere vissuto in pienezza. È su questa base che può poggiare un adeguato insegnamento circa i metodi naturali per la procreazione responsabile. Esso aiuta a vivere in maniera armoniosa e consapevole la comunione tra i coniugi, in tutte le sue dimensioni, insieme alla responsabilità generativa. Va riscoperto il messaggio dell’Enciclica Humanae Vitae di Paolo VI, che sottolinea il bisogno di rispettare la dignità della persona nella valutazione morale dei metodi di regolazione della natalità. L’adozione di bambini, orfani e abbandonati, accolti come propri figli, è una forma specifica di apostolato familiare (cf. Apostolicam Actuositatem, III,11), più volte richiamata e incoraggiata dal magistero (cf. Familiaris Consortio, III,II; Evangelium Vitae, IV,93). La scelta dell’adozione e dell’affido esprime una particolare fecondità dell’esperienza coniugale, non solo quando questa è segnata dalla sterilità. Tale scelta è segno eloquente dell’amore familiare, occasione per testimoniare la propria fede e restituire dignità filiale a che ne è stato privato.

59. Occorre aiutare a vivere l’affettività, anche nel legame coniugale, come un cammino di maturazione, nella sempre più profonda accoglienza dell’altro e in una donazione sempre più piena. Va ribadita in tal senso la necessità di offrire cammini formativi che alimentino la vita coniugale e l’importanza di un laicato che offra un accompagnamento fatto di testimonianza viva. È di grande aiuto l’esempio di un amore fedele e profondo fatto di tenerezza, di rispetto, capace di crescere nel tempo e che nel suo concreto aprirsi alla generazione della vita fa l’esperienza di un mistero che ci trascende.

La sfida dell’educazione e il ruolo della famiglia nell’evangelizzazione

60. Una delle sfide fondamentali di fronte a cui si trovano le famiglie oggi è sicuramente quella educativa, resa più impegnativa e complessa dalla realtà culturale attuale e della grande influenza dei media. Vanno tenute in debito conto le esigenze e le attese di famiglie capaci di essere nella vita quotidiana, luoghi di crescita, di concreta ed essenziale trasmissione delle virtù che danno forma all’esistenza. Ciò indica che i genitori possano scegliere liberalmente il tipo dell’educazione da dare ai figli secondo le loro convinzioni.

61. La Chiesa svolge un ruolo prezioso di sostegno alle famiglie, partendo dall’iniziazione cristiana, attraverso comunità accoglienti. Ad essa è chiesto, oggi ancor più di ieri, nelle situazioni complesse come in quelle ordinarie, di sostenere i genitori nel loro impegno educativo, accompagnando bambini, ragazzi e giovani nella loro crescita attraverso cammini personalizzati capaci di introdurre al senso pieno della vita e di suscitare scelte e responsabilità, vissute alla luce del Vangelo. Maria, nella sua tenerezza, misericordia, sensibilità materna può nutrire la fame di umanità e vita, per cui viene invocata dalle famiglie e dal popolo cristiano. La pastorale e una devozione mariana sono un punto di partenza opportuno per annunciare il Vangelo della famiglia.


Conclusione

62. Le riflessioni proposte, frutto del lavoro sinodale svoltosi in grande libertà e in uno stile di reciproco ascolto, intendono porre questioni e indicare prospettive che dovranno essere maturate e precisate dalla riflessione delle Chiese locali nell’anno che ci separa dall’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi prevista per l’ottobre 2015, dedicata alla vocazione e missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo. Non si tratta di decisioni prese né di prospettive facili. Tuttavia il cammino collegiale dei vescovi e il coinvolgimento dell’intero popolo di Dio sotto l’azione dello Spirito Santo, guardando al modello della Santa Famiglia, potranno guidarci a trovare vie di verità e di misericordia per tutti. È l’auspicio che sin dall’inizio dei nostri lavori Papa Francesco ci ha rivolto invitandoci al coraggio della fede e all’accoglienza umile e onesta della verità nella carità.


potete scaricare la relazione per intero in formato PDF a questo link : http://bit.ly/1wXm90s

Pubblicato in sinodo

Una Chiesa «più aperta», nello stile di papa Francesco, capace di accogliere tutti, «a prescindere dalle differenze e dagli errori commessi». Il Servizio Informazione religiosa (Sir) sintetizza così i primi risultati — e richieste — del sondaggio sulla pastorale familiare promosso dal Pontefice per il Sinodo dei Vescovi (519 ottobre).

«I cattolici belgi — riassume il Sir — si attendono che la Chiesa possa accogliere tutti, a prescindere dalle differenze o dagli errori commessi. Questo punto di vista è particolarmente avvertito per quanto riguarda le persone omosessuali e i divorziati».

«Sulla scia di papa Francesco, anche in Belgio — sottolinea il Sir — i cattolici chiedono una Chiesa madre che accoglie: da qui l’esigenza anche di crescere nella fede e di formare comunità vive». Nei questionari — inoltre — si sottolinea il ruolo essenziale che possono svolgere le donne nella vita della Chiesa: «Sono loro — fanno notare i cattolici belgi — che trasmettono la fede ai bambini e li accompagnano nel loro cammino».

Anche la Chiesa cattolica in Lussemburgo ha reso disponibile online l’analisi dei questionari sulla famiglia voluta dal Sinodo dei Vescovi per preparare l’appuntamento del prossimo ottobre. «La stragrande maggioranza delle risposte proviene da persone che si sentono legate alla Chiesa e si riconoscono in lei», commenta una nota della Chiesa locale che denuncia «un divario crescente tra la proclamazione magisteriale della Chiesa e la ricezione e l’effetto di questa dottrina tra i membri della Chiesa stessa». Le risposte raccolte in Lussemburgo confermano cioè la stima della Chiesa per la famiglia, ma evidenziano anche che l’importanza dell’insegnamento ecclesiale è «in caduta libera» di fronte alla riconosciuta valenza normativa della coscienza e della libertà individuale.

Secondo i cattolici lussemburghesi, «per situazioni familiari problematiche la Chiesa non ha nessuna risposta vivibile». E «la dottrina sul matrimonio, la paternità responsabile e la famiglia viene respinta negli ambienti non-ecclesiali (e a volte anche ecclesiali)», perché la Chiesa «è considerata come estranea, non competente» in questi ambiti. Nelle risposte si parla della «sofferenza che attraverso l’esclusione dei sacramenti — in particolare la riconciliazione — viene inflitta». La regola dell’accesso ai sacramenti «secondo discernimento» pare inadeguata. S’invoca «di tradurre in pratica la pastorale della misericordia e creare luoghi dove possa essere proposta e vissuta». Per quanto riguarda invece le coppie omosessuali, dal Lussemburgo non arrivano posizioni né indicazioni precise, se non ancora l’appello ad «assumere la realtà come si presenta, senza volerla cambiare con rappresentazioni morali», e a un atteggiamento di accoglienza e misericordia.

Il Sir evidenzia anche «nel documento della Conferenza episcopale tedesca la distanza fra la Chiesa e i fedeli su convivenze prematrimoniali, controllo delle nascite e contraccezione». E l’esclusione dai sacramenti dei divorziati risposati viene percepita come «una discriminazione ingiustificata e una crudeltà», mentre emerge la richiesta di un riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali e della loro parità di trattamento rispetto al matrimonio «come un comandamento di giustizia».

Poi, dalla Chiesa svizzera «la prima richiesta è la comunione ai divorziati» mentre accanto a una «piena condivisione sull’importanza del matrimonio sacramentale e sull’educazione cristiana dei figli», si segnalano «le difficoltà ad accettare la dottrina della Chiesa su famiglia, matrimonio e omosessualità». «Una maggioranza di circa il 60% sostiene il riconoscimento e la benedizione da parte della Chiesa delle coppie omosessuali». E vi è un «disaccordo profondo sul divieto dei metodi artificiali di contraccezione».

Nel frattempo il Pontefice ha nominato sottosegretario del Sinodo dei Vescovi monsignor Fabio Fabene, finora capo ufficio della Congregazione per i Vescovi.


Fonte: Vatican insider

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Mons. Luigi Negri


   

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