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Don Tullio

Don Tullio

Don Tullio è un sacerdote di Santa Romana Chiesa, Dottore in teologia morale e laurea in giurisprudenza.

Leggevo stamattina un interessante articolo sull’origine del Coronavirus 

eccolo da liberoquotidiano.it

Buona lettura. 

Dio faccia emergere la Verità. 

Precisazione riguardo alle affermazioni del prof. Buttiglione sulla correzione che il Confessore deve realizzare del penitente e in particolare del penitente divorziato risposato.

 

Preciso che, contrariamente a quanto afferma il prof. Buttiglione alla pag. 146 ss. del suo libro “Risposte amichevoli ai critici di Amoris Laetitia”, il sacerdote, da parte sua, deve correggere il divorziato risposato che si manifesta tale nella Confessione. Non vale in questo caso la regola secondo cui l'ammonizione non va fatta se non si spera frutto, perché l'adulterio e in particolare la convivenza adulterina, è una grave violazione dei 10 comandamenti ed un fatto scandaloso, che quindi danneggia la comunità, e per questo motivo non si può lasciare senza ammonizione il penitente adultero (cfr.; Merkelbach “Summa Theologiae Moralis”, Brugis – Belgica , 1962, III, p. 572; A. Noto “Admonitio in confessione” in “Dictionarium Morale et Canonicum” v. I p. 104s), il Papa Benedetto XIV ebbe a dire a questo riguardo che “ Se il Confessore sa che dal penitente si commettono alcuni peccati dei quali questi non si accusa … il Confessore che ha l’obbligo di preservare l’integrità della Confessione deve con buona maniera richiamare alla sua memoria ciò che tralascia, correggerlo, ammonirlo, inducendolo ad una vera Penitenza.”( Benedictus XIV, Const. Apost. 26.6.1749, n.19 http://www.vatican.va/content/benedictus-xiv/it/documents/enciclica--i-apostolica-constitutio--i---26-giugno-1749--richiam.html) Quindi il Pontefice ricorda che San Bernardino da Siena si domanda nelle sue opere (tomo 2, ser. 27, art. 2, cap. 3, p. 167) se il Confessore sia obbligato a esaminare diligentemente la coscienza del peccatore; il grande santo senese risponde di sì, e “ … dice che ciò si deve fare non soltanto in quelle cose che il penitente tace “o per negligenza o per vergogna”, ma anche in quelle che tace per ignoranza: “ … dato che si può temere che il penitente ignori per crassa ignoranza che secondo Guglielmo non è una scusante; oppure perché non capisce che quella azione è peccato; infatti, secondo Isidoro, l’ignorante pecca ogni giorno, e non lo sa”.( Benedictus XIV, Const. Apost. 26.6.1749, n.19 http://www.vatican.va/content/benedictus-xiv/it/documents/enciclica--i-apostolica-constitutio--i---26-giugno-1749--richiam.html)

Benedetto XIV continua quindi il discorso affermando che “ Infatti, non trattandosi ora di qualche jus positivo, da cui sia derivato un disordine noto al Confessore e sconosciuto al penitente, tanto che se fosse notificato a questi ne potrebbe conseguire qualche grave inconveniente; ma trattandosi ora di ignoranza vincibile, di azioni che ognuno dovrebbe sapere essere peccaminose; di cose che se trascurate dal Confessore danno motivo al penitente di continuare nel suo iniquo costume, ed agli altri o di scandalizzarsi o di considerare tali cose come indifferenti (dato che esse sono praticate con molta disinvoltura da coloro che frequentano i Sacramenti della Chiesa), i Teologi sono concordi nell’affermare che il Confessore è obbligato ad interrogare e ad ammonire il penitente, incurante del dispiacere che, ammonendolo, gli darà, e sperando che se forse in quel momento l’ammonizione non sarà del tutto giovevole, lo sarà in futuro con l’aiuto di Dio.”( Benedictus XIV, Const. Apost. 26.6.1749, n.20 http://www.vatican.va/content/benedictus-xiv/it/documents/enciclica--i-apostolica-constitutio--i---26-giugno-1749--richiam.html ). La stessa dottrina è affermata da s. Alfonso M. de Liguori nella Theologia Moralis (S. Alphonsi Mariae de Ligorio: “Theologia moralis” t. III Romae, 1953, p. 640 n. 615) e appunto in questo passo riporta il testo di Benedetto XIV appena indicato. S. Alfonso afferma, in particolare, che il Confessore deve fare l'ammonizione se l'ignoranza è colpevole, cioè vincibile (S. Alphonsi Mariae de Ligorio: S. Alphonsi Mariae de Ligorio: “Theologia moralis” Romae, 1953, t. I p. 146 n.168 ; t. III p. 633ss, n. 610;).

S. Alfonso accetta pienamente, d'altra parte , quello che dice s. Tommaso per cui:“ ... tutti sono tenuti a conoscere comunemente le cose di fede, e i precetti generali del diritto: ciascuno poi è tenuto a conoscere i doveri del proprio ufficio. … Ora, è evidente che fa un peccato di omissione chiunque trascura il possesso, o il compimento delle cose che è tenuto ad avere o a compiere. Perciò l'ignoranza di ciò che si è tenuti a conoscere è peccato, a causa della negligenza. Ma non si può attribuire a negligenza l'ignoranza di quanto non si può conoscere. Ecco perché quest'ultima ignoranza si denomina invincibile: per l'impossibilità di vincerla col nostro impegno. E non essendo volontaria, per l'impossibilità in cui siamo di allontanarla, codesta ignoranza non è peccato. Da ciò si conclude che l'ignoranza invincibile non è mai peccato; e che l'ignoranza vincibile è peccato, solo se si tratta di cose che uno è tenuto a sapere.” (I-II q. 76 a. 2 traduzione tratta dalla edizione della Somma Teologica in CD Rom del 2001, curata da ESD cioè Editrice Studio Domenicano) La mancata conoscenza delle cose di fede, dei precetti generali del diritto e dei doveri del proprio ufficio è colpevole. S. Alfonso M. de Liguori spiega , riprendendo il testo di s. Tommaso(I-II q. 76 a. 2) che non si dà ignoranza invincibile(incolpevole) dei primi principi della legge morale naturale e neppure delle conclusioni immediate di essi, come sono i 10 comandamenti. (S. Alphonsi Mariae de Ligorio: “Theologia moralis” t. I Romae, 1953, p. 147) Quindi il Confessore deve ammonire il penitente che va in modo evidente contro i 10 comandamenti. L'adulterio e l'omosessualità praticata sono in evidente e grave opposizione ai 10 comandamenti; quindi il Confessore deve ammonire il penitente adultero o che pratica l'omosessualità.

In un altro testo s. Alfonso spiega che il confessore è obbligato ad ammonire i penitenti: “Per IV. Il confessore è obbligato ad ammonire il penitente. Ma per fare le dovute ammonizioni non solo deve il confessore informarsi delle specie e del numero de» peccati, ma anche della loro origine e cagioni, per applicarvi i rimedi opportuni. Alcuni confessori dimandano solamente la specie e “l numero de» peccati, e niente più; se vedono il penitente disposto, l’assolvono; se no, senza dirgli niente, subito lo licenziano, dicendogli: va, che non ti posso assolvere. Non fanno così i buoni confessori: questi primieramente cominciano ad indagare l’origine e la gravezza del male: domandano la consuetudine e le occasioni che ha avuto il penitente di peccare: in qual luogo: in qual tempo: con quali persone: con qual congiuntura; poiché così poi meglio possono far la correzione, disporre il penitente all’assoluzione, ed applicargli i rimedi.

107. Fatte le suddette dimande, e così ben informatosi il confessore dell’origine e della gravezza del male, proceda a far la dovuta correzione o ammonizione. Sebben egli come padre dee con carità sentire i penitenti, nulladimeno è obbligato come medico ad ammonirli e correggerli quanto bisogna: specialmente coloro che si confessano di rado, e sono aggravati di molti peccati mortali. E ciò è tenuto a farlo anche con persone di conto, magistrati, principi, sacerdoti, parrochi e prelati, allorché questi si confessassero di qualche grave mancanza con poco sentimento. Dicea il pontefice Benedetto XIV. nella bolla, Apostolica, §. 22., che le ammonizioni del confessore sono più efficaci che le prediche dal pulpito; e con ragione, mentre il predicatore non sa le circostanze particolari, come le conosce il confessore; onde questi assai meglio può far la correzione, ed applicare i rimedi al male. E così ben anche è obbligato il confessore ad ammonire chi sta nell’ignoranza colpevole di qualche suo obbligo, o sia di legge naturale o positiva. Che se il penitente l’ignorasse senza colpa, allora quando l’ignoranza è circa le cose necessarie alla salute, o pur ella nuoce al ben comune, in ogni conto il confessore deve ammonirlo della verità, ancorché non ne sperasse frutto.”( S. Alfonso Maria de Liguori, Istruzione e pratica pei confessori, in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. IX, Torino 1880, p. 413http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PXW.HTM#-8OE )

Il cattolico è tenuto a conoscere e osservare i 10 comandamenti per la sua salvezza eterna, e quindi occorre che il sacerdote ammonisca il penitente che compie atti contrari ad essi (tra questi atti vi sono, ovviamente, quelli di adulterio e di omosessualità) appunto al fine di indirizzarlo sulla vera via che conduce al Cielo. L’adulterio e l’omosessualità causano inoltre normalmente scandalo e quindi ancora di più occorre ammonire il fedele che li compie.

Dio ci illumini sempre meglio.

Don Tullio Rotondo 

La dottoressa francese Thérèse Gillaizeau Amiot ha calcolato che ai 50 milioni di aborti praticati ogni anno nel mondo debbano essere sommati circa 4 milioni di aborti “farmaceutici” (pillole del giorno dopo), e addirittura 460 milioni di aborti dovuti all’uso della spirale.

Sono decine di milioni le donne che usano lo IUD nel mondo, di cui circa 2 milioni e mezzo solo in Francia. In Italia, i ginecologi dell’Aigoc (Associazione italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici), hanno invece provato a stimare i “cripto-aborti” collegati all’uso di Levonorgestrel (pillola del giorno dopo).

Leggete questo articolo: 
libertaepersona.org

Dio intervenga e ponga fine a questo massacro!!!

Don Tullio Rotondo 

LA GENERAZIONE DIVINA DEL VERBOINTELLETTUALE  ... l’evangelista S. Giovanni, al quale sono stati rivelati i segreti celesti, invece di Figlio scrive Verbo, affinché noi sappiamo riconoscere che si tratta di una generazione intellettuale.» (S. Tommaso, Compendio di teologia c. 40  ed Utet, 2013, e-book)
        … Anzi, poiché: » I mutui vincoli, che costituiscono eternamente le tre Persone, le quali sono ciascuna l’unico e identico Essere divino, sono la beata vita intima di Dio tre volte santo, infinitamente al di là di tutto ciò che noi possiamo concepire secondo l’umana misura» (Cfr. Dz-Sch. 804). [ Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 2]. … e poiché, come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 206 : » Rivelando il suo nome .. Dio dice chi egli è e con quale nome lo si deve chiamare. Questo nome divino è misterioso come Dio è mistero. È ad un tempo un nome rivelato e quasi il rifiuto di un nome; proprio per questo esprime, come meglio non si potrebbe, la realtà di Dio, infinitamente al di sopra di tutto ciò che possiamo comprendere o dire: egli è il « Dio nascosto» (Is 45,15)» … dobbiamo dire che l’infinitamente super generazione divina dell» infinitamente super Verbo è infinitamente super intellettuale. 

Don Tullio Rotondo 

PADRE BOULAD, GESUITA, ACCUSA L'ISLAM, I MEDIA ETC. ...  E ANCHE CERTI UOMINI DI CHIESA PER LE LORO PAROLE SULL'ISLAM

"Io accuso l’islam di essere la causa dell’attuale barbarie e di tutti gli atti di violenza commessi in nome della fede islamica.

 
Non accuso i musulmani, che per lo più sono persone pacifiche, amabili e amichevoli, ma l’islam in quanto ideologia politica. Tra i fedeli musulmani – nostri fratelli umani – ho innumerevoli amici, fedeli e irreprensibili, che auspicano essi stessi un islam umanista e pacificato. Molti musulmani – come pure ex-musulmani – non sono responsabili di questa barbarie in nome di Dio. Non sono quindi queste persone coloro che sto accusando… ma l’islam in quanto tale.
 
E non accuso nemmeno i terroristi né il terrorismo. E neppure unicamente i Fratelli Musulmani o la nebulosa di gruppuscoli gravitanti attorno a questa confraternita jihadista e violenta. Come pure non accuso né l’islamismo né l’islam politico e radicale.
 
Accuso semplicemente l’islam, che, per sua natura, è al contempo politico e radicale.
 
Come già scrissi oltre venticinque anni fa, l’islamismo è l’islam senza veli, in tutta la sua logica e il suo rigore. È presente nell’islam come il pulcino nell’uovo, il frutto nel fiore, l’albero nel seme. Esso è portatore di un progetto di società volto a stabilire un califfato mondiale, fondato sulla sharia, unica legge legittima, poiché divina. Si tratta di un progetto universale e globalizzante: totale, totalizzante e totalitario.
 
L’islam è contemporaneamente religione, stato e società: din wa-dawla. Ed è infatti così che è sempre stato, sin dalle sue origini più remote.
 
Con il passaggio da Mecca a Medina (l’Egira), l’islam passò dallo status di religione a quello di stato teocratico. Questo fu anche il momento in cui Muhammad cessò di essere un semplice capo religioso per divenire comandante militare, governante e leader politico. Religione e politica divennero così legate indissolubilmente: “L’islam è politica o nulla” (Imam Rouhollah Khomeini).
 
Accuso di deliberata menzogna coloro che pretendono che le atrocità commesse da musulmani «non abbiano nulla a che spartire con l’Islam». È infatti proprio in nome del Corano e delle sue precise ingiunzioni che questi crimini vengono perpetrati. Il solo fatto che l’appello alla preghiera e l’incitazione all’uccisione degli infedeli siano preceduti dal medesimo grido “Allah-u-akbar” (Dio è il più grande) è altamente significativo.
 
Accuso i sapienti dell’islam del decimo secolo di avere promulgato decreti – divenuti ormai irreversibili – che hanno condotto l’islam nelle secche odierne.
 
Il primo di questi decreti – quello «dell’abrogante e dell’abrogato» – consiste nel dare priorità ai versetti medinesi, latori di violenza e intolleranza, a detrimento dei versetti meccani, invitanti alla pace e alla concordia.
 
Al fine di rendere irreversibile tale disposizione, vennero promulgati altri due decreti: quello di dichiarare il Corano «parola increata di Allah», e dunque immutabile, e quello di interdire ogni ulteriore sforzo interpretativo, dichiarando «definitivamente chiusa la porta dell’ijtihad (sforzo di riflessione)». La sacralizzazione di queste decisioni ha fossilizzato il pensiero islamico e contribuito a mantenere i Paesi islamici in uno stato di stagnante arretratezza cronicizzata.
 
Accuso l’islam di essersi arenato in un dogmatismo, da cui non riesce a uscire: auto-imprigionatosi nella trappola del rancore, accusa l’intera umanità delle proprie sconfitte, in un’opera di vittimizzazione e auto giustificazione.
 
Accuso al-Azhar, in teoria incarnazione dell’islam moderato, di alimentare uno spirito di odio, fanatico e intollerante, presso i milioni di studenti e imam provenienti dal mondo intero per formarsi presso le sue istituzioni. Al-Azhar così è divenuta una della principali fonti del terrorismo nel pianeta.
 
Accuso al-Azhar per il rifiuto sistematico di riformare i suoi programmi e i suoi manuali scolastici e universitari. Nonostante le reiterate richieste del Presidente egiziano al-Sisi di purgare tutti i testi incitanti all’odio, alla violenza e alla discriminazione, nulla ancora è stato realizzato.
 
Accuso al-Azhar per il suo rifiuto di condannare lo Stato Islamico (Daesh) e l’islamismo salafita/wahhabita, prova di una reale prossimità con il terrorismo.
 
Accuso il Grande Imam di al-Azhar, lo sheikh Ahmad al-Tayyeb, nonostante molti anni di studi a Parigi e una tesi dottorale sostenuta alla Sorbonne, di persistere nel conformarsi alle correnti oscurantiste e retrograde, mentre da parte sua ci si attendeva la promozione di un pensiero innovatore in seno a questa istituzione venerabile. Al contrario, egli ha ristabilito testi incitanti alla violenza e all’intolleranza nei testi scolastici e universitari delle istituzioni legate ad al-Azhar, malgrado alcuni fossero stati già scartati dal suo predecessore, lo sheikh Muhammad Tantawi.
 
Accuso al-Azhar di non ricorrere ai «nuovi pensatori islamici» di Oriente e di Occidente, al fine di intraprendere con loro una profonda riforma dell’islam.
 
Accuso le grandi Nazioni occidentali che, pretendendo di difendere i valori di libertà, democrazia e inerenti ai diritti dell’essere umano, collaborano invece attivamente con un islam fondamentalista per gretti interessi economici e finanziari.
 
Accuso l’Occidente di aver inventato con gli islamisti il mendace concetto di «islamofobia» per tacitare ogni critica in relazione all’islam.
 
Accuso non poche dirigenze europee di cedere alle rivendicazioni liberticide di un islam di ora in ora più aggressivo e con sempre maggiori pretese, il cui scopo chiaramente proclamato è la pura e semplice conquista dell’Occidente. Queste stesse dirigenze tradiscono così i loro popoli e svendono il loro patrimonio storico. In nome di un’ideologia multiculturalista, di un universalismo selvaggio e di aperture senza limite alcuno, costoro contribuiscono alla rovina di un grandioso lascito di civiltà e cultura.
 
Accuso il lassismo di una certa sinistra liberale, incapace in Francia di imporre le leggi della Repubblica a una minoranza che avversa ogni tentativo di integrazione. Le dirigenze, asservite per interessi elettorali a banlieues pronte a esplodere, hanno preso parte al degrado sociale dei «quartieri perduti della Repubblica», il che equivale alla capitolazione dello Stato.
 
Accuso la Chiesa Cattolica di portare avanti con l’Islam un «dialogo» fondato su compiacenza, compromessi e doppiezza. Dopo oltre mezzo secolo di iniziative unilaterali, siffatto monologo è oggi a un punto morto. Cedendo al «politicamente corretto», e con il pretesto di non offendere l’interlocutore musulmano in nome della «convivenza», si fa ben attenzione a evitare le questioni spinose e vitali. Ogni dialogo verace inizia con la verità.
 
Accuso i principali media di manipolazione e di falsità, offrendo una lettura distorta del reale, fornendo cifre tendenziose, statistiche falsate e «sondaggi» truccati. Questa sistematica disinformazione calpesta la deontologia e l’etica più elementari per gli interessi di grandi gruppi finanziari che li sovvenzionano, dettando le linee editoriali.
 
Anziché indignarsi per gli atti di terrorismo, sempre più frequenti, è giunta l’ora di fronteggiare la «reale» realtà, osando ricorrere alla parola giusta.
 
È giunta l’ora di riconsiderare il problema posto dall’islam senza tergiversare, senza paura e senza indulgenza. Il politichese e il relativismo conducono solo al peggio. Gli Stati occidentali hanno l’obbligo morale e legale di preservare la loro integrità territoriale, il loro stile di vita, la loro cultura e i loro valori in relazione a un islam bellicoso e dichiaratamente ostile alla civiltà occidentale.
 
I musulmani che non si riconoscono in questo deflagrare di odio e di violenza si confrontino con acribia, senza infingimenti e pregiudizi, con loro stessi, con i loro testi fondativi, con la loro storia, come pure con la loro odierna, tragica situazione nel mondo. Piuttosto di promuovere un dialogo tra cristianesimo e islam, o tra islam e Occidente, urge la promozione di riforme e dialogo intra-islamici. Che i musulmani possano riconoscere che il loro problema è endogeno, avendo il coraggio di affrontarlo in piena lucidità e umiltà, cessando di mettere la testa sotto la sabbia.
 
È giunto il tempo di superare le etichette di sinistra e destra, progressista e conservatore, socialista e democratico, repubblicano e liberale, di giudeo-cristiano e musulmano, al fine di trovare tra tutti gli esseri umani una base comune di valori e principi. Ora, personalmente non riconosco una base simile se non nella Carta Universale dei Diritti dell’Uomo, promulgata dall’ONU nel 1948, che tutti i Paesi arabi e musulmani hanno rifiutato di sottoscrivere nella sua interezza.
 
È giunto il tempo di porre l’Essere Umano al centro della discussione, in una comune ricerca della verità. Poiché «la verità e l’amicizia ci sono ugualmente care, è sacro dovere tuttavia accordare la preferenza alla verità» (Aristotele, Etica Nicomachea, I, 4, 1096 a 13).
 
Unicamente un vero confronto con il reale permetterà che «amore e verità si incontrino di nuovo… che giustizia e pace si abbraccino» (Salmo 85, 11)."
Traduzione tratta da 
https://www.magdicristianoallam.it/blogs/verita-e-libeta/padre-henri-boulad---io-accuso-l%E2%80%99islam-di-essere-la-causa-del-terrorismo-e-accuso-la-chiesa-di-essersi-arresa-all%E2%80%99islam.html
 Fonte del testo originale ww.dreuz.info/2017/05/04/pere-henri-boulad-jaccuse-lislam/ 
Traduco con Google Translate questo interessante articolo di Edward Pentin apparso sul National Catholic Register, http://www.ncregister.com/blog/edward-pentin/jesuit-scholar-seeking-to-defend-islam-at-all-costs-is-betraying-the-truth
Studioso gesuita: cercare di difendere l’Islam a tutti i costi sta tradendo la verità. In un’intervista al National Catholic Register , il gesuita greco melkita egiziano Padre Henri Boulad spiega perché crede che i terroristi islamici stiano applicando ciò che la loro religione insegna loro, e perché la Chiesa non riesce a rispondere perché è caduta preda di un’ideologia di sinistra che sta distruggendo l’Occidente .
Edward Pentin
La Chiesa non dovrebbe difendere l’Islam «a tutti i costi» e cercare di «scagionarlo dagli orrori commessi ogni giorno nel suo nome» altrimenti «si finisce per tradire la verità», ha affermato un importante studioso gesuita sull’Islam. Il gesuita melkita greco Padre Henri Boulad crede che quando si tratta di affrontare l’Islam, la Chiesa cattolica abbia ceduto a una «ideologia della sinistra liberale che sta distruggendo l’Occidente» basata sul pretesto di «apertura, tolleranza e carità cristiana». In un’intervista del 10 giugno al Register, padre Boulad rivela di aver condiviso questi sentimenti con Papa Francesco in una lettera che gli ha scritto lo scorso agosto, dicendogli che molti pensano che le opinioni del Papa sull’islam siano «allineate con questa ideologia, e che , dal compiacimento, vai dalle concessioni alle concessioni e dai compromessi nei compromessi, a scapito della verità. » «I cristiani», scrisse, «si aspettano qualcosa da te e non dichiarazioni vaghe e innocue che possono oscurare la realtà». Alcuni hanno detto che il Papa ha preso una linea diplomatica, ma leggermente più ferma, sull’Islam quando ha dato un discorso all’università Al Azhar al Cairo alla fine di aprile. Padre Boulad, 85 anni, egiziano e parente dello studioso gesuita sull’Islam, padre Samir Khalil Samir, discute anche in questa intervista perché crede che gli islamisti stiano semplicemente portando avanti ciò che insegna la loro religione, se l’Islam sia capace di riformare e come, nonostante i suoi problemi, la religione può aiutare la Chiesa a fungere da baluardo contro l’ideologia secolarista. Padre Boulad, quali prove ci sono per dimostrare che l’Islam è intrinsecamente violento? “Qui ci sono chiare dichiarazioni del Corano stesso: «Uccidi i miscredenti ovunque li trovi.» Corano 2: 191 «Fai la guerra agli infedeli che vivono nel tuo vicinato». Corano 9: 123 «Quando sorge l’opportunità, uccidi gli infedeli ovunque li catturi». Corano 9: 5 «Qualsiasi religione diversa dall’Islam non è accettabile». Corano 3:85 «Gli ebrei e i cristiani sono pervertiti, combatterli» … Corano 9:30 «Mutila e crocifiggi gli infedeli se criticano l’Islam» Corano 5:33 «Punisci i miscredenti con indumenti di fuoco, bacchette di ferro uncinate, acqua bollente, sciogli la loro pelle e pance». Corano 22:19 «I miscredenti sono stupidi, esorta i musulmani a combatterli». Corano 8:65 «I musulmani non devono prendere gli infedeli come amici». Corano 3:28 «Terrorizza e decapita coloro che credono nelle Scritture diverse dal Corano». Corano 8:12 «I musulmani devono radunare tutte le armi per terrorizzare gli infedeli». Corano 8:60 A questi si aggiungono alcuni esempi degli insegnamenti e della vita di Maometto. Ecco alcune citazioni tratte da fonti musulmane: — «Mi è stato comandato di combattere contro la gente finché non testimoniano che non c’è dio all’infuori di Allah e che Muhammad è il messaggero di Allah» (Musulmano 1:33) — «Combattere tutti sulla via di Allah e uccidere coloro che non credono in Allah». (Ibn Ishaq 992). La vita di Maometto era un susseguirsi di guerre, saccheggi e uccisioni … e ogni musulmano è invitato a imitare questo «modello» supremo. — Muhammad possedeva e commerciava schiavi — (Sahih Muslim 3901), e ordinò ai suoi seguaci di lapidare le donne per adulterio. — (4206 musulmani) — Egli stesso decapitò 800 uomini e ragazzi ebrei, (Abu Dawud 4390) ordinò l’omicidio di donne (Ibn Ishaq 819, 995) e uccise quelli che lo insultarono. — (Bukhari 56: 369, 4: 241) — Secondo lui, la Jihad sulla via di Allah eleva la posizione in Paradiso di un centinaio di volte. — (Muslim 4645) — Negli ultimi dieci anni, ha ordinato 65 campagne militari e incursioni. — (Ibn Ishaq) e uccisi prigionieri presi in battaglia. — (Ibn Ishaq 451) — Ha incoraggiato i suoi uomini a stuprare le donne schiavizzate, (Abu Dawood 2150, Corano 4:24), ha messo a morte gli apostati, saccheggiato e sopravvissuto alla ricchezza di altri, catturati e ridotti in schiavitù ai non musulmani. — Dopo la morte di Maometto, i suoi seguaci hanno attaccato e conquistato le popolazioni di 28 paesi e dichiarato guerra santa al popolo delle cinque principali religioni del mondo Esempi dalla storia islamica: — Nei primi 240 anni, 11 dei primi 32 califfi furono assassinati da altri musulmani. — I religiosi musulmani hanno sempre praticato o giustificato il terrorismo per tutta la storia e fino ad ora. — Assistiamo quotidianamente a violenze religiose contro indù, ebrei, buddisti, musulmani, cristiani. I convertiti al cristianesimo vengono decapitati. — Le vittime del traffico di schiavi fatto dagli arabi nel corso di quasi dieci secoli ammontano a decine di milioni di persone. — Ogni anno, migliaia di case e chiese cristiane vengono incendiate o bombardate da folle musulmane e centinaia di cristiani, preti, pastori, suore e altri operatori ecclesiastici vengono uccisi per mano di estremisti islamici. La cosiddetta giustificazione varia, dalle accuse di apostasia o di evangelizzazione, a presunta «blasfemia» o «insultante» Islam. Le persone innocenti sono persino state uccise a morte da devoti musulmani sui cartoni animati. L’Islam è una dichiarazione aperta di guerra contro i non musulmani.” Gli estremisti sono semplicemente fedeli a un Islam autentico secondo te? “Chiaramente . Gli estremisti stanno semplicemente applicando ciò che la loro religione insegna loro a fare.” Il papa e il Vaticano dovrebbero abbandonare ciò che alcuni ritengono politicamente corretto e affrontare l’Islam per ciò che gli studiosi e gli altri credono che sia davvero? “Ovviamente. Per illustrare il mio punto di vista, cito qui alcuni estratti della mia lettera personale a Papa Francesco indirizzata a lui lo scorso agosto: «Mi sembra che — con la scusa dell’apertura, della tolleranza e della carità cristiana — la Chiesa cattolica sia caduta nella trappola dell’ideologia della sinistra liberale che sta distruggendo l’Occidente. Qualunque cosa che non sposasse questa ideologia è immediatamente stigmatizzata in nome della «correttezza politica». Molti pensano che un certo numero di tue posizioni siano allineate con questa ideologia e che, dalla compiacenza, tu passi dalle concessioni alle concessioni e dai compromessi ai compromessi a scapito della verità. » «L’Occidente è in una debacle etica e morale, sia religiosa che spirituale. E non è relativizzando la realtà dolorosa che queste società saranno aiutate a emergere dal loro disordine. Difendendo a tutti i costi l’Islam e cercando di scagionarlo dagli orrori commessi ogni giorno nel suo nome, si finisce per tradire la verità «. «Gesù ci ha detto, “la Verità ti renderà libero.» È perché ha rifiutato qualsiasi compromesso su questo punto che sapeva cosa lo aspettava. Seguendolo, innumerevoli cristiani preferirono il martirio al compromesso, in Egitto e altrove fino ad oggi. » «Nell’estrema fragilità dei cristiani — sia in Occidente che in Oriente – essi si aspettano da te qualcosa di diverso da dichiarazioni vaghe e innocue che possono oscurare la realtà. Il tuo predecessore, Papa Benedetto XVI, ha avuto il coraggio di assumere una posizione chiara e inequivocabile. Il suo atteggiamento ha sollevato molti scudi e gli è valso molti nemici. Ma uno scontro franco non è più salutare di un dialogo basato sul compromesso? Quando i gerarchi ebrei chiesero agli apostoli di smettere di annunciare il Vangelo, risposero: «Quanto a noi, non possiamo proclamare ciò che abbiamo visto e udito …» (Atti 4:20). «È ora di uscire da un silenzio vergognoso e imbarazzato di fronte a questo islamismo che attacca l’Occidente e il resto del mondo. Un atteggiamento sistematicamente conciliante è interpretato dalla maggioranza dei musulmani come un segno di paura e debolezza. Se Gesù ci ha detto: Beati gli operatori di pace, non ci ha detto: Beati i pacifisti. La pace è pace ad ogni costo, ad ogni costo. Tale atteggiamento è un puro e semplice tradimento della verità. » Quanto la violenza è più un problema arabo, visto il numero significativamente minore di attacchi violenti, ad esempio in Indonesia, la più grande nazione musulmana del mondo? “Si può dire che gli «arabi» sono naturalmente violenti. Ma lo stesso si potrebbe dire dei barbari che hanno conquistato l’Europa nel passato. Questi invasori sono stati progressivamente «civilizzati» dalla fede cristiana per diventare ciò che sono ora. A mio parere, l’elemento religioso gioca un ruolo essenziale nella formazione di una società. Il fatto che gli «arabi» cristiani siano diversi dagli arabi musulmani è una prova del forte legame tra religione e società.” Esistono possibilità reali e praticabili per la riforma dell’Islam e il dialogo può essere mai efficace? “Tutti i tentativi di riformare l’Islam da parte di musulmani liberali di mentalità aperta hanno fallito tragicamente finora e dubito che un «Islam riformato» rimarrà comunque «l’Islam». Qui ci sono sei tentativi infruttuosi di riformare l’Islam negli ultimi due secoli: 1. Riforma nel XIX secolo: Afghani, Mohamed Abdo, Rashid Reda 2. Il Rinascimento — o Nahda — tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo: Yasji, Girgi Zeidan, Taha Hussein, Salama Moussa, Tewfik el-Hakim … 3. Il kemalismo e la secolarizzazione dello stato turco — Kemal Atatürk — 1923 4. Il Baath e la sua ideologia panarabica: Michel Aflaq, Bitar, George Habash e l’OLP 5. Nazionalismo egiziano e neutralità dello stato (principio di laicità) — 1919: Saad Zaghloul: «La religione è affare di Dio e lo Stato di tutti». 6. Revoca del decreto sull» abrogante e sull’abrogato. Su istigazione dell’istituzione di El-Azhar, Mahmoud Mohamed Taha fu impiccato a Khartoum il 18.1.1985 per aver voluto dare la preminenza ai versetti del Mekkan su quelli di Medina che incitavano alla guerra, all’odio e all’intolleranza.” La Chiesa si è spesso alleata con i paesi islamici in passato in difesa dei problemi della vita. I paesi islamici possono anche fungere da filtro contro le idee laiciste, impedendo che tendenze come l’ideologia di genere entrino nella loro società. In che modo i punti di forza dell’Islam in queste aree possono essere meglio promossi nonostante le associazioni con la violenza? “Su tali questioni etiche, e altre, la Chiesa dovrebbe allearsi con i musulmani per combattere contro qualsiasi degrado e degradare l’essere umano. Questo è un terreno fertile per la comprensione tra le due religioni. Può anche aprire la strada a noi per denunciare tutto ciò che è moralmente inaccettabile nell’insegnamento islamico.”

È lo Spirito Santo il responsabile dell’elezione del Papa?

Il card. Ratzinger rispose:

«Non direi così, nel senso che sia lo Spirito Santo a sceglierlo. Direi che lo Spirito Santo non prende esattamente il controllo della questione, ma piuttosto da quel buon educatore che è, ci lascia molto spazio, molta libertà, senza pienamente abbandonarci. Così che il ruolo dello Spirito dovrebbe essere inteso in un senso molto più elastico, non che egli detti il candidato per il quale uno debba votare. Probabilmente l’unica sicurezza che egli offre è che la cosa non possa essere totalmente rovinata. Ci sono troppi esempi di Papi che evidentemente lo Spirito Santo non avrebbe scelto».

https://www.tempi.it/e-lo-spirito-santo-che-elegge-il-papa-ecco-come-rispose-con-una-certa-ironia-lallora-cardinale-ratzinger#.WtnPUYhuZPY

Mi permetto di sviluppare una profonda riflessione su questo tema seguendo s. Tommaso, in cui ritengo di dimostrare che Dio, quindi tutta la Trinità è "responsabile" , è causa della scelta del Papa, cioè Dio sceglie il Papa. 

Anzitutto faccio notare che, come dice il Catechismo al n. 206 “… la realtà di Dio, è infinitamente al di sopra di tutto ciò che possiamo comprendere o dire” per questo quando parlerò di Dio e delle sue azioni metterò tra parentesi infinitamente super per far capire che Dio e quindi il suo operare superare infinitamente ciò che possiamo dire o pensare di Lui. Poi affermo che il Papa è scelto da ( infinitamente super) Dio attraverso il Conclave o altre procedure, ma è scelto da ( infinitamente super) Dio infatti ( infinitamente super) Dio opera in ogni operante, spiega s. Tommaso (S. Th. I q. 105 a.1) e ( infinitamente super) opera anche attraverso il Conclave, o altre procedure di scelta usate nel passato, ( infinitamente super) scegliendo il Papa ...S. Tommaso afferma ancora “In ogni serie di cause agenti ordinate tra loro, è sempre necessario che le cause successive agiscano in virtù della prima: nel mondo fisico, p. es., i corpiinferiori agiscono in virtù dei corpi celesti; e nel campo delle attività volontarie, tutti gli artigiani inferiori agiscono sotto il comando del capomastro principale. Ora, nell’ordine delle cause agenti, la prima causa è Dio, come abbiamo visto nelPrimo Libro [c. 13]. Perciò tutte le cause agenti inferiori agiscono sotto il suo influsso. Ma causa di una data azione è più il soggetto per la cui virtù e influsso si compie l’azione, che quello il quale la compie: come l’agente principale è più dello strumento. Dunque Dio è causa di ogni azione in modo più preminente delle cause seconde.” ( Somma contro i Gentili l. III c. LXVII, edizione Utet, Prima edizione eBook: Marzo 2013) Se dunque Dio è causa di ogni azione in modo piu' preminente delle cause seconde, Egli è causa dell'elezione del Papa in modo straordinariamente preminente perché la Chiesa è stata creata e voluta in modo particolarissimo da Dio per la salvezza degli uomini e quindi ha una importanza straordinaria e in essa ha una straordinaria importanza il Papa, inoltre l'elezione del papa avviene in clima di preghiera ed ad opera di uomini scelti da Dio attraverso consacrazioni e preghiere. La Chiesa appartiene a ( infinitamente super) Dio e Lui la ( infinitamente super) guida soprattutto attraverso i Papi, dunque appare evidente che è ( infinitamente super) Dio a scegliere il Papa, ma secondo la ( infinitamente super) sapienza di ( infinitamente super) Dio non secondo la nostra sapienza … La scelta del Papa si fa normalmente in preghiera, invocando la Luce di ( infinitamente super) Dio … che appunto ( infinitamente super) interviene e ( infinitamente super) sceglie. I cardinali elettori sono persone ( infinitamente super) scelte da ( infinitamente super) Dio normalmente attraverso consacrazioni e preghiere… ma ciò non vuole dire che siano perfette … e i cardinali eleggono il Papa pregando e ( infinitamente super) Dio ( infinitamente super) risponde ma ciò non vuol dire che il Papa sarà perfettissimo …Dunque è ( infinitamente super ) Dio a scegliere il Papa …. ma secondo la ( infinitamente super) sapienza di ( infinitamente super) Dio non secondo la nostra sapienza … Dio dunque sceglie il Papa ( infinitamente super) donandogli tutto quello che occorre per essere un santo e sapiente Papa, se il Papa sbaglia o pecca l’errore non è di ( infinitamente super) Dio ma del Papa; Gesù scelse Giuda e sapeva benissimo cosa avrebbe fatto con il suo libero arbitrio ma il male di Giuda è di Giuda e non di ( infinitamente super) Dio … e nonostante tutto, Gesù lo ha scelto … ( infinitamente super) Dio sceglie i Papi e sa benissimo cosa faranno con il loro libero arbitrio ma il loro male è loro e non di ( infinitamente super) Dio … ( infinitamente super) Dio permette il male e non lo vuole e lo permette per un maggior bene ! S. Tommaso spiega “Il male è l’opposto del bene. Ma l’essenza del bene consiste nella perfezione. Dunque l’essenza del male consiste nell’imperfezione. Ma in Dio, che è universalmente perfetto, come sopra abbiamo visto [c. 28], non può esserci difetto o imperfezione. Dunque in Dio non può esserci il male. 5. Una cosa è perfetta in quanto è in atto. Perciò essa sarà imperfetta in quanto è priva di attualità. Quindi il male o è privazione, o include privazione.

Ma il soggetto della privazione è in potenza. Questa però non può trovarsi in Dio. Quindi in lui non può trovarsi il male.” (Somma contro i Gentili l. I c. XXXIX, Utet, Prima edizione eBook: Marzo 2013) Lo stesso s. Dottore precisa “Come abbiamo già dimostrato [c. 41], Dio è il sommo bene. Ma il sommo bene è del tutto incompatibile col male: come un calore sommo è incompatibile col freddo. Dunque la volontà divina non può piegarsi al male. 4. Avendo il bene natura di fine, è impossibile che il male possa attrarre la volontà, se non perché questa si allontana dal fine. Ma la volontà di Dio non può allontanarsi dal fine; perché egli non può volere qualcosa, se non volendo se stesso, come abbiamo dimostrato [cc. 74 ss.]. Perciò Dio non può volere il male. È quindi evidente che in lui il libero arbitrio è reso per natura stabile nel bene. Ciò è affermato inoltre dalla Scrittura: «Dio è fedele e immune da ogni iniquità» (Deut., XXXII, 4); «Gli occhi tuoi sono mondi, o Signore, e non puoi volgerti all’iniquità» (Abac., I, 13).” (Somma contro i Gentili l. I c. XCV, Utet, Prima edizione eBook: Marzo 2013Nella Somma Teologica, poi, s. Tommaso precisa ulteriormente “ Se il sommo bene, che è Dio, sia causa del male Pare che il sommo bene, che è Dio, sia causa del male. Infatti: 1. Si legge in Isaia [45, 6 s.]: «Io sono il Signore e non vi è alcun altro. Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura». E in Amos [3, 6]: «Avviene forse nella città una sventura che non sia causata dal Signore?» 2. L‘effetto della causa seconda si riporta alla causa prima. Ma il bene, come si è detto [a. 1], è causa del male. Essendo quindi Dio la causa di ogni bene, come sopra abbiamo dimostrato [q. 2, a. 3; q. 6, aa. 1, 4], ne segue pure che da Dio deriva ogni male. 3. Come dice Aristotele [Phys. 2, 3], è identica la causa della salvezza e della perdita della nave. Ma Dio è causa della salvezza di tutte le cose. Quindi egli è anche la causa di ogni rovina e di ogni male. In contrario: S. Agostino [Lib. LXXXIII quaest. 21] afferma che Dio «non è autore del male, poiché non è causa del tendere verso il non essere». Dimostrazione: Come abbiamo già visto [a. 1], il male che consiste in una deficienza dell‘azione è sempre causato da un difetto dell‘agente. Ora, in Dio non c‘è difetto alcuno, ma somma perfezione, come sopra [q. 4, a. 1] si è dimostrato. Quindi il male consistente in una deficienza dell‘azione, o causato da un difetto dell‘agente, non può essere riportato a Dio come a sua causa. Il male invece che consiste nella corruzione o distruzione di qualcosa si riallaccia alla causalità di Dio. E ciò è evidente sia negli esseri naturali che in quelli dotati di volontà. Infatti abbiamo detto [a. 1] che un agente, in quanto produce con la sua efficacia una forma alla quale consegue una corruzione o una privazione, produce quella corruzione o quella privazione con la sua virtù. Ora, è evidente che la forma voluta da Dio nelle realtà create è il bene, consistente nell‘ordine dell‘universo. E l‘ordine dell‘universo richiede, come si è spiegato sopra [q. 22, a. 2, ad 2; q. 48, a. 2], che esistano degli esseri che possono venir meno, e che via via vengono meno. E così Dio, quando causa nelle cose quel bene che è l‘ordine dell‘universo, per concomitanza e indirettamente [quasi per accidens] causa la corruzione delle cose, secondo l‘espressione della Scrittura [1 Sam 2, 6]: «Il Signore fa morire e fa vivere» Mentre l‘altro passo [Sap 1, 13]: «Dio non ha creato la morte», va spiegato: «come cosa direttamente voluta». — Ora, all‘ordine dell‘universo appartiene anche l‘ordine della giustizia, il quale richiede che venga inflitta la punizione ai peccatori. E per questo motivo Dio è l‘autore di quel male che è la pena; non però di quel male che è la colpa, per la ragione detta sopra [nel corpo; cf. q. 48, a. 6]. Analisi delle obiezioni: 1. In quei testi si parla del male della pena, non del male della colpa. 2. L‘effetto della causa seconda difettosa si riporta alla causa prima indefettibile per quanto esso ha di entità e di perfezione, ma non per ciò che ha di difettoso. Come, p. es., quanto c‘è di movimento nello zoppicare viene causato dalla potenza motrice, ma ciò che vi è di anormale non deriva dalla potenza motrice, bensì dalla stortura della gamba. E così quanto vi è di entità e di efficacia nell‘azione cattiva si riporta alla causalità di Dio, ma quanto vi si trova di manchevole non è causato da Dio, bensì dalla causa seconda che è difettosa. 3. L‘affondamento della nave è attribuito all‘influsso del pilota per il fatto che egli non compie ciò che è richiesto per la salvezza della nave stessa. Ma Dio non cessa di compiere ciò che è necessario per la salvezza. Quindi il paragone non regge.” ( S. Th. I, q. 49,a.2 , edizione disponibile on-line, traduzione di p. Centi, http://apologetica-cattolica.net/component/k2/tag/Somma%20Teologica.html Per vedere più in profondità il pensiero del s. Dottore su questo tema si vedano anche le seguenti opere Supra, q. 48, a. 6; In 2 Sent., d. 32, q. 2, a. 1; d. 34, q. 1, a. 3; d. 37, q. 3, a. 1; C. G., II, c. 41; III, c. 71; De Malo, q. 1, a. 5; Comp. Theol., c. 141; In Ioan., c. 9, lect. 1; In Rom., c. 1, lect. 7)

Nella linea di quanto detto finora vanno le parole della Liturgia  infatti in questa preghiera che tutta la Chiesa eleva a Dio il venerdì santo , durante la Liturgia della Passione si afferma:  II. Per il papa.  Preghiamo il Signore per il nostro santo padre il papa N.: il Signore Dio nostro, che lo ha scelto nell’ordine episcopale, gli conceda vita e salute e lo conservi alla sua santa Chiesa, come guida e pastore del popolo santo di Dio. (Orémus et pro beatíssimo Papa nostro N., ut Deus et Dóminus noster, qui elégit eum in órdine episcopátus, salvum atque incólumem custódiat Ecclésiæ suæ sanctæ, ad regéndum pópulum sanctum Dei.) Dio onnipotente ed eterno, sapienza che reggi l’universo, ascolta la tua famiglia in preghiera, e custodisci con la tua bontà il papa che tu hai scelto per noi, perché il popolo cristiano, da te affidato alla sua guida pastorale, progredisca sempre nella fede. Per Cristo nostro Signore.(Omnípotens sempitérne Deus, cuius iudício univérsa fundántur, réspice propítius ad preces nostras, et eléctum nobis Antístitem tua pietáte consérva, ut christiána plebs, quæ te gubernátur auctóre, sub ipso Pontífice, fídei suæ méritis augeátur. Per Christum Dóminum nostrum. R. Amen.)

Tra le ss. Messe per varie necessità vi è la s. Messa per il Papa , ecco qui di seguito qualche preghiera che fa parte di tale Liturgia e che indica come è Dio che dona alla Chiesa il Papa : « O Dio, che nel disegno della tua sapienza hai edificato la tua Chiesa sulla roccia di Pietro, capo del collegio apostolico, guarda e sostieni il nostro papa N.: tu che lo hai scelto come successore di Pietro, fa’ che sia per il tuo popolo principio e fondamento visibile dell’unità della fede e della comunione nella carità. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Oppure: O Dio, pastore e guida di tutti i credenti, guarda il tuo servo N., che hai posto a presiedere la tua Chiesa; sostienilo con il tuo amore, perché edifichi con la parola e con l’esempio il popolo che gli hai affidato, e insieme giungano alla vita eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Oppure: O Dio, che nella serie dei successori di Pietro hai scelto il tuo servo N. come vicario di Cristo sulla terra e pastore di tutto il gregge, fa’ che egli confermi i fratelli, e tutta la Chiesa sia in comunione con lui nel vincolo dell’unità, dell’amore e della pace, perché tutti gli uomini ricevano da te, pastore e vescovo delle anime, la verità e la vita eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Preghiera sulle offerte Accogli, o Padre, i nostri doni per il sacrificio eucaristico, e con la tua protezione custodisci la santa Chiesa in unione con il papa N., che le hai dato come pastore. Per Cristo nostro Signore.

( Infinitamente super) Dio quindi ( infinitamente super) ha scelto e sceglie i Papi attraverso i vari metodi fissati per la loro elezione, ma ( infinitamente super) Dio non è causa del male che i Papi hanno commesso, commettono e commetteranno.

Don Tullio Rotondo

S. Rosario: 4 corone, di cinque misteri l'una, di misteri dolorosi.

Vi offriamo la Passione di Cristo divisa in 20 misteri per poterla meditare a fondo, vi consigliamo di meditare ogni Mistero come meditate i misteri del s. Rosario e con le preghiere che usate fare per il s. Rosario, in questo modo voi potreste dire 4 corone di s. Rosario meditando solo ma molto profondamente  sulla Passione di Cristo. Buona preghiera.

1° Mistero: Gesù entra nel Getsemani

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

1Dopo aver detto queste cose, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. 2Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. 3Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi.

2° Mistero: Gesù catturato nel Getsemani

 

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18 4Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». 5Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. 6Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. 7Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». 8Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», 9perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». 10Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?». 12Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù lo legarono 13

3° Mistero: Gesù condotto da Anna

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18 Condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. 14Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo».

4° Mistero: Pietro tradisce Gesù la prima volta

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

15Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. 16Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. 17E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». 18Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.

5° Mistero: Gesù interrogato dal sommo sacerdote

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18 19Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. 20Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. 21Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». 22Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». 23Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». 24Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.

6° Mistero: Pietro tradisce Gesù altre 2 volte

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

25Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». 26Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». 27Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

7° Mistero: Gesù è condotto nel pretorio

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

28Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. 29Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?». 30Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». 31Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». 32Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.

8° Mistero: Dialogo tra Gesù e Pilato

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

33Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». 34Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». 35Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». 36Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 37Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». 38Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».

9° Mistero: Pilato afferma l’innocenza di Cristo ma i Giudei chiedono che sia rilasciato Barabba e non Gesù.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. 39Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». 40Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.

10° Mistero: La flagellazione di Cristo

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

1Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare.

11° Mistero: Gesù è coronato di spine

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

2E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. 3Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.

12° Mistero: Pilato parla alla folla dei giudei affermando l’innocenza di Cristo

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

4Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». 5Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».

13° Mistero: Risposta dei Giudei a Pilato per far condannare Gesù.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

6Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa». 7Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».

14° Mistero: Pilato parla con Cristo e cerca di liberarlo ma i giudei gli si oppongono.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19 8All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura. 9Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. 10Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». 11Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».

12Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». 13Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. 14Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». 15Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare».

15° Mistero: Pilato consegna Gesù per la crocifissione e Gesù si avvia verso il Calvario.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

16Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Essi presero Gesù 17ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, 18

16° Mistero: Crocifissione di Cristo

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

Crocifissero Gesù sul Calvario e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. 19Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». 20Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. 21I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». 22Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».

17° Mistero: I soldati si dividono le vesti di Cristo …

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

23I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. 24Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: Si sono divisi tra loro le mie vesti

e sulla mia tunica hanno gettato la sorte.

E i soldati fecero così.

18° Mistero: La Madonna ai piedi della Croce riceve da Cristo le sue ultime volontà. Gesù affida a Maria la Chiesa.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

25Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. 26Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». 27Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

19° Mistero: La morte di Cristo.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

28Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». 29Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. 30Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

20° Mistero: Transfissione e sepoltura di Cristo

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

31Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. 32Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. 33Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. 35Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. 36Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. 37E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto. 38Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. 39Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe. 40Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. 41Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. 42Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

Preghiamo

Donaci, o Padre, di unirci nella fede alla morte e sepoltura del tuo Figlio per risorgere con lui alla vita nuova. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

« ..conscientia errat nisi per Spiritum Sanctum rectificetur … » . La "coscienza morale soprannaturale" nella dottrina di s. Tommaso d'Aquino.

 

Chiediamo luce e sapienza al Signore.

Preghiera per ottenere la sapienza divina (Sap 9, 16. 911)

Dio dei padri e Signore di misericordia, * che tutto hai creato con la tua parola, che con la tua sapienza hai formato l’uomo, * perché domini sulle creature che tu hai fatto, e governi il mondo con santità e giustizia * e pronunzi giudizi con animo retto, dammi la sapienza, che siede accanto a te in trono * e non mi escludere dal numero dei tuoi figli, perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella, uomo debole e di vita breve, * incapace di comprendere la giustizia e le leggi. Anche il più perfetto tra gli uomini, privo della tua sapienza, sarebbe stimato un nulla. Con te è la sapienza che conosce le tue opere, * che era presente quando creavi il mondo; essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi * e ciò che è conforme ai tuoi decreti. Mandala dai cieli santi, * dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica * e io sappia che cosa ti è gradito. Essa tutto conosce e tutto comprende: mi guiderà con prudenza nelle mie azioni * e mi proteggerà con la sua gloria.

 

 

La coscienza morale e la coscienza morale soprannaturale nella dottrina di s. Tommaso.


 

a) Nozioni più generali sulla coscienza morale nella dottrina tomista1.

 

S. Tommaso parla in vari testi della coscienza morale donandoci una dottrina abbastanza ricca sul tema2. Il termine coscienza per s. Tommaso ha vari significati, a volte può significare la stessa cosa insieme conosciuta, altre volte un abito per cui ci si dispone a conoscere insieme; più precisamente la coscienza secondo s. Tommaso è un atto3 per il quale si applica la scienza ad un certo atto4 particolare :» … conscientia … nominat ipsum actum, qui est applicatio cuiuscumque habitus vel cuiuscumque notitiae ad aliquem actum particularem.«5 … tale applicazione può avvenire in due modi: 1) secondo che si consideri se l’atto fu compiuto 2) secondo che si consideri se l’atto sia retto o meno, s. Tommaso infatti dice :«Applicatur autem aliqua notitia ad aliquem actum dupliciter: uno modo secundum quod consideratur an actus sit vel fuerit: alio modo secundum quod consideratur an actus sit rectus vel non rectus.«6 Il secondo modo di applicazione appena indicato, quello per cui si considera se l’atto sia retto o meno, si può relizzare a sua volta secondo due vie: 1) una per cui, attraverso l’abito della scienza, ci indirizziamo a fare o non fare qualcosa, ed è come la via dell’invenzione, 2) e un» altra per cui, attraverso l’abito della scienza, giudichiamo se sia retto o meno quanto abbiamo già fatto, ed è come la via del giudizio7. In senso più strettamente inerente alla morale la coscienza è, quindi, un atto di giudizio o di invenzione della ragione pratica per il quale si applica la scienza dell’uomo ad un atto concreto «conscientia nihil aliud est quam applicatio scientiae ad aliquem specialem actum «8 per vedere se sia retto o meno9 ; l’atto al quale viene applicata tale scienza può essere, come è evidente da quanto detto, passato o presente o futuro. La coscienza è come dire “scienza con un altro” perché applica la scienza universale ad un atto particolare e anche perché per essa la persona è conscia (appunto “sa con”) di ciò che ha fatto o che intende fare; la coscienza è detta anche sentenza o dettame della ragione10 . La coscienza è una considerazione della ragione per cui l’uomo stabilisce quello che deve fare e quello che deve fuggire11 ma il giudizio di coscienza morale si distingue dal giudizio del libero arbitrio perche“ il giudizio di coscienza consiste nella sola conoscenza mentre il giudizio del libero arbitrio consiste nell’applicazione della conoscenza all’affetto ed è un giudizio di elezione, ossia di scelta12. Precisiamo che riguardo alle cose da scegliere o da fuggire la ragione usa dei sillogismi; nel sillogismo vi è una triplice considerazione secondo tre proposizioni: dalle prime due proposizioni si conclude con la terza; nei sillogismi circa le cose da scegliere o fuggire la maggiore di queste tre proposizioni è offerta dalla sinderesi, la minore è offerta dalla ragione superiore o dalla ragione inferiore, la considerazione della conclusione scelta è l’atto della ragione pratica che è detto coscienza13. L’esempio che s. Tommaso riporta è il seguente: la sinderesi propone questo principio: non si deve fare ciò che è proibito dalla legge di Dio; la ragione superiore porta questo principio: l’unione carnale con questa donna è contro la legge di Dio; la conclusione che è propria della coscienza è la seguente: questa unione carnale va evitata14. La coscienza non è infallibile, essa può sbagliare; un tale errore non è dovuto alla sinderesi ma alla ragione; la ragione superiore perversa dell’eretico, per es., lo porta a credere che mai egli possa giurare e perciò egli stabilisce in coscienza che egli mai faccia giuramento anche a costo di morire (notiamo che per la dottrina cattolica in alcuni casi è possibile giurare, mentre per gli eretici di cui parla s. Tommaso mai è possibile realizzare lecitamente un giuramento); in questa linea il Dottore Angelico distingue la legge naturale che è l’insieme dei principi di diritto, la sinderesi che è l’abito, o la potenza con abito, di tali principi, e la coscienza che, invece, è l’applicazione della legge naturale, per modo di conclusione, ad un qualcosa che deve essere fatto15 o che già è stato fatto. La «sentenza» della coscienza, continua s. Tommaso è applicazione degli abiti operativi della ragione che sono la synderesi, la scienza e la sapienza16; la synderesi perfeziona l’ intelletto pratico, è, infatti, l’abito dei primi principi della ragione pratica17; la sapienza è l’abito che considera le cause altissime e giudica di tutto, essa perfeziona la ragione superiore; la scienza è abito che considera ciò che è ultimo in questo o quel genere di cose, cioè le conclusioni dell’attività di ricerca dell’uomo, più precisamente essa considera i principi speculativi unitamente alle conclusioni cui conducono, essa perfeziona la ragione inferiore; questi tre abiti si applicano alla coscienza morale in modo vario, puo“ difatti agire uno solo di essi o possono agire tutti e tre; comunque, alla luce di essi noi uomini esaminiamo quanto fatto in passato e ci consigliamo sul da farsi in futuro18. Gli abiti che informano la coscienza morale sebbene siano molti hanno tutti efficacia da un solo abito che e“ la sinderesi e siccome l’abito e“ principio dell’atto, a volte il nome di coscienza e“ attribuito alla synderesi; infatti s. Tommaso dice :

Consuetum est enim quod causae et effectus per invicem nominentur”19.

Vale a dire: si è soliti chiamare con lo stesso nome le cause e gli effetti, cioè la sinderesi e la coscienza; il termine di “naturale iudicatorium” con cui viene indicata talvolta la coscienza morale, si riferisce pertanto non precisamente alla coscienza ma all’abito morale fondamentale che e“ la sua causa, cioe“ si riferisce alla synderesi . La synderesi è infallibile:

[…] in anima est aliquid quod est perpetuae rectitudinis, scilicet synderesis: quae quidem non est ratio superior, sed se habet ad rationem superiorem sicut intellectus principiorum ad ratiocinationem de conclusionibus” 20 .

La sinderesi è abito innato nelle nostre menti e scaturente dal lume dell’intelletto agente, è abito dei principi per sé noti come: non si deve fare il male, si deve obbedire ai comandi di Dio etc.; per tali principi, attraverso la synderesi, la ragione pratica è guidata nella sua azione; la ragione pratica, si distingue quindi dalla synderesi in quanto quest’ultima è un’abito mentre la ragione pratica è una potenza; la synderesi è appunto abito della ragion pratica 21.

La sentenza della ragione pratica, cioè la sentenza della coscienza morale, lega chi lo emette: questo, si noti bene, significa che pecca chi non si conforma a sentenza da lui stesso emesso, ma non significa che chi segue tale sentenza non pecca22; la sentenza di coscienza, secondo s.Tommaso, lega anche se il precetto del prelato sia contrario ad essa23, lega puramente e semplicemente se la coscienza e“ retta, lega “secundum quid” se la coscienza e“ erronea24 e lega anche riguardo a materia per se“indifferente25.

Se a qualcuno la coscienza comanda di fare ciò che è contro la Legge di Dio ed egli non agisce secondo tale coscienza, pecca, ma pecca anche se agisce secondo tale coscienza, perché l’ignoranza del diritto non scusa dal peccato a meno che sia invincibile come nel caso di persone malate di certe patologie psichiche, può comunque deporre la sua coscienza e agire secondo la Legge di Dio e così facendo non pecca. 26

Praticamente lo stesso dice s. Tommaso quando parla del caso in cui la coscienza erronea comandi di non fare ciò che comanda il prelato, infatti spiega il s. Dottore che la coscienza non lega se non in forza del precetto divino e quindi comparare il legame della coscienza al legame che è il precetto del prelato non è altro che comparare il legame del precetto divino al legame del precetto del prelato e poiché il precetto divino obbliga contro il precetto del prelato e obbliga più del precetto del prelato anche il legame della coscienza è maggiore del legame del legame del precetto del prelato e la coscienza obbliga anche dinanzi al precetto contrario del prelato; nel caso di coscienza retta, però, che si oppone al precetto del prelato occorre dire che tale coscienza obbliga perfettamente e semplicemente, semplicemente perché essa non può essere deposta senza peccato e perfettamente perché la coscienza retta non solo lega nel senso che chi non la segue pecca ma anche nel senso che chi la segue è immune da peccato quantunque vi sia il precetto del prelato in contrario, invece la coscienza erronea lega contro il precetto del prelato anche nelle cose indifferenti ma lega secondo qualcosa e imperfettamente, lega infatti secondo qualcosa perché non obbliga in ogni caso ma solo sotto condizione della sua durata, e si può e si deve deporre tale coscienza, imperfettamente perché chi non la segue pecca ma pecca anche chi la segue perché è disubbidiente al prelato e tuttavia pecca di più se non fa, stante tale coscienza, ciò che essa comanda, perché la coscienza lega più del precetto del prelato27

Anche in questo caso appena visto, dunque, come in quello che vedemmo più sopra, la persona può e deve deporre la coscienza erronea e ascoltare il comando del prelato, se vuole evitare di peccare.

In un altro testo s. Tommaso precisa che chi agisce secondo coscienza erronea a volte è scusato da peccato grave se tale errore procede da ignoranza di ciò che non può sapere e non è tenuto a sapere; se invece tale errore è esso stesso peccato perché procede dall’ignoranza di ciò che la persona può ed è tenuta a sapere, in questo caso l’errore di coscienza non ha forza di assolvere o scusare e se l’atto che si compie è grave , chi lo compie realizza un peccato grave, come è il caso di colui che ritenesse che la fornicazione è peccato veniale e con tale coscienza fornicasse: il suo peccato sarebbe mortale e non veniale28.

S. Tommaso spiega più generalmente che:

«Ad tertium dicendum, quod corrupta ratio non est ratio, sicut falsus syllogismus proprie non est syllogismus; et ideo regula humanorum actuum non est ratio quaelibet, sed ratio recta: et ideo philosophus dicit quod homo virtuosus est mensura aliorum. Unde ex hoc non sequitur quod in ratione non sit peccatum, sed quod non sit in ratione recta.«29

La regola corrotta non è regola, la ragione falsa non è ragione (ragione, dal latino ratio, significa proprio regola), perciò la regola delle azioni umane, perché esse siano giuste, non è semplicemente la ragione ma la ragione retta. Il peccato non è nella ragione retta. La coscienza morale per essere retta, deve essere guidata a regolata da Dio: Prima Regola, Legge eterna 30. Ma noi, a causa del peccato originale, ci troviamo ad avere a livello naturale una regola in certo modo corrotta, che è precisamente la ragione. La coscienza morale in quanto atto della ragione (pratica) porta in se“ evidentemente le conseguenze della ferita arrecata alla nostra ragione dal peccato (originale e attuale), ferita che e“ l’ignoranza per la quale la ragione è destituita dal suo ordine verso la verità (“ratio destituitur suo ordine ad verum”31). Attraverso la sua Incarnazione per la nostra salvezza, il Signore ha purificato la nostra coscienza con il suo Sangue 32 Accogliendo il dono di Dio in Cristo la nostra coscienza è purificata dalla grazia e dalla fede, è una coscienza illuminata dalla salvezza portata da Cristo, è una coscienza morale soprannaturale, cioè una coscienza rettificata sotto la guida dello Spirito Santo, della grazia, e della fede; s. Tommaso dice a riguardo :«Testis infallibilis sanctorum est eorum conscientia, unde (Apostolus n.d. r.) subdit “testimonium mihi perhibente conscientia mea”II Cor.1,12 “Gloria nostra haec est, testimonium conscientiae nostrae”. Et quia interdum  conscientia errat nisi per Spiritum Sanctum rectificetur, subdit “in Spiritu Sancto”. Supra 8,16 “Ipse Spiritus testimonium reddit spiritui nostro.» 33 Come dice s. Tommaso, la coscienza dei santi è un teste infallibile.; perché purificata e rettificata da Cristo e quindi è guidata e regolata da Dio: Prima Regola, Legge eterna 34; tale coscienza è appunto la coscienza morale soprannaturale. Della coscienza morale soprannaturale parleremo qui di seguito; si tratta un tema di cui francamente ci pare che se ne parli poco ma è un tema importante per intendere a fondo la dottrina tomista sulla coscienza morale perciò vi chiediamo una particolare attenzione nell’esaminare quanto diremo.

 

 

b) Precisazioni relative alla coscienza morale soprannaturale nella dottrina tomista.

 

Precisiamo che s. Tommaso non usa mai il termine: coscienza morale soprannaturale; egli parla semplicemente di coscienza; alcuni tomisti, tra cui Noble35, usano quel termine e ben a ragione; vi sono testi, difatti, che appaiono chiaramente giustificare questo termine indicando una elevazione della sentenza di coscienza all’ordine soprannaturale attraverso la grazia e le virtù infuse.

Riguardo a questo argomento mi pare fondamentale leggere il commento di s. Tommaso a ciò che afferma s. Paolo in Ebrei 9,14 » … quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?

Il Sangue di Cristo purifica interiormente la coscienza per la fede :«Sciendum tamen quod sanguis illorum animalium mundabat tantum ab exteriori macula, scilicet a contactu mortui; sed sanguis Christi mundat interius conscientiam, quod fit per fidem Act. XV, 9: fide purificans corda eorum inquantum scilicet facit credere quod omnes qui Christo adhaerent, per sanguinem eius mundantur. Ergo iste emundat conscientiam. Item ille emundabat a tactu mortui, sed iste ab operibus mortuis, scilicet peccatis, quae tollunt Deum ab anima, cuius vita est per unionem charitatis.«36 La coscienza soprannaturale è quindi una coscienza purificata dalla grazia e dalla fede, è una coscienza illuminata dalla salvezza portata da Cristo.

S. Tommaso spiega ancora, sempre commentando il passo di Eb. 9,14: «Ad tertium dicendum, quod secundum hoc conscientia inquinata emundari dicitur, secundum quod aliquis qui prius fuit sibi peccati conscius, postmodum scit se esse a peccato mundatum; et ita dicitur habere conscientiam puram. Est igitur eadem conscientia quae prius erat immunda, et postmodum munda; non quidem ita quod conscientia sit subiectum munditiae et immunditiae, sed quia per conscientiam examinantem utrumque cognoscitur; non quod sit idem actus numero quo prius sciebat aliquis se esse immundum, et post scit se esse purum; sed quia ex eisdem principiis utrumque cognoscitur, sicut dicitur esse eadem consideratio quae ex eisdem principiis procedit.»

La coscienza che, secondo s. Tommaso, esamina e che scopre che la persona è purificata dal peccato è evidentemente una coscienza illuminata dalla fede perché solo in essa e più generalmente nella grazia la persona capisce che la persona stessa è stata purificata dal peccato.

Dice poi s. Tommaso, in un altro testo:

Ad tertium dicendum quod, licet lex aeterna sit nobis ignota secundum quod est in mente divina; innotescit tamen nobis aliqualiter vel per rationem naturalem, quae ab ea derivatur ut propria eius imago; vel per aliqualem revelationem superadditam”.37

Come si vede s. Tommaso spiega che la Legge eterna, che è Dio stesso38, ci viene fatta conoscere sia attraverso la ragione naturale, sia attraverso una qualche rivelazione sopraggiunta, cioè attraverso la Rivelazione che noi accogliamo attraverso la fede e quindi attraverso la grazia, tale conoscenza ci porta ad una «sentenza» concreta sugli atti da noi compiuti o che dobbiamo compiere, cioè all’atto di coscienza morale soprannaturale per cui noi applichiamo la scienza in modo veramente illuminato le nostre azioni.

Nel De Veritate q.17, cioe“ in una questione dedicata tutta al tema della coscienza, il s. Dottore afferma che ciascuno e“ tenuto ad esaminare i propri atti secondo la scienza che ha da Dio, sia naturale, sia acquisita, sia infusa: infatti ogni uomo deve agire secondo ragione:

Unusquisque enim tenetur actus suos examinare ad scientiam quam a Deo habet, sive sit naturalis, sive acquisita, sive infusa: omnis enim homo debet secundum rationem agere.” 39

Questo vuole chiaramente dire che accanto ad un atto di coscienza morale che e“ applicazione della scienza naturale o acquisita vi è un atto di coscienza che è applicazione di scienza soprannaturale, infusa; precisamente questo ultimo atto è ciò che noi indichiamo con il termine di coscienza soprannaturale. Un altro testo di particolare interesse per noi su questo tema della coscienza morale soprannaturale è il seguente:

Ad tertium dicendum, quod sicut lumen intellectus naturale non sufficit in cognoscendo ea quae fidei sunt; ita etiam non sufficit in remurmurando his quae contra fidem sunt, nisi lumine fidei adjuncto; et ideo synderesis etiam in infidelibus manet integra quantum ad lumen naturale; sed quia privato lumine fidei excaecati sunt, non remurmurat eorum synderesis his quae contra fidem sunt. Vel dicendum, quod synderesis semper remurmurat malo in universali; sed quod in haeretico non remurmurat huic malo particulari, hoc contingit propter errorem rationis in applicatione universalis principii ad particulare opus, ut patebit in sequenti articulo.”40

Il lume dell’intelletto naturale non è sufficiente per conoscere le cose della fede e così non è sufficiente perché l’anima si lamenti per quelle cose che sono contro la fede, se non con il sostegno del lume della fede; e così la sinderesi anche negli infedeli rimane integra quanto al lume naturale ma poiché, in quanto privati del lume della fede, sono acciecati, la loro sinderesi non si lamenta per le cose che sono contro la fede. O si deve che la synderesi sempre si lamenta del male in ciò che è universale ma il fatto che tale coscienza non si lamenti a questo male particolare ciò accade per l’errore della ragione inell’applicazione del principio universale all’opera particolare.

Il testo appena visto richiama l’articolo che lo segue in cui s. Tommaso spiega che nella coscienza la ragione, dai principi comuni generali , presentati dalla synderesi, arriva ad una «sentenza» su un atto particolare attraverso alcuni principi propri e determinati, che attengono alla ragione superiore o inferiore, e che non sono per sé noti ma si conoscono attraverso la ricerca o attraverso l’assenso della fede e poiché «la fede non è di tutti» ( 2 Tess. 3) e inoltre la ragione può sbagliare nella ricerca circa tali principi, perciò circa questi principi propri e determinati capita che si commettano errori; come la coscienza dell’eretico sbaglia quando crede che non si deve giurare neppure se vi è una causa che renda legittimo tale giuramento non perché sbaglia nel principio comune secondo cui non si devono fare illeciti ma perché sbaglia nel credere che ogni giuramento è illecito41

Quindi, come visto , la fede entra nella coscienza in alcuni casi e la rende retta; tale rettificazione si compie a livello soprannaturale perché la fede è virtù soprannaturale. Nell’atto di coscienza morale soprannaturale la fede entra e fa che la sentenza che tale atto emette sia retta come spiega molto bene s. Tommaso nel testo che segue :

«Testis infallibilis sanctorum est eorum conscientia, unde (Apostolus n.d. r.) subdit “testimonium mihi perhibente conscientia mea”II Cor.1,12 “Gloria nostra haec est, testimonium conscientiae nostrae”. Et quia interdum conscientia errat nisi per Spiritum Sanctum rectificetur, subdit “in Spiritu Sancto”. Supra 8,16 “Ipse Spiritus testimonium reddit spiritui nostro. 42

Si noti: per i santi il testimone infallibile è la coscienza morale; e perché è infallibile? Perché è un testimone rettificato, attraverso la grazia, dallo Spirito Santo che è Dio Verità. Lo Spirito Santo opera questa rettificazione interiore dell’uomo per grazia, attraverso la fede, per essa Dio Verità rettifica la coscienza morale del fedele, facendola partecipare alla sapienza di Cristo, come confermato da s. Tommaso in questo testo che segue:

…“nos autem”, scilicet spirituales viri, “sensum Christi habemus” idest recipimus in nobis sapientiam Christi ad iudicandum. Eccli 17,6: Creavit illis scientiam spiritus, sensu adimplevit corda illorum”. 43

Noi , cioè gli uomini spirituali abbiamo il pensiero di Cristo cioè abbiamo ricevuto la sapienza di Cristo per giudicare.

 

Le virtù infuse ci dispongono al compimento dell’atto che è la coscienza morale soprannaturale .

 

La coscienza morale soprannaturale, come detto, è un atto soprannaturale, invece le virtù infuse sono disposizioni all’atto soprannaturale, dunque le virtù infuse predispongono anche al compimento dell’atto soprannaturale che è la coscienza morale soprannaturale; la fede, che appunto è una virtù infusa, coadiuva la sinderesi indicando i principi morali cristiani per l’azione, la fede predispone l’uomo al compimento dell’atto soprannaturale che è detto coscienza morale soprannaturale:

Id enim quod universaliter fide tenemus, puta usum ciborum esse licitum vel illicitum, conscientia applicat ad opus quod est factum vel faciendum”44

S. Tommaso aggiunge che : lo scopo della vita spirituale è l‘unione dell’uomo con Dio, che si attua con la virtù della carità; e tutte le altre cose attinenti alla vita spirituale sono mezzi ordinati a questo scopo; tutte le virtù, i cui atti sono appunto materia dei precetti, sono ordinate a questo : o a purificare il cuore dal turbine delle passioni, come le virtù che hanno per oggetto le passioni, o a formare la buona coscienza, come le virtù che hanno per oggetto le azioni esterne, o a garantire il possesso di una fede sincera, come le cose riguardanti il culto di Dio; per amare Dio sono richiesti questi tre elementi: infatti un cuore impuro viene distolto dall‘amore di Dio a causa della passione che inclina verso le cose terrene, la cattiva coscienza rende odiosa la divina giustizia per il timore del castigo e la fede insincera trascina l‘affetto verso un‘idea falsa di Dio, separando dalla verità divina . 45 Sottolineo in particolare che : la buona coscienza di cui qui si parla è la coscienza illuminata dalla fede, quindi è una coscienza soprannaturale; i precetti divini comandano le virtù infuse, che Dio vuole donare, per le quali si attua la «sentenza » della coscienza morale soprannaturale. Le virtù infuse si distinguono dalla grazia: la virtù è una disposizione del perfetto e perfetto è ciò che è disposto secondo natura, la grazia è il principio delle virtù infuse; la grazia, pur essendo un abito, è una nuova natura che l’uomo, in certo modo, riceve e le virtù sono delle disposizioni al compimento di azioni in questa natura46. Per la ricezione di questa natura diciamo di essere rigenerati in figli di Dio. Pertanto il lume della grazia, che è partecipazione alla divina Natura, è qualcosa di diverso dalle virtù soprannaturali, così come il lume naturale della ragione è qualcosa di diverso dalle virtù acquisite che da quel lume derivano e a quel lume sono ordinate. La grazia è somiglianza partecipata alla Natura divina, per cui noi possiamo vivere da veri figli di Dio con la perfezione delle virtù infuse. La grazia eleva la nostra natura e ci rende capaci di agire in modo veramente perfetto, partecipando in modo elevato alla perfezione di Cristo, le virtù infuse ci predispongono a compiere atti soprannaturali, tra cui come detto occorre includere l’atto di coscienza morale soprannaturale, che ci assimilano allo stesso Gesù Cristo e fanno sì che Egli si manifesti in noi con la sua santità.

 

La fede, la carità e la coscienza morale soprannaturale.

 

Noi abbiamo ricevuto, per grazia e quindi attraverso l’Eucaristia, la sapienza di Cristo per giudicare 47; la coscienza morale soprannaturale è atto illuminato dalla sapienza che viene in noi attraverso la grazia, cioè in ultima analisi dalla sapienza di Cristo. Cristo, Regola somma conforme a noi e Capo del suo Corpo Mistico ci dona sapienza soprannaturale nella fede e nella carità 48; da Cristo Capo, perciò, noi riceviamo, l’intelligenza, la sapienza e la carità per poter realizzare l’atto perfetto di coscienza morale soprannaturale. In tale atto soprannaturale, la fede precisa il giudizio universale della sinderesi; nella coscienza la ragione, infatti, dai principi comuni generali , presentati dalla synderesi, arriva a sentenziare su un atto particolare attraverso alcuni principi propri e determinati, che attengono alla ragione superiore o inferiore, e che non sono per sé noti ma si conoscono attraverso la ricerca o attraverso l’assenso della fede e poiché «la fede non è di tutti» ( 2 Tess. 3) e inoltre la ragione può sbagliare nella ricerca circa tali principi, perciò circa questi principi propri e determinati capita che si commettano errori; come la coscienza dell’eretico sbaglia quando crede che non si deve giurare neppure se vi è una causa che renda legittimo tale giuramento non perché sbaglia nel principio comune secondo cui non si devono fare illeciti ma perché sbaglia nel credere che ogni giuramento è illecito49 . Quindi, come detto, nella coscienza morale soprannaturale, resta la synderesi ma coadiuvata dalla fede in questa linea dobbiamo intendere quello che dice s. Tommaso nel seguente testo :

Deinde cum dicit “Beatus qui non iudicat” […] Id enim quod universaliter fide tenemus, puta usum ciborum esse licitum vel illicitum, conscientia applicat ad opus quod est factum vel faciendum […]”50

Per noi questo significa che la coscienza soprannaturale, sempre guidata dalla synderesi ma appunto coadiuvata dalla fede, applica al caso concreto ciò che universalmente teniamo per fede. La fede è dunque la luce sulla base della quale si compie la coscienza morale soprannaturale, per la fede partecipiamo in Cristo alla conoscenza di Dio:

[…]per potentiam intellectivam homo participat cognitionem Dei per virtutem fidei[…]”51

Per la fede, quindi, partecipiamo alla conoscenza divina, in Cristo, sicché possiamo giudicare in modo veramente retto le nostre azioni.

Per fede vengono fissati in noi i principi dell’operare soprannaturale sulla base dei quali giudichiamo il nostro comportamento. A questo riguardo dice s. Tommaso:

La fede illumina l’intelletto donando ad esso la conoscenza di verità soprannaturali che sono principi per l’azione soprannaturale52; ma va notato che la fede di cui qui si parla è, soprattutto, la fede perfetta, e affinché l’atto della fede sia perfetto e meritorio occorre che l’abito della virtù sia nell’intelletto, per la fede stessa, e nella volontà53, per la s. carità54. Per la fede perfezionata dalla carità, nella maniera più piena si attua in noi il giudizio di Cristo su una determinata azione, è per questa fede che la sapienza di Cristo per giudicare viene a noi partecipata in modo molto alto, è per questa fede unita alla carità che la vita divina, attraverso Cristo viene in noi e ci comunica i doni dello Spirito Santo che radicano più pienamente in noi l’abito della fede e perfezionano la nostra coscienza. A riguardo occorre considerare che, come detto, la coscienza, a livello naturale, è applicazione degli abiti operativi della ragione che sono la synderesi, la scienza e la sapienza; a livello soprannaturale la coscienza morale è partecipazione, per grazia, alla perfezione degli abiti operativi di Cristo, partecipazione che si attua in noi attraverso la fede, la carità, le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo: la carità difatti informa la fede e porta nell’anima umana tutte le virtù e i doni dello Spirito Santo; per tale partecipazione alle perfezioni di Cristo noi possiamo realizzare nella maniera più alta e divina i 2 atti in cui consiste la coscienza morale: l’esame e il consiglio o deliberazione55. Per tale partecipazione alle perfezioni di Cristo, ulteriormente, la nostra volontà, che è il fulcro della vita morale cristiana, può orientarsi verso ciò che è semplicemente buono per l’uomo vale a dire che può orientarsi rettamente verso la beatitudine del cielo e verso tutto quello che ad essa veramente conduce.

La relazione tra la carità e la fede va precisata ulteriormente considerando che attraverso la carità lo Spirito Santo perfeziona e quindi illumina, in certo modo, la fede perché la persona giudichi rettamente il bene da farsi; a sua volta lo Spirito Santo attraverso la fede orienta, in certo modo, la carità : attraverso la fede noi infatti conosciamo il modo di agire retto e la carità vera ci muove ad agire appunto secondo questa rettitudine; la fede, infatti, ha per oggetto la Verità Prima che è il fine di tutte le nostre azioni e di tutti i nostri desideri e che ci illumina anche su ciò che dobbiamo fare: perciò si dice che la fede opera per la carità 56; bisogna ulteriormente precisare a riguardo che la fede, sebbene abbia l’intelletto speculativo come suo soggetto, si estende all’intelletto pratico, perché l’intelletto speculativo diventa pratico per estensione, dunque la fede illumina anche il nostro intelletto pratico e illumina, come visto, l’atto di coscienza morale soprannaturale per il quale conosciamo ciò che dobbiamo fare secondo la Volontà di Dio; la carità consiste precisamente nel fare bene, soprannaturalmente, ciò che Dio vuole da noi e quindi nel vivere nella luce della Verità che risplende in particolare nel giudizio della retta coscienza .… La carità quindi ci porta a vivere secondo la retta coscienza illuminata in particolare dalla fede …

Per la fede formata vengono in noi i doni dello Spirito Santo che ci permettono di partecipare più profondamente a Cristo e quindi di emettere un atto di coscienza soprannaturale che partecipa più pienamente della perfezione di Lui. Si consideri a questo riguardo che la vita spirituale è tale che con la grazia e la carità vengono in noi, perfezionate, tutte le altre virtù infuse57 e tutti i doni dello Spirito Santo58, cioè tutte le nostre disposizioni all’agire soprannaturale. Facciamo rilevare inoltre che i doni dello Spirito Santo e le virtù infuse ci sono stati donati attraverso Cristo59 che è la Fonte della vita (spirituale) cristiana60, cioè di tutta la vita spirituale cristiana, e l’Eucaristia ci dona lo stesso Cristo, applica a noi la potenza salvifica e santificante di tutti i Misteri della sua vita61 e ci fa ricevere in pienezza i suoi doni perciò ci dona tutta la vita spirituale: l’Eucaristia ci dona tutta la vita spirituale e ci perfeziona in essa62 unendoci a Cristo63 e facendoci partecipare a Lui; tale partecipazione può crescere sempre più sicché la sapienza di Cristo illumini sempre più la nostra coscienza morale soprannaturale.

 

Concludiamo questo lavoro ringraziando con Maria e in Maria, il Signore per tutto il bene che continuamente ci dona e in particolare per avere potuto realizzare questo scritto, a sua maggiore gloria.

 

«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».   

 

Note

1 Su questo tema si possono consultare utilmente: Beaudouin, R. –Gardeil, A., De conscientia, Doornik 1911; Borgonovo, G. (a cura di), “La coscienza”, L.E.V., Roma 1996; Garcia De Haro, R., De Celaya, I., La sabiduria moral cristiana, Pam­plona 1986; R. Garcia de Haro, Legge, coscienza e liberta“, Milano 1990; H. D. Noble, La conscience morale, Paris 1923; id., Le discerniment de la conscience morale, Paris 1934; L. Melina– J. Noriega – J. J. Perez-Soba, Camminare nella luce dell’amore, ed. Cantagalli, Siena 2008, 597629.

2 Testi in cui si parla piu“ direttamente della coscienza morale: Super Sent.,II d.24 q.2 a.4, q.3 a.3, d.39 q.3; De Ver.,q.17; S.Th., I q.79 a.13; S. Th. I-IIae q. 19; Quodl. VIII q.6 a 3; Quodl. IX q 7 a 2; Quodl. III q.12 a 2; vi sono inoltre importanti indicazioni su questo tema nei commenti di s. Tommaso alle lettere di s. Paolo quali In Rom. c.9 lec.1; In I Cor. c.2 lec.3; In Gal. c.5 l.1.

3De veritate, q. 17 a. 1 co.

4Cfr. De Ver.,q.17 a.2. «conscientia nihil aliud est quam applicatio scientiae ad aliquem specialem actum »

5De veritate, q. 17 a. 1 co.  “Et huius distinctionis haec videtur esse ratio; quia cum conscientiae sit aliquis actus …”

6De veritate, q. 17 a. 1 co.

7De veritate, q. 17 a. 1 co. “Secundum vero alium modum applicationis, quo notitia applicatur ad actum, ut sciatur an rectus sit, duplex est via. Una secundum quod per habitum scientiae dirigimur ad aliquid faciendum vel non faciendum. Alio modo secundum quod actus postquam factus est, examinatur ad habitum scientiae, an sit rectus vel non rectus. Et haec duplex via in operativis distinguitur secundum duplicem viam quae etiam est in speculativis; scilicet viam inveniendi et iudicandi. Illa enim via qua per scientiam inspicimus quid agendum sit, quasi consiliantes, est similis inventioni, per quam ex principiis investigamus conclusiones. Illa autem via qua ea quae iam facta sunt, examinamus et discutimus an recta sint, est sicut via iudicii, per quam conclusiones in principia resolvuntur. Secundum autem utrumque applicationis modum nomine conscientiae utimur. Secundum enim quod applicatur scientia ad actum ut dirigens in ipsum, secundum hoc dicitur conscientia instigare, vel inducere, vel ligare. Secundum vero quod applicatur scientia ad actum per modum examinationis eorum quae iam acta sunt, sic dicitur conscientia accusare vel remordere, quando id quod factum est, invenitur discordare a scientia ad quam examinatur; defendere autem vel excusare, quando invenitur id quod factum est, processisse secundum formam scientiae.  ”

8Cfr. De Ver.,q.17 a.2.

9De veritate, q. 17 a. 1 co. «Applicatur autem aliqua notitia ad aliquem actum dupliciter: uno modo secundum quod consideratur an actus sit vel fuerit: alio modo secundum quod consideratur an actus sit rectus vel non rectus.»

10Cfr.Super Sent., lib. 2 d. 24 q. 2 a. 4 co.

11Cfr. Super Sent II d. 24 q.2 a.4.

12 De Ver., q. 17 a. 1 ad 4. 

13Cfr. De Ver.,q.17 a.2. ; Super Sent., lib. 2 d. 24 q. 2 a. 4 co.

14Cfr. Super Sent., lib. 2 d. 24 q. 2 a. 4 co.

15Cfr. Super Sent., lib. 2 d. 24 q. 2 a. 4 co.

16Cfr. De Ver.,q.17 a. 1 in c. “….Sed in secunda et tertia applicatione, qua consiliamur quid agendum sit, vel examinamus iam facta, applicantur ad actum habitus rationis operativi, scilicet habitus synderesis et habitus sapientiae, quo perficitur superior ratio, et habitus scientiae, quo perficitur ratio inferior; sive simul omnes applicentur, sive alter eorum tantum.”

17Cfr. S.Th., Iª q. 79 a. 12 in c.

18 De Ver., q.17 a.1 in c.

19Cfr. S.Th., I q.79 a.13.

20Cfr. Super Sent.,II d. 24 q.3 a.3 ad 5m; d.39 q.3 a.1

21Cfr. Super Sent.,II d.24 q.2 a. 3 .

Cfr. Super Sent.,II d. 39 q.3 a.1ad 3m “Ad tertium dicendum, quod sicut lumen intellectus naturale non sufficit in cognoscendo ea quae fidei sunt; ita etiam non sufficit in remurmurando his quae contra fidem sunt, nisi lumine fidei adjuncto; et ideo synderesis etiam in infidelibus manet integra quantum ad lumen naturale; sed quia privato lumine fidei excaecati sunt, non remurmurat eorum synderesis his quae contra fidem sunt. Vel dicendum, quod synderesis semper remurmurat malo in universali; sed quod in haeretico non remurmurat huic malo particulari, hoc contingit propter errorem rationis in applicatione universalis principii ad particulare opus, ut patebit in sequenti articulo.”

22 De Ver., q. 17 a. 4 in c.

23De Ver., q. 17 a. 5 in c.

24De Ver., Q.17 a. 4 in c.

25 De Ver., q. 17 a. 4 ad 7 .

26 Quodlibet III, q. 12 a. 2 ad 2 «Ad secundum ergo dicendum, quod si alicui dictat conscientia ut faciat illud quod est contra legem Dei, si non faciat, peccat; et similiter si faciat, peccat: quia ignorantia iuris non excusat a peccato, nisi forte sit ignorantia invincibilis, sicut est in furiosis et amentibus; quae omnino excusat. Nec tamen sequitur quod sit perplexus simpliciter, sed secundum quid. Potest enim erroneam conscientiam deponere, et tunc faciens secundum legem Dei non peccat.»

27 Cfr. De Ver. q. 17 a. 5 «Dicendum, quod huius quaestionis solutio satis ex his quae dicta sunt, potest apparere. Dictum est enim supra, quod conscientia non ligat nisi in vi praecepti divini, vel secundum legem scriptam, vel secundum legem naturae inditi. Comparare igitur ligamen conscientiae ad ligamen quod est ex praecepto praelati, nihil est aliud quam comparare ligamen praecepti divini ad ligamen praecepti praelati. Unde, cum praeceptum divinum obliget contra praeceptum praelati, et magis obliget quam praeceptum praelati: etiam conscientiae ligamen erit maius quam ligamen praecepti praelati, et conscientia ligabit, etiam praecepto praelati in contrarium existente. Tamen hoc diversimode se habet in conscientia recta et erronea. Conscientia enim recta simpliciter et perfecte contra praeceptum praelati obligat. Simpliciter quidem, quia eius obligatio auferri non potest, cum talis conscientia sine peccato deponi non possit. Perfecte autem, quia conscientia recta non solum hoc modo ligat, ut ille qui eam non sequitur peccatum incurrat, sed etiam ut ille qui eam sequitur sit immunis a peccato quantumcumque praeceptum praelati sit in contrarium. Sed conscientia erronea ligat contra praeceptum praelati etiam in indifferentibus secundum quid et imperfecte. Secundum quid quidem, quia non obligat in omnem eventum, sed sub conditione suae durationis: potest enim aliquis et debet talem conscientiam deponere. Imperfecte autem, quia ligat quantum ad hoc quod ille qui eam non sequitur, peccatum incurrit; non autem quantum ad hoc quod ille qui eam sequitur, peccatum evitet, cum praeceptum praelati est in contrarium, si tamen ad illud indifferens praeceptum praelati obliget: in tali enim casu peccat, sive non faciat, quia contra conscientiam agit, sive faciat, quia praelato inobediens est. Magis autem peccat si non faciat, conscientia durante, quod conscientia dictat; cum plus liget quam praeceptum praelati.”

28Cfr. Quodlibet VIII, q. 6 a. 5 co. “Cuius quaestionis de facili patet solutio: quia, cum conscientia etiam erronea habeat vim ligandi, ex hoc ipso quod contra conscientiam facit, mortaliter peccat. Error autem conscientiae quandoque habet vim absolvendi sive excusandi: quando scilicet procedit ex ignorantia eius quod quis scire non potest, vel scire non tenetur. Et in tali casu, quamvis factum de se sit mortale, tamen intendens peccare venialiter, peccaret venialiter; sicut si aliquis intenderet accedere ad uxorem suam causa delectationis, et ita intenderet peccare venialiter, si alia ei supponeretur eo nesciente, nihilominus venialiter peccaret. Quandoque vero error conscientiae non habet vim absolvendi vel excusandi: quando scilicet ipse error peccatum est, ut cum procedit ex ignorantia eius quod quis scire tenetur et potest; sicut si crederet fornicationem simplicem esse peccatum veniale; et tunc, quamvis crederet peccare venialiter, non tamen peccaret venialiter, sed mortaliter.

29Cfr. Super Sent., II d.24 q.3 a.3 ad 3m.

30Cfr. S.Th.II-IIae q.23 a. 3 in c. e a.6 in c.

31Cfr. S.Th., I-IIae q.85 a.3

32Super Heb., cap. 9 l. 3

 

33 Cfr. In Rom. c.9 lec.1.

34Cfr. S.Th.II-IIae q.23 a. 3 in c. e a.6 in c.

35 H. D. Noble, La conscience morale, Paris 1923 pp. 135159; Le discerniment de la conscience morale, Paris 1934 pp. 5376 . 96126.

36Super Heb., cap. 9 l. 3

 

37Cfr. S.Th., I-II, q. 19 a. 4 ad 3m .

38Cfr. S.Th., I-II q. 93 a. 4.

39De Ver.,q.17 a.5 ad 4m.

40 Super Sent.,II d. 39 q.3 a.1ad 3m

41 Super Sent., lib. 2 d. 39 q. 3 a. 2 in c. “Respondeo dicendum, quod sicut ex praedictis patet, prima principia, quibus ratio dirigitur in agendis, sunt per se nota; et circa ea non contingit errare, sicut nec contingit errare ipsum demonstrantem circa principia prima. Haec autem principia agendorum naturaliter cognita ad synderesim pertinent, sicut Deo esse obediendum, et similia. Sicut autem in scientiis demonstrativis ex principis communibus non deducuntur conclusiones nisi mediantibus principiis propriis et determinatis ad genus illud, virtutem primorum principiorum continentibus; ita in operabilibus, in quibus ratio deliberans syllogismo quodam utitur ad inveniendum quid bonum sit, ut patet ex 3 de anima, ex principiis communibus in conclusionem hujus operis determinati venit mediantibus quibusdam principiis propriis et determinatis. Haec autem propria principia non sunt per se nota naturaliter sicut principia communia: sed innotescunt vel per inquisitionem rationis, vel per assensum fidei. Et quia non omnium est fides, ut dicitur 2 Thessal. 3, et iterum quia ratio conferens quandoque decipitur; ideo circa ista principia contingit errare; sicut haereticus errat in hoc quod credit omne juramentum esse illicitum. Et haec principia determinata pertinent ad rationem superiorem vel inferiorem; veritas autem conclusionis dependet ex utrisque principiis: et ideo cum conscientia sit quaedam conclusio sententians quid bonum sit fieri vel dimitti, ut patet ex his quae dicta sunt supra, dist. 24, quaest. 3, art. 3, contingit in conscientia errorem esse propter hoc quod ratio decipitur in principiis appropriatis; sicut conscientia haeretici decipitur dum credit se non debere jurare etiam pro causa legitima, quando ab eo expetitur: non quia decipiatur in hoc communi principio, quod est, nullum illicitum esse faciendum; sed quia decipitur in hoc quod credit omne juramentum esse illicitum, quod quasi pro principio accipit.”

42 Cfr. In Rom. c.9 lec.1.

43 In 1Cor. c.2 lec.3.

44 In Rom., cap. 14 l. 3

45S.Th., IIª-IIae q. 44 a. 1 co « Finis autem spiritualis vitae est ut homo uniatur Deo, quod fit per caritatem, et ad hoc ordinantur, sicut ad finem, omnia quae pertinent ad spiritualem vitam.  Unde et apostolus dicit, I ad Tim. I, finis praecepti est caritas de corde puro et conscientia bona et fide non ficta. Omnes enim virtutes, de quarum actibus dantur praecepta, ordinantur vel ad purificandum cor a turbinibus passionum, sicut virtutes quae sunt circa passiones; vel saltem ad habendam bonam conscientiam, sicut virtutes quae sunt circa operationes; vel ad habendam rectam fidem, sicut illa quae pertinent ad divinum cultum. Et haec tria requiruntur ad diligendum Deum, nam cor impurum a Dei dilectione abstrahitur propter passionem inclinantem ad terrena; conscientia vero mala facit horrere divinam iustitiam propter timorem poenae; fides autem ficta trahit affectum in id quod de Deo fingitur, separans a Dei veritate.»

 

46Cfr. S.Th., I-II, q. 110 a. 3 in c. “.. lumen gratiae, quod est participatio divinae naturae, est aliquid praeter virtutes infusas, quae a lumine illo derivantur, et ad illud lumen ordinantur …. virtutes infusae perficiunt hominem ad ambulandum congruenter lumini gratiae.”

47 In 1Cor. c.2 lec.3. “…“nos autem”, scilicet spirituales viri, “sensum Christi habemus” idest recipimus in nobis sapientiam Christi ad iudicandum. Eccli 17,6: Creavit illis scientiam spiritus, sensu adimplevit corda illorum”.

48Cfr. Super Sent., III d. 13 q. 2 a. 1 in c. “dicitur caput ratione secundae proprietatis, quia per ipsum, sensum fidei et motum caritatis accepimus, quia gratia et veritas per Jesum Christum facta est; Joan. 1, 17: et similiter direxit nos doctrina et exemplo: quia coepit Jesus facere et docere, Act. 1, 1…. Christus secundum humanam naturam habet perfectionem aliis homogeneam, et est principium quasi univocum, et est regula conformis, et unius generis.

49 Super Sent., lib. 2 d. 39 q. 3 a. 2 in c. “Respondeo dicendum, quod sicut ex praedictis patet, prima principia, quibus ratio dirigitur in agendis, sunt per se nota; et circa ea non contingit errare, sicut nec contingit errare ipsum demonstrantem circa principia prima. Haec autem principia agendorum naturaliter cognita ad synderesim pertinent, sicut Deo esse obediendum, et similia. Sicut autem in scientiis demonstrativis ex principis communibus non deducuntur conclusiones nisi mediantibus principiis propriis et determinatis ad genus illud, virtutem primorum principiorum continentibus; ita in operabilibus, in quibus ratio deliberans syllogismo quodam utitur ad inveniendum quid bonum sit, ut patet ex 3 de anima, ex principiis communibus in conclusionem hujus operis determinati venit mediantibus quibusdam principiis propriis et determinatis. Haec autem propria principia non sunt per se nota naturaliter sicut principia communia: sed innotescunt vel per inquisitionem rationis, vel per assensum fidei. Et quia non omnium est fides, ut dicitur 2 Thessal. 3, et iterum quia ratio conferens quandoque decipitur; ideo circa ista principia contingit errare; sicut haereticus errat in hoc quod credit omne juramentum esse illicitum. Et haec principia determinata pertinent ad rationem superiorem vel inferiorem; veritas autem conclusionis dependet ex utrisque principiis: et ideo cum conscientia sit quaedam conclusio sententians quid bonum sit fieri vel dimitti, ut patet ex his quae dicta sunt supra, dist. 24, quaest. 3, art. 3, contingit in conscientia errorem esse propter hoc quod ratio decipitur in principiis appropriatis; sicut conscientia haeretici decipitur dum credit se non debere jurare etiam pro causa legitima, quando ab eo expetitur: non quia decipiatur in hoc communi principio, quod est, nullum illicitum esse faciendum; sed quia decipitur in hoc quod credit omne juramentum esse illicitum, quod quasi pro principio accipit.”

50 In Rom., cap. 14 l. 3

51Cfr. S.Th., I-IIae q. 110 a.4 in c.

52 De virt., q. 1 a. 10 in co. «Naturalia autem operationum principia sunt essentia animae, et potentiae eius, scilicet intellectus et voluntas, quae sunt principia operationum hominis, in quantum huiusmodi; nec hoc esse posset, nisi intellectus haberet cognitionem principiorum per quae in aliis dirigeretur, et nisi voluntas haberet naturalem inclinationem ad bonum naturae sibi proportionatum; sicut in praecedenti quaestione dictum est. Infunditur igitur divinitus homini ad peragendas actiones ordinatas in finem vitae aeternae primo quidem gratia, per quam habet anima quoddam spirituale esse, et deinde fides, spes et caritas; ut per fidem intellectus illuminetur de aliquibus supernaturalibus cognoscendis, quae se habent in isto ordine sicut principia naturaliter cognita in ordine connaturalium operationum; per spem autem et caritatem acquirit voluntas quamdam inclinationem in illud bonum supernaturale ad quod voluntas humana per naturalem inclinationem non sufficienter ordinatur.»

53Cfr. S.Th.,II-II a. 2 ad 2m “Ad secundum dicendum quod non solum oportet voluntatem esse promptam ad obediendum, sed etiam intellectum esse bene dispositum ad sequendum imperium voluntatis, sicut oportet concupiscibilem esse bene dispositam ad sequendum imperium rationis. Et ideo non solum oportet esse habitum virtutis in voluntate imperante, sed etiam in intellectu assentiente.”

54Cfr S.Th.,II-II a. 3, iltesto di questo articolo si veda su questo nostro lavoro qualche nota più avanti.

55 De Ver.,q.17 a.1 in c.

56Cfr. S.Th., II-II q. 2 a. 2 ad 3m “Ad tertium dicendum quod fides est in intellectu speculativo sicut in subiecto, ut manifeste patet ex fidei obiecto. Sed quia veritas prima, quae est fidei obiectum, est finis omnium desideriorum et actionum nostrarum, ut patet per Augustinum, in I de Trin.; inde est quod per dilectionem operatur. Sicut etiam intellectus speculativus extensione fit practicus, ut dicitur in III de anima.”

57Cfr.S.Th., I-II q.65 a. 3 “ Respondeo dicendum quod cum caritate simul infunduntur omnes virtutes morales. Cuius ratio est quia Deus non minus perfecte operatur in operibus gratiae, quam in operibus naturae. Sic autem videmus in operibus naturae, quod non invenitur principium aliquorum operum in aliqua re, quin inveniantur in ea quae sunt necessaria ad huiusmodi opera perficienda, sicut in animalibus inveniuntur organa quibus perfici possunt opera ad quae peragenda anima habet potestatem. Manifestum est autem quod caritas, inquantum ordinat hominem ad finem ultimum, est principium omnium bonorum operum quae in finem ultimum ordinari possunt. Unde oportet quod cum caritate simul infundantur omnes virtutes morales, quibus homo perficit singula genera bonorum operum. Et sic patet quod virtutes morales infusae non solum habent connexionem propter prudentiam; sed etiam propter caritatem. Et quod qui amittit caritatem per peccatum mortale, amittit omnes virtutes morales infusas.”

58Cfr.S.Th.,Iª-IIae q. 68 a. 5 in c. “Respondeo dicendum quod huius quaestionis veritas de facili ex praemissis potest haberi. Dictum est enim supra quod sicut vires appetitivae disponuntur per virtutes morales in comparatione ad regimen rationis, ita omnes vires animae disponuntur per dona in comparatione ad Spiritum Sanctum moventem. Spiritus autem sanctus habitat in nobis per caritatem, secundum illud Rom. V, caritas Dei diffusa est in cordibus nostris per Spiritum Sanctum, qui datus est nobis, sicut et ratio nostra perficitur per prudentiam. Unde sicut virtutes morales connectuntur sibi invicem in prudentia, ita dona Spiritus Sancti connectuntur sibi invicem in caritate, ita scilicet quod qui caritatem habet, omnia dona Spiritus Sancti habet; quorum nullum sine caritate haberi potest.”

59 Super Sent., III proemium “Et sic patet materia tertii libri: in cujus prima parte agitur de incarnatione, in secunda de virtutibus et donis nobis per Christum collatis.”

60 Super Sent., IV q.8 d.1 a.1 q.1 ad 1m. (vedi nota seguente)

61 S. Th. III q. 40 a.3 “Secundo quia, sicut mortem corporalem assumpsit ut nobis vitam largiretur spiritualem, ita corporalem paupertatem sustinuit ut nobis spirituales divitias largiretur, secundum illud II Cor. VIII, scitis gratiam domini nostri Iesu Christi, quoniam propter nos egenus factus est, ut illius inopia divites essemus.” Si veda in questo nostro libro quanto abbiamo affermato al capitolo IV, D,f, 3 , cioè nel paragrafo intitolato “Precisazioni riguardo alla relazione dell’ Eucaristia con i vari misteri della vita di Cristo.”

62S. Th. III q. 79 a. 1 ad 1m “Ad primum ergo dicendum quod hoc sacramentum ex seipso virtutem habet gratiam conferendi, nec aliquis habet gratiam ante susceptionem huius sacramenti nisi ex aliquali voto ipsius, vel per seipsum, sicut adulti, vel voto ecclesiae, sicut parvuli, sicut supra dictum est. Unde ex efficacia virtutis ipsius est quod etiam ex voto ipsius aliquis gratiam consequatur, per quam spiritualiter vivificetur. Restat igitur ut, cum ipsum sacramentum realiter sumitur, gratia augeatur, et vita spiritualis perficiatur. …Per hoc autem sacramentum augetur gratia, et perficitur spiritualis vita, ad hoc quod homo in seipso perfectus existat per coniunctionem ad Deum.”

 

63 Super Sent., IV q.8 d.1 a.1 q.1 ad 1m “Fons autem christianae vitae est Christus; et ideo hoc modo eucharistia perficit, Christo conjungens; et ideo hoc sacramentum est perfectio omnium perfectionum, ut Dionysius dicit; unde et omnes qui sacramenta alia accipiunt, hoc sacramento in fine confirmantur, ut ipse dicit.”

 

Il bel libro di un nipote del famoso scienziato L. Pasteur fa emergere in modo chiarissimo la sua fede cattolica. Alcuni o molti non parlano della fede di questo eccelso uomo di pensiero allorché ne tracciano la biografia , il libro di Maurice

VALLERY-RADOT "Pasteur"  che ora è anche in versione e-book mette in chiara evidenza la profonda relazione con Dio di questo gigante della scienza . Voglio qui sottolineare due passaggi dell'opera di Vallery Radot : gli ultimi Sacramenti amministrati a Pasteur su sua richiesta e l'elogio fatto dal Papa a Pasteur e alla sua fede  . Ringraziamo Dio per la fede donata a Pasteur e per la grandi scoperte scientifiche che attraverso lui ci ha donato. 

Il grande scienziato Pasteur, cattolico, riceve gli ultimi Sacramenti prima di morire ..... 
" A la fin de 1894, Pasteur se plonge dans une biographie de saint Vincent de Paul si proche de son éthique. Au cours du carême de 1895, il se fait lire par sa femme les quatre Évangiles selon une confidence de Marie-Louise à sa belle-sœur Alice Vallery-Radot 89. La « Réconciliation » se réalise le lundi de Pâques 1895, « sans mystère ni ostentation », à la demande de Pasteur. Ce jour-là, le père Boulanger communia Pasteur. Longtemps on a tout ignoré sur les relations des deux hommes. L'un et l'autre se sont tus. Le père Boulanger, c'est tout à son honneur, a toujours voulu garder le silence avec une infinie délicatesse et un humble effacement personnel 90. S'il s'est tu, du moins a-t-il écrit. Il existe une correspondance intime entre le religieux et la fille de Pasteur (Correspondance conservée dans les archives de la bibliothèque dominicaine du Saulchoir sous la référence V, 206 (don de la famille). Cette correspondance décrit le dur cheminement d'une âme sur la voie de la perfection." (VALLERY-RADOT, Maurice. Pasteur (French Edition) (posizioni nel Kindle 9570-9580). edi8. Edizione del Kindle.) 
"C'était toujours avec émotion que le père Boulanger évoquait la foi de Pasteur (Correspondance conservée dans les archives de la bibliothèque dominicaine du Saulchoir sous la référence V, 206 (don de la famille). (VALLERY-RADOT, Maurice. Pasteur (French Edition) (posizioni nel Kindle 9586-9588). edi8. Edizione del Kindle.)   

 

 

 

 

 

 

 

L’elogio tributato a Pasteur dalla Santa Sede Lors de la célébration du centenaire de la naissance de Pasteur, le Saint-Siège avait été invité à participer aux manifestations prévues. Le pape Pie XI accepta de s’y associer en y déléguant son nonce en France, Mgr Cerretti. La lettre adressée à cette occasion par le pape au nonce conclura ce chapitre 101 : « Vénérable frère, salut et bénédiction apostolique. L’invitation qui a été faite au Saint-Siège de participer aux solennités du centenaire de Louis Pasteur nous a été particulièrement agréable, et Nous voulons Nous-mêmes Nous y associer en vous déléguant pour Nous représenter en cette circonstance. « Pasteur est une figure trop noble de savant chrétien, ses succès scientifiques ont été trop bienfaisants, son œuvre de charité et de dévouement est trop universelle pour que le Saint-Siège ne s’associe pas aux fêtes organisées pour célébrer sa mémoire. « Ses études sur l’origine de la vie, sa lutte contre les maladies microbiennes, ont été la base et le point de départ de toute une série d’applications qui ne cessent de répandre leurs bienfaits à toute l’humanité souffrante. « Mais surtout, au milieu de ses études et de ses magnifiques découvertes, il gardait la foi droite, simple et confiante, et ses études scientifiques lui faisaient découvrir de plus en plus, au fond de toutes choses, le Dieu infini, qui illuminait et consolait son âme, qui inspirait sa charité. C’est avec ce secours divin qu’il put, comme il l’affirma dans son discours d’inauguration de l’Institut qui porte son nom, reculer les frontières de la vie : ce qui n’est certes pas un modeste titre de gloire pour un mortel. « Heureux de Nous associer aux fêtes solennelles du centenaire de ce savant, grand parmi les plus grands, Nous formons le vœu que la jeunesse studieuse et les hommes de science s’inspirent des magnifiques exemples de ce maître. « En témoignage de Notre spéciale bienveillance Nous vous accordons de tout cœur la Bénédiction Apostolique. « Rome, du Vatican, le 20 mai 1923. « PIUS PP. XI. » ( VALLERY-RADOT, Maurice. Pasteur (French Edition) (posizioni nel Kindle 96649687). edi8. Edizione del Kindle.)

 

 

 
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Mons. Luigi Negri


   

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