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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

Giovedì, 19 Dicembre 2013 22:25

Paradiso

Cosa dice la Bibbia del paradiso? E’ scritto nella Bibbia, in Giovanni 14:2,3 (NR): “Nella casa del Padre mio ci son molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi.”

Il paradiso è al di là della nostra comprensione. E’ SCRITTO NELLA BIBBIA, in 1 Corinzi 2:9 (NR): “Ma, com’è scritto: ‘Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano.”

Come fu descritto il paradiso da Isaia? E’ scritto nella Bibbia, in Isaia 65:2123 (NR): “Essi costruiranno case e le abiteranno; pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto. Non costruiranno più perché un altro abiti, non pianteranno più perché un altro mangi; poiché i giorni del mio popolo saranno come i giorni degli alberi; i miei eletti godranno a lungo l’opera delle loro mani. Non si affaticheranno invano, e non avranno più figli per vederli morire all’improvviso; poiché saranno la discendenza dei benedetti del Signore e i loro rampolli staranno con essi.”

La pace riempirà anche il regno animale. E’ scritto nella Bibbia, in Isaia 65:25 (NR): “Il lupo e l’agnello pascoleranno assieme, il leone mangerà il foraggio come il bue, e il serpente si nutrirà di polvere. Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo, dice il Signore.”

L’handicappato sarà guarito. E’ scritto nella Bibbia, in Isaia 35:5,6 (NR): “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi, e saranno sturati gli orecchi dei sordi; allora lo zoppo salterà come un cervo, e la lingua del muto canterà di gioia; perché delle acque sgorgheranno nel deserto, e dei torrenti nei luoghi solitari.”

Dio vivrà con il Suo popolo e la morte, il pianto e il dolore finiranno. E’ scritto nella Bibbia, in Apocalisse 21:3.4 (NR): “Udii una gran voce dal trono, che diceva: ‘Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio. Egli asciugherà ogni lagrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte; né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate.”

Venerdì, 13 Dicembre 2013 10:06

Breve introduzione

Russell


Chi sono i Testimoni di Geova - 

LA VITA DI CHARLES RUSSEL, FONDATORE DEI TESTIMONI DI GEOVA

Charles Taze Russel nacque in Pennsylvania nel febbraio del 1852.

All'età di quindici anni era uno scettico in quanto alla fede, ma poco dopo cominciò a studiare la Bibbia costruendosi un metodo personale per la sua interpretazione; questo metodo rimane ancora oggi il fondamento teologico dei Testimoni di Geova. Nel 1870 organizzò un gruppo di studio a Pittsburgh e sei anni dopo ne venne nominato "pastore"; ma non fu mai riconosciuto né consacrato pastore dai fratelli anziani, nel senso biblico neotestamentario di questo termine.

Nel 1879 finanziò la Zion’s Watch Tower (Torre di Guardia di Sion), un periodico che entro quello stesso anno salì alla tiratura di seimila copie e nel 1961 raggiunse la stupefacente quota di 3 milioni e 800 mila copie. Dieci anni dopo, Russell diede inizio alla Società dei Trattati della Torre di Guardia. Questa ed altre società simili stampano una quantità enorme di pubblicazioni, che vengono diffuse largamente in ogni città degli Stati Uniti, in Italia, e nel resto del mondo.

In seguito ad accuse di avere una relazione al di fuori del matrimonio e di avere commesso irregolarità nell’amministrazione delle attività della Zion, Russell fu lasciato dalla moglie, che nel 1987 si separò da lui e nel 1906 ottenne il divorzio. In seguito Russel dovette pagarle oltre 3 milioni di alimenti, un pagamento che aveva evitato mediante un falso trasferimento di azioni.

Gran parte della vita di quest’uomo è scritta su verbali di Tribunali; passando da un processo all’altro, fu sempre riconosciuto colpevole e alla fine smarscherato come spergiuro, impostore, falso ministro di culto. Nel primo decennio del nostro secolo Russell mise in vendita, al costo di un dollaro la libbra, del «grano miracoloso», promettendo dei raccolti cinque volte superiori a qualsiasi altro. Un giornale, il Brooklyn Daily Eagle, denunciò la truffa in un suo articolo e Russell chiese, per questo motivo, un risarcimento di 100 mila dollari per diffamazione; ma perdette la causa, quando i periti dichiararono di non aver trovato alcuna superiorità in quel grano. Davanti ad un altro tribunale, nel Canada, Russel fu costretto ad ammettere di non conoscere la lingua greca, che aveva dichiarato sotto giuramento di conoscere. Fu dichiarato colpevole di falso giuramento. Questi fu l’uomo che ha fondato il gruppo dei testimoni di Geova, agli insegnamenti del quale milioni di persone affidano la loro vita e il loro destino eterno.

Le dottrine di Russel si diffusero anche per la forte personalità e il talento letterario del loro autore. La sua opera maggiore uscì in sei volumi, col titolo di Studies in the Scriptures, un’opera che egli metteva sullo stesso piano e anzi al disopra della Bibbia. Non solo, infatti, riteneva i suoi scritti necessari alla comprensione della Bibbia, ma «giunse ad affermare che sarebbe stato meglio non leggere le Scritture e leggere i suoi libri, anziché leggere le Scritture e trascurare i suoi libri» (Martin-Klann, Il Geova della Torre di Guardia, p. 32). Nonostante questa gravissima affermazione, dei suoi scritti sono state diffuse più di 16 milioni di copie, pubblicate in 35 lingue diverse.

Il 16 ottobre 1916, sul treno, mentre ritornava in Texas da uno dei suoi giri di conferenze, Charles Taze Russel morì. A proposito dei suoi funerali, sulla Torre di Guardia del 1916 furono riportate le seguenti righe dove Russel viene addirittura innalzato in modo blasfemo allo stesso livello di Gesù:

«Charles Taze Russell, tu sei stato incoronato come re dal Signore; e per i secoli dei secoli il tuo nome sarà conosciuto fra le genti, e i tuoi nemici verranno e adoreranno ai tuoi piedi» (La Torre di Guardia di Sion, 1 dicembre 1916, pp. 366, 367).
Brevemente, citiamo anche le altre due figure fondamentali per i testimoni di Geova. Il primo è Joseph Franklin Rutherford, che fu il secondo presidente della Torre di Guardia, il quale tentò di demolire il mito del suo predecessore, eliminando dalla sede centrale della società ogni sua immagine, e innalzando se stesso al suo posto. Opporsi alla sua volontà era come opporsi a Dio. Rutherford reinterpretò tutte quelle Scritture che servivano a rafforzare la sua posizione all’interno dell’organizzazione e le adattò ai suoi schemi. In una cosa assomigliò a Russell: anche lui predisse la fine del mondo *, ma si sbagliò altrettanto miseramente del suo predecessore.

L’altra figura che vogliamo considerare è quella del terzo presidente dell’organizzazione, Nathan Homer Knorr. Ai suoi tempi fu insediato un comitato al quale da allora in poi spetta il compito di provvedere direttive all’intera organizzazione, e che tutt’oggi, conosciuto come Corpo Direttivo, rappresenta in effetti, «la Voce di Geova»; è soltanto ad esso che spetta il compito di far fluire le verità divine all’intera associazione mondiale dei Testimoni, e a nessun altro. È quest’organismo collegiale, composto esclusivamente da maschi di razza bianca, che detta le regole sull’abbigliamento, sulle abitudini sessuali nel matrimonio, sull’organizzazione delle adunanze, sul numero di ore da dedicare al proselitismo, sulla scelta dello svago e su ciò che si può o non si può leggere. Quando uno qualsiasi dei più di cinque milioni di aderenti al gruppo viene meno nell’osservanza di una delle migliaia di regole stabilite da questa pervasiva e onnipresente oligarchia, viene immantinente scomunicato o, per usare un termine a loro caro, «disassociato».

* Nota: Ricordiamo che Russel, per le sue predizioni (poi rivelatesi sbagliate), attinse anche a sistemi occulti come la piramidologia (lo studio della Grande Piramide egizia) e la numerologia; vedi in particolare C.T. Russell, Thy Kingdom Come, vol. 3 di Studies in the Scriptures, ed. 1916, pagg. 322 e 342.


 

LE DOTTRINE DEI TESTIMONI DI GEOVA

Il messaggio centrale dei testimoni di Geova, quello che spiega il loro successo, è l’annuncio di un nuovo mondo: un messaggio che risponde ai desideri degli uomini e soddisfa le loro attese nel modo più facile ed allettante. Uno degli opuscoletti diffusi dai testimoni di Geova è La buona notizia del regno e proprio ad esso attingeremo, citando brani anche estesi, per avere davanti a noi le loro dottrine nelle stesse loro parole (se non c’è altra indicazione, i numeri di pagina si riferiscono a questo opuscolo).

La Trinità. I testimoni di Geova negano con forza la Trinità. «C’è un solo vero Dio che è onnipotente e supremo… Chi vuole la vita, incluso il Suo Figlio principale, Cristo Gesù, deve riconoscere la Sua supremazia ed assoggettarsi a Lui» (p. 5). «Gesù e Geova-Dio non sono la stessa persona, né Gesù è uguale a Dio. Solo Geova è supremo» (p. 6). Lo Spirito Santo è soltanto la potenza di Dio, non è personale né divino.

Che cosa rispondere a queste affermazioni? L’insegnamento biblico intorno alla Trinità nasce dal fatto che nella Bibbia tre Persone vengono riconosciute come divine: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo. Basta vedere le numerose, esplicite testimoniante di Genesi 1:26; Matteo 28:19; 1 Corinzi 12:46; 1 Pietro 1:2, 1 Giovanni 5:7,8. (Per uno studio dettagliato che dimostra come la Trinità sia una dottrina della Bibbia si veda qui).

Il fatto che neghino la divinità di Gesù Cristo e la Sua essenziale uguaglianza con Dio il Padre, pone i testimoni di Geova al di fuori del Cristianesimo. La Parola di Dio dichiara riguardo a Cristo: «Poiché in Lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità» (Colossesi 2:9). «Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio» (Giovanni 1:1). «Poiché Egli, che era sempre stato Dio per la Sua natura, non si tenne stretto alle Sue prerogative di uguaglianza con Dio, ma si svestì di ogni privilegio acconsentendo d’essere uno schiavo e di nascere come un uomo mortale» (Filippesi 2:6,7).

Espiazione e riscatto. Poiché riconoscono che l’uomo è un peccatore, anche se il loro concetto di peccato non è profondo, i testimoni di Geova descrivono la redenzione come un riscatto: «Così Geova-Dio, mandato il Suo Figliuolo Gesù Cristo sulla terra, per mezzo di Lui e della Sua morte provvide un prezzo di riscatto… Per mezzo del riscatto Cristo Gesù ricuperò ciò che era perduto, ossia una perfetta vita umana con i suoi diritti e le sue prospettive terrene» (p. 13). Avendo dato questa vita umana, Egli non potè riprenderla e quindi risuscitò come «creatura di Spirito». «La Bibbia indica che per mezzo di questo riscatto ad alcuni sarà data la vita nei cieli, ed altri sulla terra» (p. 15).

Notate che ciò che fu perduto, e che doveva perciò essere redento non è la vita spirituale, ma «la perfetta vita umana con i suoi diritti e le sue prospettive terrene». Secondo questa setta, la morte di Gesù ha semplicemente ristabilito il diritto dell’uomo di vivere una tranquilla vita di perfezione sulla terra. C’è qui ben poca consapevolezza del peccato quale grave offesa contro un Dio santo, né si comprende la profonda necessità di un’espiazione vicaria, compiuta da Cristo per mezzo del suo sangue, perché la giustizia e la santità di Dio ricevessero soddisfazione. In Matteo 20:28 e in Marco 10:45 la morte di Gesù viene descritta come un riscatto, ma Giovanni 1:29 e 1 Pietro 2:24 mostrano che l’obiettivo di questa morte era la liberazione dal peccato, non la semplice acquisizione di una benedizione terrena. I testimoni di Geova hanno una visione inesatta del peccato, della salvezza, della redenzione e dell’espiazione vicaria mediante il sangue di Cristo.

«Milioni ora viventi non moriranno mai». Questo titolo viene spesso diffuso come un messaggio. La convinzione dei testimoni di Geova è che fra non molto, durante l’attuale generazione, Dio distruggerà le forze di Satana nella battaglia di Harmaghedon. Nel giorno in cui questa battaglia avverrà Satana sarà annientato per sempre e, da quel momento, tutti coloro che hanno accettato il messaggio dei testimoni di Geova vivranno una vita felice su una terra rinnovata.

Quando i testimoni di Geova annunziarono una conferenza che aveva il titolo sopra riportato, un Pastore evangelico ideò un eloquente messaggio in risposta a quel titolo. Fondandosi su Efesini 2:2, egli annunciò un sermone sul tema: «Milioni ora viventi sono già morti». La speranza su cui insistono i testimoni di Geova, legata alla terra, indica che la loro religione è priva della speranza del cielo e rivela che il loro anelito è rivolto a qualcosa di terreno: è rivolto ad una vita più facile sulla terra senza dover passare per il ravvedimento. È, come ben si vede, qualcosa di ben poco elevato e di molto grossolano. Questo spiega, in gran parte, la facilità con cui molti aderiscono alla setta; per il resto, tale adesione viene spiegata con la ossessiva opera di convincimento che viene compiuta dai propagandisti e dai responsabili della setta.

La seconda venuta di Gesù. Secondo i testimoni di Geova, Gesù è ritornato nel 1914. «Quando Gesù disse che sarebbe ritornato, non intese dire che sarebbe ritornato in carne visibile agli uomini viventi sulla terra. Egli ha dato la Sua vita terrena come un riscatto e non può perciò riprendersi tale vita… La Buona Notizia per oggi è che Cristo Gesù è ritornato, che il Regno di Dio per mezzo di Lui è stato stabilito ed estende attualmente la Sua legge al cielo…» (p.19). «Tutte le prove dimostrano che Gesù ha assunto il potere del Regno ed ha incominciato il Suo regno dal cielo nell’anno 1914″ (p.21).

Quali prove i testimoni di Geova presentano per dimostrare che Cristo è «ritornato» nel 1914? Essi indicano Matteo 24:3,7,8, dove guerre, carestie, terremoti e dolori sono preannunziati come segni del ritorno del Signore (pp. 20,21).

In realtà, questi sono i segni preannunciati dal Signore per il Suo ritorno, ma i testimoni di Geova dimenticano che il ritorno del Signore fu promesso come un ritorno visibile: «Uomini Galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù che è stato tolto da voi ed assunto in cielo, verrà nella medesima maniera che l’avete veduto andare in cielo» (Atti 1:11). Lo stesso capitolo del Vangelo di Matteo al quale i testimoni di Geova rimandano riguardo ai segni, contiene la promessa: «E allora apparirà nel cielo il segno del Figliuolo dell’Uomo, ed allora tutte le tribù della terra faranno cordoglio e vedranno il Figliuol dell’Uomo venire sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria» (Matteo 24:30). È sufficiente un altro versetto, per smentire questa dottrina. Dopo la Sua risurrezione, Gesù disse a coloro i quali pensavano che Egli fosse uno spirito: «Guardate le mie mani ed i miei piedi, perché sono ben io; palpatemi e guardate; perché uno spirito non ha carne e ossa come vedete che io ho» (Luca 24:39).

Esiste un inferno senza fine? Nell’opuscolo dei testimoni di Geova si legge: «Alcune organizzazioni religiose sostengono che ci sarà una vita nel cielo o un tormento eterno in un fuoco d’inferno. Come abbiamo visto, la Bibbia non sostiene l’idea di un tormento eterno e non limita la speranza di una vita futura di pace e di felicità soltanto in cielo» (p. 18). «Così, quando una persona muore, la sua anima non va direttamente in cielo, e non va neppure in un luogo di tormento chiamato inferno» (p. 11). «La pura e semplice verità a questo riguardo è che, quando una persona muore, entra nell’incoscienza e non sa più nulla» (p. 12).

I testimoni di Geova condividono con gli Avventisti del Settimo Giorno la teoria del sonno delle anime, ossia la convinzione che le persone, morendo, cessano d’esistere. Questi due gruppi condividono anche la credenza che il destino dei malvagi sia l’annientamento totale e che l’anima non si separa mai dal corpo: se muore il corpo, muore anche l’anima. Che questa sia una convinzione del tutto falsa appare chiaramente da Matteo 10:28: «E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire il corpo e l’anima nella geenna» (vedi anche Apocalisse 20:15).

Usanze civili. Ormai da lungo tempo i testimoni di Geova sono fermi nel loro rifiuto di salutare la bandiera nazionale. «I Testimoni di Geova non salutano la bandiera di alcuna nazione» (Let God be true, 1946 p. 234). Essi si oppongono fermamente al servizio militare di ogni tipo, anche in forze non combattenti.

Per poter restar fermi in queste loro prese di posizione, alquanto arbitrarie e per la verità poco civili, i testimoni di Geova ignorano completamente Romani 13:115. In questo passo, infatti, Paolo insiste che i cristiani devono essere soggetti ai conduttori della nazione e li devono onorare con l’ubbidienza; al v. 5 l’apostolo spiega anche il motivo per cui devono comportarsi così: «Perciò è necessario star soggetti non soltanto a motivo della punizione, ma anche per motivi di coscienza».

A partire dal 1945 giunsero alla conclusione, annunziata nella Torre di Guardia, che le trasfusioni di sangue sono contrarie alla legge divine. Questa convinzione deriva da un’interpretazione chiaramente arbitraria ed errata di Levitico 17:14.


CONCLUSIONE

Tirando un po» le somme su questo movimento, innanzitutto rileveremo che i testimoni di Geova presentano «un altro vangelo», grossolano e terreno: essi non hanno alcuna speranza nel ritorno visibile di Cristo o in un’eterna gioia in cielo, alla presenza di Dio. Il loro è un tentativo di raggiungere un «nuovo mondo» senza passare attraverso la rigenerazione personale (la nuova nascita in Cristo) che è proprio il requisito fondamentale posto dal Vangelo.

Inoltre le opere hanno, in questo movimento come in tutte le dottrine umane, un’importanza preminente: «Per ottenere l’approvazione finale da parte di Geova», spiega This Good News of the Kingdom, bisogna «restare fedeli a Geova fino ad Harmaghedon, e poi nel nuovo mondo. Se volete essere fra queste persone, dovete dimostrare di essere il tipo di persona che Geova vuole in questo mondo» (p. 30). Il concetto cristiano di grazia, il dono immeritato di un Dio d’amore sparisce.

I testimoni di Geova dicono che riconoscono la Bibbia come l’unica Parola di Dio, la sola ad essere ispirata, e anche questo loro richiamarsi alla Bibbia spiega in parte il loro successo. Oggi, se interrogati al riguardo, essi negano di porre gli scritti di Russell o di Rutherford sullo stesso piano della Bibbia e molti di loro credono nella Bibbia, anche se ne ignorano gli insegnamenti. Ma di fatto hanno travisato il messaggio biblico giungendo perfino, molto temerariamente, a manipolare il testo delle Scritture. La loro traduzione della Bibbia l’hanno chiamata Traduzione del Nuovo Mondo ed ha subito modifiche al testo, in appoggio alla loro negazione della divinità di Cristo (si veda questo studio comparato).

L’ignoranza delle persone riguardo alla Bibbia e ai suoi insegnamenti ha fatto il gioco di questa organizzazione. Di tale ignoranza, infatti, approfittano i «testimoni» che vengono addestrati a dare alcune spiegazioni-tipo, partendo dal greco o dall’ebraico e facendo grande impressione sull’uomo comune non istruito. Questo fatto è un urgente invito a studiare a fondo la Bibbia, per poter contrapporre la verità cristiana a tutte le sfrontate bugie di una dottrina che, inventata da un uomo che non aveva il minimo senso delle cose spirituali, irretisce troppa gente spesso semplice e in buona fede.

Sabato, 07 Dicembre 2013 00:00

Kerygma e Dogma

ConcilioLa storia del cristianesimo è puntellata dal rapporto fra l’annuncio della Buona Novella (che il linguaggio delle origini designa col termine greco kerygma) e la sua pensabilità (espressa dal termine dogma).

 

L’articolazione stessa di questo rapporto è sempre stata al centro di vivaci discussioni: basti pensare al grande dibattito cristologico dei primi secoli, al periodo della Riforma, o alle riflessioni del cosiddetto modernismo; ma anche alla sfida lanciata dall’esegesi storico-critica, che si propone il compito di scrutare i testi biblici al di là – o al di qua, se si preferisce – del loro essere Parola di Dio, parte di una Rivelazione, e cioè nel loro contesto culturale e storico, a prescindere dalle interpretazioni che si sono accumulate su di essi.

 

Il cattolico che intenda accostarsi alla divina Rivelazione, dal canto suo, sa di poter contare su tre elementi, che debbono armonicamente compenetrarsi:

 

a) l’intelletto, che come scrive Tommaso d’Aquino, «fra tutte le realtà umane, è quella che Dio ama al di sopra di tutte» (In X Eth., lect. 13);

 

b) la comunità, ovvero la Chiesa e la sua viva Tradizione (non c’è spazio per una lettura individualistica);

 

c) lo Spirito, ovvero la partecipazione all’amicizia di Dio, l’inabitazione della Grazia (per cui la Bibbia «va letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta»: come puntualizza la Costituzione dogmatica Dei Verbum, § 12).

 

L’estensione esclusiva di uno solo di questi elementi, a scapito degli altri, verrà rispettivamente imputata al razionalista, al pedante o all’entusiasta. Ciascuna di queste letture, in qualche modo, si renderebbe di fatto manchevole dinnanzi alla verità del depositum Fidei, nell’incapacità di accoglierla come un tutto (è il principio dell’eresia: la “scelta” di una parte o dell’altra dell’intero). E quest’interezza, nell’ambito della dottrina cattolica, è garantita appunto dalla divino-umanità di Cristo, ossia dal dogma dell’Incarnazione.

 

È scorretto, sempre seguendo una prospettiva cattolica, guardare al dogma come ad una sorta di “strettoia del pensiero”, quasi fosse un’opinione arbitraria imposta dalla Chiesa: innanzitutto perché il Magistero della Chiesa non ha mai dichiarato dogmi attinenti alla propria organizzazione giuridica, agli aspetti minori delle proprie istituzioni visibili, o alle pratiche variabili della devozione (che possono esprimersi anche in maniera scorretta rispetto alla fede, com’è accaduto fin dalle origini: vedi ad esempio quanto è detto in Colossesi 2,18-23).

 

Il dogma non è nemmeno, semplicemente, una “definizione”. Potremmo definirlo piuttosto come l’espressione dell’inesprimibile, come la formulazione di una verità di fede, contenuta nella Rivelazione, che altrimenti non risulterebbe accessibile agli sforzi della ricerca umana.

 

I vari dogmi si inseriscono così nel cammino di approfondimento dinamico della Rivelazione divina da parte della Chiesa, rappresentando altrettanti passi in un percorso di ri-conoscenza, come tante «luci sul cammino della nostra fede» (Catechismo della Chiesa cattolica, § 89). Ma tutto ciò non implica affatto che la verità della fede sia esauribile in una serie di formulazioni. Citando l’apostolo Paolo: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco solo in parte, ma allora [alla fine dei tempi] conoscerò perfettamente» (1Cor 13,12). Tuttavia, se Paolo afferma che ora conosce solo “in parte”, questo “in parte” (in greco: ek merous) non esclude nemmeno la pienezza nella quale egli conosce.

 

La conoscenza ek merous non sarà eliminata perché falsa, ma perché il suo ruolo non era altro che quello di farci aderire alla pienezza che supera ogni facoltà umana di conoscere. E questa pienezza, come ribadito dal Concilio Vaticano II, non è altri che la persona di Cristo (Dei Verbum, § 8). Il dogma è allora come un confine, che viene di volta in volta tracciato per custodire la fede. Il compito primario di questo confine non è la conquista di un territorio inedito, completamente nuovo, ma l’affermazione e la scoperta di quanto già si conosceva, sebbene solo implicitamente.

 

È quanto afferma, apparentemente rovesciando i termini del nostro discorso, Basilio di Cesarea (330-379), distinguendo appunto fra dogma e kerygma. Il dogma, stando a Basilio, sarebbe da intendersi come un «insegnamento non reso pubblico, che i nostri padri hanno custodito», mentre il kerygma come una «predicazione aperta, accessibile a tutti» (De Spiritu Sancto, 27). Parlando di tradizioni non rese pubbliche, Basilio non intende riferirsi a dottrine o a pratiche riservate a un ristretto gruppo di credenti all’interno della Chiesa (come nella sensibilità di molti dei testi che la Chiesa dichiarerà “apocrifi”), ma a dottrine e pratiche il cui senso risulta pienamente comprensibile solo all’insieme dei fedeli che partecipano alla vita sacramentale e liturgica della Chiesa: chi ne resta “escluso”, per così dire, sono i non credenti, o quanti devono essere ancora catechizzati.

 

Tutto ciò ricorda molto da vicino un celebre assunto di Pavel Florenskij, sull’«esperienza religiosa viva come unico metodo legittimo per conoscere i dogmi». Ma il punto più notevole, nella distinzione operata da Basilio, è l’idea che la tradizione non pubblica dei “dogmi” possa essere proclamata pubblicamente, divenendo in tal modo “predicazione” (kerygma), quando una necessità (per esempio la lotta contro un’eresia) obbliga la Chiesa a pronunciarsi.

 

Il processo di sviluppo storico del dogma, secondo la dottrina tradizionale del cattolicesimo, non riguarderà quindi il contenuto della Rivelazione, quanto la conoscenza che i cristiani ne hanno attraverso i tempi. Non vi può essere contraddizione fra le fonti della fede (la ragione che scruta il creato, la Rivelazione e la Tradizione della Chiesa) e la definizione di un dogma. E tale definizione si rende necessaria, storicamente, ogni qual volta la comunità dei fedeli ne avverta l’esigenza.

 

Come scrisse Gilbert K. Chesterton, con l’arguzia che gli era consueta, «le verità si mutano in dogmi nel momento in cui sono discusse. Così, (…) lo scetticismo del nostro tempo non distrugge realmente le credenze, le crea; conferisce ad esse i loro confini e la loro forma chiara e ardita… La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diverrà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; ma diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; ma sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere, non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancor più incredibile: questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto».

 

(Luigi Walt)

Giovedì, 05 Dicembre 2013 23:40

Come è fatta la Bibbia.

LA SACRA BIBBIA

 Iniziamo col dire che la Bibbia ancor prima che essere il libro di riferimento per tutti i cristiani lo è per gli Ebrei che nei libri dell’Antico Testamento conservarono la Parola di Dio, ispirata agli uomini, affinché si realizasse per mezzo loro la manifestazione di Dio all’umanità intera.La parola «Bibbia» sembra indicare un solo libro; invece essa deriva da un nome plurale: «biblia», che in greco vuol dire «libri». 

Si tratta infatti di una piccola bibliote­ca formata da 73 libri, tra grandi e pic­coli, 46 dei quali, scritti prima della venuta di Gesù, sono L’ANTICO TESTAMENTO, mentre i rimanenti 27, scritti dopo la venuta di Gesù, sono IL NUOVO TESTAMENTO.Vedremo più avanti, come a seconda delle confessioni cristiane il numero dei libri può variare.

 

Ogni credente deve conoscere almeno i nomi, gli autori e la data di composizione di questi libri. Eccone quindi l’elenco secondo l’ordine comu­nemente seguito.

 

Al titolo di ogni libro abbiamo aggiun­to l’indicazione del secolo o dell’anno in cui fu scritto: quando i numeri sono due, il primo si riferisce ai documenti più antichi contenuti nel libro, o alla sua prima fase di composizione; il secondo alla composizione o redazione definiti­va. Infatti alcuni di questi libri ebbero una storia molto lunga e complicata: la loro composizione poté durare anche dei secoli.

 LIBRI DELL ANTICO TESTAMENTO

LIBRI STORICI

Il «Pentateuco», cioè i «cinque libri» attribuiti a Mosé: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio: sec. XIII-VI avanti Cristo. 

Giosué: secoli XII-VII av. C.

Giudici: sec. XII-VII av. C.

Rut: sec. VIIVI av. C.

1° e 2° di Samuele: sec. XI-VII av. C.

i° e 2° dei Re: sec. VII-VI av. C.

i° e 2° delle Cronache (o Paralipòmeni): sec. VI av. C.

Esdra e Neemia: sec. V-IV av. C.

Tobia: sec. III av. C.

Giuditta: sec. II av. C.

Ester: sec. IV av. C.

i° dei Maccabei: circa il 140 av. C.

2° dei Maccabei: circa il 110 av. C.

 

LIBRI DIDATTICI

Giobbe: sec. V av. C.

Salmi: sec. XI-IV av. C.

Proverbi: sec. X– IV av. C.

Ecclesiaste (o Qoelet): sec. III av. C.

Cantico dei Cantici: sec. IV av. C.

Sapienza: circa il 100 av. C.

Ecclesiastico (o Siràcide): circa il 190 av. C.

LIBRI PROFETICI

I quattro profeti maggiori: Isaia: sec. VIII av. C.

(i capi 4o-66 sono del secolo VI av. C.)

Geremia: sec. VII-VI av. C.,

con Baruch: sec VI av. C.

e con le Lamentazioni (o Threni): circa il 586 av. C.

Ezechiele: sec. VI av. C.

Daniele: sec. VI-II av. C.

I dodici profeti minori:

Osea: sec. VIII av. C.

Gioele: sec. V av. C.

Amos: sec. VIII av. C.

Abdia: sec. VI-V av. C.

Giona: sec. V-IV av. C.

Michea: sec. VIII av. C.

Nahum: circa il 620 av. C.

Abacuc: circa il 620 av. C.

Sofonia: circa il 640630 av. C.

Aggeo: nell’anno 520 av. C.

Zaccaria: negli anni 520518 av. C. (i capi 914 sono del secolo IV)

Malachia: tra il 500 e il 455 av. C.

LIBRI DEL NUOVO TESTAMENTO

LIBRI STORICI

I quattro Vangeli (o Evangeli):

Matteo: circa l’anno 50 dopo Cristo.

Marco: circa l’anno 55 dopo C.

Luca: circa il 60 d. C.

Giovanni: circa l’anno 65 d. C.

Gli Atti degli Apostoli: nel 63 d. C.

LIBRI DIDATTICI

Le quattordici Epistole (o Lettere) di S. Paolo:

Ai Romani: anno 58 d. C.

1 e 2 ai Corinzi: anni 56 e 57 d. C.

Ai Galati: anno 55 o 56 d. C.

Agli Efesini: tra il 61 e il 63 d. C.

Ai Filippesi: circa il 61 d. C.

Ai Colossesi: tra il 61 e il 63 d. C.

1 e 2 ai Tessalonicesi: anno 50 e 52 d. C.

1 e 2 a Timoteo: anni 6465 e 6667 d. C.

A Tito: circa l’anno 65 d. C.

A Filemone: tra il 61 e il 63 d. C.

Agli Ebrei: circa l’anno 67 d. C.

Le sette Epistole dette «Cattoliche»:

Di Giacomo: circa l’anno 49 (oppure verso l’anno 60)

1 e 2 di Pietro: negli anni 6364 e 67 d. C.

1, 2 e 3 di Giovanni: verso il 100 d. C.

Di Giuda: circa il 6364 d. C.

LIBRO PROFETICO

L’Apocalisse di San Giovanni: circa l’anno 95 d. C. 

 

I GENERI LETTERARI

Per comprendere davvero la Bibbia non possiamo fare a meno di valutare i differenti generi letterari che ci permettono di inquadrare in modo corretto i molteplici passi, spesso non semplici, in essa contenuti.

I generi letterari sono le varie forme o maniere di scrivere comunemente usate tra gli uomini di una data epoca e regione, poste in relazione costante con determinati contenuti.

 Nell» Antico Testamento si può trovare poesia popolare (canti del lavoro, dell’amore, del custode o della vittoria, satire, enigmi…), prosa ufficiale (patti, simboli della fede, leggi, istruzioni, esortazioni, cataloghi, lettere…), narrazioni (miti, saghe, racconti eziologici, fiabe, memorie, informazioni, autobiografie…), letteratura profetica (oracoli, visioni, sogni, apocalissi…), generi sapienziali (proverbi, sentenze…), ecc.

Quanto al Nuovo Testamento, nei Vangeli sinottici troviamo detti profetici e sapienziali, paradigmi, parabole, dispute, sentenze, racconti di miracoli, storie della passione, ecc.; nelle lettere si incontrano inni, confessioni di fede, cataloghi di vizi e virtù, precetti per la famiglia, formule di fede, dossologie, ecc.; negli Atti abbiamo discorsi, sommari, preghiere, lettere, racconti di missione, racconti di viaggi, ecc.

Avere coscienza della peculiarità dei generi è molto importante per il nostro accostarci alla Bibbia, proprio perché siamo tentati di livellare i suoi diversi modi di esprimersi. Questo vale soprattutto per le narrazioni, che si tende sempre a leggere come fossero cronache dei fatti, senza sapere poi come affrontare gli inevitabili problemi di storicità di testi che non sono resoconti storici o lo sono in modo assai diverso dal nostro scrivere storia.

 

I testi biblici sono stati scritti con generi letterari diversi, per approfondimento rimanderemo ad un altro articolo, per ora diciamo che abbiamo questi generi:

STORICO, DIDATTICO E PROFETICO.

Questa divisione è stata fatta perché alcuni libri della Bibbia intendono rife­rire fatti storici, veramente successi, altri intendono solo dare un insegna­mento, altri ancora enunciare avveni­menti futuri.

La divisione tuttavia non è rigidissi­ma: alcuni libri «storici» contengono parentesi «didattiche» o «profetiche» e viceversa. Talvolta ancora la storia è insegnata attraverso una composizione poetica (come il racconto della creazio­ne in Genesi 1 e 2, o come quella del pec­cato originale in Genesi 2).

Ad ogni modo quando risulta chiaro che l’Autore intende narrare fatti storici non v’è motivo per dubitare della loro storicità.

Ciò è particolarmente evidente nelle narrazioni evangeliche, scritte da testi­moni oculari o da loro contemporanei degni della massima fede, e mai con­traddetti neppure dai nemici di Cristo.

Se si aggiunge la perfetta concordanza tra gli avvenimenti narrati dalla Bibbia e quelli della storia profana, l’esatta descrizione dei luoghi, la perfetta cono­scenza delle usanze e della mentalità del tempo, e soprattutto il credito straordi­nario che i Vangeli hanno riscosso tra i contemporanei fino a indurli a dare la vita per testimoniarne la verità, allora si comprende che quanto detto nei Vangeli non è che la narrazione fedele di quanto è storicamente.

TUTTO IL TESTO BIBLICO È STATO SCRITTO SOTTO ISPIRAZIONE DI DIO, ED HA PERCIò DIO COME AUTORE PRINCIPALE.

Questa affermazione, può essere accettata solo da chi ha già la Fede.

Per il credente, infatti, la Bibbia non è solo un documento storico-letterario, ma è anche e soprattutto il messaggio di Dio all’umanità.

Questa speciale assistenza di Dio è chiamata «ispirazione».

Nella «Ispirazione divina» l’assistenza di Dio si è estesa non solo alla mente ed alla volontà del­l’autore umano, ma anche all’atto dello scrivere. Ne consegue che il criterio base per sapere quali cose Dio ci ha voluto dire (o, con parola tecnica, «rivelare») nella Bibbia, è di «ricercare con attenzione che cosa in realtà gli scrittori sacri, ispirati da Dio, abbiano voluto significare»

I VANGELI

I quattro Vangeli — scritti da Matteo, Marco, Luca e Giovanni — sono la «Magna charta» del Cristiano, perché essi ci testimoniano l’esistenza, l’opera e l’insegnamento di Gesù.

Gesù stesso consacra i Vangeli come il Suo messaggio eterno di salvezza, supe­riore ad ogni altro messaggio umano «Il cielo e la terra (ossia qualsiasi dottrina che nasce dalle creature) passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Marco 13,31).

Ecco perché dobbiamo anzitutto conoscere come sono nati i Vangeli; poi dobbiamo accertarci che gli Autori furo­no bene informati e sinceri, ossia che quanto essi dicono è veramente avvenu­to nella storia; e, infine, dobbiamo dare le prove che i loro scritti sono giunti integri fino a noi.

I — COME E QUANDO SONO NATI I VANGELI

Le persone che sono vissute con Gesù in Palestina 2000 anni fa, che hanno ascoltato le sue parole, che hanno assistito ai suoi miracoli, che l’hanno visto morire in croce, e poi l’hanno rivisto risorto, non hanno potuto tacere questa loro esperienza straordinaria, ma l’han­no raccontata a voce a quante più per­sone potevano e, appena fu loro possibile, hanno messo questi fatti per iscritto, affinché nulla andasse perduto.

É nata così, tra i discepoli di Gesù, cioè nella prima Comunità cristiana, una «tradizione orale» di quello che Gesù ha fatto ed ha detto, tradizione che, attraversando i secoli, è giunta fino a noi proprio attraverso i vangeli scritti.

GESU’ nacque, visse e predicò la sua dottrina in Palestina, e qui morì crocifisso nell’anno 778 di Roma, corrispondente all’anno 30 dell’Era Cristiana.

Negli ultimi tre anni della sua vita, ossia negli anni 28, 29 e 30, Gesù predi­cò il suo Vangelo al popolo, raccogliendo attorno a Sé un piccolo numero di disce­poli che divennero i testimoni privile­giati del suo insegnamento e di suoi miracoli.

Da studi differenti c’è chi sposta la data della morte di Gesù all’anno 33, tre anni più o meno non sono rilevanti.

Sicuramente, già in questi anni alcuni dei suoi insegnamenti furono messi per iscritto: si tratta della raccolta di detti del Signore che gli studiosi chiamano “fonte Q”, e che confluì poi nei Vangeli.

Tra gli anni 30 e 45, la divulgazione orale del Cristianesimo varca i confini della Palestina raggiungendo la Siria (dove, ad Antiochia, i discepoli di Gesù furono per la prima volta chiamati “Cristiani”, l’Asia Minore e la stessa Roma.

Ed è proprio a Roma che, verso l’anno 42, la predi­cazione di Pietro viene messa per iscritto in lingua ebraica da Marco, suo segreta­rio e interprete. Questo primo Vangelo sarà poi tradotto dallo stesso Marco in lingua greca, e così giungerà a noi.

Attorno agli anni 50, in Palestina, l’a­postolo Matteo scrive il suo Vangelo in lingua ebraica, Vangelo che sarà in seguito tradotto in greco, mentre negli stessi anni il discepolo di Paolo, il medi­co antiocheno Luca, scrive, forse in Grecia, il suo Vangelo in lingua greca.

Infine, tra gli anni 60 e 70, l’apostolo Giovanni scrive a Efeso il quarto Vangelo, integrando i tre già esistenti in base alla propria conoscenza diretta dei fatti.

Gli originali dei Vangeli non sono giunti fino a noi; ma ciò non deve meravi­gliare perché essi furono quasi certamente scritti su fogli di papiro che sono assai fra­gili e deperibili.

Però di essi ne furono fatte subito copie dagli stessi contemporanei degli evangeli­sti e poi, su su nei secoli, moltissime altre copie in modo che — come dimostreremo tra poco — il testo dei Vangeli che noi oggi possediamo rispecchia fedelmente quello degli originali.

La datazione dei Vangeli che qui abbiamo riferita è oggi comunemente ammessa dagli studiosi più seri ed obiettivi, specialmente dopo il ritrova­mento degli antichissimi papiri che pre­senteremo in seguito. (Cfr. Carsten Thiede, Gesù, storia o leggenda?, Bologna 1992, pagg. 3153. Hugo Staudinger, Credibilità storica dei Vangeli, Bologna 1991, pagg.3151. Craig Blomberg, in: Indagine su Gesù, Casale 1991, pagg. 4248).

Per la datazione di Giovanni prima dell’anno 70 (fino ad ora era ritenuto della fine del primo secolo) si veda quanto dicono il Thiede a pag. 37, lo Staudinger alle pagg. 4243 e il Blomberg a pag. 47.

Si aggiunga che il grande studioso pro­testante Oscar Cullmann arretra la data­zione del Vangelo di Giovanni addirittura all’anno 50. (Cfr. l’intervista a Oscar Cullmann pubblicata sul Sabato del 20/02/93 a pag. 62).

Come si sa, una datazione molto più tardiva di tutti gli scritti del Nuovo Testamento era stata sostenuta, fin dall’i­nizio del nostro secolo, dagli studiosi di scuola illuministica (cfr. Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, Roma 1952, pagg. 207246) che, volendo negare la sto­ricità dei fatti soprannaturali (come i miracoli) narrati nei Vangeli, sostennero che i Vangeli stessi non riferiscono ogget­tivamente i detti e i fatti di Gesù, ma solo ciò che una comunità cristiana (che non aveva conosciuto né Gesù né gli Apostoli) pensava soggettivamente di Lui. Per giu­stificare un tale punto di vista era ovvia­mente necessario ipotizzare una composizione molto tarda dei testi evangelici, attorno all’anno 100 o anche dopo. E que­sta ipotesi di datazione tardiva (oggi smen­tita anche dagli ultimi ritrovamenti archeologici) fece scuola e influenzò pur­troppo anche molti biblisti cattolici e non.

IIGLI AUTORI DEI VANGELI SONO PERSONE BENE INFORMATE E DEGNE DI FEDE

Fin qui abbiamo detto cosa sono e come sono nati i Vangeli, ma ora dob­biamo dimostrare che i Vangeli ebbero come Autori persone che conobbero con esattezza i fatti e che erano degne di fede.

1) Ebbene, gli Autori dei Vangeli conoscono con esattezza le cose che scrivono essendo due di essi, Matteo e Giovanni, addirittura testimoni ocula­ri dei fatti che narrano; mentre gli altri due, Marco e Luca, hanno messo per iscritto la testimonianza di persone che sono vissute a lungo con Gesù, Luca spe­cialmente da Maria, mentre Marco da Pietro.

Inoltre, poiché gli Autori scrissero i loro Vangeli quasi subito dopo la morte di Gesù o, al massimo, entro i primi decenni quando ancora vivevano mol­tissimi testimoni oculari dei fatti che narrano, essi erano praticamente nella impossibilità di scrivere cose non vere, tanto che gli stessi nemici dei primi cri­stiani cercarono sì di perseguitarli imprigionandoli e uccidendoli, ma non poterono mai negare la verità dei fatti narrati nei Vangeli.

2) Che poi gli Evangelisti fossero per­sone degne di fede è dimostrato dal fatto che essi subirono persecuzioni e la stes­sa morte pur di non tradire la verità dei fatti da loro narrati.

IIIL TESTO DEI VANGELI È STATO TRASMESSO FEDELMENTE FINO A NOI.

Se è certo che gli Autori dei Vangeli hanno scritto quel che hanno visto e udito, possiamo anche essere certi che i loro scritti sono giunti intatti fino a noi?

Ossia, possiamo essere certi che i nostri Vangeli di oggi riferiscono con esattezza i fatti che riguardano Gesù avvenuti in Palestina 2.000 anni fa?

Per rispondere a questa domanda ri­percorriamo a ritroso, la «catena» dei testi evangelici, cominciando da quelli che oggi possediamo per discendere negli anni fino ai grandi Codici del IV secolo dopo Cristo, scritti su {tooltip}pergamena{end-texte}La pergamena (detta anche cartapecora o carta pecudina) è una pelle di animale non conciata e composta di collagene, utilizzata come supporto scrittorio fino al XIV secolo, quando venne gradatamente soppiantata dalla carta di canapa o d’altre fibre tessili.{end-tooltip}, ed ai numerosissimi frammenti di Van­gelo scritti sui fragili papiri, che sono databili ai primi decenni dalla morte di Gesù.

 I CODICI SCRITTI SU PERGAMENA

Si chiederà: dove i traduttori in lingua italiana hanno preso il testo originale greco? Rispondiamo che lo hanno preso dagli antichi codici del IV secolo dopo Cristo, scritti in lingua greca su perga­mena e che contengono tutto il testo dei Vangeli.

La ragione per cui si dovette atten­dere fino al IV secolo dopo Cristo per scri­vere i Vangeli su solidi fogli di pergamena è che solo nel IV secolo l’imperatore Costantino, con il rescritto di Milano del 313, concesse la libertà al Cristianesimo.

Solo allora i Vangeli (scritti prima nella semiclandestinità su economici ma fragili fogli di papiro) furono ricopiati sui più costosi ma solidissimi fogli di pergamena, e rilegati poi in forma di codice (cioè di libro).

Di questi codici ricorderemo qui solo i tre principali: Il Codice Vaticano; il Codice Sinaitico e il Codice Alessandrino.

Il Codice Vaticano (B,03) cosiddetto perché fin dal secolo XV è conservato nella Biblioteca Vaticana.

É il più antico dei grandi codici del IV secolo ed è anzi considerato molto vici­no all’epoca dei manoscritti su papiro.

É scritto su 3 colonne e contiene quasi tutto l’Antico Testamento, i quattro Vangeli integralmente e la maggior parte delle lettere degli Apostoli.

Il Codice Sinaitico (S,01), scoperto dal celebre papirologo von Tischendorf nel I Monastero di Santa Caterina sul monte Sinai. É scritto su 4 colonne.

É dell’inizio del IV secolo e contiene quasi tutto l’Antico Testamento, tutto il Nuovo Testamento.

Dopo molte vicissitudini è stato acquistato dal Museo Britannico di Lon­dra dove è conservato.

Alcuni fogli mancanti dello stesso codice furono più tardi ritrovati a S. Caterina e qui conservati.

Il Codice Alessandrino (A,02) è del secolo V e contiene quasi tutto l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento con solo poche lacune.

É pure conservato nel Museo Britan­nico di Londra.

Gli antichissimi frammenti di papiri evangelici furono ricopiati fedelmente, nel IV seco­lo (notiamo che nel IV sec. i papiri del Vangelo erano numerosissimi ed erano ancora intatti), sui robusti Codici di per­gamena, che fanno da «ponte» tra quelli e i Vangeli che noi oggi possedia­mo, ossia fanno da ponte tra Gesù e noi.

 GLI ANTICHISSIMI PAPIRI EVANGELICI DEI PRIMI DECENNI DOPO CRISTO

Quel che ci resta ora da dimostrare è che questi codici del IV secolo riproduco­no fedelmente gli antichissimi papiri scritti nei primi decenni dopo Cristo. Ed è appunto quanto ci accingiamo ora a fare.

Questi frammenti di papiri dei Vangeli — che vanno da Gesù al IV seco­lo — ne sono giunti a noi ben 4.680 par­ziali e circa 230 completi: ma il loro numero è destinato ad aumentare col procedere delle ricerche archeologiche.

Noi ne ricorderemo qui solo i princi­pali, per dimostrare che il loro testo è riprodotto esattamente nei grandi codi­ci del IV secolo.

Questi antichi papiri — anche se pic­coli — fanno infatti come da «tasselli di saggio» e confermano che tutto il testo dei Vangeli contenuto nei grandi Codici del IV secolo è fedele agli originali.

E incominciamo col mostrare il papi­ro Chester Beatty I (P45), ritrovato presso il Cairo nel 1930 ed ora custodito nel Museo Beatty di Dublino.

Esso è legato in forma di codice ed è databile alla prima metà del secolo III. Contiene gran parte dei Vangeli di Marco e di Luca, e degli Atti.

Più antico del Beatty I° è il codice in papiro P66, detto Bodmer II perché conservato nella Biblioteca Bodmer di Coligny, presso Ginevra.

É databile alla seconda metà del seco­lo II, forse anche verso il 150 d.C. Contiene i primi 14 capitoli del Vangelo di Giovanni, dai versi 1,1 ai versi 14,26 (mancano solo 24 versetti) e alcuni frammenti dei restanti 7 capitoli.

Più antico ancora è il frammento di codice P52, detto papiro Rylands, ritro­vato nel 1920 nell’alto Egitto e conserva­to nella Biblioteca Rylands di Man­chester.

É scritto sui due lati e contiene alcuni versetti del capitolo 18 del Vangelo di Giovanni.

L’esame della scrittura e la prova al radio-carbonio 14 lo fanno datare all’e­poca dell’imperatore Adriano (137139 dopo Cristo) se non prima. General­mente è ritenuto dell’anno 125.

Ma il più antico papiro contenente un testo del Vangelo è il 7Q5, così detto perché ritrovato nella settima grotta di Qumran e catalogato con il numero pro­gressivo 5.

Di esso, data la sua antichità ed importanza, ci occuperemo ora più a lungo.

Qumran è una località della Pa­lestina a Nord-Est del Mar Morto dove ai tempi di Gesù fioriva una comunità religiosa di monaci Esseni, del cui monastero rimangono ancor oggi nume­rosi resti.

Quando Vespasiano, nell’anno 66 dopo Cristo, in seguito alla prima solleva­zione dei Giudei contro Roma, iniziò la repressione militare che si concluse con la distruzione di Gerusalemme i monaci fuggirono da Qumran non però prima di aver nascosto, nelle numerose grotte naturali che costellano le alture a nord del monastero, i loro libri sacri racchiusi in anfore di terracotta ben sigillate.

Fu così che quei preziosi manoscritti sfuggirono alla distruzione e poterono giungere fino a noi.

Infatti, quasi 2000 anni più tardi, nel 1947, alcuni pastori beduini che erano saliti sui dirupi di Qumran alla ricerca di una capra, penetrarono in una grotta dove trovarono alcune anfore piene di rotoli tutti coperti di scritture antiche.

La scoperta attirò subito l’attenzione del mondo scientifico: le grotte, in numero di 11, furono ispezionate siste­maticamente dagli archeologi: nella grotta n. 1 fu ritrovato il celebre rotolo di Isaia, scritto in ebraico su pergamena, risalente al I secolo avanti Cristo, mentre nella grotta ispezionata nel 1955, furono rinve­nuti alcuni frammenti di rotoli di papi­ro eccezionalmente scritti in lingua greca.

Ma fu solo 17 anni dopo, nel 1972, che il celebre papirologo spagnolo, Padre José O’Callaghan, mentre stava lavo­rando alla catalogazione scientifica dei papiri greci dell’Antico Testamento, cer­cando di decifrare il 7Q5, scoprì che esso conteneva non un testo dell’Antico Testamento ma del Nuovo Testamento, e precisamente i versetti 52 e 53 del capitolo 6° del Vangelo di San Marco.

Ecco la trascrizio­ne in caratteri moderni delle lettere decifrate e la loro integrazione (qui evi­denziata) nel testo criticamente rico­struito e la traduzione italiana del passo:

«…avevano capito riguardo ai pani, ma il loro cuore era induri­to. 53 E compiuta la traversata vennero a Genesaret e approdarono. 54 E quando…»

Possiamo quindi affermare con cer­tezza che il papiro 7Q5 contiene il testo di Marco lo stesso testo che ritroviamo intatto nei grandi codici del IV secolo e che qui abbiamo messo in evidenza nel Codice Vaticano.

Ciò dimostra che la trasmissione del testo dei Vangeli si è mantenu­ta inalterata dai manoscritti del I secolo ai grandi codici del IV secolo e, da questi, fino ai nostri giorni.

Alla fine di questo nostro lavoro non ci resta che il dovere di precisare il meglio possibile l’anno nel quale fu scritto il papiro 7Q5.

In base ai dati storici esso è certa­mente anteriore agli anni 6668 dopo Cristo, anni nei quali — come sappiamo — fu nascosto nella grotta 7 di Qumran.

Ma in base ai dati paleografici, ossia in base al tipo di scrittura, esso risulta ancora più antico: infatti i paleografi Schubart e Roberts hanno datato il 7Q5 attorno agli anni 50; e questo ancor prima che O’Callaghan lo identificasse con Marco 6,5253.

Se poi, seguendo gli studi di Padre Carmignac, riflettiamo che il 7Q5 non è l’originale scritto in ebraico da Marco a Roma, ma una copia della sua traduzione greca giunta più tardi a Qumran, si deve concludere con lui che l’originale di Marco è ancora più antico e fu scritto assai prima dell’anno 50, forse tra il 42 e il 45, ossia a soli 1015 anni dalla mor­te di Gesù, quando vivevano ancora i testimoni oculari dei fatti (Op.cit.­pag.104).

Notiamo infine che la vicinanza dei manoscritti dei Vangeli ai fatti che narrano è, si può dire, un caso unico nella storia della trasmissione dei testi antichi. Se si pensa che eventi storici dei quali nessuno dubita, come le campagne di Giulio Cesare in Gallia da lui descritte nel De bello gallico, sono testimoniate da pochissimi manoscritti che distano 8 seco­li dall’originale; e che le opere dei grandi poeti greci come Omero, Eschilo, Euripide e Sofocle e di grandi filosofi come Platone e Aristotele sono giunte a noi su copie scrit­te 12001300 anni dopo che fu scritto l’ori­ginale, allora dobbiamo convenire che i Vangeli sono, sotto l’aspetto delle fonti, i testi più sicuri che si conoscano.

Giovedì, 05 Dicembre 2013 21:27

Cos'è la Tradizione

 

Essa si può definire come l’insegnamento di Gesù Cristo e degli apostoli fatto a viva voce e trasmesso dalla Chiesa fino a noi senza nessuna alterazione(1). Gesù ha predicato senza scrivere nulla di sua mano e gli apostoli hanno trasmesso di viva voce il suo insegnamento. Unicamente qualche anno dopo l’Ascensione di Gesù hanno scritti i Vangeli, come un riassunto della loro predicazione(2). Ne risulta che la Tradizione è una fonte della Rivelazione. Essa precede la Sacra Scrittura e ne è all’origine. Gli scrittori sacri, strumenti umani ispirati da Dio, attingono le loro conoscenze da ciò che hanno essi stessi ascoltato da Gesù o dagli apostoli. San Luca comincia così il suo Vangelo:«Poiché molti hanno intrapreso ad esporre ordinatamente la narrazione delle cose che si sono verificate in mezzo a noi, come ce le hanno trasmesse coloro che da principio ne furono testimoni oculari e ministri della parola, è parso bene anche a me, dopo aver indagato ogni cosa accuratamente fin dall’inizio, di scrivertene per ordine, eccellentissimo Teofilo, affinché tu riconosca la certezza delle cose che ti sono state insegnate»(3). Gli eventi che si sono verificati e di cui san Luca si accinge a scrivere, sono stati prima trasmessi a viva voce da «testimoni oculari e ministri della parola».

 

La Tradizione è quindi anteriore alla Sacra Scrittura e il suo campo è più vasto. Gesù rimase quaranta giorni con i suoi apostoli, dopo la resurrezione, per parlare con loro «delle cose riguardanti il regno di Dio»(4). San Giovanni termina il suo Vangelo con delle parole molto chiare che indicano che i Vangeli non sono che un riassunto della Rivelazione cristiana: «Or vi sono ancora molte altre cose che Gesù fece, che se fossero scritte ad una ad una, io penso che non basterebbe il mondo intero a contenere i libri che si potrebbero scrivere»(5).

 

La tradizione, sorgente della Rivelazione, è distinta dalla Sacra Scrittura e merita la stessa fede di essa. San Paolo ce lo indica quando scrive ai Tessalonicesi: «Fratelli, state saldi e ritenete fermamente le tradizioni che avete imparato da noi di viva voce o per lettera»(6). Oppure quando ammonisce Timoteo: «Le cose che hai udite da me in presenza di molti testimoni, affidale a uomini fedeli, che siano capaci di insegnarle anche ad altri»(7). Le verità della fede prima predicate, sono state trasmesse dalla Chiesa nei simboli della fede, nelle definizione dei concili e negli atti dei Papi(8).

 

La Rivelazione ci è trasmessa anche dalle opere dei primi scrittori cattolici, i Padri apostolici e i primi teologi, eco fedele della fede della Chiesa. La stessa liturgia ce la trasmette poiché lex orandi, lex credendi (la legge della preghiera è la legge della fede), e cosi anche l’arte cristiana. Gli affreschi e i graffiti che si ritrovano nelle catacombe manifestano che i primi cristiani avevano la stessa nostra fede, per esempio, circa la santa Eucaristia, la preghiera per i defunti, la venerazione dei martiri, il primato di Pietro.

 

La conformità di una dottrina alla Tradizione è un criterio di verità

 

La fedeltà all’insegnamento della Tradizione è stato sempre un criterio di verità contro gli errori e le eresie che sono sorte durante il corso dei secoli. Origene, già nel terzo secolo diceva: «Gli eretici allegano le Scritture. Noi non dobbiamo credere alle loro parole né staccarci dalla tradizione primitiva della Chiesa, ne credere altra cosa che ciò che è stato trasmesso ininterrottamente nella Chiesa di Dio»(9).

 

Il magistero della Chiesa, esercitato dal Papa e dai Vescovi riuniti in concilio o dispersi nelle loro diocesi – infallibile nelle condizioni definite della Chiesa(10) – è l’interprete della Tradizione. È lui che ci testifica ciò che fa parte del deposito rivelato e che ce lo trasmette. Ma non potrà mai cambiare tale deposito, cioè non potrà mai affermare che ciò che è già stato dichiarato rivelato da Dio non lo sia più o che lo siano dottrine che lo contraddicono. Il Concilio Vaticano I ci ricorda infatti che: «Lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro perché facciano conoscere sotto la sua ispirazione una nuova dottrina, ma perché, con la sua assistenza, conservino santamente ed espongano fedelmente la Rivelazione trasmessa degli apostoli cioè il deposito della fede»(11). È molto importante ricordarci questa dottrina messa in dubbio dai protestanti. Per essi solo la Sacra Scrittura ha valore come se prima che gli Apostoli scrivessero il Nuovo Testamento il cristianesimo non esistesse. Le caratteristiche della Tradizione ne fanno l’interprete della Sacra Scrittura stessa che deve essere detta la luce dell’insegnamento constante della Chiesa sotto pena di cadere negli errori. I protestanti che ammettono il principio del libero esame cadono irrimediabilmente nell’interpretazione soggettiva e sono divisi oggi in migliaia di sette.

 

Figlio dell’eresia protestante nel suo soggettivismo è il modernismo. Esso afferma che le verità della fede, i dogmi, sono solo formule destinate a tradurre il sentimento religioso che è in noi. Poiché questo sentimento è qualche cosa di mutevole e dipende dalle circostanze e dalle epoche, esso è soggetto a trasformazione. Ne segue che le formule che lo esprimono, i dogmi di fede, possono cambiare con esso. Questa dottrina erronea e già condannata dal Papa San Pio X nella sua enciclica Pascendi, ha ispirato i cambiamenti dottrinali realizzati dall’ultimo concilio. Esso ha come tagliato la radice che doveva legarlo all’insegnamento tradizionale della Chiesa, su dei punti ben precisi come l’ecumenismo o la libertà religiosa.

 

Una nuova concezione del magistero

 

Questi cambiamenti sono fatti in nome di una nuova concezione del “magistero vivente” secondo la quale la Chiesa potrebbe insegnare oggi il contrario di ciò che essa ha insegnato durante venti secoli di storia e pretendere allo stesso tempo di essere in continuità con il magistero precedente. Si pretende di giustificare tale novità invocando il fatto che i tempi e le circostanze sono cambiate. Così il Concilio Vaticano II sarà in continuità con gli altri concili(12), la nuova messa in continuità con la Messa tradizionale(13). Questo concetto di magistero vivente e mutevole, si ispira della dottrina modernista ed è contrario alla fede cattolica.

 

Per questo Monsignor Lefebvre lo ha rigettato e combattuto con tutte le sue forze. Fu ciò che gli valse la condanna della “chiesa ufficiale”. Nel motu proprio Ecclesia Dei afflicta del 12 luglio 1988 lo si accusa di avere una nozione incompleta e contraddittoria della tradizione. Incompleta perché «non tiene sufficientemente conto del carattere vivente della tradizione». Tradizione vivente significa, per il magistero conciliare, che si possono tranquillamente affermare come tradizionali, dottrine condannate dal magistero precedente. La libertà religiosa, per esempio, che è in piena contraddizione con l’enciclica Quanta cura del Papa Pio IX. O ancora la dottrina sull’ecumenismo, condannato dall’enciclica Mortalium animos di Pio XI. Tutto ciò non è conforme al vero concetto di Tradizione, né alla fede cattolica. Essa infatti non dipende delle circostanze di luogo e di tempo, ma è immutabile.

 

Quello che il magistero della Chiesa ha definito come vero e appartenente al deposito rivelato non potrà mai essere cambiato da questo stesso magistero. La verità rivelata non è soggetta a circostanze di luogo e di tempo. «Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno mai», dice Gesù. La fedeltà alla Tradizione ci dà dei criteri di azione nella crisi della Chiesa di oggi: ogni volta che si constata una contraddizione tra l’insegnamento attuale e il magistero costante della Chiesa siamo in diritto di affermare che non si tratta di un insegnamento infallibile né di un vero magistero poiché vi è rottura con la Tradizione. È questo che fonda la legittima resistenza dei cattolici all’autorità: l’attaccamento, non a delle idee personali, ma all’insegnamento bimillenario della Chiesa in materia di fede, insegnamento che nessuno potrà mai cambiare.

 

Non si può quindi essere cattolici se non si è attaccati con tutto il proprio essere alla Tradizione della Chiesa, espressione della fede rivelata da Nostro Signore e trasmessa degli apostoli.

 

Note

 

(1) Catechismo di San Pio X, q. 235.

 

(2) I Vangeli sono stati scritti qualche anno appena dopo la morte di Gesù. Il Padre O’Callaghan, nel 1972, ha identificato un frammento del vangelo di san Marco (7Q5) scoperto in una grotta a Qumran, e datandolo al massimo all’anno 50.

 

(3) Lc 1, 1-2

 

(4) At 1, 1-3.

 

(5) Gv 21, 25.

 

(6) 2 Tess 2, 15

 

(7) 2 Tim 2, 2

 

(8) I principali sono: quello degli Apostoli, quello Niceno-costantinopolitano che si recita la domenica, quello di sant’Atanasio.

 

(9) Citato da Boulanger, Le Dogme catholique, p.17.

 

(10) Lettera Tuas libenter all’Arcivescovo di Monaco-Freising, 21 dicembre 1863, DZ 2879; III sessione, 1870: constituzione dogmatica Dei Filius sulla fede cattolica, DZ 3011.

 

(11) IV sessione, 18 luglio 1870: prima costituzione dogmatica Pastor aeternus.

 

(12) Discorso di Benedetto XVI alla Curia romana, 22 dicembre 2006.

 

(13) Cf. Motu proprio Summorum Pontificum.

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Mons. Luigi Negri


   

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