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Sabato, 12 Aprile 2014 00:00

Testi e preghiera per giungere alla perfetta umiltà . Importantissimo , non perdetevi questo articolo!!!

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Uno dei padri vedendo uno peccare, pianse amaramente dicendo: “Oggi a te domani a me”. Anche se uno pecca in qualunque maniera davanti a te, non giudicarlo ma considerati peccatore più di lui.” (Detti dei Padri, Collezione anonima Coislin 126– Nau 327, vedi in “Detti editi e inediti dei Padri del deserto”, ed Qiqajon, 2002, p.237) Dai “Detti inediti dei Padri del deserto” Si racconta a proposito della s. umiltà che: « Un giorno abba (padre) Antonio (s. Antonio abate) pregava nella sua cella e giunse una voce dal cielo che gli disse: “Antonio, non sei ancora arrivato al grado di santità del tal ciabattino di Alessandria”. L’anziano si alzò di buon mattino, prese il suo bastone di palma e andò a trovarlo. Entrò, l’abbracciò, sedette accanto a lui e gli disse: ‘‘Fratello, dimmi quello che fai’’. Quello rispose: ‘‘Non so che cosa faccio di buono, abba. Semplicemente, al mattino, quando mi alzo e mi metto al lavoro, mi dico che tutti gli abitanti di questa città, dal più piccolo al più grande, entreranno nel Regno a motivo delle loro opere di giustizia; io solo riceverò il castigo per i miei peccati. E di nuovo, la sera, prima di addormentarmi, mi ripeto la stessa cosa”.

    A queste parole l’anziano disse: ‘‘In verità, come un buon orafo che sta a lavorare in pace a casa sua, hai ereditato il regno dei cieli; io invece non ho discernimento anche se dimoro sempre nel deserto e non ti ho raggiunto’’ » (Cfr. “Detti inediti…”, pp.195196).……

  Dice ancora s. Alfonso “Dobbiamo tutti persuaderci, che noi stiamo come sulla cima d’un monte, sospesi sull’abisso di tutt’i peccati, e sostenuti dal solo filo della Grazia: se questo filo ci lascia, noi certamente cadiamo in tale abisso e commetteremo le scelleraggini più orrende. Sal. 93. 17. Se Dio non mi avesse soccorso, io sarei caduto in mille peccati, ed ora starei nell’Inferno; così dicea il Salmista, e così dee dire ognuno di noi. Questo intendeva ancora S. Francesco d’Assisi, quando dicea, ch’esso era il peggior peccatore del Mondo. Ma, Padre mio (gli disse il compagno) questo che dite non è vero; vi sono molti nel mondo, che certamente son peggiori di voi. Sì ch’è troppo vero quel che dico (rispose il Santo), perché se Dio non mi tenesse le mani sovra, io commetterei tutt’i peccati.” “Venne voglia a F. Ruffino di sapere, in che consisteva quell» umiltà sì grande, e di tanto merito del B. P. S. Francesco. La onde seco ragionando gli disse. Padre mio amantissimo, vorrei che mi dicesti da dovero, in quanto conto voi vi tenete, e quello che vi pare di voi medesimo. A cui rispose il Santo. Io mi tengo d’esser veramente il maggior peccatore di questo mondo, e che manco servo Dio ch» alcun altro. E F. Ruffino di nuovo soggiunse, che ciò non poteva dir con verità, né con buona coscienza, stante che gl» altri (secondo si vedeva chiaramente) commettevano molti grandi peccati, de» quali (Dio gratia) egli era innocente. A che replicò il Santo: se con tanta misericordia avesse il Signore favorito quei tali, come egli ha fatto a me; per tristi e scellerati, che si fossero, son certo, che sarebbono stati molto più grati a Dio, che non son io, e gli harebbero servito molto meglio.…. Laonde per questa tanta gratia, che mi fa, io m» accuso, e confesso, per il maggior peccatore che sia».(MARCO DA LISBONA, Cronicas da Ordem dos frades Menores do serafico P. S. Francisco, Lisboa 1556, ed. ital.: Croniche de gli Ordini instituiti dal P. S. Francesco. Composte dal R. P. F. Marco da Lisbona.… e tradotte nella nostra italiana da M. Horatio Diola, Venetia 1582, P. I, lib. I, c. 68, p. 8485:)

Il B. Raimondo da Capua, Maestro Generale dei Domenicani, racconta di Santa Caterina da Siena che «ella non solo si metteva sotto alla più vile delle anime e desiderava incessantemente d’essere considerata come l’ultima di tutte, ma credeva fermamente di esser la causa di tutti i mali altrui. Ogni volta che pensava alle iniquità e alle sventure del mondo in generale o di ciascun individuo in particolare, ne attribuiva a se stessa la colpa, dicendo: Sei tu la causa di tutti questi mali; rientra dunque in te stessa e piangi le tue colpe ai piedi del Signore». E la Santa ciò spiegava dicendo ch’ella aveva mal corrisposto ai disegni di Dio sopra l’anima sua.» 

Disse s. Antonio “Ho visto tutte le reti del diavolo distese sulla terra e ho detto gemendo: chi potrà mai scampare da esse ? E udii una voce che mi disse “L’umiltà”. (“Vita e detti dei Padri del deserto”, Antonio,7)
Nel 1822, Dio ha concesso al Santo Curato d’Ars di avere una chiara visione delle sue miserie. Ne fu talmente spaventato che pregò l’Onnipotente di diffondere una luce meno viva sulla sua anima, per paura di avere pensieri di disperazione. Un giorno dirà al barone Belvey: «Non chiedete a Dio la conoscenza completa della vostra miseria, io l’ho chiesta una volta e l’ho ottenuta, se Dio non mi avesse sostenuto, in quel momento stesso sarei precipitato nella disperazione».

DOROTEO DI GAZA SCRITTI E INSEGNAMENTI SPIRITUALI L’UMILTA

«E’ evidente infatti che chi è umile, l’uomo di fede, sa che non può fare nulla di buono senza l’aiuto e la protezione di Dio e così non smette mai di invocare Dio perché abbia misericordia di lui» Disse uno degli Anziani: «Prima di ogni altra cosa abbiamo bisogno dell’umiltà», dobbiamo essere pronti a chiedere « Perdonatemi » ad ogni parola che ci viene detta, perché l’umiltà annienta ogni inganno dell’Avversario». Qual’é il senso profondo di questa parola dell’Anziano? Perché dice che prima di ogni altra cosa abbiamo bisogno dell’umiltà e non invece: « prima di ogni altra cosa abbiamo bisogno di sobrietà »? Dice infatti l’Apostolo: «Ogni atleta è sobrio in tutto»(1 Cor 9,25) o perché non dice: «Prima di ogni altra cosa abbiamo bisogno del timore di Dio»? Difatti sta scritto: «Principio della sapienza è il timore del Signore» (Sal 110,10); ed anche « Il timore del Signore tiene lontani dal male » (Prv 15,27). E perché l’Anziano non dice: «Prima di ogni altra cosa abbiamo bisogno di fare l’elemosina o abbiamo bisogno della fede»? Infatti sta scritto: «L’elemosina e la fede purificano i peccati » (Prov 15,27) e l’apostolo dice: «Senza la fede è impossibile piacere a Dio » (Eb 116).

Se dunque è impossibile piacere a Dio senza la fede, se l’elemosina e la fede purificano i peccati e se con il timore del Signore ciascuno si tiene lontano dal male e, ancora, se principio di sapienza è il timore del Signore, se ogni atleta è sobrio in tutto, come mai l’Anziano dice: «Prima di ogni altra cosa abbiamo bisogno dell’umiltà » e lascia da parte tutte queste cose che pure sono così necessarie? L’Anziano vuoi farci capire che né il timore di Dio, nè il fare l’elemosina, né la fede, né la sobrietà né alcun’altra virtù possono essere realizzate senza l’umiltà. Perciò dice: «Prima di ogni altra cosa, abbiamo bisogno dell’umiltà e dobbiamo essere pronti a dire: “Perdonatemi!» ad ogni parola che ci vien detta, perché l’umiltà annienta ogni inganno del nemico e avversario ». Ecco, fratelli, vedete qual è la potenza dell’umiltà, vedete quale efficacia ha il dire: « Perdonatemi! ». Perché il Divisore vien chiamato non soltanto nemico, ma anche avversario? Si chiama nemico perché odia l’uomo, odia il bene, perché è sempre pronto a tendere insidie; si chiama avversario perché cerca di impedire ogni opera buona. Uno vuol pregare? Il Divisore si oppone, glielo impedisce facendo nascere in lui pensieri malvagi, continue distrazioni, oppure gettandolo nell’acedia. Uno vuol fare l’elemosina? e il Divisore glielo impedisce con l’attaccamento al denaro, l’avarizia. Un altro vuole vegliare? Glielo impedisce con la pigrizia e l’indolenza; e così si oppone ad ogni opera buona che cerchiamo di fare. Per questo viene chiamato non soltanto nemico, ma anche avversario.

Ed è con l’umiltà, dunque, che si possono annientare tutti gli inganni del nemico e avversario. Veramente grande infatti è l’umiltà. Tutti i santi hanno camminato nella via dell’umiltà e grazie a questa fatica hanno abbreviato il cammino, come sta scritto: «Guarda la mia umiliazione e la mia fatica e perdona ogni mio peccato » (Sal 24,18). L’umiltà infatti, anche da sola può farci entrare nel Regno dei cieli come diceva abba Giovanni , ma più lentamente. Umiliamoci dunque un poco anche noi e saremo salvati e se non possiamo sottoporci a grandi fatiche a motivo della nostra debolezza, cerchiamo almeno di umiliarci. Ed io ho fede nella misericordia di Dio, ho fede che per il poco che facciamo in questa via dell’umiltà, ci troviamo anche noi là dove sono i santi che hanno affrontato grandi fatiche servendo Dio. Sì, noi siamo deboli e non possiamo sottoporci a grandi fatiche, ma non potremmo almeno umiliarci? Fratelli, beato chi possiede l’umiltà! Grande è l’umiltà; ha definito molto bene chi possiede la vera umiltà quel santo che dice: «L’umiltà non si adira e muove ad ira nessuno ». Sembra una cosa strana perché l’umiltà si contrappone soltanto all’orgoglio, custodisce l’uomo proprio dall’orgoglio e invece ci si adira anche a motivo delle ricchezze e dei cibi; come è possibile dire dunque: « L’umiltà non si adira e non muove ad ira nessuno »? Grande è l’umiltà come dicevo; ha il potere di attirare nell’anima la grazia di Dio. E così la grazia stessa di Dio custodisce l’anima anche da queste altre due gravi passioni: perché c’è forse qualcosa di più grave che adirarsi o irritare il prossimo? Come ha detto Evagrio: « E» cosa assolutamente estranea al monaco l’andare in collera ».

E veramente se chi si adira non è immediatamente soccorso dall’umiltà, a poco a poco giunge ad uno stato demoniaco, turba continuamente gli altri ed è continuamente turbato. Per questo dunque quel santo dice: « L’umiltà non si adira e non fa adirare nessuno ». Ma perché mai dico che l’umiltà protegge da quelle due passioni? Ma l’umiltà protegge l’anima da ogni passione e da ogni tentazione. Quando sant’Antonio vide tutti i tranelli tesi dal Divisore e chiese gemendo a Dio: « Chi mai ne potrà sfuggire? » che cosa gli rispose Dio? « L’umiltà vi potrà sfuggire ». E quale altra parola meravigliosa aggiunse? « E non hanno presa su di essa». Carissimo, vedi qual è la potenza, qual è la grazia della virtù? In verità nulla ha più forza dell’umiltà, niente può prevalere su di essa. Se qualcosa di spiacevole accade a chi è umile, se la prenderà subito con se stesso, penserà di esserselo meritato; non si metterà certo a rimproverare un altro, né a farne ricadere la colpa su qualcun altro. Sopporta insomma senza turbarsi, senza affliggersi, in piena pace.

Per questo l’umiltà non si adira e non muove ad ira nessuno. Per questo giustamente il santo ha detto: « Prima di ogni altra cosa abbiamo bisogno dell’umiltà ». Ci sono due tipi di umiltà, così come due sono i tipi di orgoglio. Il primo tipo di orgoglio si ha quando si disprezza il fratello, quando non lo si tiene in nessun conto e ci si giudica superiori a lui. Ma se si sta attenti, se non si è vigilanti, poco per volta si giunge al secondo tipo di orgoglio che consiste nell’inorgoglirsi contro Dio stesso e nell’attribuire a se stessi, e non a Dio, quello che si è riusciti a fare di buono. Fratelli miei, in verità ho conosciuto una volta uno che era giunto a questo stato pietoso. All’inizio quando un altro fratello gli rivolgeva la parola, lo disprezzava; diceva: « E chi è mai costui? Non ci sono che Zosima e i suoi discepoli ». Poi cominciò a provar disprezzo anche di loro e a dire: « Non c’è che Macario ». Poco dopo cominciò a dire: « E chi è poi Macario? Nessuno, non ci sono che Basilio e Gregorio ». E dopo un po» cominciò a disprezzare anche loro dicendo: « Chi sono mai Basilio e Gregorio? Nessuno, non ci sono che Pietro e Paolo ». Gli dissi: « In verità, fratello, se vai avanti così arriverai a disprezzare anche loro ». Credetemi, poco dopo cominciò a dire: « Chi è Pietro, chi è Paolo? Nessuno, non c’è che la Santa Trinità ». E infine diede prova d’orgoglio contro Dio stesso e fu la sua rovina. Per questo, fratelli miei, dobbiamo lottare contro la prima specie di orgoglio perché non succeda che poco per volta finiamo per cadere nell’orgoglio totale e completo. Esiste poi un orgoglio tipico del mondo e un orgoglio tipico della vita monastica. L’orgoglio mondano consiste nell’innalzarsi al di sopra del fratello perché si è più ricchi, più belli, perché si indossano vesti più belle o si è più nobili di lui. Quando dunque ci accorgiamo di vantarci di queste cose o di essere orgogliosi perché il nostro monastero è più grande, più ricco o perché abbiamo molti fratelli, dobbiamo sapere che siamo ancora immersi nell’orgoglio del mondo.

A volte si è orgogliosi anche per i doni naturali: se ci si vanta, ad esempio, di avere una bella voce e di cantare bene i salmi, oppure di essere abili e precisi nel lavoro, di saper servire correttamente. Anche se si tratta di motivi più santi dei primi, questo è ancora l’orgoglio del mondo. L’orgoglio tipico della vita monastica consiste nel vantarsi di fare lunghe veglie, di digiunare, di essere pii, di compiere sante pratiche ascetiche, di essere pieni di fervore o addirittura nell’umiliarsi ma per riceverne gloria. Questo è l’orgoglio monastico. C’è una differenza: se proprio dobbiamo vantarci, vantiamoci per lo meno di cose monastiche e non delle cose del mondo.

Ecco, abbiamo spiegato quali siano il primo e il secondo genere di orgoglio; e abbiamo parimenti definito l’orgoglio mondano e quello della vita monastica. Vediamo ora quali sono i due generi di umiltà. Il primo genere di umiltà consiste nello stimare il proprio fratello più intelligente e superiore in tutto; in una parola, come disse quel santo nel « mettersi al di sotto di tutti ». Il secondo genere di umiltà consiste nell’attribuire a Dio tutto quello che riusciamo a fare.

Questa è l’umiltà perfetta dei santi, che nasce naturalmente dalla pratica dei comandamenti. Accade infatti come alle piante cariche di frutti; i frutti fanno piegare i rami verso terra, i rami che non portano frutti invece salgono diritti verso l’alto. Ci sono alcune piante che non danno frutto, finché i loro rami si innalzano verso il cielo, ma se si prende una pietra e la si appende ai rami per trascinarli verso terra, allora danno frutti. Così avviene anche all’anima: quando è umiliata, porta frutto, e quanto più porta frutto, tanto più si umilia, poiché quanto più i santi si avvicinano a Dio, tanto più si riconoscono peccatori Ricordo che un giorno parlavamo dell’umiltà; un notabile di Gaza ci sentì dire che quanto più ci si avvicina a Dio, tanto più ci si riconosce peccatori e pieno di stupore ci chiese: « Come è possibile? ». Gli risposi: « Signore, tu che sei una persona importante, chi pensi di essere nella tua città? » « Mi considero il più grande, il primo della città ». Gli chiesi: « E se te ne vai a Cesarea, chi penseresti di essere? » « Mi considererei inferiore ai grandi che stanno là ». Gli dissi: « E se andassi ad Antiochia? come ti considereresti? » Mi rispose: « Mi considererei un provinciale ». Gli dissi: « E a Costantinopoli, vicino all’imperatore, là chi ti sentiresti? » Mi rispose: « Mi considererei un miserabile ». E allora gli dissi: « Ecco, così sono i santi; quanto più si avvicinano a Dio, tanto più si riconoscono peccatori. Abramo quando vide il Signore, si definì terra e cenere (Gn 18,27). E Isaia disse: “Misero e impuro sono io» (Is 6,5). E così anche Daniele nella fossa dei leoni, quando venne Abacuc a portargli da mangiare dicendogli: “Prendi il cibo che Dio ti ha mandato» che disse? Così esclamò: “Dio dunque si è ricordato di me?» (Dn 14,3637). Vedi quale umiltà possedeva il suo cuore! Era nella fossa con i leoni eppure non gli facevano alcun male, né la prima né la seconda volta (Dn 6 e 14) e nonostante tutti questi prodigi, disse pieno di meraviglia: “Dio dunque si è ricordato di me?» ».

Vedete l’umiltà dei santi, vedete qual è la disposizione del loro cuore? E pure quando Dio li mandava in aiuto agli uomini rifiutavano per umiltà, perché volevano sfuggire ad ogni gloria. Se si getta uno straccio sporco addosso ad un uomo vestito di seta, questi cerca di scansarlo per non sporcare le sue vesti preziose; così anche i santi, rivestiti delle virtù, cercano di rifuggire la gloria degli uomini per non esserne macchiati. Ma chi desidera la gloria assomiglia ad un uomo nudo che è sempre in cerca di un pezzo di stoffa qualsiasi o di qualsiasi altra cosa per ricoprire la sua indecenza; così anche chi è nudo di virtù, cerca la gloria degli uomini. I santi, dunque, inviati da Dio in aiuto agli altri uomini, non accettavano per umiltà. Mosè anzi diceva: «Ti prego, scegliti un altro che sia capace; io sono balbuziente e impacciato a parlare » (Es 4,10). E Geremia diceva: « Sono troppo giovane! » (Ger 1,6). Già lo dicevo: ciascuno dei santi insomma aveva raggiunto questa umiltà perché metteva in pratica i comandamenti. Nessuno può esprimere a parole in cosa consista questa umiltà, o come nasca nell’anima, se non la si è appresa con l’esperienza; nessuno può apprenderla a parole.

Un giorno abba Zosima stava parlando dell’umiltà; un professore di retorica, che era là con lui, sentendo le sue parole, desiderava capirne con precisione il senso e gli chiese: « Dimmi, come è possibile che tu ti consideri peccatore? non sai che sei santo, adorno di virtù? guarda come osservi i comandamenti! Tu che fai queste cose, come puoi considerarti peccatore? ». L’Anziano non riusciva a trovare una risposta, ma si limitava a ripetere: « Non so come spiegartelo, ma è proprio così ». Ma il professore di retorica lo contraddiceva perché voleva capire. Ma l’Anziano non riuscendo a trovare un modo per spiegargli la cosa, con santa semplicità cominciò a dirgli: « Non tormentarmi, ma è proprio così ». Io, allora, quando vidi che l’Anziano non riusciva a trovare una risposta, gli dissi: « Non avviene la stessa cosa anche nell’arte della retorica e della medicina? Quando si apprendono e si praticano bene queste arti, poco per volta, con l’esercizio, ci si forma la mentalità propria del medico o del retorico; e non è possibile dire o spiegare come si sia formata questa mentalità. Poco per volta, come ho già detto, senza rendersene conto, la si è acquistata praticando la propria arte. Si può vedere la stessa cosa anche riguardo all’umiltà: la pratica dei comandamenti fa nascere un atteggiamento profondo di umiltà che non può essere spiegato a parole ». Come udì queste parole abba Zosima gioì e subito mi abbracciò e mi disse: « Hai trovato la spiegazione; è proprio come hai detto tu ».Anche il sofista ne rimase soddisfatto ….. Gli Anziani ci hanno detto alcune cose che ci fanno intravvedere questa umiltà; ma nessuno è in grado di di descrivere come nasca questo atteggiamento di umiltà. Quando abba Agatone stava per morire, i fratelli gli chiesero: « Anche tu hai timore, Padre? » Rispose: « Ho fatto il possibile per osservare i comandamenti, ma sono un uomo. Come posso sapere se la mia opera è stata gradita a Dio? Una cosa è il giudizio di Dio e un’altra quello degli uomini » Ecco quest’Anziano ci ha aperto gli occhi, ci ha fatto percepire qualcosa dell’umiltà e ci ha indicato la via per raggiungerla. Ma nessuno può dire come sia l’umiltà o come nasca nell’anima; come ho ripetuto spesso, non è possibile comprenderla con un ragionamento, se non abbiamo meritato di apprenderla con le nostre opere.

I Padri ci hanno però detto che cosa ci conduce all’umiltà. Nei Detti dei Padri si racconta che un fratello chiese all’Anziano: « Che cos’è l’umiltà? » e l’Anziano rispose: « L’umiltà è un’opera grande e divina; la via dell’umiltà è una via di fatica per il corpo, fatiche compiute con discernimento; è mettere se stessi al di sotto di ogni creatura e invocare Dio senza sosta ». Questa è la via dell’umiltà; ma l’umiltà è divina e sfugge ad ogni comprensione.

Perché dice che le fatiche del corpo portano l’anima all’umiltà? Perché le fatiche del corpo sono una virtù per l’anima? Mettere se stessi al di sotto di tutti infatti, l’abbiamo già detto in precedenza, è il modo per combattere la prima forma di orgoglio. Se ci si mette al di sotto di tutti come è possibile ritenersi più grandi di un fratello, vantarsi per qualche motivo, lamentarsi del fratello, disprezzarlo? Ugualmente è chiaro che anche la preghiera incessante ci porta all’umiltà, perchè si oppone alla seconda specie di orgoglio. E’ evidente infatti che chi è umile, l’uomo di fede, sa che non può fare nulla di buono senza l’aiuto e la protezione di Dio e così non smette mai di invocare Dio perché abbia misericordia di lui. E chi prega Dio senza sosta, se gli è dato di compiere qualcosa di buono, sa da dove gliene è venuta la capacità e non può vantarsene o attribuire questa opera buona alle sue forze, ma tutto quello che riesce a fare lo attribuisce a Dio e non smette mai di ringraziarlo e di invocarlo. Teme che gli venga meno tale aiuto, e che appaia la sua debolezza e la sua impotenza. E così grazie all’umiltà prega e grazie alla preghiera si umilia e più fa il bene e più si umilia, più riceve l’aiuto di Dio e avanza grazie alla sua umiltà. Perché dunque si dice che anche le fatiche del corpo rendono umili? Che influenza può avere la fatica del corpo su una disposizione dell’anima? Ve lo dirò. L’anima, caduta dall’obbedienza al comandamento nella trasgressione, fu consegnata, l’infelice, alla concupiscenza, alla piena libertà dell’errore, come dice san Gregorio, amò i beni del corpo, divenne una sola cosa con il corpo, divenne carne interamente, come sta scritto: « Il mio spirito non dimorerà tra questi uomini perché sono carne » (Gn 6,3).

E così l’anima infelice soffre con il corpo e subisce tutto ciò che accade al corpo. Per questo l’Anziano ha detto che anche le fatiche del corpo conducono all’umiltà. E difatti non sono identiche le disposizioni dell’anima di chi sta bene e di chi è malato, di chi ha fame e di chi è sazio. E non sono le stesse le disposizioni dell’anima di chi cavalca un cavallo e di chi cavalca un asino, di chi è seduto su un trono e di chi è seduto per terra, di chi porta belle vesti e di chi è vestito miseramente. La fatica dunque umilia il corpo e quando il corpo è umiliato, anche l’anima si umilia con lui e così giustamente l’Anziano ha detto che la fatica del corpo conduce all’umiltà. Per questo quando Evagrio fu tentato di proferire bestemmie, siccome era saggio e ben sapeva che la bestemmia nasce dall’orgoglio, e che l’umiliazione del corpo trascina all’umiltà anche l’anima, passò quaranta giorni senza entrare sotto un tetto a tal punto che sul suo corpo, come ci racconta il narratore, pullulavano zecche come sugli animali selvatici; non affrontò questa fatica per lottare contro la tentazione di bestemmiare, ma per ottenere l’umiltà. A ragione dunque l’Anziano disse che le fatiche del corpo conducono all’umiltà. Dio nella sua bontà ci faccia il dono di essere umili, di quell’umiltà che libera l’uomo da grandi mali e lo protegge da grandi tentazioni. (Tratto da Doroteo di Gaza, Scritti e insegnamenti spirituali, ed. Paoline, 1980 a cui si rimanda per l’approfondimento).

ALTRI INSEGNAMENTI
Lettera di Doroteo di Gaza. Lett.II,187.Oeuvres spirituelles de Dorothée de Gaza, S Ch 92.

Non fidarti mai del tuo cuore, perché le antiche passioni lo hanno reso cieco. Non pensare, non credere che quel che pensi tu sia più ragionevole e giusto di quanto ti dice chi ti guida, non farti giudice delle sue azioni, un giudice che tante volte si è sbagliato. E’ un tranello del maligno che vuole ostacolare la tua obbedienza fiduciosa in tutto e la salvezza che ne deriva. Sii sottomesso in piena pace e seguirai la via dei Padri senza correre rischi, senza sbagliare. Fa’ violenza a te stesso in ogni cosa e spezza la tua volontà; per grazia di Cristo ti abituerai a ciò e riuscirai a farlo senza sforzo penoso, come se tutto avvenisse secondo i tuoi desideri, perché non vorrai più che le cose avvengano secondo la tua volontà, ma vorrai quel che accade; così sarai in pace con tutti. Credi pure: tutto quanto ci capita avviene per disegno di Dio, anche le minime cose; sicché sopporta senza turbamento quanto ti accade. Credi che l’essere disprezzato e offeso è per te rimedio contro l’orgoglio e prega per quelli che ti maltrattano come per i tuoi veri medici. Sii certo che chi odia essere disprezzato, odia l’umiltà e chi rifugge da colui che lo irrita, fugge la mitezza. …. La Ragione della propria mancanza di serenita» è che non ci si accusa. (da Doroteo di Gaza) Cerchiamo, fratelli, di vedere da che cosa derivi il fatto che quando qualcuno ha sentito una parola molesta, spesso se ne va senza alcuna reazione, come se non l’avesse udita, mentre talvolta appena l’ha sentita si turba e si affligge… Chi si trova in preghiera o in contemplazione, facilmente sopporta il fratello che lo insulta, e rimane imperturbato. Talvolta questo avviene per il troppo affetto da cui qualcuno è animato verso qualche fratello. Per questo affetto egli sopporta da lui ogni cosa con molta pazienza. Questo può inoltre derivare dal disprezzo. Quando uno disprezza o schernisce chi abbia voluto irritarlo, disdegna di guardarlo o di rivolgergli la parola o di accennare, parlando con qualcuno, ai suoi insulti e alle sue maldicenze, considerandolo come il più vile di tutti. Da tutto questo può derivare il fatto che qualcuno non si turbi, né si affligga se disprezzato o non prenda in considerazione le cose che gli vengono dette. Accade invece che qualcuno si turbi e si affligga per le parole di un fratello allorquando si trova in una condizione molto critica o quando odia quel fratello. Vi sono tuttavia anche molte altre cause di questo stesso fenomeno che vengono diversamente presentate. Ma la ragione prima di ogni turbamento, se facciamo una diligente indagine, la si trova nel fatto che nessuno incolpa se stesso. Da qui scaturisce ogni cruccio e travaglio, qui sta la ragione per cui non abbiamo mai un po» di pace; né ci dobbiamo meravigliare, poiché abbiamo appreso da santi uomini che non esiste per noi altra strada all’infuori di questa per giungere alla tranquillità. Che le cose stiano proprio così lo constatiamo in moltissimi casi. E noi, inoperosi e amanti della tranquillità, ci illudiamo e crediamo di aver intrapresa la via giusta allorché in tutte le cose siamo insofferenti, non accettando mai di incolpare noi stessi. Così stanno le cose. Per quante virtù possegga l’uomo, fossero pure innumerevoli e infinite, se si allontana da questa strada, non avrà mai pace, ma sarà sempre afflitto o affliggerà gli altri, e si affaticherà invano. (dai «Discorsi spirituali» di san Doroteo, abate, Doctr. 7, De accusatione sui ipsius, 12; PG 88, 16951699)

Preghiera per ottenere la vera e perfetta umiltà e la preghiera incessante (Tratta da vari testi di s. Alfonso de’ Liguori ed elaborata).

Signore Dio Onnipotente che hai detto per bocca del tuo Figlio “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” rendici veramente umili; fa che crediamo che da noi stessi nulla siamo, nulla sappiamo, nulla possiamo e fa che crediamo ancora che tutto quello che abbiamo sono i peccati e tutto quello che meritiamo sono le pene. Donaci o Padre di conoscere profondamente il nostro niente e di concepire un grande timore del vizio della superbia; fa che non mettiamo mai confidenza alle nostre forze ed ai nostri propositi e che non ci gloriamo mai delle cose nostre, come dei nostri talenti, delle nostre azioni, della nostra nascita, dei nostri parenti e simili, fa che mettiamo tutta la confidenza in Te, nella tua parola, nel tuo Amore e perciò fa che ti obbediamo; il superbo ti disubbidisce o Dio, l’umile obbedisce alla tua parola. Fa che crediamo, d’altra parte, che con Te diventiamo figli tuoi, figli di Dio; fa che crediamo che con Te tutto possiamo, molto conosciamo e possiamo, in particolare, meritare il s. Paradiso per cui tu ci hai creato. Concedici, Padre, che non ci sdegniamo con noi stessi dopo il peccato; fa che quando ci vediamo caduti, diciamo come dicea S. Caterina da Genova: «Signore, questi sono i frutti dell’orto mio»; concedici, allora, che ci umiliamo e, dal difetto commesso, subito ci rialziamo con un atto d’amore e di dolore, proponendo di più non ricadervi e confidando nell’aiuto di Dio; e se per disgrazia ritorniamo a cadervi, fa che sempre facciamo così. Donaci, Padre che ci stimiamo sempre i maggiori peccatori del mondo e quindi i più grandi carnefici di Cristo. Donaci o Padre che vedendo le cadute degli altri, non ce ne ammiriamo ma li compatiamo e ringraziamo Te che non siamo anche noi caduti in tale modo, pregandoTi che ci custodisca, fa, anzi, che capiamo che Tu ci fai vedere quelle cadute per farci capire chi siamo noi, che, da noi stessi, siamo i peggiori di tutti; perciò fa che ogni male e peccato che vediamo negli altri ci faccia pensare che tale male e peccato è sommamente in noi, che, da noi stessi, siamo i peggiori di tutti e i più grandi carnefici di Cristo. Di più, fa che quando vediamo i peccati degli altri ne attribuiamo a noi stessi la colpa.
Santa Caterina da Siena « non solo si metteva sotto alla più vile delle anime e desiderava incessantemente d’essere considerata come l’ultima di tutte, ma credeva fermamente di esser la causa di tutti i mali altrui. Ogni volta che pensava alle iniquità e alle sventure del mondo in generale o di ciascun individuo in particolare, ne attribuiva a se stessa la colpa, dicendo: Sei tu la causa di tutti questi mali; rientra dunque in te stessa e piangi le tue colpe ai piedi del Signore».
E la Santa ciò spiegava dicendo ch’ella aveva mal corrisposto ai disegni di Dio sopra l’anima sua. Scrive S. Teresa:«Non credere d’aver fatto profitto nella perfezione, se non ti tieni per lo peggiore di tutti, e non desideri d’esser posposto a tutti». Le anime che sono veramente umili, perché si trovano più illuminate dalla luce divina, siccome esse maggiormente conoscono le divine perfezioni, così maggiormente vedono le loro miserie e peccati; perciò i santi, con tutto che facessero vita così esemplare e così differente dagli uomini mondani, pure si chiamavano, non per esagerazione, ma con vero sentimento, i maggiori peccatori che vivessero nel mondo.
Fa, o Signore che ci guardiamo dal preferirci mai a qualcuno. Basta credersi migliore degli altri, per diventare peggiore di tutti. Così parimente basta che taluno creda di avere gran meriti, per non averne più e perderli tutti. Il merito principale della nostra umiltà sta nel credere sinceramente di non averne, e di non meritare altro che rimproveri e castighi. I doni e le grazie che Dio ci ha concessi, non servirebbero che a farvi condannare con maggior rigore nel giudizio, se ce ne abusiamo con preferirci agli altri. Ma non basta il non anteporci ad alcuno, bisogna che ci stimiamo gli ultimi e i peggiori di tutti perché noi conosciamo certamente già in noi tanti peccati, ma non sappiamo i peccati degli altri e non ci son note le virtù occulte, che forse tiene quella persona che disprezziamo perciò donaci, Padre, che ci stimiamo sempre i maggiori peccatori del mondo e fa che consideriamo che a proporzione de» lumi e de» doni che il Signore ci ha dati, dovremmo a quest’ora esser santi. Se le grazie che abbiamo ricevuto noi, Dio le avesse fatte ad un infedele, forse quegli sarebbe divenuto un serafino, e noi invece ci troviamo così miseri e pieni di difetti! Donaci o Padre che questo pensiero della nostra ingratitudine ci faccia stare sempre colla faccia sotto i piedi di tutti, poiché il peccato, come dice l’Angelico, tanto si rende più grave, quanto è maggiore l’ingratitudine di chi lo commette; onde può essere che un solo nostro peccato pesi più avanti a Dio che cento peccati d’un’altro non così favorito e colmato di grazie come noi.
Noi sappiamo già d’avere fatto tanti peccati: sappiamo che la nostra vita non è stata altro che una continua tessitura di colpe volontarie; e se mai v’è stata alcun’opera buona, tuttavia sarà stata cosi piena di difetti e d’amor proprio, che meritava forse più castigo che premio. Per tutto questo, Padre, fa che, come dice s. Maddalena de’ Pazzi, ci stimiamo indegni anche di baciar la terra che calpestano i nostri fratelli; fa che crediamo che se ricevessimo tutti gli affronti immaginabili, e se ci trovassimo nel fondo dell’inferno, sotto tutti i dannati, tutto sarebbe poco a confronto di quel che meritiamo noi che, da noi stessi, siamo i peggiori peccatori e i più grandi carnefici di Cristo. Fa che dall’abisso di queste nostre miserie alziamo sempre la voce a Te, facendo penitenza e dicendo: Signore, pensate ad aiutarmi e ad aiutarmi presto; altrimenti io son perduto e vi offenderò peggio di prima e più di tutti; fa che questa preghiera la replichiamo sempre, quasi in ogni momento, quando ci alziamo la mattina, quando ci mettiamo a dormire, quando lavoriamo, quando parliamo con gli altri, quando studiamo, quando passeggiamo .. sempre, sempre: Signore, aiutatemi: Signore, assistetemi: Signore, abbiate pietà di me. Altrimenti, in quel punto che lasceremo di raccomandarci a Te, possiamo diventare irrecuperabili e dannarci. Padre per i meriti di Gesù Cristo dammi la grazia della preghiera, ma una grazia abbondante che mi faccia sempre pregare, e pregare come si deve.
 O Maria, Madre mia, ogni volta ch’io sono ricorso a Te, Tu mi hai impetrato l’aiuto a non cadere. Ora ricorro a Te perché m’ottenga una grazia più grande cioè di raccomandarmi in tutti i miei bisogni e per sempre al tuo Figlio, ed a Te. Regina mia, Tu ottieni da Dio quanto chiedi, ottienimi ora, per quanto ami Gesù Cristo, questa grazia che ti domando di pregare e di non lasciar mai di pregare sino alla morte. Dacci, o Padre, con questa preghiera la grazia di essere umili veramente e non solo a parole; fa che possiamo compiacerci d’essere disprezzati dagli altri. Molti sono umili di bocca, ma non di cuore. Dicono: «Io sono il peggiore di tutti: merito mille inferni» ma poi se uno li riprende, o lor dice una parola che non piace, si voltano con superbia. Signore: facci umili davvero, fa che godiamo di essere disprezzati; chi è vero umile non solo non si turba nel vedersi disprezzato, ma di più se ne compiace e ne giubila collo spirito (benché la carne se ne risenta), vedendosi trattato com’egli stima di meritare, e fatto simile a Gesù Cristo, ch’essendo degno d’ogni onore volle per amor nostro esser saziato di obbrobri e villanie. Ti chiediamo tutto questo, Padre Onnipotente e Misericordioso, per Cristo tuo Figlio, nello Spirito Santo. Sicuri nella fede di avere già ottenuto questa grazia ci impegnamo a benedirti e a glorificarti con le labbra, con il cuore e con la vita. Amen.

Letto 1343 volte Ultima modifica il Giovedì, 02 Aprile 2015 12:10
Don Tullio

Don Tullio è un sacerdote di Santa Romana Chiesa, Dottore in teologia morale e laurea in giurisprudenza.

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