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Martedì, 28 Febbraio 2017 02:53

Card. Müller: Intervista Esclusiva.

Il Cardinal Muller in un intervista esclusiva rilasciata a IL TIMONE spiega chiaramente come la Verità non si può negoziare.

Amoris Laetitia? «Va letta nel suo insleme, in ogni caso un adulterio è sempre peccato mortale e i vescovi che fanno confusione su questo si studino la dottrina della Chiesa.
Dobbiamo aiutare il peccatore a superare il peccato e a ravvedersi». L’unità dei cristiani? «Importante, ma non può diventare relativismo, non si possono svendere i sacramenti istituiti da Gesù». Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, entra con estrema chiarezza sugli argomenti più caldi nel dibattito ecclesiale e non solo. Lo incontriamo nelle stanze da cui dirige quello che fu il Sant’Uffizio, luogo di custodia della sana dottrina. Veniamo accolti con grande cordialità. Il ruolo di difensore dell’ortodossia cattolica, unito al fisico imponente e l’origine teutonica generano una certa riverenza che viene però ben presto annullata dalla simpatia e dalla disponibilità del cardinale. Ci sediamo intorno al tavolo; il tema è la dottrina, il ruolo che ha nella vita cristiana, sapendo di affrontare un argomento poco alla moda.

 «L’adulterio è sempre peccato mortale e i vescovi che fanno confusione si studino la dottrina della Chiesa»

Eminenza, andiamo subito al cuore della questione. Cos’è la dottrina?

Aristotele dice, all’inizio della sua Metafisica, che tutti cercano la verità. La natura dell’intelletto è l’amore per la verità. Per cui Dio ci ha dato l’intelligenza e la volontà, l’una rivolta verso la verità e l’altra verso l’amore come centro della esistenza di tutto l’essere, di Dio stesso nella sua natura. Per noi Dio è l’origine e il fine della nostra esistenza, per questo è necessario sapere ciò che Dio ha rivelato: è la cosa più importante per la creatura umana. Sapere da dove vengo e dove sono diretto, qual è il senso della sofferenza, della morte. È segno di una speranza che va al di là dei limiti che sperimentiamo nella nostra vita finita e debole.

 

Il Catechismo ci dice cosa credere nel Simbolo, cosa fare nei comandamenti, come unirci a Dio nella fede, speranza e amore, mediante la preghiera (Padre nostro), come ricevere la grazia santificante nei sette sacramenti. Dio si è rivelato nella Sua Parola incarnata, Gesù Cristo, e questo significa che noi possiamo partecipare della conoscenza che Dio ha di sé stesso: conoscere Dio è la prima dimensione fondamentale della fede, perché la fede non è solo un sentimento religioso, una fiducia irrazionale, ma la fede è innanzitutto una conoscenza di Dio. Questo non significa vuoto intellettualismo, perché c’è sempre una unità tra il conoscere Dio e amare Dio. Si tratta quindi di conoscere una persona intimamente, con la volontà di accettare ciò che è l’Altra Persona, ciò che Dio è nella Sua realtà Trinitaria, comunione di amore del Padre, Figlio e Spirito Santo. Per tutta la vita abbiamo bisogno di una catechesi, di una introduzione permanente intellettuale e con il cuore — ai misteri divini che sono i misteri della vita. La dottrina dunque è la base per tutta la vita della Chiesa, altrimenti la Chiesa rimane solo una Onlus, una organizzazione caritativa come tante. L’identità della Chiesa invece è di essere Corpo di Cristo, chiamata a condurre tutti gli uomini verso l’incontro con Dio in questa vita e anche nella vita eterna. Per questo la dottrina è assolutamente necessaria per la salvezza e per l’eterna felicità dell’uomo in Dio.
 

Negli ultimi decenni la «dottrina» non ha avuto quella che possiamo definire «una buona stampa». Spesso viene presentata come una serie di leggi, pesi insopportabili sulle spalle degli uomini, moralismo su ciò che si può o non si può fare. Quello che lei dice ribalta la questione.

 

Questa brutta nomea della dottrina è una eredità del razionalismo del XVIII secolo. La pretesa della ragione di capire tutto del mondo, ma di essere impotente nei confronti del trascendente, ha ridotto la fede a un semplice sentimento valido per i semplici. Oppure la fede è vista come un giudizio soggettivo che arriva solo dopo che la ragione ha riconosciuto il suo limite. La filosofia di Immanuel Kant, per esempio, ha negato la dimensione razionale della fede riducendola soltanto a un punto di riferimento per la morale. E la Rivelazione diviene così sostanzialmente superflua. Per rispondere a queste derive filosofiche già il Concilio Vaticano I nella Costituzione «Dei Filius» ha chiaramente esposto la mutua relazione tra la ragione e la fede, a partire da una ragione capace del soprasensibile. Quindi, nella teologia cattolica dobbiamo ribadire che la fede è una partecipazione del Logos di Dio, e per questo è sempre necessario sottolineare la razionalità dell’atto di fede. Si tratta di una esigenza importante per il nostro tempo che pretende di sapere tutto della materia e sembra quasi orgoglioso di essere ignorante per ciò che riguarda gli interrogativi capaci di dare un senso all’esistenza. La fede ci fa credere in Dio alla luce del Verbo incarnato e in forza dello Spirito Santo mediante la testimonianza della Chiesa (Bibbia, Tradizione e Magistero).
 

Purtroppo sappiamo che gli uomini di Chiesa non sempre riflettono questa verità. Vi sono scandali anche molto gravi. Come distinguere tra il «tesoro del Vangelo» e i «vasi di creta» che lo portano?
 

Ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre scandali. Come ha detto Gesù: «È impossibile che non avvengano scandali», ma ha anche aggiunto: «Guai a colui per cui avvengono!» (Lc 17,1). Occorre innanzitutto distinguere tra gli scandali che derivano dalla vita morale e quelli intellettuali, quando uno si comporta come eretico o scismatico, contro la verità e l’unità. In generale, nella nostra maturità di fedeli noi crediamo in Dio anche quando il ministro della Parola si mostra indegno rispetto alla sua missione. Nel secolo III vi sono state grandi discussioni nel caso di Agostino (354430) contro i donatisti, i quali ritenevano che i sacramenti non avessero una dignità di per sé, ma che la loro validità dipendesse dalla dignità di chi li amministrava. Una grande sfida per la fede: come è possibile che uno che non è «santo» nella sua vita morale o intellettuale possa trasferire la grazia? Agostino, con tutta la Chiesa, ha sostenuto che la grazia di Dio non dipende da noi che siamo i suoi strumenti.
 

L’altro estremo sarebbe, come per alcune correnti della riforma protestante, di negare totalmente la mediazione umana della Chiesa. San Tommaso ha detto che come Dio trasmette a noi la sua grazia attraverso semplici segni — come ad esempio l’acqua per il Battesimo così Egli trasmette la sua grazia per lo strumento dell’uomo e non di un angelo. Questo ha a che fare con la nostra natura che è corporea, sociale, storica. Perciò dobbiamo accettare l’umiltà di Cristo che è venuto nella nostra carne e ha voluto trasmettere la sua grazia tramite la «carne» degli apostoli e i loro successori, vescovi e sacerdoti.

Siamo chiamati ad accettare questa concretezza della grazia. Non possiamo pretendere di scegliere un Papa, un vescovo o un parroco da una specie di catalogo, come se vi fosse un desiderio personale da soddisfare. Dobbiamo vivere la concretezza della realtà così come ci è data e accettare la contingenza della esistenza umana.
 

Eppure oggi nella Chiesa si pone spesso l’accento sul fatto di essere credibili…
 

La credibilità è certamente necessaria, ma in cosa consiste la credibilità della Chiesa? La Chiesa non perde la credibilità quando alcuni sacerdoti cadono in un peccato, tutti possiamo cadere in un peccato, ma quando questi abusano della loro autorità per peccare. Così danneggiano volontariamente la missione della Chiesa, ma non si tratta di una credibilità autoreferenziale: i ministri di Dio sono solo strumenti e sono chiamati ad essere fedeli ad una missione per cui Dio stesso li ha chiamati.
 

«L’ecumenismo non può avanzare con il relativismo e l’indifferenza sui temi dottrinali »


 

Si dice spesso, giustamente, che il fedele deve essere in ascolto della Parola. Ma comunemente si tende a identificare la Parola con la Sacra Scrittura. Non è una visione riduttiva della Parola di Dio?
 

Certo. Noi non siamo una religione del libro, ma si tratta della Parola predicata in Gesù Cristo e della Parola di Dio nella Sua Persona. Gesù non ha scritto la Sacra Scrittura, Lui è la Parola viva di Dio. La Sacra Scrittura è il primo e fondamentale testimone della Parola di Gesù Cristo, ma nel contesto della testimonianza di fede degli apostoli e della Chiesa primitiva. La Chiesa è l’auditrice della Parola, e questa Parola adesso è presente nella coscienza della fede della Chiesa, intesa però non come un semplice archivio, ma come una ricerca dentro al cuore vivo della Chiesa che ritrova, nel passare delle generazioni, quella stessa Parola. Una Parola intesa solo come Sacra Scrittura è riduttiva e non cattolica.
Purtroppo il protestantesimo ha voluto sottovalutare il valore della viva tradizione della Chiesa. La Rivelazione è certamente presente nella Bibbia in modo unico e fondamentale, ma anche nella vita della Chiesa, negli scritti dei Padri, nei grandi concili, nella vita sacramentale. I sacramenti non sono semplicemente una memoria, lì Cristo è presente, realmente e concretamente.

 

Se le cose stanno così, nella prospettiva dell’unità dei cristiani, la dottrina sembra diventare un ostacolo. Basti pensare ai sette sacramenti…

Per noi i sette sacramenti non sono un problema. Certamente non dobbiamo giustificarci perché abbiamo questi sette sacramenti, in quanto il loro riconoscimento è venuto dalla vita della Chiesa. Per la Chiesa cattolica questi sette segni non solo significano la grazia, ma causano la grazia. Quelli che devono giustificarsi sono i protestanti che hanno negato tutto questo. Non si può dire di accettare la tradizione solo fino a una certa data, come se lo Spirito Santo dopo il Concilio di Calcedonia fosse sparito dalla vita della Chiesa. Dobbiamo dire che oggi vi sono anche movimenti ecumenici che hanno in qualche modo superato questo «isolamento» della Bibbia, ma noi dobbiamo sempre ricordare che senza il contesto vivo della Chiesa che è guidata dallo Spirito Santo, la Scrittura finisce per essere solo un documento archivistico. La fede non si costruisce dagli archivi. Per conoscere la fede rivelata occorre rivolgersi alla Chiesa, non all’archivio.

 

Quindi le differenze tra la Chiesa Cattolica e le altre confessioni cristiane non sono, per così dire, vuote rigidità apologetiche?

La riforma protestante non deve essere semplicemente intesa come una riforma da alcuni abusi morali, ma bisogna riconoscere che andava a incidere sul nucleo del concetto cattolico di Rivelazione. Come è possibile che la Chiesa abbia insegnato per 1500 anni che questi sacramenti sono necessari per la fede e ci si accorge, invece, che la Chiesa avrebbe guidato milioni di fedeli all’errore? Il fondatore della Chiesa l’ha abbandonata per secoli e secoli nel buio?

La Chiesa avrebbe guidato le persone all’inferno, questo non può darsi. Si può sempre riformare la vita morale, le nostre istituzioni, università, le strutture pastorali, è necessarlo anche sbarazzarsi di una certa «mondanizzazione» della Chiesa: tutto questo possiamo accettarlo dalle istanze della riforma protestante, ma dobbiamo dire che per noi ci sono errori dogmatici fra i riformatori che mai possiamo accettare. Con i protestanti il problema non sta solo nel numero dei sacramenti, ma anche nel loro significato. L’ecumenismo non può avanzare con il relativismo o nell’indifferenza verso i temi dottrinali: per cercare l’unità non possiamo accettare di «regalare» due o tre sacramenti, o accettare che il Papa sia una specie di presidente delle diverse confessioni cristiane.
 

Un altro argomento oggi di attualità è il rapporto tra dottrina e coscienza personale.
 

Tutti devono seguire la loro coscienza, ma la coscienza è un termine che esprime un rapporto, una relazione. Non con me stesso, ma verso l’Altro. La coscienza sta davanti a un altro e per noi, chiaramente, questo altro può essere solo Dio che è nostro Creatore e Salvatore, e che ci ha donato i comandamenti non per farci arrabbiare, o per controllarci, ma per illuminare il cammino. I comandamenti sono un orientamento per il Bene, per raggiungere il nostro fine: sono la via, ma anche il traguardo. Ciò vale per la morale, ma anche per la dottrina, perché abbiamo la coscienza della verità quando noi come uomini capiamo che dobbiamo ob-audire (ascoltare stando di fronte) la Parola di Dio che illumina. Si tratta di verità trascendenti che vanno al di là della nostra capacità, ma con l’aiuto della grazia abbiamo questa capacità di comprendere ciò che Dio ha detto a noi e che illumina il cammino. Io so di essere chiamato al rapporto eterno della mia persona con la Persona di Dio. Questo confronto, ovviamente, c’è anche nella vita morale. Gli uomini sono chiamati a scegliere tra bene e male. Anche gli animali uccidono altri animali, ma noi siamo posti davanti alla domanda se questo è bene o male. Io so che per la natura della mia coscienza devo fare il bene e fuggire il male, questo è il giudizio fondamentale della legge inserita naturalmente nell’essere e, per noi cristiani, questa è espressamente dichiarata nei dieci comandamenti e nelle beatitudini evangeliche. Questo ci dice lo Spirito Santo, effuso nei nostri cuori, che illumina la mente e conforta la volontà.
 

Quindi non si può dare una contraddizione tra dottrina e coscienza personale?
 

No, è impossibile. Ad esempio, non si può dire che ci sono circostanze per cui un adulterio non costituisce un peccato mortale. Per la dottrina cattolica è impossibile la coesistenza tra il peccato mortale e la grazia giustificante. Per superare questa assurda contraddizione, Cristo ha istituito per i fedeli il Sacramento della penitenza e riconciliazione con Dio e con la Chiesa.
 

È una questione di cui si discute molto a proposito del dibattito intorno all’esortazione post-sinodale Amoris laetitia.
 

La Amoris Laetitia va chiaramente interpretata alla luce di tutta la dottrina della Chiesa. Il sacramento della penitenza può accompagnarci verso la comunione sacramentale con Gesù Cristo, ma sono parte essenziale del sacramento della penitenza alcuni atti umani, guidati dallo Spirito, che devono essere rispettati: la contrizione del cuore, il proposito di non peccare più, l’accusa dei peccati e la soddisfazione. Quando manca uno di questi elementi, o il penitente non li accetta, il sacramento non si realizza. Questa è la dottrina dommatica della Chiesa, indipendentemente dal fatto che la gente possa accettarla o meno. Noi siamo chiamati ad aiutare le persone, poco a poco, per raggiungere la pienezza nel loro rapporto con Dio, ma non possiamo fare sconti. Non mi piace, non è corretto che tanti vescovi stiano interpretando Amoris laetitia secondo il loro proprio modo di intendere l’insegnamento del Papa. Questo non va nella linea della dottrina cattolica. Il magistero del Papa è interpretato solo da lui stesso o tramite la Congregazione per la Dottrina della Fede.
 

“Dobbiamo aiutare il peccatore a superare il peccato, non a giustificarlo”

Il Papa interpreta i vescovi, non sono i vescovi a interpretare il Papa, questo costituirebbe un rovesciamento della struttura della Chiesa Cattolica. A tutti questi che parlano troppo, raccomando di studiare prlma la dottrina sul papato e sull’episcopato nei due concili vaticani, senza dimenticare la dottrina sui sette sacramenti (il Concilio Lateranense IV, di Firenze, di Trento e il Vaticano II). Il Vescovo, quale Maestro della Parola, deve lui per primo essere ben formato per non cadere nel rischio che un cieco conduca per mano altri ciechi. Così la lettera a Tito: «Il Vescovo deve essere fedele alla Parola, degna di fede, che gli è stata insegnata, perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare i suoi oppositori» (Tt 1,9).
 

Però a questo proposito si parla spesso della possibilità di sviluppo del dogma. Come deve intendersi questo sviluppo?
 

La Chiesa è un corpo vivo, lo sviluppo è un movimento per comprendere meglio le profondità dei misteri. Però non è possibile superare dichiarazioni del magistero quando si tratta di dichiarazioni che riguardano la fede divina cattolica rivelata. La Rivelazione è compiuta in Gesù Cristo ed è presente nel depositum fidei degli apostoli. Abbiamo tante riflessioni sul tema dello sviluppo del dogma, come ad esempio quella del Beato J.H. Newman, o quella offerta dallo stesso Joseph Ratzinger. Qui possiamo trovare espresso il significato dello sviluppo del dogma in senso cattolico, per difendersi dal modemismo evoluzionista da una parte e dal fissismo dall’altra. Si deve dare uno sviluppo omogeneo nella continuità e non nella rottura. Ciò che è definito dogmaticamente non può essere smentito in alcun modo: se la Chiesa ha detto che ci sono sette sacramenti, nessuno, nemmeno un concilio potrebbe ridurre o modificare il numero o il significato di questi sacramenti. Chi vuole unirsi alla Chiesa Cattolica deve accettare i sette sacramenti come mezzi della salvezza. Il fondamento per la omogeneità dello sviluppo del dogma è la preservazione dei principi di base: l’arianesimo non è sviluppo sul dogma dell’lncarnazione, ma è corruzione della fede. Così la Chiesa ha chiaramente espresso il riconosclmento del matrimonio come una unione indissolublle tra un uomo e una donna. La poligamia, ad esempio, non è uno sviluppo della monogamia, ma ne è la sua corruzione. Per questo possiamo dire che la Amoris laetitia vuole aiutare le persone che vivono una situazione che non è in accordo con i principi morali e sacramentali della Chiesa cattolica e che vogliono superare questa situazione irregolare. Ma non si può certo giustificarli in questa situazione. La Chiesa non può mai giustificare una situazione che non è in accordo con la volontà divina.
 

L’esortazione di san Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, prevede che le coppie di divorziati risposati che non possono separarsi, per poter accedere ai sacramenti devono impegnarsi a vivere in continenza. È ancora valido questo impegno?
 

Certo, non è superabile perché non è solo una legge positiva di Giovanni Paolo II, ma lui ha espresso ciò che è costitutivamente elemento della teologia morale cristiana e della teologia dei sacramenti. La confusione su questo punto riguarda anche la mancata accettazione dell’enciclica Veritatis Splendor con la chiara dottrina dell’intrinsece malum. Diciamo in generale che nessuna autorità umana può accettare ciò che è contro l’evidente volontà di Dio, dei suoi comandamenti e della costituzione del sacramento del matrimonio. Ricordiamo che il matrimonio è un vincolo sacramentale che si imprime quasi come il carattere del battesimo: fino a quando i coniugi sono vivi questo vincolo matrimoniale è indelebile. In questo le parole di Gesù sono molto chiare e la loro interpretazione non è una interpretazione accademica, ma è Parola di Dio. Nessuno può cambiarla. Non bisogna cedere allo spirito mondano che vorrebbe ridurre il matrimonio a un fatto privato. Oggi vediamo come gli Stati vogliano introdurre una definizione di matrimonio che nulla ha a che vedere con la definizione del matrimonio naturale, e dobbiamo anche ricordare che per i cristiani vale la prescrizione di sposarsi nella forma della Chiesa: dicendo sì per sempre e solo a un tu esclusivo.

Per noi il matrimonio è l’espressione della partecipazione dell’unità tra Cristo sposo e la Chiesa sua sposa. Questa non è, come alcuni hanno detto durante il Sinodo, una semplice vaga analogia. No! Questa è la sostanza del sacramento, e nessun potere in Cielo e in Terra, né un angelo, né il Papa, né un concilio, né una legge dei vescovi, ha la facoltà di modificarlo.


 

Come si può risolvere il caos che si genera a causa delle diverse interpretazioni che vengono date di questo passaggio di Amoris laetitia?

Raccomando a tutti di riflettere, studiando prima la dottrina della Chiesa, a partire dalla Parola di Dio nella Sacra Scrittura che sul matrimonio è molto chiara. Consiglierei anche di non entrare in alcuna casuistica che può facilmente generare malintesi, soprattutto quello per cui se muore l’amore, allora è morto il vincolo del matrimonio. Questi sono sofismi: la Parola di Dio è molto chiara e la Chiesa non accetta di secolarizzare il matrimonio. Il compito di sacerdoti e vescovi non è quello di creare confusione, ma quello di fare chiarezza. Non ci si può riferire soltanto a piccoli passaggi presenti in Amoris laetitia, ma occorre leggere tutto nell’insieme, con lo scopo di rendere più attrattiva per le persone il Vangelo del matrimonio e della famiglia. Non è Amoris laetitia che ha provocato una confusa interpretazione, ma alcuni confusi interpreti di essa. Tutti dobbiamo comprendere ed accettare la dottrina di Cristo e della sua Chiesa e allo stesso tempo essere pronti ad aiutare gli altri a comprenderla e a metterla in pratica anche in situazioni difficili. Il matrimonio e la famiglia sono la cellula fondamentale della Chiesa e della società, per ridare speranza a un’umanità affetta da un forte nichilismo occorre che questa cellula sia sana.

Fonte: Il Timone

Pubblicato in Sana Dottrina

Nell’Ottocento Pio IX è costretto a scomunicare l’intera classe politica d’Italia. In una lettera del 1849 alla granduchessa Maria di Toscana il beato spiega che l’unica cosa che gli preme è la verità.

02.03.2016
 

È interessante che ieri il Papa all’udienza generale abbia esplicitamente affermato che la correzione e la punizione siano parte della Misericordia. In effetti nel capitolo 15 del vangelo di Matteo si legge: «Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano». Non a caso il capitolo 15 di Matteo è all’origine della scomunica: un’arma estrema in difesa della retta dottrina e della retta guida del popolo cristiano da parte di governanti che si definiscono cristiani. Oltre che agli eretici la scomunica è quindi comminata anche a chi, alla guida della cosa pubblica, pur proclamandosi cristiano in realtà non lo è.

     Nell’Ottocento italiano Pio IX è costretto a scomunicare l’intera classe politica. In una lettera del 1849 alla granduchessa Maria di Toscana papa Mastai scrive che l’unica cosa che gli preme è la verità: «Che i popoli cattolici conoscano la verità e siano rischiarati sui principi della virtù e del vizio che oggi si tenta di capovolgere». A metà dell’Ottocento il regno di Sardegna si appresta a conquistare la penisola in nome della libertà, della costituzione, della vera religione e del progresso. Succede che, nonostante il primo articolo dello Statuto albertino dichiari la religione cattolica unica religione di stato, il 29 maggio 1855 venga promulgata una legge che decreta «la soppressione di quasi tutte le comunità monastiche e religiose di entrambi i sessi» stabilendo l’alienazione dei rispettivi beni.

La verità impone di smascherare governo, parlamento e corona decretando la scomunica per l’intera classe politica che si definisce liberale e cattolica: «Siamo costretti a dichiarare che tutti coloro i quali, nel Regno Subalpino, non esitarono a proporre, approvare, sancire i predetti decreti e la legge contro i diritti della Chiesa e di questa Santa Sede, nonché i loro mandanti, fautori, consulenti, aderenti, esecutori, sono incorsi nella scomunica maggiore».

Adottando questo provvedimento Pio IX fa violenza alla sua natura («Riesce a Noi assai greve e penoso, Venerabili Fratelli, il dover deflettere da quella mansuetudine e moderazione che attingemmo e derivammo dalla stessa natura»), ma l’attacco sferrato alla Chiesa e alla società tutta in nome della Chiesa (così impone il primo articolo dello Statuto), esige che il Papa faccia chiarezza denunciando come nemici quanti, mentendo, si professano amici: «Siamo costretti ad usare contro di loro la severità ecclesiastica per non venir meno al Nostro dovere e per non abbandonare la causa della Chiesa».

Se all’epoca del Risorgimento – anche grazie alla soppressione di tutti i suoi ordini religiosi – si persegue la distruzione della Chiesa, oggi è in gioco qualcosa di più. Oggi l’attacco non è più a Cristo-Dio attraverso la sua Chiesa, oggi l’attacco è rivolto direttamente contro Dio. Dio creatore, legislatore, «amante della vita». Oggi è dichiarato giusto, diritto civile, amore per i bambini, rispetto per le persone, superamento di un inaccettabile oscurantismo cultural-religioso, l’approvazione di un simil matrimonio tra persone dello stesso sesso che contrasta nel modo più radicale con tutta la rivelazione (sia Antico che Nuovo Testamento), con la bimillenaria pratica religiosa, con l’intera storia dell’umanità.

Portabandiera di questa conquista di civiltà (inevitabile anticipo dell’adozione da parte di coppie omosessuali) è lo stesso presidente del consiglio che fino a qualche tempo fa non aveva difficoltà a farsi riprendere all’uscita della messa. Ma Renzi non agisce in splendido isolamento “cattolico” perché è circondato da ministri che si dichiarano cattolici: uno scandalo nel senso proprio del termine.

Certo, le spinte moderniste all’interno della Chiesa sono oggi fortissime. Certo, la lobby omosessuale all’interno della Chiesa è altrettanto forte. Certo, le esigenze dell’8 per mille hanno le loro ragioni. Certo, nonostante tutto questo, il rispetto della verità è, per i cattolici, un obbligo assoluto.

Angela Pellicciari

Pubblicato in Sana Dottrina

IL CARDINALE PELL: NELLA «RELATIO» NON C’E» NESSUN RIFERIMENTO ALLA COMUNIONE PER I DIVORZIATI RISPOSATI E TUTTO VA LETTO IN RIFERIMENTO AL MAGISTERO DI GIOVANNI PAOLO II E ALLA DOTTRINA CATTOLICA
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In una intervista pubblicata dal Catholic News Service il card. Pell ha detto cose molto importanti circa la Relatio Finale del Sinodo sulla famiglia appena concluso 

Ecco il passo fondamentale dell’intervista che potete ascoltare in inglese  qui  


 

«I testi  sono stati sostanzialmente FRAINTESI
Prima di tutto NON C’E» ALCUN RIFERIMENTO, sia nel paragrafo 85 che in ogni altra parte del documento, ALLA COMUNIONE PER I DIVORZIATI RISPOSATI
QUESTOFONDAMENTALE
E POI nel paragrafo 63 c’è una sezione adeguata sulla comprensione appropriata di cosa s’intenda per “RETTA COSCIENZA» che deve essere formata alla luce della Parola di Dio. 
E il DISCERNIMENTO che viene incoraggiato, nel paragrafo 85, deve essere basato, in questa materia particolare, sull’INTERO INSEGNAMENTO DELLA FAMILIARIS CONSORTIO DI S. GIOVANNI PAOLO II e — dice un altro riferimento — SULLINSEGNAMENTO DELLA CHIESA
Sarebbe stato di grande aiuto se ci fosse stata maggior chiarezza, ho pensato al momento. Ma NON C’E» NULLA nei paragrafi, così come stanno, che sia ERETICO o falsa dottrina o che sostenga una pratica falsa.
Credo che sia ESSENZIALE PER NOI, per andare avanti, come comunione UNITI ATTORNO AL BUON DIO, il fatto di NON DISTORCERE l’insegnamento di questo Sinodo, sia che ci piaccia sia che non ci piaccia, sia che ci piaccia in un altro modo. 
Non dobbiamo né esagerarlo, né diminuirlo, ma prenderlo così come è. E COSI COMEIL TESTOPIENAMENTE IN CONFORMITA» CON GLI INSEGNAMENTI  E LE PRATICHE FONDAMENTALI DELLA CHIESA».

Ringraziamo Dio per questa piena conformità di tale Relatio con gli insegnamenti e le pratiche fondamentali della Chiesa.

Preghiamo perché il Papa ribadisca con forza l’insegnamento tradizionale della Chiesa nella sua eventuale esortazione post-sinodale. 

Don Tullio Rotondo 

Pubblicato in sinodo
Giovedì, 23 Ottobre 2014 00:00

Il dogma del Purgatorio.

{cts-style-1}Il Purgatorio{/cts-style-1}

Per la dottrina cattolica, il Purgatorio è un luogo dove le anime dei trapassati espiano i propri peccati prima di essere accolte nella gloria del paradiso.

La Sacra Scrittura ci dice: «E» stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio» (Eb 9,27). L’uomo, responsabile di tutte le sue azioni, dovrà presentarsi al tribunale di Dio, giusto giudice, il quale darà a ciascuno secondo le sue opere (Rm 2,6). Lo ha detto chiaramente anche Gesù nella parabola del ricco e del povero Lazzaro: » Il povero morì e fu portato dagli Angeli nel seno di Abramo (cioè in Paradiso); morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’Inferno tra i tormenti…» (Luca 16, 22). Gesù stesso assicurò il buon ladrone, agonizzante come Lui sulla croce, che lo avrebbe portato con Sé in Paradiso quello stesso giorno (Luca 23,43), infatti la sua crocifissione e morte, va contro il comandamento che dice non uccidere, anche se peccatore.

    «E vidi i morti, grandi e piccoli, in piedi davanti al trono. E i libri furono [Dn 7,10ss] aperti. Fu aperto anche un altro libro, quello della [3,5 ; 13,8 ;17,8] vita. I morti vennero giudicati secondo le loro opere, in base a ciò che era scritto in quei libri. Il mare restituì i morti che esso custodiva, la Morte [1,18+] e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. Poi la Morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. E chi non risultò scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco «(Ap, 20 1215).

La parola «Purgatorio» viene dal verbo latino “purgare”, che significa «rendere puro», cioè non mescolato o contaminato, e significa «luogo», o “stato” di purificazione. Il Significato è [pur-ga-tò-rio] (pl. m. –rii o –ri; f. –ria, pl. –rie) A agg. raro Che serve a purgare fig. Purificatorio, espiatorio: pene purgatorie.

     I nostri defunti sono persone decedute a noi «care», e che continueremo sempre ad amare (Gv 15,12; 13,34), a rispettare, e a pregare con la funzione di intercessione (2Mac 15,1213) presso Dio “che non ha rinunciato alla sua bontà verso i vivi e verso i morti” (Rt 2,20), affinché Egli vada a donargli la buona novella di salvezza e di liberazione (1Pt 3,1920), che in (Ct 8,6) spiega per «il regno dei morti»: lett.: « še’ol », dimora sotterranea dei defunti; prigioniere da una fiamma divina: l’amore consuma come il fuoco del cielo, come il fulmine ( Nm 11,1 . 3 ; 1Re 8,38 ; 2Re 1,12 ; Gb 1,16 ). Il TM ha: «una fiamma di Yah» ( šalhebetyah ); BJ traduce: «una fiamma di YHWH».

     Paolo dice: e per mezzo di lui «riconciliare» a sé tutte le cose, «rappacificando» (cioè col perdono) con il sangue della sua croce le cose che stanno «sulla terra» e quelle «nei cieli»! (Col 1, 20). Ora la domanda sorge spontanea, perché “nei cieli” hanno bisogno di riconciliazione?

Dio sulla terra ci perdona, ci purifica, ma perché anche nei cieli! e dove? visto che il paradiso è il regno dei cieli!

     Quindi la risposta e, che nei cieli c’è un luogo dove le anime vanno per attendere RICONCILIAZIONE e RIAPPACIFICAZIONE col sangue di Cristo.
La spiegazione della bibbia di Gerusalemme nuovo verbum dice: per mezzo di lui… siano riconciliate tutte le cose: BJ traduce: «e per mezzo di lui riconciliare tutti gli esseri per lui», per mezzo di Cristo e per Cristo, in parallelismo con la fine del v 16. Un’altra interpretazione riferisce eis auton, «a sé», al Padre (cf. Rm 5,10; 2Cor 5,18s). — sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli: questa riconciliazione universale ingloba tutti gli spiriti celesti come tutti gli uomini.

 

Quella parte di cielo quindi è esattamente IL PURGATORIO dove vanno le anime salvate dall’inferno, in attesa di entrare DEFINITIVAMENTE nel regno dei cieli!

Oltre al giudizio subito dopo la morte, la Sacra Scrittura insegna l’esistenza del Paradiso o regno dei cieli, dell’inferno o geenna l’abisso (Lc 8, 31; Ap 17, 8), e del purgatorio anche se in maniera indiretta, cioè con dei passi molto specifici, ammettendo la possibilità di un luogo o stato d’animo di purificazione.

Ma capiamo bene cosa dice la Bibbia:

ABISSO e REGNO DEI MORTI sono palesi davanti al Signore, quanto più i cuori degli uomini! (Pr 15,11). Ma se l’abisso è l’inferno, il regno dei morti sarà sicuramente un regno ossia un luogo dove le anime attendono di essere liberate!
Ecco il CIELO e il CIELO DEI CIELI, l’abisso e la terra sussultano quando egli appare (Sir 16, 18). Il cielo cosa sarà, se il cielo dei cieli è il paradiso!

«E nello spirito ANDÓ» a portare l’annuncio anche alle «anime prigioniere”, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava [2Pt 3,9] nei giorni di Noè [Gen 7,7; 2Pt 2,5], mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua (1Pt 3, 1920).

     Nel v.19 dice che Gesù ancona non risuscitato dai morti «nello spirito andò» DOVE? ci domandiamo noi, dalle anime prigioniere!
Quindi Gesù si reco in un luogo che non era ne inferi e ne paradiso, e che erano presenti queste anime prigioniere condannate perché non avevano creduto al messaggio di Dio dato a Noè.

E se quel luogo non era ne inferi, e ne paradiso, sicuramente come detto prima, era il purgatorio! La bibbia spiega che per anime prigioniere: sono le anime dei defunti che, puniti al tempo del diluvio, sono però chiamati alla vita dalla «pazienza di Dio» (cf. 4,6). Mt 27,52s contiene un’allusione analoga alla liberazione dei «santi» da parte di Cristo, nel periodo intercorso fra la sua morte e la sua risurrezione, cioè dei giusti che lo attendevano (cf. Eb 11,3940; 12,33) per entrare al suo seguito nella «santa città» escatologica.

     Continua Pietro dicendo: “ma renderanno conto a colui che è pronto a giudicare [At 10,42 ;2Tm 4,1] i vivi e i morti. Infatti anche ai morti è stata annunciata la buona novella [1Pt 3,19 ss], affinché siano condannati, come tutti gli uomini, nel corpo, ma vivano secondo Dio nello Spirito (1Pt 4, 56). Se questi «morti condannati» (cioè anime) che «vivono nello Spirito» quindi non all’inferno e ne in paradiso «secondo Dio» sicuramente staranno in purgatorio! Nel v.6 afferma che anche ai morti viene annunciata la buona novella, cioè quelli che non stanno né all’inferno e né in paradiso.

Quando la bibbia dice: I vivi sanno che devono morire, ma “i morti non sanno nulla”; non c’è più salario per loro, è svanito il loro ricordo (Qo 9,5), è chiaro ed evidente che parla di “mancanza di conoscenza” di quel luogo (1Pt 3,19 ), perché da vivi sapevano dove stavano e che avevano una fine, mentre da morti no, e come un bambino neonato che dopo venuto al mondo non sa nulla di quello che gli succede intorno.
     Spiega la Bibbia Cei che per “i morti non sanno nulla”: come il libro di Giobbe [ Là (nello še’ol) i malvagi cessano di agitarsi, e chi è sfinito trova riposo (Gb 3,17) ] e come molti salmi, anche il libro di Qoèlet testimonia la concezione di una esistenza al di là della morte, ma una esistenza di ombre, prive di vita e di ricordi.


     Gesù nel suo vangelo in molte occasioni parla di condanna (Mc 16,16) che ha in se una pena da scontare ad espiare le sue colpe, e di condanna nella geenna, o inferno viene definito la seconda morte ed è eterna.
    Ma c’è un altro fatto da considerare in questo brano, cioè questi non avendo creduto a Noè, Dio li condannò in quel luogo, e quando Gesù andò nello spirito a portare “l’annuncio” (1Pt 4, 56) della “sua parola di verità e di salvezza” (come noi qui in terra abbiamo ”la buona novella”), questi dopo “essersi fidato (1Pt 1,7)” e averlo creduto si salvarono definitivamente, “chi crede in lui non è condannato” (Gv 3, 18), e vuol dire anche che la sua parola ci purifica se la osserviamo sia in cielo così in terra, “dopo aver PURIFICATO le vostre anime con LOBBEDIENZA ALLA VERITÀ (ossia alla buona novella di salvezza) per amarvi sinceramente come fratelli“ (1Pt 1,22), solo allora queste “anime prigioniere” entreranno DEFINITIVAMENTE nel regno dei cieli.

Ma prigioniere da cosa? ci domandiamo noi! Pietro e Paolo dicono da un fuoco nei passi seguenti.
    Affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro destinato a perire e tuttavia «PURIFICATO CON FUOCO», torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo “si manifesterà” (1Pt 1,7), ovviamente per salvarci!
La fede non è solo per i viventi in terra, ma come visto sopra anche per le anime prigioniere nel purgatorio!
     
«Infatti nessuno può porre un fondamento [Is 28,16 ;1Pt 2,4 ;At 4,1112] diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno [1,8-ss] la farà conoscere, «perché con il fuoco” [Mt 3,11-12p ;1Pt 1,7] si manifesterà, e il «fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno». Se l’opera, che uno costruì sul fondamento, resisterà, costui ne «riceverà una ricompensa». Ma se l’opera di qualcuno finirà bruciata, «quello sarà punito»; «tuttavia egli si salverà», «però quasi passando attraverso il fuoco» (1Cor 3, 1115).
     Vedete cosa dice il v.14 riceverà la ricompensa, cioè il paradiso, invece il v.15 sarà punito, ma si salverà cioè dall’inferno o seconda morte, passando attraverso il fuoco, che come detto prima (1Pt 3, 19) agiranno come sbarre di prigione, il PURGATORIO!

Altri esempi: «Mettiti [Lc 12,5859] presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, «e tu venga gettato in prigione». In verità io ti dico: «non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo» (Mt 5, 2526).
   In quei tempi ben diversi da oggi, il vangelo non era conosciuto da tutto il mondo, quindi quelli ad es. popoli indigeni, pagani ecc. che non conoscevano il messaggio di salvezza, non potevano convertirsi e salvarsi. Quindi era giusto secondo la misericordia di Dio che la buona novella andava predicata in questo luogo o stato d’animo affinché credano e si salvino dall’inferno.

Farò passare questo terzo per il fuoco e [Is 1,25 ;Is 48,10] lo purificherò come si purifica l’argento; lo proverò come si prova l’oro (Zc 13, 9).

Il loro cuore è falso; orbene, “sconteranno la pena” (Os 10, 2).

Samaria «sconterà la sua pena», «perché si è ribellata al suo Dio. Periranno di spada, saranno sfracellati i bambini; le donne incinte sventrate» (Os 14, 1). Quindi “i bambini e le donne incinte” dopo la loro morte dice che “sconteranno la pena”, una pena che li purifica e non li getta nell’inferno!
Può la Misericordia di Dio gettare nell’inferno feti in grembo alle donne e bambini? NO!

     Infatti la parola di Dio dice: Li strapperò di mano agli inferi, li riscatterò dalla morte? Dov’è o morte, la tua peste? Dov’è, o inferi, il vostro sterminio? «La compassione è nascosta ai miei occhi»» (Os 13,14).

«Perciò io vi dico: qualunque peccato [1Tm 1,13 ;1Gv 5,16] e bestemmia verrà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non verrà perdonata. A chi parlerà contro il Figlio dell’uomo, sarà perdonato; ma a chi parlerà contro lo Spirito [Lc 12,10; Nm 15,30s] Santo, non sarà perdonato, né in questo mondo né in quello futuro [né in questo mondo o età né in quello futuro» (Mt 12, 3132).

     Il peccato contro lo Spirito Santo, imperdonabile, consiste in quel rifiuto pregiudiziale e cosciente della luce, per cui si giunge ad attribuire a Satana le opere di Dio (cfr. Gv 3,2021; cfr. 1Gv 5,16). Il peccato contro il Figlio dell’uomo è scusato: probabilmente perché nell’umanità di Gesù la divinità è nascosta, sicché è possibile che il rifiuto sia fatto in buona fede.
Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve credere che c’è, prima del Giudizio, un fuoco purificatore; infatti colui che è la Verità afferma che, se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro (Mt 12,31).

Da questa affermazione si deduce che certe colpe allora possono essere rimesse in questo secolo o mondo, ma certe altre nel secolo futuro. (San Gregorio Magno, Dialoghi, 4, 41, 3: SC 265, 148 (4, 39: PL 77, 396).

Dove il [Is 66,24 ss.] loro verme (verme è simbolo del rimorso) non muore e il fuoco non si estingue. Ognuno infatti sarà salato [Lv 2,13ss.; Mt 5,13 ; Lc 14,34 ;Col 4,6] con il fuoco (Mc 9, 4849).
Ognuno: il codice D e vet.lat. hanno: «Ogni sacrificio». — Il fuoco che «sala» si riferisce sia al castigo che punisce i peccatori conservandoli, sia piuttosto al fuoco che purifica i fedeli (prova, giudizio di Dio) per farne vittime gradite a Dio (cf. Lv 2,13 , a cui fa allusione un’aggiunta del codice D seguito da vet.lat. e volg.: «e ogni vittima sarà salata con sale»). Il v 50 (cf. Mt 5,13 ) sembra sia stato riportato qui per la semplice vicinanza della parola «sale».

     Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il «Signore dei morti» e dei vivi (Rm 14, 9). Signore dei morti è inteso per quelli che ancora non entrano nel regno dei cieli… PURGATORIO! Quelli che vanno all’inferno, non tornano indietro, e non hanno Signori ma solo satana! Quindi quando dice Signore dei morti, e inteso per quelli che non stanno né all’inferno e né in paradiso, ma in purgatorio!

In questo brano vediamo nel v.1314 addirittura l’apparizione di due defunti “Onia” sommo sacerdote e del profeta “Geremia” che intercede per il popolo di Dio.

     La sua visione era questa: «Onia [m. 2Mac 4,3038] [3,1-ss], che era stato sommo sacerdote, uomo onesto e buono, modesto nel portamento, mite nel contegno, spedito ed elegante nel parlare, occupato fin dalla fanciullezza in tutto ciò che è proprio della virtù, con le mani protese pregava per tutta la comunità dei Giudei.» [Onia continua a svolgere la funzione di intercessore che già aveva esercitato in vita (3,10s; 4,5)]. Poi, allo stesso modo, “era apparso un uomo distinto” per età senile e maestà, circonfuso di dignità meravigliosa e piena di magnificenza. “Presa la parola”, Onia disse: «Questi è l’amico dei suoi fratelli, che prega molto per il popolo e per la città santa, Geremia, il profeta di Dio». E Geremia stendendo la destra consegnò a Giuda una spada d’oro, pronunciando queste parole nel porgerla: «Prendi la spada sacra come dono di Dio; con questa abbatterai i nemici». (2Mac 15,1216). Geremia: che ha duramente sofferto per il suo popolo (cf. Ger 11,19 . 21 ; 14,15 ; 18,18s ; 20,12 ; 26 ), ne è anche l’intercessore più adatto. Questa funzione attribuita a Geremia e a Onia è la prima testimonianza di una credenza nella preghiera dei giusti defunti per i vivi. Tale convinzione è strettamente connessa con quella della risurrezione (cf. 67 ; Sal 16,10 ; 49,16 ).

Concludendo possiamo dire con “la bibbia in mano”, che anche se il termine purgatorio non è specificato biblicamente in senso diretto, ma indiretto, cioè con dei passi molto specifici che abbiamo visto sopra, che l’esistenza del PURGATORIO è accertata, e che la dottrina della Chiesa cattolica vince su quella di chi afferma diversamente.
 

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Domenica, 20 Luglio 2014 00:00

Rivelazione pubblica e Rivelazione privata

C’è spesso confusione quando alla nostra Fede vengono offerte Rivelazioni che non sono quelle direttamente acquisite dai testi evangelici ma che giungono a noi per mezzo di apparizioni mariane o rivelazione private nella vita dei santi. Questo autorevole testo di Joseph Ratzinger quando era ancora a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede ci spiega con chiarezza le differenze, il giusto luogo teologico e come dobbiamo porci di fronte a questi eventi.

Da “Congregazione per la dottrina della fede: Il messaggio di Fatima – Commento teologico”, 13 maggio 2000

di Joseph Ratzinger […] L’insegnamento della Chiesa distingue fra la “rivelazione pubblica” e le “rivelazioni private”. Fra le due realtà vi è una differenza non solo di grado ma di essenza.

Il termine “rivelazione pubblica” designa l’azione rivelativa di Dio destinata a tutta quanta l’umanità, che ha trovato la sua espressione letteraria nelle due parti della Bibbia: l’Antico ed il Nuovo Testamento. Si chiama “rivelazione”, perché in essa Dio si è dato a conoscere progressivamente agli uomini, fino al punto di divenire egli stesso uomo, per attirare a sé e a sé riunire tutto quanto il mondo per mezzo del Figlio incarnato Gesù Cristo. […] In Cristo Dio ha detto tutto, cioè se stesso, e pertanto la rivelazione si è conclusa con la realizzazione del mistero di Cristo, che ha trovato espressione nel Nuovo Testamento.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica cita, per spiegare questa definitività e completezza della rivelazione, un testo di San Giovanni della Croce: “Dal momento in cui ci ha donato il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva parola, ci ha detto tutto in una sola volta in questa sola Parola… Infatti quello che un giorno diceva parzialmente ai profeti, l’ha detto tutto nel suo Figlio… Perciò chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità” (CCC 65, S. Giovanni della Croce, Salita al Monte Carmelo, II, 22).

Il fatto che l’unica rivelazione di Dio rivolta a tutti i popoli è conclusa con Cristo e con la testimonianza a lui resa nei libri del Nuovo Testamento vincola la Chiesa all’evento unico della storia sacra e alla parola della Bibbia, che garantisce e interpreta questo evento, ma non significa che la Chiesa ora potrebbe guardare solo al passato e sarebbe così condannata ad una sterile ripetizione. Il CCC dice al riguardo: “… anche se la rivelazione è compiuta, non è però completamente esplicitata; toccherà alla fede cristiana coglierne gradualmente tutta la portata nel corso dei secoli” (n. 66).

I due aspetti del vincolo con l’unicità dell’evento e del progresso nella sua comprensione sono molto bene illustrati nei discorsi d’addio del Signore, quando egli congedandosi dice ai discepoli: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé… Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16, 1214). […]

In questo contesto diviene possibile intendere correttamente il concetto di “rivelazione privata”, che si riferisce a tutte le visioni e rivelazioni che si verificano dopo la conclusione del Nuovo Testamento […]. Ascoltiamo ancora al riguardo innanzitutto il CCC: “Lungo i secoli ci sono state delle rivelazioni chiamate ‘private’, alcune delle quali sono state riconosciute dall’autorità della Chiesa… Il loro ruolo non è quello… di ‘completare’ la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica” (n. 67). Vengono chiarite due cose:

1. L’autorità delle rivelazioni private è essenzialmente diversa dall’unica rivelazione pubblica: questa esige la nostra fede; in essa infatti per mezzo di parole umane e della mediazione della comunità vivente della Chiesa Dio stesso parla a noi. La fede in Dio e nella sua Parola si distingue da ogni altra fede, fiducia, opinione umana. La certezza che Dio parla mi dà la sicurezza che incontro la verità stessa e così una certezza, che non può verificarsi in nessuna forma umana di conoscenza. È la certezza, sulla quale edifico la mia vita e alla quale mi affido morendo.

2. La rivelazione privata è un aiuto per questa fede, e si manifesta come credibile proprio perché mi rimanda all’unica rivelazione pubblica. Il cardinale Prospero Lambertini, futuro Papa Benedetto XIV, dice al riguardo nel suo trattato classico, divenuto poi normativo sulle beatificazioni e canonizzazioni: “Un assentimento di fede cattolica non è dovuto a rivelazioni approvate in tal modo; non è neppure possibile. Queste rivelazioni domandano piuttosto un assentimento di fede umana conforme alle regole della prudenza, che ce le presenta come probabili e piamente credibili”. Il teologo fiammingo E. Dhanis, eminente conoscitore di questa materia, afferma sinteticamente che l’approvazione ecclesiale di una rivelazione privata contiene tre elementi: il messaggio relativo non contiene nulla che contrasta la fede ed i buoni costumi; è lecito renderlo pubblico, ed i fedeli sono autorizzati a dare ad esso in forma prudente la loro adesione (E. Dhanis, “Sguardo su Fatima e bilancio di una discussione”, in: La Civiltà Cattolica 104, 1953 II. 392406, in particolare 397). Un tale messaggio può essere un valido aiuto per comprendere e vivere meglio il Vangelo nell’ora attuale; perciò non lo si deve trascurare. È un aiuto, che è offerto, ma del quale non è obbligatorio fare uso.

Il criterio per la verità ed il valore di una rivelazione privata è pertanto il suo orientamento a Cristo stesso. Quando essa ci allontana da lui, quando essa si rende autonoma o addirittura si fa passare come un altro e migliore disegno di salvezza, più importante del Vangelo, allora essa non viene certamente dallo Spirito Santo, che ci guida all’interno del Vangelo e non fuori di esso. Ciò non esclude che una rivelazione privata ponga nuovi accenti, faccia emergere nuove forme di pietà o ne approfondisca e ne estenda di antiche. Ma in tutto questo deve comunque trattarsi di un nutrimento della fede, della speranza e della carità, che sono per tutti la via permanente della salvezza.

Possiamo aggiungere che le rivelazioni private sovente provengono innanzitutto dalla pietà popolare e su di essa si riflettono, le danno nuovi impulsi e dischiudono per essa nuove forme. Ciò non esclude che esse abbiano effetti anche nella stessa liturgia, come ad esempio mostrano le feste del Corpus Domini e del Sacro Cuore di Gesù. Da un certo punto di vista nella relazione fra liturgia e pietà popolare si delinea la relazione fra rivelazione pubblica e rivelazioni private: la liturgia è il criterio, essa è la forma vitale della Chiesa nel suo insieme nutrita direttamente dal Vangelo. La religiosità popolare significa che la fede mette radici nel cuore dei singoli popoli, così che essa viene introdotta nel mondo della quotidianità. La religiosità popolare è la prima e fondamentale forma di “inculturazione” della fede, che si deve continuamente lasciare orientare e guidare dalle indicazioni della liturgia, ma che a sua volta feconda la fede a partire dal cuore.

Siamo così già passati dalle precisazioni piuttosto negative, che erano innanzitutto necessarie, alla determinazione positiva delle rivelazioni private: come si possono classificare in modo corretto a partire dalla Scrittura? Qual è la loro categoria teologica? La più antica lettera di San Paolo che ci è stata conservata, forse il più antico scritto in assoluto del Nuovo Testamento, la prima lettera ai Tessalonicesi, mi sembra offrire un’indicazione. L’apostolo qui dice: “Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono” (5, 1921).

In ogni tempo è dato alla Chiesa il carisma della profezia, che deve essere esaminato, ma che anche non può essere disprezzato. Al riguardo occorre tener presente che la profezia nel senso della Bibbia non significa predire il futuro, ma spiegare la volontà di Dio per il presente e quindi mostrare la retta via verso il futuro. Colui che predice l’avvenire viene incontro alla curiosità della ragione, che desidera squarciare il velo del futuro; il profeta viene incontro alla cecità della volontà e del pensiero e chiarisce la volontà di Dio come esigenza ed indicazione per il presente. L’importanza della predizione del futuro in questo caso è secondaria. Essenziale è l’attualizzazione dell’unica rivelazione, che mi riguarda profondamente: la parola profetica è avvertimento o anche consolazione o entrambe insieme. In questo senso si può collegare il carisma della profezia con la categoria dei “segni del tempo”, che è stata rimessa in luce dal Vaticano II: “… Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?” (Lc 12, 56). Per “segni del tempo” in questa parola di Gesù si deve intendere il suo proprio cammino, egli stesso. Interpretare i segni del tempo alla luce della fede significa riconoscere la presenza di Cristo in ogni tempo. Nelle rivelazioni private riconosciute dalla Chiesa si tratta di questo: aiutarci a comprendere i segni del tempo ed a trovare per essi la giusta risposta nella fede. […]

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Impariamo a conoscere l’unica Chiesa di Cristo:

LA CHIESAUNA, SANTA, CATTOLICA E APOSTOLICA

811 « Questa è l’unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica ». 261 Questi quattro attributi, legati inseparabilmente tra di loro, 262 indicano tratti essenziali della Chiesa e della sua missione. La Chiesa non se li conferisce da se stessa; è Cristo che, per mezzo dello Spirito Santo, concede alla sua Chiesa di essere una, santa, cattolica e apostolica, ed è ancora lui che la chiama a realizzare ciascuna di queste caratteristiche.

812 Soltanto la fede può riconoscere che la Chiesa trae tali caratteristiche dalla sua origine divina. Tuttavia le loro manifestazioni storiche sono segni che parlano chiaramente alla ragione umana. « La Chiesa – ricorda il Concilio Vaticano –, a causa della sua eminente santità […], della sua cattolica unità, della sua incrollabile stabilità, è per se stessa un grande e perenne motivo di credibilità e una irrefragabile testimonianza della sua missione divina ».

I. La Chiesa è una

«Il sacro mistero dell’unità della Chiesa»

813 La Chiesa è una per la sua origine: « Il supremo modello e il principio di questo mistero è l’unità nella Trinità delle Persone di un solo Dio Padre e Figlio nello Spirito Santo ». La Chiesa è una per il suo Fondatore: « Il Figlio incarnato, infatti, […] per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio, […] ristabilendo l’unità di tutti i popoli in un solo popolo e in un solo corpo ». La Chiesa è una per la sua « anima »: « Lo Spirito Santo, che abita nei credenti e tutta riempie e regge la Chiesa, produce quella meravigliosa comunione dei fedeli e tanto intimamente tutti unisce in Cristo, da essere il principio dell’unità della Chiesa ». È dunque proprio dell’essenza stessa della Chiesa di essere una:

« Che stupendo mistero! Vi è un solo Padre dell’universo, un solo Logos dell’universo e anche un solo Spirito Santo, ovunque identico; vi è anche una sola Vergine divenuta Madre, e io amo chiamarla Chiesa ».

814 Fin dal principio, questa Chiesa « una » si presenta tuttavia con una grande diversità, che proviene sia dalla varietà dei doni di Dio sia dalla molteplicità delle persone che li ricevono. Nell’unità del popolo di Dio si radunano le diversità dei popoli e delle culture. Tra i membri della Chiesa esiste una diversità di doni, di funzioni, di condizioni e modi di vita; « nella comunione ecclesiastica vi sono legittimamente delle Chiese particolari, che godono di proprie tradizioni ». La grande ricchezza di tale diversità non si oppone all’unità della Chiesa. Tuttavia, il peccato e il peso delle sue conseguenze minacciano continuamente il dono dell’unità. Anche l’Apostolo deve esortare a « conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace » (Ef 4,3).

815 Quali sono i vincoli dell’unità? Al di sopra di tutto la carità, che « è il vincolo di perfezione » (Col 3,14). Ma l’unità della Chiesa nel tempo è assicurata anche da legami visibili di comunione:

— la professione di una sola fede ricevuta dagli Apostoli;
— la celebrazione comune del culto divino, soprattutto dei sacramenti;
— la successione apostolica mediante il sacramento dell’Ordine, che custodisce la concordia fraterna della famiglia di Dio.

816 « L’unica Chiesa di Cristo… » è quella « che il Salvatore nostro, dopo la sua risurrezione, diede da pascere a Pietro, affidandone a lui e agli altri Apostoli la diffusione e la guida […]. Questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come una società, sussiste [«subsistit in»] nella Chiesa cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui ».

Il decreto sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II esplicita: « Solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è lo strumento generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza. In realtà al solo collegio apostolico con a capo Pietro crediamo che il Signore ha affidato tutti i beni della Nuova Alleanza, per costituire l’unico corpo di Cristo sulla terra, al quale bisogna che siano pienamente incorporati tutti quelli che già in qualche modo appartengono al popolo di Dio ».

II. La Chiesa è santa

823 « Noi crediamo che la Chiesa […] è indefettibilmente santa. Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato «il solo Santo», ha amato la Chiesa come sua Sposa e ha dato se stesso per essa, al fine di santificarla, e l’ha unita a sé come suo corpo e l’ha riempita col dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio ». La Chiesa è dunque « il popolo santo di Dio », e i suoi membri sono chiamati « santi ».

824 La Chiesa, unita a Cristo, da lui è santificata; per mezzo di lui e in lui diventa anche santificante. Tutte le attività della Chiesa convergono, come a loro fine, « verso la santificazione degli uomini e la glorificazione di Dio in Cristo ». È nella Chiesa che si trova « tutta la pienezza dei mezzi di salvezza ». È in essa che « per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità».

825 « La Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta ». Nei suoi membri, la santità perfetta deve ancora essere raggiunta. « Muniti di tanti e così mirabili mezzi di salvezza, tutti i fedeli d’ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a quella perfezione di santità di cui è perfetto il Padre celeste ».

826 La carità è l’anima della santità alla quale tutti sono chiamati: essa « dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine »:

« Capii che se la Chiesa aveva un corpo, composto da diverse membra, il più necessario, il più nobile di tutti non le mancava: capii che la Chiesa aveva un Cuore e che questo Cuore era acceso d’Amore. Capii che solo l’Amore faceva agire le membra della Chiesa: che se l’Amore si dovesse spegnere, gli Apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i Martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue… Capii che l’Amore racchiudeva tutte le Vocazioni, che l’Amore era tutto, che abbracciava tutti i tempi e tutti i luoghi!… Insomma che è Eterno!… ».

827 « Mentre Cristo «santo, innocente, immacolato», non conobbe il peccato, ma venne allo scopo di espiare i soli peccati del popolo, la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento ». Tutti i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, devono riconoscersi peccatori. In tutti, sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo. La Chiesa raduna dunque peccatori raggiunti dalla salvezza di Cristo, ma sempre in via di santificazione:

« La Chiesa è santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l’irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli con il sangue di Cristo e il dono dello Spirito Santo ».

828 Canonizzando alcuni fedeli, ossia proclamando solennemente che tali fedeli hanno praticato in modo eroico le virtù e sono vissuti nella fedeltà alla grazia di Dio, la Chiesa riconosce la potenza dello Spirito di santità che è in lei, e sostiene la speranza dei fedeli offrendo loro i santi quali modelli e intercessori. « I santi e le sante sono sempre stati sorgente e origine di rinnovamento nei momenti più difficili della storia della Chiesa ». Infatti, « la santità è la sorgente segreta e la misura infallibile della sua attività apostolica e del suo slancio missionario ».

829 « Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione che la rende senza macchia e senza ruga, i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria »: in lei la Chiesa è già tutta santa.

III. La Chiesa è cattolica

Che cosa vuol dire «cattolica»?

830 La parola « cattolica » significa « universale » nel senso di « secondo la totalità » o « secondo l’integralità ». La Chiesa è cattolica in un duplice senso.

È cattolica perché in essa è presente Cristo. « Là dove è Cristo Gesù, ivi è la Chiesa cattolica». In essa sussiste la pienezza del corpo di Cristo unito al suo Capo, e questo implica che essa riceve da lui « in forma piena e totale i mezzi di salvezza » che egli ha voluto: confessione di fede retta e completa, vita sacramentale integrale e ministero ordinato nella successione apostolica. La Chiesa, in questo senso fondamentale, era cattolica il giorno di pentecoste e lo sarà sempre fino al giorno della Parusia.

831 Essa è cattolica perché è inviata in missione da Cristo alla totalità del genere umano:

« Tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio. Perciò questo popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio ha creato la natura umana una, e vuole radunare insieme infine i suoi figli, che si erano dispersi. […] Questo carattere di universalità che adorna il popolo di Dio, è un dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo Capo nell’unità del suo Spirito».

Ogni Chiesa particolare è «cattolica»

832 La « Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro Pastori, sono anche esse chiamate Chiese nel Nuovo Testamento. […] In esse con la predicazione del Vangelo di Cristo vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore […]. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica ».

833 Per Chiesa particolare, che è in primo luogo la diocesi (o l’eparchia), si intende una comunità di fedeli cristiani in comunione nella fede e nei sacramenti con il loro Vescovo ordinato nella successione apostolica. 317 Queste Chiese particolari sono « formate a immagine della Chiesa universale »; in esse e a partire da esse « esiste la sola e unica Chiesa cattolica ».

834 Le Chiese particolari sono pienamente cattoliche per la comunione con una di loro: la Chiesa di Roma, « che presiede alla carità ». « È sempre stato necessario che ogni Chiesa, cioè i fedeli di ogni luogo, si volgesse alla Chiesa romana in forza del suo sacro primato ». « Infatti, dalla discesa del Verbo Incarnato verso di noi, tutte le Chiese cristiane sparse in ogni luogo hanno ritenuto e ritengono la grande Chiesa che è qui [a Roma] come unica base e fondamento perché, secondo le promesse del Salvatore, le porte degli inferi non hanno mai prevalso su di essa ».

835 « Ma dobbiamo ben guardarci dal concepire la Chiesa universale come la somma o, per così dire, la federazione […] di Chiese particolari […]. È la stessa Chiesa che, essendo universale per vocazione e per missione, quando getta le sue radici nella varietà dei terreni culturali, sociali, umani, assume in ogni parte del mondo fisionomie ed espressioni esteriori diverse ». La ricca varietà di discipline ecclesiastiche, di riti liturgici, di patrimoni teologici e spirituali propri alle « Chiese locali tra loro concordi dimostra con maggior evidenza la cattolicità della Chiesa indivisa ».

Chi appartiene alla Chiesa cattolica?

836 « Tutti gli uomini sono chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio […], alla quale in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia, infine, tutti gli uomini, che dalla grazia di Dio sono chiamati alla salvezza».

837 « Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli che, avendo lo Spirito di Cristo, accettano integra la sua struttura e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e nel suo organismo visibile sono uniti con Cristo – che la dirige mediante il Sommo Pontefice e i Vescovi – dai vincoli della professione di fede, dei sacramenti, del governo ecclesiastico e della comunione. Non si salva, però, anche se incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella carità, rimane, sì, in seno alla Chiesa col «corpo» ma non col «cuore»».

838 « Con coloro che, battezzati, sono sì insigniti del nome cristiano, ma non professano la fede integrale o non conservano l’unità della comunione sotto il Successore di Pietro, la Chiesa sa di essere per più ragioni unita». «Quelli infatti che credono in Cristo e hanno ricevuto debitamente il Battesimo sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa cattolica».327 Con le Chiese ortodosse, questa comunione è così profonda « che le manca ben poco per raggiungere la pienezza che autorizzi una celebrazione comune della Eucaristia del Signore».

«Fuori della Chiesa non c’è salvezza»

846 Come bisogna intendere questa affermazione spesso ripetuta dai Padri della Chiesa? Formulata in modo positivo, significa che ogni salvezza viene da Cristo-Capo per mezzo della Chiesa che è il suo corpo:

Il santo Concilio « insegna, appoggiandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione, che questa Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo, presente per noi nel suo corpo, che è la Chiesa, è il Mediatore e la Via della salvezza; ora egli, inculcando espressamente la necessità della fede e del Battesimo, ha insieme confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il Battesimo come per la porta. Perciò non potrebbero salvarsi quegli uomini, i quali, non ignorando che la Chiesa cattolica è stata da Dio per mezzo di Gesù Cristo fondata come necessaria, non avessero tuttavia voluto entrare in essa o in essa perseverare ».

IV. La Chiesa è apostolica

857 La Chiesa è apostolica, perché è fondata sugli Apostoli, e ciò in un triplice senso:

— essa è stata e rimane costruita sul « fondamento degli Apostoli » (Ef 2,20), testimoni scelti e mandati in missione da Cristo stesso;

— custodisce e trasmette, con l’aiuto dello Spirito che abita in essa, l’insegnamento, il buon deposito, le sane parole udite dagli Apostoli;

— fino al ritorno di Cristo, continua ad essere istruita, santificata e guidata dagli Apostoli grazie ai loro successori nella missione pastorale: il Collegio dei Vescovi, « coadiuvato dai sacerdoti ed unito al Successore di Pietro e Supremo Pastore della Chiesa ».

« Pastore eterno, tu non abbandoni il tuo gregge, ma lo custodisci e proteggi sempre per mezzo dei tuoi santi Apostoli, e lo conduci attraverso i tempi, sotto la guida di coloro che tu stesso hai eletto vicari del tuo Figlio e hai costituito Pastori ».

La missione degli Apostoli

858 Gesù è l’Inviato del Padre. Fin dall’inizio del suo ministero, « chiamò a sé quelli che egli volle […]. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare » (Mc 3,1314). Da quel momento, essi saranno i suoi « inviati » (è questo il significato del termine greco •B“FJ@8@4). In loro Gesù continua la sua missione: « Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi » (Gv 20,21). Il loro ministero è quindi la continuazione della sua missione: « Chi accoglie voi, accoglie me », dice ai Dodici (Mt 10,40).

859 Gesù li unisce alla missione che ha ricevuto dal Padre. Come «il Figlio da sé non può fare nulla» (Gv 5,19.30), ma riceve tutto dal Padre che lo ha inviato, così coloro che Gesù invia non possono fare nulla senza di lui, dal quale ricevono il mandato della missione e il potere di compierla. Gli Apostoli di Cristo sanno di essere resi da Dio «ministri adatti di una Nuova Alleanza» (2 Cor 3,6), « ministri di Dio » (2 Cor 6,4), «ambasciatori per Cristo» (2 Cor 5,20), «ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio» (1 Cor 4,1).

860 Nella missione degli Apostoli c’è un aspetto che non può essere trasmesso: essere i testimoni scelti della risurrezione del Signore e le fondamenta della Chiesa. Ma vi è anche un aspetto permanente della loro missione. Cristo ha promesso di rimanere con loro sino alla fine del mondo. La « missione divina, affidata da Cristo agli Apostoli, dovrà durare sino alla fine dei secoli, poiché il Vangelo, che essi devono trasmettere, è per la Chiesa principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo gli Apostoli […] ebbero cura di costituirsi dei successori ».

I Vescovi successori degli Apostoli

861 «Perché la missione loro affidata venisse continuata dopo la loro morte, [gli Apostoli] lasciarono quasi in testamento ai loro immediati cooperatori l’incarico di completare e consolidare l’opera da essi incominciata, raccomandando loro di attendere a tutto il gregge, nel quale lo Spirito Santo li aveva posti per pascere la Chiesa di Dio. Essi stabilirono dunque questi uomini e in seguito diedero disposizione che, quando essi fossero morti, altri uomini provati prendessero la successione del loro ministero».

862 «Come quindi permane l’ufficio dal Signore concesso singolarmente a Pietro, il primo degli Apostoli, e da trasmettersi ai suoi successori, così permane l’ufficio degli Apostoli di pascere la Chiesa, da esercitarsi ininterrottamente dal sacro ordine dei Vescovi ». Perciò la Chiesa insegna che « i Vescovi per divina istituzione sono succeduti al posto degli Apostoli, quali Pastori della Chiesa: chi li ascolta, ascolta Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e colui che Cristo ha mandato».

L’apostolato

863 Tutta la Chiesa è apostolica in quanto rimane in comunione di fede e di vita con la sua origine attraverso i successori di san Pietro e degli Apostoli. Tutta la Chiesa è apostolica, in quanto è « inviata » in tutto il mondo; tutti i membri della Chiesa, sia pure in modi diversi, partecipano a questa missione. « La vocazione cristiana infatti è per sua natura anche vocazione all’apostolato ». Si chiama « apostolato » « tutta l’attività del corpo mistico » ordinata alla « diffusione del regno di Cristo su tutta la terra ».

864 « Siccome la fonte e l’origine di tutto l’apostolato della Chiesa è Cristo, mandato dal Padre, è evidente che la fecondità dell’apostolato », sia quello dei ministri ordinati sia quello « dei laici, dipende dalla loro unione vitale con Cristo ». Secondo le vocazioni, le esigenze dei tempi, i vari doni dello Spirito Santo, l’apostolato assume le forme più diverse. Ma la carità, attinta soprattutto nell’Eucaristia, rimane sempre « come l’anima di tutto l’apostolato ».

865 La Chiesa è una, santa, cattolica e apostolica nella sua identità profonda e ultima, perché in essa già esiste e si compirà alla fine dei tempi « il regno dei cieli », « il regno di Dio », che è venuto nella persona di Cristo e che misteriosamente cresce nel cuore di coloro che a lui sono incorporati, fino alla sua piena manifestazione escatologica. Allora tutti gli uomini da lui redenti, in lui resi « santi e immacolati al cospetto » di Dio « nella carità », saranno riuniti come l’unico popolo di Dio, « la Sposa dell’Agnello », « la Città santa » che scende « dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio »;e « le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello » (Ap 21,14).

Pubblicato in Sana Dottrina
   

Mons. Luigi Negri


   

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