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Sabato, 23 Settembre 2017 23:12

Santa Messa in diretta Live

Vorrei ringraziare persolamente il Sig. Antonio Crovetti della «Famiglia associativa di Preghiera e Carità» che ci mette a disposizione la Santa Messa,  In diretta dalla casa Sacro Cuore in Agropoli (SA):
dal lunedì al sabato alle ore 8:30 le lodi, l’ora media e la S.Messa. Il mercoledì alle ore 21:30 l’ora santa con la recita del S.Rosario.
P.s.; Potete ingrandire il video a pieno schermo premendo il tasto quadrato in basso a destra del video ed uscire dalla modalità schermo intero premendo in tasto ESC.

 

Per chi non riuscisse ad assistere alla celebrazione in diretta può vedere la Santa Messa del giorno, in differita, (sempre se quella mattina è stata trasmessa) andando a questa Pagina.

 

Pubblicato in Preghiera
Venerdì, 22 Aprile 2016 00:00

La Messa di sempre (1)

II Motu Proprio Summorum Pontificum di Sua Santità Benedetto XVI, entrato in vigore il 14 luglio 2007, ha restituito, a partire da quella data, piena cittadinanza alla Messa tradizionale, dopo 40 anni di vero e proprio «embargo ecclesiastico». Ma la strada per la ripresa della Messa secondo il Rito romano antico si presenta tutt’altro che facile. La coltre d’oblio lasciata cadere su questo inestimabile tesoro della Fede cattolica ostacola sensibilmente la ripresa del Rito antico, più volte auspicata dal Santo Padre.

Per contribuire alla rinascita della Santa Messa tradizionale, proponiamo ai lettori un testo altrettanto aureo, dal titolo Questa è la Messa, di Henri Daniel-Rops (19011965), accademico di Francia, e celebre storico e letterato francese. Il testo è stato da noi liberamente tradotto, e in alcuni punti rimaneggiato, dall’edizione in lingua inglese, che apparve negli Stati Uniti, nel 1958, con un’ampia prefazione dell’arcivescovo Fulton J. Sheen (18951979), allora vescovo ausiliare di New York. L’opera ci sembra tanto più significativa in quanto l’autore, — il cui nome è stato recentemente ricordato anche da Benedetto XVI nel suo libro “Gesù di Nazaret” — non può esser ascritto al movimento tradizionalista o «ultra-montano» francese. Scrittore cattolico di largo successo, di posizioni politiche e religiose «moderate», Daniel-Rops dà voce a quello che, fino alla riforma liturgica del 1969, era “l’unum sentire» della Chiesa cattolica. Espressione di questo stesso «idem sentire» è la prefazione di mons. Fulton Sheen, di cui nel 2002 è stata aperta la causa di beatificazione. Queste pagine, attraverso la spiegazione delle singole parti della Messa, accompagnate da toccanti elevazioni dell’anima, aiutano a penetrare — per quanto possibile a umano intelletto — il grande mistero che ogni giorno si compie sui nostri altari, «dove il sacrificio della Croce è perpetuamente rappresentato» (Concilio di Trento).

Benedetto XVI, ancora cardinal Ratzinger, rilevò con estrema acutezza mista a preoccupazione quanto l’idea del Sacrificio stesse divenendo estranea alla moderna liturgia omologandola al Credo luterano. Per Martin Lutero, infatti, parlare di Sacrificio era «il più grande e più spaventoso abominio» nonché una «maledetta empietà». «[Ma certo] — affermò il Cardinale — una parte non trascurabile di liturgisti sembra praticamente giunta al risultato di dare sostanzialmente ragione a Lutero contro [il concilio di] Trento nella disputa del XVI secolo. […] Il nuovo illuminismo oltrepassa però di gran lunga Lutero […].

Ritorniamo al nostro quesito fondamentale: è giusto qualificare l’Eucarestia come Divin Sacrificio o è questa una maledetta empietà? […] La Scrittura e la Tradizione formano un tutto inseparabile, ed è questo che Lutero […] non ha potuto vedere1.

La Messa è, dunque, il Sacrificio del Calvario attualizzato sui nostri altari. La celebrazione eucaristica secondo il Vetus Orda Missae con evidenza solare manifesta l’idea del Sacrificio in ogni sua parola, in ogni gesto, in ogni cerimonia che vi si compie. «L’augusto Sacrificio dell’altare — si legge nell’enciclica Mediator Dei del Sommo Pontefice Pio XII di venerata memoria — non è, dunque, una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio, nel quale, immolandosi incruentamente, il Sommo Sacerdote fa ciò che fece una volta sulla Croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima». «Una e identica è la vittima; Egli medesimo, che adesso offre per il ministero dei sacerdoti, si offrì allora sulla Croce; è diverso soltanto il modo di fare l’offerta». Questo — e non altro — è la Messa.

 

INTRODUZIONE

Il Sacrificio della Messa
Vi sono alcune cose nella vita troppo belle per esser dimenticate. Alcune di esse riguardano il modo in cui gli uomini vivono nel mondo; altre, invece, il modo in cui essi muoiono. La maggior parte dei Paesi ha istituito un giorno commemorativo per ricordare l’estremo sacrificio che i patrioti hanno compiuto in difesa della nazione e della società. Poiché la vita era quanto di più prezioso potevano dare, a coloro che sopravvivono non è lecito dimenticare questo loro dono. Tali eroi non avrebbero potuto richiedere una simile memoria, né istituirla, essendo riservata ai sopravvissuti.

Se sono stabiliti giorni commemorativi per coloro che muoiono al fine di salvaguardare la libertà dall’oppressione degli uomini, tanto più doveva esser istituito un memoriale per il supremo Sacrificio di Cristo che mori per liberarci dalla tirannia del peccato. Ma vi sono molte differenze tra questi patrioti e Cristo. Nessuno di loro era nato per morire; ciascuno era nato per vivere, e la morte è stata per ognuno di essi un’interruzione violenta. Nostro Signore, invece, nacque per morire. Per nessun altro intento Egli venne al mondo se non per redimere l’umanità inoltre, a differenza degli uomini che non possono far il loro memoriale, Egli istituì il preciso modo in cui la sua Morte doveva esser rievocata. Poiché Egli venne per morire, la sua Morte era la cosa più importante che desiderava fosse da noi ricordata. Egli non disse che gli uomini avrebbero dovuto scrivere una storia su di essa o esser caritatevoli verso il povero in memoria di Lui. No. Egli disse loro come voleva che fosse commemorato il suo Sacrificio: il memoriale che ci ha lasciato è la Messa.

Essa fu istituita la notte prima ch’Egli morisse, durante quella che da allora è stata chiamata l’Ultima Cena. Prendendo del pane nelle sue mani disse: «Questo è il mio Corpo, dato per voi», vale a dire, dato sulla Croce, il giorno dopo. Quindi sopra il calice del vino disse: «Questo è il mio Sangue, della nuova alleanza, versato per molti in remissione dei peccati». Egli era il Sacerdote che offriva Se stesso come Vittima affinché gli uomini mai dimenticassero che «nessun uomo può avere un amore più grande di colui che offre la propria vita per i suoi amici». E dopo aver prefigurato e previsto il modo in cui sarebbe morto, il giorno successivo, per la Redenzione del mondo, diede il comandamento divino agli Apostoli e alla Chiesa: «Fate questo in memoria di me». Nell’Ultima Cena Egli previde la Croce; nella Messa noi torniamo a quella Cena e a quella Croce La Messa è l’applicazione e la proiezione nello spazio e nel tempo dell’amore redentivo di Cristo sulla Croce.

S’immagini una stazione radio che trasmette messaggi dall’eternità: è lì da sempre, ma noi ascoltiamo i messaggi solo quando incominciamo a sintonizzarci. Alla stessa maniera, il Sacrificio che fu offerto sulla Croce ha un valore eterno, ma la Messa aiuta le creature a «sintonizzarsi» sui meriti di esso e ad applicarli a se stesse. 

La Redenzione di Nostro Signore sulla Croce si compì una volta per tutte, ma la sua attualizzazione dipende dallo svolgersi della storia. Potenzialmente, ogni essere umano nel mondo è stato redento sulla Croce, ma l’attualizzazione e l’applicazione di quella Redenzione è condizionata dalla libera cooperazione dell’uomo nel corso della storia.

Il Calvario occupò solo una minima parte di tempo, ma, essendo il Sacrificio d’un Dio Eterno, esso è capace d’illuminare tutto il tempo in ciascuno dei suoi periodi storici. La Messa, dunque, è la proiezione nel tempo dei valori eterni del Calvario.

Similmente, il Calvario fu soltanto un piccolo luogo della terra, crocevia tra Gerusalemme, Atene e Roma. Ma quello che vi accadde, ossia il Sacrificio dell’Onnipotente, riguarda l’uomo in ogni angolo della terra La Messa pianta la Croce di Cristo in una città, in un paese, in una missione, in una grande cattedrale; solleva il sipario del tempo e dello spazio ed attualizza quel che avvenne sul Calvario. La Croce — in modo prefigurativo — interessò anche tutto il tempo passato: tutti i sacrifici di giovenchi, capre, pecore e, in particolare, il sacrificio dell’agnello pasquale trovarono compimento nella Croce di Cristo. La Croce influì anche sul futuro, scorrendo attraverso il tempo come una possente cascata che forma canali per le valli e le pianure.

ll fatto che tutti i sacrifici cessino dopo quello del Calvario significa che esso è la perfezione e la pienezza di tutti i sacrifici. Persino i Giudei non sacrificano più gli agnelli pasquali nelle loro sinagoghe, dato che l’Agnello pasquale è già stato immolato.

Il Sacrificio della Croce, quindi, non è un avvenimento passato: esso avviene tuttora. Non è un ricordo o un relitto del passato che perdura nel presente: è un dramma attuale, ora come allora, e così sarà per tutta la durata del tempo e per l’eternità.

Sulla Croce il nostro divin Redentore sapeva in che modo ciascuna anima avrebbe risposto al suo più grande atto d’amore: sapeva se lo avrebbe accolto oppure rifiutato. Noi stessi non sappiamo come reagiremo al suo amore fin quandonon saremo faccia a faccia con Lui e la sua Croce. Dal nostro punto di vista, impieghiamo tempo per capire il «dramma» del Calvario. Ma la Messa ci dà un indizio; noi non eravamo consapevoli d’esser presenti sul Calvario il Venerdì Santo, ma lo siamo nella Messa. Possiamo conoscer qualcosa del ruolo che abbiamo avuto sul Calvario dal modo in cui ci comportiamo alla Messa nel ventesimo secolo e come la Messa ci aiuta a vivere la nostra quotidiana esistenza.

La Messa non è un nuovo Sacrificio ma una rappresentazione dello stesso supremo Sacrificio del Calvario. Ci sono due momenti nella storia: il primo, quando il Sacrificio è atteso (è il tempo «avanti Cristo»), e il secondo, quando il Sacrificio è compiuto e offerto (è il tempo «dopo Cristo»).

Se la Vergine Santissima e san Giovanni ai piedi della Croce avessero chiuso gli occhi quando Nostro Signore stava offrendo Se stesso per i peccati del mondo, i risultati spirituali in loro non sarebbero stati diversi da quelli che riceviamo noi assistendo ora al Sacrificio della Messa. Ma i loro occhi erano aperti, e perciò videro il supremo Sacrificio realizzami con spargimento di sangue, e quest’ultimo fluire dalle Piaghe aperte delle mani, dei piedi e del costato del Salvatore sull’umanità peccatrice. Nella Messa noi vediamo realizzato tutto ciò senza effusione di sangue.

La Messa, quindi, non è una sostituzione della Croce. Al contrario, i meriti che acquistiamo partecipando alla Messa sono i medesimi di quelli che avremmo ottenuto se fossimo stati presenti sul Calvario.

     E ciò perché esiste un solo Sacrificio, quello del Sacerdote e Vittima insieme: sulla Croce e nella Messa è la stessa e unica Persona che s’immola. Prima della venuta del Figlio di Dio, c’erano molti sacrifici offerti per i peccati. Gli uomini ben comprendevano d’esser indegni di stare alla Presenza di Dio. Togliendo la vita ad un animale o distruggendo un oggetto, con funzione sostitutiva, essi punivano e purificavano se stessi. In quasi tutti i popoli, oltre ai Giudei i quali ebbero il gran vantaggio della Rivelazione divina, v’erano sacerdoti che offrivano vittime in sacrifido. Ma quando Nostro Signore offri l’eterno Sacrificio, fu al contempo Sacerdote e Vittima, Offerente e Offerta. Il sacerdote e la vittima non erano più separati come avveniva prima. Sulla Croce, quindi, Gesù fu ritto come Sacerdote e prostrato come Vittima perché offrì Se stesso.

Il sacerdote celebra la Messa unicamente «in persona Christi», per questo non dice, al momento della Consacrazione, «questo è il Corpo di Cristo», ma «questo è il mio Corpo», e «questo è il mio Sangue»; egli è solo uno strumento di Cristo, come una matita nella mano di chi scrive. Si dice che una delle differenze tra la Croce e la Messa è che in quest» ultima il Sacrificio è offerto senza spargimento di sangue, mentre sulla Croce c’erano le strazianti scene della crocifissione. Verissimo. Ma v’è pure un’altra differenza, ed è che, sulla Croce, Nostro Signore era solo, mentre nella Messa noi siamo con Lui.

Il modo in cui noi siamo con Lui sarà chiarito esaminando l’Offertorio, la Consacrazione e la Comunione.
 

Offertorio
Per applicare i meriti della Redenzione alle nostre anime dobbiamo considerare la morte al peccato, che si è compiuta sulla Croce. Il primo atto necessario, dunque, è quello di offrire noi stessi in unione con Cristo.

Nella Chiesa primitiva ciò veniva fatto offrendo gli stessi elementi che Nostro Signore offrì nell’Ultima Cena, ossia il pane e il vino. Il fedele portava alla Messa il pane e il vino, e una parte di essi veniva utilizzata dal sacerdote per il Sacrificio. Vi sono alcune ragioni intrinseche per cui questi elementi dovevano esser usati. La prima è che pane e vino sono stati il nutrimento tradizionale della maggior parte degli uomini nel corso della storia. Il pane è come se fosse la sostanza della terra e il vino il suo sangue. I fedeli, quindi, nell’offrire ciò che dà loro sussistenza fisica e vita, donano parimenti se stessi. La seconda ragione è che, in natura, non esistono altre due sostanze che meglio rappresentano l’unità come il pane e il vino. Il pane è fatto da una grande quantità di chicchi di grano, e il vino da molteplici grappoli di uva. Allo stesso modo i fedeli, che sono numerosi, si riuniscono per fare un’unica offerta con Cristo. La terza ragione è che pochi elementi in natura simboleggiano il Sacrificio meglio del grano e dell’uva. Il grano non diventa pane fin quando non sia passato attraverso il Calvario dell’inverno e sia stato soggetto alle torture della macina. L’uva non diventa vino finché non sia stata pigiata nel Getsemani del torchio.

Ai nostri giorni, i fedeli non portano più il pane e il vino al Sacrificio della Messa ma un equivalente: questa è la ragione per cui la colletta è fatta durante l’Offertorio della Messa. ll sacrificio materiale che i fedeli offrono per la Messa è tuttora un simbolo della loro incorporazione alla morte di Cristo. Sebbene non portino più pane e vino, procurano ciò che serve all’acquisto di quegli elementi che rappresentano materialmente l’unità del loro sacrificio.

Consacrazione
Noi ci siamo offerti a Dio come Nostro Signore ha offerto Se stesso al Padre suo celeste. L’essenza del Cristianesimo è quella di riprodurre nella vita di ogni singola persona ciò che è avvenuto a Nostro Signore. La natura umana ch’Egli ha assunto è il prototipo o il modello naturale per ciascuno di noi. Dal momento ch’Egli fu crocifisso, ricorse e ascese nella gloria per redimere il mondo, ogni individuo deve liberamente offrirgli la propria natura umana e morire al peccato per vivere nella grazia e nella gloria con Lui. La Messa rappresenta l’apice dell’incorporazione alla morte e alla gloria di Cristo.

Nell’Offertorio presentiamo noi stessi a Dio sotto le specie del pane e del vino. La Consacrazione è il momento in cui si realizza la cosiddetta «transustanziazione». Abbiamo incominciato a morire nella parte inferiore di noi stessi per vivere di Cristo. Il termine «transustanziazione” significa che — alle parole della Consacrazione — la sostanza del pane diviene la sostanza del Corpo di Cristo, e quella del vino il Sangue di Lui. La Consacrazione ha come suo effetto una nuova presenza, senza spargimento di sangue, dell’offerta del Calvario. Nella Messa non c’è un’altra offerta, ma un’altra presenza della medesima attraverso il ministero del sacerdote.

Il pane e il vino non sono consacrati insieme ma separatamente. Prima il pane, che diventa il suo Corpo, poi il vino, che diviene il suo Sangue.

Questa Consacrazione separata del pane e del vino costituisce una sorta di separazione mistica del suo Corpo e del suo Sangue, che rappresenta il modo in cui Egli morì sul Calvario.

La Consacrazione che avviene nella Messa non significa che Nostro Signore muore di nuovo. Egli, infatti, non può più morire nella sua natura umana individuale, essendo ora nella gloria alla destra del Padre, ma può prolungare la sua morte in noi. […]. È come se, al momento della Consacrazione, Nostro Signore dicesse: «Non posso morire di nuovo nella mia natura umana che è nella gloria alla destra del Padre, ma tu, fedele, dammi la tua umanità ed io morirò ancora in te».

Nell’Offertorio abbiamo presentato noi stessi in sacrificio con Cristo; nella Consacrazione moriamo con Lui. Applichiamo la sua Morte a noi stessi per partecipare della sua gloria. In questo momento ciò che è eterno irrompe nel tempo e non v’è nulla di più solenne sulla terra del momento suggestivo e riverenziale della Consacrazione. Non è una preghiera, non è un inno: è un atto divino che ci rende capaci di applicare a noi stessi la Croce salvifica di Cristo.

Sebbene le parole della Consacrazione significhino anzitutto che il Corpo e il Sangue di Cristo o sono presenti sull’altare, vi è un altro significato che ben ci riguarda. I sacerdoti e il popolo sono chiamati a far una simile e totale donazione di sé morendo al peccato e alle miserie della vita, per poter dire: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Non m’importa se queste specie, accidenti o apparenze della mia vita — quali sono i miei doveri, il mio lavoro, le mie attività — rimangono: rimangano pure così come sono. Ma ciò che sono dinanzi a Te, mio Dio, ossia il mio intelletto, il mio volere, il mio corpo, la mia anima, tutto deve trasformarsi in modo ch’io non sia più mio ma tuo». In tal modo realizziamo, nel senso più profondo, le parole di san Paolo ai Galati: «Sono stato crocifisso con Cristo». Potremmo pregare dicendo: «Dono me stesso a Te, mio Dio. Ecco il mio corpo, prendilo. Ecco il mio sangue, prendilo. Ecco la mia anima, la mia energia, la mia forza, le mie facoltà, la mia salute, tutto ciò che ho. Sono tue. Prendile! Consacrale!

Offrile con Te stesso al Padre celeste affinché Egli mirando questo Sacrificio, possa vedere solamente Te, il suo Figlio prediletto nel quale si è compiaciuto. Trasforma il misero pane della mia vita nella tua Vita divina; vivifica il vino della mia vita arida con il tuo Spirito divino; unisci il mio cuore infranto al tuo Cuore trafitto; fa» ch’io non porti la Croce ma sia crocifisso. Non permettere che il mio abbandono, le mie pene e privazioni vadano perdute. Raccogli i frammenti e, come la goccia d’acqua è assorbita dal vino nell’Offertorio della Messa, fa» che la mia vita sia assorbita dalla tua; fa» che la mia piccola croce sia stretta alla tua grande Croce affinché possa meritare le delizie della felicità eterna in unione con Te, mio supremo Bene».
 

La Comunione
Nell’Offertorio, noi siamo come agnelli condotti al macello. Nella Consacrazione, siamo agnelli macellati nella parte inferiore del nostro «io» peccaminoso. Nella Comunione, scopriamo che non siamo morti del tutto, ma che siamo tornati alla vita.

Per poter comprendere, attraverso la legge dei contrari, che cosa si realizzi nella santa Comunione, può esser utile considerare la natura del Totalitarismo e del Comunismo. In tali filosofie di vita, ciascuna persona deve darsi totalmente e completamente, corpo e anima, mente e volontà, opere e vita, a un dittatore umano. Anche nella cristianità c’è un dittatore; noi ci diamo completamente e interamente a Dio attraverso il suo divin Figlio, Gesù Cristo.

Ma v’è una grande differenza. Nel Comunismo coloro che consegnano se stessi allo Stato si consacrano al materialismo, dal momento che negano Dio e l’anima. Quando qualcuno si abbandona a ciò che è materiale, è da esso posseduto, così come un uomo che sta annegando è posseduto dall’acqua, o un uomo che sta per essere bruciato è investito dal fuoco. Il Comunismo non potrà mai arricchire o elevare le anime dei suoi seguaci.

Invece, quando ci doniamo a Dio e moriamo nella parte bassa di noi stessi, come avviene nella Consacrazione della Messa, allora ritroviamo le nostre anime elevate e arricchite. Cominciamo ad esser finalmente liberi, glorificati, innalzati, divinizzati. Capiamo che, dopotutto, nella Consacrazione, la nostra morte non doveva durare più a lungo di quella di Cristo sul Calvario, visto che nella santa Comunione noi doniamo la nostra umanità e riceviamo la Divinità. Cediamo il nostro tempo e riceviamo l’onnipotenza della Volontà divina. Doniamo il nostro piccolo amore e riceviamo il Fuoco dell’Amore divino, diamo il nostro niente e riceviamo il Tutto. Questo perché Cristo ha detto: «Colui che perde la propria vita a causa mia la salverà».

Esiste una vita superiore a quella del corpo, ed è la vita dell’anima. E come la vita del corpo è l’anima, così la vita dell’anima è Dio. Questa vita divina la riceviamo nella Comunione. Se la luce del sole, l’umidità e le sostanze chimiche della terra potessero parlare, direbbero alle piante: «Se non mi mangiate, non avrete vita in voi». Se le piante e l’erba dei campi potessero parlare, direbbero agli animali: «Se non mi mangiate, non avrete vita in voi». Se gli animali, le piante e le sostanze chimiche dell’universo potessero parlare, direbbero all’uomo: «Se non mi mangi, non avrai vita in te». Allo stesso modo Dio ci dice che, se non lo riceviamo, non avremo la vita divina in noi. Secondo la legge della trasformazione, ciò che è minore è trasformato nel maggiore: le sostanze chimiche in piante, le piante in animali, gli animali nell’uomo e l’uomo in Dio, senza, comunque, che l’uomo perda mai la sua personale identità.

Nella Comunione si dice comunemente che noi «riceviamo» Nostro Signore per aver in noi la sua Vita divina, ben più d’un neonato che riceve la vita umana dalla propria madre, poiché, in quest’ultimo caso, l’essere umano è nutrito da un altro essere umano (da un suo pari), mentre nella Comunione l’essere umano riceve la Vita divina da Dio. Ma, in realtà, a ben vedere, nella Comunione non siamo tanto noi a ricevere Cristo: è Cristo che riceve noi, incorporandoci a Lui.

Sappiamo di non esserne degni. Ogni amore, in verità, si ritiene indegno. L’amante è sempre in ginocchio, l’amato sempre su un piedistallo. Perciò prima di ricevere la Comunione, ripetiamo con il sacerdote: Domine, non sum dignus, “o Signore, non sono degno». È come se non avessimo il coraggio di accostarci alla Sacra Mensa, consapevoli di non esser meritevoli del Dono di Dio.

È da notare che, anche in natura, non esiste comunione senza sacrificio. Come non possiamo fare nessuna «comunione naturale» col cibo senza che esso sia stato trattato e messo sul fuoco, e gli animali siano stati sottoposti al coltello e soggetti a purificazione, così non possiamo fare Comunione con Cristo senza che prima ci sia stata una morte. Ecco perché la Messa non è solo una cerimonia, è un Sacrificio che termina nella Comunione. La Comunione è la conseguenza del Calvario; viviamo di ciò che uccidiamo. I nostri corpi vivono dell’uccisione degli animali da campo e delle piante da giardino; riceviamo la vita dalla loro crocifissione; noi li uccidiamo non per il gusto di distruggere ma per avere la vita in maggior abbondanza. Noi li immoliamo per l’utilità che ricaviamo dalla comunione con loro.

Per un magnifico paradosso dell’Amore divino, Dio fa della Croce un reale mezzo di salvezza.

Noi lo abbiamo ucciso; lo abbiamo inchiodato e crocifisso; ma l’amore illimitato del suo Cuore non poteva esaurirsi. Egli voleva darci la vera Vita, che noi abbiamo ucciso; il vero Cibo, che noi abbiamo distrutto; voleva nutrirci con il vero Pane, che noi abbiamo seppellito, e con il vero Sangue, che noi abbiamo versato. Noi abbiamo trasformato il nostro effettivo crimine in una felice colpa. Abbiamo convertito una Crocifissione in una Redenzione; un’immolazione in una comunione; una morte in una vita senza fine.

Ed è proprio questo che rende l’uomo un mistero! Che l’uomo — fatto a immagine e somiglianza di Dio, che è amore — debba essere amato, non è un mistero. Ma perché egli non ami in contraccambio, questo è un grande mistero. Perché il nostro dolcissimo Iddio deve essere il grande Non-Amato, perché l’Amore non è amato? Egli è amato in tutti quelli che si uniscono a Cristo, Sacerdote e Vittima.
 

Fulton J. Sheen, Arcivescovo

 

 

 

NOTE:

1 La teologia della liturgia, Abbazia di Fontgombault, 2224 luglio 2001.

Pubblicato in La Messa di sempre
   

Mons. Luigi Negri


   

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