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Martedì, 17 Ottobre 2017 23:01

Eventi Video

In questa pagina troverete eventi video riguardanti diverse tematiche, dalle Sante Messe in orari particolari o particolari funzioni religiose durante l’anno liturgico, alla preghiera comunitaria, ad interventi video su tematiche teologiche. In Questo spazio sarà anche utilizzato per trasmettere particolari eventi dal vivo.


ll concetto della verità in Tommaso d’Aquino — Lectio magistralis, 4 ottobre 2016 — Prof. P. Giovanni Cavalcoli o.p. — Conferenza richiesta dal Prof. Alessandro Beghini (Verona).
 

Pubblicato in Preghiera
Venerdì, 12 Agosto 2016 09:59

La Messa di sempre (5)

LA LETTURA DELLA PAROLA DI DIO

L’EPISTOLA

All’Amen che conclude le Collette segue l’ascolto della Parola di Dio. «Ho un messaggio […J da parte del Signore», si legge nella Bibbia (Gdc 3,20); ed è a ciascuno di noi che la Parola di Dio è rivolta.

Se volessimo cercar l’origine di queste letture, dovremmo risalire alle più antiche usanze cristiane e andare anche oltre, fino alle pratiche più care al cuore d’Israele. Il servizio della sinagoga conosceva già queste letture desunte dalla Legge e dai Profeti. Non abbiamo forse visto Gesù leggere Isaia ai suoi connazionali, i Giudei (Lc 4,16), e san Paolo prender parte, nei suoi viaggi missionari, a simili letture (cf At 13,1416)? La Chiesa primitiva ha fedelmente conservato tale usanza: la lettura dei libri sacri aveva un posto preminente nella Liturgia degli inizi.

     Nei tempi antichi venivano lette al popolo prima alcune letture dal Vecchio Testamento, poi qualcuna delle Lettere Apostoliche, e infine una parte del Vangelo. È questa divisione in tre delle letture preparatorie che ancora troviamo nella liturgia del Venerdì Santo. All’inizio queste letture non erano né brevi, né divise, come invece venne fatto in seguito: il lettore continuava a leggere ininterrottamente fino a che il Vescovo non riteneva opportuno fargli segno che era stato proposto abbastanza agli ascoltatori per la loro istruzione. Fu soltanto con la comparsa del Messale Romano del 1570 che entrarono nell’uso generale due letture precedentemente scelte, a seconda della festa che si celebrava.

Di norma la prima lettura è l’Epistola. Come si desume dal nome, l’Epistola è un brano tratto da una Lettera. Nelle domeniche l’Epistola è quasi sempre presa dagli scritti di san Paolo apostolo. In altre occasioni — nelle feste dei Santi, nelle ferie di Quaresima e nelle Tempora — generalmente è dagli scritti profetici dell’Antico Testamento che ci viene proposta un’istruzione attraverso una «lettura», che è chiamata Lectio, qualsiasi sia la sua provenienza. Evidentemente, in entrambi i casi lo scopo liturgico è il medesimo: mostrare come Dio all’inizio abbia parlato attraverso intermediari, ossia per bocca di uomini che erano suoi testimoni o confessori, i quali dovevano prepararci a ricevere, più tardi, il suo messaggio direttamente. Per questa ragione, la lettura è fatta sempre «in nome di Dio».


UNA PAUSA DI PREPARAZIONE

TRA L’EPISTOLA E IL VANGELO

Tra l’Epistola e il Vangelo troviamo alcune preghiere e canti che possono facilmente esser considerati, dall’osservatore frettoloso, come semplici digressioni, nient’altro, cioè, che sentieri che portano lontano dal piano generale della Liturgia; ma, in realtà, sono pieni di significato.

La lettura si conclude con la consueta formula di ringraziamento: Deo gratias, «Rendiamo grazie a Dio». Con tali parole, che si rinvengono così spesso nelle Lettere di san Paolo, si vuol ringraziar Dio il quale ha voluto che le parole appena declamate venissero dette o scritte.

Era costume nell’antica liturgia israelita che il corso della lettura o servizio didattico venisse interrotto dalla recita dei salmi. Ciò evitava il tedio della monotonia ed assicurava una partecipazione reale al culto da parte dell’assemblea. I canti che si trovano nel nostro Messale per il presente intervallo sono una sopravvivenza di quest’usanza. Che sia un’usanza molto antica tra i cristiani stessi è comprovato dalla testimonianza di Tertulliano del III secolo.

     Esistono tre formulari cantati. Il Graduale è ordinariamente composto di parole che giustamente si riferiscono alla lezione appena letta, ed era anticamente intonato da un cantore che stava in piedi sul gradino (gradus) dell’ambone. L’assemblea rispondeva al versicolo, cantando un ritornello. L’Alleluia è un’antica espressione giudaica di gioia, ed è di uso immemorabile: ricorda la venuta del Signore e, quindi, serve ad introdurre il Vangelo. Il Tratto prende il posto dell’Alleluia nei giorni di penitenza o di lutto. Era riservato alle voci dei grandi solisti del passato, che lo cantavano ininterrottamente, senza l’intervento del coro; ed essendo destinato a musiche solenni e nobili, è impregnato di antichità. A questi formulari, i liturgisti del Medioevo aggiunsero la Sequenza o Prosa, una sorte di commentario poetico alla festa celebrata.

Originariamente le parole della Sequenza furono inserite in quella lunga serie di neumi melismatici in cui l’Alleluia sembra prolungarsi in esplosioni di gioia. Queste Prose erano espressioni ammirabili del fervore cristiano. Di esse l’attuale Messale ritiene il Victimae paschali per il giorno di Pasqua, il Lauda Sion per il Corpus Domini, il Veni Sancte Spiritus per la Pentecoste, il Dies irae per le Messe di Requiem, e quello più toccante di tutti, lo Stabat Mater, che Jacopone da Todi scrisse in lode della Compassione d Vergine Santa. Non v’è dubbio che queste siano soltanto aggiunte alla primitiva liturgia; ma chi può mai esser indifferente allo splendore che le conferiscono?

A questo punto della celebrazione il Messale è portato nel suo angolo privilegiato, sul lato sinistro dell’altare, come se ne fosse il cuore da dove risuonano le parole di Cristo stesso. Nel frattempo il sacerdote, che sta per parlare in nome Cristo, si prepara per questo compito speciale chiedendo che Dio gli purifichi le labbra come un tempo fece con Isaia, quando un Angelo toccò la bocca del grande Profeta con un carbone ardente.

 

LA PAROLA DI DIO

IL VANGELO

Fino a questo punto abbiamo ascoltato il messaggio divino dalle labbra degli uomini: adesso è Dio stesso che ci parla! Cristo viene ad istruirci con l’esempio della sua vita e con le sue stesse parole.

Ed è per questo motivo che fin dall’inizio, nella Chiesa primitiva, la lettura del Vangelo è stata considerata un elemento essenziale della Liturgia: nelle catacombe era impensabile ometterla. Questo punto così essenziale nella preparazione al Sacrificio sottolinea il fatto che il Cristo, venuto a morire per la salvezza di ogni uomo, è il medesimo che istruisce ciascuno di noi sulle verità di Fede.

Ecco perché questo punto della Messa è segnato e circondato da un certo grado di solennità. Non è forse il libro del Vangelo un altro simbolo del Maestro? Non è il libro di cui san Giovanni Crisostomo diceva di non poter aprirlo senza un sentimento di profondo rispetto? Durante le Messe cantate l’incenso e le luci esprimono lo spirito di venerazione dovuto a questo libro, mentre, nelle Messe basse, ciò è espresso attraverso i significativi gesti del sacerdote, il quale tocca il libro, lo bacia e fa su di esso il segno di Croce.

     I fedeli, dopo essersi segnati col segno di Croce sulla fronte, sulle labbra e sul cuore, ascoltano in piedi e attentamente la lettura del Vangelo. Il segnarsi tre volte con la Croce vuole indicare che si accetta la Verità con l’intelligenza, si è pronti a confessarla e la si custodisce nel cuore.

Fin dal VI secolo s’è andata diffondendo l’usanza di selezionare in anticipo il passo di uno dei Vangeli, al fine di offrirci un esempio pratico del particolare insegnamento che la Messa del giorno vuol donarci.

Tutte le altre parti del formulario proprio della Messa dipendono, più o meno chiaramente, dalla pericope del Vangelo: esse servono o come commentari a ciò che è stato proclamato nella pericope evangelica, o come assicurazione della sua piena realizzazione.

Si tratta dunque d’un punto culminante. È la voce stessa del Dio Incarnato che si ascolta in questo momento. E quando la lettura è terminata, il solo scopo dell’eventuale omelia che segue è quello di spiegar e commentare le parole del Maestro, per illuminare la nostra mente e fortifire la nostra devozione.

 

IL CANONE DELLA FEDE

IL CREDO

Io credo fermamente tutto ciò che il Signore Gesù è venuto ad insegnarmi: questa confessione è lo scopo del Credo.
 

Fin dai primi tempi del Cristianesimo, la proclamazione d’un atto di fede era il requisito necessario per esser battezzati. Senza dubbio, il formulario era allora molto semplice, simile forse alla dichiarazione fatta dall’ufficiale etiope a Filippo il Diacono, quando disse: «Io credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio» (At 8,37).

Ma non passò molto tempo che l’errore attaccò i principi della fede cristiana, e da qui nacque la necessità di affermare tali principi in termini precisi e definiti.

Fu per soddisfare a questo bisogno che vennero redatti dei Simboli, ossia brevi affermazioni, concrete proposizioni di fede, «il Canone della nostra Fede», come veniva chiamato nel III secolo in Africa.

L’antico Credo degli Apostoli, le cui dirette e precise affermazioni sono familiari alla nostra preghiera privata, non fu più sufficiente quando divamparono le grandi eresie del IV secolo circa la natura di Cristo in relazione alle altre Persone della SS. Trinità. E fu così che in due Concili quello di Nicea nel 325 e quello di Costantinopoli nel 381 — fu redatto il testo di un più elaborato Simbolo o «Dichiarazione della Fede». il Credo che troviamo nelle nostre Messe domenicali.

Prima ad Antiochia e poi a Costantinopoli, fu deciso d’inserire il Credo nel formulario della Messa. Se ne diffuse l’uso in Spagna, in Francia e in Germania; ma Roma non lo adottò che dopo l’anno 1000. Si attribuisce tale adozione alla richiesta dell’Imperatore Enrico II che venne a Roma nei giorni di Benedetto VIII (10121024). Si narra che quando l’Imperatore chiese ai Romani perché non recitassero il Credo durante la Messa, gli fu risposto che, poiché la Chiesa di Roma fino ad allora non era mai stata macchiata dall’eresia, non v’era alcun bisogno di recitar il Credo. L’Imperatore, tuttavia, insistette e alla fine ottenne il consenso del Papa e il Credo venne cantato nelle Messe pubbliche.

Ai nostri tempi, l’uso del Credo è limitato alle Messe domenicali, e ad altre Messe, secondo le indicazioni delle Rubriche. Mentre il celebrante sta recitando il Credo con profondo fervore, i fedeli si alzano per proclamarlo ad alta voce e unanimemente. «Che il Credo risuoni – ordinò un Concilio tenuto a Toledo nel 589 — così che la vera fede possa esser dichiarata in canto, e che le anime dei credenti, accettando la fede, possano esser preparate a partecipare, in comunione, al Corpo e Sangue di Cristo».

Nel Vangelo la Parola ha parlato agli uomini; adesso, «incarnata», verrà ad offrir Se stessa sull’altare. Il Credo diviene così un meraviglioso legame tra le due parti della Messa.

 

L’OFFERTORIO

PREGHIERE SULLE OBLATE

La cosiddetta «Messa dei Catecumeni» è ormai conclusa, perché, anticamente, quelli che non erano che aspiranti alla fede venivano invitati a lasciar l’assemblea dopo la proclamazione dell’atto di fede, il Credo. Insieme con i non-battezzati, anche i peccatori che stavano facendo pubblica penitenza venivano congedati; a nessuno al di fuori dei membri integralmente cristiani veniva permesso di partecipare ai santi misteri che in questo momento hanno inizio.

Dai fedeli era innalzata, in questo momento, una serie di preghiere per dar voce all’intenzione collettiva della Chiesa. Di queste preghiere oggi non restano che tre brevi ricordi: il versicolo Dominus vobiscum con la consueta risposta e l’esortazione Oremus.

     Il primo atto sacramentale è l’Offertorio. È adesso contrassegnato da un gruppo di sei preghiere. Di queste una cambia ogni giorno, essendo specificamente adattata al tempo o alla festa che si celebra; le altre cinque sono fisse avendo come scopo la presentazione a Dio non soltanto delle offerte, ma anche di coloro che fanno quelle offerte. Quanto era pieno di significato, nella Chiesa primitiva, l’antico cerimoniale che segnava questo momento! L’assemblea indicava inequivocabilmente la propria parte nell’atto di offerta andando personalmente in processione a presentare i doni. Quali erano questi doni? Pane e vino, prima di tutto; ma anche altri alimenti, e perfino altre cose, come oro ed argento, uccelli e fiori. ll diacono disponeva questi doni su un tavolo speciale, mettendo da una parte quelli che dovevano esser usati durante il Sacrificio, dall’altra ciò che sarebbe stato dato ai poveri. Un canto responsoriale o antifonale era intonato durante la processione, e sembra che l’Offertorio fosse una delle parti più toccanti della Messa.

Nel Medioevo questa usanza gradualmente scomparve, senza dubbio a causa di possibili disordini verificatisi nel suo svolgimento. Ai nostri giorni vi sono altre usanze che richiamano il primitivo offertorio: la colletta dei soldi, ad esempio, ha il medesimo fine caritativo. Lo stesso può dirsi dell’offerta che si dà al sacerdote ogni volta che chiediamo di celebrare una Messa: in questo caso l’offerta e l’intenzione sono legate. Ma, ovviamente, la vera essenza di tutte queste usanze è contenuta nella preghiera che adesso il sacerdote pronuncia in nostro nome. Infatti, quandi tiene, con entrambe le mani, la patena su cui ha posto l’ostia, e quando la eleva in un magnifico gesto di supplica, è in realtà il dono di tutto ciò che siamo e di tutto ciò che abbiamo che presenta al Signore.

 

IL PANE E IL VINO

LA PREPARAZIONE DELLE OBLATE

All’Offertorio la materia che deve esser consacrata viene, per così dire, «separata» e offerta a Dio. È prescritto che siano selezionate due tipi di sostanze materiali per esser presentate a Dio: il pane e il vino, elementi scelti da Gesù nell’Ultima Cena. È ben giusto che questi frutti della terra, umili e ordinari, siano gli strumenti attraverso cui il Salvatore viene agli uomini: il pane è quel sostegno della vita sempre tanto necessario, il vino è la bevanda che inebria ma mai disseta. Non venne forse offerto del vino a Noè per confortarlo e incoraggiarlo dopo i terrori del diluvio?
 

In origine, il pane offerto durante la Messa era sì quello ordinario ma della migliore qualità disponibile, segnato con la Croce e confezionato nella forma di biscotti rotondi e appiattiti per esser più facilmente spezzato. Dal IX secolo circa, s’iniziò ad usare il pane azzimo, per ricordare quel pane non lievitato che Gesù, osservando la Legge di Mosè, aveva usato nell’Ultima Cena. Il vino della Messa è semplicemente il succo del «frutto della vite», che il divin Maestro, durante la sua vita terrena, era abituato a bere. Secondo un’usanza che data soltanto dal XIV secolo, viene in genere usato il vino bianco per ovvi motivi di pulizia, malgrado tali ragioni siano alquanto trascurabili in confronto al toccante simbolo del sangue che viene dall’uso del vino rosso.

Dal momento in cui sono offerti per la prima volta a Dio, il pane e il vino diventano simboli del Corpo e del Sangue di Cristo; ed è come tali che devono essere considerati, perché l’Offertorio anticipa, per così dire, la Consacrazione.

Nell’Offertorio il sacerdote aggiunge un po» di acqua al vino nel calice, così che i due liquidi possano mescolarsi, proprio come in Cristo la natura umana e quella divina sono inseparabili; o come il Signore Gesù e la sua Chiesa formano un solo Corpo. Nel Medioevo si riteneva comunemente che quest’acqua rappresentasse quella che uscì dal fianco trafitto di Gesù crocifisso; e, con un rito molto toccante, la liturgia greca prescrive l’uso d’una piccola lancia durante la Messa, con la quale l’ostia viene trafitta in memoria di quel fianco squarciato.

«Ti offriamo, o Signore, questo calice di salvezza», dice adesso il sacerdote, intendendo dire con ciò che, in maniera mistica, il pane diventerà il Corpo di Cristo, e il vino, nel calice, il suo preziosissimo Sangue.

 

                                        

Pubblicato in La Messa di sempre
Giovedì, 19 Maggio 2016 00:00

La Messa di sempre (4)

CONFITEOR 
LA CONFESSIONE DEI PECCATI
Nell’istante stesso in cui l’anima si abbandona alla gioia, viene frenata dal ricordo dei suoi peccati che, come un muro di separazione, si leva tra lei e Dio. Nella Chiesa primitiva s’avvertiva spontaneo il bisogno di chieder perdono all’inizio della Messa. Pian piano, si andò affermando il riconoscimento formale d’esser in peccato, accompagnato dalla richiesta di perdono. Nell’VIII e IX secolo, sotto il titolo di Apologia, anime devote iniziarono a comporre alcune preghiere per il perdono in cui la supplica era unita alla confessione. Il Messale Romano, così com’era nel 1570, conservava uno di questi formulari che, in maniera particolarmente toccante, contemplava quasi quattro momenti d’un processo: l’anima appare davanti alla corte di giustizia e confessa la sua colpa, l’avvocato la difende e il perdono è concesso. Si trattava d’una preghiera pubblica collettiva in cui il sacerdote e il popolo riconoscevano la loro iniquità, non soltanto privatamente, ma di fronte alla Chiesa intera, a santi testimoni e alle potenze del Cielo. Ecco perché, all’inizio del Confiteor, si avverte con evidenza il senso di comunione che caratterizza coloro che partecipano alla Messa.

L’atto di pentimento tre volte ripetuto al mea culpa, quando la mano batte il petto con un gesto al contempo biblico e monastico, porta consolazione al peccatore afflitto dal suo dolore; infatti, non è forse scritto che la preghiera dell’umile sarà ascoltata dall’Altissimo?
 

IL BACIO ALLALTARE
IL SACERDOTE SALE AL SACRO ALTARE

Le preghiere ai piedi dell’altare non erano che un’introduzione; ora il sacerdote, gradino dopo gradino, s’accosta alla sacra Mensa. Usando alcune parole del salmo 84 (Benedixisti Domine) che è associato alla gioia del Natale, ha prima pregato che Dio mostrasse il suo volto al suo popolo perché possa trovare in Lui la sua gioia. Ma, nel momento stesso in cui inizia ad avvicinarsi all’altare, un’ombra avvolge il suo cuore e, con le parole d’un’antica preghiera che era già in uso a Roma nel V secolo (Aufer a nobis, quaesumus, Domine, iniquitates nostras…), chiede al Signore di purificare l’anima desiderosa di penetrare nel suo Luogo santo.

Adesso il sacerdote sta di fronte all’altare, davanti all’oggetto più sacro che la chiesa contiene, davanti a quell’altare che è il suo centro e il suo vertice, un oggetto dal significato misterioso che non potrà mai pienamente esser sondato. Simbolo di Cristo, non è forse l’altare anche il luogo che serve a ricevere il Corpo e il Sangue del Crocifisso? E non è forse anche un’immagine, come afferma sant’Ambrogio, del Corpo del Salvatore, visto che il giorno in cui l’altare venne consacrato ricevette l’unzione propria dell’Unto di Dio, essendo stato cosparso del sacro Crisma? Le cinque croci che sono incise nella pietra ricordano le cinque Piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo. L’altare rappresenta anche la Chiesa: le reliquie dei suoi Santi sono incastonate nella sacra Mensa, e il sacerdote che viene a celebrarvi il Sacrificio lo fa in nome della Chiesa. Dinanzi all’ineffabile senso di gloria che emana dall’altare, il sacerdote, in devota venerazione, bacia quella sacra Mensa con le sue labbra. Tale gesto rappresenta l’unione della Sposa con il suo Sposo, di cui il bacio è l’immagine più eloquente. E in verità, ciò che il sacerdote si propone di compiere qui non è altro che l’unione della Chiesa con il suo Maestro, dell’anima col suo Redentore.

È questa stessa sovrabbondanza di gioia che sentiamo nascere in noi nel momento in cui il sacerdote saluta l’altare con questo dolcissimo bacio. È allora che costruiamo l’altare delle nostre anime, quell’altare su cui Cristo desidera riposare.
 

INIZIO DELLA MESSA

IL SEGNO DELLA CROCE

Il celebrante va sul lato destro dell’altare e, dal libro che trova già pronto, legge una breve preghiera. Questo è l’Introito o Ingressa (ossia verso introduttivo), come è chiamato nella Liturgia Ambrosiana. Il suo significato diventa chiaro solo alla luce della conoscenza del vecchio cerimoniale di cui queste poche parole costituiscono l’unico ricordo.

Nei primi tempi della Chiesa Romana, il Papa in solenne corteo si recava dal Palazzo del Laterano coi suoi assistenti (sacerdoti, diaconi e accoliti) in un particolare santuario nel quale doveva celebrare la Messa in quel giorno. Questo rito esisteva nel V secolo sotto san Celestino V, e successivamente fu abbellito e ampliato da san Gregorio Magno.      In ciò troviamo l’origine della processione d’entrata. Salmi venivano cantati a cori alterni (in stile cosiddetto «antifonato»), scelti con cura per esser in armonia col Sacrificio che si celebrava in quel giorno. E così tali salmi erano gioiosi in Avvento, ma tristi in Quaresima. Nel giorno della festa di qualche Santo, inneggiavano al suo glorioso trionfo, e quando venivano commemorate l’Epifania o la Trasfigurazione, il loro tema era la Regalità di Cristo. In tal modo, l’Introito divenne un canto d’entrata.

Ai nostri tempi, l’uso d’una singola antifona seguita dal versetto d’un salmo (o, a volte, d’un passo preso da un altro libro della Sacra Scrittura), con il Gloria Patri e la ripetizione dell’antifona, non è che una «reliquia» di quel rito così toccante. Tuttavia anche questo Introito abbreviato ha la sua funzione. Cambiando di giorno in giorno e servendo come una sorta d’introduzione spirituale, con poche e brevi parole afferma il tema o il culmine del formulano della Messa del giorno. Dicendo le parole dell’Introito, il celebrante fa un segno di Croce, che è il segno dell’inizio della celebrazione in senso stretto.
 

MISERICORDIA E GLORIA DI DIO

IL KYRIE E IL GLORIA

Ci sono due nozioni che, come temi musicali in una sinfonia, ricorrono spesso nella Messa: li troviamo qui insieme in due preghiere che sono complementari l’una all’altra: il Kyrie e il Gloria. Dare gloria a Dio e implorare la sua misericordia sono i due scopi che legano l’uomo a Dio: è perché sappiamo che Dio è Onnipotente che lo preghiamo di aver misericordia di noi. E non sono forse tutte le varie sfumature di questi inseparabili scopi ben espresse nel gesto con cui il sacerdote prima estende e alza le mani, e poi le giunge? È un gesto che riassume tutti i nostri desideri per le cose divine, e, aumentando il nostro fervore, testimonia la nostra speranza di salvezza.

Il Kyrie è il rimanente di quei dialoghi a forma di litanie, di quelle preghiere d’acclamazione che nascevano spontaneamente nel cuore della Chiesa primitiva. Ha avuto origine nell’Est in cui si parlava greco, forse a Gerusalemme, dove la pellegrina spagnola, Egeria, lo sentì cantare, verso la fine del IV secolo; ed è in greco che ancora lo diciamo. Dopo che l’Introito ha aperto la cerimonia con i suoi versi tratti dalla Sacra Scrittura, questa semplice supplica presenta alle tre Divine Persone il nostro sentito bisogno e desiderio di salvezza. Subito dopo viene intonato un inno alla Maestà di Dio. Il Gloria è una preghiera molto antica, già esistente nel II secolo, che fu incorporata nella Messa Romana nel VI secolo. Si apre giustamente con le parole che gli Angeli adoperarono per cantare la loro lode «a Dio nell’alto dei Cieli»; perché ogni Messa rinnova, in un certo senso, il Natale, attualizzando, ancora una volta, la venuta di Nostro Signore. Iniziando con questo verso del Vangelo, tutte le età della fede si lanciano in un inno di lode che è come un torrente d’amore in piena.

Eppure neanche questo slancio gioioso verso la gloria del Padre può far dimenticare all’uomo il proprio miserabile stato. Per questo, quando s’indirizza a Cristo nostro Mediatore, l’inno riecheggia la richiesta di misericordia fatta nel Kyrie: è perché Egli è Santo, è il Signore, il Dio Altissimo, che ha pietà di noi e ci porta la salvezza.

Ed è additando lo sfolgorante riflesso della gloria del Padre, Figlio e Spirito Santo, pegno di salvezza per ogni credente, che questo bellissimo inno si conclude in sublime semplicità.

FATTI «UNO» NEL SIGNORE

LA COLLETTA

L’aver adorato e chiesto misericordia non è abbastanza: l’unità dei fedeli è parte di ogni Messa. Dominus vobiscum, esclama il sacerdote, «il Signore sia con voi», mentre con le braccia stese si gira verso il popolo. Sembra che la Liturgia, per mezzo di tale azione, usando quest’antica forma di saluto ereditata dagli usi biblici, cerchi di soddisfare il desiderio che tutti i fedeli possano esser riuniti insieme e fatti uno nella loro supplica.

Quest’azione è ripetuta in otto momenti particolarmente solenni durante la Messa. Questa unità dei fedeli nella supplica ispira le preghiere chiamate Collette, che si collocano a questo punto della Messa.

È questo uno dei momenti principali di preghiera nella Messa; gli altri sono segnati dalla Secreta e dal Postcommunio. Queste preghiere sono indirizzate alla Trinità in Unità; il sacerdote le legge o le canta con le braccia aperte e, se dovesse pronunciar il nome di Gesù, inchina la testa verso la Croce dell’altare.

Queste preghiere si chiamano Collette perché riassumono e uniscono insieme tutte le intenzioni del Sacrificio di quel giorno. Storicamente questo termine richiama l’antica usanza della Roma urbana, verso il IV secolo, in cui tutta la comunità cristiana era solita riunirsi in una chiesa per procedere poi insieme, con solennità, al santuario scelto per la celebrazione della Messa di quel giorno: in questo senso la Colletta è la preghiera della plebs colletta, ossia la preghiera del popolo riunito.

I cristiani del Medioevo arrivarono a dare a questo termine il significato di preghiera in comune. In effetti, recitando queste preghiere, il sacerdote riunisce insieme, come in un sol fascio, tutte le nostre speranze e tutti i nostri buoni propositi come per offrirli a Dio. E ancora, il bacio con cui il sacerdote saluta di nuovo l’altare prima di dire queste preghiere, non è forse un segno dell’unione dell’assemblea in Cristo?

 

 

                                                

 

Pubblicato in La Messa di sempre
Mercoledì, 27 Aprile 2016 00:00

La Messa di sempre (3)

LE PREGHIERE AI PIEDI DELLALTARE

Siamo ai piedi dell’altare: Introibo, andrò all’altare di Dio. Sono le preghiere preparatorie. Oggi il sacerdote le recita ai piedi dell’altare; un tempo, le iniziava lasciando la sacrestia, come atto personale di avvicinamento ai santi misteri.

Storicamente, rappresentano un’ultima aggiunta alla Messa. La loro prima comparsa data soltanto dal VII secolo, e il loro uso generale non venne introdotto che nel 1570, quando san Pio V rese obbligatorio il Messale Romano. Le parole di queste preghiere sono significative: il salmo 42 ricorda gli ebrei esiliati e afflitti presso le acque di Babilonia che piangevano il loro altare dissacrato e il loro Luogo santo abbandonato. Ma tali parole testimoniano anche una fede ferma, una completa fiducia in Dio. Con il succedersi dei versi di questo salmo affiora la speranza che sorpassa il dolore. Per questa ragione nel primo periodo della Chiesa — a Milano, per esempio, al tempo di sant’Ambrogio — coloro che erano stati appena battezzati cantavano questo salmo durante la veglia di Pasqua, quando, per la prima volta, erano ammessi a prender piena parte all’intera Messa.

«Mi accosterò all’altare di Dio, al Dio, che allieta la mia giovinezza». Quanto chiare e quanto significative diventano queste parole della Sacra Scrittura, se recitate nella luce gioiosa d’una riacquistata giovinezza spirituale; perché è con un cuore giovane e con uno spirito traboccante di gioia che dovremmo andare davanti al Dio vivente.

 

ELEVAZIONE

Sono venuto, mio Signore, con lo spirito pronto, armato di speranza ed amore.
Vedo la Messa come un’oasi felice nella mia vita, come una sorgente refrigerante e vigorosa.
 
Quante sono le ore che trascorro senza pensare a Te, mio Dio! Conservami nel ricordo di Te! Mondami dalle tendenze intime al peccato, dalle inclinazioni che mi spingono a scegliere ciò che è disdicevole, dal male che non dovrei compiere e che invece commetto.
Proprio all’inizio della Messa, donami la grazia d’essere ciò che Tu vuoi ch’io sia. 
La mia fiducia in Te è senza limiti e la mia prima parola è di totale confidenza in Te. Io credo in Te, in Te solo pongo la mia speranza.

 

CONFITEOR

LA CONFESSIONE DEI PECCATI

Nell’istante stesso in cui l’anima si abbandona alla gioia, viene frenata dal ricordo dei suoi peccati che, come un muro di separazione, si leva tra lei e Dio. Nella Chiesa primitiva s’avvertiva spontaneo il bisogno di chieder perdono all’inizio della Messa. Pian piano, si andò affermando il riconoscimento formale d’esser in peccato, accompagnato dalla richiesta di perdono. Nell’VIII e IX secolo, sotto il titolo di Apologia, anime devote iniziarono a comporre alcune preghiere per il perdono in cui la supplica era unita alla confessione. Il Messale Romano, così com’era nel 1570, conservava uno di questi formulari che, in maniera particolarmente toccante, contemplava quasi quattro momenti d’un processo: l’anima appare davanti alla corte di giustizia e confessa la sua colpa, l’avvocato la difende e il perdono è concesso. Si trattava d’una preghiera pubblica collettiva in cui il sacerdote e il popolo riconoscevano la loro iniquità, non soltanto privatamente, ma di fronte alla Chiesa intera, a santi testimoni e alle potenze del Cielo. Ecco perché, all’inizio del Confiteor, si avverte con evidenza il senso di comunione che caratterizza coloro che partecipano alla Messa.

L’atto di pentimento tre volte ripetuto al mea culpa, quando la mano batte il petto con un gesto al contempo biblico e monastico, porta consolazione al peccatore afflitto dal suo dolore; infatti, non è forse scritto che la preghiera dell’umile sarà ascoltata dall’Altissimo?

 

ELEVAZIONE

Tutto il Paradiso è in ascolto, gli Angeli e i Santi odono la mia preghiera: non sono solo alla presenza di Dio, al cui sguardo nulla è nascosto.Vorrei che il gesto di penitenza tre volte ripetuto, fatto sul petto, potesse scuotere il mio cuore e svegliare la mia anima dal torpore, ricordandomi tutto quello che dovrei fare per dar gloria a Dio.In questo momento tutti intorno a me esprimono la potenza misteriosa dell’amore fraterno. Tutti i Santi del passato, tutte le Potenze del Paradiso, che formano il tribunale d’accusa e di giudizio, sono divenuti miei intercessori dinanzi a Colui che è tre volte Santo. La purezza della Vergine, il sangue dei Martiri, la pazienza insigne dei Santi, sono mia difesa nella misteriosa economia della partecipazione dei meriti attraverso la comunione dei Santi.
Le parole dell’assoluzione risuonano nell’anima come un indescrivibile sollievo.

 

IL BACIO ALLALTARE

IL SACERDOTE SALE AL SACRO ALTARE

Le preghiere ai piedi dell’altare non erano che un’introduzione; ora il sacerdote, gradino dopo gradino, s’accosta alla sacra Mensa. Usando alcune parole del salmo 84 (Benedixisti Domine) che è associato alla gioia del Natale, ha prima pregato che Dio mostrasse il suo volto al suo popolo perché possa trovare in Lui la sua gioia. Ma, nel momento stesso in cui inizia ad avvicinarsi all’altare, un’ombra avvolge il suo cuore e, con le parole d’un’antica preghiera che era già in uso a Roma nel V secolo (Aufer a nobis, quaesumus, Domine, iniquitates nostras…), chiede al Signore di purificare l’anima desiderosa di penetrare nel suo Luogo santo.

Adesso il sacerdote sta di fronte all’altare, davanti all’oggetto più sacro che la chiesa contiene, davanti a quell’altare che è il suo centro e il suo vertice, un oggetto dal significato misterioso che non potrà mai pienamente esser sondato. Simbolo di Cristo, non è forse l’altare anche il luogo che serve a ricevere il Corpo e il Sangue del Crocifisso? E non è forse anche un’immagine, come afferma sant’Ambrogio, del Corpo del Salvatore, visto che il giorno in cui l’altare venne consacrato ricevette l’unzione propria dell’Unto di Dio, essendo stato cosparso del sacro Crisma? Le cinque croci che sono incise nella pietra ricordano le cinque Piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo. L’altare rappresenta anche la Chiesa: le reliquie dei suoi Santi sono incastonate nella sacra Mensa, e il sacerdote che viene a celebrarvi il Sacrificio lo fa in nome della Chiesa. Dinanzi all’ineffabile senso di gloria che emana dall’altare, il sacerdote, in devota venerazione, bacia quella sacra Mensa con le sue labbra. Tale gesto rappresenta l’unione della Sposa con il suo Sposo, di cui il bacio è l’immagine più eloquente. E in verità, ciò che il sacerdote si propone di compiere qui non è altro che l’unione della Chiesa con il suo Maestro, dell’anima col suo Redentore.

È questa stessa sovrabbondanza di gioia che sentiamo nascere in noi nel momento in cui il sacerdote saluta l’altare con questo dolcissimo bacio. È allora che costruiamo l’altare delle nostre anime, quell’altare su cui Cristo desidera riposare.
 

ELEVAZIONE

Come il tuo altare, Signore, sta nel centro della chiesa, fa» che anche nel mio cuore l’incrollabile centro sia sempre e solo Tu.

Come questo tabernacolo ospita la tua Presenza viva che con piena fede ora confesso, concedi che la mia anima possa imparare a conoscerti e che Tu possa essere a me più vicino dei miei pensieri più intimi.

Come il sacerdote in questo momento s’inchina devotamente dinanzi al tuo altare, pieno di timore reverenziale, concedimi di conoscere la mia piccolezza e la tua grandezza; permettimi di sottomettere e calpestare il mio orgoglio per cercare e trovare appagamento non nella mia povera vanità, ma in Te che solo resti.

Infine, come il bacio all’altare è una manifestazione e un pegno serio di quell’amore di fronte al quale tutti gli amori terreni languiscono ed impallidiscono, fa» che, o mio Signore Gesù, io ti conosca profondamente e faccia sempre ciò che Tu vuoi, inchinandomi dinanzi all’altare segreto situato all’interno della mia anima dove Tu dimori.

 

INIZIO DELLA MESSA

IL SEGNO DELLA CROCE

Il celebrante va sul lato destro dell’altare e, dal libro che trova già pronto, legge una breve preghiera. Questo è l’Introito o Ingressa (ossia verso introduttivo), come è chiamato nella Liturgia Ambrosiana. Il suo significato diventa chiaro solo alla luce della conoscenza del vecchio cerimoniale di cui queste poche parole costituiscono l’unico ricordo.

Nei primi tempi della Chiesa Romana, il Papa in solenne corteo si recava dal Palazzo del Laterano coi suoi assistenti (sacerdoti, diaconi e accoliti) in un particolare santuario nel quale doveva celebrare la Messa in quel giorno. Questo rito esisteva nel V secolo sotto san Celestino V, e successivamente fu abbellito e ampliato da san Gregorio Magno. In ciò troviamo l’origine della processione d’entrata. Salmi venivano cantati a cori alterni (in stile cosiddetto «antifonato»), scelti con cura per esser in armonia col Sacrificio che si celebrava in quel giorno. E così tali salmi erano gioiosi in Avvento, ma tristi in Quaresima. Nel giorno della festa di qualche Santo, inneggiavano al suo glorioso trionfo, e quando venivano commemorate l’Epifania o la Trasfigurazione, il loro tema era la Regalità di Cristo. In tal modo, l’Introito divenne un canto d’entrata.

Ai nostri tempi, l’uso d’una singola antifona seguita dal versetto d’un salmo (o, a volte, d’un passo preso da un altro libro della Sacra Scrittura), con il Gloria Patri e la ripetizione dell’antifona, non è che una «reliquia» di quel rito così toccante. Tuttavia anche questo Introito abbreviato ha la sua funzione. Cambiando di giorno in giorno e servendo come una sorta d’introduzione spirituale, con poche e brevi parole afferma il tema o il culmine del formulano della Messa del giorno. Dicendo le parole dell’Introito, il celebrante fa un segno di Croce, che è il segno dell’inizio della celebrazione in senso stretto.

 

ELEVAZIONE

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Mio Signore, fa» ch’io compia questo gesto consueto come se lo facessi per la prima volta; concedimi che, sapendo molto bene di averlo fatto spesso male, possa compierlo ora come se sentissi la gioia piena del suo significato, che è la potenza della Croce.

All’inizio della Messa, quando mi avvicino al tuo Sacrificio, fa» che la Croce, grazie alla quale sono stato riscattato, si pianti nel mio cuore. Che la mia vita e le mie sofferenze possano, per suo mezzo, unirsi alla tua Umanità, alle tue pene, al tuo dolore. Possa la morte, che attendo con spavento, essere associata al tuo supremo Sacrificio.

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Mio Signore, quando la mia mano passa dalla fronte al petto e da una spalla all’altra, possa questo sacro segno dominare tutti i miei pensieri e diventare il sostegno principale del mio essere, affinché, nonostante la mia iniquità e la miseria del mio cuore, che a Te solo sono svelate, possa conoscere me stesso per esser da Te perdonato, sanato e — per tua misericordia — segnato dal tuo personale sigillo.

 

MISERICORDIA E GLORIA DI DIO

IL KYRIE E IL GLORIA

Ci sono due nozioni che, come temi musicali in una sinfonia, ricorrono spesso nella Messa: li troviamo qui insieme in due preghiere che sono complementari l’una all’altra: il Kyrie e il Gloria. Dare gloria a Dio e implorare la sua misericordia sono i due scopi che legano l’uomo a Dio: è perché sappiamo che Dio è Onnipotente che lo preghiamo di aver misericordia di noi. E non sono forse tutte le varie sfumature di questi inseparabili scopi ben espresse nel gesto con cui il sacerdote prima estende e alza le mani, e poi le giunge? È un gesto che riassume tutti i nostri desideri per le cose divine, e, aumentando il nostro fervore, testimonia la nostra speranza di salvezza.

Il Kyrie è il rimanente di quei dialoghi a forma di litanie, di quelle preghiere d’acclamazione che nascevano spontaneamente nel cuore della Chiesa primitiva. Ha avuto origine nell’Est in cui si parlava greco, forse a Gerusalemme, dove la pellegrina spagnola, Egeria, lo sentì cantare, verso la fine del IV secolo; ed è in greco che ancora lo diciamo. Dopo che l’Introito ha aperto la cerimonia con i suoi versi tratti dalla Sacra Scrittura, questa semplice supplica presenta alle tre Divine Persone il nostro sentito bisogno e desiderio di salvezza.

Subito dopo viene intonato un inno alla Maestà di Dio. Il Gloria è una preghiera molto antica, già esistente nel II secolo, che fu incorporata nella Messa Romana nel VI secolo. Si apre giustamente con le parole che gli Angeli adoperarono per cantare la loro lode «a Dio nell’alto dei Cieli»; perché ogni Messa rinnova, in un certo senso, il Natale, attualizzando, ancora una volta, la venuta di Nostro Signore. Iniziando con questo verso del Vangelo, tutte le età della fede si lanciano in un inno di lode che è come un torrente d’amore in piena.

Eppure neanche questo slancio gioioso verso la gloria del Padre può far dimenticare all’uomo il proprio miserabile stato. Per questo, quando s’indirizza a Cristo nostro Mediatore, l’inno riecheggia la richiesta di misericordia fatta nel Kyrie: è perché Egli è Santo, è il Signore, il Dio Altissimo, che ha pietà di noi e ci porta la salvezza.

Ed è additando lo sfolgorante riflesso della gloria del Padre, Figlio e Spirito Santo, pegno di salvezza per ogni credente, che questo bellissimo inno si conclude in sublime semplicità.

 

ELEVAZIONE

Ora che da tutte le tue creature s’è innalzata a Te la triplice supplica come grido di speranza, come richiesta di perdono; ora che i Cori angelici e le indimenticabili voci di tutti i fratelli nella Fede hanno acclamato la tua «gloria» e hanno reso grazie alla maestà del tuo Nome; fa», o Signore, che il mio spirito riconciliato possa fissarsi innanzi a Te nella pace, affinché io possa entrare sino alla tua presenza e lì acclamare con forza: «Mio Signore, ti amo; è Te che adoro; mio Dio, mostrami la tua Misericordia»: nel dire questo, ho detto tutto.

 

FATTI «UNO» NEL SIGNORE

LA COLLETTA

L’aver adorato e chiesto misericordia non è abbastanza: l’unità dei fedeli è parte di ogni Messa. Dominus vobiscum, esclama il sacerdote, «il Signore sia con voi», mentre con le braccia stese si gira verso il popolo. Sembra che la Liturgia, per mezzo di tale azione, usando quest’antica forma di saluto ereditata dagli usi biblici, cerchi di soddisfare il desiderio che tutti i fedeli possano esser riuniti insieme e fatti uno nella loro supplica.

Quest’azione è ripetuta in otto momenti particolarmente solenni durante la Messa. Questa unità dei fedeli nella supplica ispira le preghiere chiamate Collette, che si collocano a questo punto della Messa.

È questo uno dei momenti principali di preghiera nella Messa; gli altri sono segnati dalla Secreta e dal Postcommunio. Queste preghiere sono indirizzate alla Trinità in Unità; il sacerdote le legge o le canta con le braccia aperte e, se dovesse pronunciar il nome di Gesù, inchina la testa verso la Croce dell’altare.

Queste preghiere si chiamano Collette perché riassumono e uniscono insieme tutte le intenzioni del Sacrificio di quel giorno. Storicamente questo termine richiama l’antica usanza della Roma urbana, verso il IV secolo, in cui tutta la comunità cristiana era solita riunirsi in una chiesa per procedere poi insieme, con solennità, al santuario scelto per la celebrazione della Messa di quel giorno: in questo senso la Colletta è la preghiera della plebs colletta, ossia la preghiera del popolo riunito.

I cristiani del Medioevo arrivarono a dare a questo termine il significato di preghiera in comune. In effetti, recitando queste preghiere, il sacerdote riunisce insieme, come in un sol fascio, tutte le nostre speranze e tutti i nostri buoni propositi come per offrirli a Dio. E ancora, il bacio con cui il sacerdote saluta di nuovo l’altare prima di dire queste preghiere, non è forse un segno dell’unione dell’assemblea in Cristo?

 

ELEVAZIONE

Signor mio, non è solo per me che in questo istante prego (una preghiera egoistica è una preghiera quanto mai debole), ma per tutti, conoscenti e non, per il tuo popolo, per coloro che portano il tuo sacro sigillo, per coloro che non li conoscono o che, conoscendoti, hanno abbandonato la tua via: prego per tutti, affinché siamo una cosa sola in Te.

Con tutti, poi, mi unisco in questa invocazione che la tua Chiesa pone oggi sulle mie labbra, affinché possa lodarti e pregarti come conviene, e il pregarti possa diventar il nostro desiderio costante per comprender ciò che solamente è degno di Te.

Insieme con i Santi che adesso invochiamo, inizio la preghiera della Chiesa nella speranza di giungere con loro e come loro ai piedi del tuo Trono eterno.

 

 

                                                

Pubblicato in La Messa di sempre
Sabato, 23 Aprile 2016 00:00

La Messa di sempre (2)

PREFAZIONE
 

Ogni giorno, dovunque sia stata piantata la Croce di Cristo, si celebra la Messa. Nei piccoli paesi come nelle città affollate, nel lontano Nord come ai Tropici, la Messa è ovunque celebrata. Alle prime ore del mattino, in alcune chiese solitarie sparse qua e là con pochi fedeli, la Messa è detta da un sacerdote che sembra celebrare solo per un piccolo pugno di devoti. E, con massima pompa, in mezzo ad una moltitudine raccolta nella magnifica basilica di San Pietro, la Messa è celebrata dal Vicario di Cristo. Innumerevoli volte e ad ogni istante del giorno, la Messa è celebrata in un luogo o in un altro in tutto il mondo. Sua Santità Pio XII, nella sua Enciclica Mediator Dei, definisce la Messa come «l’atto supremo del culto divino, l’apice e l’anima della Religione cristiana».

Quale significato ha questo atto per noi che assistiamo al massimo atto di culto che l’uomo può offrire a Dio, per noi che — attraverso di esso — ci troviamo a faccia a faccia con Dio? E che cosa essa fa di noi? Un giovane dei nostri giorni, che cercava qualcosa in cui credere, protestò con vigore: «Questi uomini scendono dal Golgota e poi parlano delle condizioni del tempo!». E a un sublime atto d’immolazione che siamo stati chiamati, commemorazione d’un Sacrificio senza precedenti in esso la Vittima è al contempo desiderosa di patire e pura da ogni colpa. Nella Messa siamo messi a confronto con l’impenetrabile mistero del Sangue salvifico della Vittima senza macchia, nella quale la debolezza è potenza assoluta e nella cui vita la morte muore.

La Messa dovrebbe esser tutto per noi. Di fronte ad essa, le nostre menti dovrebbero restar confuse dalla trascendenza del mistero che vi si compie, la nostra sensibilità toccata dagli arcani riti che vi si celebrano, i nostri cuori soggiogati dall’amore del Signore per noi crocifisso.

L’essenza della Messa consiste principalmente in questo: essa è, anzitutto, un dramma ininterrotto svoltosi prima di noi, una tragedia che si perpetua in eterno. Il nome con il quale questo dramma è stato conosciuto sin dal VI secolo — «Messa» — è preso dalla formula con la quale, in origine, esso si concludeva: Ite Missa est. Questa espressione sembra esser troppo breve per indicare un così ineffabile mistero. In effetti, altre denominazioni, un tempo in uso, sembrerebbero più adatte. Tra queste figurano i termini «ringraziamento», «liturgia», «frazione del Pane», «sinapsi», «assemblea», oppure — seguendo l’uso di Tertulliano, Giustino martire e san Cipriano di CartagineDominica Passio, la Passione del Signore. Quest’ultima espressione corrisponde più pienamente alla realtà, perché è la Passione di Cristo che suscita la Messa, Passione implorata, annunciata, rivelata e realizzata. Tutto nella Messa converge su questa realtà fondamentale della Fede cristiana, secondo cui la nostra Redenzione è stata segnata dal Sacrificio della Croce, ed è in questa luce che la Messa può e deve esser compresa.
 

Per esser più precisi, la Messa conserva, in primo luogo, la memoria dell’Ultima Cena in cui Gesù, poco prima di consegnarsi ai supplizi della Passione, benedisse il pane e il vino trasformandoli nel suo Corpo e nel suo Sangue. Poi aggiunse: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19). Le sue parole, dense di significato, effettuando attraverso la transustanziazione il mutamento delle due sostanze più semplici della terra in sostanze soprannaturali, trasmettono un doppio messaggio. Con esse fu predetta la morte di Cristo nella sua volontaria offerta di Se stesso: «Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice — afferma san Paolo —, voi annunziate la morte del Signore finché Egli venga» (1Cor 11,26). All’interno di questa stessa memoria, offrendo ai suoi discepoli il pane e il vino così sublimemente trasformati, oltre a quello dell’Ultima Cena li rese partecipi d’un altro banchetto: il banchetto di Vita eterna. Dunque, la Messa è la rievocazione di tre realtà: è la ripresentazione delle parole e dei gesti che costituiscono la Consacrazione avvenuta nell’Ultima Cena; è il memoriale vivo e vero, carico del proprio significato drammatico, del Sacrificio offerto sul monte Calvario; è il convivio a cui tutti i battezzati sono invitati.

Storicamente, il nucleo della Messa consiste nella ripresentazione dell’Ultima Cena attraverso la parole e gli atti che Gesù ivi insegnò, parole e atti il cui significato incommensurabile la fede dei primi cristiani riusciva in qualche modo a comprendere. Probabilmente è così che le prime Messe sono state celebrate dagli Apostoli dopo l’Ascensione o dopo il giorno di Pentecoste. Esse erano abbastanza semplici e consistevano nella diligente ripetizione di ciò che gli Apostoli avevano appreso dal Signore. Questa caratteristica di austera semplicità rimase per tutto il periodo apostolico. Non vediamo forse san Paolo che, in uno dei suoi viaggi missionari, «spezzò il pane» in una semplice stanza al terzo piano d’un’abitazione, circondato da un gruppo che il piccolo locale a stento poteva contenere (cf. At 20,7ss.)? Questa sacra Cena, inoltre, non era separata dall’Agape o «festa della carità» che i primi cristiani solevano tenere per rafforzare i loro vincoli di fratellanza nel Signore.

Col trascorrere dei secoli, la Messa ha perso quella primitiva caratteristica di rigorosa austerità. Altri elementi, infatti, sono stati aggiunti alla basilare struttura evangelica. Molti di essi non sono che un’eredità dell’antica Legge. Non erano gli Apostoli figli di Mosè? Non erano forse convinti di mostrar la loro fedeltà ai precetti della legge aderendo alla rivelazione di Cristo? Come testimoniano i Vangeli e gli Atti degli Apostoli, la Liturgia nelle sinagoghe giudaiche era composta di due parti: la liturgia della preghiera, formata da canti o dalla recita di preghiere della Scrittura, prese ora da uno ora da un altro passo del libro dei Salmi in cui il fervore umano erompe in modo non altrove superato; la liturgia della parola consisteva nell’ascolto di lettori che proclamavano la Parola di Dio desunta dai libri sacri della Legge e dei Profeti.

Queste caratteristiche furono mantenute negli Uffici Divini del culto, e anche quando i cristiani smisero completamente di partecipare alle funzioni giudaiche, ne conservarono la struttura principale. Essa forma la radice delle preghiere dell’inizio della Messa e della lettura dell’Epistola e del Vangelo.

La Messa, nella forma in cui noi la conosciamo, incominciò a stabilizzarsi — nella sua struttura generale — verso la fine del III secolo. Malgrado qualche singola parte della Messa possa essere stata più o meno enfatizzata secondo l’uso del tempo, la struttura generale del rito è ancor oggi esattamente come quella di allora. È ovvio che in origine i dettagli della Messa non erano fissati rigorosamente come lo sono ai nostri giorni e, tranne la fedeltà agli elementi base, vigeva un certo grado di lecita libertà che permetteva al vescovo, o anche al semplice sacerdote, di esprimersi in preghiere spontanee. Per molto tempo vi furono notevoli divergenze circa il modo di celebrare la Messa, come si può facilmente constatare confrontando alcuni antichi Sacramentari, ossia quei Messali, magnificamente scritti e dipinti, in uso nelle cerimonie solenni lungo tutto il periodo dell’Alto Medioevo.

Anche ai nostri tempi si possono ancora riscontrare alcune differenze nel Rito o nell’uso annesso per privilegi concessi a particolari diocesi (Lione e Milano sono due esempi) o a Ordini religiosi (come i Certosini, i Domenicani o i Premostratensi).

Nel corso dei secoli, alcuni elementi nuovi sono stati accolti nella Messa secondo la Tradizione vivente della Chiesa. Il Gloria, ad esempio, era in origine un inno di  acclamazione proprio della Messa di mezzanotte di Natale, quando si dava voce alla gioia dei cuori nel celebrare la nascita del Redentore; invece il Credo, per citare un altro esempio, è una proclamazione individualistica di fede che trova posto nella Messa circa nell’anno 1000, essendo stato introdotto molto probabilmente per respingere certe eresie. Alcuni atti che a noi potrebbero sembrare necessità palesi all’interno della Messa, così come la Grande Elevazione, sono altrettante aggiunte posteriori alla struttra primitiva. In onesto raso. la solenne ostensione del Pane consacrato serve a confutare la tesi eretica secondo cui Dio non è presente sotto le apparenze eucaristiche. Questi arricchimenti del Rito aggiunti alla struttura della Messa nel corso dei secoli rivelano la Tradizione vivente della fede che ininterrottamente si riafferma.
La Messa nella sua attuale forma rigidamente regolata, come adesso è conosciuta in Occidente, è stata fissata da san Pio V. Attraverso la Bolla Quo primum del 1570, egli espresse il desiderio di far ritornare la Messa alle norme antiche e, al contempo, cercò di sbarazzarsi di alcuni elementi accidentali e d’imporne l’osservanza in modo uniforme in tutto il mondo cristiano latino.
Fu quindi data alla Messa una forma definitiva, associandola strettamente al primato della Cattedra apostolica e dell’autorità del successore di san Pietro. Il Messale di san Pio V, in effetti, non era altro che quello usato nella Città eterna: il Messale romano.

Di conseguenza il Catechismo del Concilio di Trento dichiarava che nessuna parte del Messale doveva esser considerata inutile o superflua; neanche la più piccola frase doveva esser ritenuta mancante o insignificante. La più breve delle formule e delle frasi, infatti, anche se si pronuncia in pochi secondi, fa parte integrante d’un insieme ben armonizzato che sintetizza ed esprime il dono di Dio, il Sacrificio di Cristo e la grazia a noi elargita.

Qual è dunque lo schema della Messa? La sua ripartizione tradizionale in Messa dei catecumeni e Messa dei fedeli è il risultato di circostanze storiche, dato che la prima parte deve la sua esistenza all’ammissione al culto comune dei cristiani per i neofiti sia non battezzati che battezzati, mentre la Messa dei fedeli è così denominata perché, dopo esser arrivati ad un certo punto della funzione, i non battezzati, nei tempi antichi, erano congedati.

Ma è proprio questa evoluzione che meglio designa i singoli momenti o «atti» della Messa. Vi sono, infatti, cinque «atti» ben determinati. Il primo di essi si compie quando, all’inizio dell’azione sacramentale, io prego: imploro Dio di perdonare le mie colpe; parlo con Lui del mio desiderio di conoscerlo; alzo la voce nella lode e nella supplica. Nel secondo atto, io ascolto gl’insegnamenti della Chiesa, primo fra tutti quello ricevuto dagli Apostoli o quello profeticamente rivelato nei Libri ispirati dell’antica Legge e, più tardi, nelle parole di Gesù nel Vangelo. Il contenuto di questo insegnamento è riassunto nel Credo che ripeto per confermare il mio assenso. Successivamente, mi trovo ad iniziare la Liturgia sacrificale propriamente considerata. Cristo offre Se stesso in un’oblazione che è il cuore della Messa ed è mio privilegio unirmi a quest’azione di grazia. Quindi io offro attraverso il ministero del sacerdote celebrante il quale è ad un tempo mio testimone e mio rappresentante, quei frutti della terra che devono esser trasformati, e questa offerta è in se stessa simbolo di quella più personale e del tutto interiore che faccio di me stesso, cosicché l’offerta e l’offerente s’identificano. Il quarto atto è di significato più profondo: esso comprende lo stesso atto sacrificale attraverso il quale e nel quale la Vittima è immolata. Sono proprio io che, con intima partecipazione all’azione sacrificale del sacerdote, compio questa immolazione nella quale la Vittima del Sacrificio e il Sommo Sacerdote sono una cosa sola: il Corpo divino è ancora inchiodato alla Croce, il Sangue espiatorio ancora fluisce. E, infine, in obbedienza alla volontà di Cristo, io ricevo la santa Comunione e mi nutro alla Mensa della Vita eterna.

È così che, passo dopo passo, la Liturgia della Messa si dischiude dinanzi ai nostri occhi in un’armonia che colpisce e non consente paragoni. In essa e attraverso di essa ogni aspetto del culto dovuto a Dio si realizza come si conviene: la Messa è la somma e il completamento di tutte le speranze e i buoni propositi dell’uomo. La Messa è il compimento d’un interscambio tra Dio e l’uomo: per suo mezzo tutto quello che cerco nella preghiera è gradatamente portato al suo pieno appagamento, quasi prima che abbia espresso il mio desiderio.
Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, se i suoi effetti siano qualcosa di esclusivamente personale, ossia riguardino soltanto Dio e l’anima. È vero che, in forza del primo comandamento, noi siamo obbligati ad amare Dio con tutta la mente e il cuore, ma non va dimenticato che il secondo, come ci è stato insegnato, è come il primo e richiede che l’uomo ami il suo prossimo come se stesso. Non ha compreso del tutto la Messa colui che non riesce a percepire che, con essa, questi due comandamentì sono incessantemente richiamati alla nostra memoria.

La Messa inizialmente fu percepita come un atto di preghiera comune: era la preghiera dei Dodici riuniti, la preghiera di quei primi cristiani così uniti in vincoli di comunione l’uno verso l’altro che condividevano tra loro anche i beni materiali; era la preghiera dei Martiri i quali univano il loro sangue in una confessione comune dell’unico Signore. Nella Messa noi siamo tutti piccole cellule d’uno stesso corpo, ciascuno è una pecora d’un unico ovile. Le preghiere più belle ed insigni della Liturgia — e sono tra le più antiche — ossia le Collette, le Secrete e i Postcommunio, non possono esser comprese nel loro vero significato se non vengono considerate come espressioni della preghiera comune. Esse impartiscono una lezione che è riaffermata nei Memento — uno per i vivi, l’altro per mortì — che troviamo inseriti nel Canone: al di là delle leggi del tempo e dello spazio, ci rendiamo atti all’unione con Dio solo nella misura in cui siamo uniti in rapporti di fratellanza l’uno con l’altro; e questo è il senso integrale della Comunione dei Santi.

La Messa è dunque l’affare per me più importante: qui sta la mia vita e la mia morte. E per me, per quanto io ne sia del tutto indegno, che ogni Messa è celebrata: «È per te che lì sgorga questa stilla del mio sangue…». Eppure il pieno senso della Messa non è attuato se non è vissuto da me in rapporto di fratellanza con tutti i figli di Dio, se per qualche motivo essi non sono uniti a me nel sentiero che conduce alla Luce, poiché l’anima, quando è elevata, trascina il mondo intero; a ciascuno di noi è affidato il bene di tutti. È ovvio che solo l’intera Chiesa, considerata dai suoi effettivi inizi sino alla fine dei tempi, è degna e capace di unificare gli elementi e di offrire l’oblazione in questo Sacrificio al Dio Infinito. Ma la Messa è anche un nostro affare personale: riguarda ognuno di noi. Ed è come singolo individuo, per quanto insignificante nella gran moltitudine di anime di cui Cristo è assetato e che ha redento con il suo Sangue, è come singolo individuo, unito nella fede e nella speranza ai miei fratelli d’esilio, che ora partecipo alla Messa con il cuore ricolmo d’amore nell’attesa della venuta del nostro Signore.

 

 

                                                

Pubblicato in La Messa di sempre
Venerdì, 22 Aprile 2016 00:00

La Messa di sempre (1)

II Motu Proprio Summorum Pontificum di Sua Santità Benedetto XVI, entrato in vigore il 14 luglio 2007, ha restituito, a partire da quella data, piena cittadinanza alla Messa tradizionale, dopo 40 anni di vero e proprio «embargo ecclesiastico». Ma la strada per la ripresa della Messa secondo il Rito romano antico si presenta tutt’altro che facile. La coltre d’oblio lasciata cadere su questo inestimabile tesoro della Fede cattolica ostacola sensibilmente la ripresa del Rito antico, più volte auspicata dal Santo Padre.

Per contribuire alla rinascita della Santa Messa tradizionale, proponiamo ai lettori un testo altrettanto aureo, dal titolo Questa è la Messa, di Henri Daniel-Rops (19011965), accademico di Francia, e celebre storico e letterato francese. Il testo è stato da noi liberamente tradotto, e in alcuni punti rimaneggiato, dall’edizione in lingua inglese, che apparve negli Stati Uniti, nel 1958, con un’ampia prefazione dell’arcivescovo Fulton J. Sheen (18951979), allora vescovo ausiliare di New York. L’opera ci sembra tanto più significativa in quanto l’autore, — il cui nome è stato recentemente ricordato anche da Benedetto XVI nel suo libro “Gesù di Nazaret” — non può esser ascritto al movimento tradizionalista o «ultra-montano» francese. Scrittore cattolico di largo successo, di posizioni politiche e religiose «moderate», Daniel-Rops dà voce a quello che, fino alla riforma liturgica del 1969, era “l’unum sentire» della Chiesa cattolica. Espressione di questo stesso «idem sentire» è la prefazione di mons. Fulton Sheen, di cui nel 2002 è stata aperta la causa di beatificazione. Queste pagine, attraverso la spiegazione delle singole parti della Messa, accompagnate da toccanti elevazioni dell’anima, aiutano a penetrare — per quanto possibile a umano intelletto — il grande mistero che ogni giorno si compie sui nostri altari, «dove il sacrificio della Croce è perpetuamente rappresentato» (Concilio di Trento).

Benedetto XVI, ancora cardinal Ratzinger, rilevò con estrema acutezza mista a preoccupazione quanto l’idea del Sacrificio stesse divenendo estranea alla moderna liturgia omologandola al Credo luterano. Per Martin Lutero, infatti, parlare di Sacrificio era «il più grande e più spaventoso abominio» nonché una «maledetta empietà». «[Ma certo] — affermò il Cardinale — una parte non trascurabile di liturgisti sembra praticamente giunta al risultato di dare sostanzialmente ragione a Lutero contro [il concilio di] Trento nella disputa del XVI secolo. […] Il nuovo illuminismo oltrepassa però di gran lunga Lutero […].

Ritorniamo al nostro quesito fondamentale: è giusto qualificare l’Eucarestia come Divin Sacrificio o è questa una maledetta empietà? […] La Scrittura e la Tradizione formano un tutto inseparabile, ed è questo che Lutero […] non ha potuto vedere1.

La Messa è, dunque, il Sacrificio del Calvario attualizzato sui nostri altari. La celebrazione eucaristica secondo il Vetus Orda Missae con evidenza solare manifesta l’idea del Sacrificio in ogni sua parola, in ogni gesto, in ogni cerimonia che vi si compie. «L’augusto Sacrificio dell’altare — si legge nell’enciclica Mediator Dei del Sommo Pontefice Pio XII di venerata memoria — non è, dunque, una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio, nel quale, immolandosi incruentamente, il Sommo Sacerdote fa ciò che fece una volta sulla Croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima». «Una e identica è la vittima; Egli medesimo, che adesso offre per il ministero dei sacerdoti, si offrì allora sulla Croce; è diverso soltanto il modo di fare l’offerta». Questo — e non altro — è la Messa.

 

INTRODUZIONE

Il Sacrificio della Messa
Vi sono alcune cose nella vita troppo belle per esser dimenticate. Alcune di esse riguardano il modo in cui gli uomini vivono nel mondo; altre, invece, il modo in cui essi muoiono. La maggior parte dei Paesi ha istituito un giorno commemorativo per ricordare l’estremo sacrificio che i patrioti hanno compiuto in difesa della nazione e della società. Poiché la vita era quanto di più prezioso potevano dare, a coloro che sopravvivono non è lecito dimenticare questo loro dono. Tali eroi non avrebbero potuto richiedere una simile memoria, né istituirla, essendo riservata ai sopravvissuti.

Se sono stabiliti giorni commemorativi per coloro che muoiono al fine di salvaguardare la libertà dall’oppressione degli uomini, tanto più doveva esser istituito un memoriale per il supremo Sacrificio di Cristo che mori per liberarci dalla tirannia del peccato. Ma vi sono molte differenze tra questi patrioti e Cristo. Nessuno di loro era nato per morire; ciascuno era nato per vivere, e la morte è stata per ognuno di essi un’interruzione violenta. Nostro Signore, invece, nacque per morire. Per nessun altro intento Egli venne al mondo se non per redimere l’umanità inoltre, a differenza degli uomini che non possono far il loro memoriale, Egli istituì il preciso modo in cui la sua Morte doveva esser rievocata. Poiché Egli venne per morire, la sua Morte era la cosa più importante che desiderava fosse da noi ricordata. Egli non disse che gli uomini avrebbero dovuto scrivere una storia su di essa o esser caritatevoli verso il povero in memoria di Lui. No. Egli disse loro come voleva che fosse commemorato il suo Sacrificio: il memoriale che ci ha lasciato è la Messa.

Essa fu istituita la notte prima ch’Egli morisse, durante quella che da allora è stata chiamata l’Ultima Cena. Prendendo del pane nelle sue mani disse: «Questo è il mio Corpo, dato per voi», vale a dire, dato sulla Croce, il giorno dopo. Quindi sopra il calice del vino disse: «Questo è il mio Sangue, della nuova alleanza, versato per molti in remissione dei peccati». Egli era il Sacerdote che offriva Se stesso come Vittima affinché gli uomini mai dimenticassero che «nessun uomo può avere un amore più grande di colui che offre la propria vita per i suoi amici». E dopo aver prefigurato e previsto il modo in cui sarebbe morto, il giorno successivo, per la Redenzione del mondo, diede il comandamento divino agli Apostoli e alla Chiesa: «Fate questo in memoria di me». Nell’Ultima Cena Egli previde la Croce; nella Messa noi torniamo a quella Cena e a quella Croce La Messa è l’applicazione e la proiezione nello spazio e nel tempo dell’amore redentivo di Cristo sulla Croce.

S’immagini una stazione radio che trasmette messaggi dall’eternità: è lì da sempre, ma noi ascoltiamo i messaggi solo quando incominciamo a sintonizzarci. Alla stessa maniera, il Sacrificio che fu offerto sulla Croce ha un valore eterno, ma la Messa aiuta le creature a «sintonizzarsi» sui meriti di esso e ad applicarli a se stesse. 

La Redenzione di Nostro Signore sulla Croce si compì una volta per tutte, ma la sua attualizzazione dipende dallo svolgersi della storia. Potenzialmente, ogni essere umano nel mondo è stato redento sulla Croce, ma l’attualizzazione e l’applicazione di quella Redenzione è condizionata dalla libera cooperazione dell’uomo nel corso della storia.

Il Calvario occupò solo una minima parte di tempo, ma, essendo il Sacrificio d’un Dio Eterno, esso è capace d’illuminare tutto il tempo in ciascuno dei suoi periodi storici. La Messa, dunque, è la proiezione nel tempo dei valori eterni del Calvario.

Similmente, il Calvario fu soltanto un piccolo luogo della terra, crocevia tra Gerusalemme, Atene e Roma. Ma quello che vi accadde, ossia il Sacrificio dell’Onnipotente, riguarda l’uomo in ogni angolo della terra La Messa pianta la Croce di Cristo in una città, in un paese, in una missione, in una grande cattedrale; solleva il sipario del tempo e dello spazio ed attualizza quel che avvenne sul Calvario. La Croce — in modo prefigurativo — interessò anche tutto il tempo passato: tutti i sacrifici di giovenchi, capre, pecore e, in particolare, il sacrificio dell’agnello pasquale trovarono compimento nella Croce di Cristo. La Croce influì anche sul futuro, scorrendo attraverso il tempo come una possente cascata che forma canali per le valli e le pianure.

ll fatto che tutti i sacrifici cessino dopo quello del Calvario significa che esso è la perfezione e la pienezza di tutti i sacrifici. Persino i Giudei non sacrificano più gli agnelli pasquali nelle loro sinagoghe, dato che l’Agnello pasquale è già stato immolato.

Il Sacrificio della Croce, quindi, non è un avvenimento passato: esso avviene tuttora. Non è un ricordo o un relitto del passato che perdura nel presente: è un dramma attuale, ora come allora, e così sarà per tutta la durata del tempo e per l’eternità.

Sulla Croce il nostro divin Redentore sapeva in che modo ciascuna anima avrebbe risposto al suo più grande atto d’amore: sapeva se lo avrebbe accolto oppure rifiutato. Noi stessi non sappiamo come reagiremo al suo amore fin quandonon saremo faccia a faccia con Lui e la sua Croce. Dal nostro punto di vista, impieghiamo tempo per capire il «dramma» del Calvario. Ma la Messa ci dà un indizio; noi non eravamo consapevoli d’esser presenti sul Calvario il Venerdì Santo, ma lo siamo nella Messa. Possiamo conoscer qualcosa del ruolo che abbiamo avuto sul Calvario dal modo in cui ci comportiamo alla Messa nel ventesimo secolo e come la Messa ci aiuta a vivere la nostra quotidiana esistenza.

La Messa non è un nuovo Sacrificio ma una rappresentazione dello stesso supremo Sacrificio del Calvario. Ci sono due momenti nella storia: il primo, quando il Sacrificio è atteso (è il tempo «avanti Cristo»), e il secondo, quando il Sacrificio è compiuto e offerto (è il tempo «dopo Cristo»).

Se la Vergine Santissima e san Giovanni ai piedi della Croce avessero chiuso gli occhi quando Nostro Signore stava offrendo Se stesso per i peccati del mondo, i risultati spirituali in loro non sarebbero stati diversi da quelli che riceviamo noi assistendo ora al Sacrificio della Messa. Ma i loro occhi erano aperti, e perciò videro il supremo Sacrificio realizzami con spargimento di sangue, e quest’ultimo fluire dalle Piaghe aperte delle mani, dei piedi e del costato del Salvatore sull’umanità peccatrice. Nella Messa noi vediamo realizzato tutto ciò senza effusione di sangue.

La Messa, quindi, non è una sostituzione della Croce. Al contrario, i meriti che acquistiamo partecipando alla Messa sono i medesimi di quelli che avremmo ottenuto se fossimo stati presenti sul Calvario.

     E ciò perché esiste un solo Sacrificio, quello del Sacerdote e Vittima insieme: sulla Croce e nella Messa è la stessa e unica Persona che s’immola. Prima della venuta del Figlio di Dio, c’erano molti sacrifici offerti per i peccati. Gli uomini ben comprendevano d’esser indegni di stare alla Presenza di Dio. Togliendo la vita ad un animale o distruggendo un oggetto, con funzione sostitutiva, essi punivano e purificavano se stessi. In quasi tutti i popoli, oltre ai Giudei i quali ebbero il gran vantaggio della Rivelazione divina, v’erano sacerdoti che offrivano vittime in sacrifido. Ma quando Nostro Signore offri l’eterno Sacrificio, fu al contempo Sacerdote e Vittima, Offerente e Offerta. Il sacerdote e la vittima non erano più separati come avveniva prima. Sulla Croce, quindi, Gesù fu ritto come Sacerdote e prostrato come Vittima perché offrì Se stesso.

Il sacerdote celebra la Messa unicamente «in persona Christi», per questo non dice, al momento della Consacrazione, «questo è il Corpo di Cristo», ma «questo è il mio Corpo», e «questo è il mio Sangue»; egli è solo uno strumento di Cristo, come una matita nella mano di chi scrive. Si dice che una delle differenze tra la Croce e la Messa è che in quest» ultima il Sacrificio è offerto senza spargimento di sangue, mentre sulla Croce c’erano le strazianti scene della crocifissione. Verissimo. Ma v’è pure un’altra differenza, ed è che, sulla Croce, Nostro Signore era solo, mentre nella Messa noi siamo con Lui.

Il modo in cui noi siamo con Lui sarà chiarito esaminando l’Offertorio, la Consacrazione e la Comunione.
 

Offertorio
Per applicare i meriti della Redenzione alle nostre anime dobbiamo considerare la morte al peccato, che si è compiuta sulla Croce. Il primo atto necessario, dunque, è quello di offrire noi stessi in unione con Cristo.

Nella Chiesa primitiva ciò veniva fatto offrendo gli stessi elementi che Nostro Signore offrì nell’Ultima Cena, ossia il pane e il vino. Il fedele portava alla Messa il pane e il vino, e una parte di essi veniva utilizzata dal sacerdote per il Sacrificio. Vi sono alcune ragioni intrinseche per cui questi elementi dovevano esser usati. La prima è che pane e vino sono stati il nutrimento tradizionale della maggior parte degli uomini nel corso della storia. Il pane è come se fosse la sostanza della terra e il vino il suo sangue. I fedeli, quindi, nell’offrire ciò che dà loro sussistenza fisica e vita, donano parimenti se stessi. La seconda ragione è che, in natura, non esistono altre due sostanze che meglio rappresentano l’unità come il pane e il vino. Il pane è fatto da una grande quantità di chicchi di grano, e il vino da molteplici grappoli di uva. Allo stesso modo i fedeli, che sono numerosi, si riuniscono per fare un’unica offerta con Cristo. La terza ragione è che pochi elementi in natura simboleggiano il Sacrificio meglio del grano e dell’uva. Il grano non diventa pane fin quando non sia passato attraverso il Calvario dell’inverno e sia stato soggetto alle torture della macina. L’uva non diventa vino finché non sia stata pigiata nel Getsemani del torchio.

Ai nostri giorni, i fedeli non portano più il pane e il vino al Sacrificio della Messa ma un equivalente: questa è la ragione per cui la colletta è fatta durante l’Offertorio della Messa. ll sacrificio materiale che i fedeli offrono per la Messa è tuttora un simbolo della loro incorporazione alla morte di Cristo. Sebbene non portino più pane e vino, procurano ciò che serve all’acquisto di quegli elementi che rappresentano materialmente l’unità del loro sacrificio.

Consacrazione
Noi ci siamo offerti a Dio come Nostro Signore ha offerto Se stesso al Padre suo celeste. L’essenza del Cristianesimo è quella di riprodurre nella vita di ogni singola persona ciò che è avvenuto a Nostro Signore. La natura umana ch’Egli ha assunto è il prototipo o il modello naturale per ciascuno di noi. Dal momento ch’Egli fu crocifisso, ricorse e ascese nella gloria per redimere il mondo, ogni individuo deve liberamente offrirgli la propria natura umana e morire al peccato per vivere nella grazia e nella gloria con Lui. La Messa rappresenta l’apice dell’incorporazione alla morte e alla gloria di Cristo.

Nell’Offertorio presentiamo noi stessi a Dio sotto le specie del pane e del vino. La Consacrazione è il momento in cui si realizza la cosiddetta «transustanziazione». Abbiamo incominciato a morire nella parte inferiore di noi stessi per vivere di Cristo. Il termine «transustanziazione” significa che — alle parole della Consacrazione — la sostanza del pane diviene la sostanza del Corpo di Cristo, e quella del vino il Sangue di Lui. La Consacrazione ha come suo effetto una nuova presenza, senza spargimento di sangue, dell’offerta del Calvario. Nella Messa non c’è un’altra offerta, ma un’altra presenza della medesima attraverso il ministero del sacerdote.

Il pane e il vino non sono consacrati insieme ma separatamente. Prima il pane, che diventa il suo Corpo, poi il vino, che diviene il suo Sangue.

Questa Consacrazione separata del pane e del vino costituisce una sorta di separazione mistica del suo Corpo e del suo Sangue, che rappresenta il modo in cui Egli morì sul Calvario.

La Consacrazione che avviene nella Messa non significa che Nostro Signore muore di nuovo. Egli, infatti, non può più morire nella sua natura umana individuale, essendo ora nella gloria alla destra del Padre, ma può prolungare la sua morte in noi. […]. È come se, al momento della Consacrazione, Nostro Signore dicesse: «Non posso morire di nuovo nella mia natura umana che è nella gloria alla destra del Padre, ma tu, fedele, dammi la tua umanità ed io morirò ancora in te».

Nell’Offertorio abbiamo presentato noi stessi in sacrificio con Cristo; nella Consacrazione moriamo con Lui. Applichiamo la sua Morte a noi stessi per partecipare della sua gloria. In questo momento ciò che è eterno irrompe nel tempo e non v’è nulla di più solenne sulla terra del momento suggestivo e riverenziale della Consacrazione. Non è una preghiera, non è un inno: è un atto divino che ci rende capaci di applicare a noi stessi la Croce salvifica di Cristo.

Sebbene le parole della Consacrazione significhino anzitutto che il Corpo e il Sangue di Cristo o sono presenti sull’altare, vi è un altro significato che ben ci riguarda. I sacerdoti e il popolo sono chiamati a far una simile e totale donazione di sé morendo al peccato e alle miserie della vita, per poter dire: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Non m’importa se queste specie, accidenti o apparenze della mia vita — quali sono i miei doveri, il mio lavoro, le mie attività — rimangono: rimangano pure così come sono. Ma ciò che sono dinanzi a Te, mio Dio, ossia il mio intelletto, il mio volere, il mio corpo, la mia anima, tutto deve trasformarsi in modo ch’io non sia più mio ma tuo». In tal modo realizziamo, nel senso più profondo, le parole di san Paolo ai Galati: «Sono stato crocifisso con Cristo». Potremmo pregare dicendo: «Dono me stesso a Te, mio Dio. Ecco il mio corpo, prendilo. Ecco il mio sangue, prendilo. Ecco la mia anima, la mia energia, la mia forza, le mie facoltà, la mia salute, tutto ciò che ho. Sono tue. Prendile! Consacrale!

Offrile con Te stesso al Padre celeste affinché Egli mirando questo Sacrificio, possa vedere solamente Te, il suo Figlio prediletto nel quale si è compiaciuto. Trasforma il misero pane della mia vita nella tua Vita divina; vivifica il vino della mia vita arida con il tuo Spirito divino; unisci il mio cuore infranto al tuo Cuore trafitto; fa» ch’io non porti la Croce ma sia crocifisso. Non permettere che il mio abbandono, le mie pene e privazioni vadano perdute. Raccogli i frammenti e, come la goccia d’acqua è assorbita dal vino nell’Offertorio della Messa, fa» che la mia vita sia assorbita dalla tua; fa» che la mia piccola croce sia stretta alla tua grande Croce affinché possa meritare le delizie della felicità eterna in unione con Te, mio supremo Bene».
 

La Comunione
Nell’Offertorio, noi siamo come agnelli condotti al macello. Nella Consacrazione, siamo agnelli macellati nella parte inferiore del nostro «io» peccaminoso. Nella Comunione, scopriamo che non siamo morti del tutto, ma che siamo tornati alla vita.

Per poter comprendere, attraverso la legge dei contrari, che cosa si realizzi nella santa Comunione, può esser utile considerare la natura del Totalitarismo e del Comunismo. In tali filosofie di vita, ciascuna persona deve darsi totalmente e completamente, corpo e anima, mente e volontà, opere e vita, a un dittatore umano. Anche nella cristianità c’è un dittatore; noi ci diamo completamente e interamente a Dio attraverso il suo divin Figlio, Gesù Cristo.

Ma v’è una grande differenza. Nel Comunismo coloro che consegnano se stessi allo Stato si consacrano al materialismo, dal momento che negano Dio e l’anima. Quando qualcuno si abbandona a ciò che è materiale, è da esso posseduto, così come un uomo che sta annegando è posseduto dall’acqua, o un uomo che sta per essere bruciato è investito dal fuoco. Il Comunismo non potrà mai arricchire o elevare le anime dei suoi seguaci.

Invece, quando ci doniamo a Dio e moriamo nella parte bassa di noi stessi, come avviene nella Consacrazione della Messa, allora ritroviamo le nostre anime elevate e arricchite. Cominciamo ad esser finalmente liberi, glorificati, innalzati, divinizzati. Capiamo che, dopotutto, nella Consacrazione, la nostra morte non doveva durare più a lungo di quella di Cristo sul Calvario, visto che nella santa Comunione noi doniamo la nostra umanità e riceviamo la Divinità. Cediamo il nostro tempo e riceviamo l’onnipotenza della Volontà divina. Doniamo il nostro piccolo amore e riceviamo il Fuoco dell’Amore divino, diamo il nostro niente e riceviamo il Tutto. Questo perché Cristo ha detto: «Colui che perde la propria vita a causa mia la salverà».

Esiste una vita superiore a quella del corpo, ed è la vita dell’anima. E come la vita del corpo è l’anima, così la vita dell’anima è Dio. Questa vita divina la riceviamo nella Comunione. Se la luce del sole, l’umidità e le sostanze chimiche della terra potessero parlare, direbbero alle piante: «Se non mi mangiate, non avrete vita in voi». Se le piante e l’erba dei campi potessero parlare, direbbero agli animali: «Se non mi mangiate, non avrete vita in voi». Se gli animali, le piante e le sostanze chimiche dell’universo potessero parlare, direbbero all’uomo: «Se non mi mangi, non avrai vita in te». Allo stesso modo Dio ci dice che, se non lo riceviamo, non avremo la vita divina in noi. Secondo la legge della trasformazione, ciò che è minore è trasformato nel maggiore: le sostanze chimiche in piante, le piante in animali, gli animali nell’uomo e l’uomo in Dio, senza, comunque, che l’uomo perda mai la sua personale identità.

Nella Comunione si dice comunemente che noi «riceviamo» Nostro Signore per aver in noi la sua Vita divina, ben più d’un neonato che riceve la vita umana dalla propria madre, poiché, in quest’ultimo caso, l’essere umano è nutrito da un altro essere umano (da un suo pari), mentre nella Comunione l’essere umano riceve la Vita divina da Dio. Ma, in realtà, a ben vedere, nella Comunione non siamo tanto noi a ricevere Cristo: è Cristo che riceve noi, incorporandoci a Lui.

Sappiamo di non esserne degni. Ogni amore, in verità, si ritiene indegno. L’amante è sempre in ginocchio, l’amato sempre su un piedistallo. Perciò prima di ricevere la Comunione, ripetiamo con il sacerdote: Domine, non sum dignus, “o Signore, non sono degno». È come se non avessimo il coraggio di accostarci alla Sacra Mensa, consapevoli di non esser meritevoli del Dono di Dio.

È da notare che, anche in natura, non esiste comunione senza sacrificio. Come non possiamo fare nessuna «comunione naturale» col cibo senza che esso sia stato trattato e messo sul fuoco, e gli animali siano stati sottoposti al coltello e soggetti a purificazione, così non possiamo fare Comunione con Cristo senza che prima ci sia stata una morte. Ecco perché la Messa non è solo una cerimonia, è un Sacrificio che termina nella Comunione. La Comunione è la conseguenza del Calvario; viviamo di ciò che uccidiamo. I nostri corpi vivono dell’uccisione degli animali da campo e delle piante da giardino; riceviamo la vita dalla loro crocifissione; noi li uccidiamo non per il gusto di distruggere ma per avere la vita in maggior abbondanza. Noi li immoliamo per l’utilità che ricaviamo dalla comunione con loro.

Per un magnifico paradosso dell’Amore divino, Dio fa della Croce un reale mezzo di salvezza.

Noi lo abbiamo ucciso; lo abbiamo inchiodato e crocifisso; ma l’amore illimitato del suo Cuore non poteva esaurirsi. Egli voleva darci la vera Vita, che noi abbiamo ucciso; il vero Cibo, che noi abbiamo distrutto; voleva nutrirci con il vero Pane, che noi abbiamo seppellito, e con il vero Sangue, che noi abbiamo versato. Noi abbiamo trasformato il nostro effettivo crimine in una felice colpa. Abbiamo convertito una Crocifissione in una Redenzione; un’immolazione in una comunione; una morte in una vita senza fine.

Ed è proprio questo che rende l’uomo un mistero! Che l’uomo — fatto a immagine e somiglianza di Dio, che è amore — debba essere amato, non è un mistero. Ma perché egli non ami in contraccambio, questo è un grande mistero. Perché il nostro dolcissimo Iddio deve essere il grande Non-Amato, perché l’Amore non è amato? Egli è amato in tutti quelli che si uniscono a Cristo, Sacerdote e Vittima.
 

Fulton J. Sheen, Arcivescovo

 

 

 

NOTE:

1 La teologia della liturgia, Abbazia di Fontgombault, 2224 luglio 2001.

Pubblicato in La Messa di sempre
   

Mons. Luigi Negri


   

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