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Speciale SINODO sulla Famiglia 2014/15

   

La Chiesa, spiega il “custode della Fede”, non è padrona dei sacramenti. Chi desidera veramente il sacramento dell’Eucaristia, non può vivere contro gli altri sei, compreso quello matrimoniale.
 

Famiglia, speranza, attesa e riflessioni dopo l’Amoris laetitia. Uno dei pareri più attesi è certo quello del cardinale Gerhard Ludwig Müller che la settimana scorsa ha scelto Oviedo per intervenire al convegno “Che cosa possiamo aspettarci dalla famiglia? Una cultura di speranza per la famiglia dalla Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia“.

Occasione dell’evento la presentazione del libro Rapporto sulla speranza, pubblicato dalla BAC, nella Sala del Seminario di Oviedo.

Nella sua relazione il cardinale ha scelto di iniziare “come fa il Santo Padre” non da una analisi sociologica, ma una presentazione biblica della famiglia. A cominciare dalla storia di Noè dalla quale si capisce che “Dio vuole la salvezza di molti attraverso pochi”.

A proposito della esortazione post sinodale Muller ha detto che “una prima lettura dell’Amoris laetitia ci aiuta a scoprire che il problema della famiglia non è non si riferisce a sforzi individuali, a convinzioni personali o consegne isolate” piuttosto “la grande sfida è quella di superare la mancanza di un ambiente e di una rete di relazioni in cui possono crescere e germogliare il desiderio degli uomini”.

L’Amoris Laetitia”, ha detto il cardinale Müller,ha riassunto la speranza della famiglia attraverso l’esegesi di 1 ° Corinzi 13 e questa intuizione, credo, sia la chiave di lettura del documento. In base a questo, solo alla luce del vero e genuino amore, si può imparare ad amare”.

Papa Francesco propone di costruire una “cultura della famiglia solida”. E la forza è tratto dallo stesso sacramento del matrimonio. È questa la “grande speranza della famiglia”, “il grande dono che ogni famiglia ha ricevuto”, ha detto, “con il quale i coniugi divengono segno efficace dell’amore di Gesù e della sua Chiesa. Il dono ricevuto da Dio a sua volta genera molteplici rapporti, perché il sacramento assume e trasforma il suo amore”.

La Chiesa conosce le difficoltà che comporta questo impegno, e “il rapporto dei coniugi dovrà crescere e maturare”. Le cadute hanno bisogno di perdono. Umanamente, la unione sarà sempre imperfetta e sempre in cammino, ma sacramentalmente il matrimonio da agli sposi la piena presenza tra loro dell’amore di Gesù, e rende il legame d’amore indissolubile fino alla morte, come Cristo e la sua Chiesa. La famiglia, quindi, “è il tema della vita della Chiesa, non perché gli sposi sono particolarmente bravi, intelligenti o giusti, ma perché il matrimonio ha in sé la potenza dell’amore di Cristo, capace di generare un nuovo amore nel mondo”. Il cardinale ha parlato di una “pastorale del vincolo” che il Papa richiama nel testo.

Il cardinale ha ricordato anche che pastoralmente il Papa ha voluto dare una speranza a quelli che hanno vissuto un dramma e la ferita di un secondo matrimonio civile dopo il divorzio con l’accompagnare, il discernere e l’integrazione.

Un invito ad un particolare cammino di conversione per superare il peccato , perché “se la Chiesa perde l’architettura dei sacramenti, perde il dono originale che la sostiene, e non rende visibile l’amore di Gesù”.

A proposito della “nota” sulla comunione ai divorziati-risposati il cardinale chiarisce che, se letta bene, non è in contrasto con la disciplina precedente di Familiaris Consortio e Sacramentun caritatis. In tutto il suo discorso, il cardinale tedesco ha voluto mettere in chiaro, sia alla conferenza, come nel precedente incontro con i giornalisti, chi vuole veramente un sacramento come l’Eucaristia, non può vivere contro altri sacramenti, compreso il matrimonio, perché “chi vive in contrario al matrimonio, si oppone il segno visibile del sacramento del matrimonio”.

Per il Cardinale Müller, nella sua esortazione, “papa Francesco mette in guardia contro due pericoli. Quello di chi vuole solo condannare e si accontenta di una stagnazione che non apre nuove strade e quello di ci vede la soluzione nel trovare eccezioni in singoli casi, negando la rinascita del cuore”. “La sintesi tra fede e vita” è l’obiettivo da seguire nella società per i cristiani, secondo il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede: “dobbiamo aiutare le persone alla ricerca della verità di Dio. E tutto questo non funziona senza una conversione dei cuori”.

Per il cardinale è chiaro che la Chiesa non è il proprietario della Grazia, amministra i sacramenti e non ha l’autorità di cambiare i sacramenti.

Pubblicato in sinodo
Venerdì, 06 Giugno 2014 00:00

il Battesimo dei bambini.

Affrontiamo questo delicato ma fondamentale argomento che nel sacramento del battesimo, primordiale fonte del perdono dei peccati e vero ingresso nel corpo mistico di Cristo e nella sua Chiesa, contrappone la Fede cattolica alle denominazioni cristiane di radice protestante che contestano il pedobattesimo, appunto il battesimo degli infanti.
Nella realtà dottrinale di queste chiese, principalmente evangeliche, pentecostali e compagni che praticano l’eresia della «Sola Scriptura», è risaputo come contestino il battesimo infantile che non ritengono abbia origini bibliche e che, a parer loro, non era praticato dagli Apostoli e dalla Chiesa primitiva.

Puntualmente, come la maggioranza delle loro affermazioni, smentiremo questa falsa dottrina, dimostrando tanto la fondatezza biblica quando la pratica storica.
     Iniziamo col dire che la Chiesa cattolica, riguardo il pedobattesimo, è in compagnia con la grande maggioranza delle fedi cristiane anche del mondo protestante perché questo sacramento, anche se con differenti sfumature dottrinali, è praticato da quasi tutte le chiese cristiane ad esclusione degli evangelici (e delle loro infinite denominazioni), dei testimoni di geova e dei mormoni.
Dietro questo rifiuto non vi è solo un errata comprensione delle Scritture neotestamentarie, e una pessima conoscenza della storia del cristianesimo, ma anche una profonda confusione rispetto alla dottrina del peccato originale.

    Iniziamo quindi ad interrogare la Bibbia relativamente all’insegnamento sul battesimo. La prima cosa che si può affermare con certezza dalla parola di Dio è che esso è un comando del Signore, il Cristo risorto, al suo piccolo gregge di fedeli che lo seguivano, poco prima della sua ascensione disse: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo,insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo

Qui ritroviamo innanzitutto un importante responsabilità per gli apostoli e dopo di loro per gli episcopi della Chiesa. È loro responsabilità su coloro che sono diventati seguaci di Cristo, il mandato per eccellenza non risiede nel predicare soltanto il Vangelo, ma nel fare discepoli. Come lo si fa? è Gesù stesso a dircelo: battezzando nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo; e successivamente insegnando loro ad osservare tutte le cose che ha comandato. La conversione a Cristo quindi richiede un processo che passando dall’evangelizzazione, dalla Rivelazione portata a tutte le genti, porta necessariamente all’ingresso nella comunità dei credenti attraverso il battesimo e successivamente all’apprendimento della dottrina.

Non siamo quindi di fronte ad umane iniziative che possono variare da chiesa a chiesa ma ad un preciso comando del Signore praticato nella Chiesa delle origini ed esposto dagli stessi apostoli nelle epistole del Nuovo Testamento. Abbiamo allora la certezza che il battesimo è stato istituito e voluto da Cristo stesso.

Riassumendo,è stato dato dal nostro Signore (Matteo 28:1820). è stato largamente usato nella Chiesa dei primi tempi (Atti 2:41; 8:3639; 9:18; 10:47; 16:33; 18:8; 19:5). E’ stato esposto dagli apostoli nelle epistole (Rom. 6:16; 1 Pt. 3:18; Eb. 6:2).

Qui c’è un obbligo per chi diventa discepolo di Cristo. È molto difficile evitare l’importanza del battesimo nel Nuovo Testamento.

Fatta questa premessa, che ci fa comprendere quanto il Battesimo sia fondamentale nella vita del nuovo cristiano, passiamo ad analizzare in che modo veniva praticato il Battesimo nelle Scritture.

Dall’analisi del Nuovo Testamento e dalla critica testuale possiamo evincere con certezza che il battesimo dei bambini fu sempre praticato al momento della conversione dei loro genitori. Le fonti del I secolo, e gli stessi Atti degli apostoli ci ricordano questa verità.

Innanzitutto la famosa espressione «si battezzò con la sua casa», che si ritrova in 1Cor 1,16 (la «casa» di Stefana) At 16,15 (Lidia e la sua «casa»), At 16,33 (il guardiano della prigione di Filippo con la sua «casa») At 18,8 (Crispo, capo della sinagoga, con la sua «casa»). Sono tre casi di pagani e uno giudeo.

Sappiamo bene come nel greco ellenistico il termine «casa» indica la famiglia tutta intera compresi i bambini piccoli, se c’è ne sono ( come prova la Lettera agli Smirnesi di Ignazio di Antiochia, 13,1 “Io saluto anche le “case” dei miei fratelli con le loro mogli ed i loro figli”). È lo stesso San Paolo poi, a ricordarcelo nella sua prima lettera ai Corinzi al capitolo 1 versetto 16 scrive: «Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefanàs». ne consegue quindi che già nel Nuovo Testamento è chiaramente attestato il battesimo dei bambini. D’altro canto anche nel greco della LXX, la parola “casa” indica la famiglia tutta intera con i bambini piccoli.
Vi sono poi alcuni versetti, su cui la critica si divide ma che possono ben inquadrarsi a sotto intendere l’uso del battesimo anche per i bambini. In 1 Cor 7,14, dove Paolo afferma che “i vostri figli non sono impuri, ma sono santi”, e sappiamo come fu proprio Paolo a ricordare nella lettera ai Romani :«Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna[…] come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori.» Ci ricorda quindi che ogni uomo nasce sotto la schiavitù del peccato e che solo in Cristo ed in forza del battesimo che è remissione dei peccati, può tornare santo così come Dio lo aveva creato. L’affermazione in 1 Cor 7,14 quindi può ben riferirsi ai bambini dopo il battesimo.

Vi è anche un altro passaggio in At 21,21 che riporta l’accusa rivolta a Paolo di invitare i giudei a non circoncidere più i loro figli può intendere l’abbandono dell’antica usanza appunto sostituita dalla nuova.

Un passaggio invece più pertinente alla questione del pedobattesimo è Mc 10,1316. In quella pericope – nel raffronto con i paralleli – emerge il significativo comando “non glielo impedite”, con l’utilizzo del verbo kōluō. Lo stesso verbo è impiegato per indicare gli impedimenti battesimali. Diventa quindi più evidente che, se anche il brano non avesse nella vita di Gesù uno stretto significato battesimale, certamente la chiave per meglio comprenderlo nel quale quel brano è stato riletto dalla comunità primitiva è battesimale.
Ad esempio, quando Tertulliano, primo fra i padri, cercherà di opporsi al battesimo dei bambini, si sentirà in dovere di affrontare quel testo che era evidentemente utilizzato in Africa in chiave battesimale.

A conclusione tutto depone, quanto alle fonti positivamente espresse, a ritenere che il battesimo dei bambini sia stato abituale nella comunità primitiva.

Consideriamo anche alcune osservazioni complementari molto importanti a conferma. Dalle fonti non risultano mai due tipi di cristiani, alcuni battezzati, altri no.

Mai in alcun testo dei primi due secoli si parla di una eventuale formazione pre-battesimale rivolta a ragazzi e giovani cristiani, ma non battezzati da neonati.

Soprattutto – quando la prassi del battesimo dei bambini diviene storicamente documentabile – essa non appare mai come un’innovazione né figura mai alcuna discussione in merito fra suoi sostenitori e suoi detrattori: tale prassi appare pacifica, in continuità con la tradizione precedente al punto da non fare problema. Addirittura, quando sorgerà la questione del peccato originale, non si spingerà per il battesimo a motivo del peccato, bensì si argomenterà al contrario: il peccato originale è certamente esistente, altrimenti non si spiegherebbe la prassi antica del battesimo dei bambini.

La pratica del pedobattesimo che a livello delle fonti poteva destare ancora qualche riserva per il periodo precedente diviene dal II secolo in poi assolutamente certa.

Per l’Asia Minore basti citare il caso di Policarpo di Smirne che, al momento del processo cui seguirà il martirio, afferma: “Sono 86 anni che servo il Signore ed egli non mi ha mai trattato male” (Martirio di Policarpo, 18,3). Ora Policarpo era nato verso l’80, e venne martirizzato tra il 167 ed il 168: le sue parole lasciano chiaramente intendere che egli divenne cristiano grazie al battesimo ricevuto da bambino.

Analoga è un’espressione di Policrate di Efeso che afferma di aver vissuto “65 anni nel Signore”, nella Lettera indirizzata a Roma verso il 19091 sulla datazione della Pasqua.

Nella famosa Lettera di Plinio a Traiano – cui Traiano risponderà con il rescritto che è la prima legge che esplicitamente regola il martirio dei cristiani – il governatore della Bitinia scrive all’imperatore che fra i cristiani vi sono oltre a robustiores (adulti) ed a multi omnis aetatis anche i teneri (i piccoli).

Più volte negli Atti dei martiri è reperibile l’affermazione di una fede che si ha fin dalla nascita. Ad esempio un tal Hierax dichiara: “Io sono sempre stato cristiano e sempre lo sarò”. Paion, sua compagna, attesta a sua volta: “Noi abbiamo ricevuto dai nostri genitori questa bella dottrina”.

Ma è nell’Egitto che i testi divengono assolutamente chiari, senza lasciare adito ad alcun dubbio. È Origene a dichiarare in tre testi superstiti la prassi uniforme del battesimo dei bambini.

Nell’Omelia 14 su Luca (Lc 2,2124) egli scrive in riferimento alla purificazione di Gesù:

I bambini (paidia) sono battezzati per il perdono dei peccati. Quali? Quando essi hanno peccato? Difatti, mai. Ed allora “nessuno è puro di qualcosa di sordido”, anche se non ha che un giorno (Gb 14,4ss.). Ecco la sordidezza che è levata per il mistero del battesimo. Ecco la ragione per la quale battezziamo anche i bambini”.

Nell’Omelia 8 sul Levitico (Lv 12,28), in riferimento ai riti di purificazione del sacerdote, afferma:

A queste ragioni si potrebbe ancora aggiungere questa: ci si domanda perché il battesimo della Chiesa che è donato per la remissione dei peccati, è amministrato, secondo il costume della Chiesa, anche ai bambini; ora, se non ci fosse niente a reclamare la remissione ed il perdono, la grazia battesimale apparirebbe superflua”.

Nel Commentario alla Lettera ai Romani V,9 (Rm 6,57) scrive ancora:

Il parvulus che è appena nato ha già commesso dei peccati? C’è lo stesso un peccato per il quale è prescritto di compiere un sacrificio […] È per questo che la chiesa ha ricevuto dagli apostoli la tradizione di amministrare il battesimo anche ai parvuli. Perché gli uomini a cui furono trasmessi i segreti dei misteri divini, sapevano che c’era in tutti (in omnibus) delle reali sozzure dovute al peccato, che dovevano essere lavate per mezzo dell’acqua e dello Spirito”.

Di questi tre testi è importante sottolineare innanzitutto che presentano il battesimo dei bambini come un dato incontestato, che viene fatto risalire alla tradizione degli apostoli. Se ne deve dedurre che per Origene ed i suoi ascoltatori era prassi abituale e senza eccezione che i genitori cristiani battezzassero i figli, altrimenti i tre testi non avrebbero avuto significato. Inoltre il loro orizzonte geografico supera l’Egitto, perché alcuni di essi furono scritti quando Origene era già a Cesarea Marittima in Palestina.

Si deve ancora sottolineare che, perché Origene possa fare tranquillamente affermazioni di quel tipo, tale prassi non doveva essere recente, ma rimontare almeno ad alcune generazioni precedenti: lo stesso Origene doveva essere stato battezzato da bambino.

Un dato ancora merita di essere sottolineato. In Origene non si deduce la necessità del battesimo dalla fede nel peccato originale, bensì piuttosto l’inverso: dalla prassi assolutamente uniforme di battezzare i bambini si deduce che esiste un peccato differente da quelli volontariamente commessi. È uno dei casi in cui si dimostra vero il famoso assioma “legem credendi statuit lex orandi”: se la chiesa prega in una certa maniera, cioè battezza i bambini, ne consegue che essa crede che esista un peccato di origine che deve essere perdonato.

Solo nelle chiese marcionite il battesimo veniva riservato a coloro che si votavano al celibato o comunque solo ad adulti.

Per quel che riguarda l’occidente si segnala innanzitutto l’Apologia di Giustino 1,15,6. In quel testo il filosofo cristiano scrive che anche fra “coloro che fin dall’infanzia divennero discepoli di Cristo” molti di loro sono restati casti.

Da parte sua Ireneo di Lione, in Adversus haereses II,22,4, scrive: “Gesù è venuto, in effetti a salvare tutti gli uomini: tutti quelli che per mezzo di lui sono rinati in Dio (qui per eum renascuntur in Deum), infantes, bambini, giovani e persone anziane”.

A questi testi letterari, possiamo aggiungere la menzione delle iscrizioni funerarie per le quali appare evidente il pedobattesimo. Ad esempio, una di esse recita: “Zosimo, fedele nato da fedeli, ha vissuto 2 anni 1 mese 25 giorni”.

Una prassi uniforme si manifesta anche nell’Africa latina del tempo. Tertulliano, in Trattato sul battesimo, 18 (scritto fra il 200 ed il 206) è l’unico ad esprimere riserve sul pedobattesimo, affermando che sarebbe meglio evitarlo perché esso è un peso troppo grave per il battezzato e per i suoi padrini – è la prima volta che appare nei testi il ruolo dei padrini, detti sponsores.

Ma egli sconsiglia di battezzare i bambini proprio contro la prassi abituale che vedeva intorno a sé. L’intervento di Tertulliano è teso ad invertire una prassi consolidata: egli consiglia – non ordina – di aspettare a battezzare finché il candidato non si sia sposato o abbia deciso di vivere in continenza.

Per Tertulliano il rinvio del battesimo è consigliabile — cunctatio baptismi utilior est – perché se si battezzano i bambini non si ha la certezza che essi sapranno poi vivere senza peccati. Meglio allora prima vederli sposati e poi battezzarli.

Che la proposta di Tertulliano non abbia fatto scuola appare evidente alla metà del III secolo, come attesta la Lettera 64 di Cipriano di Cartagine.

Il testo in questione racconta della decisione presa dal Concilio di Cartagine del 251 (o 253) che si schiera unanimemente contro il vescovo Fidus che aveva proposto di battezzare l’ottavo giorno come per la circoncisione. Il concilio, d’accordo con Cipriano, respinge la prassi proposta da Fidus affermando che a causa del peccato originale non bisogna attendere l’ottavo giorno, ma battezzare il bambino appena possibile dopo la nascita (tra il secondo e il terzo giorno).

Sempre Cipriano, in Sugli apostati, 9, racconta che era d’uso dare la comunione ai bambini – il che implica che essi fossero già battezzati.
​ Non possiamo quindi che riconoscere a livello storico, che la prassi del battesimo dei bambini è originaria nella chiesa primitiva. Chiunque affermi il contrario, chiese evangeliche in testa, sta affermando una falsità.

Pubblicato in Pentecostali
Venerdì, 24 Gennaio 2014 03:09

Il Sacramento della Confessione

E’ un argomento abbastanza contestato, non solo in generale, ma anche nei suoi aspetti particolari. Molti non comprendono e non accettano il fatto che si debba confessare le proprie colpe, i propri peccati accusandosi davanti ad un sacerdote. Altri ritengono che sia sufficiente rivolgere direttamente a Dio la richiesta di perdono, anche per i peccati più gravi, e accusano la Chiesa di essersi arrogata un potere che non le appartiene.

Come vedete, non mancano le contestazioni. E dobbiamo dire, anche se con qualche dispiacere, ma per amore di verità, che persino in casa cattolica si è giunti a contestare la Confessione, quasi a negarle lo statuto di Sacramento. Sono contestazioni esplose soprattutto negli anni post-conciliari che hanno provocato il danno di rendere la Confessione “fuori moda”, al punto che oggi i Confessionali sono spesso vuoti e diversi lamentano il fatto che molti fanno la Comunione ma senza una adeguata Confessione.

Insomma, ce n’è abbastanza per affrontare, seppure a grandi linee, l’argomento della Confessione. Come è nostra consuetudine, vogliamo dare prima sinteticamente e semplicemente, alcuni dati fondamentali sulle ragioni della dottrina cattolica riguardanti il Sacramento della riconciliazione e poi, in un secondo momento, vogliamo interrogare la storia per chiederle, attraverso documenti e testimonianze, di dirci che cosa pensavano i primi cristiani riguardo questo importantissimo Sacramento.

La prima domanda alla quale ogni cattolico, a maggior ragione chi si occupa di apologetica, deve sapere rispondere può essere formulata in questo modo: dove nasce il sacramento della Riconciliazione? Chi lo ha istituito? In quale occasione? Dove sta scritto, diremmo in altri termini, che bisogna confessarsi per ottenere il perdono dei propri peccati?

Voi sapete che il valore di Sacramento viene negato alla Confessione sia dai membri della numerosa e variegata famiglia protestante, sia dagli appartenenti alla famiglia dei Testimoni di Geova. E naturalmente, quando ci capita di incontrare chi fa parte di queste famiglie religiose, talvolta ci sentiamo chiedere ragione del nostro “andare a confessarci” e , in questo caso, seguendo l’insegnamento di San Pietro, noi cattolici dobbiamo essere “pronti a rendere ragione” della nostra fede.

Anticipiamo subito, e poi giustifichiamo, la risposta a questa domanda, risposta che deve essere chiara, precisa, illuminante e sicura: il sacramento della Riconciliazione è stato istituito da nostro Signore Gesù Cristo.

Non è stata la Chiesa, in un determinato momento della sua storia, magari con il pretesto di controllare la vita privata dei suoi membri, ad inventare il Sacramento della Confessione, ma esso è stato voluto inequivocabilmente da nostro Signore Gesù Cristo.

Ricordo, a beneficio di tutti coloro che leggono, che quella che ho appena enunciato è una verità dogmatica, definita dal Concilio di Trento proprio per sgomberare il campo dal pericolosissimo e gravissimo per la fede errore protestante. Ogni cattolico è tenuto a credere che la Confessione sia un Sacramento istituito da Gesù Cristo. Chi si pone contro questa verità non confessa tutta intera la fede cattolica.

Prima di richiamare alla memoria i brani della Sacra Scrittura dai quali emerge chiaramente la volontà di Gesù Cristo di istituire il Sacramento della Confessione, sarà bene ricordare una verità fondamentale: la Sacra Scrittura insegna che solo Dio ha il potere di rimettere i peccati.

Il vangelo di San Marco è chiarissimo. Al capitolo 2 versetto 7, leggiamo: “Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”. È una domanda che si pongono gli Scribi che Gesù aveva promesso di perdonare i peccati al paralitico che gli avevano portato.

Gesù non contesta il contenuto di questa osservazione; Gesù sa benissimo che solo Dio può rimettere i peccati ma, essendo Egli Dio – e questo dovrebbe far riflettere i Testimoni di Geova che non credono alla divinità di Cristo – si attribuisce il potere divino di perdonare i peccati e dimostra tutto il diritto che ha di attribuirsi questo potere divino guarendo istantaneamente il paralitico.

Dunque, se è vero che il potere di rimettere i peccati, stando alla Sacra Scrittura, appartiene solo a Dio, è altrettanto vero che l’esercizio di questo potere è stato affidato da Dio stesso alla sua Chiesa. E questa verità emerge in modo chiarissimo e indubitabile proprio dalla Sacra Scrittura ed è confermata dalla prassi bimillenaria della Chiesa.

A questo punto potrebbe sorgere spontanea una domanda: dove si legge che l’esercizio di questo potere è stato affidato alla Chiesa?

Rispondiamo subito. Si legge, per fare un primo esempio, nel Vangelo di san Giovanni, al capitolo 20. Ascoltiamo bene queste parole di Gesù. Il momento è solenne, Gesù, dopo essere stato crocifisso, è risorto e incontra gli Apostoli rinchiusi nel Cenacolo. Ecco che cosa dice loro: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”.

E’ un brano importante e al tempo stesso estremamente chiaro: Gesù, che è Dio, che ha il potere di rimettere i peccati, dona agli apostoli, quindi alla Chiesa, l’esercizio di questo potere: il potere di rimettere i peccati.

Questo è propriamente il Sacramento della Riconciliazione o confessione, Sacramento con il quale vengono rimessi i peccati ben confessati. Sacramento istituito da Gesù Cristo, non certamente inventato dalla Chiesa.

Nel vangelo si leggono altre conferme di quanto stiamo dicendo. Nel vangelo di san Matteo 18,18 sono riportate parole importanti, pronunciate da Gesù e dirette ai suoi Apostoli: “In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo”.

Ora, lasciamo agli esegeti, agli studiosi della Bibbia il compito di spiegarci bene che cosa significa, nel linguaggio rabbinico, “legare” e “sciogliere”. A noi basta ricordare che si tratta di un vero e proprio potere giudiziario, un potere di assolvere o di condannare. Attenti bene: potere che appartiene solo a Gesù, che è vero Dio, ma che viene affidato agli Apostoli, dunque alla Chiesa.

E’ assolutamente naturale che prima di assolvere o prima di condannare, chi esercita questo potere, quindi la Chiesa, deve conoscere i fatti che dovrà giudicare; deve avere la possibilità di esaminare le condizioni di chi si presenta a giudizio, cioè del peccatore, per decidere con giustizia, con equità se emettere una sentenza di assoluzione o di condanna. Ecco la necessità di confessare i peccati al sacerdote.

Siamo così di fronte ad una ulteriore conferma del Sacramento della Riconciliazione. La quale trova il suo fondamento, come si vede bene, nel Vangelo, nella Parola di Dio. E’ lì, e dalla volontà di Gesù Cristo che nasce la Confessione.

Per completare il nostro discorso non possiamo dimenticare che questo potere di legare e di sciogliere è stato conferito da Gesù, in modo esplicito e diretto, a Simon Pietro, al capo degli Apostoli. Potete leggere il momento del conferimento a Pietro del potere di legare e sciogliere nel capitolo 16 del Vangelo di Matteo:«A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».(v.19)

Dunque, crediamo di aver dimostrato quanto sia fondata la verità cattolica secondo la quale il potere di rimettere i peccati è stato dato da Gesù alla Chiesa. Anche san Paolo è estremamente chiaro. Nella seconda lettera inviata ai Corinti, al capitolo 5, al versetto 18, si può leggere: “Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con Sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della Riconciliazione”.

Come vedete, anche san Paolo insegna che il potere di rimettere i peccati, quindi di riconciliare il peccatore con Dio, potere che appartiene solo a Dio, è stato, tuttavia, “affidato” – questo è il termine che usa l’Apostolo delle genti – alla Chiesa.

E san Paolo ribadisce questa verità, che fa da fondamento al Sacramento della Riconciliazione nel versetto 20 dello stesso capitolo, versetto molto noto: “Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”.

Per s. Paolo sono dunque gli ambasciatori di Cristo che riconciliano il peccatore con Dio. Chi sono gli ambasciatori di Cristo in questo caso? I vescovi e i sacerdoti.

La necessità della Confessione ha, come abbiamo visto, un fondamento biblico e noi cattolici ci atteniamo alla Sacra Scrittura quando professiamo che il Sacramento della confessione è stato istituito da Gesù.

A questo punto dobbiamo fare un passo avanti. Se le nostre non fossero conversazioni di apologetica, qui sarebbe giunto il momento di dare vita ad una serie di riflessioni certamente utili alla nostra vita spirituale, al nutrimento della nostra fede.

Per esempio, sarebbe molto utile conoscere bene come si fa una buona confessione: conoscere quali sono le condizioni per una buona e valida confessione. Sarebbe questo il momento di ricordare che è molto importante e straordinariamente utile confessarsi spesso. Quanti cattolici, purtroppo, che fanno la comunione abitualmente, si confessano poco o addirittura mai.

Recentemente, partecipando ad un incontro parrocchiale con i genitori dei bambini che fanno la prima confessione, una mamma denunciava candidamente che Lei non si confessava da ben 12 anni. D’altronde, diceva quella signora, non solo non vedeva la ragione per cui doveva dire a un prete cose che erano solo sue, ma – si chiedeva –quali peccati avesse mai commesso? La poverina, naturalmente, mancava di istruzione religiosa, e questo spiega perché diceva queste cose; ma quello che a noi interessa è purtroppo il fatto che sono in molti, tra i cattolici ad avere queste idee.

Che peccati vuoi che abbia mai commesso? Ma il primo peccato, rispondo io, il primo peccato grave è proprio il fatto che non ti confessi.

Però, dobbiamo abbandonare queste riflessioni, certamente interessanti, e tornare alle nostre conversazioni di apologetica.

Veniamo dunque a porci la solita domanda. Noi cattolici crediamo che la Confessione sia un Sacramento istituito da Gesù Cristo; altri, che pure dicono di seguire fedelmente il vangelo, come Protestanti, Evangelici  e Testimoni di Geova, non lo credono. Noi cattolici crediamo che i ministri di Dio, vescovi e sacerdoti, abbiano ricevuto il potere di rimettere i peccati; altri, che pur si dicono cristiani, non credono questo. Chi ha ragione?

Oltre alla corretta analisi del testo biblico, ci aiuterà a rispondere una piccola indagine nel campo della storia, della storia della Chiesa. Che cosa pensavano i primi cristiani della confessione? Che cosa avevano capito i cristiani dei primi secoli, quando non esisteva né il mondo protestante né quello dei Testimoni di Geova? La Confessione per i primi cristiani era un sacramento? Era necessaria? Ci si confessava denunciando i propri peccati a vescovi e sacerdoti o bastava rivolgere un pensierino contrito a Dio?

Enunciamo subito la tesi che vogliamo sostenere e difendere dalle contestazioni: la Chiesa antica aveva in uso la Confessione: la confessione al vescovo o al sacerdote. Questo risulta chiaramente dalle tracce che la storia ci ha lasciato.

Cominciamo da un santo vescovo, da un martire per la fede, ucciso durante la persecuzione scatenata sotto l’imperatore romano Valeriano. Stiamo parlando di san Cipriano, vissuto in epoca antica, nella prima parte del III secolo: è nato infatti verso l’anno 205 ed è morto martire, decapitato, a Cartagine nell’anno 258.

È certamente uno dei personaggi di maggior rilievo nella storia del Cristianesimo antico, uomo tra i più stimati, autore di numerose opere che ci sono pervenute.

Sentiamo che cosa scrive san Cipriano a proposito della Confessione: “Confessi ciascuno il proprio delitto, mentre chi peccò è ancora nel mondo, mentre può ammettersi la sua confessione, mentre la soddisfazione e la remissione ad opera dei sacerdoti è grata presso il Signore” (De Lapsis, 29).

Dunque san Cipriano, già nel III secolo, invita alla Confessione dei peccati per ottenere “la remissione ad opera dei sacerdoti” e insegna che questa è cosa gradita a Dio. Cari cattolici, sappiate che i cristiani del III secolo erano invitati dai loro vescovi a confessare i loro peccati ai sacerdoti, proprio come facciamo noi cattolici oggi, fedeli al Vangelo e alla prassi bimillenaria della Chiesa.

Passiamo ad un altro grande testimone della Chiesa antica, sant’Ambrogio, vescovo di Milano, vissuto nel IV secolo. Sant’Ambrogio scrive: “Il peccato è veleno, il rimedio è l’accusa del proprio crimine, veleno è l’iniquità, la confessione è il rimedio della caduta” (In ps. 27,11).

Dunque, anche sant’Ambrogio insegna che per rimediare al veleno del peccato bisogna “accusarsi”, quindi confessare i peccati e insegna dunque che la Confessione è la vera medicina, il vero rimedio alle cadute del peccato.

A proposito del potere di esercitare il perdono dei peccati, sant’Ambrogio, contestando l’eresia dei Novazioni che sostenevano che i peccati mortali non si potevano rimettere, scrive nella sua opera “La penitenza” (2,7): “Tale facoltà è stata data, infatti, ai soli sacerdoti”. E sant’Ambrogio ricorda che questa facoltà è stata data alla Chiesa insieme allo Spirito Santo.

Prima di proseguire nella nostra modesta indagine storica, rispondiamo ad una probabile obiezione che potrebbe essere sollevata a questo punto della nostra conversazione. Abbiamo citato san Cipriano, abbiamo ricordato sant’Ambrogio e tra breve ricorderemo altri grandi nomi del Cristianesimo dei primi secoli. Certo, ecco l’obiezione: abbiamo citato tutte fonti cattoliche ed è chiaro che, essendo testimonianze storiche di cattolici, non possono dire altro che quel che dice oggi la Chiesa.

Rispondiamo subito a questa osservazione: per favore, chi può, citi almeno un nome di un Protestante, di un evangelico o di un Testimone di Geova dei primi secoli. Ci faccia vedere un documento, una traccia, un’opera di qualche pastore protestante o di qualche anziano Testimone di Geova che con autorità, insegnava nei primi secoli cose diverse sulla confessione e su qualunque altro tema dottrinale. E noi saremo ben felici di ricordare, tra le fonti storiche, anche loro.

Di fronte a questa nostra richiesta, l’interlocutore può solo tacere: non esistevano Protestanti, evangelici e Testimoni di Geova nei primi secoli del Cristianesimo per la semplice ragione che queste che si credono chiese o congregaizoni edificate da Gesù Cristo sono in realtà soltanto opera di uomini. Prima di Lutero, non esisteva il mondo protestante e Lutero, si sa, è vissuto nel XVI secolo. Prima di Charles Taze Russel non esisteva il mondo dei Testimoni di Geova e Charles Taze Russel è vissuto, si sa, nel secolo scorso.

Quindi non se ne abbia a male nessuno se citiamo tra i cristiani dei primi secoli i cattolici: la Chiesa cattolica esiste da 2000 anni, è stata fondata da Gesù Cristo e non è colpa sua se altre confessioni sono nate secoli e secoli dopo Gesù Cristo.

Torniamo, dopo aver risposto a questa eventuale obiezione, alla storia dei primi secoli del Cristianesimo e ricordiamo il grande San Girolamo, Padre della Chiesa, vissuto nel IV secolo.

San Girolamo afferma che è compito dei sacerdoti legare e sciogliere non già ad arbitrio, ma solo “dopo udite le varie specie di peccati” (In Matth., 3,16,19).

Come vedete, ci sono Padri della Chiesa che, fin dai tempi antichi, fin dai primi secoli, sostengono la necessità della Confessione, sostengono che i sacerdoti possono “legare e sciogliere” non a loro arbitrio, ma dopo avere udito dai penitenti l’accusa dei peccati.

Ma questo corrisponde proprio a ciò che facciamo noi cattolici oggi, in sintonia con il Vangelo e con la prassi bimillenaria della Chiesa.

I Padri e i grandi santi della Chiesa ci hanno lasciato anche interpretazioni molto ricche e suggestive di brani del Vangelo per sostenere la necessità della Confessione.

Sant’Ambrogio e sant’Agostino ci ricordano l’episodio della risurrezione di Lazzaro. Come a Lazzaro Gesù disse: “Vieni fuori” (Gv 11,43) e quindi fu sciolto dalle fasce che lo tenevano legato, così e necessario che il peccatore metta fuori, cioè, manifesti i suoi peccati mediante la confessione, perché il peccatore, come Lazzaro, possa venire sciolto dai ministri della Chiesa.

Proseguiamo. La storia della Chiesa dei primi secoli ci tramena documenti e prove che testimoniano come la Confessione doveva essere fatta al sacerdote o al vescovo.

Sant’Ambrogio e san Giovanni Crisostomo, nel IV secolo, insegnano che la Confessione deve essere fatta in chiesa, deve essere confessione orale dei peccati, deve riguardare i singoli peccati, quindi non deve essere una confessione generica e superficiale, e insegnano che il peccatore deve vincere la paura di arrossire, la vergogna che si può provare quando umilmente svela al Ministro di Dio i propri peccati.

Riflettiamo un momento: tutti questi suggerimenti, tutte queste ammonizioni non si spiegherebbero né si capirebbero se la Confessione doveva essere fatta solo a Dio, in un colloquio personale con Dio, senza accusare i peccati davanti al sacerdote. Noi cattolici, ancora oggi, seguendo la prassi bimillenaria della Chiesa, confessiamo i nostri peccati a Dio attraverso i sacerdoti.

Credo che con queste ultime riflessioni possiamo considerare giunta al termine la nostra conversazione. Che cosa ci resta di quel che abbiamo detto?

Suggerisco due considerazioni, tra le tante possibili: anzitutto, un preghiera di ringraziamento a Dio per averci donato, attraverso il Sacramento della Riconciliazione o Confessione la possibilità di ottenere con assoluta certezza il perdono di Dio per i peccati che abbiamo commesso. Poi, ci resta la consapevolezza che quando andiamo ad inginocchiarci dinanzi al sacerdote per accusarci dei peccati e chiederne la remissione, noi ci comportiamo come vuole il Signore, il Vangelo scrive e i cristiani hanno sempre fatto.

Pubblicato in Teologia Sacramentaria
   

Mons. Luigi Negri


   

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