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Lunedì, 24 Agosto 2015 00:00

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Il caso citato dal p. Pani sulla Civiltà Cattolica attinente al Concilio di Trento e la situazione attuale circa i divorziati risposati: nessuna sanatoria per gli adulteri!!


Nella Civiltà Cattolica del 4 ottobre 2014 in un articolo a firma di p. Pani, viene esaminato un caso verificatosi durante il Concilio di Trento.


In sintesi il caso è il seguente: nel Concilio di Trento i Padri, su richiesta della Repubblica di Venezia, evitarono di approvare questo articolo: «Sia anatema chi dice che il matrimonio si può sciogliere per l’adulterio dell’altro coniuge, e che ad ambedue i coniugi o almeno a quello innocente, che non ha causato l’adulterio, sia lecito contrarre nuove nozze, e non commette adulterio chi si risposa dopo aver ripudiato la donna adultera, né la donna che, ripudiato l’uomo adultero, ne sposi un altro»; fu approvato al suo posto questo altro testo ««Se qualcuno dirà che la Chiesa sbaglia quando ha insegnato e insegna, secondo la dottrina del Vangelo e degli apostoli, che il vincolo (39) del matrimonio non può essere sciolto per l’adulterio di uno dei coniugi; che nessuno dei due, nemmeno l’innocente, che non ha dato motivo all’adulterio, può contrarre un altro matrimonio, vivente l’altro coniuge; che commette adulterio il marito che, cacciata l’adultera, ne sposi un’altra, e la moglie che, cacciato l’adultero, ne sposi un altro, sia anatema» ; la scelta di questo secondo testo, afferma p. Pani, si richiese per evitare scismi e altri contrasti nei domini veneziani di oriente in cui c’erano cattolici che vivevano in situazioni particolari con gli ortodossi.
Il caso in questione appare indicato indirettamente come una apertura alla linea del card. Kasper nelle discussioni sulla pastorale riguardo ai divorziati risposati, con tale caso viene infatti portata avanti l’idea di una misericordia spinta fino ad accettare le seconde nozze … ; tuttavia occorre notare che la situazione, a quei tempi, risultava del tutto differente da ciò che viviamo dei nostri tempi perché, come mi ha chiaramente precisato il card. Brandmuller (grande esperto di storia della Chiesa) in una conversazione telefonica, il Concilio di Trento non ha voluto occuparsi di ciò che non atteneva alla condanna dei protestanti e delle loro dottrine, infatti il Concilio di Trento aveva come scopo la risoluzione del problema rappresentato dal protestantesimo; nella condanna fatta dal can. 7 del Decreto sul Matrimonio, inoltre, ricadono anche le tradizioni orientali
perché se la Chiesa dice rettamente che il vincolo coniugale non può essere sciolto per adulterio e che è adultero chi si risposa mentre è ancora valido un matrimonio pre-esistente, è evidente che tale secondo matrimonio è condannato dalla Chiesa e chi vive in tale stato di adulterio è in stato di peccato grave e non si può accostare alla Eucaristia; infatti il Concilio di Trento precisa molto bene che per ricevere la Comunione Eucaristica occorre essere in grazia e dunque libero dal peccato grave.
Quando poi la Santa Sede si volle occupare specificamente degli orientali e delle loro tradizioni circa le seconde nozze lo fece condannando radicalmente tali tradizioni. Nel 1593 papa Clemente VIII (15921605) emanò un’istruzione sui riti degli italo-greci in cui stabilisce espressamente che i vescovi non dovevano, per nessun motivo, tollerare il divorzio e che se qualcuno era stato approvato doveva essere dichiarato nullo e invalido.

Urbano VIII (16231644) compilò una professione di fede da imporsi ai membri della chiesa greca scismatica che venivano ricevuti nella Chiesa cattolica. Questo documento contiene una dichiarazione che, sebbene l’adulterio possa giustificare una separazione, non rende assolutamente lecito contrarre un nuovo matrimonio. Benedetto XIV (17401758), nella sua istruzione per gli italo-greci (1742), ripete, parola per parola, il decreto di Clemente VIII. Va notato che il Concilio non approvò nessuna prassi greca o di seconde nozze!! …
Dunque non ci fu «sanatoria» realizzata dal Concilio di Trento nei confronti di questi cristiani orientali divorziati risposati.
Va anche notato che la situazione di quei cristiani orientali era ben differente da quella dei divorziati risposati di oggi perché essi seguivano una consuetudine che, secondo p. Pani, rimontava ad alcuni Padri della Chiesa, oggi, oltre a tutta la Tradizione precedente sull’indissolubilità del matrimonio anche il Con­cilio di Trento è ben rad­i­cato nella Chiesa con le sue affermazioni e le sue condanne; sono quasi 5 sec­oli che le dot­trine tri­den­tine, anche circa l’indissolubilità del matrimonio, sono state fis­sate, dunque tutti le pos­sono conoscere bene e ci sono state in questi ultimi sec­oli anche molte affer­mazioni di Papi che hanno con­dan­nato le sec­onde nozze rib­adendo l’indissolubilità del mat­ri­mo­nio, inoltre le per­sone divorzi­ate risposate con cui abbi­amo a che fare sono per­sone che si sono sposate in chiesa e sape­vano, nor­mal­mente, che il mat­ri­mo­nio è indis­sol­u­bile e lo hanno accettato, e tali per­sone non si trovavano in zone in cui si seguivano tradizioni di probabile origine patris­tica e che per­me­t­tevano loro le sec­onde nozze ma nelle loro zone era seguita la Tradizione che imponeva loro di essere fedeli al mat­ri­mo­nio indis­sol­u­bile.
In conclusione: il Concilio di Trento ha condannato le seconde nozze e l’adulterio collegato con esse perciò ha condannato la Comunione di chi vivi in tale situazione di adulterio, perciò ha condannato le tradizioni orientali riguardanti un secondo matrimonio, tali condanne sono state esplicitate già pochi anni dopo da Clemente VIII e successivamente da altri Papi; la situazione di quei cristiani orientali del periodo del Concilio di Trento era completamente diversa da quella dei divorziati di oggi giacché quella gente seguiva consuetudini di presunta origine patristica che permettevano le seconde nozze a differenza dei cattolici dei nostri tempi che seguono la Tradizione cattolica della indissolubilità matrimoniale .… e se in quella situazione non ci fu sanatoria ma anzi condanna tantomeno è possibile che tale sanatoria ci sia oggi.

Essi se vogliono ricevere l’Eucaristia devono vivere in grazia di Dio e non in adulterio; per essi vale pienamente la dottrina magisteriale attuale ribadita anche nell’ultimo Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione e in questo testo del Pontificio Consiglio dei Testi Legislativi.

CIRCA L’AMMISSIBILITÀ ALLA SANTA COMUNIONE DEI DIVORZIATI RISPOSATI

Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi
(L’Osservatore Romano, 7 luglio 2000, p. 1; Communicationes, 32 [2000], pp. )

Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che: «Non siano ammessi alla sacra Comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» (can. 915). Negli ultimi anni alcuni autori hanno sostenuto, sulla base di diverse argomentazioni, che questo canone non sarebbe applicabile ai fedeli divorziati risposati. Viene riconosciuto che l’Esortazione Apostolica Familiaris consortio(1) del 1981 aveva ribadito, al n. 84, tale divieto in termini inequivocabili, e che esso è stato più volte riaffermato in maniera espressa, specialmente nel 1992 dal Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1650, e nel 1994 dalla Lettera Annus internationalis Familiae della Congregazione per la Dottrina della Fede(2). Ciò nonostante, i predetti autori offrono varie interpretazioni del citato canone che concordano nell’escludere da esso in pratica la situazione dei divorziati risposati. Ad esempio, poiché il testo parla di «peccato grave» ci sarebbe bisogno di tutte le condizioni, anche soggettive, richieste per l’esistenza di un peccato mortale, per cui il ministro della Comunione non potrebbe emettere ab externo un giudizio del genere; inoltre, perché si parli di perseverare «ostinatamente» in quel peccato, occorrerebbe riscontrare un atteggiamento di sfida del fedele, dopo una legittima ammonizione del Pastore.Davanti a questo preteso contrasto tra la disciplina del Codice del 1983 e gli insegnamenti costanti della Chiesa in materia, questo Pontificio Consiglio, d’accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede e con la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, dichiara quanto segue:

1. La proibizione fatta nel citato canone, per sua natura, deriva dalla legge divina e trascende l’ambito delle leggi ecclesiastiche positive: queste non possono indurre cambiamenti legislativi che si oppongano alla dottrina della Chiesa. Il testo scritturistico cui si rifà sempre la tradizione ecclesiale è quello di San Paolo: «Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor 11, 2729) (3).
     Questo testo concerne anzitutto lo stesso fedele e la sua coscienza morale, e ciò è formulato dal Codice al successivo canone 916. Ma l’essere indegno perché si è in stato di peccato pone anche un grave problema giuridico nella Chiesa: appunto al termine «indegno» si rifà il canone del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali che è parallelo al can. 915 latino: «Devono essere allontanati dal ricevere la Divina Eucaristia coloro che sono pubblicamente indegni» (can. 712).
     In effetti, ricevere il corpo di Cristo essendo pubblicamente indegno costituisce un danno oggettivo per la comunione ecclesiale; è un comportamento che attenta ai diritti della Chiesa e di tutti i fedeli a vivere in coerenza con le esigenze di quella comunione. Nel caso concreto dell’ammissione alla sacra Comunione dei fedeli divorziati risposati, lo scandalo, inteso quale azione che muove gli altri verso il male, riguarda nel contempo il sacramento dell’Eucaristia e l’indissolubilità del matrimonio. Tale scandalo sussiste anche se, purtroppo, siffatto comportamento non destasse più meraviglia: anzi è appunto dinanzi alla deformazione delle coscienze, che si rende più necessaria nei Pastori un’azione, paziente quanto ferma, a tutela della santità dei sacramenti, a difesa della moralità cristiana e per la retta formazione dei fedeli.2. Qualunque interpretazione del can. 915 che si opponga al suo contenuto sostanziale, dichiarato ininterrottamente dal Magistero e dalla disciplina della Chiesa nei secoli, è chiaramente fuorviante. Non si può confondere il rispetto delle parole della legge (cfr. can. 17) con l’uso improprio delle stesse parole come strumenti per relativizzare o svuotare la sostanza dei precetti.La formula «e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» è chiara e va compresa in un modo che non deformi il suo senso, rendendo la norma inapplicabile. Le tre condizioni richieste sono:
a) il peccato grave, inteso oggettivamente, perché dell’imputabilità soggettiva il ministro della Comunione non potrebbe giudicare;
b) l’ostinata perseveranza, che significa l’esistenza di una situazione oggettiva di peccato che dura nel tempo e a cui la volontà del fedele non mette fine, non essendo necessari altri requisiti (atteggiamento di sfida, ammonizione previa, ecc.) perché si verifichi la situazione nella sua fondamentale gravità ecclesiale;
c) il carattere manifesto della situazione di peccato grave abituale.Non si trovano invece in situazione di peccato grave abituale i fedeli divorziati risposati che, non potendo per seri motivi –quali, ad esempio, l’educazione dei figli– «soddisfare l’obbligo della separazione, assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Familiaris consortio, n. 84), e che sulla base di tale proposito hanno ricevuto il sacramento della Penitenza. Poiché il fatto che tali fedeli non vivono more uxorio è di per sé occulto, mentre la loro condizione di divorziati risposati è di per sé manifesta, essi potranno accedere alla Comunione eucaristica solo remoto scandalo.

3. Naturalmente la prudenza pastorale consiglia vivamente di evitare che si debba arrivare a casi di pubblico diniego della sacra Comunione. I Pastori devono adoperarsi per spiegare ai fedeli interessati il vero senso ecclesiale della norma, in modo che essi possano comprenderla o almeno rispettarla. Quando però si presentino situazioni in cui quelle precauzioni non abbiano avuto effetto o non siano state possibili, il ministro della distribuzione della Comunione deve rifiutarsi di darla a chi sia pubblicamente indegno. Lo farà con estrema carità, e cercherà di spiegare al momento opportuno le ragioni che a ciò l’hanno obbligato. Deve però farlo anche con fermezza, consapevole del valore che tali segni di fortezza hanno per il bene della Chiesa e delle anime.Il discernimento dei casi di esclusione dalla Comunione eucaristica dei fedeli, che si trovino nella descritta condizione, spetta al Sacerdote responsabile della comunità. Questi darà precise istruzioni al diacono o all’eventuale ministro straordinario circa il modo di comportarsi nelle situazioni concrete.4. Tenuto conto della natura della succitata norma (cfr. n. 1), nessuna autorità ecclesiastica può dispensare in alcun caso da quest’obbligo del ministro della sacra Comunione, né emanare direttive che lo contraddicano.5. La Chiesa riafferma la sua sollecitudine materna per i fedeli che si trovano in questa situazione o in altre analoghe, che impediscano di essere ammessi alla mensa eucaristica. Quanto esposto in questa Dichiarazione non è in contraddizione con il grande desiderio di favorire la partecipazione di quei figli alla vita ecclesiale, che si può già esprimere in molte forme compatibili con la loro situazione. Anzi, il dovere di ribadire questa non possibilità di ammettere all’Eucaristia è condizione di vera pastoralità, di autentica preoccupazione per il bene di questi fedeli e di tutta la Chiesa, poiché indica le condizioni necessarie per la pienezza di quella conversione, cui tutti sono sempre invitati dal Signore, in modo particolare durante quest’Anno Santo del Grande Giubileo.

Dal Vaticano, 24 giugno 2000.
Solennità della Natività di San Giovanni Battista.
Julián Herranz
Arcivescovo tit. di Vertara
PresidenteBruno Bertagna
Vescovo tit. di Drivasto SegretarioNote:
(1) AAS, 73 (1981), pp. 185186.
(2) AAS, 86 (1994), pp. 974979.
(3) Cfr. CONCILIO DI TRENTO, Decreto sul sacramento dell’Eucaristia: DH 16461647, 1661.
Documento dal sito del Vaticano

Ecco come il Sinodo del 2012 sulla Nuova Evangelizzazione ha affermato con chiarezza che i divorziati risposati, che vivono al modo di marito e moglie cioè compiendo atti coniugali propri degli sposi, non possono ricevere la Comunione Eucaristica.
“Il nostro pensiero è andato anche alle situazioni familiari e di convivenza in cui non si rispecchia quell’immagine di unità e di amore per tutta la vita che il Signore ci ha consegnato. Ci sono coppie che convivono senza il legame sacramentale del matrimonio; si moltiplicano situazioni familiari irregolari costruite dopo il fallimento di precedenti matrimoni: vicende dolorose in cui soffre anche l’educazione alla fede dei figli. A tutti costoro vogliamo dire che l’amore del Signore non abbandona nessuno, che anche la Chiesa li ama ed è casa accogliente per tutti, che essi rimangono membra della Chiesa anche se non possono ricevere l’assoluzione sacramentale e l’Eucaristia. Le comunità cattoliche siano accoglienti verso quanti vivono in tali situazioni e sostengano cammini di conversione e di riconciliazione.”
http://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20121026_message-synod_it.html

Sacerdote Tullio Rotondo
Dottore in Teologia
Gallo Matese (Ce)

Pubblicato in Attualità
   

Mons. Luigi Negri


   

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