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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

Una delle critiche più frequenti a chi si manifesta assolutamente non possibilista sulla Comunione agli omosessuali praticanti è che questa posizione (e quindi la posizione della Chiesa) sarebbe discriminatoria.
Il Dizionario Garzanti definisce «discriminare» come «discernere, distinguere, fare una differenza» e anche «assumere atteggiamenti, comportamenti, provvedimenti che, all’interno di un gruppo o di una società, ne isolano o danneggiano una parte». Possiamo definirla quindi anche come «non permettere l’accesso a diritti che spettano come a tutti gli altri».

NON SI DISCRIMINA NESSUNO SE GLI SI ATTRIBUISCE QUEL CHE MERITA
     Ora, in uno Stato non si è mai sentito (anche se, ultimamente, la certezza della pena, soprattutto per gli stranieri, in Italia è inesistente) difendere uno che commette un reato con l’argomento della discriminazione: «togliergli la libertà è una discriminazione».
L’esempio è ben più calzante di quel che alcuni possono pregiudizialmente pensare, anche se ovviamente l’omosessualità non è un reato civile o penale per la Costituzione italiana, e spiego in che senso. Non si discrimina nessuno se gli si attribuisce quel che merita sulla base della sua condotta (se l’omicida è condannato all’ergastolo, metterlo in galera per il resto della sua vita è un diritto della comunità e la logica conseguenza delle sue azioni). Non vi è nessuna discriminazione, nessuna differenza rispetto a chi ha avuto una condotta diversa (l’uomo o la donna onesti e rispettosi della vita altrui).
Quello che si vuole dire è che non ci può essere discriminazione nel trattare diversamente due situazioni diverse.
Arriveremmo altrimenti ad una contraddizione, nei fatti oltre che in termini. Ed anche ad una vera discriminazione, opposta: quella di chi ha una condotta giusta e non vede punito chi invece non l’ha avuta.
Ecco, proprio questa contraddizione in termini e in fatto vorrebbe introdurre chi continua a urlare ai quattro venti che «la Chiesa deve prendere atto» della situazione odierna e aprire l’accesso ai sacramenti anche alle persone che praticano l’omosessualità. Gravissimo è il sentirlo da sacerdoti, vescovi e cardinali. Agli anticlericali (espressi e non) siamo abituati.
La Chiesa cattolica non discrimina nessuno. Da sempre infatti si distingue tra inclinazione omosessuale (che non è peccato, ma disordine) e pratica omosessuale (che invece è peccato grave). Se dunque una persona con tendenze e pratiche omosessuali si pente, si confessa con il proposito di non peccare più (Catechismo di San Pio X can. 358 e can. 369), quindi non ricade più nella condizione precedente, non ha nessun tipo di problema a ricevere la Comunione (Catechismo della Chiesa Cattolica, can. 1415; Catechismo di San Pio X can. 335). Così come chiunque confessi qualsiasi altro peccato grave.

UN PROBLEMA BEN PIÙ PROFONDO
Il problema, quindi, si sposta ed è ben diverso, e direi anche ben più profondo, della pratica omosessuale.
Quel che conta, e tanto, è il peccato (parola oggi dimenticata), conta lo stato in cui si trova chi si avvicina alla Comunione: se questo è in peccato mortale, non può riceverla. E questo vale per qualsiasi tipo di peccato mortale, non solo per l’omosessuale. Il problema, in sostanza, è la recidiva.
Se una persona non si pente, persevera ostinatamente nel peccato (qualsiasi peccato grave non solo quello della pratica omosessuale), addirittura se ne vanta e ne fa una battaglia, non ha senso dare il perdono. Anzi, non è proprio possibile dare l’assoluzione. E questo per diritto divino.
Viene spiegato chiaramente dal Catechismo di San Pio X che tra gli elementi necessari per una buona Comunione esige l»«essere in grazia di Dio» (Catechismo di San Pio X can. 335; vedi anche Concilio di Trento, Sess. 12, can. 7 e can. 11, che insegna che per ricevere l’Eucaristia si richiede lo stato di grazia). Essere in grazia di Dio significa «avere la coscienza monda da ogni peccato mortale» (Catechismo di San Pio X can. 336). Ancora più efficacemente era stato spiegato da San Paolo quando aveva ammonito che ricevere la Comunione in peccato mortale equivale a mangiare la propria condanna (1Cor 11, 2729).
Piccola parentesi su un altro elemento richiesto dal can. 335 del Catechismo di Papa Sarto: «sapere e pensare Chi si va a ricevere»: sembra sempre più chiaro, purtroppo, che molti non sanno Chi vanno a ricevere, che nella sacra Ostia c’è Nostro Signore Gesù Cristo (Catechismo di San Pio X can. 316 e can. 322). E questo influisce, e tanto.
Alla luce di quanto ricordato (qualcuno dovrebbe proprio imparare…) non ha senso parlare di discriminazione per gli omosessuali nel non poter ricevere la Comunione. Il senso invece è quello che nessuno può avvicinarsi a Cristo in stato di peccato mortale, qualsiasi esso sia. L’omosessuale che abbia compiuto pratiche omosessuali è uguale a chi ha rapporti sessuali al di fuori del matrimonio (adulterio) o a chi ha una vita sessuale disordinata (fornicazione): sono tutti in peccato grave (sebbene con differente gravità) e nessuno può ricevere la Comunione, senza la Confessione.

SE MANCA IL VERO PENTIMENTO
La preclusione non ha luogo perché è omosessuale, ma perché manca il vero pentimento.
Che la pratica omosessuale sia peccato grave (mortale) come gli altri sopra elencati (ed altri ancora) non ci sono dubbi.
La Chiesa lo afferma da sempre. E lo ha ribadito e riassunto nel Catechismo, quando al can. 2357 insegna che «[…] Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni (v. Gn 19, 129; Rm 1, 2427; 1Cor 6, 910; 1Tm 1, 10), la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona Humana, 8). Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati».

     Ancora più importante è ricordare che l’atto sessuale tra persone dello stesso sesso rientra nei peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio, dato che è peccato impuro (fornicazione) contro natura (stesso sesso). Non serve aggiungere altro.
Dai Dieci Comandamenti in poi questo è sempre stato insegnato in modo chiaro e inequivoco da Dio, da Cristo e dalla Sua Chiesa. Chi contestasse l’incontestabile sappia che non si è costretti ad essere cattolici, ma, se lo si vuole essere, si deve seguire quel che Cristo, tramite gli Apostoli e la Chiesa, ha insegnato, e lo si deve seguire integralmente, non manipolandolo a proprio piacimento, secondo quel che fa comodo. I cripto-protestanti possono tranquillamente entrare in una delle tante confessioni figlie di Lutero.
Alla luce di quanto esposto, il non poter assolutamente dare la Comunione a persone non con tendenze, ma con pratiche omosessuali, vi sembra discriminazione o la semplice applicazione delle Leggi di Cristo? Come non si griderebbe alla discriminazione per il ladro messo in galera, perché si dovrebbe credere ad una discriminazione per i peccatori di omosessualità esclusi dalla Comunione? Semmai, ci sarebbe anche qui, se ammessi, una discriminazione al contrario: quella dei fedeli in stato di grazia che non vedono differenza con quelli in peccato grave.
Viene da pensare che questo atteggiamento sia un ulteriore cavallo di Troia da regalare alla Chiesa e a chi propaganda l’omosessualismo.



 

Chiarimento necessario in attesa del Sinodo sulla Famiglia del 2015
 

Se si può comprendere un ateo che critica la posizione della Chiesa Cattolica sul divorzio e sul divieto di accedere all’Eucarestia per i divorziati sposati con rito civile, non si capisce assolutamente la critica sollevata da molti che si dicono cattolici.

Partiamo dal presupposto che se uno dice di essere cattolico sa cos’è la Fede cattolica, conosce cioè i dettami alla base della stessa ed i principi a cui la Chiesa deve rifarsi. Conosce quindi il Catechismo. Conosce il Magistero. Almeno conosce i tratti fondamentali di quel che sostiene di credere.

Dato questo presupposto, riassumiamo in breve (per quanto possibile) quel che da sempre è la legge sul matrimonio e sull’Eucarestia.

Fondamentale è, in primis, ricordare, e purtroppo mi rendo conto ce ne sia spesso il bisogno, che «il matrimonio non fu istituito né restaurato dagli uomini, ma da Dio; non dagli uomini ma da Dio, autore della natura, e da Gesù Cristo, Redentore della medesima natura, fu presidiato di leggi e confermato e nobilitato. Tali leggi perciò non possono andar soggette ad alcun giudizio umano e ad alcuna contraria convenzione, nemmeno degli stessi coniugi» (Pio XI, Casti connubii, 31.12.1930).

     E tra quelle leggi ricordate da Pio XI ce ne sono alcune in cui Cristo certifica l’indissolubilità del matrimonio e condanna senza mezzi termini divorzio e seconde nozze: «Fu anche detto: - Chiunque rimanda la propria moglie, le dia il libello del divorzio. - Io invece dico a voi: - Chiunque manda via la propria moglie, salvo il caso di fornicazione, la rende adultera, e chiunque sposa la donna mandata via, commette adulterio» (Mt 5, 31-32); «Allora i Farisei andarono a trovarlo, e per tentarlo gli domandarono: “È lecito mandar via la propria moglie per qualunque motivo?”. Egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: - Per questo lascerà l’uomo suo padre e sua madre e si unirà con sua moglie e i due saranno una sola carne-? Perciò essi non sono più due, ma una sola carne. Non divida dunque l’uomo quello che Dio ha congiunto”. “Perché dunque,” gli chiesero “Mosè prescrisse di darle il libello del ripudio e di mandarla via?”. Rispose loro. “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi permise di ripudiare le vostre mogli; ma da principio non era così. Io poi vi dico che chiunque mandi via sua moglie, salvo il caso di fornicazione, e ne sposa un’altra, commette adulterio, e chi s’ammoglia con la donna ripudiata, diventa adultero» (Mt 19, 3-9); cfr. anche Mc 10, 2-12 e Lc 16, 18.

     Impossibile dunque continuare a cercare un modo per sostenere che non è possibile riportare a Gesù la condanna del divorzio e delle seconde nozze e che fu la Chiesa a inventare tutto, così sostenendo anche che la Chiesa ha manipolato a proprio piacimento il “vero” insegnamento di Cristo.
Gesù Cristo condanna con chiarezza e forza «il divorzio, come causa di peccati e di dissoluzione. Egli condanna ogni degradazione dei sensi e riconduce il matrimonio alla sua nobiltà; ridona alla donna la sua dignità, negando con forza che ella sia oggetto di piacere o termine di ammirazioni sensuali o sentimentali … Toglie ogni pretesto anche legale alla corruzione e alla degradazione della donna e abolisce la legge del ripudio; vuole che la donna sia regina e madre nella casa e non sia come un oggetto di divertimento che si desidera e si abbandona come si vuole»[1].
     Nella Sua infinita sapienza, si rifà alle parole della Genesi (2, 24) che determina la natura del matrimonio e chiarisce che «non si trattava di un’unione capricciosa o accidentale di due creature, ma di un’unione intima, così piena da formare come una sola carne, benedetta da Dio per attuare la riproduzione e la conservazione del genere umano. L’uomo, dunque, non poteva separare ciò che Dio ha congiunto con una legge di provvidenza e di amore che è sacra»[2].

     Il Magistero della Chiesa Cattolica, dunque, non può che essersi attenuto a quel che il suo Fondatore ha insegnato e ha ribadito con chiarezza lungo il corso dei secoli[3].
Da tutto quanto riportato appare chiaro che il divorzio è da considerare una grave offesa al sacramento del matrimonio[4], ma ancor prima alle parole stesse di N.S. Gesù Cristo che ordinò «non divida dunque l’uomo quello che Dio ha congiunto».
     Ulteriore e indiscutibile conseguenza di questi dettami di Cristo, almeno per uno che si dice cattolico, è che la grave offesa procurata al sacramento del matrimonio con il divorzio e le seconde nozze “rate e consumate” pone chi l’ha fatta nella condizione di peccato mortale.
Il Catechismo di San Pio X ci insegna che «il peccato mortale è una disubbidienza alla legge di Dio in cosa grave, fatta con piena avvertenza e deliberato consenso» (can. 143) e che la grazia di Dio perduta per il peccato mortale «si riacquista con una buona confessione sacramentale o col dolore perfetto che libera dai peccati, sebbene resti l’obbligo di confessarli» (can. 146).
Sempre il Catechismo di San Pio X ci insegna che «essere in grazia di Dio significa avere la coscienza monda da ogni peccato mortale» (can. 336).
Tutta questa premessa è utile a riassumere alcuni punti fondamentali della dottrina cattolica, che, ribadisco, chi si dice cattolico dovrebbe conoscere; punti necessari anche per poter capire perché una persona che ha divorziato e poi si è sposata con rito civile con un altro/a partner non è in grazia di Dio.
     Non è palese che, se Gesù ha condannato il divorzio, ammonendo l’uomo di non dividere ciò che Dio ha unito, se Gesù ha chiamato adultero/a chi, ripudiati la moglie o il marito, si congiunge con altra persona, chi contravviene ai Suoi insegnamenti ed alle Sue prescrizioni in modo grave cade nella condizione di peccato mortale? Possibile ci sia chi si dice cattolico e gli sembra strano quanto ricordato?

 

Data però la certezza di quanto sopra riportato, arriviamo al centro del nostro discorso.
Alla base del dubbio sul divieto di accedere all’Eucarestia per i divorziati sposati civilmente non c’è tanto la non conoscenza approfondita della dottrina sul matrimonio, quanto (peggio) la mancata conoscenza di cosa sia l’Eucarestia. O, forse, in alcuni casi, il non volerlo vedere. Altrimenti non si spiega.
Se, infatti, uno sa cos’è l’Eucarestia, Chi c’è nell’Eucarestia, come fa a sostenere che chi è in peccato mortale possa avvicinarsi a questo Sacramento?


Misteri della vita. O, forse, semplicemente effetti della crisi della e nella Chiesa.
È necessario un piccolo sunto.
Sempre riportandosi al Catechismo di San Pio X, studiamo che l’Eucaristia «è il sacramento che, sotto le apparenze del pane e del vino, contiene realmente Corpo, Sangue, Anima e Divinità del Nostro Signor Gesù Cristo per nutrimento delle anime» (can. 316) e che «nell’Eucaristia c’è lo stesso Gesù Cristo che è in cielo, e che nacque in terra da Maria Vergine» (can. 322)[5]. Inoltre sappiamo che «sotto le apparenze del pane c’è tutto Gesù Cristo, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità; e così sotto quelle del vino» (can. 331).
     Anche questa  è una verità indiscutibile e costantemente ricordata dal Magistero della Chiesa[6].
Per poter fare una buona Comunione, il cattolico sa che deve essere in grazia di Dio e che deve essere consapevole di Chi si va a ricevere[7]. Quindi che non deve essere in peccato mortale (anche se comunque sarebbe meglio evitare anche di avere peccati veniali) e avere certezza che ci si sta accostando a N.S. Gesù Cristo[8].
Non si può aver il minimo dubbio che chi si trova nella condizione che Cristo ha avvertito di evitare, cioè aver sciolto il matrimonio ed essersi unito ad altra persona, è in stato di peccato mortale costante, esattamente come chi convive more uxorio, ma anche di chi intrattiene rapporti sessuali con una persona sposata con altri. L’unione successiva al divorzio, pur avendola certificata di fronte ad un’autorità civile, non esiste per Dio.
     Chi è in questa condizione inoltre contravviene anche all’altro elemento necessario per la validità e utilità della Confessione: il dolore dei peccati ed il proponimento di non commetterne più[9]. Non può essere assolto chi non abbia questi requisiti ed allora l’unico modo che ha il divorziato sposato civilmente di potervi accedere è quello di uscire dalla situazione di grave peccato e viverla in continenza e secondo le regole di Dio (anche se, per motivi gravi, come l’educazione dei figli, dovesse continuare a vivere con il partner).
A quanto sembra, si chiede invece da parte di molti che si ammettano alla Comunione i divorziati sposati civilmente solo con un “percorso di penitenza” che servirebbe quasi solo a “bonificare” il secondo matrimonio.

      Alla luce di quanto appena ricordato si comprende facilmente l’impossibilità di accogliere questa ipotesi: è in netto contrasto con il dettato divino, perché permetterebbe a chi è in peccato grave (il periodo di “penitenza” non sarebbe certo il sacramento della Confessione) e, soprattutto, continua ad esserlo (non si dice che si debba essere pentiti, né che si debba lasciare la condizione di peccato, anzi, il contrario, dopo il periodo di “penitenza” si potrà tranquillamente continuare a vivere come se nulla fosse stato) di avvicinarsi comunque a Cristo.
In conclusione, alla luce della dottrina pervenutaci da Gesù, come si può continuare a cercare un modo per avvicinare i divorziati sposati civilmente all’Eucarestia? Come si può voler accostare chi è in peccato mortale a Cristo, senza con ciò stravolgere e manipolare l’insegnamento del nostro Signore?
Sostenere questi tentativi, come si diceva, vuol dire ignorare, o peggio non voler più vedere, a Chi si vuole far questo e disinteressarsi dell’aspetto divino delle istituzioni in oggetto, nonché del sacrilegio a cui si va incontro.
Portando così se stessi, e chi in buona fede segue queste tesi, alla morte dell’anima: «perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna»[10].
     Iniziamo invece a dire la verità, senza la paura di dar fastidio al mondo, ricordandoci che si è nel mondo, ma non si è del mondo. Iniziamo a fare la vera carità che è dire la verità a chi ne è lontano. Iniziamo a ricordare che l’unico modo che abbiamo per accostarci degnamente a Cristo, e quindi all’Eucarestia, è quello di accedere prima al sacramento della Confessione, «sacramento istituito da Gesù Cristo per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo»[11]. Che questo prima ancora che un obbligo è un nostro interesse, perché ci permette di salvare la nostra anima.

     E ritorniamo a spiegare che, se la Chiesa non ammette alla Comunione eucaristica chi ha divorziato e si è unito civilmente ad altra persona, è perché «sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia»[12] ed anche che «c’è un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»[13].
     Così come si deve tornare a spiegare che è la riconciliazione nel sacramento della Confessione l’unica strada possibile per il riavvicinamento all’Eucaristia e che questa «può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio»[14] e quindi la continenza.
Solo così, con chiarezza e fermezza (che non vogliono assolutamente significare intolleranza!), si potrà imboccare la strada di un ritorno ad un credo totalmente e realmente cattolico.
In primis, è questo è il problema più serio, a cominciare da molti esponenti del Clero. 


note esplicative:
   

[1] Don Dolindo Ruotolo, Commento ai quattro Vangeli, Vangelo di Matteo, Casa Mariana Editrice[2] Ibid.

[3] «…non è lecito alla donna andare sposa a un altro. E qualora si sia sposata, e quand’anche ne sia seguita l’unione carnale, deve da lui separarsi, e essere costretta dal rigore ecclesiastico a tornare dal primo, anche se altri pensano diversamente e in altro modo talvolta sia stato giudicato anche da alcuni nostri predecessori», Alessandro III, Lettera (frammenti) Verum post all’arcivescovo di Salerno, data incerta; «Certamente quello che il Signore dice nel Vangelo, non è lecito all’uomo ripudiare sua moglie, se non in caso di fornicazione [Mt 5,32; 19,9], è da intendersi, secondo l’interpretazione della santa Parola, riferito a coloro il cui matrimonio è stato consumato con l’unione carnale, senza la quale il matrimonio non può essere consumato, e dunque, se la suddetta donna non è stata conosciuta da suo marito, le è lecito passare alla vita religiosa», Lettera Ex publico instrumento al vescovo di Brescia, data incerta, Concilio Lateranense III; «Se qualcuno dirà che il matrimonio non è in senso vero e proprio uno dei sette sacramenti della legge evangelica, istituito da Cristo, ma che è stato inventato dagli uomini nella chiesa, e non conferisce la grazia, sia anatema”» e «Se qualcuno dirà che la chiesa sbaglia quando ha insegnato e insegna, secondo la dottrina del Vangelo e degli apostoli, che il vincolo del matrimonio non può essere sciolto per l’adulterio di uno dei coniugi; che nessuno dei due, nemmeno l’innocente, che non ha dato motivo all’adulterio, può contrarre un altro matrimonio, vivente l’altro coniuge; che commette adulterio il marito che, cacciata l’adultera, ne sposi un’altra, e la moglie che, cacciato l’adultero, ne sposi un altro, sia anatema», Concilio di Trento, Sez. XXIV, Dottrina e canoni sul matrimonio, Cann. 1 e 7, 11 novembre 1563; «Se poi la chiesa non sbagliò né sbaglia, allorché insegnò o insegna queste cose, ed è perciò del tutto certo che il matrimonio non può essere sciolto neppure a causa dell’adulterio, è evidente che gli altri motivi più lievi di divorzio che si suole addurre, valgono ancor meno e sono da ritenere del tutto inconsistenti» ed «E anzitutto, quanto all’indissolubile fermezza del patto coniugale, Cristo medesimo vi insiste dicendo: “Ciò che Dio ha congiunto, l’uomo non separi” [Mt 19,6]; e: “Chiunque ripudia la propria moglie e ne prende un’altra commette adulterio: e chiunque prende quella che è stata ripudiata dal marito commette adulterio” [Lc 16,18]. In questa indissolubilità ripone appunto sant’Agostino il bene che egli chiama del sacramento, con queste chiare parole: “Nel sacramento poi [si fa in modo] che il matrimonio non sia sciolto e il ripudiato o la ripudiata non si unisca ad altri, neppure a motivo della prole” [De Genesi ad litteram, IX, 7, n. 12]» ed ancora «E se l’uomo ingiuriosamente tenta di separarlo [ciò che Dio ha unito, ndr], il suo atto è del tutto nullo; e resta valido perciò quanto Cristo apertamente confermò: “Chiunque rimanda la moglie e ne sposa un’altra, è adultero e chi sposa la rimandata dal suo marito, è adultero” [Lc 16,18]. E queste parole di Cristo riguardano qualsiasi matrimonio, anche quello soltanto naturale e legittimo, giacché a ogni vero matrimonio spetta quella indissolubilità, per la quale esso è sottratto, quanto alla soluzione del vincolo, e all’arbitrio delle parti e ad ogni potestà civile», Pio XI, Casti connubii, 31.12.1930

[4] Cfr. cann. 2382 e 2385 Catechismo della Chiesa Cattolica

[5] Si vedano anche i cann. 325 e 327

[6] «Noi fermamente e senza dubbio alcuno con cuore puro crediamo, e con semplicità con parole credenti affermiamo, che il sacrificio, cioè il pane e il vino, dopo la consacrazione è il vero corpo e il vero sangue del Signore nostro Gesù Cristo; nel quale noi crediamo che nulla di più da un sacerdote buono e nulla di meno da uno cattivo è compiuto; perché si compie non per merito del consacrante, ma per la parola del Creatore e per la forza dello Spirito Santo», Innocenzo III, Lettera Eius exemplo all’arcivescovo di Tarragona, 18.12.1208, Professione di fede prescritta ai valdesi; «…infatti il suo corpo e il suo sangue sono contenuti veramente nel sacramento dell’altare, sotto la specie del pane e del vino, poiché il pane è transustanziato nel corpo, e il vino nel sangue per divino potere», Concilio Lateranense IV, Cap. 1, 11-30/11/1215; Nella Lettera di Clemente IV Quanto sincerius del 28.10.1267 all’arcivescovo Maurino di Narbonne, il Papa riprende l’arcivescovo, dicendosi scandalizzato, che aveva asserito che «Gesù Cristo non è con la sua essenza sull’altare, ma solamente come indicato sotto un segno». Clemente IV dice chiaramente che tali affermazioni «contengono una manifesta eresia e annullano la verità di quel sacramento»; «E in virtù delle stesse parole [di Cristo, ndr] la sostanza del pane si trasforma in corpo di Cristo, e la sostanza del vino in sangue. Ciò avviene però in modo tale che tutto il Cristo è contenuto sotto la specie del pane e tutto sotto la specie del vino e, se anche questi elementi venissero divisi in parti, in ogni parte di ostia consacrata e di vino consacrato vi è tutto il Cristo», Concilio di Firenze, Bolla sull’unione con gli armeni Exsultate Deo, 22.1.1439; «In primo luogo questo santo sinodo insegna e professa apertamente e semplicemente che nel divino sacramento della santa eucaristia, dopo la consacrazione del pane e del vino, il nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è contenuto veramente, realmente e sostanzialmente [can. 1], sotto l’apparenza di quelle cose sensibili» (Cap. 1) - «È quindi verissimo che sotto una sola specie è contenuto tanto, quanto sotto entrambe. Cristo, infatti, è tutto e integro sotto la specie del pane e sotto qualsiasi parte di questa specie; e similmente è tutto sotto la specie del vino e sotto ogni sua parte» (Cap. 3) - «Poiché il Cristo, nostro redentore, ha detto che ciò che offriva sotto la specie del pane era veramente il suo corpo, nella chiesa di Dio vi fu sempre la convinzione, e questo santo concilio lo dichiara ora di nuovo, che con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo del Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue. Questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato è chiamata dalla santa chiesa cattolica transustanziazione» (Cap. 4), Concilio di Trento, Sess. XIII, 11.10.1551, Decreto sul sacramento dell’Eucaristia; «Se qualcuno negherà che nel sacramento dell’eucaristia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il corpo e il sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l’anima e la divinità, e, quindi, il Cristo tutto intero, ma dirà che esso vi è solo come in un simbolo o una figura, o solo con la sua potenza, sia anatema» (Can. 1), Concilio di Trento, Sess. XXII, 17.9.1562, Dottrina e canoni sul sacrificio della Messa; «Riconosco parimenti che nella messa viene offerto a Dio un vero e proprio sacrificio di espiazione per i vivi e per i morti, e che nel santissimo sacramento dell’eucaristia c’è veramente, realmente e sostanzialmente il corpo e il sangue, insieme all’anima e alla divinità, del nostro Signore Gesù Cristo, e che avviene la trasformazione di tutta la sostanza del vino e del sangue, trasformazione che la chiesa cattolica chiama transustanziazione. Confesso che anche sotto una delle due specie viene assunto Cristo completo e integro e il vero sacramento», Pio IV, Bolla Iniunctum nobis, 13.11.1564, Professione di fede tridentina; «Anche se è quanto mai conveniente che quelli che fanno uso della comunione frequente e quotidiana siano privi di peccati veniali, per lo meno quelli pienamente deliberati, e dall’affetto nei loro confronti, è tuttavia sufficiente che siano senza peccati mortali, unitamente al proposito di non peccare mai più nel futuro», S. Pio X, Decreto Sacra Tridentina Synodus, 16.12.1905, La comunione eucaristica quotidiana, punto 3; «Il sacrificio dell’altare non è una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio, nel quale, immolandosi incruentemente, il sommo sacerdote da ciò che fece una volta sulla croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima … Per mezzo della “transustanziazione” del pane in corpo e del vino in sangue di Cristo, come si ha realmente presente il suo corpo, così si ha il suo sangue; le specie eucaristiche poi, sotto le quali è presente, simboleggiano la cruenta separazione del corpo e del sangue», Pio XII, Enciclica Mediator Dei, 20.11.1947; «Tale presenza si dice “reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano “reali”, ma per antonomasia perché è anche corporale e sostanziale, e in forza di essa Cristo, Uomo-Dio, tutto intero si fa presente. Malamente dunque qualcuno spiegherebbe questa forma di presenza, immaginando il corpo di Cristo glorioso di natura “pneumatica” onnipresente; oppure riducendola ai limiti di un simbolismo, come se questo augustissimo sacramento in niente altro consistesse che in un segno efficace “della spirituale presenza di Cristo e della sua intima congiunzione con i fedeli membri del corpo mistico», Paolo VI, Enciclica Mysterium fidei, 3.9.1965.
[7] Catechismo di San Pio X, can. 335

[8] Ibid., can. 337

[9] Ibid., can 358

[10] San Paolo, 1Cor 11, 29

[11] Catechismo di San Pio X, can. 335; vedi anche  can. 373 e Concilio di Trento, Sess. XIV, 25.11.1551, can. 6

[12] S. Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 84

[13] Ibid.

[14] Ibid.

 

La chiesa cattolica africana torna a tuonare contro l’omosessualità. Dopo il duro e allarmato comunicato nei confronti della deriva omosessualista dell’Occidente, da parte della Conferenza episcopale della Nigeria, è ora il turno della Chiesa ghanese e, nuovamente, di quella nigeriana, per bocca, questa volta, del Cardinale John Onaiyekan della diocesi di Abuja.

La chiesa cattolica del Ghana si espressa senza fraintendimenti attraverso le ferme dichiarazioni di Mons. Charles Gabriel Palmer Buckle, Arcivescovo Metropolita di Accra. In esse, l’arcivescovo ha sottolineato il carattere anti-umano e anti-sociale delle relazioni omosessuali, ribadendo la posizione di sempre della Chiesa cattolica in materia.

In tale prospettiva, Mons. Buckle ha ricordato la nota distinzione dell’etica cristiana tra peccato e peccatore, affermando: «Noi non rispettiamo l’omosessualità, ma abbiamo rispetto per gli omosessuali perché creati a somiglianza di Dio. Noi siamo contro l’adozione di bambini da parte loro, perché è difficile per gli omosessuali crescere un bambino capace di essere responsabile nella società».

Il Metropolita di Accra ha inoltre evidenziato come l’omosessualità sferri un attacco frontale alla famiglia e alla istituzione del matrimonio, ricordando l’importanza decisiva della preghiera: «La famiglia che prega insieme, rimane insieme». Mons. Buckle ha infine esortato i cristiani ad affermare la loro fede nel rispetto della verità e della dottrina immutabile della Chiesa, la quale stabilisce come il matrimonio sia l’unione stabile di un uomo e di una donna, ordinata al bene dei coniugi, alla procreazione e alla educazione della prole.

Alle parole dell’arcivescovo di Accra, Buckle, hanno fatto eco quelle, altrettanto chiare, del Cardinale John Onaiyekan della diocesi di Abuja, capitale della Nigeria, il quale ha dichiarato senza mezzi termini: «La posizione della Chiesa in Nigeria contro l’omosessualità è irrevocabile». Con questa inequivocabile e lapidaria dichiarazione, l’arcivescovo cattolico nigeriano, intervistato dall’agenzia di stampa nazionale NAN, durante la sua visita ufficiale presso la diocesi di Makurdi, ha riaffermato la posizione irremovibile della Chiesa nigeriana nei confronti dell’omosessualità.

L’arcivescovo Onaiyekan ha inoltre deplorato il processo di normalizzazione dell’omosessualità in corso in tutto il mondo, sottolineando l’impossibilità di accettare supinamente delle norme solamente per il fatto che esse siano state già adottate dalla maggioranza.

In tale senso, Onaiyekan ha spiegato: «Purtroppo, viviamo in un mondo dove queste cose sono ormai abbastanza accettabili, ma il fatto che esse siano divenute accettabili non significa che siano giuste. (…) La Chiesa cattolica si considera portatrice della bandiera della verità in un mondo che si è fatto così malamente ingannare».

Secondo il cardinale nigeriano, al di là di quello che è il pensiero dominante, bisogna dunque respingere con forza l’omosessualità, in quanto comportamento contro la volontà di Dio: «Anche se non piacciamo alla gente per questo, la nostra chiesa ha sempre detto che omosessualità è innaturale e il matrimonio è unicamente tra un uomo e una donna. Non esiste una cosa come il matrimonio tra due uomini o il matrimonio tra due donne. Qualunque cosa facciano tra di loro non dovrebbe essere chiamato matrimonio. Non ci sono dubbi che la Chiesa cattolica non cambierà le sue posizioni su questo tema».

La posizione della Chiesa cattolica nei confronti dell’omosessualità è fortemente condivisa anche dalla politica. A tale proposito, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, paladino dei diritti LGBT in tutto il mondo, nel suo recente viaggio in Kenya non ha perso l’occasione per puntare il dito contro la politica del presidente keniota Uhruri Kenyatta in materia di omosessualità, esortando il suo paese, e tutta l’Africa, a rispettare i diritti dei gay.

     Nella conferenza stampa tenuta a Nairobi, il presidente americano ha invitato l’Africa a cambiare atteggiamento, dichiarando: «Ripeto sempre questa cosa in tutta l’Africa: quando si inizia a trattare in modo differente le persone, perché sono diverse, allora si inizia un cammino in cui le libertà vengono erose e succedono cose brutte».

Pronta la categorica replica del presidente Kenyatta, il quale ha ribadito come il tema dell’omosessualità sia del tutto fuori discussione: «dobbiamo ammettere che vi sono delle cose che non condividiamo. Per i kenioti oggi la questione dei diritti dei gay veramente neanche si pone». Il continente africano ancora non contaminato dalle perverse e disumane ideologie occidentali ribadisce quindi il suo fermo no alla importazione e normalizzazione di comportamenti da sempre considerati contro natura.

Il male anche se accettato e promosso dalla maggioranza non ha alcun diritto. Il cosiddetto terzo mondo “sottosviluppato” impartisce in questo modo una sonora ed esemplare lezione di civiltà ai paesi “moderni” ed “evoluti”, rispedendo al mittente il deleterio stile di vita occidentale.

Parla il prefetto della Casa pontificia e segretario del Papa emerito: «Un pastore non deve decidere in base agli applausi o meno dei media; la misura è il Vangelo, la fede, la sana dottrina»

«È vero che non tutti gli errori vengono» dalla Germania «ma il punto in questione certamente sì: vent'anni fa Giovanni Paolo II, dopo una lunga e impegnativa trattativa, non accettò che i cristiani risposati potessero accedere all'Eucaristia. Ora, non possiamo ignorare il suo magistero e cambiare le cose». È quanto afferma il prefetto della Casa pontificia e segretario del Papa emerito Benedetto XVI, mons. Georg Gaenswein, in una intervista a Zenit, a proposito del sinodo sulla Famiglia che sarà celebrato ad ottobre ed in particolare  sulla situazione delle coppie «irregolari» e del nodo della comunione ai divorziati risposati.
 
 
«Perché alcuni pastori - si chiede mons. Gaenswein - vogliono proporre ciò che non è possibile? Non lo so. Forse cedono allo spirito del tempo, forse si lasciano guidare dal plauso umano causato dai media? Essere critico contro i mass media è certamente meno piacevole; ma un pastore non deve decidere in base agli applausi o meno dei media; la misura è il Vangelo, la fede, la sana dottrina, la tradizione».
 
 
«Una sfida del sinodo,  - osserva mons. Gaenswein - sono certamente i cristiani che si trovano in una situazione matrimoniale, teologicamente detta, «irregolare». Vuol dire persone che hanno divorziato e si sono risposate civilmente. Dobbiamo aiutarle, certamente, ma non in modo riduttivo. È importante avvicinarsi a loro, creare contatto e mantenerlo, perché sono membri della Chiesa come tutti gli altri, non sono espulse tanto meno scomunicate. Essi vanno accompagnati, ma ci sono problemi riguardo alla vita sacramentale. Si deve essere molto sinceri - sottolinea - da parte della Chiesa, anche da parte dei fedeli che vivono in questa situazione. Non si tratta solo di dire: «Possono non possono». E lì, secondo me, si dovrebbe affrontare in modo positivo».
 
 
«La questione dell'accesso alla vita sacramentale — aggiunge — è da affrontare in modo sincero sulla base del magistero cattolico. Spero che nei mesi di preparazione prima del Sinodo si presentino delle proposte che aiutino e servano per trovare le giuste risposte a tali pesanti sfide».

Sabato, 11 Luglio 2015 00:00

I sette peccati capitali: La lussuria

Nella trattazione dei sette vizi capitali in questo articolo vediamo cosa sia la LUSSURIA, ossia l'uso disordinato dell'istinto sessuale. Nel progetto di Dio l'esercizio della sessualità con il piacere che vi è connesso, ha come fine quello di costituire per l'uomo un mezzo per esprimere il suo amore verso una persona dell'altro sesso, e ciò a servizio della vita e nel contesto del matrimonio indissolubile.
E proprio perché corrispondono al progetto di Dio, il Concilio afferma (GS 49) che “gli atti con i quali i coniugi si uniscono in casta intimità, sono onorabili e degni e, se compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano, e arricchiscono vicendevolmente in gioiosa gratitudini gli sposi”.
     Purtroppo, però, in questo settore, più che in ogni altro forse, portiamo le tristi conseguenze del peccato originale. S. Paolo avrebbe voluto che i cristiani non avessero neppure nominato questo disordine morale:«Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, NEPPURE SE NE PARLI TRA VOI, come si addice ai santi; lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti» (Ef 5, 34).
     Ma noi, invece, ne dobbiamo parlare, perché questo vizio impuro ha assunto oggi una estensione ed una sfacciataggine, che il riferimento biblico a Sodoma e Gomorra  sembra tutt’altro che esagerato…. Ogni vizio è un padrone prepotente e quello impuro conta molti servi e schiavi, forse più di ogni altro. E’ stato detto che non tutti i dannati sono finiti all’Inferno solo per questo peccato, ma tutti anche per questo peccato. Forse è una affermazione che può sembrare esagerata ed unilaterale, ma se poi ci si pensa bene, ci si accorge che non è molto lontana dal vero. Sì, perché il peccato impuro avvelena tutti i settori della vita spirituale, incominciando da quello fondamentale della FEDE. Pensate alla crisi religiosa di una larga fascia della gioventù…..
     Ma cerchiamo di precisare il nostro discorso, chiedendoci IN CHE COSA CONSISTA la lussuria, quale sia la natura di questo peccato e persino perché debba ritenersi peccato, cioè offesa di Dio, rottura dell’armonia con Lui, disordine morale. Non sono pochi oggi, infatti, quelli che non la ritengono più tale:”Ma che male facciamo? Sei d’accordo tu, sono d’accordo io, non togliamo nulla a nessuno ….” Oppure:”Sono bisogni naturali che sentiamo tutti, che male c’è nel soddisfarli?…” Per non dire di peggio. Discorsi molto superficiali, ma che ingannano parecchi. La confusione (interessata!) delle idee in questo campo (confusione promossa talvolta da un certo tipo di cosiddetta “educazione” sessuale impartita a scuola) aiuta non poco il vizio a dilagare.
     La lussuria è peccato – e peccato grave – perché è un uso disordinato, e quindi contrario alla volontà di Dio, di una facoltà  (quella sessuale) ordinata esclusivamente al matrimonio, cioè alla comunione totale (spirito e corpo) di un uomo con una donna e al mantenimento e alla propagazione del genere umano (“Crescete e moltiplicatevi”). Matrimonio che Gesù ha elevato a dignità di sacramento, cioè consacrazione e sigillo divino all’amore umano, sacramento che comporta una stabilità inscindibile tra i due partners e grazie preziose per la loro crescita spirituale e per l’educazione umana e cristiana  dei figli.

     Fuori da questa cornice sacra del matrimonio l’uso della facoltà sessuale diventa disordine egoistico, che si oppone al piano di Dio. E siccome la sessualità è qualcosa che prende tutto l’uomo, si può cadere in questo disordine col pensiero, col desiderio, con gli sguardi, con le parole, con le azioni, da soli e con altri, in modo più o meno grave, ma sempre grave di per sé. I teologi, infatti, dicono che questo peccato non ammette pareri di materia, come l’ammettono gran parte degli altri peccati (per esempio, uno può rubare poco o molto, può irritarsi leggermente  o giungere fino all’odio, può lasciarsi andare al pettegolezzo o giungere a una grave calunnia, essere leggermente brilli o ubriaco fradicio…ecc. ecc.). Nella purezza anche un pensiero gravemente disonesto o un desiderio nascosto, pienamente accettati,  costituiscono colpa grave agli occhi di Dio:«Se tu guardi una donna con occhio impuro, è come se già avessi peccato con lei», dice Gesù (Mt 5, 29). L’impurità può essere peccato veniale per insufficiente avvertenza della mente o imperfetto consenso della volontà (cosa, ritengo, abbastanza frequente). S. Paolo parla chiaro a questo riguardo:«Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il Regno di Dio » (1 Cr 6, 910). Lui che ha anche raccomandato di non profanare il nostro corpo, tempio vivo dello Spirito Santo.
 
     Ma anche a prescindere dalla chiarezza della Parola di Dio e della Tradizione della Chiesa a questo riguardo, la stessa ragione umana comprende che nel peccato impuro non è l’anima intelligente e libera che ha in dominio il corpo, ma viceversa…. E a chi dice: “Ma siamo uomini!…” per giustificare le proprie debolezze morali in questo campo, si può rispondere:”Appunto per questo devi essere padrone di te stesso!” E qui si tocca con mano l’altezza morale del cristianesimo, che non si accontenta di un perbenismo esterno, “sepolcri imbiancati”, ma scende nell’intimità e nella profondità dell’animo umano per esigere piena limpidezza , trasparenza e dignità morale. Il regno di Dio è dentro di noi, prima di essere attorno a noi. Nell’Antico Testamento vengono puniti con pene severe l’adulterio, l’incesto, l’omosessualità, la bestialità e viene deplorato l’onanismo (Gn 38, 910), ma nel Nuovo Testamento Gesù ci fa fare questo salto di qualità per giungere alla limpidezza del cuore. Ed è veramente da compatire chi non riesce a rendersene conto. Il peccato impuro in tutte le sue forme, dentro e fuori del matrimonio, calpesta la dignità della persona umana che non può mai essere ridotta a cosa e impedisce lo sviluppo della vita divina nell’anima.
     Sì, possiamo veramente dire che dopo l’orgoglio non c’è ostacolo più grande alla perfezione cristiana del vizio della lussuria: essa produce abitudini tiranniche, egoismo sfrenato, infiacchimento dell’intelligenza e della volontà, assenza di slancio verso il bene, insomma una vera e propria palla di piombo al piede per l’uomo nel suo cammino verso Dio.
    Ma per non discostarci dal carattere pratico di queste nostre conversazioni, sarà bene accennare a qualche mezzo per preservarci dal vizio della lussuria o per intraprendere un serio cammino di purificazione qualora disgraziatamente vi fossimo caduti.

  •     Innanzi tutto idee chiare e convinzioni profonde, altrimenti ci manca il punto fermo su cui far leva. Quanto abbiamo accennato finora tendeva proprio a tale chiarificazione, ma certo nella confusione di idee di oggi non si insisterà mai abbastanza su questo punto.
     
  •   Notiamo poi che molte persone cadono nei peccati di lussuria per il loro orgoglio e la loro presunzione. Sì, la purezza va a braccetto dell’umiltà. E chi è umile ammette di essere debole e non si espone sconsideratamente a tentazioni e pericoli. Guai ai presuntuosi in questo campo! Chi non usa prudenza e mortificazione è in balia del Demonio. Qui vince chi sa fuggire per tempo.
     
  • Già, la mortificazione. La mortificazione, quella fisica e quella dello spirito, è come la ginnastica, l’allenamento della volontà, senza della quale essa rimane fiacca e incline a tutti i cedimenti, anche i più vergognosi. E questo, l’abbiamo notato già altre volte, è un discorso difficilmente recepito in una società consumistica, tesa a soddisfare in tutto e subito qualsiasi desiderio, anche il meno nobile, tantochè gli stessi annunciatori del Vangelo spesso sorvolano sull’aspetto austero della Croce, presentando un cristianesimo a buon mercato, digeribile da tutti, anche dai più smidollati, ma per ciò stesso non autentico. E appunto anche per questo il vizio impuro dilaga, come torrente melmoso, senza trovare praticamente resistenza. Golosità e pigrizia in particolare sono due grandi alleate della lussuria. Ma a proposito di “alleati” dell’impurità l’elenco potrebbe oggi continuare a lungo: la televisione e il computer sono divenuti un veicolo continuo di oscenità e di infezione morale; la maggior parte dei periodici laici in mano a tutti danno anch’essi il loro notevole contributo a creare una mentalità moralmente permissiva;  la moda esibizionistica, tomba legalizzata e propagandata di ogni restante senso del pudore; e persino certa musica, a dire degli esperti, può risultare sessualmente stimolante. Come dicevo l’elenco dei trabocchetti, più o meno pericolosi, alla virtù cristiana della purezza, della castità, in una società complessa e permissiva come la nostra attuale, potrebbe allungarsi a dismisura, ma mi sembra quasi inutile soffermarmi su ciascuno di essi. Io ho l’impressione, comunque, e ve lo partecipo come tale, che noi cristiani ci stiamo arrendendo su questo fronte, forse per paura di essere additati per gente sorpassata e dalla mentalità ristretta. Persino certi preti, nel momento della maggiore apertura delle coscienze, quello della confessione o della riconciliazione sacramentale, rischiamo di sorvolare diplomaticamente su certe esigenze della morale evangelica in materia, per non diventare impopolari ed essere catalogati preti “preconciliari”… Ma quale conto si dovrà rendere al Giudizio Divino? Non ho parlato delle passeggiate solitarie, in machina o non, tra ragazzi e ragazze, vero e proprio “piccolo turismo del peccato”…. Ma, ripeto, è inutile fare elenco di guai che tutti conosciamo, se non c’è volontà e sincerità di evitarli con coraggio e fermezza, coraggio che il cristiano oggi deve avere di essere diverso dalla e nella massa degli smidollati e dei viziosi. Ma in fondo è bello, e persino esaltante, dover essere cristiani per scelta cosciente e coraggiosa e non per stanca tradizione! E oggi è davvero così.

   Idee e convinzioni chiare, umiltà, forza e coraggio della mortificazione, ma non basta. “Senza di me, non potete fare nulla!”, ha detto Gesù, e sul pendio viscido dell’impuro più che in altri campi. Chissà quante volte l’avete notato anche voi: quando si trascura di innaffiare l’orticello della nostra anima con la preghiera e la grazia dei sacramenti, si seccano e pian piano muoiono tutte le virtù evangeliche, mentre rinascono lussureggianti le erbacce di ogni genere: orgoglio, ira, pigrizia, egoismo e, naturalmente, anche la sensualità. E’ stato detto, penso molto giustamente e a proposito, che per tenere sgombro il nostro cuore e la nostra vita dalla suggestione e dal vizio impuro, sono indispensabili DUE GRANDI AMORI: quello personale a un Gesù vivo, amico e fratello; un amore proprio delle anime interiori, un amore che quasi definirei “contemplativo”; e l’amore, la passione per la salvezza dei fratelli e la costruzione del Regno di Dio nel mondo, cioè la dimensione missionaria della vita cristiana, lo slancio delle anime apostoliche nell’affascinante sfida della “nuova evangelizzazione” dell’Europa e del mondo. Pensando soprattutto ai giovani, nati e cresciuti in un’atmosfera che non è più quella di una “cristianità” tradizionale, ma quella spregiudicata e contestatrice di una società postcristiana, dobbiamo renderci conto che non è più il metodo ripetitivo di un moralismo, in sé sostanzialmente valido, ma che può facilmente apparire repressivo ed inibitorio, quello che otterrà udienza e avrà successo.      Bisogna ricorrere  a proposte più positive  e stimolanti, bisognerà riproporre l’Amore (quello con l’A maiuscola!); l’Amore che si dona fino al sacrificio di sé; l’Amore che ci impedisce di raggomitolarci nel nostro egoismo e di soffocare nel viscidume dei nostri vizi; l’Amore che ci fa liberi e grandi, al di sopra di ogni mortificante meschinità; l’Amore che solo Cristo, il Figlio di Dio, è venuto a riportare e a riproporre sulla terra; l’Amore che dilata il nostro piccolo e povero cuore a pregustare l’Amore eterno e beatificante della Comunione dei santi. Dobbiamo noi stessi amare di più per insegnare agli altri ad amare e potere dire loro:”Ama e sarai puro e….sii puro per amare di più!”
     Il linguaggio dell’amore è quello più comprensibile ed efficace con l’uomo del terzo millennio (ma probabilmente con l’uomo di sempre….), perché è il linguaggio di Gesù, è il linguaggio di Dio!
     Non possiamo terminare senza uno sguardo, sia pur fuggevole e conclusivo, a Colei che è prototipo, modello e madre del Popolo di Dio e che noi chiamiamo Immacolata: in Lei ogni viscidume di peccato impuro, o semplicemente di ogni peccato, è stato superato da una splendida purezza, luminosa e feconda, trionfo della pienezza in Lei dell’azione dello Spirito Santo. Guardiamo più spesso a Maria Immacolata, “respiriamo” la presenza e il mistero di Maria nella  Chiesa e nella storia dell’umanità e di ciascuno di noi (perché è stata costituita da Cristo morente Madre di tutti) e ci sentiremo disintossicati dai miasmi della putrefazione morale che ci circonda e che forse è persino in noi… Guardando a Lei, buttandoci tra le sue braccia materne, non ci sarà più impossibile vivere quella splendida beatitudine evangelica:”Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio!”.


Santa Teresa del Bambin Gesù recitava quotidianamente questa pre­ghiera chiamata «preghiera efficace» approvata dal papa Pio VII e racco­mandata per la liberazione delle anime del Purgatorio.

O glorioso san Giuseppe, padre e protettore delle vergini, custode fedele a cui Dio affida Gesù, l’Innocenza stessa, e Maria, la Vergine delle vergini, io ti supplico e ti scongiuro, attraverso Gesù e Maria, che ti furono così cari, di far sì che, preservato dal peccato, puro di spirito e di cuore, casto nel corpo, io serva costantemente Gesù e Maria in una purezza perfetta. Amen.

Giovedì, 02 Luglio 2015 00:00

L’equivoco perdono degli eretici Valdesi

La richiesta di perdono del 22 giugno scorso di Papa Francesco ai Valdesi, nel loro tempio di Torino, ha ulteriormente confuso le idee a molti cattolici.

In un articolo a firma di Ignazio Ingrao su Panorama dello stesso giorno leggiamo che : «Il dialogo tra cattolici e valdesi a partire dal Concilio Vaticano II non si è mai interrotto. (…) Benedetto XVI, che pure proviene da una nazione come la Germania, dove il dialogo con i luterani è all’ordine del giorno, forse aveva alzato troppo la posta dal punto di vista teologico per poter vedere dei risultati immediati. Francesco ha riportato il confronto ecumenico sui temi concreti, il “dialogo della vita”, come si dice, contrapposto al “dialogo dei teologi”».

Di dialogo in dialogo – questo ciclopico “motore dialogico” avviato proprio con il Concilio Vaticano II – si è innescato, anno dopo anno, un caos babilonico che sconcerta sempre più la gente e rende sempre più indifesi e vulnerabili sia il Vicario di Cristo che la Chiesa.

     Ad iniziare a chiedere perdono fu Giovanni Paolo II. Lo fece per diverse realtà della storia nelle quali vedeva la responsabilità diretta o indiretta di uomini appartenenti ad essa. Papa Wojtyła ha cercato la strada della pace attraverso due sentieri: appellandosi direttamente ai responsabili delle violenze e attraverso il mea culpa. La Chiesa, per il Papa, non poteva varcare la soglia del nuovo millennio senza spingere i suoi figli a purificarsi, nel pentimento, da errori, infedeltà, incoerenze, ritardi. Riconoscere i cedimenti di ieri veniva inteso come un atto di lealtà e di coraggio.

     La Congregazione per la dottrina della fede in difesa dell’atto papale scrisse: «Le richieste di perdono fatte dal vescovo di Roma in questo spirito di autenticità e di gratuità hanno suscitato reazioni diverse: la fiducia incondizionata del Papa ha dimostrato di avere nella forza della Verità incontrato un’accoglienza generalmente favorevole, all’interno e all’esterno della comunità ecclesiale. Non pochi hanno sottolineato l’accresciuta credibilità dei pronunciamenti ecclesiali, conseguente a questo comportamento. Non sono però mancate alcune riserve… Tra consenso e disagio, si avverte il bisogno di una riflessione, che chiarisca le ragioni, le condizioni e l’esatta configurazione delle richieste di perdono relative alle colpe del passato».

     Il consenso, oggi come nell’anno giubilare del 2000, viene dai «lontani» e dai «media», mentre quelli che abitano dentro la Chiesa (clero e non) sono ancora in attesa di risposte convincenti e di riflessioni non demagogiche, né buoniste, ma reali, basate sulla fede autentica.

Intanto, nell’attesa di risposte, il “motore dialogico” prosegue la sua caduta libera e le linee le dettano coloro che hanno abbandonato Roma nel corso dei secoli, come i Valdesi. Non c’è conversione alcuna da parte di questi protestanti, ma volontà di annacquare con i loro errori il magistero della Chiesa. Non a caso, infatti, il moderatore della Tavola valdese, Eugenio Bernardini (all’incontro erano presenti anche i metodisti, rappresentati dalla presidente Alessandra Trotta, nonché i rappresentanti delle Chiese evangeliche sorelle luterane, battiste, avventiste, salutiste), durante il suo discorso di fronte al «fratello in Cristo», ha azzardato e messo in campo questioni molto scottanti, affermando: «Dovremo affrontare, però, anche questioni teologiche tuttora aperte. E poiché ci è data oggi questa bella occasione di incontro e di dialogo, vorrei proporne almeno due che ci stanno particolarmente a cuore. La prima è questa: il concilio Vaticano II ha parlato delle chiese evangeliche come di “comunità ecclesiali”. A essere sinceri, non abbiamo mai capito bene che cosa significhi questa espressione: una chiesa a metà? Una chiesa non chiesa? Conosciamo le ragioni che hanno spinto il Concilio a adottare quell’espressione, ma riteniamo che essa possa e debba essere superata. Sarebbe bello se questo accadesse nel 2017 (o anche prima!), quando ricorderemo i 500 anni della Riforma protestante.

È nostra umile ma profonda convinzione che siamo Chiesa: certo peccatrice, semper reformanda, pellegrina che, come l’apostolo Paolo, non ha ancora raggiunto la mèta (Filippesi 3,14), ma chiesa, chiesa di Gesù Cristo, da Lui convocata, giudicata e salvata, che vive della sua grazia e per la sua gloria. La seconda questione, che sappiamo quanto sia delicata, è quella dell’ospitalità eucaristica. Tra le cose che abbiamo in comune ci sono il pane e il vino della Cena e le parole che Gesù ha pronunciato in quella occasione. Le interpretazioni di quelle parole sono diverse tra le chiese e all’interno di ciascuna di esse. Ma ciò che unisce i cristiani raccolti intorno alla mensa di Gesù sono il pane e il vino che Egli ci offre e le Sue parole, non le nostre interpretazioni che non fanno parte dell’Evangelo. Sarebbe bello se anche in vista del 2017 [500 anni dalla Riforma ndr] le nostre chiese affrontassero insieme questo tema».

     «Le nostre chiese»? Una è la Chiesa di Cristo e bene lo sapeva san Giovanni Bosco, il quale fece erigere, al numero 13 di corso Vittorio Emanuele II di Torino, la chiesa di San Giovanni Evangelista, con annesso Oratorio di San Luigi e scuola (opera familiarmente detta il «San Giovannino»); ciò fece per essere molto vicino al tempio valdese, presente al numero 23 dello stesso corso. Don Bosco, infatti, toglieva l’errore, evangelizzava e convertiva. Ed ecco che i suoi frutti furono molto copiosi. Egli rispose in mille modi agli errori valdesi: con scritti, con conferenze, con prediche.

     Citiamo in particolare un testo, ancora oggi pubblicato, Conversione di una valdese (Amicizia Cristiana), nella quale Giuseppa, la protagonista convertita, viene incalzata da un valdese rimasto tale e la loro conversazione è più attuale che mai : «Non importa che questa religione sia incomoda e pesante, purché conduca all’eterna salvezza: e il Signore ci fa sentire nel Vangelo, che la strada stretta e spinosa conduce all’eterna salute. Voi volete una religione comoda, la quale lasci la gente in libertà di far quello che ognuno vuole; ma sappiate, che né gli ubriaconi (sic), né i ladri; né gli adulteri, né altra gente di simil fatta entrerà nel regno dei cieli; vi prego però a prescindere di disputare ulteriormente, perché voi perdete tempo». «Nemmeno io voglio disputare: ma voglio almeno che mi concediate che i protestanti osservano la loro religione meglio dei cattolici». «Nel senso che dite voi». «In qual senso?». «Nel senso, che la religione protestante è una religione più comoda e più favorevole alle passioni».

E così conclude Don Bosco: «Il semplice confronto del protestantesimo col cattolicesimo possiamo dire essere stato il lume che fece conoscere a Giuseppa la nullità della religione valdese. Difatti, l’osservare una religione che lascia libertà a ciascuno di credere quel che più gli aggrada, e nel modo che gli pare di leggere nella Sacra Scrittura; una chiesa, che è una società senza presidente, un corpo senza capo, chiesa che non ha vescovi, non sacerdoti, non altare, non sacrificio; una chiesa che si associa con tutte le stravaganze delle varie sette protestanti, ciascuna delle quali professa più articoli, che sono negati dalle altre; una chiesa di cui non mai si parlò ne’ dodici primi secoli del cristianesimo, e che non può mostrare un SOLO [maiuscolo nell’originale] di sua credenza, che valga a contare li suoi predecessori, fino aglio Apostoli; né può mostrare un UOMO SOLO [idem] che abbia professato la medesima sua dottrina prima di Pietro Valdo; una Chiesa che s’intitola universale e non forma che 22 mila persone; e quindi il confrontarla colla Chiesa Cattolica, che fu in ogni tempo Una, Santa, Cattolica, Apostolica, che parte dal regnante Pio IX e ascende da un Papa all’altro fino a S. Pietro stabilito da Gesù Cristo a governarla ed essere Vicario di lui in terra: Chiesa che in ogni tempo praticò sempre i medesimi Sacramenti, il medesimo culto, ebbe sempre i suoi pastori, gli uni successori degli altri, ma sempre uniti al Romano Pontefice, i quali praticarono sempre la medesima fede, la medesima legge, il medesimo Vangelo, adorando un solo vero Dio; il fare questo confronto, dico, deve naturalmente persuadere ogni uomo ragionevole e non guidato dalle passioni, a dare un pronto abbandono a qualsiasi setta, per rientrare nell’arca di salute, nell’ovile di Gesù Cristo, la Chiesa Cattolica» (pp. 103-104).

   Un simile passo non necessita commenti. I Valdesi attentarono più volte alla vita di Don Bosco: lo odiavano e lo volevano morto; ma il Signore lo salvò sempre. Altri omicidi, comunque, commisero, ricordiamo in particolare il beato Pietro da Ruffia O.P. (1320-1365), saggio inquisitore della fede a Torino, che non risparmiò fatica per salvaguardare dall’eresia le popolazioni del Piemonte e della Liguria. Mentre era ospite a Susa dei Frati Minori, fu pugnalato dai valdesi il 2 febbraio, giorno della Presentazione del Signore.

     Inoltre il beato Antonio Pavoni (1325/6–1374): nominato inquisitore della fede per la Lombardia e la Liguria difese la sana dottrina con grande zelo: gli errori dei Valdesi furono smascherati, confermando nella fede molte anime e ottenendo innumerevoli conversioni. Il martire domenicano presagì il suo imminente sacrificio e lo annunciò: disse di essere stato invitato a nozze, perciò pregò che la sua rasatura fosse fatta con cura speciale. La domenica in Albis del 9 aprile 1374 si recò a celebrare la Santa Messa a Bricherasio (nelle terre valdesi) con più acceso fervore, continuando instancabile la proclamazione della Verità. Nello scendere dal pulpito venne assalito dai Valdesi e fu orribilmente massacrato. Quando essi chiederanno perdono di questi ed altri simili fatti, ma soprattutto, quando faranno ritorno nell’unico ovile?

Cristina Siccardi

«Il mio primo sentimento è di gratitudine al Signore che ha permesso una cosa grande per la vita della Chiesa italiana e per la vita del popolo italiano». 
Monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e patrocinatore del nostro sito web, tra i primissimi vescovi a sostenere l’idea di una manifestazione pubblica a difesa della famiglia e dei bambini, è particolarmente soddisfatto della grande festa della famiglia che si è celebrata sabato 20 giugno in Piazza San Giovanni. 
Ha seguito tutto il giorno lo svolgersi della manifestazione, stando al telefono con gli amici presenti a Roma. 
«È una cosa grande che è potuta accadere perché ha trovato un milione di uomini grandi, un milione di cuori grandi, cioè disponibili ad agire senza farsi frenare dalle piccole alchimie delle valutazioni scientifico-politiche».
 
Una manifestazione preparata in 18 giorni, senza sponsor istituzionali, nel silenzio dei media. C’erano legittimi timori sull’esito e anche sull’efficacia reale dal punto di vista politico. 
Già, come se la grande battaglia di Lepanto fosse stata fatta sulla previsione della vittoria. 
Fu fatta prevedendo che sarebbe stata una sconfitta. 
Tutti, dal re di Polonia fino all’ultimo servente di mulo ricevettero la comunione in articulo mortis
O come se quelli che hanno manifestato contro il comunismo nelle piazze di Danzica, di Varsavia, di Cracovia avessero valutato che c’era una certa previsione che il comunismo cadesse. 
Avessero ragionato come tanti ecclesiastici e uomini di cultura oggi in Italia, avrebbero detto che era inutile fare la manifestazione perché il comunismo non sarebbe caduto. 
Come invece cadde, anche per queste manifestazioni.
Fortunatamente non sono stati fatti questi calcoli. 
Il popolo giustamente ha seguito l’instinctus fidei, quell’istinto della fede per cui il popolo attese all’uscita i vescovi che partecipavano al Concilio di Efeso del 431 imponendo quasimanu militari la dichiarazione della Madonna come Theotokos, madre di Dio.
Ecco questa a me pare la grande esperienza di un popolo cattolico e laico che ritrova il senso della propria dignità, il senso della propria cultura, il senso del proprio servizio al bene comune, per il quale fa un gesto magari piccolo ma che diventa significativo nel contesto della vita sociale.

 
Non tutti nella Chiesa hanno aderito, ci sono state anche pressioni contrarie. 
Di fronte a questo popolo credo che stia la meschinità di tante valutazioni culturali, politiche, ecclesiastiche che non hanno saputo cogliere la domanda che sale dal basso. 
Comunque certamente mancavano in piazza cattolici di varia estrazione a cui forse è bastato l’elogio di un difensore appassionato della Chiesa e della libertà quale è Alberto Melloni (cfr. articolo sul Corriere della Sera del 19 giugno, ndr). 
Ma quando si ricevono elogi di quel tipo lì, se si aguzza bene l’orecchio si sente ancora il tintinnare dei 30 denari.

 
Qualche polemica c’è stata anche a proposito di certe posizioni nella Conferenza episcopale. 
Credo sia molto importante chiarire che la responsabilità pastorale è esplicitamente delegata agli ordinari, ai singoli vescovi nelle loro diocesi, e non alla Cei. 
La Cei al massimo può dare direttive che poi sono sottoposte alla discrezionalità degli ordinari locali. 
Mi sembra quindi giusto dare onore a quel gruppo di cardinali, arcivescovi e vescovi che si sono assunti pienamente la responsabilità di indicazioni a favore della manifestazione. 

Il popolo, dove è stato guidato, ha trovato il conforto dei pastori e ha saputo utilizzare questo confronto per fare una cosa significativa per sé, per la Chiesa e per la società.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Ha presieduto per cinque anni il pontificio consiglio per la famiglia. La comunione ai divorziati-risposati, avverte, segnerebbe non solo lo svilimento dell’eucaristia ma anche la fine del sacramento del matrimonio.
 

Il cardinale Ennio Antonelli, 78 anni, è un’autorità in materia. È stato presidente per cinque anni del pontificio consiglio per la famiglia e ha organizzato i due incontri mondiali che hanno preceduto il prossimo di Philadelphia: a Città del Messico nel 2009 e a Milano nel 2012.

Ha anche accumulato una notevole esperienza pastorale. È stato arcivescovo prima di Perugia e poi di Firenze, oltre che segretario per sei anni della conferenza episcopale italiana. Appartiene al movimento dei Focolari.

Non ha preso parte alla prima sessione del sinodo sulla famiglia tenuta lo scorso ottobre. Ma partecipa attivamente alla discussione in corso, come prova il libro che ha pubblicato in questi giorni:
E. Antonelli, “Crisi del matrimonio ed eucaristia”, Edizioni Ares, Milano, 2015, pp. 72, euro 7,00.

È un libro speciale. Agile, di poche pagine, si legge d’un fiato. È introdotto da una prefazione di un altro cardinale esperto in materia, Elio Sgreccia, già presidente della pontificia accademia per la vita.

Il sito web del pontificio consiglio per la famiglia l’ha messo in rete integralmente e in tre lingue, in italiano, in inglese e in spagnolo:
 ecco il link: Crisi del matrimonio ed eucaristia

Qui di seguito se ne offrono alcuni brani d’assaggio. In essi il cardinale Antonelli ripropone con amabile fermezza e realismo pratico la dottrina e la pastorale vigenti in materia di matrimonio. E mette in evidenza le conseguenze insostenibili alla quali si arriverebbe con taluni cambiamenti oggi proposti ai vari livelli della Chiesa.

DA: “CRISI DEL MATRIMONIO ED EUCARISTIA

di Ennio Antonelli

ANCHE AI CONVIVENTI OMOSESSUALI, PERCHÉ NO?

Oltre che ai divorziati risposati, la posizione pastorale finora vigente dà indicazioni analoghe anche riguardo ai conviventi senza alcun vincolo istituzionale e ai cattolici sposati solo civilmente. Il trattamento riservato a essi è praticamente lo stesso: non ammissione ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, accoglienza nella vita ecclesiale, vicinanza rispettosa e personalizzata per conoscere concretamente le singole persone, orientarle e accompagnarle verso una possibile regolarizzazione. Ora, alcuni ipotizzano l’ammissione all’eucaristia ai soli divorziati risposati civilmente, lasciando esclusi i conviventi di fatto, i conviventi registrati, i conviventi omosessuali. Personalmente ritengo che questa ultima limitazione sia poco realistica, perché i conviventi sono molto più numerosi dei divorziati risposati. Per la pressione sociale e per la logica interna delle cose finiranno senz’altro per prevalere le opinioni orientate verso un più largo permissivismo.

L’EUCARISTIA RIDOTTA A GESTO DI CORTESIA

È vero che l’eucaristia è necessaria per la salvezza, ma ciò non significa che di fatto si salvano solo quelli che ricevono questo sacramento. Un cristiano non cattolico o addirittura un credente di altra religione non battezzato potrebbe essere spiritualmente più unito a Dio di un cattolico praticante e tuttavia non può venire ammesso alla comunione eucaristica, perché non è in piena comunione visibile con la Chiesa. L’eucaristia è vertice e fonte della comunione spirituale e visibile. Anche la visibilità è essenziale, in quanto la Chiesa è sacramento generale della salvezza e segno pubblico di Cristo salvatore nel mondo. Ma, purtroppo, i divorziati risposati e gli altri conviventi irregolari si trovano in una situazione oggettiva e pubblica di grave contrasto con il Vangelo e con la dottrina della Chiesa. Nell’odierno contesto culturale di relativismo c’è il rischio di banalizzare l’eucaristia e ridurla a un rito di socializzazione. È già successo che persone neppure battezzate si siano accostate alla mensa, pensando di fare un gesto di cortesia, o che persone non credenti abbiano reclamato il diritto di comunicarsi in occasione di nozze o di funerali, semplicemente in segno di solidarietà con gli amici.

PEGGIO CHE NELLE CHIESE D’ORIENTE

Si vorrebbe concedere l’eucarestia ai divorziati risposati affermando l’indissolubilità del primo matrimonio e non riconoscendo la seconda unione come un vero e proprio matrimonio, in modo da evitare la bigamia. Questa posizione è diversa da quella delle Chiese orientali che concedono ai divorziati risposati civilmente un secondo (e terzo) matrimonio canonico, sia pure connotato in senso penitenziale. Anzi, per certi aspetti, appare più pericolosa, in quanto conduce logicamente ad ammettere il lecito esercizio della sessualità genitale fuori del matrimonio, anche perché i conviventi sono molto più numerosi dei divorziati risposati. I più pessimisti prevedono che si finirà per ritenere eticamente lecite le convivenze prematrimoniali, le convivenze di fatto registrate e non registrate, i rapporti sessuali occasionali, e forse le convivenze omosessuali e perfino il poliamore e la polifamiglia.

TRA BENE E MALE NON C’È GRADUALITÀ

È senz’altro auspicabile che nella pastorale si assuma un atteggiamento costruttivo, cercando di “cogliere gli elementi positivi presenti nei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, nelle convivenze” (Relatio Synodi, n. 41). Certamente anche le unioni illegittime contengono autentici valori umani (per esempio l’affetto, l’aiuto reciproco, l’impegno condiviso verso i figli), perché il male è sempre mescolato al bene e non esiste mai allo stato puro. Tuttavia bisogna evitare di presentare tali unioni in se stesse come valori imperfetti, mentre si tratta di gravi disordini. La legge della gradualità riguarda solo la responsabilità soggettiva delle persone e non deve essere trasformata in gradualità della legge, presentando il male come bene imperfetto. Tra vero e falso, tra bene e male non c’è gradualità. Mentre si astiene dal giudicare le coscienze, che solo Dio vede, e accompagna con rispetto e pazienza i passi verso il bene possibile, la Chiesa non deve cessare di insegnare la verità oggettiva del bene e del male. La legge della gradualità serve a discernere le coscienze, non a classificare come più o meno buone le azioni da compiere e tanto meno a elevare il male alla dignità di bene imperfetto. Riguardo ai divorziati risposati e ai conviventi, lungi dal favorire le proposte innovative, tale legge serve in definitiva a confermare la prassi pastorale tradizionale.

NIENTE PERDONO SENZA CONVERSIONE

L’ammissione dei divorziati risposati e dei conviventi alla mensa eucaristica comporta una separazione tra misericordia e conversione che non sembra in sintonia con il Vangelo. Questo sarebbe l’unico caso di perdono senza conversione. Dio concede sempre il perdono; ma lo riceve solo chi è umile, si riconosce peccatore e si impegna a cambiar vita. Invece il clima di relativismo e soggettivismo etico-religioso, che oggi si respira, favorisce l’autogiustificazione, particolarmente in ambito affettivo e sessuale. Si tende a sminuire la propria responsabilità, attribuendo gli eventuali fallimenti ai condizionamenti sociali. È facile inoltre attribuire la colpa del fallimento all’altro coniuge e proclamare la propria innocenza. Non si deve però tacere il fatto che, se la colpa del fallimento può qualche volta essere di uno solo, almeno la responsabilità della nuova unione (illegittima) è di ambedue i conviventi ed è questa soprattutto che, finché perdura, impedisce l’accesso all’eucaristia. Non ha fondamento teologico la tendenza a considerare positivamente la seconda unione e a circoscrivere il peccato alla sola precedente separazione. Non basta fare penitenza per questa soltanto. Occorre cambiare vita.

INDISSOLUBILITÀ ADDIO

Di solito i favorevoli alla comunione eucaristica dei divorziati risposati e dei conviventi affermano che non si mette in discussione l’indissolubilità del matrimonio. Ma, al di là delle loro intenzioni, stante l’incoerenza dottrinale tra l’ammissione di queste persone all’eucaristia e l’indissolubilità del matrimonio, si finirà per negare nella prassi concreta ciò che si continuerà ad affermare teoricamente in linea di principio, rischiando di ridurre il matrimonio indissolubile a un ideale, bello forse, ma realizzabile solo da alcuni fortunati. Istruttiva al riguardo è la prassi pastorale sviluppatasi nelle Chiese orientali ortodosse. Esse nella dottrina affermano l’indissolubilità del matrimonio cristiano. Tuttavia nella loro prassi si sono progressivamente moltiplicati i motivi di scioglimento del precedente matrimonio e di concessione di un secondo (o terzo) matrimonio. Inoltre sono diventati numerosissimi i richiedenti. Ormai chiunque presenta un documento di divorzio civile ottiene anche dall’autorità ecclesiastica l’autorizzazione al nuovo matrimonio, senza neppure dover passare attraverso un’indagine e valutazione canonica della causa. È prevedibile che anche la comunione eucaristica dei divorziati risposati e dei conviventi diventi rapidamente un fatto generalizzato. Allora non avrà più molto senso parlare di indissolubilità del matrimonio e perderà rilevanza pratica la stessa celebrazione del sacramento del matrimonio.

Il cardinale Muller in un’intervista ha ribadito che non è possibile adattare l’insegnamento della Chiesa a stili di vita che nulla hanno a che fare con il Comandamento del Signore.

 

Lo scorso 6 giugno, in una intervista al quotidiano tedesco Die Tagespost, il cardinale Gherard Ludwid Muller è intervenuto sul dibattito sinodale, ribadendo che non è possibile adattare l’insegnamento della Chiesa a stili di vita che nulla hanno a che fare con la parola di Dio.

Il sì degli irlandesi al matrimonio omosessuale”, ha dichiarato il prefetto dell’ex Sant’Uffizio, è “una discriminazione dell’alleanza matrimoniale tra uomo e donna, e quindi della famiglia”. A questo proposito il cardinale ha ringraziato quelli “che non hanno piegato il ginocchio” di fronte a “un idolo di auto-creazione e auto-redenzione, che ci condurrà infallibilmente all’auto-distruzione”.

     Il problema è che dietro la falsa moneta della non discriminazione, “una dolce caramella” ha chiosato il cardinale, si nasconde una faccia della medaglia che attacca direttamente il significato profondo di matrimonio e famiglia. Il matrimonio, infatti, non è un contenitore buono per essere “riempito con qualunque contenuto”.

Nell’intervista il cardinale ha parlato anche delle chiacchierate conclusioni dei laici tedeschi dello Zdk. In particolare, visti i risultati, non è chiaro se il Comitato Zdk è stato convocato “per interpretare il contenuto essenziale del Magistero e della Rivelazione, o per svuotarne il contenuto.”

“La domanda di benedizione delle coppie dello stesso sesso”, ha concluso il cardinale a proposito del documento dello Zdk, “e di un secondo matrimonio in chiesa, è incompatibile con l’insegnamento e la tradizione della Chiesa”.

Riferendosi poi al recente incontro a porte chiuse che ha avuto luogo nei locali della Gregoriana il card. Muller ha sottolineato che è corretto incontrarsi per scambiare idee su problemi importanti. Ma, ha aggiunto, non si può “organizzare la verità”, se questo principio fosse applicato la Chiesa ne sarebbe “scossa nelle sue fondamenta”.

La confezione ricorda quella dei gift box. Ma dentro il cofanetto “Tranquillity” della casa svizzera Genoma, che si può ordinare anche online, si trova un test che permette di sapere se il figlio nascituro è affetto da sindrome di Down oppure no. Nel caso la risposta sia positiva, come avviene nella stragrande maggioranza dei casi, l’esito è un aborto, un’eliminazione preventiva.
 

La confezione ricorda quella dei gift box. Cofanetti regalo per donare ad amici e parenti una vacanza, un giro in mongolfiera, una cena romantica o qualche ora di rafting. Ma all’opposto di questi gift box nella confezione dal nome suadente “Tranquility” non viene venduto divertimento o relax bensì la morte.

Tranquility infatti è un kit che si può acquistare on line dall’azienda elvetica Genoma per sapere se il figlio che sta crescendo nel tuo ventre è affetto da trisomia 21 (sindrome di Down) oppure no. Con 720 euro puoi mettere nel carrello il pacchetto regalo il quale ti verrà recapitato a casa. A questo punto tu mamma ti preleverai del sangue oppure, se vorrai, ti potrai recare in un ambulatorio per farlo. In seguito spedirai gratuitamente il campione presso i laboratori della Genoma e questi ti daranno il referto il quale potrà avere tre esiti. Il bambino è sano, il bambino è malato, il bambino molto probabilmente non è sano. Manco a dirlo se il referto è positivo alla trisomia 21 il figlio verrà di certo abortito. Infatti in occidente la stragrande maggioranza dei bambini down non vede più la luce da tempo.

Nonostante ciò ecco cosa si legge nella pagina internet dedicata a questo test genetico: “Tranquility necessita di un unico campione di sangue periferico e, a differenza dell’amniocentesi, non presenta alcun rischio di nuocere al bambino”. Certo, se il bambino è sano, altrimenti state pur “tranquility” che non sfuggirà al boia dell’aborto.

Il prodotto per eliminare gli articoli difettosi della specie umana è di qualità. Infatti nel sito viene descritto come “facile”: basta prelevare un po’ di sangue e il gioco è fatto. “Sicuro”, ma solo per la madre. “Accurato”: il margine di errore è intorno allo 0,09%. Ed infine “rapido”: quelli della Genoma non ti voglio certo tenere sulle spine.

     Nelle spiegazioni offerte alla cliente sul kit Tranquility si fa di tutto per non tranquillizzarla. Infatti ci sono diagrammi e schemi i quali spiegano che se tu donna sei avanti con l’età il rischio di mettere al mondo un bambino down o con altre patologie diventa elevato. Insomma è noto che le leve nel marketing per far vendere alla fine sono due: comprami perché ti farò felice oppure comprami perché ti toglierò un fastidio.

La Genoma è leader nella cosiddetta “medicina predittiva”, quella medicina che in futuro più che curare troverà il modo di sopprimere le persone. Non solo quelle che aspettano di nascere, ma anche quelle già nate. L’indagine genetica per scovare in anticipo possibili future patologie infatti porterà in prima battuta ad escludere dal mondo del lavoro e dalla copertura assicurativa soggetti la cui salute non promette nulla di buono. E poi la morte per coloro i quali il fato cromosomico ha condannato alla tomba. Sarà dunque la scoperta dell’acqua calda, cioè che tutti prima o poi finiremo in una bara o per un evento traumatico oppure per una patologia. Il mondo con la medicina predittiva sarà un luogo popolato di sopravvissuti. Un club dei perfetti, di prescelti dai test cromosomici, un ristretta cerchia di sani, magari imbecilli, ma sani. Perché l’imbecillità dell’ideologia per loro fortuna non lascia traccia nel DNA.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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Mons. Luigi Negri


   

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