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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

L’appuntamento olimpico si avvicina. In un Paese,travolto dagli scandali politici e con un presidente sotto impeachment, continua a consumarsi quello che gli attivisti definiscono un vero e proprio “genocidio silenzioso” della gioventù nera e meticcia. L’impegno degli attivisti Valdenia Paulino e del marito Renato Lanfranchi, nei quartieri poveri di San Paolo.
 

Tra pochi giorni gli occhi di tutto il mondo saranno puntanti su Rio de Janeiro dove, la sera del 5 agosto 2016, l’ultimo tedoforo accenderà il braciere olimpico. Una luce abbagliante, quella dell’Olimpiade “made” in Brasile, che rischia di distogliere ancora una volta l’attenzione dalle contraddizioni della società brasiliana dove povertà e violenza continuano a regnare, specie nei quartieri più poveri.
 

Secondo una commissione d’inchiesta, voluta dal Parlamento brasiliano, nel corso del 2013 vi sono stati in Brasile 60mila omicidi.

Vite che, nonostante l’attenzione del mondo, continueranno a consumarsi nelle favelas delle megalopoli, nei villaggi dei “sem terra” e nelle zone rurali dell’Amazzonia, in un universo di disuguaglianze dove ricco e povero convivono spesso a pochi metri di distanza, vittime e carnefici di un sistema economico e sociale che sembra non poter essere scalfito. Lo dimostrano i 25 attivisti per i diritti umani uccisi in Brasile nei primi quattro mesi del 2016. Una lunga scia di sangue che non ferma quanti, nonostante le minacce e la paura, continuano ad andare avanti. Persone come Valdenia Paulino, avvocatessa impegnata da oltre vent’anni nella tutela dei diritti umani, che ha provato sulla sua pelle la violenza di chi voleva metterla a tacere, senza riuscirci.

La incontriamo durante una sua visita in Italia insieme al marito italiano, Renato Lanfranchi, con cui condivide l’impegno nel Centro per i diritti umani di Sapopemba, uno dei quartieri più poveri di San Paolo. “Sono cresciuta in una famiglia povera – racconta l’avvocatessa – e mi sono formata nella Comunità ecclesiale di base del quartiere e al Centro per i diritti umani fondato dai missionari comboniani. È grazie a loro che ho potuto studiare e mettermi al servizio dei più poveri”. Un impegno che ha portato avanti nonostante le minacce che l’hanno costretta a lasciare il Brasile per alcuni anni accettando di aderire ad un programma di protezione internazionale.

In quasi trent’anni di impegno Valdenia Paulino ha lottato al fianco di donne vittima di violenza, carcerati, minori abbandonati, cercando di difenderli dalle gang e dalla malavita, ma anche – in molti casi – dalla violenza della polizia. Le vittime sono quasi sempre giovani neri e meticci – il 75% degli omicidi – tanto da spingere gli attivisti a parlare di un vero e proprio “genocidio della gioventù nera brasiliana”.

“Ogni giorno in Brasile – racconta l’avvocatessa – ci sono una media di 29 uccisioni di bambini e adolescenti. Molti di loro cadono vittima degli scontri tra bande, altri della repressione e della violenza da parte della polizia che non si fa scrupoli a sparare contro bambini. In molte occasioni abbiamo denunciato il comportamento di poliziotti corrotti e violenti, qualcuno è stato rimosso ma non è facile mettersi contro il sistema”.

Lei stessa si è dovuta difendere dalle accuse, sempre rivelatesi infondate, di chi ha provato a screditarla. “Questo clima di tensione – spiega Renato Lanfranchi – è aumentato negli ultimi anni quando la polizia, proprio in vista dei grandi eventi ha iniziato una vera e propria pulizia sociale per riqualificare le zone centrali delle città, costringendo migliaia di persone a trasferirsi verso le periferie”. Ma da cosa si origina tutta questa violenza? “La radice di tutti i mali – spiega Lanfranchi – affonda nella disuguaglianza sociale. Il Brasile è una democrazia giovane, tra l’altro travolta dai recenti scandali che hanno toccato anche la presidente Dilma Rousseff (sotto impeachment ndr). Negli ultimi anni la grande crescita economica, trainata dai prezzi del petrolio, ha permesso a milioni di brasiliani di uscire dalla povertà, i giovani hanno potuto studiare, ma poco è stato fatto per limitare le disuguaglianze, così quando la recessione è arrivata, a seguito del crollo dei prezzi delle materie prime, la situazione è tornata a farsi tesa e la violenza sociale a crescere. Se non si riuscirà ad arrivare ad una più equa distribuzione della ricchezza la situazione non potrà migliorare realmente”. Per questo Renato e Valdenia, così come tanti altri, continuano nella loro azione di denuncia, da una parte, e di educazione dell’altra. “È un lavoro lungo – conclude Valdenia -, ma vedo una generazione di giovani brasiliani che sta lentamente cambiando rotta, prendendo consapevolezza dei proprio diritti e trovando la forza di rivendicarli. Perché il primo diritto è quello di avere coscienza dei propri diritti”.

 

Giovedì, 30 Giugno 2016 00:00

Non si nasce gay

Uno delle certezze che sostengono le lobby LGBT è che l’omosessualità è una condizione genetica. In realtà recenti studi su coppie di gemelli dimostrano che l’attrazione per persone dello stesso sesso non dipende dal codice genetico ma è qualcosa dovuta a esperienze successive alla nascita. 

Il Dott. Neil Whitehead, ricercatore scientifico per il governo della Nuova Zelanda, per le Nazioni Unite e la International Atomic Energy Agency, fa il punto della situazione: i gemelli identici hanno lo stesso codice genetico, sono allevati in condizioni prenatali identiche, perciò se l’omosessualità fosse causata da fattori genetici o condizioni prenatali e uno dei due fosse gay, anche l’altro gemello dovrebbe esserlo. Ma gli studi scientifici rivelano che le cose vanno diversamente. “Se uno dei due gemelli prova attrazione per persone dello stesso sesso le possibilità che l’altro gemello l’abbia sono solo dell’11% per gli maschi e il 14% per le femmine”. 

Visto che i gemelli identici sono sempre geneticamente identici, l’omosessualità non può essere dovuta a fattori genetici. “Nessuno nasce gay”, conclude Whitehead. Ciò che produce l’omosessualità, perciò, deve essere dovuto a fattori post nascita, come ad esempio le differenti reazioni personali a eventi o circostanze che hanno un diverso impatto sui due gemelli.
Il primo studio approfondito su gemelli identici è stato effettuato in Australia nel 1991, seguito da un altro negli Stati Uniti nel 1997. Nel 2002 Bearman e Brueckner hanno pubblicato uno studio effettuato su 5.552 coppie di gemelli degli Stati Uniti. L’attrazione per persone dello stesso sesso (Same-sex attraction) tra gemelli identici era comune solo al 7,7% per i maschi e al 5,3% per le femmine.

Nella stessa ricerca si parla dei cambiamenti di orientamento sessuale. E i due autori osservano che la maggior parte di questi cambiamenti, non terapeutici ma accaduti “naturally” durante la vita, sono rivolti verso un’esclusiva eterosessualità (il 3% della popolazione eterosessuale sostiene di essere stata in passato anche bisessuale o omosessuale). Il numero delle persone che hanno cambiato il loro orientamento sessuale verso un’esclusiva eterosessualità è più alto dell’attuale numero di bisessuali e omosessuali messi insieme. In altre parole “Gli ex gay superano per numero gli attuali gay”.

Il matrimonio non interessa ai gay

A proposito della battaglia per ottenere i matrimoni tra omosessuali, Mercatornet ha segnalato un episodio interessante sulla concezione che hanno alcuni gay del matrimonio.
Durante il Sydney Writers Festival del 2012, infatti, in un incontro pubblico è stato rivolta a quattro scrittori gay questa domanda: «Perché sposarsi quando si poteva essere felici?». Erano tutti d’accordo sul fatto che i gay non vogliano sposarsi, dato che i gay non aspirano alla rispettabilità borghese. La risposta più interessante è venuta dalla giornalista e attivista Masha Gessen, sposata con una partner lesbica in Massachusetts da cui in seguito ha divorziato, ora ha tre bambini che hanno cinque diversi genitori. Nella sua risposta (per ascoltare le parole nel video clicca qui) la Gessen afferma che vorrebbe vedere abolita l’istituzione del matrimonio, e perciò è necessario mentire quando si promuovono i matrimoni gay: «Anche uno stupido capirebbe che l’istituzione del matrimonio non dovrebbe esistere… [applausi del pubblico] La lotta per il matrimonio gay comporta in generale mentire su quello che faremo con il matrimonio una volta che lo otterremo, perché mentiamo dicendo che l’istituzione del matrimonio non cambierà: sì questa è una falsità»

Cosa dice chi è stato allevato da una coppia gay  

Tempi ha riportato alcuni stralci della testimonianza di Robert Oscar Lopez, professore presso la California State University, che lo scorso 12 marzo ha raccontato davanti al Parlamento del Minnesota. Lopez, cresciuto dalla madre lesbica con la sua compagna, nel suo racconto (che è possibile leggere integralmente qui) sottolinea alcuni aspetti che fanno riflettere, soprattutto perché vissuti sulla propria pelle:

Il disagio che ha comportato vivere senza una figura maschile di riferimento e quindi le difficoltà a creare stabili rapporti di amicizia sia con le ragazze che con ragazzi.
Una volta giunto all’Università la comunità gay gli aveva detto che necessariamente era destinato a essere gay, mentre lui si sentiva ancora a disagio. 
Non ha mai trovato, specialmente nel mondo gay che ha frequentato per tanti anni, qualcuno che affrontasse sul serio le sue difficoltà, perché veniva malvisto chi metteva in dubbio la sua omosessualità.
Gli adulti cresciuti da genitori dello stesso sesso nel contattarlo gli chiedono di dare voce alle loro preoccupazioni: pur amando i propri cari spesso “provano rabbia verso i loro “genitori” per averli privati del genitore biologico (o, in alcuni casi, di entrambi i genitori biologici), rimpiangono di non aver avuto un modello del sesso opposto, e provano vergogna o senso di colpa per il fatto di sentire un risentimento verso i propri genitori”
La comunità gay, dentro la quale ha trascorso 40 anni della sua vita, spesso trasmette odio e recriminazione, parlando talvolta male delle coppie eterosessuali per giustificare le adozioni.

 

Fonte: documentazione.info

Martedì, 07 Giugno 2016 00:00

Cattolico: Sei un Tradizionalista?

CATTOLICO: SEI UN TRADIZIONALISTA?

Sempre più spesso si è sentito o ci si sente rivolgere questa domanda in ambito cattolico. Ma tu sei tradizionalista?

     Oggi più che mai nel cattolico medio si è giunti alla massima espressione di un aspetto che rivela quanto sia diffusa ed estesa la confusione tra i credenti. Fino a qualche anno fa i principali schieramenti si dividevano tra sostenitori pre o post concilio, chi era saldamente ancorato ad un passato rigoroso ed anacronistico ( i tradizionalisti), chi saldamente aggrappato alle nuove disposizioni, anche liturgiche, del Vaticano II come ad una Nuova Rivelazione (i progressisti) e chi tra questi ha tentato di barcamenarsi nella conciliazione e nell’armonizzazione tra le parti. Le ripercussioni pratiche non tardarono a manifestarsi ed ebbero conseguenze principalmente sul piano pastorale dove in modo fattivo il vescovo con i suoi presbiteri era chiamato a tradurre «in loco» le indicazioni dei padri conciliari. Nel tempo attuale, con la salita al soglio pontificio di Papa Francesco si è fatto un ulteriore passo in avanti (o indietro, dipende dai punti di vista) su questa posizione, considerando, ciò che è di Francesco, vera Chiesa, finalmente aperta a tutti e pronta al superamento di qualsiasi ostacolo che non rappresenterebbe l’attuazione di una vera misericordia divina, dall’altro lato della barricata fanno resistenza a quell’indiscriminata misericordia coloro che affermano di rifarsi alla dottrina di sempre della Chiesa cattolica. 
     Non è mia intenzione in questo post analizzare le situazioni descritte ma tentare di far chiarezza su un punto decisivo per ogni cristiano cattolico. Ciascuno di noi dovrebbe aver presente l’assoluto valore della tradizione nella Fede cristiana. Essa è un elemento costitutivo della stessa Fede che si fonda ancor prima che sulle Scritture neotestamentarie sulla viva testimonianza degli apostoli. La tradizione nel senso comune è la trasmissione attraverso il tempo di un patrimonio. Nel senso teologico, la Tradizione si può definire come la Parola di Dio, concernente la fede e la morale, non scritta, ma trasmessa a voce da Gesù, dagli Apostoli e da questi ai loro successori fino a noi. Nel caso specifico dei cristiani possiamo comprendere quanto questo patrimonio abbia un valore assoluto per ogni uomo perché nella Rivelazione di Cristo al mondo c’è la salvezza di ogni credente. 
    Ecco che ci è subito chiaro quanto sia assurda la considerazione che oggi molti, cattolici inclusi, hanno della tradizione della Chiesa, etichettando secondo il loro senso distorto come «tradizionalista» il fedele rimasto indietro, radicato in un tempo e in una consuetudine ormai da eliminare. 
  La Tradizione si dice divina quando riguarda l’insegnamento che viene direttamente da Gesù; divino-apostolica quando riguarda l’insegnamento degli Apostoli secondo l’ispirazione dello Spirito Santo. Gesù, infatti, promise: «Il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto» (Gv. 14,26)
Gesù, dopo aver predicato (e non scritto) la sua dottrina, affidò agli apostoli la missione non di scrivere ma di propagare oralmente quanto avevano udito dalle sue labbra o avrebbero imparato dai suggerimenti dello Spirito Santo: «Andate dunque ad insegnare a tutte le genti» (Mt. 28,18) «Andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo a ogni creatura» (Mc. 16.15). 

Ecco perché ogni cattolico, ma possiamo ben dire ogni vero cristiano, non può ignorare la tradizione e quindi deve necessariamente dirsi «tradizionalista» se vuole rimanere nella verità. Vi è un solo ed unico modo di essere cattolici, aderendo al Magistero della Chiesa che è un «continuum» dagli apostoli ad oggi. 

Quali sono le fonti della Rivelazione?
I cattolici dicono che sono due: la Tradizione e la Scrittura. I protestanti dicono, invece, che è solo la Scrittura. Chi ha ragione?
Gesù ha dato come comando ai suoi discepoli quello di evangelizzare e di battezzare, non certo quello di scrivere. Ci sono delle parole nel Vangelo di san Giovanni che possono aiutarci a dare una risposta alla domanda di cui sopra. Al capitolo 21 (versetti 2425) di questo vangelo è scritto: «Questo è il discepolo che rende testimonianza di queste cose, e che ha scritto queste cose; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose che Gesù ha fatte; se si scrivessero a una a una, penso che il mondo non potrebbe contenere i libri che se ne scriverebbero». Certamente l’evangelista esagera, ma la sua esagerazione sta a indicare che non tutto ciò che Cristo ha detto e ha fatto è presente nei vangeli; c’è molto altro che non è stato messo per iscritto.
Dov’è allora questo altro? È nella Tradizione. La Tradizione è la verità che viene trasmessa da apostolo in apostolo.
Ovviamente tra la Tradizione e la Scrittura non vi è conflitto, perché ciò che è presente nella Tradizione, seppur non necessariamente esplicitata dalla Scrittura, non è in contraddizione con ciò che è nella Scrittura stessa.

Rimane però una questione. Che rapporto c’è tra Tradizione e Scrittura?
La dottrina cattolica afferma che in un certo qual modo la Tradizione è giudice della Scrittura, nel senso che la Tradizione, in ciò che è identificabile col Magistero, deve interpretare cosa è scritto nella Scrittura. Il protestantesimo non accetta questa verità cattolica, anzi, come abbiamo detto prima, per il protestantesimo la Scrittura da sola costituirebbe l’unica fonte della Rivelazione. Ma qui vien fuori una contraddizione. Fu infatti proprio la Tradizione espressa dal primo Magistero a decidere quali testi dovessero essere riconosciuti autentici. La palese contraddizione di Lutero è stata quella di negare valore alla Tradizione e al Magistero e poi di accettarne i frutti. Infatti, anch’egli riconobbe che i vangeli canonici fossero solo quelli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni e non altri, decisone, questa, del Magistero delle origini.
Se la Tradizione non esistesse, non esisterebbe nemmeno il Magistero. Parafrasando la famosa espressione evangelica, possiamo dire che la Chiesa pur non essendo della storia è comunque nella storia. Ciò implica che la Tradizione debba sempre essere resa “viva”, nel senso che deve sempre saper “rispondere” ai singoli problemi che i diversi contesti storici possono presentare. Ma Tradizione “viva” non significa che possa mutare e quindi, nei contenuti, adattarsi ai tempi. No. “Viva” vuol dire che la Tradizione in quanto verità perenne deve saper rispondere a tutte le questioni, anche quelle che di volta in volta si presentano nel corso della storia.

Un esempio chiarificatore: nella Scrittura e nella Tradizione è contenuta la verità secondo cui i fini inscindibili della sessualità sono il procreativo e l’unitivo; ma ovviamente non possono nella Scrittura e nella Tradizione essere esplicitate le risposte ai vari metodi contraccettivi che il divenire storico ha poi presentato. Sta al Magistero “attualizzare” la Tradizione, non inventando qualcosa di nuovo, né tantomeno tradendo ciò che è stato precedentemente affermato, ma “rinnovando” (nel senso di “rendere nuovamente nuovo”) gli eterni principi, e quindi condannando la pratica contraccettiva secondo le varie tecniche che la storia di volta in volta presenta. Un altro esempio si può fare con alcune questioni di bioetica. La Scrittura e la Tradizione non possono direttamente fare riferimento a tecniche di fecondazione artificiale. Ciò che ovviamente hanno in sé è il principio secondo cui l’uomo compartecipa (pro-crea) e non dispone dell’azione creatrice della vita che è unicamente di Dio. Sta dunque al Magistero “insegnare” questo principio in relazione alle recenti problematiche e quindi condannare qualsiasi fecondazione artificiale.
Da tutto questo si capisce facilmente non solo perché il Magistero è regola prossima della Fede, ma anche perché non può mai essere oscurato. Ricordo che mentre la Chiesa potrebbe proibire, per particolari e gravi motivi, la lettura della Scrittura (in qualche periodo l’ha fatto, anche se riguardò prevalentemente la traduzione in volgare della Bibbia), non può mai impedire la lettura del catechismo. Senza il Magistero non si può conoscere la Tradizione e la Tradizione resa viva per ogni determinato tempo.
Rispondiamo con questa consapevolezza quindi a chiunque ci accusi di essere tradizionalisti e ricordiamogli che anch’egli è tenuto ad esserlo se davvero vuole essere fedele a Cristo ed alla sua Chiesa. A chi professandosi progressista vi guarda dall’alto al basso considerandosi al passo con i tempi (e magari rinnegando anche qualche dogma cattolico), ricordiamogli che la sua posizione nella Chiesa non esiste, non ha alcun ruolo e valore e mai potrà primeggiare perché senza guardare a quello che siamo stati ed a quello che moltissimi cristiani hanno testimoniato persino con la vita nel tempo passato si smarrisce ogni vera dimensione della Fede nel tempo presente. 

Martedì, 07 Giugno 2016 00:00

Demonologia: Alcune precisazioni.

 

1. Un argomento di notevole importanza

La demonologia, cioè lo studio delle credenze religiose sul demonio è un ambito estremamente importante da trattare, dal momento che molto raramente la pastorale, la catechesi ordinaria e la predicazione approfondiscono l’argomento, su cui sussiste quindi una grande confusione e mancanza di informazione. La demonologia necessariamente interseca la questione della nuova religiosità, dal momento che fa parte di questo ambito il fenomeno del satanismo. Inoltre, gli stessi nuovi movimenti religiosi spesso presentano una concezione del demonio differente rispetto alla prospettiva cattolica. Il mondo dell’occulto, che comprende oltre al satanismo le varie pratiche magiche, spiritiche e divinatorie, vede poi spesso il demonio come il "grande artefice" di varie esperienze. Da ultimo, è senza dubbio importante, per le ragioni che emergeranno nel corso della stessa trattazione, che ogni cattolico conosca anche questo aspetto della Dottrina della Chiesa.

Anche se termini come "satanismo", "occultismo", "magia", "spiritismo" - di cui tratta al capitolo seguente, che ha questo come necessaria premessa - sono ormai entrati nel vocabolario quotidiano, visto che i mass-media, spesso spinti dalla logica dominante dell’indice d’ascolto, propongono molto spesso servizi riguardanti tali argomenti, parlare di questi temi il più delle volte divide l’opinione pubblica. Alcuni negano infatti con fermezza l’esistenza di una realtà soprannaturale e cercano di dare una spiegazione scientifica ai vari fatti; altri vengono spinti dalla pubblicità o anche dalla semplice informazione a voler fruire di questo ambito che sembra, a prima vista, offrire certezze più immediate della religione tradizionale; altri ancora cadono in una angoscia profonda, temono il trionfo del male nella loro vita e nella società.

Cerchiamo quindi con serenità di addentrarci in questa problematica per dare qualche chiarimento in proposito e - speriamo - per fornire qualche criterio di discernimento in un campo così delicato. San Serafino di Sarov afferma che la paura del demonio è un segno di orgoglio da parte dell’uomo, infatti la vittoria ci è assicurata da Cristo che con la Sua Croce e Risurrezione ha distrutto per sempre la morte e il peccato ed ha sconfitto il nemico.

2. Il demonio nella Bibbia

Il termine "diavolo" deriva dal greco "colui che ostacola, che divide". Il demonio è presente in molte culture antiche che lo definiscono come un essere soprannaturale che influenza la vita umana in senso negativo. Nell’ebraismo e nel Cristianesimo i demòni sono considerati angeli decaduti e diventati malvagi.

Dio, nella Bibbia, ha svelato in maniera graduale il mistero della presenza del demonio nel mondo. Nell’Antico Testamento inizialmente la demonologia si esprime mediante elementi tratti da credenze popolari. Pian piano incomincia a delinearsi nella coscienza giudaica l’idea che poi si approfondirà nel Cristianesimo: l’insieme di demòni viene considerato come un mondo in lotta contro Dio e ostile agli uomini. Si parla anche della "caduta": i demòni all’inizio erano angeli creati da Dio naturalmente buoni, in seguito però si trasformano in esseri malvagi avendo rifiutato liberamente e irrevocabilmente Dio e il suo Regno.

Nell’Antico Testamento la caduta viene rappresentata attraverso immagini poetiche o leggendarie, come ad esempio leggiamo in Isaia 14,12-15:

"Come mai sei caduto dal cielo,
Lucifero, figlio dell’aurora?
Come mai sei stato steso a terra,
signore di popoli?
Eppure tu pensavi:
Salirò in cielo,
sulle stelle di Dio
innalzerò il trono,
dimorerò sul monte dell’assemblea,
nelle parti più remote del settentrione.
Salirò sulle regioni superiori delle nubi,
mi farò uguale all’Altissimo.
E invece sei stato precipitato negli inferi
nelle profondità dell’abisso!".

Nel Nuovo Testamento la demonologia si arricchisce di un elemento nuovo: l’opposizione dichiarata degli angeli decaduti a Cristo e alla Chiesa. I demòni sono chiamati con nomi diversi, ma dietro questi c’è un’unica realtà consistente in un insieme di potenze maligne subordinate a Satana o a Beelzebùl, che è il loro capo. Entrando in azione, esse intendono ostacolare l’adempimento del piano di salvezza. Nella Bibbia il diavolo appare come il tentatore che induce Adamo ed Eva a disobbedire a Dio, si parla di demòni nel libro di Tobia e nel libro di Giobbe, accenni si trovano poi in vari libri dell’Antico Testamento.

La vita di Gesù si colloca nella prospettiva di una continua lotta contro queste potenze avverse al Regno di Dio: i Vangeli parlano dei quaranta giorni di Gesù nel deserto dove lo stesso Figlio di Dio viene tentato da Satana. Gesù però lo respinge, evidenziando in questo modo la sua piena fedeltà alla volontà del Padre.

Nel Padre Nostro la richiesta "liberaci dal male" indica il fatto che il male non è un’astrazione, ma si identifica con una persona: Satana, il Maligno e cioè colui che vuole ostacolare il disegno di Dio (Mt 6,9-13). I molti miracoli di liberazione dai demòni attestati dai Vangeli, esprimono la presenza del Regno di Dio e sono opera dello Spirito (Mt 12,28). Gesù esercita questo potere con autorità, lo trasmette ai suoi Discepoli (Mc 6,7) e alla sua Chiesa (At 8,7; 9,1-17). Questo dominio di Cristo e della Chiesa su Satana e i demòni, viene spesso collegato al rapporto col Padre nella preghiera (Mc 9,9), ma soprattutto all’accettazione da parte di Gesù dell’umiliante morte in croce (Fil 2,6-11). Sconfitto da Cristo, Satana combatte contro i suoi seguaci, è a causa sua che il peccato e la morte sono entrati nel mondo ed è in virtù della sua sconfitta definitiva che tutta la creazione sarà liberata dal peccato e dalla morte.

Paolo, volendo infondere coraggio ai cristiani afferma:

"Se infatti Dio è con noi, chi sarà contro di noi ?" (Rm 8,31).

3. La demonologia nella Storia e nella Dottrina della Chiesa

Nella linea tracciata dai Testi Biblici, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, si muove tutta la demonologia nella Dottrina della Chiesa. In epoca patristica si sente soprattutto la necessità di contrastare il manicheismo, la religione eretica fondata dal persiano Mani (III secolo) implicante un acceso razionalismo, un marcato materialismo e un radicale dualismo nella concezione del bene e del male. I manichei non attribuivano il peccato al libero arbitrio dell’uomo, ma al principio eterno del male che è il tutto e per tutto pari al principio del bene, affermavano dunque la presenza accanto a Dio di un principio cattivo, un altro Dio identificato col male. La Chiesa afferma, al contrario, che il male non è un essere, ma piuttosto una mancanza di bene e ribadisce che i demòni sono angeli decaduti e in origine creati buoni da Dio. Alla eresia manichea aveva aderito S. Agostino prima della conversione al cattolicesimo, grazie soprattutto all’opera di predicazione di S. Ambrogio, Vescovo di Milano.

In tempi recenti, il Magistero, contro la pretesa di alcuni teologi che negavano l’azione del demonio nella vita dell’uomo e riducevano la demonologia a mitologia, si è pronunciato in alcune occasioni.

a. Il Concilio Vaticano II (1962-1965) fa riferimento in diversi contesti al demonio, in maniera però piuttosto occasionale. La rarità degli interventi conciliari sull’argomento, in tutta la storia della Chiesa, trova comunque la sua spiegazione nel fatto che l’esistenza e l’azione del diavolo, prima delle polemiche teologiche degli anni 1970, non furono mai messe in dubbio nel contesto ecclesiale. La trattazione della demonologia nella Storia della Chiesa risulta quindi assegnata al Magistero ordinario (Catechismi ufficiali e predicazione dei vescovi).

b. Paolo VI nella catechesi dell’Udienza generale del 15 novembre 1972 dà una preziosa sintesi della dottrina cattolica sul demonio e sulla sua influenza nel mondo:

"Oggi, uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male che chiamiamo demonio. Un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà, misteriosa e paurosa. Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi rifiuta di riconoscerla esistente".

c. Il documento Fede cristiana e demonologia, della Congregazione per la Dottrina della Fede (1975), ricolloca la demonologia nella dimensione biblica e patristica, ribadendo la realtà del diavolo nel quadro della storia della salvezza.

d. Anche Giovanni Paolo II ha sviluppato questi temi, in particolare in due catechesi, trattando specialmente l’influsso del demonio sul mondo e la vittoria di Cristo.

e. Infine, il Catechismo della Chiesa Cattolica (1992) più volte si preoccupa di definire il demonio e la sua azione, in particolare, commentando il Padre Nostro, al n. 2851 così afferma:

"In questa richiesta, il Male non è un’astrazione; indica invece una persona: Satana, il Maligno, l’angelo che si oppone a Dio. Il ‘diavolo’ [‘dia-bolos’, colui che ‘si getta di traverso’] è colui che ‘vuole ostacolare’ il Disegno di Dio e la sua ‘opera di salvezza’ compiuta in Cristo".

Dopo questa rapida carrellata sulla Dottrina della Chiesa a proposito dei demòni, si può rapidamente accennare ad un problema che riguarda la teologia contemporanea. Gli studiosi si sono chiesti spesso come poter definire il diavolo. Oggi si può affermare, in piena coerenza con l’insegnamento magisteriale e biblico, che il demonio è una persona, anche se, a differenza dell’uomo, non è dotato della dimensione corporea, ha comunque come caratteristiche essenziali l’intelligenza e la volontà che usò per ribellarsi a Dio e che continua a usare per tentare l’uomo al male. Per questo la Parola di Dio esorta alla vigilanza:

"Fratelli, siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente, va in giro cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede" (1Pt 5,8-9).

4. L’azione del demonio

Sicuramente è sciocco attribuire a Satana un male che dipende da noi e a cui noi dobbiamo porre rimedio, ma per un cristiano non è neppure possibile negare la presenza di questa potenza malefica. Si trascurerebbe l’invito alla preghiera e alla vigilanza ripetuto più volte nella Scrittura e si metterebbe da parte una porzione consistente di Rivelazione - la quale, nella misura in cui annuncia la vittoria di Cristo, parla anche dell’esistenza e dell’azione del demonio - e di Dottrina della Chiesa.

Seguendo quanto afferma un importante documento della Conferenza Episcopale Toscana (CET), la Nota Pastorale A proposito di magia e di demonologia (15\4\1994), si può dire che il demonio agisce in due maniere: con un’azione ordinaria, tentando l’uomo al male (come ha tentato Gesù nel deserto) e con un’azione straordinaria, permessa da Dio in alcuni casi per ragioni che Lui solo conosce. Questo secondo tipo di azione si manifesta in diverse forme:

a. come disturbi fisici o esterni, si può constatare questo nelle vite dei Santi oppure nelle infestazioni su case, oggetti o animali;

b. come ossessioni personali, ossia pensieri o impulsi che gettano in stati di disperazione fino al suicidio;

c. come vessazioni diaboliche, corrispondenti a disturbi e malattie che arrivano a far perdere la conoscenza, a compiere azioni o pronunciare parole in odio a Dio, a Gesù, a Maria e ai Santi;

d. come possessione diabolica, ossia come presa di possesso del corpo di un individuo ad opera del demonio, il quale lo fa agire o parlare come vuole, senza che la vittima possa resistere, è la situazione più grave.

Don Gabriele Amorth, presidente dell’Associazione internazionale degli esorcisti, nel volume Un esorcista racconta, suggerisce questo criterio di discernimento fra possessione e vessazione (o infestazione personale):

" Se la persona durante l’esorcismo (è il momento in cui il demonio è più obbligato a uscire allo scoperto) va completamente in trance, per cui se parla è il demonio che parla con la sua bocca, se si dimena è il demonio che si serve delle sue membra, e se alla fine dell’esorcismo l’individuo non ricorda nulla di quanto è avvenuto, allora si tratta di possessione diabolica, ossia la persona ha un demonio dentro, che ogni tanto agisce con le sue membra. Se invece una persona, durante gli esorcismi, pur avendo qualche reazione che rivela l’assalto demoniaco, non perde del tutto conoscenza e alla fine ricorda anche vagamente quello che ha sentito o fatto, allora è infestazione diabolica: non c’è un diavolo fisso dentro il corpo della persona, ma c’è un diavolo che ogni tanto l’assale e le provoca dei disturbi fisici e psichici".

Occorre fare due importanti precisazioni: prima di tutto è necessario dire che anche nella forma più grave della possessione, l’azione di Satana non riguarda l’anima, ma solo il corpo, quindi il demonio non può servirsi della libertà della persona, i mezzi con cui agisce sono il timore, il terrore e il fascino prodotto nella mente dalla potenza degli effetti che si manifestano nel corpo. La perdita della libertà nell’uomo deriva solo da un suo rifiuto volontario, quindi di fronte alle insidie diaboliche questi deve assumere un atteggiamento di fiducia nella grazia di Dio che gli ha dato la libertà e il potere di partecipare alla lotta vittoriosa di Cristo. Per questo Paolo afferma:

"Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore" (Rm 8,38-39).

Inoltre bisogna opportunamente distinguere possessione e satanismo; così afferma Massimo Introvigne:

"Benché la frequentazione di gruppi satanisti possa - secondo molti esorcisti - aprire la porta a ‘disturbi’ di tipo diabolico, possessione e satanismo non vanno confusi . Non tutte le persone ‘disturbate’ dal demonio sono passate dal satanismo (alcuni sono buoni cristiani) e non tutti i satanisti sperimentano fenomeni di possessione o di ‘disturbo’ diabolico".

Potremmo dire che se il satanista cerca il diavolo, il posseduto viene trovato dal diavolo che lo "disturba" a livello fisico, psicologico e spirituale. Quindi, non tutti i satanisti sono "posseduti", né tutti i "posseduti" sono satanisti, anzi la vita di molti Santi e Beati presenta episodi reali e documentati in cui il demonio esercita un’azione di "disturbo". Fra questi è possibile ricordare don Calabria e suor Maria del Gesù Crocifisso (beatificati da Giovanni Paolo II). Nella loro vita ci sono stati veri e propri periodi di possessione diabolica, in cui hanno detto e fatto cose contrarie alla loro fede senza avere alcuna colpa o responsabilità perché era il demonio ad agire servendosi delle loro membra, mentre la loro anima era comunque rivolta a Dio. Questi periodi di grave sofferenza hanno senza dubbio contribuito alla loro santificazione. Dunque, satanismo e possessione diabolica sono fenomeni estremamente diversi e non necessariamente collegati, anche se - secondo il parere di vari studiosi ed esorcisti - le pratiche occulte come la magia, lo spiritismo e, appunto, il satanismo possono costituire una buona porta d’entrata per problemi quali la possessione diabolica.

5. L’intervento della Chiesa

La Chiesa non resta certo indifferente nei confronti di coloro che soffrono nello spirito. Essa ha infatti ricevuto il mandato di opporsi ad ogni potenza malefica che è di ostacolo alla Redenzione di Cristo. L’uomo è creato ad immagine e somiglianza del Creatore ed è redento da Cristo, è così chiamato alla comunione con Dio e alla partecipazione della Sua vita trinitaria in virtù del Battesimo.

La Chiesa deve quindi discernere le situazioni di effettiva presenza demoniaca da eventuali problemi psichici. Seppure si possono presentare affinità o talvolta il disturbo spirituale si accompagna a stati di dissociazione mentale, la possessione non deve essere confusa con un fenomeno isterico.

La Chiesa, quindi, nella persona dei suoi Ministri, assume un atteggiamento di giusto equilibrio fra l’eccessivo razionalismo (che porterebbe ad escludere ogni causa soprannaturale) e l’ingenua credulità che spesso conduce la persona affetta da una malattia psichica a credersi vittima del demonio. Sempre riferendosi alla Nota della CET, si può dire che esistono diversi livelli di intervento della Chiesa.

L’esorcismo è riservato ai casi più gravi. E’ un sacramentale che può essere amministrato esclusivamente dai Vescovi e da Presbiteri delegati dagli stessi.

Con rammarico si deve notare che più spesso di quanto si creda, anche in determinati contesti ecclesiali, si verificano casi di esorcismo illecito, celebrato da sacerdoti non autorizzati o addirittura da laici. Inoltre, esistono numerosi operatori dell’occulto e maghi che si qualificano come esorcisti; molti cattolici ingenuamente tentano di risolvere i loro problemi spirituali ricorrendo a loro, semplicemente perché non conoscono quanto si è cercato di esporre poco sopra, e forse solo perché nessuno li ha mai informati.... Afferma don Amorth:

" Lo scopo dell’esorcismo è duplice. Si propone di liberare gli ossessi.....Ma prima ancora ha uno scopo diagnostico.....Solo mediante l’esorcismo ci si può rendere conto con certezza se c’è o no intervento diabolico".

Al di là di alcune discordanze che si segnalano fra i vari Documenti e autori, si può affermare che nelle altre situazioni è opportuno ricorrere ai Sacramenti, all’ascolto della Parola di Dio, al digiuno e alla penitenza, alla preghiera intensa e a preghiere speciali quali quella di liberazione (ambito in cui i gruppi di Rinnovamento nello Spirito e di Rinnovamento Carismatico Cattolico svolgono un ruolo importante). Questi mezzi sono anche validi sostegni per chi ricorre all’esorcismo.

A conclusione di questa trattazione, attraverso la Parola, è ancora possibile ribadire l’assoluta Signoria di Cristo non solo nella vita della Chiesa, ma anche in tutta la storia dell’umanità :

" Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente !" (Ap 1,8).

Sabato, 28 Maggio 2016 00:00

Che cos’è la Benedizione?

CHE COS’ E’ UNA BENEDIZIONE?
Benedizioni su benedizioni… Vengono esercitate molto spesso dai sacerdoti e dai diaconi e riguardano differenti oggetti, persone e strutture lavorative, a seconda delle circostanze per le quali se ne fa richiesta.
Vi è la signora devota alla Madonna o al Santo Padre Pio che ci avvicina in sacrestia per fare benedire la coroncina del rosario; vi è la famiglia che ha appena acquistato una nuova auto e, parcheggiatala di fronte all’ingresso della chiesa parrocchiale, chiama il sacerdote perché possa apporvi la benedizione; vi sono coloro che intraprendono una nuova attività lavorativa avendo da poco realizzato un esercizio commerciale, come nel caso di un negozio o di un bar e concordano con il parroco l’appuntamento perché, prima dei festeggiamenti inaugurali, possa «tagliare il nastro affisso alla porta», recitare una preghiera e aspergere l’acqua benedetta sulla mobilia e la merce esposta; vi sono coloro che hanno acquistato o preso in affitto una nuova abitazione e si mettono d’accordo con il parroco perché possa «venire a casa nostra a benedire». E quando il parroco visita le famiglie del suo territorio in occasione delle benedizioni nell’imminenza della Pasqua, puntualmente gli si apre la porta, lo si fa’ entrare, lo si ascolta mentre recita la formula sul benedizionale, lo si accompagna per i locali dell’appartamento indicandogli i mobili e i ripiani con le varie suppellettili sui quali è invitato ad aspergere acqua benedetta. Intanto, qualcuno della casa è andato ad avvertire la vicina della presenza del prete, affinché anche lei possa ricevere la benedizione della sua dimora…
E molte persone, ben al corrente che il sacerdote, aspersorio alla mano, si farà trovare nella loro zona a tale giorno e a tale ora, organizzano la loro giornata in modo tale da farsi trovare in casa mettendo in ordine le varie stanze o predisponendo i loro oggetti preferiti sui quali intendono far eseguire quel gesto sacerdotale. Ma se la signora Tizia, che vive sola, in quel momento non potrà esserci? Niente paura: ha lasciato le chiavi di casa alla vicina raccomandandole di fare entrare il sacerdote anche nel suo appartamento e a tale scopo ha fatto trovare sul tavolo della sala da pranzo l’offerta di 5 euro a lui indirizzata per il servizio!


Ma che cos’è una benedizione?
Siamo sicuri che chi la chiede e la riceve sia al corrente di ciò che essa costituisca e di quello che essa comporti?
Il fatto che molte persone ci interpellino tante volte per chiedere benedizioni suggerisce che presso di loro vi sia pur sempre una certa predisposizione interiore e per questo motivo ci spinge a concludere che in un certo qual modo un certo barlume di fede vi sia in tutti; tuttavia,ahimè, l’esperienza pastorale insegna che nella maggior parte dei casi molta gente nel chiedere al sacerdote codesta pratica non si mostri convinta né cosciente di ciò che domanda, esternando esplicita refrattarietà nel mostrare interesse intorno al significato della presenza del ministro in tali circostanze, al senso reale della benedizione, al suo scopo e alle necessarie disposizioni di atteggiamento che essa richiede da parte nostra, una volta che la si è ricevuta… Quello che conta è che il prete non rifiuti di benedire la mia auto/casa/moto, ecc! Io gli do l’offerta e non mi deve negare la benedizione!
E quale stupore poi assale noi sacerdoti nel constatare che molte richieste di benedizioni vengono effettuate per motivi di superstizione o di scaramanzia come nel caso della signora che vuol fare benedire l’automobile perché ha subito parecchi incidenti, o in quello del contadino che chiede si getti un po’ di acqua benedetta sul suo campo «perché finora ha prodotto legna secca anziché uva o frutti»; o ancora il caso della donna che chiede al prete di buttare acqua benedetta in ogni angolino dell’appartamento, nessuno escluso, poiché «è da un po’ di tempo che litigo con mio marito e i miei figli non riescono a laurearsi, mentre mia suocera sta male e mi apostrofa di parolacce…»! Sono casi, questi ultimi, in cui il ministro di Dio è chiamato ad esercitare il particolar modo la virtù della pazienza, senza darsi alla riprovazione o alla critica ma tentando con tutti i mezzi di inculcare nell’interessato l’idea che la benedizione non comporta un immediato cambiamento in positivo della situazione attuale lamentata, quasi alla stregua di un portafortuna, e che determinati problemi sono in realtà determinati dalla nostra incapacità di collocarci sotto l’ottica della Provvidenza accettando ogni sorta di prova.
Forse questa esposizione non servirà a colmare le lacune di consapevolezza di cui sopra nella mentalità della gente, tuttavia vogliamo almeno tentare di rispondere alla domanda che nessuno ci rivolge mai tutte le volte che ci chiede di benedire un locale o un oggetto e che tuttavia costituisce un interrogativo non indifferente nell’ambito della nostra vita cristiana: Che cos’è una benedizione?


Dottrina sulle benedizioni
Le benedizioni da noi comunemente conosciute vengono definite benedizioni invocative, poichè riguardano sempre che si invochi Dio su persone, cose, oggetti, luoghi e strutture.
Accanto ad esse vi sono le benedizioni costitutive meglio note come consacrazioni. Queste ultime vengono dette così per il fatto che… costituiscono la persona ad essere consacrata in modo speciale da Dio: benedizioni costitutive sono quelle della consacrazione delle vergini o la professione religiosa attraverso i famosi voti di povertà, castità, obbedienza. 
Quelle che assumono maggiore rilevanza per il nostro argomento sono quindi le prime, cioè le benedizioni invocative, dette anche sacramentali.
Nella Sacra Scrittura tutte le benedizioni hanno per soggetto primario Dio, che interviene sulla storia e sulla vita dell’uomo in modo benefico, manifestando la sua misericordia. E’ il caso della benedizione concessa ad Abramo che diventerà capostipite di una lunga discendenza (Gen 12) o delle » grandi benedizioni di cui al libro del Deuteronomico (23, 14). Vi sono anche casi di benedizione il cui soggetto è l’elemento umano che intende benedire e lodare il Signore, ma anche in questi casi il soggetto primario è Dio in quanto codeste manifestazioni di amore e di riconoscenza nei Suoi confronti si danno sempre in conseguenza di ciò che Egli ha compiuto a vantaggio del suo popolo (Salmo 31; 34).
Molte benedizioni si realizzano nel quadro dell’Alleanza fra l’uomo e Dio, un patto per il quale il popolo potrà sempre usufruire dell’assistenza benevola del Signore impegnandosi a mettere in pratica i Suoi comandamenti.
Ne deriva che ogni benedizione consiste nello sguardo provvidente e benevolo di Dio nei riguardi dell’uomo: Dio ama l’uomo e lo assiste in tutte le circostanze, mentre questi si impegna a fare la Sua volontà in tutto e per tutto. La pienezza di ogni benedizione divina risiederà in Cristo Figlio di Dio, venuto a redimere l’uomo dalla schiavitù del peccato e rendendo presente Dio Padre nella sua stessa persona per opera dello Spirito Santo (Mt 28, 1920).
Ma il testo che più può venirci in aiuto per comprendere la nostra analisi è quello della Genesi al cap I: in esso si nota come già l’attività creatrice di Dio in se stessa costituisca una benedizione; ma vi è altresì una frase ricorrente di non secondaria importanza che pervade tutto il testo: «E Dio vide che era cosa buona». Man mano che Egli crea il cosmo nella varietà degli elementi, si sofferma ad osservarlo e… «ne dice bene», cioè lo guarda con atteggiamento di approvazione. Il che significa che Dio guarda con benevolenza ogni singola cosa e ciascun elemento anche minimo della sua creazione… quindi lo benedice.
     Tuttavia, la più nobile delle creature è l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio e collocato al centro della creaturalità medesima. Tutte le cose vivono e sussistono in virtù dell’attività e del trastullo di Adamo, nonché in funzione di lui ed è soprattutto in questo senso che vengono viste da Dio come cosa buona, cioè benedette. Tutto nella terra e nella realtà cosmica muove a beneficio dell’uomo e ha l’unica funzionalità di mostrarsi a vantaggio dell’umanità soltanto; pertanto nell’ottica di Dio ogni cosa è benedetta perché funzionale all’uomo e non in se stessa. Ma tutto ciò non è stato costitutivo di fortuna e di benessere per Adamo; non perché Dio avesse smesso ad un certo punto di benedirlo, ma perché Adamo, lungi dall’essere fedele alla familiarità con il suo creatore ha preferito macchiarsi con la famosa colpa del frutto proibito. Con il peccato Egli ha rifiutato la benedizione = sguardo benedicente di Dio e la comunione con le creature e pertanto ora si trova in situazioni di avversità sia con l’Uno che con le altre.
Per Adamo quindi, la benedizione divina in se stessa non è stata apportatrice di frutti benefici, avendo lui stesso scelto di rifiutarla con il peccato.
Il passo sopra menzionato trova la sua attualità nelle benedizioni di cui facciamo richiesta ogni giorno al sacerdote e ci permette di comprendere il tema di queste secondo i seguente concetto. Quando si chiede una benedizione:

1. Si ha fede che Dio ama tutta la sua creazione e provvede continuamente ad essa.
2. Si rendono pertanto grazie a Dio e gloria a Lui per ogni dono del creato
3. Si riconosce che al centro della creazione vi è sempre l’uomo
4. Che gli oggetti vengono quindi benedetti in funzione dell’uomo e della sua attività: nel benedire una determinata cosa il sacerdote invoca Dio perché guardi con amore quell’oggetto specifico in quanto verterà a beneficio dell’uomo e questi ne farà l’uso corretto.
5. Ne deriva che l’uomo sarà disposto a realizzare la volontà di Dio in relazione all’oggetto medesimo.

Cosicchè quando si benedice un’automobile non si pronuncia una formula magica su di essa né si asseconda un’usanza tradizionale e priva di senso, ma si invoca il Signore perché guardi con amore le persone che ne faranno uso, le protegga nei loro viaggi e sia il loro compagno di cammino.Come dice lo stesso rituale delle benedizioni dei veicoli (Benedizionale, pag. 411) coloro che si porranno alla giuda dell’auto useranno perizia e prudenza e considereranno Dio come il loro continuo compagno. Venendo a mancare queste prerogative, la benedizione non sarà sufficiente a scongiurare eventuali pericoli e incidenti.
Quando si benedicono le mura domestiche: si invoca la protezione di Dio sulla determinata dimora affinché gli abitanti di essa conducano una vita conforme alla rettitudine evangelica e trovino in Dio il loro punto di riferimento; tale dovrà essere il comportamento dei suddetti.
Quando si benedice un oggetto di pietà o di devozione (un crocifisso, un’immagine, una coroncina) lo si fa’ per chiedere a Dio che il suo proprietario viva la reale devozione verso ciò che esso rappresenta.
Tutte le circostanze della vita sono occasioni di riscontro della presenza di Dio e legittimano pertanto la volontà di invocarne la presenza di amore e di misericordia e, in questo senso, chiedere le benedizioni vuol dire riconoscere Dio presente in tutte le situazioni ed esprimere la fede che da Lui dipende ogni cosa e ogni situazione, ma chiedere che si benedica un oggetto solo per la soddisfazione che venga benedetto o per scongiurare un’eventuale disgrazia non comporta necessariamente che si esterni un atto di fede.
In più, alla presenza benedicente di Dio corrisponde sempre la collaborazione dell’uomo; ragion per cui si è carenti nella fede allorché si ometta di far seguire l’avvenuto rito di benedizione alla pratica del retto agire cristiano nelle varie circostanze. Che poi la benedizione una volta ricevuta debba essere corredata debitamente con la continua preghiera e la vita sacramentale è un’evidenza che deriva da sé medesima: lo stesso Dio benedicente che ci accompagna nelle circostanze della vita va’ incontrato ogni giorno nella dimensione dell’orazione e in modo particolare nel suo Figlio Gesù Cristo realmente presente nell’Eucarestia di ogni Domenica.
     A riprova di questo fatto si potrebbe apportare la realtà che il De benedictionibus, oltre a prevedere tante circostanze in cui si possono celebrare benedizioni, dispone altresì che il loro ministro non sempre debba essere necessariamente il sacerdote: anche i diaconi sono preposti alle benedizioni e in determinati casi previsti dal Documento lo possono essere anche certi laici qualificati «a motivo del loro incarico o ministero ad essi affidato» (Cit. M. Augè, Liturgia. Storia, celebrazione, teologia, spiritualità, Paoline, Cinisello Balsamo 1996, Le benedizioni, pagg. 219226) come nel caso dei padri di famiglia, dei religiosi o dei catechisti in determinate circostanze stabilite dall’Ordinario (Benedizionale pag. 28) quando manchino sacerdoti o diaconi.
Tutte le volte che mi trovi ad amministrare la benedizione presso una famiglia o un negozio, un laboratorio, ecc, è mia preferenza che tutti i presenti si raccolgano tutti insieme per prendere parte al rito, sospendendo le attività o i lavori che sul momento si svolgono: in tal modo si esprime con maggior rilievo che, come del resto prevedono le rubriche, il senso ecclesiale della benedizione: in ciascuno dei riti, nella persona del ministro è la Chiesa intera che chiede a Dio la sua benedizione attraverso la riflessione sulla Scrittura, la preghiera di lode el’invocazione, essendo essa stessa benedizione in quanto Sacramento di Cristo e fautrice, assieme a Lui dell’opera di santificazione nel mondo. La Chiesa in questo agisce sotto l’azione dello Spirito Santo per l’edificazione del popolo di Dio.


Che cosa c’entra l’aspersione dell’acqua?
Essa è un elemento aggiuntivo che costituisce solo un segno esteriore della benedizione. Viene usato in parecchie circostanze, ma potrebbe anche essere omesso.
Anche l’acqua, quale facente parte dell’intera realtà del creato che vive in funzione della vita e dell’attività dell’uomo è oggetto di benedizione. Essa viene a maggior ragione benedetta quando si impartiscono altre benedizioni particolari (case, uffici, impianti sportivi, ecc..)per essere aspersa in dette circostanze. Ma perché proprio l’acqua?
Come afferma sempre lo stesso rituale delle varie benedizioni, l’acqua ricorda il nostro battesimo, sacramento con il quale siamo stati incorporati a Cristo e siamo rinati a vita nuova. La sua presenza nel rito della benedizione– ripetiamo comunque solo simbolica– mentre ci ricorda di essere stati battezzati, ci esorta in quelle medesime circostanze a vivere il battesimo con maggiore intensità, eludendo ogni forma di peccato e seguendo la volontà di Dio in tutto e per tutto. Il senso cristiano delle benedizioni infatti suppone che in Cristo vi sia la maggiore benedizione divina rivolta all’uomo; e poichè coloro che sono associati a Cristo nel battesimo si dispongono alla sua sequela condividendone la missione, il Sacramento del battesimo viene giustamente ricordato nella materia dell’acqua mentre si benedicono luoghi e strutture.
Essendo essa solo un segno e non la realtà della benedizione, non è affatto necessario che la si asperga in tutti i luoghi, né vi è carenza di formula benedizionale allorché l’aspersione si ometta in determinati angoli e/o luoghi dell’appartamento: piuttosto, quello che essa esprime e ci invita a ricordare è il nostro essere cristiani in forza del battesimo.
Oltre all’acqua in determinati casi fungono da segni anche l’incenso, espressione di venerazione e onore rivolto alla divinità; o anche l’imposizione delle mani realizzata secondo l’esortazione di Cristo: «imporranno le mani sui malati ed essi guariranno»(Mt 16, 18).

Sia lodato Gesù Cristo.

Intervento di Sua Eminenza Mons. Negri sull'esortazione apostolica "Amoris Laetitia".

 

Giovedì, 19 Maggio 2016 00:00

La Messa di sempre (4)

CONFITEOR 
LA CONFESSIONE DEI PECCATI
Nell'istante stesso in cui l'anima si abbandona alla gioia, viene frenata dal ricordo dei suoi peccati che, come un muro di separazione, si leva tra lei e Dio. Nella Chiesa primitiva s'avvertiva spontaneo il bisogno di chieder perdono all'inizio della Messa. Pian piano, si andò affermando il riconoscimento formale d'esser in peccato, accompagnato dalla richiesta di perdono. Nell'VIII e IX secolo, sotto il titolo di Apologia, anime devote iniziarono a comporre alcune preghiere per il perdono in cui la supplica era unita alla confessione. Il Messale Romano, così com'era nel 1570, conservava uno di questi formulari che, in maniera particolarmente toccante, contemplava quasi quattro momenti d'un processo: l'anima appare davanti alla corte di giustizia e confessa la sua colpa, l'avvocato la difende e il perdono è concesso. Si trattava d'una preghiera pubblica collettiva in cui il sacerdote e il popolo riconoscevano la loro iniquità, non soltanto privatamente, ma di fronte alla Chiesa intera, a santi testimoni e alle potenze del Cielo. Ecco perché, all'inizio del Confiteor, si avverte con evidenza il senso di comunione che caratterizza coloro che partecipano alla Messa.

L'atto di pentimento tre volte ripetuto al mea culpa, quando la mano batte il petto con un gesto al contempo biblico e monastico, porta consolazione al peccatore afflitto dal suo dolore; infatti, non è forse scritto che la preghiera dell’umile sarà ascoltata dall’Altissimo?
 

IL BACIO ALLALTARE
IL SACERDOTE SALE AL SACRO ALTARE

Le preghiere ai piedi dell’altare non erano che un’introduzione; ora il sacerdote, gradino dopo gradino, s’accosta alla sacra Mensa. Usando alcune parole del salmo 84 (Benedixisti Domine) che è associato alla gioia del Natale, ha prima pregato che Dio mostrasse il suo volto al suo popolo perché possa trovare in Lui la sua gioia. Ma, nel momento stesso in cui inizia ad avvicinarsi all’altare, un’ombra avvolge il suo cuore e, con le parole d’un’antica preghiera che era già in uso a Roma nel V secolo (Aufer a nobis, quaesumus, Domine, iniquitates nostras…), chiede al Signore di purificare l’anima desiderosa di penetrare nel suo Luogo santo.

Adesso il sacerdote sta di fronte all’altare, davanti all’oggetto più sacro che la chiesa contiene, davanti a quell’altare che è il suo centro e il suo vertice, un oggetto dal significato misterioso che non potrà mai pienamente esser sondato. Simbolo di Cristo, non è forse l’altare anche il luogo che serve a ricevere il Corpo e il Sangue del Crocifisso? E non è forse anche un’immagine, come afferma sant’Ambrogio, del Corpo del Salvatore, visto che il giorno in cui l’altare venne consacrato ricevette l’unzione propria dell’Unto di Dio, essendo stato cosparso del sacro Crisma? Le cinque croci che sono incise nella pietra ricordano le cinque Piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo. L’altare rappresenta anche la Chiesa: le reliquie dei suoi Santi sono incastonate nella sacra Mensa, e il sacerdote che viene a celebrarvi il Sacrificio lo fa in nome della Chiesa. Dinanzi all’ineffabile senso di gloria che emana dall’altare, il sacerdote, in devota venerazione, bacia quella sacra Mensa con le sue labbra. Tale gesto rappresenta l’unione della Sposa con il suo Sposo, di cui il bacio è l’immagine più eloquente. E in verità, ciò che il sacerdote si propone di compiere qui non è altro che l’unione della Chiesa con il suo Maestro, dell’anima col suo Redentore.

È questa stessa sovrabbondanza di gioia che sentiamo nascere in noi nel momento in cui il sacerdote saluta l’altare con questo dolcissimo bacio. È allora che costruiamo l’altare delle nostre anime, quell’altare su cui Cristo desidera riposare.
 

INIZIO DELLA MESSA

IL SEGNO DELLA CROCE

Il celebrante va sul lato destro dell’altare e, dal libro che trova già pronto, legge una breve preghiera. Questo è l’Introito o Ingressa (ossia verso introduttivo), come è chiamato nella Liturgia Ambrosiana. Il suo significato diventa chiaro solo alla luce della conoscenza del vecchio cerimoniale di cui queste poche parole costituiscono l’unico ricordo.

Nei primi tempi della Chiesa Romana, il Papa in solenne corteo si recava dal Palazzo del Laterano coi suoi assistenti (sacerdoti, diaconi e accoliti) in un particolare santuario nel quale doveva celebrare la Messa in quel giorno. Questo rito esisteva nel V secolo sotto san Celestino V, e successivamente fu abbellito e ampliato da san Gregorio Magno.      In ciò troviamo l’origine della processione d’entrata. Salmi venivano cantati a cori alterni (in stile cosiddetto «antifonato»), scelti con cura per esser in armonia col Sacrificio che si celebrava in quel giorno. E così tali salmi erano gioiosi in Avvento, ma tristi in Quaresima. Nel giorno della festa di qualche Santo, inneggiavano al suo glorioso trionfo, e quando venivano commemorate l’Epifania o la Trasfigurazione, il loro tema era la Regalità di Cristo. In tal modo, l’Introito divenne un canto d’entrata.

Ai nostri tempi, l’uso d’una singola antifona seguita dal versetto d’un salmo (o, a volte, d’un passo preso da un altro libro della Sacra Scrittura), con il Gloria Patri e la ripetizione dell’antifona, non è che una «reliquia» di quel rito così toccante. Tuttavia anche questo Introito abbreviato ha la sua funzione. Cambiando di giorno in giorno e servendo come una sorta d’introduzione spirituale, con poche e brevi parole afferma il tema o il culmine del formulano della Messa del giorno. Dicendo le parole dell’Introito, il celebrante fa un segno di Croce, che è il segno dell’inizio della celebrazione in senso stretto.
 

MISERICORDIA E GLORIA DI DIO

IL KYRIE E IL GLORIA

Ci sono due nozioni che, come temi musicali in una sinfonia, ricorrono spesso nella Messa: li troviamo qui insieme in due preghiere che sono complementari l’una all’altra: il Kyrie e il Gloria. Dare gloria a Dio e implorare la sua misericordia sono i due scopi che legano l’uomo a Dio: è perché sappiamo che Dio è Onnipotente che lo preghiamo di aver misericordia di noi. E non sono forse tutte le varie sfumature di questi inseparabili scopi ben espresse nel gesto con cui il sacerdote prima estende e alza le mani, e poi le giunge? È un gesto che riassume tutti i nostri desideri per le cose divine, e, aumentando il nostro fervore, testimonia la nostra speranza di salvezza.

Il Kyrie è il rimanente di quei dialoghi a forma di litanie, di quelle preghiere d’acclamazione che nascevano spontaneamente nel cuore della Chiesa primitiva. Ha avuto origine nell’Est in cui si parlava greco, forse a Gerusalemme, dove la pellegrina spagnola, Egeria, lo sentì cantare, verso la fine del IV secolo; ed è in greco che ancora lo diciamo. Dopo che l’Introito ha aperto la cerimonia con i suoi versi tratti dalla Sacra Scrittura, questa semplice supplica presenta alle tre Divine Persone il nostro sentito bisogno e desiderio di salvezza. Subito dopo viene intonato un inno alla Maestà di Dio. Il Gloria è una preghiera molto antica, già esistente nel II secolo, che fu incorporata nella Messa Romana nel VI secolo. Si apre giustamente con le parole che gli Angeli adoperarono per cantare la loro lode «a Dio nell’alto dei Cieli»; perché ogni Messa rinnova, in un certo senso, il Natale, attualizzando, ancora una volta, la venuta di Nostro Signore. Iniziando con questo verso del Vangelo, tutte le età della fede si lanciano in un inno di lode che è come un torrente d’amore in piena.

Eppure neanche questo slancio gioioso verso la gloria del Padre può far dimenticare all’uomo il proprio miserabile stato. Per questo, quando s’indirizza a Cristo nostro Mediatore, l’inno riecheggia la richiesta di misericordia fatta nel Kyrie: è perché Egli è Santo, è il Signore, il Dio Altissimo, che ha pietà di noi e ci porta la salvezza.

Ed è additando lo sfolgorante riflesso della gloria del Padre, Figlio e Spirito Santo, pegno di salvezza per ogni credente, che questo bellissimo inno si conclude in sublime semplicità.

FATTI «UNO» NEL SIGNORE

LA COLLETTA

L’aver adorato e chiesto misericordia non è abbastanza: l’unità dei fedeli è parte di ogni Messa. Dominus vobiscum, esclama il sacerdote, «il Signore sia con voi», mentre con le braccia stese si gira verso il popolo. Sembra che la Liturgia, per mezzo di tale azione, usando quest’antica forma di saluto ereditata dagli usi biblici, cerchi di soddisfare il desiderio che tutti i fedeli possano esser riuniti insieme e fatti uno nella loro supplica.

Quest’azione è ripetuta in otto momenti particolarmente solenni durante la Messa. Questa unità dei fedeli nella supplica ispira le preghiere chiamate Collette, che si collocano a questo punto della Messa.

È questo uno dei momenti principali di preghiera nella Messa; gli altri sono segnati dalla Secreta e dal Postcommunio. Queste preghiere sono indirizzate alla Trinità in Unità; il sacerdote le legge o le canta con le braccia aperte e, se dovesse pronunciar il nome di Gesù, inchina la testa verso la Croce dell’altare.

Queste preghiere si chiamano Collette perché riassumono e uniscono insieme tutte le intenzioni del Sacrificio di quel giorno. Storicamente questo termine richiama l’antica usanza della Roma urbana, verso il IV secolo, in cui tutta la comunità cristiana era solita riunirsi in una chiesa per procedere poi insieme, con solennità, al santuario scelto per la celebrazione della Messa di quel giorno: in questo senso la Colletta è la preghiera della plebs colletta, ossia la preghiera del popolo riunito.

I cristiani del Medioevo arrivarono a dare a questo termine il significato di preghiera in comune. In effetti, recitando queste preghiere, il sacerdote riunisce insieme, come in un sol fascio, tutte le nostre speranze e tutti i nostri buoni propositi come per offrirli a Dio. E ancora, il bacio con cui il sacerdote saluta di nuovo l’altare prima di dire queste preghiere, non è forse un segno dell’unione dell’assemblea in Cristo?

 

 

                                                

 

Mercoledì, 27 Aprile 2016 00:00

La Messa di sempre (3)

LE PREGHIERE AI PIEDI DELL'ALTARE

Siamo ai piedi dell’altare: Introibo, andrò all’altare di Dio. Sono le preghiere preparatorie. Oggi il sacerdote le recita ai piedi dell’altare; un tempo, le iniziava lasciando la sacrestia, come atto personale di avvicinamento ai santi misteri.

Storicamente, rappresentano un’ultima aggiunta alla Messa. La loro prima comparsa data soltanto dal VII secolo, e il loro uso generale non venne introdotto che nel 1570, quando san Pio V rese obbligatorio il Messale Romano. Le parole di queste preghiere sono significative: il salmo 42 ricorda gli ebrei esiliati e afflitti presso le acque di Babilonia che piangevano il loro altare dissacrato e il loro Luogo santo abbandonato. Ma tali parole testimoniano anche una fede ferma, una completa fiducia in Dio. Con il succedersi dei versi di questo salmo affiora la speranza che sorpassa il dolore. Per questa ragione nel primo periodo della Chiesa — a Milano, per esempio, al tempo di sant’Ambrogio — coloro che erano stati appena battezzati cantavano questo salmo durante la veglia di Pasqua, quando, per la prima volta, erano ammessi a prender piena parte all’intera Messa.

«Mi accosterò all’altare di Dio, al Dio, che allieta la mia giovinezza». Quanto chiare e quanto significative diventano queste parole della Sacra Scrittura, se recitate nella luce gioiosa d’una riacquistata giovinezza spirituale; perché è con un cuore giovane e con uno spirito traboccante di gioia che dovremmo andare davanti al Dio vivente.

 

ELEVAZIONE

Sono venuto, mio Signore, con lo spirito pronto, armato di speranza ed amore.
Vedo la Messa come un’oasi felice nella mia vita, come una sorgente refrigerante e vigorosa.
 
Quante sono le ore che trascorro senza pensare a Te, mio Dio! Conservami nel ricordo di Te! Mondami dalle tendenze intime al peccato, dalle inclinazioni che mi spingono a scegliere ciò che è disdicevole, dal male che non dovrei compiere e che invece commetto.
Proprio all’inizio della Messa, donami la grazia d’essere ciò che Tu vuoi ch’io sia. 
La mia fiducia in Te è senza limiti e la mia prima parola è di totale confidenza in Te. Io credo in Te, in Te solo pongo la mia speranza.

 

CONFITEOR

LA CONFESSIONE DEI PECCATI

Nell’istante stesso in cui l’anima si abbandona alla gioia, viene frenata dal ricordo dei suoi peccati che, come un muro di separazione, si leva tra lei e Dio. Nella Chiesa primitiva s’avvertiva spontaneo il bisogno di chieder perdono all’inizio della Messa. Pian piano, si andò affermando il riconoscimento formale d’esser in peccato, accompagnato dalla richiesta di perdono. Nell’VIII e IX secolo, sotto il titolo di Apologia, anime devote iniziarono a comporre alcune preghiere per il perdono in cui la supplica era unita alla confessione. Il Messale Romano, così com’era nel 1570, conservava uno di questi formulari che, in maniera particolarmente toccante, contemplava quasi quattro momenti d’un processo: l’anima appare davanti alla corte di giustizia e confessa la sua colpa, l’avvocato la difende e il perdono è concesso. Si trattava d’una preghiera pubblica collettiva in cui il sacerdote e il popolo riconoscevano la loro iniquità, non soltanto privatamente, ma di fronte alla Chiesa intera, a santi testimoni e alle potenze del Cielo. Ecco perché, all’inizio del Confiteor, si avverte con evidenza il senso di comunione che caratterizza coloro che partecipano alla Messa.

L’atto di pentimento tre volte ripetuto al mea culpa, quando la mano batte il petto con un gesto al contempo biblico e monastico, porta consolazione al peccatore afflitto dal suo dolore; infatti, non è forse scritto che la preghiera dell’umile sarà ascoltata dall’Altissimo?

 

ELEVAZIONE

Tutto il Paradiso è in ascolto, gli Angeli e i Santi odono la mia preghiera: non sono solo alla presenza di Dio, al cui sguardo nulla è nascosto.Vorrei che il gesto di penitenza tre volte ripetuto, fatto sul petto, potesse scuotere il mio cuore e svegliare la mia anima dal torpore, ricordandomi tutto quello che dovrei fare per dar gloria a Dio.In questo momento tutti intorno a me esprimono la potenza misteriosa dell’amore fraterno. Tutti i Santi del passato, tutte le Potenze del Paradiso, che formano il tribunale d’accusa e di giudizio, sono divenuti miei intercessori dinanzi a Colui che è tre volte Santo. La purezza della Vergine, il sangue dei Martiri, la pazienza insigne dei Santi, sono mia difesa nella misteriosa economia della partecipazione dei meriti attraverso la comunione dei Santi.
Le parole dell’assoluzione risuonano nell’anima come un indescrivibile sollievo.

 

IL BACIO ALLALTARE

IL SACERDOTE SALE AL SACRO ALTARE

Le preghiere ai piedi dell’altare non erano che un’introduzione; ora il sacerdote, gradino dopo gradino, s’accosta alla sacra Mensa. Usando alcune parole del salmo 84 (Benedixisti Domine) che è associato alla gioia del Natale, ha prima pregato che Dio mostrasse il suo volto al suo popolo perché possa trovare in Lui la sua gioia. Ma, nel momento stesso in cui inizia ad avvicinarsi all’altare, un’ombra avvolge il suo cuore e, con le parole d’un’antica preghiera che era già in uso a Roma nel V secolo (Aufer a nobis, quaesumus, Domine, iniquitates nostras…), chiede al Signore di purificare l’anima desiderosa di penetrare nel suo Luogo santo.

Adesso il sacerdote sta di fronte all’altare, davanti all’oggetto più sacro che la chiesa contiene, davanti a quell’altare che è il suo centro e il suo vertice, un oggetto dal significato misterioso che non potrà mai pienamente esser sondato. Simbolo di Cristo, non è forse l’altare anche il luogo che serve a ricevere il Corpo e il Sangue del Crocifisso? E non è forse anche un’immagine, come afferma sant’Ambrogio, del Corpo del Salvatore, visto che il giorno in cui l’altare venne consacrato ricevette l’unzione propria dell’Unto di Dio, essendo stato cosparso del sacro Crisma? Le cinque croci che sono incise nella pietra ricordano le cinque Piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo. L’altare rappresenta anche la Chiesa: le reliquie dei suoi Santi sono incastonate nella sacra Mensa, e il sacerdote che viene a celebrarvi il Sacrificio lo fa in nome della Chiesa. Dinanzi all’ineffabile senso di gloria che emana dall’altare, il sacerdote, in devota venerazione, bacia quella sacra Mensa con le sue labbra. Tale gesto rappresenta l’unione della Sposa con il suo Sposo, di cui il bacio è l’immagine più eloquente. E in verità, ciò che il sacerdote si propone di compiere qui non è altro che l’unione della Chiesa con il suo Maestro, dell’anima col suo Redentore.

È questa stessa sovrabbondanza di gioia che sentiamo nascere in noi nel momento in cui il sacerdote saluta l’altare con questo dolcissimo bacio. È allora che costruiamo l’altare delle nostre anime, quell’altare su cui Cristo desidera riposare.
 

ELEVAZIONE

Come il tuo altare, Signore, sta nel centro della chiesa, fa» che anche nel mio cuore l’incrollabile centro sia sempre e solo Tu.

Come questo tabernacolo ospita la tua Presenza viva che con piena fede ora confesso, concedi che la mia anima possa imparare a conoscerti e che Tu possa essere a me più vicino dei miei pensieri più intimi.

Come il sacerdote in questo momento s’inchina devotamente dinanzi al tuo altare, pieno di timore reverenziale, concedimi di conoscere la mia piccolezza e la tua grandezza; permettimi di sottomettere e calpestare il mio orgoglio per cercare e trovare appagamento non nella mia povera vanità, ma in Te che solo resti.

Infine, come il bacio all’altare è una manifestazione e un pegno serio di quell’amore di fronte al quale tutti gli amori terreni languiscono ed impallidiscono, fa» che, o mio Signore Gesù, io ti conosca profondamente e faccia sempre ciò che Tu vuoi, inchinandomi dinanzi all’altare segreto situato all’interno della mia anima dove Tu dimori.

 

INIZIO DELLA MESSA

IL SEGNO DELLA CROCE

Il celebrante va sul lato destro dell’altare e, dal libro che trova già pronto, legge una breve preghiera. Questo è l’Introito o Ingressa (ossia verso introduttivo), come è chiamato nella Liturgia Ambrosiana. Il suo significato diventa chiaro solo alla luce della conoscenza del vecchio cerimoniale di cui queste poche parole costituiscono l’unico ricordo.

Nei primi tempi della Chiesa Romana, il Papa in solenne corteo si recava dal Palazzo del Laterano coi suoi assistenti (sacerdoti, diaconi e accoliti) in un particolare santuario nel quale doveva celebrare la Messa in quel giorno. Questo rito esisteva nel V secolo sotto san Celestino V, e successivamente fu abbellito e ampliato da san Gregorio Magno. In ciò troviamo l’origine della processione d’entrata. Salmi venivano cantati a cori alterni (in stile cosiddetto «antifonato»), scelti con cura per esser in armonia col Sacrificio che si celebrava in quel giorno. E così tali salmi erano gioiosi in Avvento, ma tristi in Quaresima. Nel giorno della festa di qualche Santo, inneggiavano al suo glorioso trionfo, e quando venivano commemorate l’Epifania o la Trasfigurazione, il loro tema era la Regalità di Cristo. In tal modo, l’Introito divenne un canto d’entrata.

Ai nostri tempi, l’uso d’una singola antifona seguita dal versetto d’un salmo (o, a volte, d’un passo preso da un altro libro della Sacra Scrittura), con il Gloria Patri e la ripetizione dell’antifona, non è che una «reliquia» di quel rito così toccante. Tuttavia anche questo Introito abbreviato ha la sua funzione. Cambiando di giorno in giorno e servendo come una sorta d’introduzione spirituale, con poche e brevi parole afferma il tema o il culmine del formulano della Messa del giorno. Dicendo le parole dell’Introito, il celebrante fa un segno di Croce, che è il segno dell’inizio della celebrazione in senso stretto.

 

ELEVAZIONE

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Mio Signore, fa» ch’io compia questo gesto consueto come se lo facessi per la prima volta; concedimi che, sapendo molto bene di averlo fatto spesso male, possa compierlo ora come se sentissi la gioia piena del suo significato, che è la potenza della Croce.

All’inizio della Messa, quando mi avvicino al tuo Sacrificio, fa» che la Croce, grazie alla quale sono stato riscattato, si pianti nel mio cuore. Che la mia vita e le mie sofferenze possano, per suo mezzo, unirsi alla tua Umanità, alle tue pene, al tuo dolore. Possa la morte, che attendo con spavento, essere associata al tuo supremo Sacrificio.

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Mio Signore, quando la mia mano passa dalla fronte al petto e da una spalla all’altra, possa questo sacro segno dominare tutti i miei pensieri e diventare il sostegno principale del mio essere, affinché, nonostante la mia iniquità e la miseria del mio cuore, che a Te solo sono svelate, possa conoscere me stesso per esser da Te perdonato, sanato e — per tua misericordia — segnato dal tuo personale sigillo.

 

MISERICORDIA E GLORIA DI DIO

IL KYRIE E IL GLORIA

Ci sono due nozioni che, come temi musicali in una sinfonia, ricorrono spesso nella Messa: li troviamo qui insieme in due preghiere che sono complementari l’una all’altra: il Kyrie e il Gloria. Dare gloria a Dio e implorare la sua misericordia sono i due scopi che legano l’uomo a Dio: è perché sappiamo che Dio è Onnipotente che lo preghiamo di aver misericordia di noi. E non sono forse tutte le varie sfumature di questi inseparabili scopi ben espresse nel gesto con cui il sacerdote prima estende e alza le mani, e poi le giunge? È un gesto che riassume tutti i nostri desideri per le cose divine, e, aumentando il nostro fervore, testimonia la nostra speranza di salvezza.

Il Kyrie è il rimanente di quei dialoghi a forma di litanie, di quelle preghiere d’acclamazione che nascevano spontaneamente nel cuore della Chiesa primitiva. Ha avuto origine nell’Est in cui si parlava greco, forse a Gerusalemme, dove la pellegrina spagnola, Egeria, lo sentì cantare, verso la fine del IV secolo; ed è in greco che ancora lo diciamo. Dopo che l’Introito ha aperto la cerimonia con i suoi versi tratti dalla Sacra Scrittura, questa semplice supplica presenta alle tre Divine Persone il nostro sentito bisogno e desiderio di salvezza.

Subito dopo viene intonato un inno alla Maestà di Dio. Il Gloria è una preghiera molto antica, già esistente nel II secolo, che fu incorporata nella Messa Romana nel VI secolo. Si apre giustamente con le parole che gli Angeli adoperarono per cantare la loro lode «a Dio nell’alto dei Cieli»; perché ogni Messa rinnova, in un certo senso, il Natale, attualizzando, ancora una volta, la venuta di Nostro Signore. Iniziando con questo verso del Vangelo, tutte le età della fede si lanciano in un inno di lode che è come un torrente d’amore in piena.

Eppure neanche questo slancio gioioso verso la gloria del Padre può far dimenticare all’uomo il proprio miserabile stato. Per questo, quando s’indirizza a Cristo nostro Mediatore, l’inno riecheggia la richiesta di misericordia fatta nel Kyrie: è perché Egli è Santo, è il Signore, il Dio Altissimo, che ha pietà di noi e ci porta la salvezza.

Ed è additando lo sfolgorante riflesso della gloria del Padre, Figlio e Spirito Santo, pegno di salvezza per ogni credente, che questo bellissimo inno si conclude in sublime semplicità.

 

ELEVAZIONE

Ora che da tutte le tue creature s’è innalzata a Te la triplice supplica come grido di speranza, come richiesta di perdono; ora che i Cori angelici e le indimenticabili voci di tutti i fratelli nella Fede hanno acclamato la tua «gloria» e hanno reso grazie alla maestà del tuo Nome; fa», o Signore, che il mio spirito riconciliato possa fissarsi innanzi a Te nella pace, affinché io possa entrare sino alla tua presenza e lì acclamare con forza: «Mio Signore, ti amo; è Te che adoro; mio Dio, mostrami la tua Misericordia»: nel dire questo, ho detto tutto.

 

FATTI «UNO» NEL SIGNORE

LA COLLETTA

L’aver adorato e chiesto misericordia non è abbastanza: l’unità dei fedeli è parte di ogni Messa. Dominus vobiscum, esclama il sacerdote, «il Signore sia con voi», mentre con le braccia stese si gira verso il popolo. Sembra che la Liturgia, per mezzo di tale azione, usando quest’antica forma di saluto ereditata dagli usi biblici, cerchi di soddisfare il desiderio che tutti i fedeli possano esser riuniti insieme e fatti uno nella loro supplica.

Quest’azione è ripetuta in otto momenti particolarmente solenni durante la Messa. Questa unità dei fedeli nella supplica ispira le preghiere chiamate Collette, che si collocano a questo punto della Messa.

È questo uno dei momenti principali di preghiera nella Messa; gli altri sono segnati dalla Secreta e dal Postcommunio. Queste preghiere sono indirizzate alla Trinità in Unità; il sacerdote le legge o le canta con le braccia aperte e, se dovesse pronunciar il nome di Gesù, inchina la testa verso la Croce dell’altare.

Queste preghiere si chiamano Collette perché riassumono e uniscono insieme tutte le intenzioni del Sacrificio di quel giorno. Storicamente questo termine richiama l’antica usanza della Roma urbana, verso il IV secolo, in cui tutta la comunità cristiana era solita riunirsi in una chiesa per procedere poi insieme, con solennità, al santuario scelto per la celebrazione della Messa di quel giorno: in questo senso la Colletta è la preghiera della plebs colletta, ossia la preghiera del popolo riunito.

I cristiani del Medioevo arrivarono a dare a questo termine il significato di preghiera in comune. In effetti, recitando queste preghiere, il sacerdote riunisce insieme, come in un sol fascio, tutte le nostre speranze e tutti i nostri buoni propositi come per offrirli a Dio. E ancora, il bacio con cui il sacerdote saluta di nuovo l’altare prima di dire queste preghiere, non è forse un segno dell’unione dell’assemblea in Cristo?

 

ELEVAZIONE

Signor mio, non è solo per me che in questo istante prego (una preghiera egoistica è una preghiera quanto mai debole), ma per tutti, conoscenti e non, per il tuo popolo, per coloro che portano il tuo sacro sigillo, per coloro che non li conoscono o che, conoscendoti, hanno abbandonato la tua via: prego per tutti, affinché siamo una cosa sola in Te.

Con tutti, poi, mi unisco in questa invocazione che la tua Chiesa pone oggi sulle mie labbra, affinché possa lodarti e pregarti come conviene, e il pregarti possa diventar il nostro desiderio costante per comprender ciò che solamente è degno di Te.

Insieme con i Santi che adesso invochiamo, inizio la preghiera della Chiesa nella speranza di giungere con loro e come loro ai piedi del tuo Trono eterno.

 

 

                                                

Sabato, 23 Aprile 2016 00:00

La Messa di sempre (2)

PREFAZIONE
 

Ogni giorno, dovunque sia stata piantata la Croce di Cristo, si celebra la Messa. Nei piccoli paesi come nelle città affollate, nel lontano Nord come ai Tropici, la Messa è ovunque celebrata. Alle prime ore del mattino, in alcune chiese solitarie sparse qua e là con pochi fedeli, la Messa è detta da un sacerdote che sembra celebrare solo per un piccolo pugno di devoti. E, con massima pompa, in mezzo ad una moltitudine raccolta nella magnifica basilica di San Pietro, la Messa è celebrata dal Vicario di Cristo. Innumerevoli volte e ad ogni istante del giorno, la Messa è celebrata in un luogo o in un altro in tutto il mondo. Sua Santità Pio XII, nella sua Enciclica Mediator Dei, definisce la Messa come «l'atto supremo del culto divino, l'apice e l'anima della Religione cristiana».

Quale significato ha questo atto per noi che assistiamo al massimo atto di culto che l’uomo può offrire a Dio, per noi che — attraverso di esso — ci troviamo a faccia a faccia con Dio? E che cosa essa fa di noi? Un giovane dei nostri giorni, che cercava qualcosa in cui credere, protestò con vigore: «Questi uomini scendono dal Golgota e poi parlano delle condizioni del tempo!». E a un sublime atto d’immolazione che siamo stati chiamati, commemorazione d’un Sacrificio senza precedenti in esso la Vittima è al contempo desiderosa di patire e pura da ogni colpa. Nella Messa siamo messi a confronto con l’impenetrabile mistero del Sangue salvifico della Vittima senza macchia, nella quale la debolezza è potenza assoluta e nella cui vita la morte muore.

La Messa dovrebbe esser tutto per noi. Di fronte ad essa, le nostre menti dovrebbero restar confuse dalla trascendenza del mistero che vi si compie, la nostra sensibilità toccata dagli arcani riti che vi si celebrano, i nostri cuori soggiogati dall’amore del Signore per noi crocifisso.

L’essenza della Messa consiste principalmente in questo: essa è, anzitutto, un dramma ininterrotto svoltosi prima di noi, una tragedia che si perpetua in eterno. Il nome con il quale questo dramma è stato conosciuto sin dal VI secolo — «Messa» — è preso dalla formula con la quale, in origine, esso si concludeva: Ite Missa est. Questa espressione sembra esser troppo breve per indicare un così ineffabile mistero. In effetti, altre denominazioni, un tempo in uso, sembrerebbero più adatte. Tra queste figurano i termini «ringraziamento», «liturgia», «frazione del Pane», «sinapsi», «assemblea», oppure — seguendo l’uso di Tertulliano, Giustino martire e san Cipriano di CartagineDominica Passio, la Passione del Signore. Quest’ultima espressione corrisponde più pienamente alla realtà, perché è la Passione di Cristo che suscita la Messa, Passione implorata, annunciata, rivelata e realizzata. Tutto nella Messa converge su questa realtà fondamentale della Fede cristiana, secondo cui la nostra Redenzione è stata segnata dal Sacrificio della Croce, ed è in questa luce che la Messa può e deve esser compresa.
 

Per esser più precisi, la Messa conserva, in primo luogo, la memoria dell’Ultima Cena in cui Gesù, poco prima di consegnarsi ai supplizi della Passione, benedisse il pane e il vino trasformandoli nel suo Corpo e nel suo Sangue. Poi aggiunse: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19). Le sue parole, dense di significato, effettuando attraverso la transustanziazione il mutamento delle due sostanze più semplici della terra in sostanze soprannaturali, trasmettono un doppio messaggio. Con esse fu predetta la morte di Cristo nella sua volontaria offerta di Se stesso: «Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice — afferma san Paolo —, voi annunziate la morte del Signore finché Egli venga» (1Cor 11,26). All’interno di questa stessa memoria, offrendo ai suoi discepoli il pane e il vino così sublimemente trasformati, oltre a quello dell’Ultima Cena li rese partecipi d’un altro banchetto: il banchetto di Vita eterna. Dunque, la Messa è la rievocazione di tre realtà: è la ripresentazione delle parole e dei gesti che costituiscono la Consacrazione avvenuta nell’Ultima Cena; è il memoriale vivo e vero, carico del proprio significato drammatico, del Sacrificio offerto sul monte Calvario; è il convivio a cui tutti i battezzati sono invitati.

Storicamente, il nucleo della Messa consiste nella ripresentazione dell’Ultima Cena attraverso la parole e gli atti che Gesù ivi insegnò, parole e atti il cui significato incommensurabile la fede dei primi cristiani riusciva in qualche modo a comprendere. Probabilmente è così che le prime Messe sono state celebrate dagli Apostoli dopo l’Ascensione o dopo il giorno di Pentecoste. Esse erano abbastanza semplici e consistevano nella diligente ripetizione di ciò che gli Apostoli avevano appreso dal Signore. Questa caratteristica di austera semplicità rimase per tutto il periodo apostolico. Non vediamo forse san Paolo che, in uno dei suoi viaggi missionari, «spezzò il pane» in una semplice stanza al terzo piano d’un’abitazione, circondato da un gruppo che il piccolo locale a stento poteva contenere (cf. At 20,7ss.)? Questa sacra Cena, inoltre, non era separata dall’Agape o «festa della carità» che i primi cristiani solevano tenere per rafforzare i loro vincoli di fratellanza nel Signore.

Col trascorrere dei secoli, la Messa ha perso quella primitiva caratteristica di rigorosa austerità. Altri elementi, infatti, sono stati aggiunti alla basilare struttura evangelica. Molti di essi non sono che un’eredità dell’antica Legge. Non erano gli Apostoli figli di Mosè? Non erano forse convinti di mostrar la loro fedeltà ai precetti della legge aderendo alla rivelazione di Cristo? Come testimoniano i Vangeli e gli Atti degli Apostoli, la Liturgia nelle sinagoghe giudaiche era composta di due parti: la liturgia della preghiera, formata da canti o dalla recita di preghiere della Scrittura, prese ora da uno ora da un altro passo del libro dei Salmi in cui il fervore umano erompe in modo non altrove superato; la liturgia della parola consisteva nell’ascolto di lettori che proclamavano la Parola di Dio desunta dai libri sacri della Legge e dei Profeti.

Queste caratteristiche furono mantenute negli Uffici Divini del culto, e anche quando i cristiani smisero completamente di partecipare alle funzioni giudaiche, ne conservarono la struttura principale. Essa forma la radice delle preghiere dell’inizio della Messa e della lettura dell’Epistola e del Vangelo.

La Messa, nella forma in cui noi la conosciamo, incominciò a stabilizzarsi — nella sua struttura generale — verso la fine del III secolo. Malgrado qualche singola parte della Messa possa essere stata più o meno enfatizzata secondo l’uso del tempo, la struttura generale del rito è ancor oggi esattamente come quella di allora. È ovvio che in origine i dettagli della Messa non erano fissati rigorosamente come lo sono ai nostri giorni e, tranne la fedeltà agli elementi base, vigeva un certo grado di lecita libertà che permetteva al vescovo, o anche al semplice sacerdote, di esprimersi in preghiere spontanee. Per molto tempo vi furono notevoli divergenze circa il modo di celebrare la Messa, come si può facilmente constatare confrontando alcuni antichi Sacramentari, ossia quei Messali, magnificamente scritti e dipinti, in uso nelle cerimonie solenni lungo tutto il periodo dell’Alto Medioevo.

Anche ai nostri tempi si possono ancora riscontrare alcune differenze nel Rito o nell’uso annesso per privilegi concessi a particolari diocesi (Lione e Milano sono due esempi) o a Ordini religiosi (come i Certosini, i Domenicani o i Premostratensi).

Nel corso dei secoli, alcuni elementi nuovi sono stati accolti nella Messa secondo la Tradizione vivente della Chiesa. Il Gloria, ad esempio, era in origine un inno di  acclamazione proprio della Messa di mezzanotte di Natale, quando si dava voce alla gioia dei cuori nel celebrare la nascita del Redentore; invece il Credo, per citare un altro esempio, è una proclamazione individualistica di fede che trova posto nella Messa circa nell’anno 1000, essendo stato introdotto molto probabilmente per respingere certe eresie. Alcuni atti che a noi potrebbero sembrare necessità palesi all’interno della Messa, così come la Grande Elevazione, sono altrettante aggiunte posteriori alla struttra primitiva. In onesto raso. la solenne ostensione del Pane consacrato serve a confutare la tesi eretica secondo cui Dio non è presente sotto le apparenze eucaristiche. Questi arricchimenti del Rito aggiunti alla struttura della Messa nel corso dei secoli rivelano la Tradizione vivente della fede che ininterrottamente si riafferma.
La Messa nella sua attuale forma rigidamente regolata, come adesso è conosciuta in Occidente, è stata fissata da san Pio V. Attraverso la Bolla Quo primum del 1570, egli espresse il desiderio di far ritornare la Messa alle norme antiche e, al contempo, cercò di sbarazzarsi di alcuni elementi accidentali e d’imporne l’osservanza in modo uniforme in tutto il mondo cristiano latino.
Fu quindi data alla Messa una forma definitiva, associandola strettamente al primato della Cattedra apostolica e dell’autorità del successore di san Pietro. Il Messale di san Pio V, in effetti, non era altro che quello usato nella Città eterna: il Messale romano.

Di conseguenza il Catechismo del Concilio di Trento dichiarava che nessuna parte del Messale doveva esser considerata inutile o superflua; neanche la più piccola frase doveva esser ritenuta mancante o insignificante. La più breve delle formule e delle frasi, infatti, anche se si pronuncia in pochi secondi, fa parte integrante d’un insieme ben armonizzato che sintetizza ed esprime il dono di Dio, il Sacrificio di Cristo e la grazia a noi elargita.

Qual è dunque lo schema della Messa? La sua ripartizione tradizionale in Messa dei catecumeni e Messa dei fedeli è il risultato di circostanze storiche, dato che la prima parte deve la sua esistenza all’ammissione al culto comune dei cristiani per i neofiti sia non battezzati che battezzati, mentre la Messa dei fedeli è così denominata perché, dopo esser arrivati ad un certo punto della funzione, i non battezzati, nei tempi antichi, erano congedati.

Ma è proprio questa evoluzione che meglio designa i singoli momenti o «atti» della Messa. Vi sono, infatti, cinque «atti» ben determinati. Il primo di essi si compie quando, all’inizio dell’azione sacramentale, io prego: imploro Dio di perdonare le mie colpe; parlo con Lui del mio desiderio di conoscerlo; alzo la voce nella lode e nella supplica. Nel secondo atto, io ascolto gl’insegnamenti della Chiesa, primo fra tutti quello ricevuto dagli Apostoli o quello profeticamente rivelato nei Libri ispirati dell’antica Legge e, più tardi, nelle parole di Gesù nel Vangelo. Il contenuto di questo insegnamento è riassunto nel Credo che ripeto per confermare il mio assenso. Successivamente, mi trovo ad iniziare la Liturgia sacrificale propriamente considerata. Cristo offre Se stesso in un’oblazione che è il cuore della Messa ed è mio privilegio unirmi a quest’azione di grazia. Quindi io offro attraverso il ministero del sacerdote celebrante il quale è ad un tempo mio testimone e mio rappresentante, quei frutti della terra che devono esser trasformati, e questa offerta è in se stessa simbolo di quella più personale e del tutto interiore che faccio di me stesso, cosicché l’offerta e l’offerente s’identificano. Il quarto atto è di significato più profondo: esso comprende lo stesso atto sacrificale attraverso il quale e nel quale la Vittima è immolata. Sono proprio io che, con intima partecipazione all’azione sacrificale del sacerdote, compio questa immolazione nella quale la Vittima del Sacrificio e il Sommo Sacerdote sono una cosa sola: il Corpo divino è ancora inchiodato alla Croce, il Sangue espiatorio ancora fluisce. E, infine, in obbedienza alla volontà di Cristo, io ricevo la santa Comunione e mi nutro alla Mensa della Vita eterna.

È così che, passo dopo passo, la Liturgia della Messa si dischiude dinanzi ai nostri occhi in un’armonia che colpisce e non consente paragoni. In essa e attraverso di essa ogni aspetto del culto dovuto a Dio si realizza come si conviene: la Messa è la somma e il completamento di tutte le speranze e i buoni propositi dell’uomo. La Messa è il compimento d’un interscambio tra Dio e l’uomo: per suo mezzo tutto quello che cerco nella preghiera è gradatamente portato al suo pieno appagamento, quasi prima che abbia espresso il mio desiderio.
Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, se i suoi effetti siano qualcosa di esclusivamente personale, ossia riguardino soltanto Dio e l’anima. È vero che, in forza del primo comandamento, noi siamo obbligati ad amare Dio con tutta la mente e il cuore, ma non va dimenticato che il secondo, come ci è stato insegnato, è come il primo e richiede che l’uomo ami il suo prossimo come se stesso. Non ha compreso del tutto la Messa colui che non riesce a percepire che, con essa, questi due comandamentì sono incessantemente richiamati alla nostra memoria.

La Messa inizialmente fu percepita come un atto di preghiera comune: era la preghiera dei Dodici riuniti, la preghiera di quei primi cristiani così uniti in vincoli di comunione l’uno verso l’altro che condividevano tra loro anche i beni materiali; era la preghiera dei Martiri i quali univano il loro sangue in una confessione comune dell’unico Signore. Nella Messa noi siamo tutti piccole cellule d’uno stesso corpo, ciascuno è una pecora d’un unico ovile. Le preghiere più belle ed insigni della Liturgia — e sono tra le più antiche — ossia le Collette, le Secrete e i Postcommunio, non possono esser comprese nel loro vero significato se non vengono considerate come espressioni della preghiera comune. Esse impartiscono una lezione che è riaffermata nei Memento — uno per i vivi, l’altro per mortì — che troviamo inseriti nel Canone: al di là delle leggi del tempo e dello spazio, ci rendiamo atti all’unione con Dio solo nella misura in cui siamo uniti in rapporti di fratellanza l’uno con l’altro; e questo è il senso integrale della Comunione dei Santi.

La Messa è dunque l’affare per me più importante: qui sta la mia vita e la mia morte. E per me, per quanto io ne sia del tutto indegno, che ogni Messa è celebrata: «È per te che lì sgorga questa stilla del mio sangue…». Eppure il pieno senso della Messa non è attuato se non è vissuto da me in rapporto di fratellanza con tutti i figli di Dio, se per qualche motivo essi non sono uniti a me nel sentiero che conduce alla Luce, poiché l’anima, quando è elevata, trascina il mondo intero; a ciascuno di noi è affidato il bene di tutti. È ovvio che solo l’intera Chiesa, considerata dai suoi effettivi inizi sino alla fine dei tempi, è degna e capace di unificare gli elementi e di offrire l’oblazione in questo Sacrificio al Dio Infinito. Ma la Messa è anche un nostro affare personale: riguarda ognuno di noi. Ed è come singolo individuo, per quanto insignificante nella gran moltitudine di anime di cui Cristo è assetato e che ha redento con il suo Sangue, è come singolo individuo, unito nella fede e nella speranza ai miei fratelli d’esilio, che ora partecipo alla Messa con il cuore ricolmo d’amore nell’attesa della venuta del nostro Signore.

 

 

                                                

Venerdì, 22 Aprile 2016 00:00

La Messa di sempre (1)

II Motu Proprio Summorum Pontificum di Sua Santità Benedetto XVI, entrato in vigore il 14 luglio 2007, ha restituito, a partire da quella data, piena cittadinanza alla Messa tradizionale, dopo 40 anni di vero e proprio "embargo ecclesiastico". Ma la strada per la ripresa della Messa secondo il Rito romano antico si presenta tutt'altro che facile. La coltre d'oblio lasciata cadere su questo inestimabile tesoro della Fede cattolica ostacola sensibilmente la ripresa del Rito antico, più volte auspicata dal Santo Padre.

Per contribuire alla rinascita della Santa Messa tradizionale, proponiamo ai lettori un testo altrettanto aureo, dal titolo Questa è la Messa, di Henri Daniel-Rops (1901-1965), accademico di Francia, e celebre storico e letterato francese. Il testo è stato da noi liberamente tradotto, e in alcuni punti rimaneggiato, dall'edizione in lingua inglese, che apparve negli Stati Uniti, nel 1958, con un'ampia prefazione dell'arcivescovo Fulton J. Sheen (18951979), allora vescovo ausiliare di New York. L’opera ci sembra tanto più significativa in quanto l’autore, — il cui nome è stato recentemente ricordato anche da Benedetto XVI nel suo libro “Gesù di Nazaret” — non può esser ascritto al movimento tradizionalista o «ultra-montano» francese. Scrittore cattolico di largo successo, di posizioni politiche e religiose «moderate», Daniel-Rops dà voce a quello che, fino alla riforma liturgica del 1969, era “l’unum sentire» della Chiesa cattolica. Espressione di questo stesso «idem sentire» è la prefazione di mons. Fulton Sheen, di cui nel 2002 è stata aperta la causa di beatificazione. Queste pagine, attraverso la spiegazione delle singole parti della Messa, accompagnate da toccanti elevazioni dell’anima, aiutano a penetrare — per quanto possibile a umano intelletto — il grande mistero che ogni giorno si compie sui nostri altari, «dove il sacrificio della Croce è perpetuamente rappresentato» (Concilio di Trento).

Benedetto XVI, ancora cardinal Ratzinger, rilevò con estrema acutezza mista a preoccupazione quanto l’idea del Sacrificio stesse divenendo estranea alla moderna liturgia omologandola al Credo luterano. Per Martin Lutero, infatti, parlare di Sacrificio era «il più grande e più spaventoso abominio» nonché una «maledetta empietà». «[Ma certo] — affermò il Cardinale — una parte non trascurabile di liturgisti sembra praticamente giunta al risultato di dare sostanzialmente ragione a Lutero contro [il concilio di] Trento nella disputa del XVI secolo. […] Il nuovo illuminismo oltrepassa però di gran lunga Lutero […].

Ritorniamo al nostro quesito fondamentale: è giusto qualificare l’Eucarestia come Divin Sacrificio o è questa una maledetta empietà? […] La Scrittura e la Tradizione formano un tutto inseparabile, ed è questo che Lutero […] non ha potuto vedere1.

La Messa è, dunque, il Sacrificio del Calvario attualizzato sui nostri altari. La celebrazione eucaristica secondo il Vetus Orda Missae con evidenza solare manifesta l’idea del Sacrificio in ogni sua parola, in ogni gesto, in ogni cerimonia che vi si compie. «L’augusto Sacrificio dell’altare — si legge nell’enciclica Mediator Dei del Sommo Pontefice Pio XII di venerata memoria — non è, dunque, una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio, nel quale, immolandosi incruentamente, il Sommo Sacerdote fa ciò che fece una volta sulla Croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima». «Una e identica è la vittima; Egli medesimo, che adesso offre per il ministero dei sacerdoti, si offrì allora sulla Croce; è diverso soltanto il modo di fare l’offerta». Questo — e non altro — è la Messa.

 

INTRODUZIONE

Il Sacrificio della Messa
Vi sono alcune cose nella vita troppo belle per esser dimenticate. Alcune di esse riguardano il modo in cui gli uomini vivono nel mondo; altre, invece, il modo in cui essi muoiono. La maggior parte dei Paesi ha istituito un giorno commemorativo per ricordare l’estremo sacrificio che i patrioti hanno compiuto in difesa della nazione e della società. Poiché la vita era quanto di più prezioso potevano dare, a coloro che sopravvivono non è lecito dimenticare questo loro dono. Tali eroi non avrebbero potuto richiedere una simile memoria, né istituirla, essendo riservata ai sopravvissuti.

Se sono stabiliti giorni commemorativi per coloro che muoiono al fine di salvaguardare la libertà dall’oppressione degli uomini, tanto più doveva esser istituito un memoriale per il supremo Sacrificio di Cristo che mori per liberarci dalla tirannia del peccato. Ma vi sono molte differenze tra questi patrioti e Cristo. Nessuno di loro era nato per morire; ciascuno era nato per vivere, e la morte è stata per ognuno di essi un’interruzione violenta. Nostro Signore, invece, nacque per morire. Per nessun altro intento Egli venne al mondo se non per redimere l’umanità inoltre, a differenza degli uomini che non possono far il loro memoriale, Egli istituì il preciso modo in cui la sua Morte doveva esser rievocata. Poiché Egli venne per morire, la sua Morte era la cosa più importante che desiderava fosse da noi ricordata. Egli non disse che gli uomini avrebbero dovuto scrivere una storia su di essa o esser caritatevoli verso il povero in memoria di Lui. No. Egli disse loro come voleva che fosse commemorato il suo Sacrificio: il memoriale che ci ha lasciato è la Messa.

Essa fu istituita la notte prima ch’Egli morisse, durante quella che da allora è stata chiamata l’Ultima Cena. Prendendo del pane nelle sue mani disse: «Questo è il mio Corpo, dato per voi», vale a dire, dato sulla Croce, il giorno dopo. Quindi sopra il calice del vino disse: «Questo è il mio Sangue, della nuova alleanza, versato per molti in remissione dei peccati». Egli era il Sacerdote che offriva Se stesso come Vittima affinché gli uomini mai dimenticassero che «nessun uomo può avere un amore più grande di colui che offre la propria vita per i suoi amici». E dopo aver prefigurato e previsto il modo in cui sarebbe morto, il giorno successivo, per la Redenzione del mondo, diede il comandamento divino agli Apostoli e alla Chiesa: «Fate questo in memoria di me». Nell’Ultima Cena Egli previde la Croce; nella Messa noi torniamo a quella Cena e a quella Croce La Messa è l’applicazione e la proiezione nello spazio e nel tempo dell’amore redentivo di Cristo sulla Croce.

S’immagini una stazione radio che trasmette messaggi dall’eternità: è lì da sempre, ma noi ascoltiamo i messaggi solo quando incominciamo a sintonizzarci. Alla stessa maniera, il Sacrificio che fu offerto sulla Croce ha un valore eterno, ma la Messa aiuta le creature a «sintonizzarsi» sui meriti di esso e ad applicarli a se stesse. 

La Redenzione di Nostro Signore sulla Croce si compì una volta per tutte, ma la sua attualizzazione dipende dallo svolgersi della storia. Potenzialmente, ogni essere umano nel mondo è stato redento sulla Croce, ma l’attualizzazione e l’applicazione di quella Redenzione è condizionata dalla libera cooperazione dell’uomo nel corso della storia.

Il Calvario occupò solo una minima parte di tempo, ma, essendo il Sacrificio d’un Dio Eterno, esso è capace d’illuminare tutto il tempo in ciascuno dei suoi periodi storici. La Messa, dunque, è la proiezione nel tempo dei valori eterni del Calvario.

Similmente, il Calvario fu soltanto un piccolo luogo della terra, crocevia tra Gerusalemme, Atene e Roma. Ma quello che vi accadde, ossia il Sacrificio dell’Onnipotente, riguarda l’uomo in ogni angolo della terra La Messa pianta la Croce di Cristo in una città, in un paese, in una missione, in una grande cattedrale; solleva il sipario del tempo e dello spazio ed attualizza quel che avvenne sul Calvario. La Croce — in modo prefigurativo — interessò anche tutto il tempo passato: tutti i sacrifici di giovenchi, capre, pecore e, in particolare, il sacrificio dell’agnello pasquale trovarono compimento nella Croce di Cristo. La Croce influì anche sul futuro, scorrendo attraverso il tempo come una possente cascata che forma canali per le valli e le pianure.

ll fatto che tutti i sacrifici cessino dopo quello del Calvario significa che esso è la perfezione e la pienezza di tutti i sacrifici. Persino i Giudei non sacrificano più gli agnelli pasquali nelle loro sinagoghe, dato che l’Agnello pasquale è già stato immolato.

Il Sacrificio della Croce, quindi, non è un avvenimento passato: esso avviene tuttora. Non è un ricordo o un relitto del passato che perdura nel presente: è un dramma attuale, ora come allora, e così sarà per tutta la durata del tempo e per l’eternità.

Sulla Croce il nostro divin Redentore sapeva in che modo ciascuna anima avrebbe risposto al suo più grande atto d’amore: sapeva se lo avrebbe accolto oppure rifiutato. Noi stessi non sappiamo come reagiremo al suo amore fin quandonon saremo faccia a faccia con Lui e la sua Croce. Dal nostro punto di vista, impieghiamo tempo per capire il «dramma» del Calvario. Ma la Messa ci dà un indizio; noi non eravamo consapevoli d’esser presenti sul Calvario il Venerdì Santo, ma lo siamo nella Messa. Possiamo conoscer qualcosa del ruolo che abbiamo avuto sul Calvario dal modo in cui ci comportiamo alla Messa nel ventesimo secolo e come la Messa ci aiuta a vivere la nostra quotidiana esistenza.

La Messa non è un nuovo Sacrificio ma una rappresentazione dello stesso supremo Sacrificio del Calvario. Ci sono due momenti nella storia: il primo, quando il Sacrificio è atteso (è il tempo «avanti Cristo»), e il secondo, quando il Sacrificio è compiuto e offerto (è il tempo «dopo Cristo»).

Se la Vergine Santissima e san Giovanni ai piedi della Croce avessero chiuso gli occhi quando Nostro Signore stava offrendo Se stesso per i peccati del mondo, i risultati spirituali in loro non sarebbero stati diversi da quelli che riceviamo noi assistendo ora al Sacrificio della Messa. Ma i loro occhi erano aperti, e perciò videro il supremo Sacrificio realizzami con spargimento di sangue, e quest’ultimo fluire dalle Piaghe aperte delle mani, dei piedi e del costato del Salvatore sull’umanità peccatrice. Nella Messa noi vediamo realizzato tutto ciò senza effusione di sangue.

La Messa, quindi, non è una sostituzione della Croce. Al contrario, i meriti che acquistiamo partecipando alla Messa sono i medesimi di quelli che avremmo ottenuto se fossimo stati presenti sul Calvario.

     E ciò perché esiste un solo Sacrificio, quello del Sacerdote e Vittima insieme: sulla Croce e nella Messa è la stessa e unica Persona che s’immola. Prima della venuta del Figlio di Dio, c’erano molti sacrifici offerti per i peccati. Gli uomini ben comprendevano d’esser indegni di stare alla Presenza di Dio. Togliendo la vita ad un animale o distruggendo un oggetto, con funzione sostitutiva, essi punivano e purificavano se stessi. In quasi tutti i popoli, oltre ai Giudei i quali ebbero il gran vantaggio della Rivelazione divina, v’erano sacerdoti che offrivano vittime in sacrifido. Ma quando Nostro Signore offri l’eterno Sacrificio, fu al contempo Sacerdote e Vittima, Offerente e Offerta. Il sacerdote e la vittima non erano più separati come avveniva prima. Sulla Croce, quindi, Gesù fu ritto come Sacerdote e prostrato come Vittima perché offrì Se stesso.

Il sacerdote celebra la Messa unicamente «in persona Christi», per questo non dice, al momento della Consacrazione, «questo è il Corpo di Cristo», ma «questo è il mio Corpo», e «questo è il mio Sangue»; egli è solo uno strumento di Cristo, come una matita nella mano di chi scrive. Si dice che una delle differenze tra la Croce e la Messa è che in quest» ultima il Sacrificio è offerto senza spargimento di sangue, mentre sulla Croce c’erano le strazianti scene della crocifissione. Verissimo. Ma v’è pure un’altra differenza, ed è che, sulla Croce, Nostro Signore era solo, mentre nella Messa noi siamo con Lui.

Il modo in cui noi siamo con Lui sarà chiarito esaminando l’Offertorio, la Consacrazione e la Comunione.
 

Offertorio
Per applicare i meriti della Redenzione alle nostre anime dobbiamo considerare la morte al peccato, che si è compiuta sulla Croce. Il primo atto necessario, dunque, è quello di offrire noi stessi in unione con Cristo.

Nella Chiesa primitiva ciò veniva fatto offrendo gli stessi elementi che Nostro Signore offrì nell’Ultima Cena, ossia il pane e il vino. Il fedele portava alla Messa il pane e il vino, e una parte di essi veniva utilizzata dal sacerdote per il Sacrificio. Vi sono alcune ragioni intrinseche per cui questi elementi dovevano esser usati. La prima è che pane e vino sono stati il nutrimento tradizionale della maggior parte degli uomini nel corso della storia. Il pane è come se fosse la sostanza della terra e il vino il suo sangue. I fedeli, quindi, nell’offrire ciò che dà loro sussistenza fisica e vita, donano parimenti se stessi. La seconda ragione è che, in natura, non esistono altre due sostanze che meglio rappresentano l’unità come il pane e il vino. Il pane è fatto da una grande quantità di chicchi di grano, e il vino da molteplici grappoli di uva. Allo stesso modo i fedeli, che sono numerosi, si riuniscono per fare un’unica offerta con Cristo. La terza ragione è che pochi elementi in natura simboleggiano il Sacrificio meglio del grano e dell’uva. Il grano non diventa pane fin quando non sia passato attraverso il Calvario dell’inverno e sia stato soggetto alle torture della macina. L’uva non diventa vino finché non sia stata pigiata nel Getsemani del torchio.

Ai nostri giorni, i fedeli non portano più il pane e il vino al Sacrificio della Messa ma un equivalente: questa è la ragione per cui la colletta è fatta durante l’Offertorio della Messa. ll sacrificio materiale che i fedeli offrono per la Messa è tuttora un simbolo della loro incorporazione alla morte di Cristo. Sebbene non portino più pane e vino, procurano ciò che serve all’acquisto di quegli elementi che rappresentano materialmente l’unità del loro sacrificio.

Consacrazione
Noi ci siamo offerti a Dio come Nostro Signore ha offerto Se stesso al Padre suo celeste. L’essenza del Cristianesimo è quella di riprodurre nella vita di ogni singola persona ciò che è avvenuto a Nostro Signore. La natura umana ch’Egli ha assunto è il prototipo o il modello naturale per ciascuno di noi. Dal momento ch’Egli fu crocifisso, ricorse e ascese nella gloria per redimere il mondo, ogni individuo deve liberamente offrirgli la propria natura umana e morire al peccato per vivere nella grazia e nella gloria con Lui. La Messa rappresenta l’apice dell’incorporazione alla morte e alla gloria di Cristo.

Nell’Offertorio presentiamo noi stessi a Dio sotto le specie del pane e del vino. La Consacrazione è il momento in cui si realizza la cosiddetta «transustanziazione». Abbiamo incominciato a morire nella parte inferiore di noi stessi per vivere di Cristo. Il termine «transustanziazione” significa che — alle parole della Consacrazione — la sostanza del pane diviene la sostanza del Corpo di Cristo, e quella del vino il Sangue di Lui. La Consacrazione ha come suo effetto una nuova presenza, senza spargimento di sangue, dell’offerta del Calvario. Nella Messa non c’è un’altra offerta, ma un’altra presenza della medesima attraverso il ministero del sacerdote.

Il pane e il vino non sono consacrati insieme ma separatamente. Prima il pane, che diventa il suo Corpo, poi il vino, che diviene il suo Sangue.

Questa Consacrazione separata del pane e del vino costituisce una sorta di separazione mistica del suo Corpo e del suo Sangue, che rappresenta il modo in cui Egli morì sul Calvario.

La Consacrazione che avviene nella Messa non significa che Nostro Signore muore di nuovo. Egli, infatti, non può più morire nella sua natura umana individuale, essendo ora nella gloria alla destra del Padre, ma può prolungare la sua morte in noi. […]. È come se, al momento della Consacrazione, Nostro Signore dicesse: «Non posso morire di nuovo nella mia natura umana che è nella gloria alla destra del Padre, ma tu, fedele, dammi la tua umanità ed io morirò ancora in te».

Nell’Offertorio abbiamo presentato noi stessi in sacrificio con Cristo; nella Consacrazione moriamo con Lui. Applichiamo la sua Morte a noi stessi per partecipare della sua gloria. In questo momento ciò che è eterno irrompe nel tempo e non v’è nulla di più solenne sulla terra del momento suggestivo e riverenziale della Consacrazione. Non è una preghiera, non è un inno: è un atto divino che ci rende capaci di applicare a noi stessi la Croce salvifica di Cristo.

Sebbene le parole della Consacrazione significhino anzitutto che il Corpo e il Sangue di Cristo o sono presenti sull’altare, vi è un altro significato che ben ci riguarda. I sacerdoti e il popolo sono chiamati a far una simile e totale donazione di sé morendo al peccato e alle miserie della vita, per poter dire: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Non m’importa se queste specie, accidenti o apparenze della mia vita — quali sono i miei doveri, il mio lavoro, le mie attività — rimangono: rimangano pure così come sono. Ma ciò che sono dinanzi a Te, mio Dio, ossia il mio intelletto, il mio volere, il mio corpo, la mia anima, tutto deve trasformarsi in modo ch’io non sia più mio ma tuo». In tal modo realizziamo, nel senso più profondo, le parole di san Paolo ai Galati: «Sono stato crocifisso con Cristo». Potremmo pregare dicendo: «Dono me stesso a Te, mio Dio. Ecco il mio corpo, prendilo. Ecco il mio sangue, prendilo. Ecco la mia anima, la mia energia, la mia forza, le mie facoltà, la mia salute, tutto ciò che ho. Sono tue. Prendile! Consacrale!

Offrile con Te stesso al Padre celeste affinché Egli mirando questo Sacrificio, possa vedere solamente Te, il suo Figlio prediletto nel quale si è compiaciuto. Trasforma il misero pane della mia vita nella tua Vita divina; vivifica il vino della mia vita arida con il tuo Spirito divino; unisci il mio cuore infranto al tuo Cuore trafitto; fa» ch’io non porti la Croce ma sia crocifisso. Non permettere che il mio abbandono, le mie pene e privazioni vadano perdute. Raccogli i frammenti e, come la goccia d’acqua è assorbita dal vino nell’Offertorio della Messa, fa» che la mia vita sia assorbita dalla tua; fa» che la mia piccola croce sia stretta alla tua grande Croce affinché possa meritare le delizie della felicità eterna in unione con Te, mio supremo Bene».
 

La Comunione
Nell’Offertorio, noi siamo come agnelli condotti al macello. Nella Consacrazione, siamo agnelli macellati nella parte inferiore del nostro «io» peccaminoso. Nella Comunione, scopriamo che non siamo morti del tutto, ma che siamo tornati alla vita.

Per poter comprendere, attraverso la legge dei contrari, che cosa si realizzi nella santa Comunione, può esser utile considerare la natura del Totalitarismo e del Comunismo. In tali filosofie di vita, ciascuna persona deve darsi totalmente e completamente, corpo e anima, mente e volontà, opere e vita, a un dittatore umano. Anche nella cristianità c’è un dittatore; noi ci diamo completamente e interamente a Dio attraverso il suo divin Figlio, Gesù Cristo.

Ma v’è una grande differenza. Nel Comunismo coloro che consegnano se stessi allo Stato si consacrano al materialismo, dal momento che negano Dio e l’anima. Quando qualcuno si abbandona a ciò che è materiale, è da esso posseduto, così come un uomo che sta annegando è posseduto dall’acqua, o un uomo che sta per essere bruciato è investito dal fuoco. Il Comunismo non potrà mai arricchire o elevare le anime dei suoi seguaci.

Invece, quando ci doniamo a Dio e moriamo nella parte bassa di noi stessi, come avviene nella Consacrazione della Messa, allora ritroviamo le nostre anime elevate e arricchite. Cominciamo ad esser finalmente liberi, glorificati, innalzati, divinizzati. Capiamo che, dopotutto, nella Consacrazione, la nostra morte non doveva durare più a lungo di quella di Cristo sul Calvario, visto che nella santa Comunione noi doniamo la nostra umanità e riceviamo la Divinità. Cediamo il nostro tempo e riceviamo l’onnipotenza della Volontà divina. Doniamo il nostro piccolo amore e riceviamo il Fuoco dell’Amore divino, diamo il nostro niente e riceviamo il Tutto. Questo perché Cristo ha detto: «Colui che perde la propria vita a causa mia la salverà».

Esiste una vita superiore a quella del corpo, ed è la vita dell’anima. E come la vita del corpo è l’anima, così la vita dell’anima è Dio. Questa vita divina la riceviamo nella Comunione. Se la luce del sole, l’umidità e le sostanze chimiche della terra potessero parlare, direbbero alle piante: «Se non mi mangiate, non avrete vita in voi». Se le piante e l’erba dei campi potessero parlare, direbbero agli animali: «Se non mi mangiate, non avrete vita in voi». Se gli animali, le piante e le sostanze chimiche dell’universo potessero parlare, direbbero all’uomo: «Se non mi mangi, non avrai vita in te». Allo stesso modo Dio ci dice che, se non lo riceviamo, non avremo la vita divina in noi. Secondo la legge della trasformazione, ciò che è minore è trasformato nel maggiore: le sostanze chimiche in piante, le piante in animali, gli animali nell’uomo e l’uomo in Dio, senza, comunque, che l’uomo perda mai la sua personale identità.

Nella Comunione si dice comunemente che noi «riceviamo» Nostro Signore per aver in noi la sua Vita divina, ben più d’un neonato che riceve la vita umana dalla propria madre, poiché, in quest’ultimo caso, l’essere umano è nutrito da un altro essere umano (da un suo pari), mentre nella Comunione l’essere umano riceve la Vita divina da Dio. Ma, in realtà, a ben vedere, nella Comunione non siamo tanto noi a ricevere Cristo: è Cristo che riceve noi, incorporandoci a Lui.

Sappiamo di non esserne degni. Ogni amore, in verità, si ritiene indegno. L’amante è sempre in ginocchio, l’amato sempre su un piedistallo. Perciò prima di ricevere la Comunione, ripetiamo con il sacerdote: Domine, non sum dignus, “o Signore, non sono degno». È come se non avessimo il coraggio di accostarci alla Sacra Mensa, consapevoli di non esser meritevoli del Dono di Dio.

È da notare che, anche in natura, non esiste comunione senza sacrificio. Come non possiamo fare nessuna «comunione naturale» col cibo senza che esso sia stato trattato e messo sul fuoco, e gli animali siano stati sottoposti al coltello e soggetti a purificazione, così non possiamo fare Comunione con Cristo senza che prima ci sia stata una morte. Ecco perché la Messa non è solo una cerimonia, è un Sacrificio che termina nella Comunione. La Comunione è la conseguenza del Calvario; viviamo di ciò che uccidiamo. I nostri corpi vivono dell’uccisione degli animali da campo e delle piante da giardino; riceviamo la vita dalla loro crocifissione; noi li uccidiamo non per il gusto di distruggere ma per avere la vita in maggior abbondanza. Noi li immoliamo per l’utilità che ricaviamo dalla comunione con loro.

Per un magnifico paradosso dell’Amore divino, Dio fa della Croce un reale mezzo di salvezza.

Noi lo abbiamo ucciso; lo abbiamo inchiodato e crocifisso; ma l’amore illimitato del suo Cuore non poteva esaurirsi. Egli voleva darci la vera Vita, che noi abbiamo ucciso; il vero Cibo, che noi abbiamo distrutto; voleva nutrirci con il vero Pane, che noi abbiamo seppellito, e con il vero Sangue, che noi abbiamo versato. Noi abbiamo trasformato il nostro effettivo crimine in una felice colpa. Abbiamo convertito una Crocifissione in una Redenzione; un’immolazione in una comunione; una morte in una vita senza fine.

Ed è proprio questo che rende l’uomo un mistero! Che l’uomo — fatto a immagine e somiglianza di Dio, che è amore — debba essere amato, non è un mistero. Ma perché egli non ami in contraccambio, questo è un grande mistero. Perché il nostro dolcissimo Iddio deve essere il grande Non-Amato, perché l’Amore non è amato? Egli è amato in tutti quelli che si uniscono a Cristo, Sacerdote e Vittima.
 

Fulton J. Sheen, Arcivescovo

 

 

 

NOTE:

1 La teologia della liturgia, Abbazia di Fontgombault, 2224 luglio 2001.

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Mons. Luigi Negri


   

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