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Per citazione
(es. Mt 28,120):
Per parola:
   

Scritti biblici, del Magistero , dei santi e di altri importanti autori sull’inferno e sui molti che vi cadono.

Introduzione

Molti cristiani si lamentano per il fatto che nella predicazione non si parla più, o quasi, dell’inferno. Effettivamente se ne parla pochissimo; perciò alcuni sono arrivati a dire che l’inferno non esiste …o che se esiste è vuoto. Al contrario i santi Dottori, il Magistero , la Scrittura hanno affermato con chiarezza l’esistenza dell’inferno e hanno affermato altresì che certamente non è vuoto !! Ci sono i diavoli all’inferno e , da quanto affermano alcuni Papi e molti Dottori della Chiesa e santi, ci sono anche molti esseri umani; addirittura questi Papi e con essi vari Dottori della Chiesa, seguendo direttamente le indicazioni bibliche sono arrivati a dire che la maggior parte degli uomini (in particolare degli uomini adulti) si danna . Questo testo vuole appunto essere un aiuto per i predicatori affinché tornino a parlare con competenza dell’inferno …..e vuole essere anche un aiuto per tutti gli uomini perché , come dice il Vangelo, si sforzino di andare per la via stretta che conduce alla vita del Cielo e abbandonino la via larga, che molti percorrono, e che conduce alla dannazione eterna.

PRECISIAMO CHIARAMENTE CHE DIO VUOLE TUTTI GLI UOMINI SALVI E BEATI MA VUOLE CHE SI SALVINO COLLABORANDO CON DIO E QUINDI VIVENDO SECONDO LA LEGGE DI DIO , DIO CI DONA DI VIVERE SECONDO LA SUA LEGGE E VUOLE DONARCI IL CIELO MA SE NOI PECCHIAMO GRAVEMENTE E IN PARTICOLARE SE MUORIAMO IN PECCATO GRAVE, CI DANNIAMO E QUINDI DIO PER GIUSTIZIA DEVE CONDANNARCI ALLA DANNAZIONE ETERNA COME PER GIUSTIZIA HA CONDANNATO ALLA DANNAZIONE ETERNA GLI ANGELI RIBELLI


Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 1033  “Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: « Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna » (1 Gv 3,1415). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. 628 Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola « inferno ».”

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma «Dio non predestina nessuno all’inferno questa è conseguenza di un’avversione volontaria a Dio (peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole che «alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi»(2Pt 3,9).

Papa Pio IX e la predicazione sull’inferno.

Verso la fine del suo glorioso pontificato, il Papa raccomandava a un Missionario francese: «Predicate molto le grandi verità della salvezza, predicate specialmente l’Inferno. Dite chiaramente tutta la verità sull’Inferno, non c’è nulla di più efficace per far riflettere i poveri peccatori e convertirli».


Testi biblici sull’esistenza dell’inferno

Notazione preliminare: la S. Scrittura afferma in molti testi la verità dell’esistenza dell’inferno; tuttavia nel Testo Sacro si usa pochissimo la parola inferno, al posto di essa vengono usati dei sinonimi: Geenna, fuoco eterno, stagno di fuoco etc.; tali sinonimi sono molto utili a noi uomini per capire meglio cosa è realmente l’inferno, cioè per conoscere, partendo dalle cose che vediamo come ad es. certi luoghi (Geenna) o certe realtà (fuoco, stagno di fuoco) , l’inferno che una realtà, per noi attualmente, invisibile.

Matteo cap. 5

21Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.

.…

29 Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. 30E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.

Matteo c. 13.

31Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. 32Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».

33Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

34Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, 35perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:

Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.


36Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». 37Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. 38Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno 39e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. 40Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 41Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità 42e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. 43Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!

Matteo c. 25

31Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. 37Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. 40E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. 41Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. 44Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. 45Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. 46E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Luca 16

19C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. 25Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. 27E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. 29Ma Abramo rispose:

Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. 30E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. 31Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

2 Pietro 2,4

Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò in abissi tenebrosi, tenendoli prigionieri per il giudizio.  

Apocalisse 19,20.

20Ma la bestia fu catturata e con essa il falso profeta, che alla sua presenza aveva operato i prodigi con i quali aveva sedotto quanti avevano ricevuto il marchio della bestia e ne avevano adorato la statua. Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo.

Apocalisse 20,10.14s

10E il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli.

14Poi la Morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. 15E chi non risultò scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco.


Apocalisse 21,8

«8Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte».


Testi magisteriali sull’esistenza dell’inferno«


Simbolo Quicumque: DS 76;

»… quanti operarono il bene andranno alla vita eterna quelli che operarono il male al fuoco eterno»


Sinodo di Costantinopoli (anno 543), Anathematismi contra Origenem, 9: DS 411;

«Se qualcuno dice o ritiene che il castigo dei demoni e degli uomini empi è temporaneo e che esso avrà fine dopo un certo tempo, cioè ci sarà un ristabilimento dei demoni o degli uomini empi, sia anatema»

Concilio Lateranense IV, Cap. 1, De fide catholica: DS 801

La fede cattolica

Crediamo fermamente e confessiamo semplicemente che uno solo è il vero Dio, eterno e immenso, onnipotente, immutabile, incomprensibile e ineffabile, Padre, Figlio e Spirito Santo, tre persone, ma una sola essenza, sostanza o natura semplicissima. Il Padre (non deriva) da alcuno, il Figlio dal solo Padre, lo Spirito Santo dall’uno e dall’altro, ugualmente, sempre senza inizio e senza fine. Il Padre genera, il Figlio nasce, lo Spirito Santo procede. Sono consostanziali e coeguali, coonnipotenti e coeterni, principio unico di tutto, creatore di tutte le cose visibili e invisibili, spirituali e materiali. Con la sua onnipotente potenza fin dal principio del tempo creò dal nulla l’uno e l’altro ordine di creature: quello spirituale e quello materiale, cioè gli angeli e il mondo, e poi l’uomo, quasi partecipe dell’uno e dell’altro, composto di anima e di corpo. Il diavolo infatti, e gli altri demoni, da Dio sono stati creati buoni per natura, ma sono diventati malvagi da sé stessi. E l’uomo ha peccato per suggestione del demonio. Questa santa Trinità, una, secondo la comune essenza, distinta secondo le proprietà delle persone, ha rivelato al genere umano, per mezzo di Mosè, dei santi profeti e degli altri suoi servi la dottrina di salvezza, secondo una sapientissima disposizione dei tempi. E finalmente il Figlio unigenito di Dio, Gesù Cristo, incarnatosi per opera comune della Trinità, concepito da Maria sempre vergine con la cooperazione dello Spirito Santo, divenuto vero uomo, composto di anima razionale e di carne umana, una sola persona in due nature, manifestò più chiaramente la via della vita. Immortale e impassibile secondo la divinità, Egli si fece passibile e mortale secondo l’umanità; anzi, dopo aver sofferto sul legno della croce ed esser morto per la salvezza del genere umano, discese negli inferi, risorse dai morti e salì al cielo; ma discese con l’anima, risorse con la carne, salì con l’uno e l’altro; e verrà alla fine dei tempi per giudicare i vivi e i morti e per compensare ciascuno secondo le sue opere, i cattivi come i buoni. Tutti risorgeranno coi propri corpi di cui ora sono rivestiti, per ricevere un compenso secondo i meriti, buoni o cattivi che siano stati: quelli con il diavolo riceveranno la pena eterna, questi col Cristo la gloria eterna.

Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 858

“Le anime di coloro che muoiono in peccato mortale, o con il solo peccato originale, subito discendono all’inferno, dove sono punite con pene differenti”

Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS 1002;

“Noi inoltre definiamo che, secondo la generale disposizione di Dio, le anime di coloro che muoiono in peccato mortale attuale, subito dopo la loro morte discendono all’inferno dove sono tormentate con supplizi infernali e che non di meno nel giorno del giudizio tutti gli uomini compariranno davanti al tribunale di Cristo con i loro corpi, per rendere conto delle loro azioni affinché ciascuno riporti le conseguenze di quanto ha operato con il corpo, sia il bene che il male. “

Concilio di Firenze, Decretum pro Iacobitis: DS 1351

“Le anime di quelli che dopo aver ricevuto il battesimo non sono incorse in nessuna macchia; e anche quelle che, dopo aver contratto la macchia del peccato, sono state purificate o durante la loro vita, o, come sopra è stato detto, dopo essere state spogliate dai loro corpi, vengono subito accolte in cielo e vedono chiaramente Dio stesso, uno e trino, cosi com’è, nondimeno uno più perfettamente dell’altro, a seconda della diversità dei meriti. Invece, le anime di quelli che muoiono in peccato mortale attuale, o anche solo nel peccato originale, scendono subito nell’inferno; subiranno tuttavia la punizione con pene diverse.”

Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 25: DS 1575

25. Se qualcuno afferma che in ogni opera buona il giusto pecca almeno venialmente, o (cosa ancor più intollerabile) mortalmente, e quindi merita le pene eterne, e che non viene condannato solo perché Dio non gli imputa a dannazione quelle opere: sia anatema”

Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 12: AAS 60 (1968) 438.

“Noi crediamo in Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli è il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i secoli, e al Padre consustanziale, homoousios to Patri (8), e per mezzo di Lui tutto è stato fatto. Egli si è incarnato per opera dello Spirito nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo: eguale , pertanto al Padre secondo la divinità, e inferiore al Padre secondo l’umanità, ed Egli stesso uno, non per una qualche impossibile confusione delle nature, ma per l’unità della persona .”


Egli ha dimorato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Egli ha annunciato e instaurato il Regno di Dio, e in Se ci ha fatto conoscere il Padre. Egli ci ha dato il suo Comandamento nuovo, di amarci gli altri com’Egli ci ha amato. Ci ha insegnato la via delle Beatitudini del Vangelo: povertà in spirito, mitezza, dolore sopportato nella pazienza, sete della giustizia, misericordia, purezza di cuore, volontà di pace, persecuzione sofferta per la giustizia. Egli ha patito sotto Ponzio Pilato, Agnello di Dio che porta sopra di sé i peccati del mondo, ed è morto per noi sulla Croce, salvandoci col suo Sangue redentore. Egli è stato sepolto e, per suo proprio potere, è risorto nel terzo giorno, elevandoci con la sua Resurrezione alla partecipazione della vita divina, che è la vita della grazia. Egli è salito al Cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all’Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all’ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto.
E il suo Regno non avrà fine.”

Dal Catechismo Tridentino

Che cosa voglia dire, genericamente, «inferno»

68 DISCESE ALLINFERNO. Nella prima parte dell’articolo ci viene proposto di credere che, dopo la morte di Gesù Cristo, la sua anima discese nell’inferno e vi rimase finché il corpo restò nel sepolcro. Con queste parole riconosciamo che, in quel tempo, la medesima persona di Gesù Cristo fu nell’inferno e stette nel sepolcro, il che non deve sorprendere. Infatti, come spesso abbiamo ripetuto, sebbene l’anima fosse uscita dal corpo, tuttavia la divinità non si separò mai né dall’anima, né dal corpo.

II parroco offrirà molta luce sul significato dell’articolo, spiegando subito che cosa si debba intendere qui con il termine «inferno». Ammonirà anzitutto che esso non sta a significare il «sepolcro», come alcuni, non meno empiamente che ignorantemente, interpretarono. Abbiamo infatti appreso già dall’articolo precedente che Gesù Cristo nostro Signore fu sepolto; ne v’era motivo perché gli Apostoli, nel redigere la regola della fede, ripetessero il medesimo concetto, con formula più oscura. Qui il vocabolo in questione vuole significare quelle sedi nascoste, in cui stanno le anime di coloro che non hanno conseguito la beatitudine celeste . La Sacra Scrittura offre molteplici esempi di questo uso. In san Paolo leggiamo: «Nel nome di Gesù, ogni ginocchio si pieghi, in cielo, in terra, nell’inferno» (Fil 2,10). Negli Atti degli Apostoli san Pietro afferma che Gesù Cristo nostro Signore risuscitò, dopo aver superato i dolori dell’inferno (At 2,24).

Che cosa voglia dire specificamente

69 Tali sedi non sono tutte del medesimo genere. Una è quella prigione tenebrosa e orribile, nella quale le anime dei dannati giacciono in un fuoco perpetuo e inestinguibile, insieme agli spiriti immondi. In questo significato abbiamo i termini equivalenti di Geenna, abisso, inferno propriamente detto. In secondo luogo c’è la sede del fuoco purgante, soffrendo nel quale, per un determinato tempo, le anime dei giusti espiano, onde possano salire alla patria eterna, chiusa a ogni ombra di colpa. Anzi, sulla verità di questa dottrina, che i santi concili proclamano contenuta nella Scrittura come nella Tradizione apostolica,

il parroco insisterà con rinnovata diligenza, poiché viviamo in tempi nei quali la sana dottrina non trova accesso agevole presso gli uomini. Infine una terza sede è quella in cui le anime dei santi furono ospitate prima della venuta di Gesù Cristo nostro Signore. Esse vi dimorarono in modo quieto, immuni da ogni pena, alimentate dalla beatifica speranza della redenzione.

Reale discesa dell’anima di Gesù Cristo nell’inferno

70 Gesù Cristo scendendo nell’inferno liberò appunto le anime di questi giusti, aspettanti il Salvatore nel seno di Abramo. Né dobbiamo credere che vi sia disceso in modo da farvi pervenire soltanto la sua virtù e la sua potenza, ma non la sua anima. Dobbiamo invece ritenere con tutta fermezza che la sua anima discese realmente e con la sua presenza nell’inferno. Abbiamo in proposito l’esplicita testimonianza di David: «Non lascerai l’anima mia nell’inferno» (Sal 15,10).

La discesa di Gesù Cristo all’inferno nulla detrasse all’infinita sua potenza, né gettò alcun’ombra offuscatrice sullo splendore della sua santità. Al contrario fu cosi solennemente confermato quanto era stato dichiarato circa la sua santità e la sua figliolanza da Dio, già manifestata da tanti miracoli. Ce ne persuaderemo senza indugio, se riflettiamo alle ben diverse ragioni, per le quali scesero in quella sede Gesù Cristo e gli altri. Tutti vi erano penetrati prigionieri; egli invece, libero e vincitore fra morti, vi entrò per allontanare i demoni, dai quali essi erano tenuti prigionieri a causa della colpa originale. Inoltre, di tutti gli altri che erano discesi nell’inferno, una parte era stretta dalle più opprimenti pene; un’altra parte, pur libera da dolori sensibili, era amareggiata dalla privazione della visione di Dio e dall’aspettativa ansiosa della sperata beatitudine. Cristo Signore invece vi discese non per soffrire, bensì per liberare i giusti dalla molestia dall’ingrata prigione e conferir loro il frutto della propria Passione. Nella sua discesa dunque non si riscontra nessuna diminuzione dell’infinita sua dignità e potenza.

….

Condanna degli empi

94 Rivolto poi a quelli che staranno alla sua sinistra, fulminerà contro di essi la sua giustizia con queste parole: «Via da me, maledetti, al fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli» (Mt 25,41 ). Con le prime, «Via da me», viene espressa la maggiore delle pene che colpirà gli empi, con l’essere scacciati il più possibile lontano dal cospetto di Dio, né li potrà consolare la speranza che un giorno potranno fruire di tanto bene. Questa è dai teologi chiamata «pena del danno», per la quale gli empi saranno privati per sempre, nell’inferno, della luce della visione divina. L’altra parola, «maledetti», aumenterà sensibilmente la loro miseria e calamità. Se mentre sono cacciati dalla presenza di Dio fossero considerati degni almeno di qualche benedizione, questo tornerebbe a grande loro sollievo; ma poiché nulla di simile potranno aspettarsi, che alleggerisca la loro disgrazia, la divina giustizia, scacciandoli giustamente, li fulmina con ogni sua maledizione.

Seguono poi le parole: «al fuoco eterno»; è il secondo genere di pena che i teologi chiamano «pena del senso», perché si percepisce con i sensi del corpo, come avviene dei flagelli, delle battiture o di altro più grave supplizio, tra i quali non è a dubitare che il tormento del fuoco provochi il più acuto dolore sensibile. Aggiungendo a tanto male la durata perpetua, se ne deduce che la pena dei dannati rappresenta il massimo di tutti i tormenti. Ciò è spiegato meglio dalle parole che terminano la sentenza: «preparato per il diavolo e per i suoi angeli». Poiché la nostra natura è tale che noi più facilmente sopportiamo le nostre molestie, se abbiamo come socio delle nostre disgrazie qualcuno, la cui prudenza e gentilezza ci possano in qualche modo giovare, quale non sarà la miseria dei dannati, cui non sarà mai concesso, in tanti supplizi, separarsi dalla compagnia dei perdutissimi demoni. Tale sentenza il Signore e Salvatore nostro emanerà giustamente contro gli empi, perché questi hanno trascurato tutte le opere di vera pietà: non hanno offerto cibo all’affamato e bevanda all’assetato; non hanno alloggiato l’ospite, vestito l’ignudo, visitato l’infermo e il carcerato.

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica

IV. L’inferno

1033 Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: «Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna» ( 1Gv 3,15 ). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli [Cf Mt 25,3146 ]. Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola «inferno».

1034 Gesù parla ripetutamente della «Geenna», del «fuoco inestinguibile», [Cf Mt 5,22; Mt 5,29; 1034 Mt 13,42; Mt 13,50; Mc 9,4348 ] che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l’anima che il corpo [Cf Mt 10,28 ]. Gesù annunzia con parole severe che egli «manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno… tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente» ( Mt 13,4142 ), e che pronunzierà la condanna: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!» ( Mt 25,41 ).

1035 La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, «il fuoco eterno» [Cf Simbolo «Quicumque»: Denz. –Schnöm., 76; Sinodo di Costantinopoli: ibid., 409. 411; 274]. La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.

1036 Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l’inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l’uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione: «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla Vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» ( Mt 7,1314 ).

Siccome non conosciamo né il giorno né l’ora, bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente, affinché, finito l’unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati tra i beati, né ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove «ci sarà pianto e stridore di denti» [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48].

1037 Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno; [ Cf Concilio di Orange II: Denz. –Schönm. , 397; Concilio di Trento: ibid. , 1567] questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole «che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» ( 2Pt 3,9 ):

Accetta con benevolenza, o Signore, l’offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti [Messale Romano, Canone Romano].

Testi riguardanti l’inferno scritti da santi.

Voglio brevissimamente introdurvi a questi testi scritti dai santi sull’inferno facendovi notare che l’inferno supera in mostruosità ogni più orrenda descrizione; dice s. Faustina Kowalska “Tutto ciò ch’io ne dico non è nulla e tutto ciò che udii dire dai predicatori non è nulla in paragone di quello ch’io vidi ”

S. Alfonso M. de’ Liguori

Dall’”Apparecchio alla morte”

CONSIDERAZIONE XXVIDELLE PENE DELLINFERNO

«Et ibunt hi in supplicium aeternum» (Matth. 25. 46). -

PUNTO I

Due mali fa il peccatore, allorché pecca, lascia Dio sommo bene, e si rivolta alle creature: «Due mali ha compiuto il mio popolo , ha abbandonato me Fonte dell’acqua viva e si è scavato cisterne rotte che non possono contenere acque» (Ier. 2. 13). Perché dunque il peccatore si volta alle creature con disgusto di Dio, giustamente nell’inferno sarà tormentato dalle stesse creature, dal fuoco e da» demonii, e questa è la pena del senso. Ma perché la sua colpa maggiore, dove consiste il peccato, è il voltare le spalle a Dio, perciò la pena principale che sarà nell’inferno, sarà la pena del danno. Ch’é1 la pena d’aver perduto Dio.

Consideriamo prima la pena del senso. È di fede che vi è l’inferno. In mezzo alla terra vi è questa prigione riservata al castigo de» ribelli di Dio. Che cosa è questo inferno? è il luogo de» tormenti. «In questo luogo di tormenti», così chiamò l’inferno l’Epulone dannato (Luca 16. 28). Luogo di tormenti, dove tutti i sensi e le potenze del dannato hanno da avere il lor proprio tormento; e quanto più alcuno in un senso avrà offeso Dio, tanto più in quel senso avrà da esser tormentato: «Per quelle cose per cui ha peccato, per queste cose l’uomo è tormentato» (Sap. 11. 17). «Quanto ebbe in delizie tanto dategli in tormento» (Apoc. 18. 7).2 Sarà tormentata la vista colle tenebre. «Terra di caligine e coperta di oscurità di morte» (Iob. 10. 21). Che compassione fa il sentire

che un pover’uomo sta chiuso in una fossa oscura per mentre vive, per 4050 anni di vita! L’inferno è una fossa chiusa da tutte le parti dove non entrerà mai raggio di sole o d’altra luce. «Per l’eternità non vedrà mai la luce» (Psal. 48. 20). Il fuoco che sulla terra illumina, nell’inferno sarà tutt’oscuro. « La voce di Dio che taglia la fiamma del fuoco» (Psal. 28. 7). Spiega S. Basilio:3 Il Signore dividerà dal fuoco la luce, onde tal fuoco farà solamente l’officio di bruciare, ma non d’illuminare; e lo spiega più in breve Alberto Magno:4 «Dividerà lo splendore dal calore ». Lo stesso fumo che uscirà da questo fuoco, componerà quella procella di tenebre, di cui parla S. Giacomo, che accecherà gli occhi de» dannati: «Per i quali la tempesta delle tenebre è conservata in eterno» (Iac. 2. 13).5 Dice S. Tommaso (3. p. q. 97. n. 4),6 che a» dannati è riservato tanto di luce solamente, quanto basta a più tormentarli. «Quanto è sufficiente per vedere quelle cose che li possono tormentare». Vedranno in quel barlume di luce la bruttezza degli altri reprobi e de» demoni, che prenderanno forme orrende per più spaventarli.

Sarà tormentato l’odorato. Che pena sarebbe trovarsi chiuso in una stanza con un cadavere fracido? «Dai cadaveri di essi sale la puzza» (Is. 34. 3). Il dannato ha da stare in mezzo a tanti milioni d’altri dannati, vivi alla pena, ma cadaveri per la puzza che mandano. Dice S. Bonaventura7 che se un corpo d’un dannato fosse cacciato dall’inferno, basterebbe a far morire per la puzza tutti gli uomini. E poi dicono alcuni pazzi: Se vado all’inferno, non sono solo. Miseri! quanti più sono nell’inferno, tanto più penano. «Là la società dei miseri non dimiuisce la miseria ma la accresce (dice S. Tommaso)» (S. Thom. Suppl. q. 89. a. 1). Più penano (dico) per la puzza, per le grida e per la strettezza; poiché staran nell’inferno l’un sopra l’altro, come pecore ammucchiate in tempo d’inverno: «Sicut oves in inferno positi sunt» (Psal. 48. 15). Anzi più, staran come uve spremute sotto il torchio dell’ira di Dio(Apoc. 19. 15). Dal che ne avverrà poi la pena dell’immobilità. «Siano immobili come sassi» (Exod. 15. 16). Sicché il dannato siccome caderà nell’inferno nel giorno finale, così avrà da restare senza cambiare più sito e senza poter più muovere né un piede, né una mano, per mentre Dio sarà Dio.

Sarà tormentato l’udito cogli urli continui e pianti di quei poveri disperati. I demonii faranno continui strepiti. «Suono di terrore sempre nelle sue orecchie» (Iob. 15. 21). Che pena è quando si vuol dormire e si sente un infermo che continuamente si lamenta, un cane che abbaia, o un fanciullo che piange? Miseri dannati, che han da sentire di continuo per tutta l’eternità quei rumori e le grida di quei tormentati! Sarà tormentata la gola colla fame; avrà il dannato una fame canina: «Soffriranno la fame come cani» (Psal. 58. 15). Ma non avrà mai una briciola di pane. Avrà poi una tale sete, che non gli basterebbe tutta l’acqua del mare; ma non ne avrà neppure una stilla: una stilla ne domandava l’Epulone,9 ma questa non l’ha avuta ancora, e non l’avrà mai, mai.

Affetti e preghiere

Ah mio Signore, ecco a» piedi vostri chi ha fatto tanto poco conto della vostra grazia e de» vostri castighi. Povero me, se Voi, Gesù mio, non aveste avuto di me pietà, da quanti anni starei in quella fornace puzzolente, dove già vi stanno ad ardere tanti pari miei! Ah mio Redentore, come pensando a ciò non ardo del vostro amore? come potrò per l’avvenire pensare ad offendervi di nuovo! Ah non sia mai, Gesu-Cristo mio, fatemi prima mille volte morire. Giacché avete cominciato, compite l’opera. Voi mi avete cacciato dal lezzo di tanti miei peccati, e con tanto amore mi avete chiamato ad amarvi; deh fate ora che questo tempo che mi date, io lo spenda tutto per Voi. Quanto desidererebbero i dannati un giorno, un’ora del tempo che a me concedete; ed io che farò? seguirò a spenderlo in cose di vostro disgusto? No, Gesù mio, non lo permettete, per li meriti di quel sangue, che sinora m’ha liberato dall’inferno. V’amo, o sommo bene, e perché v’amo mi pento di avervi offeso; non voglio più offendervi, ma sempre amarvi.

Regina e Madre mia Maria, pregate Gesù per me, ed ottenetemi il dono della perseveranza e del suo santo amore.



 NOTE 
1 [13.] danno. Ch’è) danno, ch’è BR2.
2 [24.] Apoc., 18, 7: «Quantum glorificavit se et in deliciis fuit, tantum date illi tormentum et luctum».
3 [1.] METAPHRASTES, Sermones 24 selecti, sermo 14 de futuro iudicio, n. 2; PG 32, 1299: «Ut cum duae sint in igne facultates, quarum una comburit, altera illustrat… adeo ut supplicii quidem ignis obscurus sit… cuius quidem lumen, iustorum oblectamento: urendi vero molestia, puniendorum tribuetur ultioni». Cfr. S. BASILIUS M., Hom. in Ps. 28, n. 6: PG 29, 298: «Quamquam… ignis consiliis humanis insecabilis ac individuus videtur esse, nihilominus tamen Dei iussu interciditur ac dividitur…, adeo ut supplicii quidem ignis obscurus sit; lux vero requietis, vi careat comburendi». IDEM, Hom. in Ps. 33, n. 8; PG 29, 371: «Postea animo tibi fingas barathrum profundum, tenebras inextricabiles, ignem splendoris expertem, vim quidem urendi in tenebris habentem, sed luce destitutum».
4 [3.] S. ALBERTUS M., Summa theologica, p. II, q. 12, membrum 2; Opera, XVIII, Lugduni 1651, 85, col. 2: «Unde Basilius etiam dicit super illud Ps. 18: Vox Domini intercidentis flammam ignis, quod in die iudicii lumen quod est in igne, ascendet ad locum beatorum: et ardor fuliginosus descendet ad locum damnatorum: et sic vox Domini sive praeceptum intercidit flammam ignis».
5 [7.] Iud., 13, non Iac., 2, 13: «Iudicium enim sine misericordia illi, qui non fecit misericordiam».
6 [7.] S. THOMAS, Suppl. III partis Summae theol., q. 97, a. 4, c.: «Unde simpliciter loquendo locus est tenebrosus; se tamen ex divina dispositione est ibi aliquid luminis, quantum sufficit ad videndum illa quae animam torquere possunt».
7 [16.] Il testo è comune tra gli autori spirituali, che mai indicano il luogo preciso di s. Bonaventura: BESSEUS P., Conciones… super quatuor novissima. De inferno, concio 4; Venetiis 1617, 472: «Unde Isaias (XXXIV, 3): De cadaveribus eorum ascendet foetor; at tam enormis et pestilens, ut Bonaventura dicere ausus sit mundum universum confestim lue inficiendum, si vel unius damnati corpus in eum inferretur». DREXELIUS, Infermus damnatorum carcer et rogus, c. V, par. 2, Lugduni 1658, 156, col. 2: «Divus Bonaventura ausus est dicere: Si vel unius damnati cadaver in orbe hoc nostro sit, orbem totum ab eo inficiendum». ROSIGNOLI C. G., Verità eterne, lez. VI, parag. I: Bologna 1689, 105106: «Più ebbe a dire S.Bonaventura che se il cadavere d’un dannato fosse tratto dall’inferno, e riposto sopra la superficie della terra ad esalare il suo lezzo, basterebbe ad appestare tutta la terra». Vedi anche SPANNER, op. cit., I, Venetiis 1709, 431.
 8 [3.] S. THOMAS, Suppl. III partis Summae theol., q. 89, a. 4, c.: «Nec ob hoc minuitur aliquid de daemonum poena, quia in hoc etiam quod alios torquent, ipsi torquebuntur: ibi enim miserorum societas miseriam non minuet, sed augebit».
9 [25.] Luc., 16, 24: «Mitte Lazarum, ut intingat extremum digiti sui in aquam, ut refrigeret linguam meam, quia crucior in hac flamma».



PUNTO II

La pena poi che più tormenta il senso del dannato, è il fuoco del l’inferno, che tormenta il tatto. «Vindicta carnis impii ignis, et vermis» (Eccli. 7. 19). Che perciò il Signore nel giudizio ne fa special menzione: «Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum» (Matth. 41).1 Anche in questa terra la pena del fuoco è la maggior2 di tutte; ma vi è tanta differenza dal fuoco nostro a quello dell’inferno, che dice S. Agostino3 che “l nostro sembra dipinto. «In eius comparatione noster hic ignis depictus est». E S. Vincenzo Ferreri dice che a confronto il nostro4 è freddo. La ragione è,5 perché il fuoco nostro è creato per nostro utile, ma il fuoco dell’inferno è creato da Dio a posta per tormentare. «Longe alius (dice Tertulliano)6 est ignis, qui usui humano, alius qui Dei iustitiae deservit». Lo sdegno di Dio accende questo fuoco vendicatore. «Ignis succensus est in furore meo» (Ier. 15. 14). Quindi da Isaia il fuoco dell’inferno è chiamato spirito d’ardore: «Si abluerit Dominus sordes… in spiritu ardoris» (Is. 4).7 Il dannato sarà mandato non al fuoco, ma nel fuoco: «Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum». Sicché il misero sarà circondato dal fuoco, come un legno dentro una fornace. Si troverà il dannato con un abisso di fuoco da sotto,8 un abisso di sopra, e un abisso d’intorno. Se tocca, se vede, se respira; non tocca, non vede, né respira altro che fuoco. Starà nel fuoco come il pesce nell’acqua. Ma questo fuoco non solamente starà d’intorno al dannato, ma entrerà anche dentro le sue viscere a tormentarlo. Il suo corpo diventerà tutto di fuoco, sicché bruceranno le viscere dentro del ventre, il cuore dentro del petto, le cervella dentro il capo, il sangue dentro le vene, anche le midolla dentro l’ossa: ogni dannato diventerà in se stesso una fornace di fuoco. «Pone eos ut clibanum ignis» (Ps. 20. 10). Taluni non possono soffrire di camminare per una via battuta dal sole, di stare in una stanza chiusa con una braciera,9 non soffrire una scintilla, che svola da una candela; e poi non temono quel fuoco, che divora, come dice Isaia:

«Quis poterit habitare de vobis cum igne devorante?» (Is. 33. 14). Siccome una fiera divora un capretto, così il fuoco dell’inferno divora il dannato; lo divora, ma senza farlo mai morire. Siegui pazzo, dice S. Pier Damiani10 (parlando al disonesto), siegui11 a contentare la tua carne, che verrà un giorno in cui le tue disonestà diventeranno tutte pece nelle tue viscere, che farà più grande e più tormentosa la fiamma che ti brucerà nell’inferno: «Venit dies, imo nox, quando libido tua vertetur

in picem, qua se nutriat perpetuus ignis in tuis visceribus» (S. P. Dam. Epist. 6). Aggiunge S. Girolamo (Epist. ad Pam.)12 che questo fuoco porterà seco tutti i tormenti e dolori che si patiscono in questa terra; dolori di fianco e di testa, di viscere, di nervi: «In uno igne omnia supplicia sentiunt in inferno peccatores». In questo fuoco vi sarà anche la pena del freddo. «Ad nimium calorem transeat ab aquis nivium» (Iob. 24. 19). Ma sempre bisogna intendere che tutte le pene di questa terra sono un’ombra, come dice il Grisostomo,13 a paragone delle pene dell’inferno: «Pone ignem, pone ferrum, quid, nisi umbra ad illa tormenta?»Le potenze anche avranno il lor proprio tormento. Il dannato sarà tormentato nella memoria, col ricordarsi del tempo che ha avuto in questa vita per salvarsi, e l’ha speso per dannarsi; e delle grazie che ha ricevute da Dio, e non se ne ha voluto servire. Nell’intelletto, col pensare al gran bene che ha perduto, paradiso e Dio; e che a questa perdita non vi è più rimedio. Nella volontà, in vedere che gli sarà negata sempre ogni cosa che domanda. «Desiderium peccatorum peribit» (Ps. 111. 10). Il misero non avrà mai niente di quel che desidera, ed avrà sempre tutto quello che abborrisce, che saranno le sue pene eterne. Vorrebbe uscir da» tormenti, e trovar pace, ma sarà sempre tormentato, e non avrà mai pace.

Affetti e preghiere

Ah Gesù mio, il vostro sangue e la vostra morte sono la speranza mia. Voi siete morto, per liberare me dalla morte eterna. Ah Signore, e chi più ha partecipato de» meriti della vostra passione, che io miserabile, il quale tante volte mi ho meritato l’inferno? Deh non mi fate vivere più ingrato a tante grazie che mi avete fatte. Voi m’avete liberato dal fuoco dell’inferno, perché non volete ch’io arda in quel fuoco di tormento, ma arda del dolce fuoco dell’amor vostro. Aiutatemi dunque, acciocché io possa compiacere il vostro desiderio. Se ora stessi nell’inferno, non vi potrei più amare; ma giacché posso amarvi, io vi voglio amare. V’amo bontà infinita, v’amo mio Redentore, che tanto mi avete amato. Come ho potuto vivere tanto tempo scordato di Voi! Vi ringrazio che Voi non vi siete scordato di me. Se di me vi foste scordato, o starei al presente nell’inferno, o non avrei dolore de» miei peccati. Questo dolore che mi sento nel cuore di avervi offeso, questo desiderio che provo di amarvi assai, son doni della vostra grazia, che ancora mi assiste. Ve ne ringrazio, Gesù mio. Spero per l’avvenire di dare a Voi la vita che mi resta. Rinunzio a tutto. Voglio solo pensare a servirvi e darvi gusto. Ricordatemi sempre l’inferno che mi ho meritato, e le grazie che mi avete fatte; e non permettete ch’io abbia un’altra volta a voltarvi le spalle, ed a condannarmi da me stesso a questa fossa di tormenti.

O Madre di Dio, pregate per me peccatore. La vostra intercessione m’ha liberato dall’inferno, con questa ancora liberatemi, o Madre mia, dal peccato, che solo può condannarmi di nuovo all’inferno.

 NOTE 

1 [21.] Matth., 25, 41.
2 [22.] maggior) maggiore VR BR1 BR2.
3 [24.] V. BELLOVACENSIS, Spec. morale, l. II, p. 3, dist. 2, Venetiis 1591, f. 146, col. 4: «Augustinus de Civ. Dei… Item ignis iste ad comparationem illius non est nisi quasi umbra vel pictura». DREXELIUS, op. cit., c. VI, parag. I; Lugduni 1658, 159, col. 2: «Noster ignis Augustino pictus videtur, sed ille alter, verus». GISOLFO P., op. cit., p. I, disc. 17; II, Roma 1694, 506: «E “l fuoco infernale ha tanta maggior attività, ha tanto più intenso ardore, che afferma S. Agostino, esservi quella differenza tra l’uno e l’altro fuoco, quale appunto è co “l fuoco dipinto in un quadro, e tra il fuoco vero materiale: In cuius comparatione noster hic ignis depictus est: S. August., tom. 10, serm. 181 de tempore, fol. 691». Cfr. S. AUGUST., Enarratio in Ps. XLIX, n. 7; PL 36, 569: «Non erit iste ignis sicut focus tuus, quo tamen si manum mittere cogaris, facies quidquid voluerit qui hoc minatur». Cfr. CC 38, 58081.
4 [2.] il nostro) del nostro ND1 VR ND3 BR1 NS7: lo sbaglio è evidente pel controsenso che ne risulta; seguiamo la lezione più corretta «il» che si trova in BR2.
5 [2.] Pare che s. Alfonso riferisca a senso il pensiero del Ferreri che sovente parla del fuoco infernale «intolerabilis» ed «inextinguibilis»: vedi VINCENTIUS FERRERI, Sermones hiemales, Venetiis 1573, 377; Sermones aestivales, Venetiis 1573, 195, 230, 472, 478; Sermones de Sanctis, Coloniae Agrippinae 1675, 56061, ecc. Nei Sermoni compendiati, serm. X, n. 5; Napoli 1771, 40 s. Alfonso attribuisce la stessa idea a s. Anselmo.
6 [4.] GISOLFO P., op. cit., disc. 17, 501: «Altro è il fuoco, che serve ad uso, e alle comodità degli uomini, dice Tertulliano, e altro è il fuoco, che serve alla divina giustizia: Longe alius est ignis, qui usui humano, alius qui Dei iustitiae deservit». Cfr. TERTULLIANUS, Apologeticus, c. 48; PL I, 527528: «Noverunt philosophi diversitatem arcani et publici ignis. Ita longe alius est qui usui humano, alius qui iudicio Dei apparet… Et hoc erit testimonium ignis aeterni, hoc exemplum iusti iudicii poenam nutrientis. Montes uruntur et durant: quid nocentes et Dei hostes?» Cfr. CC I, 168.
7 [8.] Is., 4, 4: «Si abluerit Dominus sordes filiarum Sion, et sanguinem Ierusalem laverit de medio eius, in spiritu iudicii et spiritu ardoris.»
8 [12.] da sotto) di sotto VR BR1 BR2.
9 [22.] un braciere.
10 [4.] S. PETRUS DAMIANUS, De caelibatu sacerdotum, c. III; PL 145, 385: «Veniet profecto dies, imo nox, quando libido ista tua vertatur in picem, qua se perpetuus ignis in tuis visceribus inextinguibiliter nutriat, et medullas tuas simul et ossa indefectiva conflagratione depascat».
11 [4.] Segui.
12 [9.] MANSI, Bibliotheca mor. praedic., tr. 34, disc. 7; II, Venetiis 1703, 614 col. 2: «Siquidem in uno igne omnia supplicia sentiunt in inferno peccatores, ut inquit Hieronymus (Ep. I ad Pammach.)». Tra altri anche SEGNERI P., Cristiano Istruito, p. II, ragion. XVIII; Opere, III, Venezia 1742, 165, col. I, attribuisce con la stessa citazione a s. Girolamo il testo, che però manca nelle lettere genuine.
13 [16.] GISOLFO P., op. cit., disc. XV; I, 437: «Onde S. Giovan Crisostomo: Pone, si libet, ignem, ferrum et bestias, et si quid his difficilius: attamen nec umbra sunt haec ad inferni tormenta». Cfr. CHRYS., In epist. ad Rom., hom. 31, n. 5; PG 60, 674: «Quid enim mihi grave dicere possis? Paupertatem, morbum, captivitatem, mutilationem corporis. Verum illa omnia risu sunt digna si cum supplicio illo [inferni] comparentur»




PUNTO III

Ma tutte queste pene son niente a rispetto della pena del danno. Non fanno l’inferno le tenebre, la puzza, le grida e “l fuoco; la pena che fa l’inferno è la pena di aver perduto Dio. Dice S. Brunone:1 «Addantur tormenta tormentis, ac Deo non priventur» (Serm. de Iud. fin.). E S. Gio. Grisostomo: 2 «Si mille dixeris gehennas, nihil par dices illius doloris» (Hom. 49. ad Pop.). Ed aggiunge S. Agostino3 che se i dannati godessero la vista di Dio, «nullam poenam sentirent, et infernus ipse verteretur in paradisum» (S. Aug. to. 9. de Tripl. hab.). Per intendere qualche cosa di questa pena, si consideri che se taluno perde (per esempio) una gemma, che valea 100 scudi, sente gran pena, ma se valea 200 sente doppia pena: se 400 più pena. In somma quanto cresce il valore della cosa perduta, tanto cresce la pena. Il dannato qual bene ha perduto? un bene infinito, ch’è Dio; onde dice S. Tommaso4 che sente una pena in certo modo infinita: «Poena damnati est infinita, quia est amissio boni infiniti» (D. Th. 1. 2. q. 87. a. 4).

Questa pena ora solo si teme da» santi. «Haec amantibus, non contemnentibus poena est», dice S. Agostino.5 S. Ignazio di Loiola dicea:6 Signore, ogni pena sopporto, ma questa no, di star privo di Voi. Ma questa pena niente si apprende da» peccatori, che si contentano di vivere i mesi e gli anni senza Dio, perché i miseri vivono fra le tenebre. In morte non però han da conoscere il gran bene che perdono. L’anima in uscire da questa vita, come dice S. Antonino,7 subito intende ch’ella è creata per Dio: «Separata autem anima a corpore intelligit Deum summum bonum et ad illud esse creatam». Onde subito si slancia per andare ad abbracciarsi col suo sommo bene; ma stando in peccato, sarà da Dio discacciata. Se un cane vede la lepre, ed uno lo tiene con una catena, che forza fa il cane per romper la catena ed andare a pigliar la preda? L’anima in separarsi dal corpo, naturalmente è tirata a Dio, ma il peccato la divide da Dio, e la manda lontana all’inferno. «Iniquitates vestrae diviserunt inter vos, et Deum vestrum» (Is. 59. 2). Tutto l’inferno dunque consiste in quella prima parola della condanna: «Discedite a me, maledicti». Andate, dirà Gesu-Cristo, non voglio che vediate più la mia faccia. «Si mille quis ponat gehennas, nihil tale dicturus est, quale est exosum esse Christo» (Chrysost. hom. 24. in Matth.).8 Allorché Davide9 condannò Assalonne a non comparirgli più davanti, fu tale questa pena ad Assalonne che rispose: Dite a mio padre, che o mi permetta di vedere la sua faccia o mi dia la morte (2. Reg. 14. 24).10 Filippo II11 ad un grande che vide stare irriverente in chiesa, gli disse: Non mi comparite più davanti. Fu tanta la pena di quel grande, che giunto alla casa se ne morì di dolore. Che sarà, quando Dio in morte intimerà al reprobo: Va via che io non voglio vederti più. «Abscondam faciem ab eo, et invenient eum omnia mala» (Deut. 31. 17). Voi (dirà Gesù a» dannati nel giorno finale) non siete più miei, io non sono più vostro. «Voca nomen eius, non populus meus, quia vos non populus meus, et ego non ero vester» (Osea 1. 9). Che pena è ad un figlio, a cui gli muore il padre, o ad una moglie quando le muore lo sposo, il dire: Padre mio, sposo mio, non t’ho da vedere più. Ah se ora udissimo un’anima dannata 
che piange, e le chiedessimo: Anima, perché piangi tanto? Questo solo ella risponderebbe: Piango, perché ho perduto Dio, e non l’ho da vedere più. Almeno potesse la misera nell’inferno amare il suo Dio, e rassegnarsi alla sua volontà. Ma no; se potesse ciò fare, l’inferno non sarebbe inferno; l’infelice non può rassegnarsi alla volontà di Dio, perché è fatta nemica della divina volontà. Né può amare più il suo Dio, ma l’odia e l’odierà per sempre; e questo sarà il suo inferno, il conoscere che Dio è un bene sommo e il vedersi poi costretto ad odiarlo, nello stesso tempo che lo conosce degno d’infinito amore. «Ego sum ille nequam privatus amore Dei», così rispose quel demonio, interrogato chi fosse da S. Caterina da Genova.12 Il dannato odierà e maledirà Dio, e maledicendo Dio, maledirà anche i beneficii che gli ha fatti, la creazione, la redenzione, i sagramenti, specialmente del battesimo e della penitenza, e sopra tutto il SS. Sagramento dell’altare. Odierà tutti gli angeli e santi ma specialmente l’angelo suo custode e i santi suoi avvocati, e più di tutti la divina Madre; ma principalmente maledirà le tre divine Persone, e fra queste singolarmente il Figlio di Dio, che un giorno è morto per la di lei salute, maledicendo le sue piaghe, il suo sangue, le sue pene e la sua morte.

Affetti e preghiere

Ah mio Dio, Voi dunque siete il mio sommo bene, bene infinito, ed io volontariamente tante volte v’ho perduto. Sapeva io già che col mio peccato vi da un gran disgusto, e che perdeva la vostra grazia, e l’ho fatto? Ah che se non vi vedessi trafitto in croce, o Figlio di Dio, morire per me, non avrei più animo di cercarvi13 e di sperare da Voi perdono. Eterno Padre, non guardate me, guardate questo amato Figlio, che vi cerca14 per me pietà; esauditelo, e perdonatemi. A quest’ora dovrei star nell’inferno da tanti anni senza speranza di potervi più amare, e di ricuperare la vostra grazia perduta. Dio mio, mi pento sopra ogni male di quest’ingiuria che v’ho fatta, di rinunziare alla vostr’amicizia e di disprezzare il vostro amore per li gusti miserabili di questa terra. Oh fossi morto prima mille volte! Come ho potuto essere così cieco e così pazzo! Vi ringrazio, Signor mio, che mi date tempo di poter rimediare al mal fatto. Giacché per misericordia vostra sto fuori dell’inferno, e vi posso amare, Dio mio, vi voglio amare. Non voglio più differire di convertirmi tutto a Voi. V’amo bontà infinita, v’amo15 mia vita, mio tesoro, mio amore, mio tutto. Ricordatemi sempre, o Signore, l’amore che mi avete portato, e l’inferno dove dovrei stare; acciocché questo pensiero mi accenda sempre a farvi atti d’amore e a dirvi sempre: io v’amo, io v’amo, io v’amo.

O Maria Regina, speranza e Madre mia, se stessi nell’inferno, neppure potrei amar più Voi. V’amo Madre mia, e a Voi confido di non lasciare più d’amar Voi e “l mio Dio. Aiutatemi, pregate Gesù per me.

 NOTE 

1 [31.] MANSI, op. cit., tr. 34, disc. 22; II, 646, col. 2: «Sanctus tamen Bruno in sermone de Iudicio finali, longe clarioribus verbis hanc ipsam confirmat veritatem, dicens: Addantur
tormenta tormentis, et poenae poenis; saeviant saevius ministri; at Deo non privemur».
2 [2.] DREXELIUS, Infernus damnatorum, c. II, parag. 2; Opera, I, Lugduni 1658, 148, col. 2: «Hic attonitus Chrysostomus: Nam si mille, ait, dixeris gehennas, nihil illius par dices doloris, quem sustinet anima. Intolerabilis gehenna est, confiteor, et multum intolerabilis, tamen intolerabilior haec regni amissio». Cfr. CHRYSOST., In ep. ad Philipp., c. IV, hom. 14, n. 4; PG 62, 280: «Si sexcentas gehennas attuleris, nihil par afferes dolori illi, quo tunc angitur anima, cum universus quatitur orbis… Intolerabilis res est gehenna, fateor, et valde quidem intolerabilis; attamen intolerabilius mihi videtur de regno cecidisse».
3 [3.] Ps. AUGUSTINUS, De triplici habitaculo, l. unus, c. 4; PL 40, 995: «Cuius faciem si omnes carcere inferni inclusi viderent, nullam poenam, nullum dolorem nullamque tristitiam sentirent; cuius praesentia, si in inferno cum sanctis habitatoribus appareret, continuo infernus in amoenum converteretur paradisum». È in Appendice delle opere di s. Agostino, ma non è autentico (cfr. Glorieux, 28).
4 [10.] S. THOMAS, Summa theol., I-II, q. 87, a. 4, c.: «Ex parte igitur aversionis, respondet peccato poena damni, quae etiam est infinita: est einm amissio infiniti boni, scilicet Dei».
5 [14.] S. AUGUST., Enarrat. in Ps. XLIX, n. 7; PL 36, 569: «Si non veniret ignis die iudicii, et sola peccatoribus immineret separatio a facie Dei, in qualibet essent affluentia deliciarum, non videntes a quo creati sunt, et separati ab illa dulcedine ineffabili vultus eius, in qualibet aeternitate et impunitate peccati, plangere se deberent. Sed quid loquor, aut quibus loquor? Haec amantibus poena est, non contemnentibus». Cfr. CC 38, 580.
6 [14.] ORLANDINI, Historia Societatis Iesu, l. X, nn. 5562; Romae 1615, 318.
7 [2.] S. ANTONINUS, Summa theol., p. I, tit. V, c. 3, parag. 3; Veronae 1740, col. 402: «Quum anima separatur a corpore, sibi subito infunduntur species omnium rerum naturalium… Et sic cognoscens quod Deus est summum bonum et summe utilis animae, videns se eo privatum sua miseria, quum capax fuerit adquirendi, summe dolet».
8 [15.] CHRYSOST., In Matthaeum, hom. 23 (al. 24), n. 8; PG 57, 317: «Intolerabilis quippe est illa gehenna illaque poena. Attamen licet mille quis gehennas proposuerit, nihil tale dicturus est, quale est ex beata illa excidere gloria, Christo exosum esse, audire ab illo: Non novi vos».
9 [15.] Davide) Davidde VR BR1 BR2.
10 [18.] II Reg., 14, 32.
11 [18.] SINISCALCHI L., La scienza della salute, med. V, punto 2; Padova 1773, 136: «Due cavalieri in Ispagna tosto che udirono dal re Filippo II in pena della poca compostezza, con cui stavano in chiesa: Non mi comparite più innanzi, tornati a casa ne morirono per la doglia».
12 [14.] PEPE F., Discorsi in lode di Maria SS. per tutti i sabbati dell’anno, II, Napoli 1756, 228: «Dimandato un demonio dalla B. Catarina da Genova chi egli si fusse. Dopo un profondo sospiro, rispose: Sono un infelice spirito senza amor di Dio». Alquanto diversamente racconta il fatto ROSIGNOLI C. G., Verità eterne, Bologna 1689, 325: «Imperocché, scongiurandosi un demonio dell’inferno nel corpo di un’energumena, e costretto dal sacerdote cogli esorcismi, a manifestare il suo nome disse con voce lacrimevole: Ego sum ille nequam privatus amore Dei. Io son lo scelerato privo dell’amor di Dio. Alle quali parole la B. Caterina di Genova ivi presente tanto s’inorridì, che come percossa da un fulmine esclamò: Oh orribile miseria, esser privo dell’amor di Dio! Oh inferno degl’inferni, esser privo dell’amor di Dio». Cfr. MARABOTTO, Vita ammirabile e dottrina celeste di S. Caterina Fiesca Adorna, c. XIV, n. 12; Padova 1743, 5960.
13 [3.] cercarvi) chiedervi VR BR1 BR2.
14 [5.] cerca) chiede VR BR1 BR2.
15 [15.] v’amo) vi amo BR2.




CONSIDERAZIONE XXVIIDELLETERNITÀ DELLINFERNO

«Et ibunt hi in supplicium aeternum» (Matth. 25. 46).

PUNTO I

Se l’inferno non fosse eterno, non sarebbe inferno. Quella pena che non dura molto, non è gran pena. A quell’infermo si taglia una postema, a quell’altro si foca una cancrena; il dolore è grande, ma perché finisce tra poco, non è gran tormento. Ma qual pena sarebbe, se quel taglio o quell’operazione di fuoco continuasse per una settimana, per un mese intero?1 Quando la pena è assai lunga, ancorché sia leggiera, come un dolore d’occhi, un dolore di mole, si rende insopportabile. Ma che dico dolore? anche una commedia, una musica che durasse troppo, o fosse per tutto un giorno, non potrebbe soffrirsi per lo tedio. E se durasse un mese? un anno? Che sarà l’inferno? dove non si ascolta sempre la stessa commedia, o la stessa musica: non vi è solo un dolore d’occhi, o di mole: non si sente solamente il tormento d’un taglio, o di un ferro rovente, ma vi sono tutti i tormenti, tutti i dolori; e per quanto tempo? per tutta l’eternità: «Cruciabuntur die ac nocte in saecula saeculorum» (Apoc. 20. 10).

Quest’eternità è di fede; non è già qualche opinione, ma è verità attestataci da Dio in tante Scritture: «Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum» (Matth. 25. 41). «Et hi ibunt in supplicium aeternum» (Ibid. num. 46). «Poenas dabunt in interitu aeternas» (2. Thess. 1. 9). «Omnis igne salietur» (Marc. 9. 48). Siccome il sale conserva le cose, così il fuoco dell’inferno nello stesso tempo che tormenta i dannati, fa l’officio di sale conservando loro la vita. «Ignis ibi consumit (dice S. Bernardo),2 ut semper reservet» (Medit. cap. 3).

Or qual pazzia sarebbe quella di taluno, che per pigliarsi una giornata di spasso, si volesse condannare a star chiuso in una fossa per venti, o trenta anni? Se l’inferno durasse cent’anni; che dico cento? durasse non più che due o tre anni, pure sarebbe una gran pazzia, per un momento di vil piacere, condannarsi a due o tre anni di fuoco. Ma non si tratta di trenta, di cento, né di mille, né di cento mila anni; si tratta d’eternità, si tratta di patire per sempre gli stessi tormenti, che non avranno mai da finire, né da alleggerirsi un punto. Hanno avuto ragione dunque i santi, mentre stavano in vita, ed anche in pericolo di dannarsi, di piangere e tremare. Il B. Isaia3 anche mentre stava nel deserto tra digiuni e penitenze, piangeva dicendo: Ah misero me, che ancora non sono libero dal dannarmi! «Heu me miserum, quia nondum a gehennae igne sum liber!»

Affetti e preghiere

Ah mio Dio, se mi aveste mandato all’inferno, come già più volte l’ho meritato, e poi me ne aveste cacciato per vostra misericordia, quanto ve ne sarei restato obbligato? ed indi qual vita santa avrei cominciato a fare? Ed ora che con maggior misericordia Voi mi avete preservato dal cadervi, che farò Tornerò ad offendervi

e provocarvi a sdegno, affinché proprio mi mandiate ad ardere in quella carcere de» vostri ribelli, dove tanti già ardono per meno peccati de» miei? Ah mio Redentore, così ho fatto per lo passato; in vece di servirmi del tempo che mi davate per piangere i miei peccati, l’ho speso a più sdegnarvi. Ringrazio la vostra bontà infinita, che tanto mi ha sopportato. S’ella non era infinita, e come mai avrebbe potuto soffrirmi? Vi ringrazio dunque di avermi con tanta pazienza aspettato sinora; e vi ringrazio sommamente della luce che ora mi date, colla quale mi fate conoscere la mia pazzia e il torto che vi ho fatto in oltraggiarvi con tanti miei peccati. Gesù mio, li detesto e me ne pento con tutto il cuore; perdonatemi per la vostra passione; ed assistetemi colla vostra grazia, acciocché più non vi offenda. Giustamente or debbo temere che ad un altro peccato mortale Voi mi abbandoniate. Ah Signor mio, vi prego, mettetemi avanti gli occhi questo giusto timore, allorché il demonio mi tenterà di nuovo ad offendervi. Dio mio, io vi amo, né vi voglio più perdere; aiutatemi colla vostra grazia.

Aiutatemi, o Vergine SS., fate ch’io sempre ricorra a Voi nelle mie tentazioni, acciocché non perda più Dio. Maria, Maria4 Voi siete la speranza mia.

 NOTE 

1 [10.] intero) intiero ND1 VR BR1 BR2.
2 [27.] PS. BERNARDUS, Medit. piissimae de cognitione humanae conditionis, c. III, n. 10; PL 184, 491: «Sic enim ignis consumit, ut semper reservet; sic tormenta aguntur, ut semper renoventur» (cfr. Glorieux, 71).
3 [8.] SPANNER A., Polyanthea sacra, I, Venetiis 1709: «Me miserum! me miserum! quia nondum a gehennae igne sum liber: nondum mihi constat, quoniam hinc sim profecturus». Cfr. S. ISAIAS Ab., Orationes, or. XIV, n. I; PG 40, 1139: «Me miserum, me miserum, quia nondum a gehennae igne sum liber. Qui ad illam homines detrahunt, adhuc in me operantur: et omnia opera eius moventur in corde meo». Alcuni scrivono anche: Esaias.
4 [5.] Maria, om. una volta in BR1 BR2.



PUNTO II

Chi entra una volta nell’inferno, di là non uscirà più in eterno. Questo pensiero facea tremare Davide,1 dicendo: «Neque absorbeat me profundum, neque urgeat super me puteus os suum» (Ps. 68. 16). Caduto ch’è il dannato in quel pozzo di tormenti, si chiude la bocca e non si apre più. Nell’inferno v’è porta per entrare, ma non v’è porta per uscire: «Descensus erit (dice Eusebio Emisseno),2 ascensus non erit». E così spiega le parole del Salmista: «Neque urgeat os suum; quia cum susceperit eos, claudetur sursum, et aperietur deorsum». Fintanto che il peccatore vive, sempre può avere speranza di rimedio, ma colto ch’egli sarà dalla morte in peccato, sarà finita per lui ogni speranza. «Mortuo homine impio, nulla erit ultra spes» (Prov. 11. 7). Almeno potessero i dannati lusingarsi con qualche falsa speranza, e così trovare qualche sollievo alla loro disperazione. Quel povero impiagato, confinato in un letto, è stato già disperato da» medici di poter guarire; ma pure si lusinga, e si consola con dire: Chi sa se appresso si troverà qualche medico e qualche rimedio che mi sani. Quel misero condannato alla galea in3 vita anche si consola, dicendo: Chi sa che può succedere, e mi libero da queste catene. Almeno (dico) potesse il dannato dire similmente così, chi sa se un giorno uscirò da questa prigione; e così potesse ingannarsi almeno con questa falsa speranza. No, nell’inferno non v’è alcuna speranza né vera né falsa, non vi è «chi sa». «Statuam contra faciem» (Ps. 49. 21). Il misero si vedrà sempre innanzi agli occhi scritta la sua condanna, di dover sempre stare a piangere in quella fossa di pene: «Alii in vitam aeternam, et alii in opprobrium, ut videant semper» (Dan. 12. 2). Onde il dannato non solo patisce quel che patisce in ogni momento, ma soffre in ogni momento la pena dell’eternità, dicendo: Quel che ora patisco, io l’ho da patire per sempre. «Pondus aeternitatis sustinet», dice Tertulliano.4

Preghiamo dunque il Signore, come pregava S. Agostino:5 «Hic ure, hic seca, hic non parcas, ut in aeternum parcas». I castighi di questa vita passano. «Sagittae tuae transeunt, vox tonitrui tui in rota» (Ps. 76. 18). Ma i castighi dell’altra vita non passano mai. Di questi temiamo; temiamo di quel tuono («vox tonitrui tui in rota»), s’intende di quel tuono della condanna eterna, che uscirà dalla bocca del giudice nel giudizio contro i reprobi: «Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum».6 E dice, «in rota»; la ruota è figura dell’eternità, a cui non si trova termine. «Eduxi gladium meum de vagina sua irrevocabilem» (Ez. 21. 5). Sarà grande il castigo dell’inferno, ma ciò che più dee atterrirci, è che sarà castigo irrevocabile.

Ma come, dirà un miscredente, che giustizia è questa? castigare un peccato che dura un momento con una pena eterna? Ma come (io rispondo) può aver l’ardire un peccatore per un gusto d’un momento offendere un Dio d’infinita maestà? Anche nel giudizio umano (dice S. Tommaso, I. 2. q. 87. a. 3)7 la pena non si misura secondo la durazione del tempo, ma secondo la qualità del delitto: «Non quia homicidium in momento committitur, momentanea poena punitur». Ad un peccato mortale un inferno è poco: all’offesa d’una maestà infinita si dovrebbe un castigo infinito, dice S. Bernardino da Siena:8 «In omni peccato mortali infinita Deo contumelia irrogatur; infinitae autem iniuriae infinita debetur poena». Ma perché, dice l’Angelico9 la creatura non è capace di pena infinita nell’intensione, giustamente fa Dio che la sua pena sia infinita nella estensione.

Oltreché questa pena dee esser necessariamente eterna, prima perché il dannato non può più soddisfare per la sua colpa. In questa vita intanto può soddisfare il peccator penitente, in quanto gli sono applicati i meriti di Gesu-Cristo; ma da questi meriti è escluso il dannato; onde non potendo egli placare più Dio, ed essendo eterno il suo peccato, eterna dee essere ancora la sua pena. «Non dabit Deo placationem suam, laborabit in aeternum» (Ps. 48. 8). Quindi dice il Belluacense (lib. 2. p. 3):10 «Culpa semper poterit ibi puniri, et nunquam poterit expiari»; poiché al dire di S. Antonino11 «ibi peccator poenitere non potest»;12 e perciò il Signore starà sempre con esso sdegnato. «Populus cui iratus est Dominus usque in aeternum» (Malach. 1. 4). Di più il dannato, benché Dio volesse perdonarlo, non vuol esser perdonato, perché la sua volontà è ostinata e confermata

nell’odio contro Dio. Dice Innocenzo III:13 «Non humiliabuntur reprobi, sed malignitas odii in illis excrescet» (Lib. 3. de Cont. mundi c. 10). E S. Girolamo:14 «Insatiabiles sunt in desiderio peccandi» (In Proverb. 27). Ond’è che la piaga del dannato è disperata, mentre ricusa anche il guarirsi. «Factus est dolor eius perpetuus, et plaga desperabilis renuit curari» (Ier. 15. 18).15

Affetti e preghiere

Dunque, mio Redentore, se a quest’ora io fossi dannato, siccome ho meritato, starei ostinato nell’odio contro di Voi, mio Dio, che siete morto per me? Oh Dio, e qual inferno sarebbe questo, odiare Voi che mi avete tanto amato, e siete una bellezza infinita, una bontà infinita, degna d’infinito amore! Dunque, se ora stessi nell’inferno, starei in uno stato sì infelice, che neppure vorrei il perdono ch’ora Voi m’offerite? Gesù mio, vi ringrazio della pietà che m’avete usata, e giacché ora posso essere perdonato, e posso amarvi, io voglio esser perdonato e voglio amarvi. Voi m’offerite il perdono, ed io ve lo domando, e lo spero per li meriti vostri. Io mi pento di tutte l’offese che v’ho fatte, o bontà infinita, e Voi perdonatemi. Io v’amo con tutta l’anima mia. Ah Signore, e che male Voi mi avete fatto, che avessi ad odiarvi come mio nemico per sempre? E quale amico ho avuto io mai, che ha fatto e patito per me, quel che avete fatto e patito Voi, o Gesù mio? Deh non permettete ch’io cada più in disgrazia vostra, e perda il vostro amore; fatemi prima morire, ch’abbia a succedermi questa somma ruina.

O Maria, chiudetemi sotto il vostro manto, e non permettete ch’io n’esca più a ribellarmi contro Dio e contro Voi.



NOTE


1 [9.] Davide) Davidde VR BR1 BR2.
2 [14.] EUSEBIUS EMISSENUS, Homil. de Epiphania, hom. 3; Opera, Parisiis 1575, f. 247: «Ardens inferni puteus aperietur, descensus erit, reditus non erit… Ideo autem dixit: Neque urgeat puteus super me os suum: quia cum susceperit reos claudetur sursum, et aperietur deorsum, dilatabitur in profundum, nullum spiramen, nullus liber anhelitus, claustris desuper urgentibus, relinquetur». Cfr. Maxima Bibl. Patrum, VI, Lugduni 1677, 655. Circa l’attribuzione di queste Omilie ad Eusebio Emisseno o ad Eusebio Gallicano, vedi PG 86, 287291, 461464.
3 [24.] Meglio: a vita.
4 [8.] NEPVEU F., Riflessioni cristiane, I, Venezia 1721, 26: «I dannati in ogni momento, dice Tertulliano, sostengono il peso di tuta l’eternità: Pondus aeternitatis sustinent». HOUDRY V., Bibl. concionatoria, Infernus, parag. VI; II, Venetiis 1764, 345: «Damnati quolibet momento, Tertullianus ait, totius aeternitatis sustinent pondus». Vedi pure [SARNELLI G.], La via facile e sicura del paradiso, I, Napoli 1738, 311. Cfr. TERTULLIANUS, Apologet., c. 48; PL 1, 527: «Tunc restituetur omne humanum genus ad expungendum quod in isto aevo boni seu mali meruit, et exinde pendendum in immensam aeternitatis perpetuitatem». CC I, 16768.
5 [10.] DREXELIUS, De aeternitate, cons. V, n. 3; Opera, I, Lugduni 1658, 15: «Hinc tam serio clamat et precatur Augustinus: Domine, hic ure, hic seca, modo in aeternum parcas». La frase è ripetuta da molti autori ascetici, ma in s. Agostino non si trova che l’idea: S. AUGUST., Enarrat. in Ps. XXXIII, sermo II, n. 20; PL 36, 319: «Ideo [Deus] videtur non exaudire, ut sanet et parcat in sempiternum». CC 38, 295. ID., Sermo 70, n. 2; PL 38, 443.
6 [17.] Matth., 25, 41.
7 [25.] S. THOMAS, Summa theol., I-II, q. 87, a. 3, ad I:

«In nullo iudicio requiritur ut poena adaequetur culpae secundum durationem. Non enim quia adulterium vel homicidium in momento committitur, propter hoc momentanea poena punitur».

8 [4.] S. BERNARDINUS SEN., Quadragesimale de Evang. aeterno, sermo XII, a. 2, c. 2; Opera, II, Venetiis 1745, 76: «In omni peccato mortali, infinita Deo contumelia irrogatur… Infinitae autem iniuriae vel contumeliae, infinita de iure debetur poena». Op. omnia, III, Ad Claras Aquas 1956, 237.
9 [6.] S. THOMAS, Supplem. III partis, q. 99, a. I, c.: «Unde, cum non posset esse infinita poena per intensionem, quia creatura non est capax alicuius qualitati infinitae; requiritur quod sit saltem duratione infinita». Cfr. anche S. ANTONINUS, Summa theol., tit. V, c. 3; IV, Veronae 1740, col. 400: «Poena autem infinita non potest esse secundum intensionem, quia sic consumeret naturam; oportet ergo ut sit infinita secundum extensionem, id est, secundum durationem, ut sic poena respondeat culpae».
10 [16.] V. BELLOVACENSIS, Spec. morale, l. II, p. 3, dist. 3; Venetiis 1591, 147, col. 3: «Quia culpa semper poterit ibi puniri, et numquam poterit expiari, sic nec in corpore poterunt tormenta finiri, nec corpus ipsum tormentis examinari».
11 [17.] S. Antonino) S. Antonio, G. Antonelli (1833); S. Agostino, Marietti, (1846).
12 [17.] S. ANTONINUS, op. cit., p. IV, tit. 14, c. 5, parag. II; IV, Veronae 1740, col. 792: «In vita praesenti habent etiam maximi peccatores subsidium multiplex a Deo praecipue per poenitentiam… Sed damnatus non dabit Deo placationem suam, in psal. XLVIII, quia poenitere non potest… In inferno quis confitebitur tibi? quasi diceret, nullus, ita nec contritio nec satisfactio». A proposito di questa citazione vedi Introduzione generale, Restituzione del Testo, 99100.
13 [1.] INNOCENTIUS III, De contemptu mundi, l. III, c. 10; PL 217, 741: «Non humiliabuntur reprobi iam desperati de venia, sed malignitas odii tantum in illis excrescet, ut velint illum omnino non esse, per quem sciunt se tam infeliciter esse».
14 [3.] STRABUS W., Glossa ordinaria in Prov. XXVII, 20; PL 113, 1110 (cfr. Prol. 11, ss.): «Inferni tormenta non replentur, terminum accipiendo. Similiter et intentionem eorum qui terrena sapiunt, insatiabiles sunt in desiderio peccandi. Ideo enim sine fine puniuntur, quia voluntatem habuerunt sine fine peccandi, si naturam haberent sine fine vivendi».
15 [5.] Ier., 15, 18: «Quare factus est dolor meus perpetuus, et plaga mea desperabilis renuit curari?»


PUNTO III

La morte in questa vita è la cosa più temuta da peccatori, ma nell’inferno sarà la più desiderata. «Quaerent mortem, et non invenient; et desiderabunt mori, et mors fugiet ab eis» (Apoc. 9. 6). Onde scrisse S. Girolamo:1 «O mors quam dulcis esses, quibus tam amara fuisti!» (Ap. S. Bon. Soliloq.). Dice Davide2 che la morte si pascerà de» dannati: «Mors depascet eos» (Psal. 48. 15). Spiega S. Bernardo3 che siccome la pecora pascendosi dell’erba, si ciba delle frondi, ma lascia le radici, così la morte si pasce de» dannati, gli uccide ogni momento, ma lascia loro la vita per continuare ad ucciderli colla pena in eterno: «Sicut animalia depascunt herbas, sed remanent radices; sic miseri in inferno corrodentur a morte, sed iterum reservabuntur ad poenas». Sicché dice S. Gregorio4 che il dannato muore ogni momento senza mai morire: «Flammis ultricibus traditus semper morietur» (Lib. Mor. c. 12). Se un uomo muore ucciso dal dolore, ognuno lo compatisce; almeno il dannato avesse chi lo compatisse. No, muore il misero per lo dolore ogni momento, ma non ha, né avrà mai chi lo compatisca. Zenone imperadore,5 chiuso in una fossa, gridava: Apritemi per pietà. Non fu da niuno inteso, onde fu ritrovato morto da disperato, poiché si avea mangiate le stesse carni delle sue braccia. Gridano i presciti dalla fossa dell’inferno, dice S. Cirillo Alessandrino,6 ma niuno viene a cacciarneli, e niuno ne ha compassione: «Lamentantur, et nullus eripit; plangunt et nemo compatitur».

E questa loro miseria per quanto tempo durerà? per sempre, per sempre. Narrasi negli Esercizi spirituali del P. Segneri Iuniore (scritti dal Muratori)7 che in Roma essendo dimandato il demonio, che stava nel corpo d’un ossesso, per quanto tempo doveva star nell’inferno; rispose con rabbia, sbattendo la mano su d’una sedia: «Sempre, sempre». Fu tanto lo spavento, che molti giovani del Seminario Romano, che ivi si trovavano, si fecero una confessione generale, e mutarono vita a questa gran predica di due parole: «Sempre, sempre». Povero Giuda! son passati già mille e settecento anni che sta nell’inferno, e l’inferno suo ancora è da capo. Povero Caino! egli sta nel fuoco da cinque mila e 700 anni, e l’inferno suo è da capo. Fu interrogato un altro demonio,8 da quanto tempo era andato all’inferno, e rispose: «Ieri». Come ieri, gli fu detto, se tu sei dannato da cinque mila e più anni? Rispose di nuovo: Oh se sapessivo9 9a che viene a dire eternità, bene intendereste che cinque mila anni non sono a paragone neppure un momento. Se un angelo dicesse ad un dannato: Uscirai dall’inferno, ma quando son passati tanti secoli, quante sono le goccie dell’acqua, le frondi degli alberi e le arene del mare, il dannato farebbe più festa, che un mendico in aver la nuova10 d’esser fatto re. Sì, perché passeranno tutti questi secoli, si moltiplicheranno infinite volte, e l’inferno sempre sarà da capo. Ogni dannato farebbe questo patto con Dio: Signore, accrescete la pena mia quanto volete; fatela durare quanto vi piace; metteteci termine, e son contento. Ma no, che questo termine non vi sarà mai. La tromba della divina giustizia non altro suonerà nell’inferno che «sempre, sempre, mai, mai».

Dimanderanno i dannati ai demoni: A che sta la notte? «Custos, quid de nocte?» (Is. 21. 11). Quando finisce? quando finiscono queste tenebre, queste grida, questa puzza, queste fiamme, questi tormenti? E loro è risposto: «Mai, mai». E quanto dureranno? «Sempre, sempre». Ah Signore, date luce a tanti ciechi, che pregati a non dannarsi, rispondono: All’ultimo, se vado all’inferno, pazienza. Oh Dio, essi non hanno pazienza di sentire un poco di freddo, di stare in una stanza troppo calda, di soffrire una percossa; e poi avranno pazienza di stare in un mar di fuoco, calpestati da» diavoli e abbandonati da Dio e da tutti per tutta l’eternità!

Affetti e preghiere

Ah Padre delle misericordie, Voi non abbandonate chi vi cerca. «Non dereliquisti quaerentes te, Domine» (Psal. 9. 11). Io per lo passato vi ho voltate tante volte le spalle, e Voi non mi avete abbandonato: non mi abbandonate ora che vi cerco. Mi pento, o sommo bene, di aver fatto tanto poco conto della vostra grazia, che l’ho cambiata per niente. Guardate le piaghe del vostro Figlio, udite le sue voci, che vi pregano a perdonarmi, e perdonatemi. E Voi, mio Redentore, ricordatemi sempre le pene che avete patito per me,11 l’amore, che mi avete portato, e l’ingratitudine mia, per cui tante volte mi ho meritato l’inferno: acciocché io pianga sempre il torto che vi ho fatto, e viva sempre ardendo del vostro amore. Ah Gesù mio, come non arderò del vostro amore, pensando che da tanti anni dovrei ardere nell’inferno, e seguire ad ardere per tutta l’eternità, e che Voi siete morto per liberarmene, e con tanta pietà me ne avete liberato? Se fossi nell’inferno, ora vi odierei, e vi avrei da odiare per sempre; ma ora v’amo, e voglio amarvi per sempre. Così spero al12 sangue vostro. Voi mi amate, ed io ancora v’amo. Voi mi amerete sempre, se io13 non vi lascio. Ah mio Salvatore, salvatemi da questa disgrazia ch’io abbia a lasciarvi, e poi fatene di me quel che volete. Io merito ogni castigo, ed io l’accetto, acciocché mi liberiate dal castigo d’esser privo del vostro amore.

O Maria rifugio mio, quante volte io stesso mi son condannato all’inferno, e Voi me ne avete liberato? Deh liberatemi ora dal peccato, che solo può privarmi della grazia di Dio e portarmi all’inferno.

 NOTE 

1 [5.] S. BONAVENTURA, Soliloquium, c. III; Opera, VII, Lugduni 1668, 118: «Ad districti ergo iudicis iustitiam pertinet, ut numquam careant supplicio, quorum mens in hac vita numquam voluit carere peccato. Hieronymus: O mors, quam dulcis esses quibus tam amara fuisti! Te solummodo desiderant, qui te vehementer odiebant». Nell’edizione critica del Soliloquium è stata soppressa l’attribuzione del testo a s. Girolamo: cfr. S. BONAVENTURA, Soliloquium, c. III, parag. 3; Opera, VIII, Ad Claras Aquas 1898, 54.
2 [6.] Davide) Davidde VR BR1 BR2.
3 [7.] S. BERNARDINUS SEN., Quadrag. de Evang. aeterno, sermo XI, art. III, c. 3, parag. 3; Opera, II, Venetiis 1745, 73: «Sicut enim animalia depascunt herbas, quia penitus non eradicant eas, sed remanent radices, unde iterum crescit herba: sic miseri in inferno corrodentur a morte, sed afflicti iterum reservabuntur ad poenas». Op. omnia, III, Ad Claras Aquas 1956, 227.
4 [13.] S. GREGORIUS M., Moralia in Iob, l. XV, c. 17, n. 21; PL 75, 1092: «Damnati semper moriuntur numquam morte consumendi. Persolvit enim in tormento ea quae hic illicite servavit desideria; et, flammis ultricibus traditus, semper moritur, quia semper in morte servatur».
5 [18.] BARONIUS C., Annales Ecclesiastici, an. 491, n. 1; VIII, Lucae 1741, 532: «Satellites porro, qui ad sepulcrum, in quo repositus fuit, custodiendum erant collocati, retulerunt se per duas noctes lamentabilem vocem audivisse ex sepulcro elatam: Miseremini et aperite mihi… Sed cum non aperirent, ferunt… inventum Zenonem, qui prae fame suos ipse lacertos mandiderat, et caligas quas portabat».
6 [3.] S. CYRILLUS ALEX., Homilia 14, De exitu animi et de secundo adventu; PG 77, 1075, 1078: «Illic vae, vae perpetuo, illic eheu, illic vociferantur, nec est qui succurrat; clamant, nec ullus est qui liberet… Gemunt continenter et sine intermissione, sed 
nullus est qui misereatur… lamentantur, sed nullus est qui liberet. Exclamant, et plangunt, sed nullus est qui commoveatur».
7 [8.] MURATORI L. A., Esercizi spirituali esposti secondo il metodo del P. Paolo Segneri iuniore, med. sopra l’inferno; Venezia 1739, 222: «Scongiurando in Roma un valente esorcista una persona indemoniata, e venendogli in pensiero, che quello spirito desse qualche buon avvertimento a gli astanti, l’interrogò dove stesse allora. Rispose: Nell’inferno. E per quanto tempo, replicò il religioso, hai tu da starvi? Ripugnò un pezzo il maligno: ma vinto dal comando proruppe in fine con voce miserabilissima in queste parole: Per sempre, per sempre, sbuffando, e battendo ogni volta le mani in terra con incredibil furia… Era ivi presente per curiosità gran numero di cavalieri, e d’altra gente; e tale spavento s’impresse in tutti, che tutti perderono la parola. Basta dire che molti andarono tosto a fare una confessione generale, ed alcuni migliorarono notabilmente la vita loro, mossi da quella gran predica fatta lor dal demonio in una sola parola: Per sempre».
8 [17.] PEPE F., op. cit., I, Napoli 1756, 305: «Dimandato un demonio da quanto tempo era stato scacciato dal cielo. Ieri, rispose. Bugiardo, ripigliò l’esorcista. Se sapessi, che cosa è eternità, ripigliò il demonio, tutt’il tempo dalla creazione del mondo fino a questo punto lo riputeresti un’ora».
9 [19.] sapessivo) sapeste VR BR1 BR2.
9a [19.] Dialettismo: sapeste.
10 [4.] nuova) nova NS7.
11 [29.] sempre le pene che avete patito per me, rigo om. NS7.
12 [3.] spero al) spero nel VR BR1 BR2.
13 [4.] se io) s’io VR BR1 BR2.


CONSIDERAZIONE XXVIIIRIMORSI DEL DANNATO

«Vermis eorum non moritur» (Marc. 9. 47).

PUNTO I

Per questo verme che non muore, spiega S. Tommaso1 che s’intende il rimorso di coscienza, dal quale eternamente sarà il dannato tormentato nell’inferno. Molti saranno i rimorsi2 con cui la coscienza roderà il cuore de» reprobi, ma tre saranno i rimorsi3 più tormentosi: il pensare al poco per cui si son dannati: al poco che dovean fare per salvarsi: e finalmente al gran bene che han perduto. Il primo rimorso4 dunque che avrà il dannato sarà il pensare per quanto poco s’è perduto. Dopo che Esaù ebbesi cibato di quella minestra di lenticchie, per cui avea5 venduta la sua primogenitura, dice la Scrittura che per lo dolore e rimorso della perdita fatta si pose ad urlare: «Irrugiit clamore magno» (Gen. 27. 34). Oh quali altri urli e ruggiti darà il dannato pensando che per poche soddisfazioni momentanee e avvelenate si ha perduto un regno eterno di contenti, e si ha da vedere eternamente condannato ad una continua morte! Onde piangerà assai più amaramente, che non piangeva Gionata, allorché videsi condannato a morte da Saulle suo padre, per essersi cibato d’un poco di mele.6 «Gustans gustavi paulum mellis, et ecce morior» (1. Reg. 14. 43). Oh Dio, e qual pena apporterà al dannato il vedere allora la causa della sua dannazione? Al presente che cosa a noi sembra la nostra vita passata, se non un sogno, un momento? Or che pareranno a chi sta nell’inferno quelli cinquanta, o sessanta anni di vita, che avrà vivuti in questa terra, quando si troverà7 nel fondo dell’eternità, in cui saranno già passati cento e mille milioni d’anni, e vedrà che la sua eternità allora comincia! Ma che dico cinquanta anni di vita? cinquanta anni tutti forse di gusti? e che forse il peccatore vivendo senza Dio, sempre gode ne» suoi peccati? quando durano i gusti del peccato? durano momenti; e tutto l’altro tempo per chi vive in disgrazia di Dio, è tempo di pene e8 di rancori. Or che pareranno quelli momenti di piaceri al povero dannato? e specialmente che parerà quell’uno ed ultimo peccato fatto, per lo quale s’è perduto? Dunque (dirà) per un misero gusto brutale ch’è durato un momento, e appena avuto è sparito come vento, io avrò da stare ad ardere in questo fuoco, disperato ed abbandonato da tutti, mentre Dio sarà Dio per tutta l’eternità!

Affetti e preghiere

Signore, illuminatemi a conoscere l’ingiustizia che v’ho usata in offendervi, e “l castigo eterno che con ciò mi ho meritato. Mio Dio, sento una gran pena di avervi offeso, ma questa pena mi consola; se Voi mi aveste mandato all’inferno, come io ho meritato, questo rimorso sarebbe l’inferno del mio inferno, pensando per quanto poco mi son dannato; ma ora questo rimorso (dico) mi consola, perché mi dà animo a sperare il perdono da Voi, che avete promesso di perdonare chi si pente. Sì, mio Signore, mi pento di avervi oltraggiato, abbraccio questa dolce pena, anzi vi prego ad accrescermela e a conservarmela sino alla morte, acciocché io9 pianga sempre amaramente i disgusti che v’ho dati. Gesù mio, perdonatemi; o mio Redentore, che per avere pietà di me, non avete avuta pietà di Voi, condannandovi a morire10 di dolore, per liberarmi dall’inferno, abbiate pietà di me. Fate dunque che il rimorso di avervi offeso mi tenga continuamente addolorato, e nello stesso tempo m’infiammi tutto d’amore verso di Voi, che tanto mi avete amato, e con tanta pazienza mi avete sofferto, ed ora invece di castighi, mi arricchite di lumi e di grazie; ve ne ringrazio, Gesù mio, e v’amo; v’amo più di me stesso, v’amo con tutt’il cuore. Voi non sapete disprezzare chi v’ama. Io v’amo, non mi discacciate dalla vostra faccia. Ricevetemi dunque nella vostra grazia, e non permettete ch’io v’abbia da perdere più. Maria Madre mia, accettatemi per vostro servo, e stringetemi a Gesù vostro Figlio. Pregatelo che mi perdoni, che mi doni il suo amore e la grazia della perseveranza sino alla morte.

 NOTE 

1 [5.] S. THOMAS, Suppl. III partis, q. 97, a. 2, c.: «Unde vermis qui in damnatis ponitur, non debet intelligi esse materialis, sed spiritualis qui est conscientiae remorsus: qui dicitur vermis, in quantum oritur ex putredine peccati et animam affligit, sicut corporalis vermis ex putredine ortus affligit pungendo».
2 [7.] rimorsi) morsi VR BR1 BR2.
3 [8.] rimorsi) morsi VR BR1 BR2.
4 [10.] rimorso) morso VR BR1 BR2.
5 [13.] avea) aveva VR BR1 BR2.
6 [20.] Oggi miele.
7 [26.] troverà) ritroverà VR BR1 BR2.
8 [5.] e, om. VR.
9 [22.] acciocché io) acciocch’io VR BR1.
10 [25.] morire) morir VR BR1 BR2.



PUNTO II

Dice S. Tommaso 1 che questa sarà la pena principale de» dannati, il vedere che si son perduti per niente, e che con tanta facilità poteano acquistarsi la gloria del paradiso, se voleano: «Principaliter dolebunt, quod pro nihilo damnati sunt, et facillime vitam poterant consequi sempiternam». Il secondo rimorso 2 dunque della coscienza sarà il pensare al poco che dovean fare per salvarsi. Comparve a S. Umberto3 un dannato e gli disse che quest’appunto era la maggiore4 afflizione, che cruciavalo nell’inferno, il pensiero del poco per cui s’era dannato, e del poco che avrebbe avuto a fare per salvarsi. Dirà allora il misero: S’io mi mortificava a non guardare quell’oggetto, se vincea quel rispetto umano, se fuggiva quell’occasione, quel compagno, quella conversazione, non mi sarei dannato. Se mi fossi confessato ogni settimana, se avessi frequentata la Congregazione, se avessi letto ogni giorno quel libretto spirituale, se mi fossi raccomandato a Gesu-Cristo ed a Maria, non sarei ricaduto. Ho proposto tante volte di farlo, ma non l’ho eseguito; o pure l’ho cominciato a fare, e poi l’ho lasciato, e perciò mi son perduto.

Accresceranno la pena di questo rimorso gli esempi, che avrà avuti degli altri suoi buoni amici e compagni; e più l’accresceranno i doni che Dio gli avea concessi per salvarsi: doni di natura, come buona sanità, beni di fortuna, talenti che “l Signore gli avea dati affin di bene impiegarli, e farsi santo: doni poi di grazia, tanti lumi, ispirazioni, chiamate, e tanti anni conceduti a rimediare il mal fatto: ma vedrà che in questo stato miserabile, al quale è arrivato, non v’è più tempo da rimediare. Sentirà l’Angelo del Signore che grida e giura: «Et Angelus, quem vidi stantem, iuravit per viventem in saecula saeculorum… quia tempus non erit amplius» (Apoc. 10. 6). Oh che spade crudeli saranno tutte queste grazie ricevute al cuore del povero dannato, allorché vedrà esser finito già il tempo di poter più dar riparo alla sua eterna ruina. Dirà dunque piangendo cogli altri suoi compagni disperati: «Transiit messis, finita est aestas, et nos salvati non sumus» (Ier. 8. 20). Dirà: Oh se le fatiche che ho fatte per dannarmi, l’avessi spese per Dio, mi troverei fatto un gran santo; ed ora che me ne trovo, se non rimorsi e pene, che mi tormenteranno in eterno? Ah che questo pensiero crucierà il dannato più che il fuoco, e tutti gli altri tormenti dell’inferno; il dire: Io poteva essere per sempre felice, ed ora ho da essere per sempre infelice.

Affetti e preghiere

Ah Gesù mio, e come avete potuto tanto sopportarmi? io tante volte v’ho voltate le spalle, e Voi non avete lasciato di venirmi appresso. Io tante volte vi ho offeso, e Voi mi avete perdonato; vi ho tornato ad offendere, e Voi avete ritornato a perdonarmi. Deh fatemi parte di quel dolore, che sentiste nell’orto di Getsemani de» peccati miei, che allora vi fecero sudar sangue. Mi pento, Redentor mio caro, di aver così malamente pagato il vostro Cuore.5 O gusti miei maledetti, vi detesto e maledico, voi mi avete fatta perdere la grazia del mio Signore. Amato mio Gesù, ora io v’amo sopra ogni cosa, rinunzio a tutte le soddisfazioni illecite e propongo prima di morir mille volte, che di offendervi più. Deh per quell’affetto con cui mi amaste sulla croce ed offeriste la vostra vita divina per me, datemi luce e forza di resistere alle tentazioni, e di ricorrere al vostro aiuto, quando sarò tentato.

O Maria speranza mia, Voi tutto potete appresso Dio, impetratemi la santa perseveranza: ottenetemi ch’io più non mi divida dal suo santo amore.

 NOTE

1 [5.] Forse trattasi 
di un testo sunteggiato: vedi S. THOMAS, Compendium Theologiae, c. 175; Opera, XVII, Romae 1570, opusc. II, f. 31, col. 3: «Dolent ergo mali quia peccata commiserunt, non propter hoc, quia peccata eis displiceant, quia etiam tunc mallent peccata illa committere, si facultas daretur, quam Deum habere… Sic igitur et voluntas eorum perpetuo manebit obstinata in malo, et tamen gravissime dolebunt de culpa commissa et de gloria amissa; et hic dolor vocatur remorsus conscientiae, qui metaphorice in Scripturis vermis nominatur, secundum illud Isaiae ultimmo 24: Vermis eorum non morietur». Cfr. Opuscula theol., op. I Compendium Theol., c. 175, n. 348; I, Taurini 1954, 82.
2 [9.] rimorso) morso VR BR1 BR2.
3 [10.] ROSIGNOLI C. G., Verità eterne, lez. VI, parag. 2; Bologna 1689, 114: «Ma che accade addur favole, se ne abbiamo la testimonianza addotta da B. Umberto, d’un dannato, che comparito in mesta gramaglia tutto affannato confessò che l’inferno del suo inferno era la rimembranza delle colpe commesse: d’aver perduto un regno eterno per brevissimo diletto: d’aver gittato in vanissime cure quel tempo, con un quarticello del quale avrebbe potuto con una buona confessione ottener la salute».
4 [11.] maggiore) maggior VR.
5 [30.] Cuore) amore ND1 VR ND3 BR1 BR2.


PUNTO II

Dice S. Tommaso1 che questa sarà la pena principale de» dannati, il vedere che si son perduti per niente, e che con tanta facilità poteano acquistarsi la gloria del paradiso, se voleano: «Principaliter dolebunt, quod pro nihilo damnati sunt, et facillime vitam poterant consequi sempiternam». Il secondo rimorso2 dunque della coscienza sarà il pensare al poco che dovean fare per salvarsi. Comparve a S. Umberto3 un dannato e gli disse che quest’appunto era la maggiore4 afflizione, che cruciavalo nell’inferno, il pensiero del poco per cui s’era dannato, e del poco che avrebbe avuto a fare per salvarsi. Dirà allora il misero: S’io mi mortificava a non guardare quell’oggetto, se vincea quel rispetto umano, se fuggiva quell’occasione, quel compagno, quella conversazione, non mi sarei dannato. Se mi fossi confessato ogni settimana, se avessi frequentata la Congregazione, se avessi letto ogni giorno quel libretto spirituale, se mi fossi raccomandato a Gesu-Cristo ed a Maria, non sarei ricaduto. Ho proposto tante volte di farlo, ma non l’ho eseguito; o pure l’ho cominciato a fare, e poi l’ho lasciato, e perciò mi son perduto.

Accresceranno la pena di questo rimorso gli esempi, che avrà avuti degli altri suoi buoni amici e compagni; e più l’accresceranno i doni che Dio gli avea concessi per salvarsi: doni di natura, come buona sanità, beni di fortuna, talenti che “l Signore gli avea dati affin di bene impiegarli, e farsi santo: doni poi di grazia, tanti lumi, ispirazioni, chiamate, e tanti anni conceduti a rimediare il mal fatto: ma vedrà che in questo stato miserabile, al quale è arrivato, non v’è più tempo da rimediare. Sentirà l’Angelo del Signore che grida e giura: «Et Angelus, quem vidi stantem, iuravit per viventem in saecula saeculorum… quia tempus non erit amplius» (Apoc. 10. 6). Oh che spade crudeli saranno tutte queste grazie ricevute al cuore del povero dannato, allorché vedrà esser finito già il tempo di poter più dar riparo alla sua eterna ruina. Dirà dunque piangendo cogli altri suoi compagni disperati: «Transiit messis, finita est aestas, et nos salvati non sumus» (Ier. 8. 20). Dirà: Oh se le fatiche che ho fatte per dannarmi, l’avessi spese per Dio, mi troverei fatto un gran santo; ed ora che me ne trovo, se non rimorsi e pene, che mi tormenteranno in eterno? Ah che questo pensiero crucierà il dannato più che il fuoco, e tutti gli altri tormenti dell’inferno; il dire: Io poteva essere per sempre felice, ed ora ho da essere per sempre infelice.

Affetti e preghiere

Ah Gesù mio, e come avete potuto tanto sopportarmi? io tante volte v’ho voltate le spalle, e Voi non avete lasciato di venirmi appresso. Io tante volte vi ho offeso, e Voi mi avete perdonato; vi ho tornato ad offendere, e Voi avete ritornato a perdonarmi. Deh fatemi parte di quel dolore, che sentiste nell’orto di Getsemani de» peccati miei, che allora vi fecero sudar sangue. Mi pento, Redentor mio caro, di aver così malamente pagato il vostro Cuore.5 O gusti miei maledetti, vi detesto e maledico, voi mi avete fatta perdere la grazia del mio Signore. Amato mio Gesù, ora io v’amo sopra ogni cosa, rinunzio a tutte le soddisfazioni illecite e propongo prima di morir mille volte, che di offendervi più. Deh per quell’affetto con cui mi amaste sulla croce ed offeriste la vostra vita divina per me, datemi luce e forza di resistere alle tentazioni, e di ricorrere al vostro aiuto, quando sarò tentato.

O Maria speranza mia, Voi tutto potete appresso Dio, impetratemi la santa perseveranza: ottenetemi ch’io più non mi divida dal suo santo amore.

 NOTE 

1 [5.] Forse trattasi di un testo sunteggiato: vedi S. THOMAS, Compendium Theologiae, c. 175; Opera, XVII, Romae 1570, opusc. II, f. 31, col. 3: «Dolent ergo mali quia peccata commiserunt, non propter hoc, quia peccata eis displiceant, quia etiam tunc mallent peccata illa committere, si facultas daretur, quam Deum habere… Sic igitur et voluntas eorum perpetuo manebit obstinata in malo, et tamen gravissime dolebunt de culpa commissa et de gloria amissa; et hic dolor vocatur remorsus conscientiae, qui metaphorice in Scripturis vermis nominatur, secundum illud Isaiae ultimmo 24: Vermis eorum non morietur». Cfr. Opuscula theol., op. I Compendium Theol., c. 175, n. 348; I, Taurini 1954, 82.
2 [9.] rimorso) morso VR BR1 BR2.
3 [10.] ROSIGNOLI C. G., Verità eterne, lez. VI, parag. 2; Bologna 1689, 114: «Ma che accade addur favole, se ne abbiamo la testimonianza addotta da B. Umberto, d’un dannato, che comparito in mesta gramaglia tutto affannato confessò che l’inferno del suo inferno era la rimembranza delle colpe commesse: d’aver perduto un regno eterno per brevissimo diletto: d’aver gittato in vanissime cure quel tempo, con un quarticello del quale avrebbe potuto con una buona confessione ottener la salute».
4 [11.] maggiore) maggior VR.
5 [30.] Cuore) amore ND1 VR ND3 BR1 BR2.





SERMONE VIII. — PER LA DOMENICA III. DOPO L’EPIFANIA



Rimorsi del dannato.

Filii autem regni eiicientur in tenebras exteriores; ibi erit fletus et stridor dentium. (Matth. 8. 12.)


Nel corrente evangelio si narra che essendo entrato Gesù Cristo in Cafarnao, venne a ritrovarlo il Centurione, ed a pregarlo che desse la sanità ad un suo servo paralitico che teneva in sua casa. Il Signore gli disse: Ego veniam et curabo eum. No, replicò il Centurione, non son degno io che voi entriate nella mia casa: basta che vogliate sanarlo, e il mio servo sarà sano. Ed il Salvatore vedendo la sua fede, in quel punto lo consolò rendendo la sanità al servo, e rivolto a» suoi discepoli disse loro: Multi ab oriente et occidente venient, et recumbent cum Abraham, Isaac et Iacob in regno coelorum; filii autem regni eiicientur in tenebras exteriores; ibi erit fletus et stridor dentium. E con ciò volle il Signore darci a sapere che molti nati fra gl’infedeli si salveranno coi santi, e molti nati nel grembo della santa chiesa anderanno all’inferno, ove il verme della coscienza coi suoi morsi li farà piangere amaramente per sempre. Vediamo i rimorsi che il cristiano dannato patirà nell’inferno:


Rimorso I. Del poco che far dovea per salvarsi;

Rimorso II. Del poco per cui si è dannato;

Rimorso III. Del gran bene che ha perduto per sua colpa.

RIMORSO I. Del poco che dovea fare per salvarsi.

Un giorno apparve un dannato a sant’Uberto, e ciò appunto gli disse che due rimorsi erano i suoi carnefici più crudeli nell’inferno, il pensare al quanto poco gli toccava a fare in questa vita per salvarsi, ed al quanto poco era stato quello per cui si era dannato. Lo stesso scrisse poi s. Tomaso: Principaliter dolebunt quod pro nihilo damnati sunt, et facillime vitam poterant consequi sempiternam. Fermiamoci a considerare il primo rimorso, cioè quanto poche e brevi sono state le soddisfazioni, per le quali ogni dannato si è perduto. Dirà il misero: se io mi astenea da quel diletto, se vincea quel rispetto umano, se fuggiva quell’occasione, quel cattivo compagno, non mi sarei dannato. Se avessi frequentata la congregazione, se mi fossi confessato ogni settimana, se nelle tentazioni mi fossi raccomandato a Dio non sarei ricaduto. Ho proposto tante volte di farlo, ma poi non l’ho fatto: l’ho cominciato a fare, ma poi l’ho lasciato, e così mi son perduto.


Crescerà il tormento di questo rimorso col ricordarsi il dannato i buoni esempi che avrà avuti d’altri giovani suoi pari, che anche in mezzo al mondo han menata una vita casta e divota. Crescerà poi maggiormente la pena colla memoria di tutti i doni che il Signore gli ha fatti, a fine di cooperarsi ad acquistare la salute eterna, doni di natura, buona sanità, beni di fortuna, buoni natali, buon talento; tutti doni da Dio a lui concessi, non per vivere tra i piaceri di terra o per sopraffare gli altri, ma per impiegarli a bene dell’anima sua e farsi santo: tanti doni poi di grazia, lumi divini, ispirazioni sante, chiamate amorose: di più tanti anni di vita datigli da Dio per rimediare al mal fatto. Ma udirà l’angelo del Signore, che gli fa sapere che per lui è terminato il tempo di salvarsi: Et angelus quem vidi stantem, iuravit per viventem in saecula saeculorum… quia tempus non erit amplius1.Oimè che spade crudeli saranno tutti questi beneficj ricevuti al cuore del povero dannato, quando vedrassi entrato già nella carcere dell’inferno, e vedrà che più non vi è tempo di far riparo alla sua eterna ruina! Dunque, dirà piangendo da disperato insieme cogli altri suoi infelici compagni: Transiit messis, finita est aestas, et nos salvati non sumus2.

E passato, dirà, il tempo di raccoglier frutti per la vita eterna, è finita l’estate in cui potevamo salvarci; ma non ci siamo salvati, ed è venuto il verno, ma verno eterno, nel quale abbiamo da vivere infelici e disperati per sempre, finché Dio sarà Dio. Dirà inoltre il misero: oh pazzo che sono stato! Se le pene che ho sofferte per soddisfare i miei capricci, le avessi sofferte per Dio: se le fatiche che ho fatte per dannarmi, le avessi fatte per salvarmi, quanto ora me ne troverei contento! Ed ora che me ne trovo, se non rimorsi e pene che mi tormentano e mi tormenteranno per tutta l’eternità! Dunque, dirà finalmente, io poteva essere per sempre felice, ed ora ho da essere per sempre infelice! Ah che questo pensiero affliggerà il dannato più che il fuoco e tutti gli altri tormenti dell’inferno.

RIMORSO II. Del poco per cui si è perduto.

Il re Saule fece ordine, stando nel campo, che niuno sotto pena della vita si cibasse di alcuna cosa. Gionata suo figlio, essendo giovine e trovandosi con fame, si cibò di un poco di mele; onde il padre sapendolo volle che si eseguisse l’ordine dato, e il figlio fosse giustiziato. Il povero figlio, vedendosi già condannato a morte, piangeva dicendo: Gustans gustavi paullulum mellis, et ecce morior1. Ma tutto il popolo essendosi mosso a compassione di Gionata, si interpose col padre e lo liberò dalla morte. Per il povero dannato non vi è né vi sarà mai chi ne abbia compassione, e s’interponga con Dio per liberarlo dalla morte eterna dell’inferno; anzi tutti godranno della sua giusta pena, mentre egli per un breve piacere ha voluto perdere Dio ed il paradiso.Esaù dopo essersi cibato di quella minestra di lenticchie, per la quale avea venduta la sua primogenitura, dice la scrittura, che cruciato dal dolore e dal rimorso della perdita fatta si pose ad urlare: Irrugiit clamore magno2. Oh quali alti ruggiti ed urli darà il dannato pensando che per poche soddisfazioni avvelenate e momentanee ha perduto il regno eterno del paradiso, e ha da vedersi condannato in eterno ad una continua morte!

Starà il disgraziato nell’inferno continuamente a considerare la causa infelice della sua dannazione. A noi che viviamo su questa terra, la vita passata non sembra che un momento ed un sogno. Oimè al dannato che parranno quei cinquanta o sessanta anni di vita che avrà menati nel mondo, quando si troverà nel fondo dell’eternità, e già saran passati per lui cento e mille milioni d’anni di pena, e vedrà che la sua eternità infelice è da capo e sarà sempre da capo! Ma che, forse quei cinquant’anni saranno stati per lui tutti pieni di piaceri? Forse il peccatore, vivendo in disgrazia di Dio, gode sempre ne» suoi peccati? Quanto durano i gusti del peccato? Durano momenti; e tutt’altro tempo, per chi vive lontano da Dio, è tempo di angustie e di pene. Or che pareranno quei momenti di piacere al povero dannato, quando si troverà già sepolto in quella fossa di fuoco? Quid profuit superbia, aut divitiarum iactantia? Transierunt omnia illa tamquam umbra3. Povero me, dirà egli, io sulla terra son vissuto a mio capriccio, mi ho prese le mie soddisfazioni, ma quelle a che mi han giovato? Elle han durato momenti, e mi han fatta fare una vita inquieta ed amara, ed ora mi tocca di stare ad ardere in questa fornace per sempre disperato ed abbandonato da tutti.

RIMORSO III. Del gran bene che per sua colpa ha perduto.

L’infelice principessa Lisabetta regina d’Inghilterra, accecata dalla passione di regnare, disse un giorno: «Mi dia il Signore quarant’anni di regno ed io gli rinunzio il paradiso». Ebbe già la misera questi quarant’anni di regno, ma ora ch’ella sta nell’altro mondo confinata all’inferno, certamente che non si troverà contenta di tal rinunzia fatta. Oh quanto si troverà afflitta, pensando che per quarant’anni di regno terreno, posseduto sempre tra le angustie, traversie e timori, ha perduto il regno eterno del cielo? Plus coelo torquetur, quam gehenna, scrisse s. Pier Grisologo; sono i miseri dannati più tormentati dalla perdita volontariamente da essi fatta del paradiso, che dalle stesse pene dell’inferno.

La pena somma che fa l’inferno è l’aver perduto Dio, quel sommo bene che fa tutto il paradiso.Scrisse s. Brunone: Addantur tormenta tormentis, et Deo non priventur1. Si contenterebbero i dannati che si accrescessero mille inferni all’inferno che patiscono, e non restassero privi di Dio; ma questo sarà il loro inferno, il vedersi privati di Dio in eterno per loro propria colpa. Dicea s. Teresa che se uno perde per colpa propria anche una bagattella, una moneta, un anello di poco valore, pensando che l’ha perduta per sua trascuraggine molto si affligge e non trova pace: or qual pena sarà quella del dannato, in pensare che ha perduto un bene infinito, qual è Dio, e vedere che l» ha perduto per colpa propria!Vedrà che Iddio lo voleva salvo, ed avea posta in mano di lui l’elezione della vita o della morte eterna, secondo dice l’Ecclesiastico2: Ante hominem vita et mors… quod placuerit ei dabitur illi; sicché vedrà essere stato in mano sua il rendersi, se voleva, eternamente felice; e che egli di sua elezione ha voluto dannarsi. Vedrà nel giorno del giudizio tanti suoi compagni che si sono salvati, ma esso perché non ha voluto finirla, è andato a finirla nell’inferno. Ergo erravimus, dirà rivolto a» suoi compagni infelici dell’inferno, dunque l’abbiamo sbagliata, perdendo per nostra colpa il cielo e Dio; ed al nostro errore non vi è più rimedio. Questa pena gli farà dire: Non est pax ossibus meis a facie peccatorum meorum3. Ella sarà una pena interna intrinsecata nelle ossa, che non gli farà trovar mai riposo in eterno, in vedere che egli stesso è stata la causa della sua ruina; onde non avrà oggetto di maggiore orrore, che se medesimo, provando la pena minacciata dal Signore: Statuam te contra faciem tuam4.Fratello mio, se per lo passato ancora tu sei stato pazzo in voler perdere Dio per un gusto miserabile, non voler seguitare ad esser pazzo; procura di dar presto rimedio, or che puoi rimediare. Trema; chi sa se ora non ti risolvi a mutar vita, Dio ti abbandoni e resti perduto per sempre? Quando il demonio ti tenta ricordati dell’inferno, il pensiero dell’inferno ti libererà dall’inferno: ricordati, dico, dell’inferno, e ricorri a Gesù Cristo, ricorri a Maria ss. per aiuto, ed essi ti libereranno dal peccato che è la porta dell’inferno.


Note

1 Apoc. 10. 6.
2 Ier. 9. 20.
1 1. Reg. 14. 43.
2 Gen. 27. 34.
3 Sap. 5. 8. et 9.
1 Serm. de iudic. fin.
2 15. 18.
3 Ps. 37. 4.
4 Ps. 9. 11.


S. Teresa di Gesù, Dottore della Chiesa , e la sua esperienza dell’inferno

CAPITOLO 32


1. Trascorso molto tempo da quando il Signore mi aveva fatto già molte delle grazie suddette e anche altre, molto grandi, mentre un giorno ero in preghiera, mi sembrò di trovarmi improvvisamente tutta inabissata nell’inferno, senza sapere come. Intesi che il Signore voleva farmi vedere il luogo che là i demoni mi avevano preparato e che io avevo meritato per i miei peccati. Tale visione durò un brevissimo spazio di tempo, ma anche se vivessi molti anni, mi sembra che non potrei mai dimenticarla. L’entrata mi pareva come un vicolo assai lungo e stretto, come un forno molto basso, scuro e angusto; il terreno, una melma piena di sporcizia e di un odore pestilenziale in cui si muoveva una quantità di rettili schifosi. Nella parete di fondo vi era un buco come di un armadietto incassato nel muro, dove mi sentii rinchiudere in un spazio molto ristretto. Ma tutto questo era uno spettacolo persino piacevole in confronto a quello che qui ebbi a soffrire. Ciò che ho detto, comunque, è descritto male.

2. Quello che sto per dire, però, mi sembra che non si possa neanche provare a descriverlo né si possa capire: sentivo nell’anima un fuoco di tale forza che io non so come poterlo riferire; il corpo era tormentato da dolori così intollerabili che, pur avendone sofferti in questa vita di molto gravi, anzi, a quanto dicono i medici, dei più gravi che in terra si possano soffrire – perché i miei nervi si erano tutti rattrappiti quando rimasi paralizzata, senza dire di molti altri di vario genere che ho avuto, alcuni dei quali, come ho detto, causati dal demonio – tutto è nulla in confronto di quello che ho sofferto allora in quel luogo, tanto più al pensiero che sarebbero stati tormenti senza fine e senza tregua. Eppure anche questo non era nulla in paragone al tormento dell’anima: un’oppressione, un’angoscia, una tristezza così profonda, un così accorato e disperato dolore, che non so come esprimerlo. Dire che è come un sentirsi continuamente strappare l’anima è poco, perché morendo, sembra che si ponga fine alla nostra vita, ma qui è la stessa anima a farsi a brani. Non so proprio come descrivere quel fuoco interno e quella disperazione che esasperava così orribili tormenti e così gravi sofferenze. Non vedevo chi me li procurasse, ma mi pareva di sentirmi bruciare e strappare; ripeto, però, che il tormento peggiore era causato da quel fuoco e da quella disperazione interiore.

3. Stavo in un luogo pestilenziale, senza alcuna speranza di conforto, senza la possibilità di sedermi e stendere le membra, essendo chiusa in quella specie di cavità nel muro. Le stesse pareti, orribili a vedersi, mi pesavano addosso dandomi un senso di soffocamento. Non c’era luce, ma tenebre fittissime. Io non capivo come potesse avvenire questo: che, pur non essendoci luce, si vedesse ugualmente ciò che poteva dar tormento alla vista. Il Signore allora non volle mostrarmi altro dell’inferno; in seguito, però, ho avuto una visione di cose spaventose, tra cui il castigo di alcuni vizi. Al vederli, mi sembravano ben più orribili, ma siccome non ne provavo la sofferenza, non mi facevano tanta paura, mentre in questa prima visione il Signore volle che io sentissi davvero nello spirito quelle angosce e afflizioni, come se le patissi nel corpo.

Non so come questo sia accaduto, ma mi resi conto chiaramente che era per effetto di una grande grazia e che il Signore volle farmi vedere con i miei occhi da dove mi aveva liberato la sua misericordia. Sentir parlare dell’inferno è nulla, com’è niente il fatto che abbia alcune volte meditato sui diversi tormenti che infligge (anche se poche volte, perché la via del timore non è fatta per la mia anima) e con cui i demoni torturano i dannati e su altri ancora che ho letto nei libri; non è nulla, ripeto, di fronte a questa pena, che è ben altra cosa. C’è la stessa differenza che passa tra un ritratto e la realtà; bruciarsi al nostro fuoco è ben poca cosa in confronto al tormento del fuoco infernale.

4. Rimasi spaventata e lo sono tuttora mentre scrivo sebbene siano passati quasi sei anni tanto da sentirmi gelare dal terrore qui stesso, dove sono. Così non c’è una volta in cui io sia afflitta da qualche sofferenza o dolore che non mi sembri un nulla tutto quello che si può soffrire quaggiù, convinta che, in parte, ci lamentiamo senza motivo. Torno pertanto a dire che questa è una delle più grandi grazie che il Signore mi ha fatto, perché mi ha aiutato moltissimo, sia per non temere più le sofferenze e le contraddizioni di questa vita, sia per sforzarmi a sopportarle e per ringraziare il Signore di avermi liberato, come ora mi pare, da mali così terribili ed eterni.

5. D’allora in poi, ripeto, tutto mi sembra facile in confrono di un attimo di quella sofferenza ch’io ebbi lì a sopportare. Mi meraviglio come, avendo letto molti libri in cui si dice qualcosa delle pene dell’inferno, non le temessi, né facessi di esse il dovuto conto. Che cosa pensavo? Come potevo trovare sollievo in cose che mi avrebbero condotta in un luogo così orribile? Siate per sempre benedetto, mio Dio! Come chiaramente avete rivelato di amarmi più di quanto mi amassi io! Quante volte, Signore, mi avete liberato da così tenebroso carcere, e quante volte io, poi, sono tornata a mettermici contro la vostra volontà?

6. Questa visione mi procurò anche una grandissima sofferenza al pensiero delle molte anime che si dannano (specialmente quelle dei luterani che per il battesimo erano già membri della Chiesa) e un vivo impulso di essere loro utile, poiché è , credo, fuori dubbio che, per liberarne una sola da quei tremendi tormenti, sarei disposta ad affrontare mille morti molto di buon grado. Spesso considero che se vediamo qui una persona, a cui vogliamo particolarmente bene, oppressa da grandi tormenti e sofferenze, sembra che il nostro stesso istinto ci spinga a compassione e, quanto più gravi sono le sue sofferenze, tanto più opprimono anche noi. Come dunque si può resistere a vedere un’anima condannata per l’eternità al maggiore dei supplizi? Nessun cuore può sopportarlo senza provarne grande angoscia. Se quaggiù, infatti, pur sapendo che, in conclusione, le sofferenze hanno un fine e al termine della vita cesseranno con essa, siamo presi da tanta compassione, di fronte a queste altre che sono eterne e al gran numero di anime che ogni giorno il demonio trascina con sé, mi chiedo come possiamo aver pace.

7. Questo è anche il motivo per cui desidero che in cosa di tanta importanza non ci si ritenga soddisfatti se non dopo aver fatto, da parte nostra, tutto ciò che è in nostro potere, senza tralasciare nulla, e al Signore .piaccia di aiutarci con la sua grazia a tal scopo. Considero inoltre che allora, sebbene fossi molto colpevole, avevo una certa preoccupazione di servire Dio e non commettevo alcuna di quelle mancanze che il mondo tollera come cose da nulla, oltre a soffrire grandi sofferenze con molta rassegnazione, anche se me la dava il Signore: non ero incline a mormorare e a parlare male del prossimo, né mi sembra che fossi capace di voler male per alcuno, né ero ambiziosa, né ricordo di aver mai avuto tale invidia che fosse di grave offesa al Signore, né mancavo di altre buone disposizioni perché, pur essendo assai povera, vivevo costantemente nel timore di Dio. E, ciò nonostante, ho veduto il luogo che i demoni mi avevano preparato! Se è pur vero che, per le mie colpe, mi sembra che avrei meritato anche castigo più grave, a parte ciò, ripeto che quello era un tormento terribile e che è pericoloso per l’anima esser soddisfatta di sé e riposare tranquilla, quando va cadendo ad ogni passo in peccato grave. Bisogna, invece, per amore di Dio, allontanarsi dalle occasioni pericolose e il Signore ci aiuterà come ha fatto con me. Piaccia a Sua Maestà di non ritirare da me la sua mano, affinché non debba nuovamente cadere, avendo già visto il luogo dove andrei a precipitare. Non lo permetta il Signore, per quello che egli è! Amen.

8. Dopo aver avuto questa visione e dopo che il Signore, nella sua bontà, volle rivelarmi altri grandi segreti sulla gloria che riserva agli eletti e le pene che prepara ai dannati, poiché desideravo di trovare la maniera di fare penitenza per evitare un male così grande ed acquistare qualche merito conveniente a un così gran bene, cercavo di fuggire ogni gruppo umano e allonatanrmi totalmente dal mondo. Il mio spirito era sempre inquieto, ma non si trattava di un’inquietudine agitata, anzi soavemente grata; era ben evidente che veniva da Dio e che Sua Maestà aveva donato all’anima fervore perché potesse assimilare alimenti più solidi di quelli di cui si nutriva.

9. Pensando a ciò che avrei potuto fare per Dio, vidi che la prima cosa da farsi era conformarmi alla mia vocazione religiosa osservando la mia Regola con la maggiore perfezione possibile. Benché la casa in cui mi trovavo annoverasse molte serve di Dio dalle quali egli era servito molto bene, le monache, a causa della grande povertà in cui essa si trovava, uscivano spesso per recarsi altrove dove, però, potevano stare con completo decoro e rispetto del loro abito, anche perché la Regola non era osservata sulla base del suo primitivo rigore ma, come in tutto l’Ordine, secondo la Bolla di mitigazione. Vi erano poi altri inconvenienti che mi facevano apparire la vita troppo agiata, essendo la casa grande e piena di comodità. Ma questo dell’uscire spesso era in particolare un grave inconveniente per me, essendo proprio io quella che particolarmente ne usufruivo perché alcune persone, a cui i prelati non potevano dire di no, avevano piacere che stessi in loro compagnia, ed essi, sollecitati da continue preghiere, me lo imponevano; pertanto, in questo modo, potevo star ben poco nel monastero, e il demonio doveva cooperare in parte a impedire che restassi in casa perché, malgrado tutto, riferendo ad alcune consorelle ciò che m’insegnavano i miei direttori, facevo loro un gran bene.


S. Caterina da Siena Dottore della Chiesa , Patrona d’Italia e d’Europa

Dal “Dialogo della Divina Provvidenza”.

CAPITOLO XXXVIII (Di quattro principali tormenti dei dannati; ai quali seguono tutti gli altri e in particolare della mostruosità del demonio.)


Figliuola, la lingua non è sufficiente a narrare, la pena di queste tapinelle (poverelle n.d.t.) anime. Come sono tre i principali vizi, cioè l’amore proprio di sé da cui esce il secondo, cioè la propria reputazione, e dalla reputazione procede il terzo, cioè la superbia con falsa ingiustizia (falsità e ingiustizia n.d.t.) e crudeltà, e con altri iniqui e immondi peccati che dopo questi seguono, così ti dico che nell’ inferno essi hanno quattro tormenti principali, ai quali seguono tutti gli altri tormenti.

1)Il primo è che si vedono privati della mia visione; il che è loro di tanta pena, che se fosse possibile eleggerebbero piuttosto il fuoco e crociati (dolorosi n.d.t.) tormenti e vedere me che stare fuori delle pene e non vedermi.

2)Questa pena rinfresca (rinnova n.d.t.) loro la seconda (pena n.d.t.) : (quella n.d.t.)del verme della coscienza, il quale sempre rode, vedendosi privati di me e della conversazione degli (convivenza con n.d.t.) angeli per loro difetto , e fattisi degni della conversazione dei (convivenza con n.d.t.) demonii e visione loro.

3)Vedere il dimonio, che è la terza pena, loro (ai dannati n.d.t.) raddoppia ogni loro fatica. Per cui , come nella visione di me i santi sempre esultano, rinfrescandosi (rinnovandosi n.d.t.) con allegrezza il frutto delle loro fatiche che essi hanno portato per me con tanta abbondanza d’amore e dispiacimento (disprezzo n.d.t.) di loro medesimi, così in contrario questi tapinelli (poverelli n.d.t.) si rinfrescano nei tormenti nella visione dei demonii, perché nel vedere loro conoscono più sé (stessi n.d.t.), cioè conoscono che per loro difetto (colpa n.d.t.) se ne sono fatti degni. E per questo modo il verme più rode e il fuoco di questa coscienza. non smette (mai n.d.t.) di ardere (Is 66,24; Mc9,4347) Ancora è più (grande n.d.t.) pena per loro perché lo vedono nella propria figura sua, la quale è tanto orribile che non c’è cuore d’uomo che lo possa imaginare. (Pensate a quelli che stoltamente si consacrano a satana e si fanno suoi strumenti …. Capiranno bene allora a chi hanno offerto la loro vita : a quale mostro sanguinario che odia terribilmente anche loro stessi!! Nd.t.) E se bene ti ricordi sai che, mostrandolo a te nella sua forma, in piccolo spazio di tempo — che sai che quasi fu un punto — tu eleggevi (sceglievi n.d.t.), dopo che ritornasti in te, piuttosto di volere andare per una strada di fuoco, se dovesse durare fino all’ultimo giorno del giudizio, e andare sopra esso, che vederlo più (di nuovo n.d.t.). Con tutto questo che tu vedesti, ancora non sai bene quanto egli è orribile, perché si mostra per divina giustizia più orribile nell’anima che è privata di me, e più e meno secondo la gravità delle loro colpe. (Più l’anima ha peccato più terribilmente si mostra ad essa satana n.d.t.)

4)Il quarto tormento è il fuoco. Questo fuoco arde e non consuma, perché l’anima non può consumare l’essere suo; e non è cosa materiale, la quale materia il fuoco consumerebbe
, perché essa è incorporea. Ma Io per divina giustizia ho permesso che il fuoco la arda afflittivamente, che la affligga e non la consumi, e la affligge e la arde con grandissime pene, in diversi modi secondo la diversità dei peccati, chi più e chi meno, secondo la gravità della colpa. Sopra questi quattro tormenti escono tutti quanti gli altri, con freddo e caldo e stridore di denti. (Mt8,12; Lc13,28) Or così miserabilmente, dopo la riprensione che fu fatta loro del giudizio e della ingiustizia nella vita loro, e non si corressero in questa prima riprensione come detto è sopra, e nella seconda, cioè nella morte, non vollero sperare né dolersi dell’offesa mia ma sì della pena loro, hanno ricevuto morte eterna.  

CAPITOLO XXXIX

Ora rimane da dire della terza riprensione, cioè del’ultimo dì del giudizio. Già t’ho detto delle due; ora, affinché tu veda bene quanto l’uomo s’inganna, ti dirò della terza, cioè del giudizio generale, nel quale all’anima tapinella (poverella nd.t.) sarà rinfrescata e accresciuta la pena per l’unione che l’anima farà col corpo, con una riprensione intollerabile, la quale le genererà confusione e vergogna.

Sappi che ne l’ultimo dì del giudizio, quando verrà il Verbo del mio Figliuolo con la divina mia maestà a riprendere il mondo con la potenza divina, egli non verrà come poverello, così come quando egli nacque,venendo nel ventre della Vergine e nascendo nella stalla fra gli animali, e poi morendo in mezzo a due ladroni. Allora Io nascosi la potenza mia in lui, lasciandolo sostenere pene e tormenti come uomo: non che la natura mia divina fosse però separata dalla natura umana, ma lo lo lasciai patire come uomo per soddisfare alle vostre colpe. Non verrà così allora in questo ultimo momento, ma verrà con potenza a riprendere egli con la propria persona; e non ci sarà alcuna creatura che non riceva tremore, e renderà a ogni uno il debito suo.(Mt.24,30) Ai dannati miserabili darà tanto tormento l’aspetto suo e tanto terrore, che la lingua non sarebbe sufficiente a narrarlo. Ai giusti darà timore di riverenza con grande giocondità. Non che si muti la faccia sua, perché egli è immutabile, perché è una cosa con me secondo la natura divina; e secondo l’umana natura la faccia sua anche è immutabile, dopo che prese la gloria della resurrezione. Ma all’occhio del dannato si mostrerà cotale , perché con quell’ occhio terribile e oscuro che egli ha in se medesimo, con quello lo vedrà. Come l’occhio infermo che del sole, che è così lucido, non vede altro che tenebre e l’occhio sano vede la luce — e questo non è per difetto della luce che si muti più al cieco che all’alluminato, ma è per difetto dell’occhio che è infermo — così i dannati lo vedono in tenebre, in confusione e in odio, non per difetto della divina mia maiestà, colla quale egli verrà a giudicare il mondo, ma per difetto loro. 


CAPITOLO XL (Della terza riprensione, la quale si farà nel di del giudizio) 

È tanto l’odio che essi hanno, che non possono volere né desiderare veruno bene, ma sempre mi bestemmiano. E sai perché essi non possono desiderare il bene? Perché, finita la vita dell’uomo, è legato il libero arbitrio; per la quale cosa non possono meritare, perduto che essi hanno il tempo. Se essi finiscono in odio, con la colpa del peccato mortale, sempre per divina giustizia sta legata l’anima col legame dell’odio, e sempre sta ostinata in quel male che ella ha, rodendosi in sé medesima. E si accrescono ad essa sempre pene, e specialmente le pene d’alcuni in particolare, per i quali ella fosse stata causa di dannazione. Così come vi dimostrò quel ricco dannato, quando chiedeva di grazia che Lazzaro andasse ai suoi fratelli, i quali erano rimasti nel mondo, ad annunziare le pene sue (del dannato n.d.t.). (Lc16,2728) Questo già non faceva per carità né per compassione dei fratelli, perché egli era privato della carità e non poteva desiderare bene, né in onore di me né in salute loro, perché già t» ho detto che non possono fare alcun bene nel prossimo, e mi bestemmiano perché la vita loro finì nell’odio di me e della virtù. Ma perché dunque lo faceva? Perché egli era stato il maggiore e aveva nutriti loro nelle miserie nelle quali egli era vissuto, sì che egli era causa della dannazione loro. Per la qual ragione ne vedeva seguire pena per se, giungendo essi al crociato tormento insieme con lui, dove sempre in odio si rodono, perché ne l’odio finì la vita loro.


CAPITOLO XLII ( Come dopo il giudizio generale crescerá la pena de» dannati)


4)Ti ho narrato della dignità dei giusti, affinché meglio conosca la miseria dei dannati. E questa è l’altra pena loro: vedere la beatitudine dei giusti. La quale visione è a loro accrescimento di pena, come ai giusti la dannazione dei dannati è accrescimento d» esultazione della mia bontà, perché meglio si cognosce la luce per la tenebre e la tenebre per la luce.

5)Così che per loro (per i dannati n.d.t.) sarà pena la visione dei beati, e con pena aspettano l’ultimo dì del giudicio, perché vedono seguirne accrescimento di pena. E così sarà, perché in quella voce terribile, quando sarà detto a loro: Sorgete morti, venite al giudizio (Mic 6,1), tornerà l’anima col corpo, e ne» giusti sarà glorificato (il corpo n.d.t.) e ne» dannati sarà crociato eternalmente, e grande vergogna e rimprovero riceveranno nella visione della mia Verità e di tutti i beati. Il verme della coscienzia allora roderà il midollo dell’albero cioè l’anima, e la corteccia di fuori, cioè il corpo; sarà rimproverato ad essi il sangue che per loro fu pagato e le opere della misericordia le quali Io feci a loro col mezzo del mio Figliuolo, spirituali e temporali, e quello che essi doveano fare nel prossimo loro, sì come si contiene nel santo Vangelo.(Mt 25,4243) Ripresi saranno della crudeltà che essi hanno avuta verso il prossimo, vedendo la misericordia che da me hanno ricevuta; della superbia e dell’amore proprio, dell’immondizia e avarizia loro. Rinfrescherà duramente la loro reprensione; nel punto della morte la riceve solamente l’anima ma nel giudizio generale la riceverà insieme l’anima e il corpo; perché il corpo è stato compagno e strumento dell’anima a fare il bene e il male, secondo ch’è piaciuto alla propria volontà. Ogni operazione buona e cattiva è fatta col mezzo del corpo, e perciò giustamente, figliuola mia, è reso ai miei eletti gloria e bene infinito col corpo loro glorificato, remunerandoli delle loro fatiche che per me portò insieme con l’anima. E così agli iniqui sarà resa pena eterna col mezzo del corpo, perché fu strumento del male. Si rinfrescherà loro la pena e crescerà, riavendo il corpo loro, nella visione del mio Figliuolo. La miserabile sensualità con la immondizia sua riceverà riprensione nel vedere la natura loro, cioè l’umanità di Cristo, unita con la purità della deità mia, vedendo elevata questa massa d’Adamo, natura vostra, sopra tutti i cori degli angeli; ed essi per i loro difetti si vedono sprofondati nel profondo de l’inferno.

E vedono la larghezza e misericordia risplendere nei beati ricevendo il frutto del sangue dell’Agnello, e vedono le pene che essi hanno portate, che tutte stanno per ornamento nei corpi loro così come un fregio sopra del panno, non per virtù del corpo ma solo per la pienezza dell’anima, la quale rappresenta al corpo il frutto della fadica, perché fu compagno con lei ad adoperare la virtù, sì che appare di fuori. Come lo specchio rappresenta la faccia dell’uomo, così nel corpo si rappresenta il frutto delle fadiche nel modo che ti ho detto detto . Vedendo i tenebrosi tanta dignità, della quale essi sono privati, cresce in loro la pena e la confusione, perché nei corpi loro appare il segno delle iniquità le quali commisero, con pena e crociato tormento. Onde in quella parola che essi udranno terribile: «Andate maledetti nel fuoco eterno», (Mt. 25,41) andrà l’anima e il corpo a convivere con i demonii senza alcuno rimedio di speranza. Si avvilupperanno con tutta la puzza della terra, ognuno per sé in diverso modo, sì come diverse sono state le loro malvagie operazioni: l’avaro con la puzza dell’avarizia, avviluppandosi insieme la sostanza del mondo e ardendo nel fuoco, la quale egli disordinatamente amò; il crudele con la crudeltà; l’immondo con la immondizia e miserabile concupiscenza; l’ ingiusto con le sue ingiustizie; l’ invidioso con la invidia; e l’odio e il rancore del prossimo con l’odio. Il disordinato amore proprio di loro, da cui nacquero tutti i loro mali, arderà e darà pena intollerabile, così come capo e principio d’ogni male, accompagnato dalla superbia; sì che tutti in diversi modi saranno puniti, l’anima e il corpo insieme.Or così miserabilmente giungono al fine loro questi che vanno per la via di sotto, giù per il fiume, non volgendosi dietro a riconoscere le loro colpe, né a domandare la misericordia mia, come Io ti dissi di sopra. E giungono alla porta della bugia perché seguirono la dottrina del demonio il quale è padre delle bugie. (Gv 8,44) Ed esso dimonio è porta loro, e per questa porta giungono all’eterna dannazione, come è detto di sopra. Gli eletti e figli miei, tenendo per la via di sopra, cioè del ponte, seguono e tengono la via della verità, ed essa verità è porta, e però disse la mia Verità: «Niuno può andare al Padre se non per me».(Gv.14,6) Egli è la porta e la via onde passano ad entrare in me, mare pacifico.E così, in contrario, costoro sono tenuti per la bugia la quale dà loro acqua morta; ed a questo vi chiama il dimonio — ciechi e matti che non se ne avvedono, perché hanno perduto il lume della fede — quasi dica loro il demonio: «Chi ha sete dell’ acqua morta venga a me, ché io ne gli darò».

S. Maria Maddalena dei Pazzi

Dio, parlando dell’inferno a santa Maria Maddalena de» Pazzi, le disse: « Fra i dannati regna un odio eterno, perchè ciascuno di essi conosce colui che lo portò ad offendermi e che fu per conseguenza la 
causa della sua dannazione. Perciò quanto più cresce il loro numero, tanto maggiormente si accrescono le loro pene, perchè i nuovi ve­nuti non fanno che aumentare la rabbia che li anima gli uni contro gli altri » (Opere Parte IV, cap. xi). 

S. Veronica Giuliani e le sue esperienze dell’inferno

Il 27 gennaio 1716, Maria, comparendo a S. Veronica, chiamò i due angeli che la servi­vano da custodi e loro ordinò di condurla in spirito all’inferno; ella la benedì e le disse: « Figlia mia, non temere, io sarò con te e t’aiuterò ». Ad un tratto, racconta la Santa, mi trovai in un luogo oscuro, profondo e fetente, udii mugghii di tori, ragli d’asino, ruggiti di leone, sibili di serpenti, ogni sorta di voci confuse e spaventose e grandi rombi di tuono che riempivano di terrore. Vidi lampi e fumo molto denso. Scorsi una gran montagna tutta coperta di serpenti, di vipere e di basilischi fra loro attorcigliati in numero incalcolabile. Udendo uscire di sotto a loro delle maledizioni e voci orrende, chiesi a» miei angeli che voci fossero quelle, ed essi mi risposero che lì si trovavano molte anime nei tormenti. Infatti quella gran montagna ad un tratto s’aprì ed io la vidi tutta ripiena d’anime e di demonii. Quelle anime erano tutte avvinghiate insieme, per modo che formavano una sola massa; i de­monii le tenevano così legate a se stessi con catene di fuoco; ogni anima aveva parecchi demonii attorno a sè. Di là fui trasportata ad un’altra montagna ove si trovavano dei tori e dei cavalli furiosi che mordevano come cani arrabbiati. Loro usciva fuoco dagli occhi, dalla bocca e dal naso, i loro denti parevano lance acutissime e spade taglienti, che riducevano in frantumi in un istante tutto ciò che afferravano. Compresi che morde­vano e divoravano anime. Vidi altre mon­tagne ove si praticavano dei tormenti più crudeli, ma mi è impossibile descriverli. Al centro di tal soggiorno infernale si erge un trono altissimo; in mezzo a quel trono vi è un seggio formato dei demonii che sono i capi e i principi. Là siede Lucifero, spa­ventoso, orribile. O Dio che figura orrenda; sorpassa in orrore tutti gli altri demonii. Sembra avere una testa formata di cento teste e piena di lance, a capo di ciascuna delle quali vi è come un occhio che proietta frecce infiammate che infiammano tutto l’inferno. Benchè il numero dei demonii e dei dannati sia incalcolabile, tutti veggono quella testa orribile e ricevono tormenti sopra tormenti da quello stesso Lucifero. Esso li vede tutti e tutti lo vedono. Qui i miei angeli mi fecero comprendere che, come in cielo la vista di Dio rende beati tutti gli eletti, così nell’in­ferno l’orribile figura di Lucifero, orrendo mostro infernale, è un tormento per tutti i dannati. La loro maggior pena è l’aver per­duto Iddio. Questa pena Lucifero la sente per il primo, e tutti vi partecipano. Egli be­stemmia, e tutti bestemmiano; maledice e tutti maledicono; soffre ed è torturato, e tutti sof­frono e sono torturati.

In quel momento i miei angeli mi fecero osservare il cuscino ch’era sul seggio di Lu­cifero e su cui stava seduto; era l’anima di Giuda. Sotto i piedi di Lucifero vi era un cuscino molto grande, tutto lacero e coperto di segni; mi si fece capire ch’erano anime di religiosi. Allora il trono fu aperto e, in mezzo ai demonii che stavano sotto il seggio, vidi un gran numero d’anime. Chi sono que­ste? domandai a» miei angeli; ed essi mi ri­sposero ch’erano dei prelati, dei dignitari della Chiesa, dei superiori d’anime consacrate a Dio.

Io credo che se non fossi stata accompa­gnata da» miei angeli ed anche, come penso, invisibilmente fortificata dalla mia buona Ma­dre, io sarei morta di spavento. Tutto ciò ch’io ne dico non è nulla e tutto ciò che udii dire dai predicatori non è nulla in paragone di quello ch’io vidi” (s. Veronica “Diario”, alle date indicate).  


S. Francesco di Geronimo e l’inferno

“ Caterina, invece, altra celebre cortigiana, ogni volta che il santo andava a predicare all’angolo del suo postribolo lo disturbava con beffe, suoni e canti. Una volta il santo andò a bussare alla sua porta pregandola di smettere. Quella meretrice non gli aperse neppure, «Fra otto giorni — esclamò allora lui — te la dovranno scassinare questa porta perché non la potrai più aprire». Una settimana dopo P. Francesco ritornò a predicare al solito posto. Caterina non apparve più alla finestra a schiamazzare. Il santo gridò; «Caterina è morta». La folla penetrò nell’appartamento di lei dopo aver sfondato la porta. La meschina fu trovata distesa sul letto. Il santo per tre volte le gridò: «Caterina, dove sei?». L’impenitente gli rispose, animandosi momentaneamente: «Mi trovo all’inferno!».

”(Sac. Guido Pettinati SSP, I Santi canonizzati del giorno, vol. 5, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 166171. ) 


S. Faustina Kowalska e le sue esperienze dell’inferno 

La stessa Santa Faustina Kowalska, apostola della Divina Misericordia ebbe la visione dell’inferno (forse proprio a testimoniarci questo…che la Misericordia vuole salvare tutti, ma c’è chi non vuole essere salvato).
S. Faustina Kowalska e le sue esperienze dell’inferno: 

Dal suo diario apprendiamo quanto segue… 20.X.1936. (II° Quaderno)

Oggi, guidata da un angelo, sono stata negli abissi dell’inferno. E’ un luogo di grandi supplizi per tutta la sua estensione spaventosamente grande. Questi i vari supplizi che ho visti:

il primo supplizio, quello che costituisce l’inferno, è la perdita di Dio (riflettiamo: se noi perdessimo un braccio, una gamba, una mano soffriremmo molto, eppure perderemmo delle realtà limitate ; ma chi va all’inferno perde una Realtà infinita che è Dio!! N.d.t.);

il secondo, i continui rimorsi di coscienza ;

il terzo, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai;

il quarto supplizio è il fuoco che penetra l’anima, ma non l’annienta; è un supplizio terribile: è un fuoco puramente spirituale acceso dall’ira di Dio;

il quinto supplizio è la continua tenebra, un orribile soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male degli altri ed il proprio;

il sesto supplizio è la compagnia continua del diavolo;

il settimo supplizio è la tremenda disperazione, l’odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie.

Queste sono pene che tutti i dannati patiscono insieme, ma questa non è la conclusione dei tormenti. Ci sono supplizi specifici per le varie anime che sono i tormenti dei sensi. Ogni anima con quello (senso n.d.t.) che ha peccato viene tormentata in maniera terribile e indescrivibile. Ci sono delle terribili caverne, abissi di tormenti, dove ogni supplizio si distingue dall’altro. Sarei morta alla vista di quegli orribili supplizi, se non mi avesse sorretto l’onnipotenza di Dio. Il peccatore sappia che col senso col quale pecca verrà tormentato per tutta l’eternità. Scrivo questo per comando di Dio, affinché nessun’anima si giustifichi dicendo che l’inferno non esiste, oppure che nessuno c’è mai stato e nessuno sa come sia. Io, Suor Faustina, per comando di Dio sono stata negli abissi dell’inferno, per dirlo alle anime e testimoniare che l’inferno esiste. Ora non posso parlare di questo. Ho l’ordine da Dio di lasciarlo per scritto. I diavoli hanno manifestato un grande odio contro di me, ma per comando di Dio mi hanno dovuto ubbidire. Quello che ho scritto è una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che vi stanno, sono anime che non credevano che esistesse l’inferno. Quando ritornai in me, non riuscivo a riprendermi per lo spavento, al pensiero che delle anime là soffrono così tremendamente, per questo prego con maggior fervore per la conversione dei peccatori, ed invoco incessantemente la Misericordia di Dio per loro. O mio Gesù, preferisco agonizzare fino alla fine del mondo nelle più grandi torture, piuttosto che offenderTi col più piccolo peccato.
Santa Faustina Kowalska

Indicazioni sull’inferno date dalla Madonna e dai veggenti di Fatima 

– “Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’inferno, perché non c’è chi si sacrifica e prega per loro.” (La Madonna ai pastorelli di Fatima )

Da “La storia di Fatima narrata da Lucia” 

Bene, il segreto consta di tre parti distinte, di cui ne rivelerò due.
La prima fu dunque la visione dell’inferno.
La Madonna ci mostrò un grande mare di fuoco, che pareva che si trovasse sotto terra. Immersi in questo fuoco, i demoni e le anime come se fossero braci trasparenti e negre o color bronzo, dalla forma umana, che fluttuavano nell’incendio, trasportati dalle fiamme, che uscivano da loro stessi, insieme a nugoli di fumo e cadevano da tutte le parti, simili alle faville che cadono nei grandi incendi, senza peso né equilibrio, tra gridi e gemiti dì dolore e di disperazione che facevano raccapricciare e tremare di spavento. I demoni si distinguevano per le forme orribili e schifose di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti e negri.
Questa visione durò un istante. E siano rese grazie alla nostra buona Madre celeste, che in antecedenza ci aveva rassicurati con la promessa di portarci in cielo durante la prima apparizione! Se non fosse stato così, credo che saremmo morti di paura e di terrore.
Poco dopo alzammo gli occhi verso la Madonna, che ci disse con bontà e tristezza: «Avete visto l’inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore immacolato. Se faranno quello che io vi dirò, molte anime si salveranno e ci sarà pace. La guerra finirà presto. Ma se non smettono di offendere Dio, sotto il regno di Pio XI, ne comincerà un’altra peggiore. Quando vedrete –una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà, che sta per punire il mondo a causa dei suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e della persecuzione

alla Chiesa e al santo Padre. Per impedirla, io verrò a domandare la consacrazione della Russia al mio Cuore immacolato e la comunione nei primi sabati. Se daranno retta alle mie richieste, la Russia si convertirà e ci sarà pace; se no, diffonderà i suoi errori nel mondo, provocando guerre e persecuzioni contro la Chiesa. I buoni saranno martirizzati e il santo Padre avrà molto da soffrire, parecchie nazioni saranno annientate. Alla fine il mio Cuore immacolato trionferà. Il santo Padre mi consacrerà la Russia, che si convertirà e sarà concesso al mondo un certo periodo di pace».

“Bene. Ora rispondo subito al secondo interrogativo che mi e» stato posto da parecchie persone: com’è possibile che Giacinta, così piccina, si sia lasciata penetrare e abbia compreso un simile spinto di mortificazione e di penitenza?
Secondo me, fu questo: prima di tutto, una grazia speciale che Dio, per mezzo del Cuore Immacolato di Maria, le ha voluto concedere; in secondo luogo, la vista dell’inferno e il pensiero dell’infelicità delle anime che ci cascano.
Alcune persone, anche devote, non vogliono parlare dell’inferno ai bambini per non spaventarli; ma Dio non ha esitato a mostrarlo a tre, uno dei quali aveva solo sei anni, e Lui sapeva che sarebbe rimasta terrorizzata a tal punto — oserei quasi dire — da morire di paura. Con frequenza si sedeva per terra o su qualche masso e, pensierosa, cominciava a dire: «L’inferno! L’inferno! Come mi fanno pena le anime che vanno all’inferno! E le persone vive li a bruciare come legna nel fuoco..». E, un po» tremante, s’inginocchiava con le mani giunte, a dire la preghiera che la Madonna ci aveva insegnato: «O mio Gesù! Perdonateci, liberateci dal fuoco dell’inferno, portate in cielo tutte le anime, specialmente quelle che hanno più bisogno».
(Ora V.E. capirà perché mi è rimasta l’impressione che le ultime parole di questa orazione si riferivano alle anime che si trovano in maggiore o più imminente pericolo di dannazione). E rimaneva così, per molto tempo, in ginocchio, ripetendo la stessa orazione. Ogni tanto chiamava me o il fratello, come se si svegliasse dal sonno: «Francesco! Francesco! Non state a pregare con me? Bisogna pregare molto per liberare le anime dall’inferno. Tante vanno laggiù, tante!». Altre volte domandava: «Ma come mai la Madonna non fa vedere l’inferno ai peccatori? Se loro lo vedessero, non peccherebbero più per non andarci. Di» un po» a quella Signora che faccia vedere l’inferno a tutta quella gente (si riferiva a quelli che si trovavano a Cova da Iria, al momento dell’apparizione). Vedrai come si convertono».
Dopo un po» scontenta, mi domandava:
– Perché non hai detto alla Madonna che facesse vedete l’inferno a quella gente?
– Mi sono dimenticata — rispondevo.
– Anch’io me ne sono dimenticata — diceva con l’aria triste.
Qualche volta domandava pure:
– Ma che peccati saranno quelli che questa gente fa per andare all’inferno?
– Non saprei. Forse il peccato di non andare a messa la domenica, di rubare, di dite parolacce, di augurare il male, di giurare…
– E così, solo per una parola, vanno all’inferno?
– Certo! E peccato…
– Che cosa gli costerebbe stare zitti e andate a messa! Come mi fanno pena i peccatori! Se potessi fargli vedere l’inferno!
Improvvisamente a volte si stringeva a me e diceva:
– Io vado in cielo, ma tu rimani quaggiù. Se la Madonna ti lascia, di» a tutti com’è l’inferno, perché non facciano più peccati e non vadano più laggiù … 

Diceva Giacinta «I peccati che portano più anime all’inferno sono i peccati della carne.
«Verranno mode che offenderanno molto Gesù.
«Le persone che servono Dio non devono seguire la moda. La Chiesa non ha moda. Gesù è sempre lo stesso.
«I peccati del mondo sono molto grandi.
«Se gli uomini sapessero ciò che è l’Eternità, farebbero di tutto per cambiare vita.
«Gli uomini si perdono, perché non pensano alla morte di Gesù e non fanno penitenza.
«Molti matrimoni non sono buoni, non piacciono a Gesù, non sono di Dio» .


Testi relativi al gran numero delle anime che si dannano 

Iniziamo un tema veramente impegnativo ma importante . Diciamo anzitutto che nell’Eucaristia Cristo ci dona sé stesso, dunque veramente abbiamo sovrabbondante luce e forza in Lui per salvarci, santificarci e aiutare gli altri a santificarsi .…. perciò coloro che si dannano si dannano per colpa propria. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma .  

«Dio non predestina nessuno all’inferno questa è conseguenza di un’avversione volontaria a Dio (peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole che «alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi»(2Pt 3,9). 

Noi dobbiamo credere che Dio vuole salvarci e ci dona tutto a questo fine ma dobbiamo insieme impegnarci a raccogliere quanto Egli ci dona perché è attraverso questo che Egli ci salva: cioè Lui opera la parte super-principale, ma noi anche dobbiamo collaborare con impegno: con tutto noi stessi: amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore .… dice il comandamento principale; non chi dice Signore, Signore entrerà nel Regno dei Cieli ma chi fa la volontà di Dio, chi vive secondo il Vangelo.
Ripeto ancora perché sia chiaro: chi si danna lo fa per propria colpa e non per mancanza imputabile a Dio; Dio vuole che noi ci salviamo vivendo il S. Vangelo, chi non vuole credere alle parole di Dio e non vuole fare la sua volontà si danna per propria colpa. 


A proposito di questo tema del “numero” di quelli che si dannano il p. Bordaloue della Compagnia di Gesù affermava (vedi Migne Orat. Sacrees «Penses sur la salut .Petit nombre des elus» ) che ci si può domandare se è cosa utile spiegare al popolo questa verità del piccolo numero; essa infatti può creare problemi alle anime e scoraggiarle . E rispondeva: cosa c’è di più sottolineato nel Vangelo di questo piccolo numero degli eletti? Cosa è che il Signore ha ripetuto a noi più frequentemente? «Molti sono chiamati, ma pochi eletti» «Il cammino che conduce alla perdizione è largo …» C’è qualcosa di più preciso che queste parole?

Ecco l’insegnamento pubblico di Cristo! Sappiamo noi meglio di Lui ciò che conviene? Predichiamo il Vangelo ma predichiamolo senza nulla tagliare o addolcire.

Si dice che questa verità fa tremare … ma l’Apostolo non dice che dobbiamo cercare la nostra salvezza con timore e tremore?

E» bene mettere problemi alle coscienze, a volte .. per svegliarle e non farle dormire … perché non si sveglino all’inferno.

Bene intesa e spiegata questa verità ha una potenza insuperata che ci spinge a sforzarci ad entrare veramente nella strada e nella porta santa di Cristo.

Si può parlare di questa verità senza rovinare la speranza e infatti Bourdaloue dice che i principi che occorre rilevare in questo discorso sono i seguenti

1) Tutti dobbiamo sperare che saremo nel numero degli eletti

2) Abbiamo il dovere di sperare che saremo in tale numero

3) Ogni peccatore, anche il peggiore deve sperare in questo (e convertirsi) 


Se si intendono queste cose il rischio di disperazione può riguardare coloro che vogliono conciliare la santità con il piacere e le mollezze, quelli che non vogliono veramente salvarsi.

Il frutto eccellente di questa affermazione del piccolo numero è questo:

1) raddoppiare la vigilanza

2) non rimanere un solo giorno in peccato mortale ma correre incessantemente al rimedio

3) separarsi dalla moltitudine e dal mondo (peccaminoso)almeno in spirito, nel cuore

4) seguire il piccolo numero dei cristiani veramente cristiani, regolati nella condotta e fedeli ai loro doveri

5) prendere risolutamente la via stretta vincendo gli ostacoli

6) pregare incessantemente, come vuole il Signore per avere la grazia proprio per entrare e perseverare in questa via stretta.

Beati i predicatori che portano i loro uditori a disposizioni così sante!

Il loro lavoro è ben impiegato. Ogni soggetto che fa nascere dei sentimenti e delle disposizioni simili non può essere che solidissimo e utilissimo.”

Queste appena presentate in modo riassuntivo sono le affermazioni (da me, don Tullio Rotondo, tradotte) di p. Bourdaloue

E a proposito di Bourdaloue, che non sia un teologo qualunque ce lo mostra questo testo che è di Papa Benedetto XIV Nella costituzione “Apostolica” questo Pontefice dice “E per non mostrarci eccessivamente fautori di chi afferma che i nostri ragionamenti e quelli che si faranno d’ordine Nostro sono troppo rigoristi, pensiamo di uniformarci a quanto scrisse all’inizio del Giubileo il celebre Padre Bourdaloue della Compagnia di Gesù (Sermoni, tomo 2, p. 517 e ss., seconda ed. di Parigi del 1709).” 

….. ossia p. Bourdaloue è un celebre gesuita, citato di un Papa, dunque un teologo provato, serio e per di più conosciuto e approvato ad un livello così alto del Magistero. Dunque affrontare questo tema , anche se in modo piuttosto ristretto come faremo noi, è cosa molto utile ed efficace per i grandi frutti di bene che può realizzare nelle anime.

  Ricordiamo che nella sua sapienza divina, nella sua visione beata divina e umana Gesù ha visto tutta la storia quindi sapeva e sa perfettamente quanti si salvano e quanti si dannano.

Testi biblici che indicano la moltitudine di coloro che si danna

Matteo 7, 3. 2123

3Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. 14Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!

21Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti

prodigi?”. 23Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.

Matteo 22. 114 .

1Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: 2«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. 3Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. 4Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. 5Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; 9andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. 10Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 11Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. 12Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. 13Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. 14Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Luca 13, 2230

22Passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. 23Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: 24«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. 25Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. 26Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. 27Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. 28Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. 29Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. 30Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi». 

Qualche persona un po’ precipitosa …potrebbe affermare che noi, ponendo questi testi indicanti il gran numero di dannati non menzioniamo altri testi che affermano al contrario che molti si salvano. Di tali testi se ne trova qualcuno nel Vangelo e anche nell’Apocalisse.

Matteo 8, 1013

 10Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! 11Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, 12mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». 13E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito. 

Marco 10, 45

45Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». 

Apocalisse 7,9

9Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. 10E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». 


Cosa dicono i Dottori, che esamineremo più avanti, per conciliare il significato di queste affermazioni apparentemente contrarie della Scrittura Sacra? Dicono che molti sono anche quelli che si salvano ma che più numerosi sono coloro che si dannano, stanti le terribili parole del Signore indicate più sopra: Matteo 7,1313Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. 14Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!

 S. Agostino afferma , come vedremo più avanti, «Sono dunque nel medesimo tempo molti quelli che sono pochi; molti presi a sé, pochi a paragone dei cattivi.» 

Ulteriori testi biblici che possono confermare l’affermazione che un gran numero di anime si danna

2 Pietro 2, 4ss

4Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò in abissi tenebrosi, tenendoli prigionieri per il giudizio. 5Ugualmente non risparmiò il mondo antico, ma con altre sette persone salvò Noè, messaggero di giustizia, inondando con il diluvio un mondo di malvagi. 6Così pure condannò alla distruzione le città di Sòdoma e Gomorra, riducendole in cenere, lasciando un segno ammonitore a quelli che sarebbero vissuti senza Dio. 

Genesi 6 e 7

1Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro delle figlie, 2i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli a loro scelta. 3Allora il Signore disse: «Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni».

4C’erano sulla terra i giganti a quei tempi – e anche dopo –, quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi.

5Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre. 6E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. 7Il Signore disse: «Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e, con l’uomo, anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti». 8Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.

9Questa è la discendenza di Noè. Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio. 10Noè generò tre figli: Sem, Cam e Iafet. 11Ma la terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza. 12Dio guardò la terra ed ecco, essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra.

13Allora Dio disse a Noè: «È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. 14Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. 15Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. 16Farai nell’arca un tetto e, a un cubito più sopra, la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore.

17Ecco, io sto per mandare il diluvio, cioè le acque, sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne in cui c’è soffio di vita; quanto è sulla terra perirà. 18Ma con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell’arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli. 19Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina. 20Degli uccelli, secondo la loro specie, del bestiame, secondo la propria specie, e di tutti i rettili del suolo, secondo la loro specie, due di ognuna verranno con te, per essere conservati in vita. 21Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e fanne provvista: sarà di nutrimento per te e per loro».

22Noè eseguì ogni cosa come Dio gli aveva comandato: così fece. 


1Il Signore disse a Noè: «Entra nell’arca tu con tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione. 2Di ogni animale puro prendine con te sette paia, il maschio e la sua femmina; degli animali che non sono puri un paio, il maschio e la sua femmina. 3Anche degli uccelli del cielo, sette paia, maschio e femmina, per conservarne in vita la razza su tutta la terra. 4Perché tra sette giorni farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti; cancellerò dalla terra ogni essere che ho fatto». 5Noè fece quanto il Signore gli aveva comandato.

6Noè aveva seicento anni quando venne il diluvio, cioè le acque sulla terra. 7Noè entrò nell’arca e con lui i suoi figli, sua moglie e le mogli dei suoi figli, per sottrarsi alle acque del diluvio. 8Degli animali puri e di quelli impuri, degli uccelli e di tutti gli esseri che strisciano sul suolo 9un maschio e una femmina entrarono, a due a due, nell’arca, come Dio aveva comandato a Noè.

10Dopo sette giorni, le acque del diluvio furono sopra la terra; 11nell’anno seicentesimo della vita di Noè, nel secondo mese, il diciassette del mese, in quello stesso giorno, eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono. 12Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. 13In quello stesso giorno entrarono nell’arca Noè, con i figli Sem, Cam e Iafet, la moglie di Noè, le tre mogli dei suoi tre figli; 14essi e tutti i viventi, secondo la loro specie, e tutto il bestiame, secondo la propria specie, e tutti i rettili che strisciano sulla terra, secondo la loro specie, tutti i volatili, secondo la loro specie, tutti gli uccelli, tutti gli esseri alati. 15Vennero dunque a Noè nell’arca, a due a due, di ogni carne in cui c’è il soffio di vita. 16Quelli che venivano, maschio e femmina d’ogni carne, entrarono come gli aveva comandato Dio. Il Signore chiuse la porta dietro di lui.

17Il diluvio durò sulla terra quaranta giorni: le acque crebbero e sollevarono l’arca, che s’innalzò sulla terra. 18Le acque

furono travolgenti e crebbero molto sopra la terra e l’arca galleggiava sulle acque. 19Le acque furono sempre più travolgenti sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. 20Le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto.

21Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. 22Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta, morì. 23Così fu cancellato ogni essere che era sulla terra: dagli uomini agli animali domestici, ai rettili e agli uccelli del cielo; essi furono cancellati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell’arca. 24Le acque furono travolgenti sopra la terra centocinquanta giorni.


Importanti affermazioni di Papi e Dottori della Chiesa su questo tema. 

La migliore raccolta di testi di su questo punto del grande numero di coloro che si dannano e del piccolo numero dei salvati si trova, per quanto ho potuto verificare, nei testi seguenti:

F. X. Godts “De Paucitate Salvandorum quid docuerunt Sancti ?” ed. De Meester, Bruxellis, 1899; P. F. Fogginus «Patrum Ecclesiae de paucitate adultorum fidelium salvandorum si cum reprobandis fidelibus conferantur mira consensio adserta et demonstrata» Typis A. Fulgonii, Romae, 1752 ; Marechaux «Du nombre des elus…» C. Possielgue, Paris, 1901

Come come si vede chiaramente da queste raccolte emerge un dato molto forte: era opinione comune (praticamente una “unanimis consensio”) dei Padri che la maggior parte dei fedeli (adulti), e, a maggior ragione, di tutti gli uomini (adulti, dobbiamo ritenere), si danna .… Come dice l’Enciclopedia Cattolica l’unanime consenso dei Padri non significa che assolutamente tutti abbiano detto una certa cosa.



A proposito del consenso unanime dei Padri occorre ricordare alcuni testi magisteriali di sommo livello che sottolineano l’importanza di tale consenso: “Nessuno deve osare di distorcere la S. Scrittura, secondo il proprio modo di pensare, contrariamente al senso che ha dato e dà la Chiesa […], né deve andare contro l’unanime consenso dei Padri” (Conc. di Trento, Decreto sulla Vulgata e sul modo di interpretare la s. Scrittura, Paolo III, 8 aprile 1546, DS, 1507). “Non è lecito a nessuno interpretare la S. Scrittura contro l’unanime consenso dei Padri” (Conc. Vat. I, Costituzione dogmatica Dei Filius, Pio IX, 24 aprile 1870, DS, 3007).
Leone XIII insegna: “Non è permesso a nessuno di interpretare la S. Scrittura contro l’insegnamento unanime dei Padri”(Conc. Trento [DS, 1507] e Conc. Vat. I [DS, 3007]) … “Somma è l’autorità dei Padri […] ogni volta che all’unanimità interpretano con uguale senso una qualche testimonianza biblica […]. Dal loro unanime consenso appare chiaramente che così sia stato tramandato dagli Apostoli secondo la fede cattolica […]. Ingiustamente e con danno alla religione si introdusse l’artificio presentato sotto il nome di alta critica […] in base a sole ragioni interne” (DS, 3281/3284/3286).
Pio XII nell’Enciclica Divino afflante Spiritu (30 settembre 1943) riprende la dottrina di Leone XIII, raccomandando l’interpretazione “data dai santi Padri” (EB, 551). La stessa cosa insegna in Humani Generis (12 agosto 1950) [EB, 564/565]. Il compito dell’esegeta cattolico è quello di “assicurarsi se c’è un senso già dato con morale unanimità dei Padri” e quindi di seguirlo.

«Nel Concilio Tridentino [22] e nel Vaticano I[23] è stato enunziato esplicitamente il principio, che l’unanime consenso dei Padri costituisce regola certa d’interpretazione della Scrittura, principio questo che è stato sempre vissuto e praticato nella storia della Chiesa e che si identifica con quello della normatività della Tradizione formulata da Vincenzo di Lerino[24] e prima ancora da S. Agostino.» (  CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA (DEI SEMINARI E DEGLI ISTITUTI DI STUDI,  ISTRUZIONE SULLO STUDIO DEI PADRI DELLA CHIESA NELLA FORMAZIONE SACERDOTALE, 1989)


S. Gregorio Magno Papa e Dottore della Chiesa 

XL Homiliarum in Evangelia libri duo , lib. : 1, hom. : 19, cap. : 5

“Sed post haec terribile est ualde quod sequitur: multi enim sunt uocati, pauci uero electi, quia et ad fidem plures veniunt, et ad caeleste regnum pauci perducuntur.

Ecce enim ad hodiernam festivitatem quam multi conuenimus, ecclesiae parietes implemus, sed tamen quis sciat quam pauci sunt qui in illo electorum dei grege numerentur?

Ecce enim vox omnium christum clamat, sed uita omnium non clamat. ….

Vocante enim domino, super numerum multiplicantur fideles, quia nonnunquam etiam hi ad fidem veniunt, qui ad electorum numerum non pertingunt.

Hic enim fidelibus per confessionem admisti sunt, sed propter uitam reprobam illic numerari in sorte fidelium non merentur.

Hoc ovile sanctae ecclesiae haedos cum agnis recipit; sed, attestante euangelio, cum iudex uenerit, bonos a malis separat, sicut pastor segregat oves ab haedis.”



Traduco la frase più decisiva : “alla fede i più giungono ma al regno celeste pochi sono condotti”

Moralia in Iob

Cl. 1708 , SL 143, lib. : 5, par. : 28, linea : 26 [*]

“Et quoniam ualde in humano genere pauci sunt qui a desideriorum temporalium sorde purgati, ad perceptionem sancti spiritus ipsa hac purgatione dilatentur, uerbum hoc absconditum dicitur, quia illud a quibusdam procul dubio in corde concipitur quod a maxima hominum parte nescitur.

Sed haec quae allegorica indagatione transcurrimus, oportet ut per omnia etiam iuxta historiam teneamus.

Quae tamen nunc idcirco praetereo, quia haec aperta esse legentibus non ignoro.

Diebus autem persecutionis ultimae, quia multi sunt qui pereunt, et pauci sunt qui saluantur; idcirco uir sanctus passionis suae tempore et pauca de bonis, et multa de peruersis loquitur.

Ad laeuam quoque dilatatur, dum ad se quosdam etiam in iniquitate permansuros admittit.

Propter hanc multitudinem, quae extra electorum numerum iacet, in euangelio dominus dicit: multi sunt uocati, pauci uero electi.

Sed quia hoc quod electis aliis alii conteruntur, de merito patientis est, non de iniquitate punientis: non enim iniquus deus, qui infert iram. Apte subiungitur: nouit enim opera eorum et idcirco inducit noctem et conterentur. Sciendum summopere est quod iniquus quisque duobus modis in nocte conteritur, uel cum exterioris iudicii tribulatione percutitur, uel cum occulta sententia interius caecatur. »

Traduciamo alcune affermazioni più decisive « …nel genere umano pochi sono coloro che , purgati dai desideri temporali sono aperti alla percezione dello Spirito Santo … A causa di questa moltitudine che giace fuori del numero degli eletti , nel Vangelo dice il Signore “Molti sono chiamati e pochi sono scelti”


S. Leone Magno Papa e Dottore della Chiesa (Sermo XLIX ( XI De Quadragesima) )

“Si compie così in tutto la sentenza della Verità per cui impariamo che è angusta e ardua la via che conduce alla vita (Matteo 7,14) e mentre la larghezza della strada che conduce alla morte è frequentata da molte folle (di persone n.d.t.), dei pochi che entrano nelle vie della salvezza sono rare le orme . Perché la via sinistra è più popolata della destra se non perché la moltitudine è proclive ai piaceri mondani e corporali? …Così sebbene siano innumerevoli quelli che desiderino le cose visibili, a stento si trovano quelli che pongono le cose eterne alle temporali.”
 
Lo stesso ma in modo più preciso afferma il Papa Innocenzo III ( Sermo X “Domenica in septuagesima” P.L. CCXVII col. 357

“Non atterrisca al di sopra di quanto è giusto che “molti sono chiamati ma pochi eletti” perché in questa pochezza vi è una grande moltitudine ; poiché tanti uomini devono essere salvati quanti furono gli angeli . Secondo quello che si legge “costituisti i confini delle genti secondo il numero degli angeli di Dio” . Ma sono detti pochi rispetto ai cattivi perché “il numero degli stolti è infinito” e i perversi difficilmente sono corretti. …Molti sono vocati ma pochi eletti …Dunque per eletti ….non possono essere intesi se non i beati che sono universalmente eletti ….”In ogni terra si è diffuso l’annuncio della predicazione evangelica ma non tutti credono al Vangelo di Cristo. Chi non crede è già giudicato. ; per cui essendo di più gli increduli che i fedeli , senza dubbio “molti sono chiamati ma pochi eletti” dannandosi anche molti dei fedeli quelli cioè che rinnegano la fede con le opere (loro n.d.t.) ..”

S. Agostino

In modo più forte di tutti, per quanto mi consta, afferma che gli eletti, cioè coloro che effettivamente si salvano, sono pochi in comparazione a quanti si dannano.

Dice in “Il discorso del Signore sulla montagna”l.2 23. 77.

“ Dice il Signore : Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione e sono molti quelli che entrano per essa; quanto stretta è invece la porta e quanto angusta la via che conduce alla vita e sono pochi quelli che la trovano 211. Non dice questo perché il giogo del Signore è aspro e il carico pesante, ma perché pochi vogliono terminare i lavori giacché non credono a lui che chiama : Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me perché sono mite e umile di cuore; infatti il mio giogo è soave e il mio carico leggero 212. Però molti respingono, pochi accettano il giogo dolce e il carico leggero e ne consegue che angusta è la via che conduce alla vita e stretta la porta per cui vi si entra.”

S. Agostino  Discorso 117 (Sermo 90

“Molti sono chiamati pochi eletti” dunque pochi non vengono cacciati. ….Lasciate i pochi cacciate i molti. Molti sono infatti i buoni, ma in confronto dei cattivi i buoni sono pochi. È nato molto frumento, ma in confronto della paglia il grano è poco. I medesimi buoni, molti per se stessi, in confronto dei cattivi sono 
pochi. …Molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente 16. Sono dunque nel medesimo tempo molti quelli che sono pochi; molti presi a sé, pochi a paragone dei cattivi”

Discorso 123 (Sermo 95)

“Senza dubbio gli eletti non sono scacciati: ed essi erano i pochi che rimasero coricati (al convito n.d.t.) molti dunque erano raffigurati in quell’unico (uomo n.d.t.), poiché quest’unico sprovvisto dell’abito di nozze significa un unico corpo di cattivi”.

Discorso 142 (Sermo 111)

3. Sono certamente pochi quelli che si salvano. Ricordate la questione del Vangelo ora letta per noi? Al Signore viene detto “Sono pochi quelli che si salvano?” Cosa (risponde n.d.t.) a ciò il Signore ? Non dice : non sono pochi ma molti quelli che si salvano. Ma cosa disse appena udì “Sono pochi quelli che si salvano” “Sforzatevi di entrare per la porta stretta” Quando udì “Sono pochi quelli che si salvano” il Signore confermò ciò che aveva udito. Per la via stretta entrano pochi…Pochi sono dunque coloro che si salvano in comparazione dei molti che si perdono. Ma i pochi formeranno una gran massa. Non è contrario chi disse “Pochi sono quelli che entrano per la porta stretta , molti periscono per la strada larga” Contrario a sé sarebbe colui che disse una volta: “Molti vengono dall’Oriente e dall’Occidente?” Vengono molti certamente pochi . E pochi e molti …gli stessi pochi sono molti , pochi in comparazione con i dannati, molti nella società degli angeli” angeli.”


S. Tommaso d’Aquino 

Catena Aurea in Mattheum c.22 l.1 

“Et quia in convivio nuptiali non initium, sed finis quaeritur, subditur multi enim sunt vocati, pauci vero electi. Hilarius in Matth.. In invitante enim sine exceptione, publicae bonitatis humanitas est; in invitatis vero, vel vocatis, de iudicio meritorum probitatis electio Est. Gregorius. Nonnulli enim bona nec incipiunt, nonnulli vero in bonis quae inceperunt, minime persistunt. “


Traduco “Nel convito nuziale non si cerca l’inizio ma la fine, si aggiunge: molti sono chiamati ma pochi scelti. Ilario (“In Matteo” dice ) In colui che invita senza eccezione è l’umanità della pubblica bontà, negli invitati o chiamati l’elezione riguarda giudizio sui meriti della rettitudine. Gregorio(dice)Molti neppure iniziano a fare il bene, molti in verità non persistono nel compiere il bene che iniziarono .”


Super evangelium Matthei c.17 l.1

“Item in sex diebus perfecit opera sua; ideoque post sex dies vult dominus se ostendere, quia nisi elevemur ad deum super omnes creaturas, quas Dominus his sex diebus creavit, non possumus pervenire ad regnum Dei.

Item assumpsit Petrum, Iacobum et Ioannem. Quare non omnes? ad designandum, quod non omnes, qui vocati sunt, pervenient; unde infra XX, 16: multi sunt vocati, pauci vero electi. Et quare tres tantum? ad designandum, quod nulli pervenient nisi in fide Trinitatis. Marc. XVI, 16: qui crediderit, et baptizatus fuerit, hic salvus erit. »

Traduco il passo decisisivo “Perché non tutti? Per indicare che non tutti quelli che sono chiamati pervengono ; per cui ..”Molti sono chiamati ma pochi gli eletti”

Super evangelium Matthei c.20 l.1

“Dupliciter potest legi secundum Chrysostomum; idest novissimi primis aequabuntur, ita quod non erit differentia; et hoc respondet huic quod dictum est quod singuli receperunt singulos denarios, nec erit differentia secundum tempus. Vel aliter, idest illi qui sunt novissimi, erunt primi; Deut. XXVIII, 44: advena erit super te, et erit in caput, tu in caudam. Vel aliqui qui erant primi, propter negligentiam fient novissimi: et hoc praecedenti respondet, quia inceperunt a novissimis.

Sed posset aliquis dicere: nonne omnes primi salvabuntur? dicit: multi sunt vocati, pauci vero electi, quia qui fide credunt, omnes vocati sunt; sed illi electi, qui bona opera faciunt, et isti sunt pauci, ut supra VII, 14: arcta est via, quae ducit ad vitam, et pauci sunt qui inveniunt eam.”

Traduco l’affermazione più decisiva“Dice “Molti sono chiamati ‚pochi però sono scelti” perché coloro che credono per la fede, tutti sono chiamati; ma sono scelti quelli che realizzano opere buone e questi sono pochi, come sopra (Mt.7,14) “La via che conduce alla vita è difficile e sono pochi quelli che la trovano”

Super evangelium Matthei c.22 l.1

Ibi erit tristitia, sed non ad humilitatem, sed vertetur in iram. Item stridor propter impatientiam, quia superbia eorum qui te oderunt, ascendit semper, Ps. LXXIII, 23. Vel potest dici in resurrectione, quia non solum in anima, sed etiam in corpore punientur; vel quia calorem et frigora patientur; iob XXIV, 19: transibunt ab aquis nivium ad calorem nimium.

Deinde concludit multi sunt vocati, pauci vero electi, quia quidam nolunt venire, quidam non habent vestem nuptialem.

Unde supra VII, 14: arcta est via quae ducit ad vitam, et pauci sunt qui inveniunt eam.


Traduco la parte più importante “Quindi conclude « Molti sono chiamati ma pochi scelti » perché alcuni non vogliono venire, alcuni non hanno la veste nuziale per cui sopra (Mt.7,14) “Difficile è la strada che conduce alla vita e pochi sono quelli che la trovano””


Super ad Thessalonicenses. I

Prologus Prooemium 
Multiplicatae sunt aquae, etc.. Gen. VII, 17.

Haec verba competunt materiae huius epistolae. Ecclesia enim figuratur per arcam, sicut dicitur I Petr. III, 20, quia sicut in arca, caeteris pereuntibus, paucae animae salvatae sunt, ita in ecclesia pauci, id est, soli electi salvabuntur.

Per aquas autem significantur tribulationes.


Traduco la parte più decisiva per noi “ “La Chiesa è infatti figurata attraverso l’arca come dice 1 Pt.3,20 perché come nell’arca, morendo gli altri, poche anime sono state salvate, così nella Chiesa pochi , cioè solo gli eletti saranno salvati.”


Summa Theologiae I q.23 a.7 ad 3m

Ad tertium dicendum quod bonum proportionatum communi statui naturae, accidit ut in pluribus; et defectus ab hoc bono, ut in paucioribus. Sed bonum quod excedit communem statum naturae, invenitur ut in paucioribus; et defectus ab hoc bono, ut in pluribus. Sicut patet quod plures homines sunt qui habent sufficientem scientiam ad regimen vitae suae, pauciores autem qui hac scientia carent, qui moriones vel stulti dicuntur: sed paucissimi sunt, respectu aliorum, qui attingunt ad habendam profundam scientiam intelligibilium rerum. Cum igitur beatitudo aeterna, in visione Dei consistens, excedat communem statum naturae, et praecipue secundum quod est gratia destituta per corruptionem originalis peccati, pauciores sunt qui salvantur. Et in hoc etiam maxime misericordia Dei apparet, quod aliquos in illam salutem erigit, a qua plurimi deficiunt secundum communem cursum et inclinationem naturae.

Traduco le affermazioni più decisive “ ….il bene che supera il comune stato di natura si ritrova in meno individui ; e la mancanza di questo in più individui …Poiché la beatitudine eterna …eccede lo stato comune di natura ….quelli che si salvano sono in numero più piccolo (rispetto a quelli che si dannano n.d.t.). E anche in questo appare massimamente la misericordia divina che erige alcuni a quella salvezza dalla quale la maggior parte (degli uomini) vengono meno secondo il comune corso e l’inclinazione della natura.”

Summa Theologiae III q. 52 a.7 ad 2m

“Ad secundum dicendum quod, cum apostolus dicit, gratia dei in plures abundavit, ly plures non est accipiendum comparative, quasi plures numero sint salvati per gratiam Christi quam damnati per peccatum Adae, sed absolute, ac si diceret quod gratia unius Christi abundavit in multos, sicut et peccatum unius Adae pervenit ad multos. Sed sicut peccatum Adae ad eos tantum pervenit qui per seminalem rationem carnaliter ab eo descenderunt, ita gratia christi ad illos tantum pervenit qui spirituali regeneratione eius membra sunt facti. Quod non competit pueris decedentibus cum originali peccato.”


“Al secondo si deve dire che quando l’apostolo dice che la grazia di Dio abbondò nei più quel più non va preso in senso comparativo come se i più per numero siano salvati per la grazia di Cristo rispetto ai dannati per il peccato di Adamo, ma in modo assoluto, come se dicesse che la grazia di Cristo abbondò in molti come il peccato di un solo Adamo pervenne a molti.”

S. Alfonso de’ Liguori Dottore della Chiesa

Dall’”Apparecchio alla morte” c. 17

In somma Dio, se sopporta, non sopporta sempre. Se fosse che Dio sempre sopportasse, niuno si dannerebbe; ma la sentenza più comune è che la maggior parte anche de» cristiani (parlando degli adulti) si danna: «Lata porta et spatiosa via est, quae ducit ad perditionem, et multi intrant per eam» (Matth. 7. 13).Chi offende Dio colla speranza del perdono, «irrisor est non poenitens», dice S. Agostino

Il testo completo è il seguente

PUNTO I

Si ha nella parabola della zizania1 in S. Matteo (cap. 13) che essendo cresciuta in un campo la zizania2 insieme col grano, volevano i servi andare ad estirparla: «Vis, imus, et colligimus ea?»3 Ma il padrone rispose: No, lasciatela crescere, e poi si raccoglierà e si manderà al fuoco: «In tempore messis dicam messoribus, colligite primum zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum».4 Da questa parabola si ricava per una parte la pazienza che il Signore usa co» peccatori; e per l’altra il rigore che usa cogli ostinati. Dice S. Agostino5 che in due modi il demonio inganna gli uomini: «Desperando, et sperando». Dopo che il peccatore ha peccato, lo tenta a disperarsi6 col terrore della divina giustizia; ma prima di peccare, l’anima al7 peccato colla speranza della divina misericordia. Perciò il santo avverte ad ognuno:8 «Post peccatum spera misericordiam; ante peccatum pertimesce iustitiam». Sì, perché non merita misericordia chi si serve della misericordia

di Dio per offenderlo. La misericordia si usa con chi teme Dio, non con chi si avvale di quella per non temerlo. Chi offende la giustizia, dice l’Abulense,9 può ricorrere alla

misericordia, ma chi offende la stessa misericordia, a chi ricorrerà?Difficilmente si trova peccatore sì disperato, che voglia proprio dannarsi. I peccatori voglion peccare, senza perdere la speranza di salvarsi. Peccano e dicono: Dio è di misericordia; farò questo peccato, e poi me lo confesserò. «Bonus est Deus, faciam quod mihi placet», ecco come parlano i peccatori, scrive S. Agostino10 (Tract. 33. in Io.). Ma oh Dio così ancora dicevano tanti, che ora sono già dannati.Non dire, dice il Signore: Son grandi le misericordie che usa Dio; per quanti peccati farò, con un atto di dolore sarò perdonato. «Et ne dicas: miseratio Domini magna est, multitudinis peccatorum meorum miserebitur» (Eccli. 5. 6). Nol dire, dice Dio; e perché? «Misericordia enim, et ira ab illo cito proximant, et in peccatores respicit ira illius» (Ibid.). La misericordia di Dio è infinita, ma gli atti di questa misericordia (che son le miserazioni) son finiti. Dio è misericordioso ma è ancora giusto. «Ego sum iustus, et misericors», disse il Signore un giorno a S. Brigida;11 «peccatores tantum misericordem me existimant». I peccatori, scrive S. Basilio,12 voglion considerare Dio solo per metà: «Bonus est Dominus, sed etiam iustus; nolite Deum ex dimidia parte cogitare». Il sopportare chi si serve della misericordia di Dio per più offenderlo, diceva il P.M. Avila13 che non sarebbe misericordia, ma mancamento di giustizia. La misericordia sta promessa a chi teme Dio, non già a chi se ne abusa.14 «Et misericordia eius timentibus eum»,15 come cantò la divina Madre. Agli ostinati sta minacciata la giustizia; e siccome (dice S. Agostino)16 Dio non mentisce nelle promesse; così non mentisce ancora nelle minacce: «Qui verus est in promittendo, verus est in minando».Guardati, dice S. Gio. Grisostomo,17 quando il demonio (ma non Dio) ti promette la divina misericordia, affinché pecchi; «Cave ne unquam canem illum suscipias, qui misericordiam Dei pollicetur» (Hom. 50. ad Pop. Antioch.). Guai, soggiunge S. Agostino,18 a chi spera per peccare: «Sperat, ut peccet; vae a perversa spe» (In Ps. 144). Oh quanti ne ha ingannati e fatti perdere, dice il santo,19 questa vana speranza. «Dinumerari non possunt, quantos haec inanis spei umbra deceperit». Povero chi s’abusa della pietà di Dio, per più oltraggiarlo! Dice S. Bernardo20 che Lucifero perciò fu così presto castigato da Dio, perché si ribellò sperando di non riceverne castigo. Il re Manasse fu peccatore, poi si convertì, e Dio lo perdonò; Ammone suo figlio, vedendo il padre così facilmente perdonato, si diede alla mala vita colla speranza del perdono; ma per Ammone non vi fu misericordia. Perciò ancora dice S. Gio. Grisostomo21 che Giuda si perdé, perché peccò fidato alla benignità di Gesu-Cristo: «Fidit in lenitate magistri». In somma Dio, se sopporta, non sopporta sempre. Se fosse che Dio sempre sopportasse, niuno si dannerebbe; ma la sentenza più comune è che la maggior parte anche de» cristiani (parlando degli adulti) si danna: «Lata porta et spatiosa via est, quae ducit ad perditionem, et multi intrant per eam» (Matth. 7. 13).Chi offende Dio colla speranza del perdono, «irrisor est non poenitens», dice S. Agostino.22 Ma all’incontro dice S. Paolo che Dio non si fa burlare: «Deus non irridetur» (Galat. 6. 7).23 Sarebbe un burlare Dio seguire ad offenderlo, sempre che si vuole, e poi andare al paradiso. «Quae enim seminaverit homo, haec et metet» (Ibid. 8). Chi semina peccati, non ha ragione di sperare altro che castigo ed inferno. La rete con cui il demonio strascina all’inferno quasi tutti quei cristiani che si dannano, è quest’inganno, col quale loro dice: Peccate liberamente, perché con tutt’i peccati vi salverete. Ma Dio maledice chi pecca colla speranza del perdono. 24 «Maledictus homo qui peccat in spe». La speranza del peccatore dopo il peccato, quando vi è pentimento, è cara a Dio, ma la speranza degli ostinati è l’abbominio di Dio: «Et spes illorum abominatio» (Iob. 11. 20). Una tale speranza irrita Dio a castigare, siccome irriterebbe il padrone quel servo che l’offendesse, perché il padrone è buono.

Dalla “ Storia e Refutazione delle eresie “ conf. 13

21. Sono bensì nelle sacre scritture grandi argomenti di sperare la vita eterna, la confidenza e la preghiera, mentre Dio ci fa sapere: Nullus speravit in Domino, et confusus est2. E Gesù Cristo ci fa quella gran promessa: Amen, amen dico vobis: Si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vobis3. Ma se fosse vero che la certezza della nostra speranza è nel riguardarci, secondo dice l’autore, come contenuti nel numero degli eletti, dimando qual fondamento certo di salute avremmo noi nelle scritture di essere contenuti nel numero degli eletti? Quando ivi più presto troviamo argomenti in contrario, trovando che gli eletti son molto pochi a rispetto de» reprobi: Multi sunt vocati, pauci vero electi1. Nolite timere pusillus grex etc.2. Ma per concludere il punto, ripetiamo le parole del concilio di Trento. Il concilio dice: In Dei auxilio firmissimam spem collocare omnes debent etc. Posto che Dio comanda a tutti di collocare nel suo aiuto una speranza certa di salvarci, ha dovuto darci un fondamento certo di avere una tale speranza. La promessa fatta agli eletti è fondamento certo per gli eletti, ma non per noi in particolare che non sappiamo di essere stati eletti. Dunque il fondamento certo a ciascuno di noi di sperar la salute non è la promessa particolare fatta a» soli eletti, ma la promessa generale del suo aiuto fatta a tutti i fedeli di salvarli, purché non manchino alla grazia. Più in breve: se tutti i fedeli sono obbligati a sperar certamente la salute nell’aiuto divino, dunque un tale aiuto non a» soli eletti, ma è promesso a tutti, ed in questo aiuto ciascun fedele dee fondare la sua speranza.



Dal SERMONE III. — PER LA DOMENICA III. DELLAVVENTO

MEZZO III. Della resistenza alle tentazioni.

È troppo vero che nelle occasioni pericolose, quando con confidenza ricorriamo a Dio egli ci soccorre; ma talvolta in certe occasioni più istiganti vorrà il Signore che ci mettiamo anche la parte nostra con farci violenza a resistere. Non basterà allora che una o due volte ricorriamo a Dio, ma bisognerà che replichiamo le preghiere, con andare più volte a gemere davanti la beata Vergine ed a» piedi del crocifisso, esclamando con lagrime: Madre mia, Maria, aiutatemi: Gesù mio Salvatore, salvatemi; per pietà non mi abbandonate, non permettete ch’io vi abbia da perdere.

Ricordiamoci del vangelo che dice: Quam angusta porta, et arcta via est, quae ducit ad vitam! et pauci sunt, qui inveniunt eam1. La via del paradiso è stretta; come suol dirsi, non vi passa la carrozza; chi vuole andarvi in carrozza, non vi potrà entrare; e perciò pochi giungono al paradiso, perché pochi voglion farsi forza a resistere alle tentazioni: Regnum coelorum vim patitur, et violenti rapiunt illud2. Il regno de» cieli vim patitur, spiega un autore, vi quaeritur, invaditur, occupatur; bisogna cercarlo, ed acquistarlo con farsi violenza; chi vuole acquistarlo senza incomodo, con menare una vita sciolta e molle, non l’acquisterà e ne resterà escluso. I santi per salvarsi sono andati chi a vivere in un chiostro, chi ad intanarsi in una grotta, chi ad abbracciare i tormenti e la morte, come hanno fatto i santi martiri: Violenti rapiunt illud. Alcuni si lamentano che non hanno confidenza in Dio; ma non si avvedono che la loro poca confidenza nasce dalla loro poca risoluzione di servire a Dio. Dicea s. Teresa: Di anime irresolute non ha paura il demonio. E scrisse il Savio: Desideria occidunt pigrum3. Alcuni vorrebbero salvarsi, vorrebbero farsi santi, ma non mai si risolvono a pigliarne i mezzi, la meditazione, la frequenza dei sacramenti, il distacco dalle creature; oppure pigliano e lasciano. Si pascono in somma di desiderj inefficaci, e frattanto seguono a vivere in disgrazia di Dio, oppure nella loro tepidezza, che finalmente li porta a perdere Dio, e così si avvera che desideria occidunt pigrum.

Se dunque vogliamo salvarci e farci santi, bisogna che facciamo una forte risoluzione, non solo in generale di darci a Dio, ma anche in particolare di prendere i mezzi opportuni; e dopo averli presi di non tralasciarli; e perciò bisogna che non lasciamo mai di pregare Gesù Cristo e la sua ss. madre, affinché ci ottengano la s. perseveranza.”

Dalla “Istruzione al popolo “PARTE I. CAP. VI. Del sesto precetto.

Non fornicare.

9. E ciò in quanto al castigo di questa vita; ma che ne sarà de» disonesti nell’altra? Tu dici che questo peccato Dio lo compatisce; ma s. Remigio dice che de» cristiani adulti pochi si salvano, e tutti gli altri si dannano per lo vizio disonesto: Ex adultis propter carnis vitium pauci salvantur15.( A causa del vizio di lussuria pochi si salvano degli adulti) E “l p. Segneri dice che di coloro che si dannano tre parti si dannano per questo peccato.”

Dalla “Selva di materie predicabili”

CAP. VI. Del peccato d’incontinenza.

“L’incontinenza è chiamata da s. Basilio peste viva, da s. Bernardino da Siena vizio il più nocivo di tutti: Vermis quo nullus nocentior; perché, secondo dice s. Bonaventura, l’impudicizia distrugge i germogli di tutte le virtù: Luxuria omnium virtutum eradicat germina. Perciò ella è da s. Ambrogio chiamata il seminario e la madre di tutti i vizj: Luxuria seminarium est, et origo omnium vitiorum; mentre questo vizio tira seco anche gli altri, odj, furti, sacrilegj e simili. E quindi giustamente disse s. Remigio che, exceptis parvulis, maior pars hominum ob hoc vitium damnatur. E il p. Segneri disse che siccome l’inferno per la superbia è pieno d’angeli, così per la disonestà è pieno d’uomini. Negli altri vizj il demonio pesca coll’amo, in questo pesca colla rete; sicché fa più guadagno per l’inferno con questo vizio che con tutti gli altri. E Dio all’incontro per l’incontinenza ha mandati i maggiori castighi nel mondo, punendola dal cielo 
con diluvi d’acque e di fuoco.” 
Non si dica che quanto sto presentando è assurdo o giansenista perché appunto s. Alfonso anti-giansenista per eccellenza lo ha detto e con lui parecchi altri santi ….


S. Giovanni Cassiano

Nel suo libro “Sugli istituti dei cenobi”nel l.IV al cap. 38 afferma

“Stretta è la porta e difficile è la via che conduce alla vita e sono pochi quelli che la trovano. Considerati fatto dei pochi eletti e non ti raffreddare per l’esempio e la tiepidezza della moltitudine; ma vivi come pochi per poter meritare di essere trovato nel regno di Dio. Molti infatti sono chiamati, pochi scelti e piccolo è il gregge , al quale è piaciuto al Padre dare l’eredità”

S. Nilo Abate

Nella lettera 159 afferma

“Stretta è la porta e difficile è la via che porta alla vita e pochi la trovano. Se dunque coloro che la trovano sono pochi; molto meno (pauciores) saranno quelli che avranno la forza di entrare; in verità non entrano per propria negligenza ” 

S. Ignazio di Loyola

Il santo fondatore dei gesuiti afferma nei suoi “Esercizi spirituali”

infatti al n. 52 dice

[52] 1 Il terzo. Ugualmente fare altrettanto sul terzo: il peccato particolare di uno che per un peccato mortale sia andato all’inferno , e molti altri innumerevoli che vi sono andati per meno peccati di quanti ne ho fatto ioa.
2 Dico fare altrettanto sul terzo peccato particolare: richiamare alla memoria la gravità e malizia del peccatob contro il proprio Creatore e Signore;
3 discorrere con l’intelligenza come giustamente è stato condannato per sempre chi ha peccato e agito contro la bontà infinità; concludere con la volontà, come sta detto. 

e poi, ancora

[102] 1 Il primo preludio è richiamare la storia del mistero che devo contemplarea: come le tre divine Persone osservano tutta la superficie o rotondità di tutto il mondo piena di uominib;
2 come, vedendo che tutti scendevano all’infernoc, decidono nella loro eternità che la seconda Persona si faccia uomo, per salvare il genere umano; 3 e così, giunta la pienezza dei tempi, inviano l’angelo san Gabriele a nostra Signorad.

e ulteriormente

[106] 1 Il primo punto è vedere le persone, le une e le altre.
Primo, quelle della faccia della terra, in tanta diversità tanto nei vestiti quanto nei gesti:
2 alcuni bianchi e altri neri, alcuni in pace e altri in guerra, alcuni che piangono e altri che ridono, alcuni sani e altri infermi, alcuni che nascono e altri che muoiono, ecc.;
3 secondo, vedere e considerare come le tre Persone divine, sedute sul loro soglio regale o trono di sua divina maestà, guardanoa tutta la superficie ricurva della terra, e tutte le genti in tanta cecità, e come queste muoiono e scendono nell’inferno;
4 terzo, vedere nostra Signora e l’angelo che la saluta e riflettere per ricavare frutto da tale vistab.

Un eccellente gesuita grande conoscitore degli esercizi come s.R. Bellarmino Dottore della Chiesa, afferma che molti si dannano e pochi si salvano

Dice infatti “del tutto minore (rispetto a quello di reprobi) è il numero degli eletti”(De Gemitu columbae p.3 m.54) e aggiunge dopo poco “Isaia …descrivendo il piccolo numero di quelli che si troveranno salvi alla fine dei tempi usa il paragone della vigna dopo la vendemmia … paragone che incute un massimo orrore” “Così il numero dei reprobi è paragonato alla vendemmia nella quale si riempiono molti vasi dai grappoli d’uva che sono raccolti da molti agricoltori ; il piccolo numero degli eletti è paragonato ai pochi grappoli che sono ritrovati accidentalmente nella vigna” E ancora “ Il numero dei dannati è più ampio del numero di quelli che devono essere salvati” (De arte moriendi l.2 c.3)


S. A. M. Claret

Dice s. A. M. Claret

205. Igualmente me obliga a predicar sin parar el ver la multitud de almas que caen [en] los infiernos, pues que es de fe que todos los que mueren en pecado mortal se condenan. ¡Ay! Cada día se mueren ochenta mil personas (según cálculo aproximado), ¡y cuántas se morirán en pecado y cuántas se condenarán! Pues que talis vita, finis ita. Tal es la muerte según ha sido la vida.”

206. Y como veo la manera con que viven las gentes, muchísimas de asiento y habitualmente en pecado mortal, no pasa día que no aumenten el número de sus delitos. Cometen la iniquidad con la facilidad con que beben un vaso de agua, como por juguete y por risa obran la iniquidad. Estos desgraciados, por sus propios pies, marchan a los infiernos como ciegos, según el Profeta Sofonías: Ambulaverunt ut caeci quía Domino peccaverunt.” (autobiografia)

Traduco buona parte: “Ugualmente mi obbliga a predicare …. il vedere la moltitudine delle anime che cadono all’inferno, giacché è di fede che tutti quelli che muoiono in peccato mortale si dannano . Ahi! Oggi giorno circa 800.000 persone muoiono (secondo un calcolo approssimativo) e quanti moriranno in peccato e quanti si condanneranno! Poiché come è stata la vita così è la sua fine. Tale è la morte come è stata la vita E vedo il modo in cui vive la gente moltissima …abitualmente in peccato mortale e non passa giorno che non aumentino i loro delitti . Commettono l’iniquità con la facilità con cui bevono un vaso di acqua , come …per ridere commettono iniquità . Questi disgraziati marciano con i piedi loro propri verso l’inferno come ciechi, secondo il profeta Sofonia “Camminarono come ciechi perché peccarono contro il Signore” Si noti a riguardo: ai tempi in cui viveva s. Antonio Maria Claret non c’era ancora la moda della minigonna ….non c’erano le spiagge affollate di gente seminuda ….non c’erano i film pornografici, non c’erano i siti pornografici che oggi ci sono …..non c’era la valanga di aborti …che oggi ci sono …..ossia oggi pare di dover affermare che la situazione è immensamente peggiore che allora . Oggi addirittura in Spagna ….si riconoscono i matrimoni omosessuali cioè tra uomini e uomini e donne e donne ….e addirittura si permette ad essi di adottare bambini ….ossia si è giunti a riconoscere una tutela giuridica oltre che all’aborto, anche a certe pratiche di vita che la Scrittura Sacra bolla come peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio ….per non dire della valanga di pedofilia che dilaga, oltretutto, attraverso le sette sataniche.

Ulteriori indicazioni dalle opere dei santi

S. Leonardo da Porto Maurizio in un celebre sermone sul numero dei salvati cita i Dottori e i grandi teologi che affermano che la maggior parte non solo degli uomini ma dei cattolici si dannano e afferma che tale sentenza teologica pare sia stata rivelata dal Signore a s. Simeone Stilita che perciò si diede ad una vita di somma penitenza.

Ecco qui di seguito tale sermone



SERMONE PER IL MARTEDI DOPO LA QUARTA DOMENICA DI QUARESIMASUL NUMERO DEGLI ELETTI”,ESTRATTO DAL LIBROSERMONI DEL BEATO LEONARDO DI PORTO MAURIZIO,PP.134 A 161 


1.CIO» CHE RIEMPIE DI TERRORE I PIU» GRANDI SANTI

GRAZIE A DIO,IL NUMERO DEI DISCEPOLI DEL REDENTORE NONCOSI PICCOLO CHE LA MALIGNITA» DEGLI SCRIBI E DEI FARISEI DEBBA TRIONFARE.

BENCHE» ESSI SI SFORZASSERO DI CALUNNIAREINNOCENTE E DI INGANNARE LA FOLLA CON I LORO SOFISMI PERFIDI ,SCREDITANDO LA DOTTRINA E IL CARATTERE DI NOSTRO SIGNORE,TROVANDO MACCHIE ANCHE DENTRO IL SOLE,MOLTI RICONOBBERO IN GESU IL VERO MESSIA E, NON TEMENDO NE» I CASTIGHI NE» LE MINACCE,ABBRACCIARONO APERTAMENTE LA SUA PARTE.

MALGRADO LE IMPOSTURE DEI SUOI NEMICI:” DE TURBA AUTEM MULTI CREDIDERUNT IN EUM”. TUTTI QUELLI CHE SEGUIRONO CRISTOHANNO SEGUITO FINO ALLA GLORIA? OH! E» QUI CHECONTEMPLANDO QUESTO PROFONDO MISTERO,IO ADORO IN SILENZIO GLI ABISSI DEI DECRETI DIVINI,PIUTTOSTO CHE DECIDERE CON TEMERITA» UN COSI GRANDE PUNTO! E» UN GRAVE ARGOMENTO QUELLO CHE IO DEVO TRATTARE OGGI;HA FATTO TREMARE LE COLONNE STESSE DELLA CHIESA,HA RIEMPITO DI TERRORE I PIU» GRANDI SANTI E HA POPOLATO IL DESERTO DI ANACORETI.

QUESTA ISTRUZIONE,NELLA QUALE SI TRATTA DI DECIDERE SE IL NUMERO DEI CRISTIANI CHE SI SALVANOPIU» GRANDE O MENO GRANDE CHE IL NUMERO DEI CRISTIANI CHE SI DANNA,VI ISPIRERA» ‚SPEROUN TIMORE SALUTARE DEI GIUDIZI DI DIO.

2.CHI SI DANNA,SI DANNA PER PROPRIA MALIZIA

FRATELLI MIEI,IO VORREI,A CAUSA DELL» AMORE CHE VI PORTO,POTERVI RASSICURARE ATTRAVERSO IL PROSPETTO DI UNA BEATITUDINE ETERNA,DICENDO A CIASCUNO DI VOI: IL PARADISO VIASSICURATO; LA MAGGIOR PARTE DEI CRISTIANI SI SALVA,ANCHE VOI QUINDI VI SALVERETE. MA COME POSSO DARVI QUESTA DOLCE SICUREZZA,SE,NEMICI DI VOI STESSI,VI RIVOLTATE CONTRO I DECRETI DI DIO? IO INTRAVEDO IN DIO UN SINCERO DESIDERIO DI SALVARE,MA IO VEDO IN VOI UNA INCLINAZIONE DECISA A PERDERVI. COSA FARO» DUNQUE OGGI SE PARLO CHIARAMENTE? IO VI DARO» UN DISPIACERE.SE IO NON PARLOIO DO UN DISPIACERE A DIO.

IO DIVIDERO» QUINDI QUESTO SOGGETTO IN DUE PUNTI:NEL PRIMO, PER SPAVENTARVIIO LASCERO» DECIDERE LA QUESTIONE AI TEOLOGI E AI PADRI DELLA CHIESA E LASCERO» LORO DIRE CHE LA PARTE PIUGRANDE DEI CRISTIANI ADULTI SI DANNA;E,CONTEMPLANDO IN SILENZIO QUESTO TERRIBILE MISTERO,IO TERRO» NASCOSTO IL MIO SENTIMENTO.

NEL SECONDO PUNTO, IO PROVERO» A VENDICARE CONTRO GLI EMPI LA BONTA» DI DIO,PROVANDOVI CHE QUELLI CHE SI DANNANO SI DANNANO PER LORO PROPRIA MALIZIA,PERCHE» HANNO VOLUTO DANNARSI

ECCO DUNQUE DUE VERITA» MOLTO IMPORTANTI.

SE LA PRIMA VI IMPAURISCE,NON VE LA PRENDETE CON ME,COME SE IO VOLESSI ARRESTARVI SUL VOSTRO CAMMINO VERSO IL CIELO.

PERCHE» IO VOGLIO ESSERE NEUTRALE IN QUESTA QUESTIONE: PRENDETEVELA PIUTTOSTO CON I TEOLOGI E I PADRI DELLA CHIESA,CHE A FORZA DI RAGIONI,VI IMPRIMERANNO QUESTA VERITA» NEL CUORE. SE VOI SIETE DISINGANNATI DALLA SECONDARENDETE GRAZIE A DIO,CHE NON VUOLE CHE UNA COSA,CHE DONIATE A LUI INTERAMENTE I VOSTRI CUORI. INFINE SE VOI MI FORZATE A DIRE CHIARAMENTE QUELLO CHE IO PENSO,IO LO FARO» PER LA VOSTRA CONSOLAZIONE.

 

NONUNA CURIOSITA»,MA UNA PRECAUZIONE  NONUNA VANA CURIOSITA» ‚MA UNA PRECAUZIONE SALUTARE,FAR RISUONARE DALL» ALTO DEL PULPITO CERTE 
VERITACHE SERVONO MERAVIGLIOSAMENTE A REPRIMEREINSOLENZA DEI LIBERTINI,LORO CHEPARLANDO SEMPRE DELLA MISERICORDIA DI DIO E DELLA FACILITADI CONVERTIRSI,VIVONO IMMERSI IN OGNI SORTA DI PECCATODORMONO NELLA SICUREZZA IN UN CAMMINO DI PERDIZIONE .

PER DISINGANNARLI E SVEGLIARLI DAL LORO TORPORE, ESAMINIAMO OGGI QUESTA GRANDE QUESTIONE:IL NUMERO DEI CRISTIANI CHE SI SALVANOPIU» GRANDE DI QUELLO DEI CRISTIANI CHE SI PERDONO?

ANIME PIETOSE,RITIRATEVI,QUESTO SERMONE NONPER VOI:HA UNICAMENTE PER SCOPO DI REPRIMEREORGOGLIO DI QUESTI LIBERTINI CHESCACCIANDO DAL LORO CUORE IL SANTO TIMORE DI DIO,SI LEGANO AL DEMONIO,IL QUALE COME PENSA EUSEBO,PERDE LE ANIME RASSICURANDOLE:”IMMITTIT SECURITATEM UT IMMITTAT PERDITIONEM”.

PER RISOLVERE QUESTO DUBBIO,METTETE DA UN LATO TUTTI I PADRI DELLA CHIESA,TANTO GRECI CHE LATINI,DALL» ALTRA I TEOLOGI PIU» SAPIENTI,GLI STORICI PIU ERUDITI E PIAZZATE AL CENTRO LA BIBBIA ESPOSTA ALLO SGUARDO DI TUTTI.

ASCOLTATE DUNQUE,NON QUELLO CHE IO VADO A DIRE,PERCHE» IO VI HO DICHIARATO CHE NON VOGLIO PRENDEMI LA PAROLA NE» DECIDERE LA QUESTIONE,MA QUELLO CHE VI DIRANNO QUESTI GRANDI SPIRITI, CHE SERVONO COME DEI FARI NELLA CHEISA DI DIO,PER RISCHIARARE GLI ALTRI AFFINCHE» NON PERDANO IL CAMMINO DEL CIELO.

IN QUESTO MODO,GUIDATI DALLA TRIPLICE LUCE DELLA FEDE,DELL» AUTORITA» E DELLA RAGIONE,NOI POSSIAMO RISOLVERE SICURAMENTE QUESTA GRAVE QUESTIONE.

RICORDATE BENE CHE QUI NON SI TRATTA DEL GENERE UMANO TUTTO INTERO,NE» DI TUTTI I CATTOLICI SENZA DISTINZIONE,MA SOLAMENTE DEI CATTOLICI ADULTI,CHE,AVENDO IL LIBERO ARBITRIO,POSSONO COOPERARE ALLA GRANDE OPERA DELLA LORO SALVEZZA.

CONSULTIAMO IN PRINCIPIO I TEOLOGI DI CUI SI RICONOSCE CHE ESSI ESAMINANO LE COSE DA VICINO E NON ESAGERANO NEI LORO INSEGNAMENTI;ACOLTIAMO DUE CARDINALI SAPIENTI:GAETANO E BELLARMINO:

ESSI INSEGNANO CHE LA MAGGIOR PARTE DEI CRISTIANI ADULTI SI DANNANO E SE IO AVESSI IL TEMPO DI ESPORVI LE RAGIONI SULLE QUALI LORO SI APPOGGIANO,VOI NE SARESTE CONVINTI.

IO MI CONTENTERO» DI CITARE QUI SUAREZ,IL QUALE DOPO AVER CONSULTATO TUTTI I TEOLOGI,DOPO AVER STUDIATO ATTENTAMENTE LA QUESTIONE,HA SCRITTO QUESTE PAROLE: “ IL SENTIMENTO PIU» COMUNE RILEVA CHE TRA I CRISTIANI CI SONO PIU» REPROBI CHE PREDESTINATI

SE ALL» AUTORITA» DEI TEOLOGI VOI VOLETE AGGIUNGERE QUELLA DEI PADRI GRECI E LATINI,VOI TROVERETE CHE QUASI TUTTI DICONO LA STESSA COSA. E» IL PENSIERO DI SAN TEODORO,DI SAN BASILIO,SI SANT» EFREM, DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO.

MOLTO DI PIU»,SECONDO IL RAPPORTO DI BARONIO,E» OPINIONE COMUNE TRA I PADRI GRECI CHE QUESTA VERITA» ERA STATA ESPRESSAMENTE RIVELATA A SAN SIMEONE STILITA E CHE ERA PER ASSICURARE LA SUA SALVEZZA CHE EGLI AVEVA DECISO,A SEGUITO DI QUESTA RIVELAZIONE,A VIVERE FUORI PER 40 ANNI SU UNA COLONNA,ESPOSTA A TUTTE LE INTEMPERIE,MODELLO PER TUTTI DI PENITENZA E SANTITA».

CONSULTATE ORA I PADRI LATINI E VOI SENTIRETE SAN GREGORIO DIRVI IN TERMINI CHIARIMOLTI GIUNGONO ALLA FEDE,MA POCHI AL REGNO CELESTE”. “ CE NE SONO POCHI C HE SI SALVANODICE SANT» ALSELMO E SANT» AGOSTINO DICE PIU» CHIARAMENTE ANCORA:”CE NE SONO DUNQUE POCHI CHE SI SALVANO A PARAGONE DI QUELLI CHE SI PERDONOIL PIU» TERRIBILE IN OGNI MODOSAN GIROLAMO CHE SULLA FINE DELLA VITA,IN PRESENZA DEI SUOI DISCEPOLI,PRONUNCIO» QUESTA SPAVENTOSA SENTENZA:”SU 100000,DI CUI LA VITASTATA SEMPRE CATTIVA,VOI NE TROVERETE UNO A FATICA CHE MERITAINDULGENZA

 

III.TESTIMONIANZE DELLA SCRITTURA

MA PERCHE» CERCARE LE OPINIONI DEI PADRI E DEI TEOLOGI QUANDO LA SACRA SCRITTURA DEFINISCE COSI» CHIARAMENTE LA QUESTIONE?

SCORRETE L’ANTICO E IL NUOVO TESTAMENTO E VI TROVERETE UNA MOLTITUDINE DI FIGURE,DI SIMBOLI E DI PAROLE CHE FANNO RISALTARE CHIARAMENTE QUESTA VERITA»: SONO MOLTO POCHI QUELLI CHE SI SALVANO.

AI TEMPI DI NOE»,TUTTO IL GENERE UMANO FU SOMMERSO DAL DILUVIO,E 8 PERSONE SOLAMENTE FURONO SALVATE NELL» ARCA.

ORA,QUESTA ARCA,DICE SAN PIETRO,RAPPRESENTA LA FIGURA DELLA CHIESA”,

“E QUESTE OTTO PERSONE CHE SI SALVANO,RIPRENDE SANT» AGOSTINO, SIGNIFICANO CHE CI SONO POCHI CRISTIANI CHE SI SALVANO,PERCHE» CE NE SONO MOLTO POCHI CHE RINUNCIANO SINCERAMENTE AL MONDO SECOLARE, E CHE QUELLI CHE NON CI RINUNCIANO CHE A PAROLE NON APPARTENGONO AL MISTERO RAPPRESENTATO ATTRAVERSO QUESTA ARCA”.

LA BIBBIA CI DICE ANCORA CHE DUE EBREI SOLAMENTE SU DUE MILIONI ENTRARONO NELLA TERRA PROMESSA DOPOUSCITA DALL» EGITTO; CHE QUATTRO PERSONE SOLAMENTE SCAPPARONO ALL» INCENDIO DI SODOMA E DELLE ALTRE CITTA» INFAMI CHE PERIRONO CON ESSA. TUTTE QUESTE COSE SIGNIFICANO CHE IL NUMERO DEI REPROBI CHE DEVONO ESSERE GETTATI NEL FUOCO COME LA PAGLIASUPERA DI MOLTO QUELLO DEGLI ELETTI CHE IL PADRE CELESTE DEVE RACCOGLIERE UN GIORNO COME FRUMENTO PREZIOSO NEI SUOI GRANAI.

IO NON COMPLETEREI IL PUNTO,SE DOVESSI ESPORRE QUI TUTTE LE FIGURE ATTRAVERSO LE QUALI I LIBRI SANTI CONFERMANO QUESTA VERITA»:

ACCONTENTIAMOCI DI ASCOLTAREORACOLO VIVENTE DELLA SAGGEZZA INCARNATA.

CHE RISPONDE NOSTRO SIGNORE A QUEL CURIOSO DEL VANGELO CHE GLI DOMANDAVA:” SIGNORE,SARANNO POCHI A SALVARSI?”

LO GUARDA IN SILENZIO?RISPONDE ESITANDO?DISSIMULA IL SUO PENSIERO,PER LA PAURA DI SPAVENTARE LA FOLLANOINTERROGATO DA UNO SOLO,EGLI SI RIVOLGE A TUTTI QUELLI CHE ERANO PRESENTI.

VOI MI DOMANDATE,DISSE LORO,SE SONO POCHI QUELLI CHE SI SALVANO. ECCO LA MIA RISPOSTA:” SFORZATEVI DI ENTRARE ATTRAVERSO LA PORTA STRETTA,PERCHE» MOLTI,IO VI DICO,CERCHERANNO DI ENTRARE E NON LO POTRANNO

CHI PARLA QUI! E» IL FIGLIO DI DIO,LA VERITA» ETERNA,CHE DICE PIU» CHIARAMENTE ANCORA IN UN ALTRA OCCASIONE:” MOLTI SONO CHIAMATI MA POCHI SOLO ELETTI

EGLI NON DICE:TUTTI SONO CHIAMATI,E TRA TUTTI GLI UOMINI POCHI SONO GLI ELETTI. MA EGLI DICE: MOLTI SONO CHIAMATI,COME A DIRE,COME DICE SAN GREGORIO,CHE TRA TUTTI GLI UOMINI,MOLTI SONO CHIAMATI ALLA VERA FEDE,

MA TRA QUESTI CE NE SONO POCHI CHE SI SALVANO.

QUESTE PAROLE,MIEI FRATELLI,SONO DI NOSTRO SIGNORE GESU» CRISTO;SONO CHIARE?

ESSE SONO VEREDITEMI ORA SEPOSSIBILE AVERE LA FEDE NEL CUORE E NON TREMARE.

 

IV.ESAME DEI DIVERSI STATI

AH! IO MI ACCORGO CHE PARLANDO COSI» DI TUTTO IN GENERALE,IO MANCO IL MIO SCOPO:APPLICHIAMO DUNQUE QUESTA VERITA» AI DIVERSI STATI,E VOI COMPRENDERETE CHE O BISOGNA RINUNCIARE ALLA RAGIONE,ALL» ESPERIENZA E AL SENSO COMUNE DEI FEDELI OPPURE BISOGNA AMMETTERE CHE LA MAGGIOR PARTE DEI CATTOLICI SI PERDE.

C’E» AL MONDO UNO STATO PIU» FAVOREVOLE ALL» INNOCENZA,DOVE LA SALVEZZA SEMBRA PIU» FACILE E DI CUI SI HA UNA PIU» ALTA CONSIDERAZIONE CHEQUELLO DEI PRETI, CHE SONO I LUOGOTENENTI DI DIO?

CHI NON CREDEREBBE,AL PRIMO MOMENTO,CHE LA MAGGIOR PARTE DI LORO NON SONO SOLAMENTE BUONI MA QUASI PERFETTI;

E TUTTAVIA IO SONO PRESO DA ORRORE,QUANDO SENTO SAN GEREMIA DIRE CHE,ANCHE SE IL MONDO FOSSE PIENO DI PRETI,CE N’E» APPENA UNO SU CENTO CHE VIVE IN UNA MANIERA CONFORME AL PROPRIO STATO.

QUANDO SENTO UN SERVITORE DI DIO ATTESTARE CHE EGLI HA APPRESO ATTRAVERSO UNA RIVELAZIONE CHE IL NUMERO DEI PRETI CHE CADONO QUOTIDIANAMENTE ALL» INFERNOCOSI» GRANDE CHE NON GLI SEMBRA POSSIBILE CHE NE RESTINO ANCORA SULLA TERRA:

QUANDO SENTO SAN CRISOSTOMO ESCLAMARE CON LE LACRIME AGLI OCCHI:

IO NON CREDO CHE CI SIANO MOLTI PRETI CHE SI SALVANO MA IO CREDO IL CONTRARIO,CHE IL NUMERO DI QUELLI CHE SI PERDONOMOLTO PIU» GRANDE

GUARDATE PIU» ALTO ANCORA; GUARDATE I PRELATI DELLA SANTA CHIESA, I PARROCI CHE HANNO LA CURA DELLE ANIME: IL NUMERO DI QUELLI CHE SI SALVANO TRA ESSIPIU» GRANDE DI QUELLI CHE SI PERDONO? ASCOLTIAMO CANTIMPRE;EGLI VI RACCONTERA» UN FATTO,DA QUESTO TRARRETE VOI LE CONSEGUENZE.

SI TENEVA A PARIGI UN SINODO: UN GRANDE NUMERO DI PRELATI E PARROCI PER LA CURA DELLE ANIME CI SI RITROVARONO; IL RE E I PRINCIPI CI ANDARONO PER AGGIUNGERE CON LA LORO PRESENZA SPLENDORE A QUESTA ASSEMBLEA.

UN CELEBRE PREDICATORE FU INVITATO A PREDICARE; E MENTRE EGLI PREPARAVA IL SUO SERMONE,UN ORRIBILE DEMONE GLI APPARVE E GLI DISSE: “LASCIA DA PARTE TUTTI I TUOI LIBRI,SE TU VUOI FARE UN SERMONE UTILE A QUESTI PRINCIPI E A QUESTI PRELATI,CONTENTATI DI DIRE LORO DA PARTE NOSTRANOI,PRINCIPI DELLE TENEBRE, NOI VI RINGRAZIAMO,PRINCIPI,PRELATI E PASTORI DI ANIME,PERCHE» PER VOSTRA NEGLIGENZA,LA MAGGIOR PARTE DEI FEDELI SI PERDECOSI» NOI CI RISERVIAMO DI RICOMPENSARVI DI QUESTO FAVORE,QUANDO SARETE CON NOI ALL» INFERNO

GUAI A VOI CHE COMANDATE SUGLI ALTRI:SE CE NE SONO TANTI CHE SI DANNANO PER VOSTRA COLPA,CHE NE SARA» DI VOI?

SE TRA QUESTI CHE SONO I PRIMI DENTRO LA CHIESA DI DIO CE NE SONO POCHI CHE SI SALVANOCHE DIVENTERETE VOI»

PRENDETE TUTTI GLI STATI,TUTTI I SESSI,TUTTE LE CONDIZIONI,MARITI,MOGLI,VECCHIGIOVANI DONNE,GIOVANI UOMINI,SOLDATI,MERCANTI,ARTIGIANI,RICCHI,POVERI,NOBILI,PLEBEI;CHE DIREMO DI TUTTE QUESTE PERSONE CHE VIVONO COSI» MALE RISPETTO AGLI ALTRI?

SAN VINCENZO FERRERI VI MOSTRERA» ATTRAVERSO UN FATTO QUELLO CHE VOI DOVETE PENSARE.

EGLI RIPORTA CHE UN ARCIDIACONO DI LIONE,AVENDO RINUNCIATO ALLA SUA DIGNITA» ED ESSENDOSI RITIRATO IN UN DESERTO PER FARE PENITENZA,MORI» LO STESSO GIORNO ALLA STESSA ORA DI SAN BERNARDO.

APPARENDO AL SUO VESCOVO DOPO LA SUA MORTE,GLI DISSE:” SAPPIATE MONSIGNORE,CHE ALLA STESSA ORA CHE IO SONO MORTO 33000 PERSONE SONO MORTE. SU QUESTO NUMERO,BERNARDO E IO SIAMO SALITI AL CIELO SENZA PENA,3 SONO ENTRATI IN PURGATORIO E TUTTI GLI ALTRI SONO CADUTI ALL» INFERNO

LE NOSTRE CRONACHE RACCONTANO UN FATTO PIU» SPAVENTOSO ANCORA.

UNO DEI NOSTRI RELIGIOSI,CELEBRE PER LA SUA DOTTRINA E LA SUA SANTITA», PREGANDO IN GERMANIA,DESCRISSE LA BRUTTEZZA DEL PECCATO IMPURO CON TANTA FORZA CHE UNA DONNA MORI» DI DOLORE ALLA VISTA DEL MONDO. POI TORNATA IN VITA,ELLA DISSE: “QUANDO SONO STATA PRESENTATA AL TRIBUNALE DI DIO,60000 PERSONE CI ARRIVARONO NELLO STESSO MOMENTO DA TUTTE LE PARTI DELLA TERRA; DI QUESTO NUMERO,3 SONO STATI SALVATI PASSANDO PER IL PURGATORIO,E TUTTO IL RESTO ERA DANNATO.”

O ABISSO DEL GIUDIZIO DI DIO! DI 33000 SOLO 5 SI SALVANO! DI 60000 
CE NE SONO SOLO 3 CHE VANNO AL CIELO!

PECCATORI CHE MI ASCOLTATE,DI CHE NUOMERO SARETE VOI? CHE DITE? CHE PENSATE?

DUE CAMMINI

IO VEDO CHE QUASI TUTTI VOI ABBASSATE LA TESTA, PRESI DA SPAVENTO E DA ORRORE. MA LASCIATE IL VOSTRO STUPORE,E AL POSTO DI ILLUDERCI,CERCHIAMO DI TRARRE DAL NOSTRO TIMORE QUALCHE VANTAGGIO.

NONVERO FORSE CHE CI SONO DUE VIE CHE PORTANO AL CIELO,L» INNOCENZA E IL PENTIMENTO.?

ORA SE IO VI DIMOSTRO CHE CE NE SONO POCHI CHE PRENDONO UNA DI QUESTE VIE,VOI CONCLUDERETE DA UOMINI RAGIONEVOLI CHE CE NE SONO POCHI CHE SI SALVANO. E PER VENIRE ALLE PROVE,QUALE ETA»,QUALE LAVORO,QUALE CONDIZIONE TROVERETE IN CUI IL NUMERO DEI CATTIVI NON SIA CENTO VOLTE PIU» GRANDE DI QUELLO DEI BUONI, E DA QUESTO SI POSSA DIRE:” I BUONI SONO RARI E I CATTIVI MOLTO NUMEROSI”?

SI PUO» DIRE DEI NOSTRI TEMPI CIO» CHE SAN SALVIANO DICEVA DEL SUO:

PIU» FACILE TROVARE UNA MOLTITUDINE INNUMEREVOLE DI PECCATORI AVVOLTI IN OGNI SORTA DI PECCATO CHE QUALCHE INNOCENTE.

QUANTI CE NE SONOTRA I SERVITORI,CHE SIANO INTERAMENTE PROBI E FEDELI AL LORO COMPITO?

QUANTI,TRA I MERCANTI,CHE SIANO GIUSTI ED EQUI NEL LORO COMMERCIO? QUANTI, TRA GLI ARTIGIANI,CHE SIANO ESATTI E VERITIERI?QUANTITRA I NEGOZIANTI CHE SIANO DISINTERESSATI E SINCERI?QUANTITRA GLI UOMINI DI LEGGE,CHE NON TRADISCANOEQUITA»? QUANTI TRA I SOLDATI CHE NON CALPESTINO SOTTO I PIEDIINNOCENZA? QUANTI TRA I PADRONI CHE NON TRATTENGANO INGIUSTAMENTE IL SALARIO DI QUELLI CHE LI SERVONO O CHE NON CERCHINO DI DOMINARE I LORO SOTTOPOSTI?DAPPERTUTTO I BUONI SONO RARI E I CATTIVI NUMEROSI.

CHI NON SA CHE OGGI C» E» TANTO LIBERTINAGGIO TRA I GIOVANI,TANTA MALIZIA TRA GLI UOMINI MATURI,TANTA LIBERTA» TRA LE GIOVINETTE,TANTA IMPUDENZA PRESSO I POVERI,CHE SI PUO» DIRE CIO» CHE DAVIDE DICEVA DEI SUOI TEMPI:

TUTTI INSIEME SI SONO SMARRITINON C» E» CHI FACCIA IL BENE,NEMMENO UNO

NOI SIAMO ARRIVATI, AHIME», A QUEL DILUVIO UNIVERSALE DI VIZI PREDETTO DA OSEA: MALEDICTUM ET MENDACIUM ET FURTUM ET ADULTERIUM INUNDAVERUNT.

PERCORRETE LE STRADE E LE PIAZZE,I PALAZZI E LE CASE,LE CITTA» E LE CAMPAGNE, I TRIBUNALI E LE CORTI,ANCHE I TEMPLI DI DIO:

DOVE TROVERETE LA VIRTU»?

AHIME» DICE SAN SALVIANO,A ECCEZIONE DI UN PICCOLO NUMERO CHE FUGGE IL MALE,CHE COSA E» L» ASSEMBLEA DEI CRISTIANI,SE NON UNA SENTINA DI VIZI?

NON SI TROVA DAPPERTUTTO CHE INTERESSE,AMBIZIONE,INGORDIGIA E LUSSO.

LA MAGGIOR PARTE DEGLI UOMINI NONFORSE SPORCATA DAL VIZIO IMPURO, E SAN GIOVANNI NON HA RAGIONE A DIRE CHE IL MONDO,SE SI PUO» CHIAMARE COSI» E» QUALCOSA DI COSI» IMMONDO,E» INTERAMENTE POSATO SUL MALE?

NON SONO IO CHE VE LO DICO. E» LA RAGIONE CHE VI SPINGE A CREDERE CHE TRA TANTE PERSONE CHE VIVONO COSI MALE,SONO VERAMENTE POCHI COLORO CHE SI SALVANO.


VI.LA CONFESSIONE

MA LA CONFESSIONE,DITE VOI,NON PUO» RIPARARE CON VANTAGGIO LA PERDITA DELL» INNOCENZA?

VERO,LO PENSO ANCHE IO: MA IO SO ANCHE CHE LA CONFESSIONE E» COSI» DIFFICILE NELLA PRATICA ,CHE SE NETALMENTE PERSOUSO, O CHE SE NE ABUSA TALMENTE TRA I PECCATORI CHE QUESTA SOLA COSA BASTEREBBE PER CONVINCERVI CHE CE NE SONO POCHI CHE SI SALVANO PER QUESTA VIA.

OH! QUALE CAMMINO ERTO, STRETTO,PIENO DI SPINE,ORRIBILE A VEDERSI,DURO DA PERCORRERE! SI VEDONO OVUNQUE ORME DI SANGUE E DELLE COSE CHE RIPORTANO A DEI TRISTI RICORDI. QUANTI SBAGLI DA VEDERE! QUANTI SI RITIRANO PRIMA DI INIZIARE!

QUANTI CADONO PER LA FATICA NEL MEZZO! QUANTI SI ABBANDONANO MISERAMENTE ALLA FINE! CE NE SONO POCHI CHE PERSEVERANO FINO ALLA MORTE!

SANTAMBROGIO DICE CHEPIU» FACILE TROVARE DEGLI UOMINI CHE ABBIANO SALVAGUARDATOINNOCENZA CHE TROVARNE CHE ABBIANO FATTO UNA CONFESSIONE CONVENIENTE:” FACILIUS INVENI INNOCENTIAM SERVAVERINT,QUAM QUI CONGRUAM PAENITENTIAM EGERINT

SE VOI CONSIDERATE LA CONFESSIONE COME UN SACRAMENTO,QUANTE CONFESSIONI TRONCATE,QUANTE APOLOGIE STUDIATE, QUANTI PENTIMENTI INGANNEVOLI,QUANTE PROMESSE MENZONIERE,QUANTI PROPOSITI INEFFICACI,QUANTE ASSOLUZIONI NULLE!

CONSIDERATE COME VALIDA LA CONFESSIONE DI QUELLO CHE SI ACCUSA DI PECCATI DISONESTI DA CUI EGLI SI GUARDERA» IN FUTURO ‚O DI QUELLO CHE SI ACCUSA DI INGIUSTIZIE MANIFESTE SENZA AVEREINTENZIONE DI RIPARARLE PER QUELLO CHE EGLI PUO»?

O DI QUELLO CHE,APPENA CONFESSATO,CADE NELLE STESSE INIQUITA»? OH !

ABUSO ORRIBILE DI UN COSI GRANDE SACRAMENTO!

UNO SI CONFESSA PER EVITARE LA SCOMUNICA,L» ALTRO PER DARSI LA REPUTAZIONE DI PENITENTE.

QUELLO CHE SI SBARAZZA DEI SUOI PECCATI PER CALMARE I SUOI RIMORSI, QUELLO LI NASCONDE ATTRAVERSO IL DISONORE;UNO LI CONFESSA NON PERFETTAMENTE PER MALIZIA,L» ALTRO LI SVELA PER ABITUDINE.

QUESTO NON SI PROPONE IL VERO FINE DEL SACRAMENTO; QUELLO MANCA DEL DOLORE NECESSARIO;UN ALTRO DEL FERMO PROPOSITO.

POVERI CONFESSORI, QUANTI SFORZI BISOGNA CHE VOI FACCIATE PER CONDURRE LA MAGGIOR PARTE DEI PENITENTI A QUESTE SOLUZIONI,A QUESTI ATTI,SENZA I QUALI LA CONFESSIONEUN SACRILEGIO ,L» ASSOLUZIONE UNA CONDANNA E LA PENITENZA UNILLUSIONE!

DOVE SONO ORA QUELLI CHE CREDONO CHE IL NUMERO DEGLI ELETTI TRA I CRISTIANIPIU» GRANDE CHE QUELLO DEI REPROBI, E CHEPER AUTORIZZARE LA LORO OPINIONE,RAGIONANO COSI» CHE LA MAGGIOR PARTE DEI CATTOLICI ADULTI MUOIONO NEI LORO LETTI,MUNITI DEI SACRAMENTI DELLA CHIESAPER CUI LA MAGGIOR PARTE DEI CATTOLICI ADULTI SONO SALVATI??

OH! CHE BEL RAGIONAMENTO! BISOGNA DIRE TUTTO IL CONTRARIO. LA MAGGIOR PARTE DEI CATTOLICI ADULTI SI CONFESSANO MALE DURANTE LA LORO VITA,PER CUI A MAGGIOR RAGIONE ESSI SI CONFESSANO MALE ANCHE PRIMA DI MORIRE, PER CUI LA MAGGIOR PARTEDANNATA.

IO DICO: A MAGGIOR RAGIONE,PERCHE» UN MORIBONDO CHE NON SIBEN CONFESSATO MENTRE STAVA BENE IN SALUTE,AVRA» MOLTE PIU» DIFFICOLTA» A FARLO QUANDO SARA» A LETTO,CON IL CUORE OPPRESSO, LA TESTA DOLORANTE,LA RAGIONE ASSOPITA; QUANDO SARA» COMBATTUTO IN MOLTE MANIERE ATTRAVERSO LE COSE ANCORA VIVENTI,ATTRAVERSO LE OCCASIONI ANCORA FRESCHE,ATTRAVERSO LE ABITUDINI CONTRATTE,E SOPRATTUTTO ATTRAVERSO I DEMONI CHE CERCANO IN TUTTI I MODI DI PRECIPITARLO ALL» INFERNO?

ORA SE A TUTTI QUESTI FALSI PENITENTI, VOI AGGIUNGETE TANTI ALTRI PECCATORI CHE MUOIONO ALL» IMPROVVISO NEL PECCATO,NON PERIGNORANZA DEI MEDICI,O PER COLPA DEI PARENTI,CHE MUOIONO AVVELENATI O PER UN TERREMOTO,O COLPITI DA APOPLESSIA,O IN UNA CADUTA O SU UN CAMPO DI BATTAGLIA,O IN UNA RISSA, O PRESI IN UN» INSIDIA,O COLPITI DA UNA FOLGORE,O BRUCIATI O AFFOGATI,NON BISOGNA CONCLUDERE PER FORZA CHE LA MAGGIOR PARTE DEI CRISTIANI ADULTI SONO DANNATI?

IL RAGIONAMENTO DI SAN CRISOSTOMO.

LA MAGGIOR PARTE DEI CRISTIANI,DICE QUESTO SANTO,NON CONDUCONO TUTTA LA VITA NEL CAMMINO VERSOINFERNO? PERCHE » DUNQUE VI SPAVENTATE CHE IL MAGGIOR NUMERO VA ALL» INFERNO? PER ARRIVARE ALLA PORTA,BISOGNA PRENDERE IL CAMMINO CHE VI CI CONDUCE. CHE COSA POTETE RISPONDERE A UNA ARGOMENTAZIONE COSI» FORTE?  

COME LA SABBIA DEL MARE..COME LE STELLE DEL CIELO

LA RISPOSTA,MI DIRETE,E» CHE LA MISERICORDIA DI DIOGRANDE.

SI PER COLUI CHE LO TEME:” MISERICORDIA DOMINI SUPER TIMENTES EUM

DICE IL PROFETAMA LA SUA GIUSTIZIAGRANDE PER COLUI CHE NON LO TEME,ED ESSA RIMPROVERA TUTTI I PECCATORI PROTERVI:”DISCEDITE A ME,OMNES OPERARU INIQUITAS

MA ALLORA MI DIRETEPER CHIIL PARADISO SE NON PER I CRISTIANI?

PER I CRISTIANI,SENZA DUBBIO,MA PER QUELLI CHE NON DISONORANO LA LORO NATURA E VIVONO DA CRISTIANI.

E ALLORA,SE AL NUMERO DEI CRISTIANI ADULTI CHE MUOIONO NELLA GRAZIA DI DIO VOI AGGIUNGETE QUESTO NUMERO INNUMEREVOLE DI BAMBINI CHE MUOIONO DOPO IL BATTESIMO,PRIMA DI AVEREETA» DELLA RAGIONE,VOI NON VI MERAVIGLIERETE CHEAPOSTOLO SAN GIOVANNI DISSE PARLANDO DEGLI ELETTI:”IO HO VISTO UNA GRANDE FOLLA CHE NESSUNO POTEVA CONTARE

EDCOSI» CHE SBAGLIANO QUELLI CHE PRETENDONO CHE IL NUMERO DEGLI ELETTI TRA I CATTOLICI SIA PIU» GRANDE DI QUELLO DEI REPROBI.

CERTO CHE,SE VOI PRENDETE TUTTI I CATTOLICI INSIEME,LA MAGGIOR PARTE SI SALVAPERCHE» A SEGUITO DELLE OSSERVAZIONI FATTE, LA META» DEI BAMBINI CIRCA MUOIONO DOPO IL BATTESIMO,PRIMA DELL» ETA» DELLA RAGIONE.

ORA,SE A QUESTO NUMERO VOI AGGIUNGETE GLI ADULTI CHE HANNO CONSERVATO LA VESTE DELL» INNOCENZA,O QUELLI CHE DOPO AVERLA SPORCATA,L’HANNO LAVATA NELLE LACRIME DELLA PENITENZA,E» CERTO CHE UN GRANDISSIMO NUMEROSALVATO: EDCOSI» CHE SI SPIEGANO LE PAROLE DELL» APOSTOLO SAN GIOVANNI:”IO HO VISTO UNA GRANDE FOLLA” E QUESTE ALTRE DI NOSTRO SIGNORE:” MOLTI VERRANNO DA ORIENTE E OCCIDENTE E SI RIPOSERANNO CON ABRAMOISACCO E GIACOBBE NEL REGNO DEI CIELI”, E LE ALTRE FIGURE CHE SI CITANO A SOSTEGNO DI TALE OPINIONE.

MA SE SI PARLA DEI CRISTIANI ADULTI ‚L» ESPERIENZA,LA RAGIONE,L’AUTORITA»,LA CONVENIENZA E LA SCRITTURA SONO CONCORDI CHE LA MAGGIOR PARTE SI DANNA.

NON CREDETE PER QUESTO CHE IL PARADISO SIA DESERTO! E» AL CONTRARIO UN REGNO MOLTO POPOLATO; E SE I REPROBI SONO COSI NUMEROSI QUANTO LA SABBIA DEL MARE,GLI ELETTI LO SONO ALTRETTANTO QUANTO LE STELLE DEL CIELO, COME A DIRE CHE GLI UNI E GLI ALTRI SONO INNUMERABILI ,ANCHE SE IN PROPORZIONI MOLTO DIVERSE.

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO,PREDICANDO UN GIORNO NELLA CATTEDRALE DI COSTANTINOPOLI E CONSIDERANDO QUESTA PROPORZIONE,NON POTE» EVITARE DI FREMERE DI ORRORE:” QUANTI,DICE,TRA QUESTO POPOLO COSI» NUMEROSO CREDETE SARANNO TRA GLI ELETTI?”

E SENZA ATTENDERE LA RISPOSTA,EGLI AGGIUNGETRA TANTE MIGLIAIA DI PERSONE NON SE NE TROVERANNO CHE 100 CHE SI SALVANO,E PER QUESTI CENTO IO DUBITO ANCORA

CHE COSA SPAVENTOSA! IL GRANDE SANTO CREDEVA CHE IN UN POPOLO COSI» NUMEROSO CE NE ERANO APPENA CENTO CHE POTEVANO SALVARSI,E ANCORA NON ERA CERTO DI QUESTO NUMERO.

COSA ACCADRA» DI VOI CHE MI ASCOLTATE? O GRANDE DIO? IO NON POSSO PENSARCI SENZA TREMARE.

UNA COSA MOLTO DIFFICILE,MIEI FRATELLI,LA QUESTIONE DELLA SALVEZZAPERCHE» SECONDO LA MASSIMA DEI TEOLOGI,QUANDO UNO SCOPO ESIGE DEI GRANDI SFORZISOLAMENTE POCHI LO RAGGIUNGONO.

DEFICIT IN PLURIBUS,CONTIGIT IN PAUCIORIBUS

PER QUESTO CHE IL DOTTORE ANGELICO 
SAN TOMMASO,DOPO AVER,CON LA SUA IMMENSA ERUDIZIONE,PESATO TUTTE LE RAGIONI A FAVORE E CONTRO,CONCLUDE CHE ALLA FINE LA MAGGIOR PARTE DEI CATTOLCI ADULTI SI DANNA:” LA BEATITUDINE ETERNA OLTREPASSA LO STATO DI NATURA,SOPRATUTTO DOPO CHE ESSAPRIVATA DELLA GRAZIA ORIGINALE, E» IL PICCOLO NUMERO CHE SI SALVA.

VIII.       DIO PADRE GIUSTO

TOGLIETE DUNQUE DAGLI OCCHI QUESTA FASCIA CHE VI ACCECA, L» AMOR PROPRIO, E CHE VI IMPEDISCE DI CREDERE UNA VERITA» COSI» EVIDENTE,DANDOVI LE IDEE PIU» SBAGLIATE SULLA GIUSTIZIA DI DIO.

PADRE GIUSTO! IL MONDO NON VI CONOSCEDICE NOSTRO SIGNORE GESU» CRISTO. EGLI NON DICE PADRE TUTTO POTENTE,PADRE MOLTO BUONO,MISERICORDIOSO,EGLI DICEPADRE GIUSTO”,PER FARCI CAPIRE CHE DI TUTTI GLI ATTRIBUTI DI DIO,NON CE N» E» NESSUNO CHE SIA MENO CONOSCIUTO CHE LA SUA GIUSTIZIA,PERCHE» GLI UOMINI RIFIUTANO DI CREDERE CIO» CHE TEMONO DI PROVARE.

TOGLIETE QUINDI IL VELO CHE VI BLOCCA GLI OCCHI,E DITE CON LE LACRIME:

AHIME» LA MAGGIOR PARTE DEI CATTOLICI,LA MAGGIOR PARTE DEGLI ABITANTI DI QUESTO LUOGO,E E FORSE ANCHE DI QUESTO AUDITORIO,SARA» DANNATA.

QUALE COSA MERITA DI PIU» LE VOSTRE LACRIME? NON ABBIAMO ABBASTANZA MOTIVI DI PIANGERE PENSANDO CHEDI TANTI CATTOLICI,LA MAGGIOR PARTE SARA» DANNATA?

QUESTO PENSIERO NON DOVREBBE FAR USCIRE DAI NOSTRI OCCHI DEI FIUMI DI LACRIME O ALMENO SUSCITARE NEI NOSTRI CUORI QUESTO SENTIMENTO DI COMPASSIONE CHE PROVO» ANCHE IL VENERABILE MARCELLO DI SAN DOMENICO,RELIGIOSO AGOSTINIANO?

POICHE» EGLI MEDITAVA UN GIORNO SULLE PENE ETERNE,IL SIGNORE GLI MOSTRO» QUANTE ANIME ANDAVANO IN QUEL MOMENTO ALL» INFERNO E GLI FU MOSTRATO UN CAMMINO MOLTO LARGO DOVE 22000 REPROBI CORREVANO VERSOABISSO,SCONTRANDOSI GLI UNI CON GLI ALTRI.

A QUESTA VISTA, IL SERVITORE DI DIO, STUPEFATTO GRIDO»:” OH CHE NUMERO! CHE NUMERO! E ANCORA NE ARRIVANO ALTRI. O GESU»! O GESU»! QUALE FOLLIA!”

LASCIATEMI DUNQUE RIPETERE CON GEREMIA:”OH FOSSE PURE LA MIA TESTA MUTATA IN ACQUA E FOSSERO GLI OCCHI MIEI UNA FONTE DI LACRIME!IO PIANGEREI GIORNO E NOTTE GLI UCCISI DELLA FIGLIA DEL MIO POPOLO!” POVERE ANIMECOME CORRETE COSI» DIRETTI VERSOINFERNO?

FERMATEVI PERFAVORE,ASCOLTATEMI UN ISTANTE. NON COMPRENDETE COSA VUOL DIRE SALVARSI O DANNARSI PER TUTTAETERNITA»,O MEGLIO VOI NON COMPRENDETESE VOI LO SAPETE,E SE MALGRADO CIO» VOI NON VI DECIDETE OGGI A CAMBIARE VITA,A FARE UNA BUONA CONFESSIONE A GETTARE IL MONDO AI PIEDI,IN UNA PAROLA, A FARE OGNI SFORZO PER ESSERE NEL PICCOLO NUMERO DI QUELLI CHE SI SALVANO, IO DICO CHE VOI NON AVETE LA FEDE.

SE VOI NON LO CAPITE,NON SIETE SCUSABILI; PERCHE» BISOGNA DIRE CHE VOI AVETE PERDUTO IL SENNO.

SALVARSI PER TUTTAETERNITA»! DANNARSI PER TUTTAETERNITA»! E NON FARE TUTTI GLI SFORZI PER EVITAREUNO E ASSICURARSIALTRO,QUESTAUNA COSA CHE NON SI PUO» CONCEPIRE.

FORSE NON CREDETE ANCORA LE VERITA» TERRIBILI CHE IO VI HO APPENA INSEGNATO. MA SONO I TEOLOGI PIU» FAMOSI,I PADRI PIU» ILLUSTRI CHE VI HANNO PARLATO PER MIA BOCCA.

COME POTETE DUNQUE RESISTERE A DELLE RAGIONI RAFFORZATE DA TANTI ESEMPI,DA TANTE PAROLE DELLA SCRITTURA?

SE MALGRADO CIO»,VOI ESITATE ANCORA,E SE IL VOSTRO SPIRITO PENDE VERSOOPINIONE OPPOSTA,QUESTA SOLA CONSIDERAZIONE NON BASTA A FARVI TREMARE? AH! VOI MOSTRATE COSI» CHE VOI AVETE POCA CURA DELLA VOSTRA SALVEZZA? IN QUESTA QUESTIONE IMPORTANTE,UN UOMO DI SENNOPIU» COLPITO PER IL MINIMO DUBBIO DI FARE DANNO CHE QUELLO CHE CORRE CON L’EVIDENZA DI UNA ROVINA COMPLETA NEGLI AFFARI DOVEANIMA NONMOTIVO DI INTERESSE.

COSI» UNO DI NOI RELIGIOSI,IL VENERABILE GILLE,AVEVA LA CONSUETUDINE DI DIRE CHE,SE UN SOLO UOMO AVESSE DOVUTO DANNARSI, EGLI AVREBBE FATTO DI TUTTO PER ASSICURARSI CHE NON FOSSE LUI.

CHE COSA DUNQUE DOBBIAMO FARE NOI CHE SAPPIAMO CHENON SOLAMENTE TRA TUTTI GLI UOMINI, MA ANCORA TRA I CATTOLICI,LA MAGGIOR PARTE SI DANNA?

CHE COSA DOBBIAMO FARE? PRENDERE LA DECISIONE DI APPARTENERE AL PICCOLO GRUPPO DI QUELLI CHE SI SALVANO. SE IL CRISTO,DITE, VUOLE CONDANNARMI,PERCHE» MI HA MESSO AL MONDO?

TACI LINGUA TEMERARIA!: DIO NON HA CREATO NESSUNO,NEMMENO I TURCHI,PER DANNARLI; MA CHIUNQUE SI DANNA,SI DANNA PERCHE» LO VUOLE.

IO VOGLIO DUNQUE INIZIARE ORA A DIFENDERE LA BONTA» DEL MIO DIO,E DI VENDICARLA DA TUTTI I RIMPROVERI: QUESTO SARA» L» ARGOMENTO DEL SECONDO PUNTO.
 

IX.

PRIMA DI ANDARE PIU» LONTANO, METTETE DA UN LATO TUTTI I LIBRI E TUTTE LE ERESIE DI LUTERO E DI CALVINO,DALL» ALTRO I LIBRI E LE ERESIE DEI SEGUACI DI PELAGIO E DEI SEMIPELAGIANI E DATECI FUOCO.

GLI UNI DISTRUGGONO LA GRAZIA,GLI ALTRI LA LIBERTA» E TUTTI SONO PIENI DI ERRORI;GETTATELI DUNQUE NEL FUOCO.

TUTTI I REPROBI PORTANO IMPRESSO SULLA LORO FRONTEORACOLO DEL PROFETA OSEA: LA TUA ROVINA VIENE DA TE,AFFINCHE» ESSI POSSANO COMPRENDERE CHE CHIUNQUE SI DANNA,SI DANNA PER SUA PROPRIA MALIZIA,E PERCHE» SI VUOLE DANNARE.

PRENDIAMO DAPPRIMAPER BASE QUESTE DUE VERITA» INCONTESTABILI:” DIO VUOLE CHE TUTTI GLI UOMINI SI SALVINO”. “ TUTTI HANNO BISOGNO DELLA GRAZIA DI DIO”.

ORASE IO VI DIMOSTRO CHE DIO HA LA VOLONTA» DI SALVARE TUTTI GLI UOMINI, E CHE PER QUESTO EGLI DONA A TUTTI LORO LA SUA GRAZIA,CON TUTTI GLI ALTRI MEZZI NECESSARI PER OTTENERE QUESTO FINE SUBLIME,VOI SARETE SPINTI A CONVENIRE CHE CHIUNQUE SI DANNA DEVE IMPUTARLO ALLA SUA PROPRIA MALIZIA,E CHE , SE LA MAGGIOR PARTE DEI CRISTIANI SONO REPROBI,E» PERCHE» ESSI LO VOGLIONO.”LA TUA ROVINA VIENE DA TE;IN ME SOLAMENTEIL TUO SOCCORSO

CHE DIO ABBIA VERAMENTE LA VOLONTA» DI SALVARE TUTTI GLI UOMINI,EGLI CE LO DIMOSTRA IN CENTO PUNTI DEI LIBRI SANTI.

IO NON VOGLIO LA MORTE DEL PECCATORE,MA PIUTTOSTO CHE EGLI SI CONVERTA E CHE VIVA. IO VIVO,DICE IL SIGNORE. IO NON VOGLIO LA MORTE DELL» EMPIO-CONVERTITEVI E VIVETE

QUANDO QUALCUNO DESIDERA MOLTO UNA COSA,SI DICE CHE MUORE DI DESIDERIO,E» UN» IPERBOLE. MA DIO HA VOLUTO,E VUOLE ANCORA,COSI» FORTEMENTE LA NOSTRA SALVEZZA CHE EGLI NE MUORE DI DESIDERIO, ED EGLI HA SOFFERTO LA MORTE PER DONARCI LA VITA:” ET PROPTER NOSTRAM SALUTEM MORTUUS EST

QUESTA VOLONTA» DI SALVARE TUTTI GLI UOMINI NONDUNQUE IN DIO UNA VOLONTA» IMMOBILE,SUPERFICIALE E APPARENTE, E» UNA VOLONTA» VERA,EFFETTIVA E BENEFICANTE,PERCHE» EGLI CI FORNISCE TUTTI I MODI PIU» APPROPRIATI PER SALVARCI,EGLI CE LI DONA,NON PERCHE» ESSI NON ABBIANO IL LORO EFFETTO E PERCHE» EGLI VEDE CHE ESSI NONAVRANNO; MA EGLI CE LI DONA CON UNA VOLONTA» SINCERA,CONINTENZIONE CHE ESSI OTTENGANO IL LORO EFFETTO,E ‚SE ESSI NON LO OTTENGONO,EGLI NEAFFLITTO E OFFESO.

EGLI ORDINA AI REPROBI CHE ESSI STESSI SI ADOPERINO A CONSEGUIRE LA LORO SALVEZZA.

EGLI LI ESORTA,EGLI LI OBBLIGA E SE ESSI NON LO FANNO,ESSI PECCANO. ESSI POSSONO DUNQUE FARLO E SALVARSI COSI».

MOLTO DI PIU»,DIO,VEDENDO CHE SENZA IL SUO AIUTO NOI NON CI POTREMO SERVIRE DELLA SUA GRAZIA,CI DONA DEGLI ALTRI SOCCORSI E SE ESSI RESTANO QUALCHE VOLTA INEFFICACI,LA COLPANOSTRA; PERCHE»,CON QUESTI STESSI SOCCORSI, IN ACTU PRIMO COME DICONO I TEOLOGI,CON QUESTI STESSI SOCCORSI DI CUI UNO ABUSA E CON I QUALI EGLI SI DANNA,UN ALTRO PUO» FARE IL BENE E SALVARSI; EGLI LO POTREBBE UGUALMENTE FARE CON DEI SOCCORSI MENO POTENTI. SI, PUO» ACCADERE CHE UNO ABUSA DI UNA GRAZIA PIU» GRANDE E SI PERDE,TANTO CHEALTRO COOPERA AD UNA GRAZIA MINORE E SI SALVA.

SE DUNQUE QUALCUNO SI SCOSTA DALLA GIUSTIZIA, SCRISSE SANT» AGOSTINO, EGLISPINTO DAL SUO LIBERO ARBITRIO,TRAINATO DALLA SUA CONCUPISCENZA,INGANNATO DALLA SUA PROPRIA PERSUASIONE.

MA PER QUELLI CHE NON CAPISCONO LA TEOLOGIA,ECCO CHE IO GLI DICO:DIOCOSI» BUONO CHE,QUANDO VEDE UN PECCATORE CORRERE VERSO LA SUA ROVINA,EGLI GLI CORRE VICINO,LO CHIAMA,LO PREGA E LO ACCOMPAGNA FINO ALLE PORTE DELL» INFERNO; E CHE COSA PUO» FARE DI PIU» PER CONVERTIRLO?

GLI INVIA DELLE BUONE ISPIRAZIONI,DEI SANTI PENSIERI, E SE NON NE APPROFITTA, EGLI SI ADIRA,SI INDIGNA, LO INSEGUE. LO COLPIRA»? NO: LO MIRA NELL» ARIA E A LUI PERDONA.

MA IL PECCATORE NON SI CONVERTE ANCORA: DIO GLI INVIA UNA MALATTIA MORTALE. TUTTOFINITO PER LUI SENZA DUBBIO. NOMIEI FRATELLI, DIO LO GUARISCE; IL PECCATORE SI OSTINA NEL MALE.

DIO CERCA NELLA SUA MISERICORDIA QUALCHE NUOVO MODO; EGLI GLI DONA ANCORA UN ANNO,E ‚L’ANNO FINISCE,EGLI NE ACCORDA UN ALTRO. MA SE MALGRADO TUTTO QUESTO IL PECCATORE VUOLE GETTARSI NELL» INFERNO,CHE FA DIO?

LO ABBANDONA? NO: EGLI LO PRENDE PER MANO; E MENTRE CHE EGLI HA UN PIEDE ALL» INFERNO E L» ALTRO FUORI, EGLI LO PREGA ANCORA,EGLI LO SUPPLICA DI NON ABUSARE DELLE SUE GRAZIE.

ORAIO VI DOMANDO, SE QUESTO UOMODANNATO, NONFORSE VERO CHE SI DANNA CONTRO LA VOLONTA» DI DIO E PERCHE» EGLI SI VUOLE DANNARE? VENITEMI A DIRE ORA: SE DIO VOLEVA DANNARMI,PERCHE» MI HA MESSO AL MONDO?…

X.NON CI SONO SCUSE

PECCATORI INGRATI,SAPPIATE OGGI CHE SE VOI VI DANNATE,NONCERTAMENTE IMPUTABILE A DIO,MA A VOI E ALLA VOSTRA PROPRIA VOLONTA».

PER CONVINCERVI,DISCENDETE FINO ALLE PORTE DELL» ABISSO:LA» IO VI FARO» VENIRE QUALCUNO DI QUEI MISERABILI REPROBI CHE BRUCIANO ALL» INFERNO,AFFINCHE» VI SPIEGHI QUESTA VERITA».

ECCONE UNO:” DIMMI,CHI SEI?- IO SONO UN POVERO IDOLATRA,NATO IN UNA TERRA SCONOSCIUTA; IO NON HO MAI SENTITO PARLARE NE» DEL CIELO NE» DELL» INFERNO,NE» DI QUELLO CHE SOFFRO ORA. — POVERO SFORTUNATO! VAI; NONTE CHE CERCO

VIENE QUALCUN ALTRO:ECCOLO QUICHI SEI TU? –IO SONO UNO SCISMATICO DEI LONTANTI CONFINI DELLA TARTARIA,IO HO SEMPRE VISSUTO ALLO STATO SELVAGGIO,SAPENDO APPENA CHE ESISTE UN DIO.- NONTE CHE IO CERCO,RITORNA NELL» INFERNO!”

ED ECCO UN ALTRO:” E TUCHI SEI? IO SONO UN POVERO ERETICO DEL NORD. IO SONO NATO SOTTO IL POLO,SENZA AVERE MAI VISTO NE» LA LUCE DEL SOLE NE» QUELLA DELLA FEDENONTE CHE IO CERCO,TORNA ALL» INFERNO!”

FRATELLI MIEIIO HO IL CUORE A PEZZI VEDENDO TRA I REPROBI QUESTI SFORTUNATI CHE NON HANNO MAI CONUSCIUTO NULLA DELLA VERA FEDE. SAPPIATE TUTTAVIA CHE LA SENTENZA DI CONDANNASTATA PRONUNCIATA CONTRO DI LORO,GLISTATO DETTO:” PERDITIO TUA EX TE

ESSI 
SI SONO DANNATI PERCHE» LO HANNO VOLUTO. QUANTI SOCCORSI HANNO RICEVUTO DA DIO PER SALVARSI!

NOI NON LO SAPPIAMOMA ESSI LO SANNO BENE ED ESSI DICONO :”VOI SIETE GIUSTO,SIGNORE,E I VOSTRI GIUDIZI SONO EQUI

VOI DOVETE SAPEREFRATELLI MIEI,CHE LA LEGGE PIU» ANTICALA LEGGE DI DIO, CHE NOI LA PORTIAMO TUTTI SCRITTA NEL NOSTRO CUORE, CHE ESSA SI APPRENDE SENZA MAESTRO, E CHE BASTA AVERE IL LUME DELLA RAGIONE PER CONOSCERE TUTTI I PRECETTI DI QUESTA LEGGE.

PER QUESTO CHE ANCHE I BARBARI SI NASCONDONO PER COMMETTERE I LORO PECCATI PERCHE» LORO SANNO IL MALE CHE FANNO;

ED ESSI SONO DANNATI PER NON AVER OSSERVATO LA LEGGE NATURALE CHE ESSI AVEVANO IMPRESSA NEL LORO CUORE: PERCHE» SE ESSIAVESSERO OSSERVATA, DIO AVREBBE FATTO UN MIRACOLO PIUTTOSTO CHE LASCIARLI DANNARE; EGLI GLI AVREBBE INVIATO QUALCUNO PER ISTRUIRLI E GLI AVREBBE DONATO ALTRI SOCCORSI DI CUI ESSI SI SONO RESI INDEGNI VIVENDO NON COMFORMEMENTE ALLE ISPIRAZIONI DELLA LORO COSCIENZA CHE NON HA MAI MANCATO DI AVVERTIRLI E DEL BENE CHE BISOGNAVA FARE E DEL MALE CHE BISOGNAVA EVITARE.

COSI» E» LA LORO COSCIENZA CHE LI ACCUSA NEL TRIBUNALE DI DIO,E» LEI CHE LORO DICE CONTINUAMENTE ALL» INFERNO: PERDITIO TUA EX TE,PERDITIO TUA EX TE.

ESSI NON SANNO CHE RISPONDERE E SONO SPINTI A CONFESSARE CHE HANNO MERITATO LA LORO SORTE. ORASE QUESTI INFEDELI NON HANNO SCUSE,CE NE SARANNO PER UN CATTOLICO ADULTO CHE HA AVUTO A DISPOSIZIONE TANTI SACRAMENTI,TANTI SERMONI,TANTI SOCCORSI?

COME SI PUO» OSARE DIRE: SE DIO DOVEVA DANNARMI PERCHE» MI HA MESSO AL MONDO? COME SI PUO» OSARE PARLARE COSIQUANDO DIO CI DONA TANTI SOCCORSI PER SALVARCI? SMETTIAMO DUNQUE DI FARE CONFUSIONE.

LA SORTE DEI CATTOLICI PECCATORI

RISPONDETE,VOI CHE SOFFRITE IN QUESTI ABISSI. CI SONO DEI CATTOLICI TRA DI VOI?

SI CE NE SONO! E QUANTI! QUALCUNO DI ESSI VENGA QUI.

IMPOSSIBILE,ESSI SONO TROPPO IN BASSO PER VENIRE,BISOGNEREBBE SCONVOLGERE TUTTOINFERNO!;E» PIU» FACILE FERMARE UNO DI QUELLI CHE VI CADONO.

IO MI RIVOLGO DUNQUE A TE CHE VIVI NELL» ABITUDINE DEL PECCATO MORTALE,NELL» ODIO,NEL FANGO DEL VIZIO IMPURO E CHE OGNI GIORNO TI AVVICINI ALL» INFERNO.

FERMATI.TORNA INDIETRO; E» GESU» CHE TI CHIAMA E CHEATTRAVERSO LE SUE PIAGHE,TI GRIDA:”FIGLIO MIO,SE TU TI DANNI,NON DEVI PRENDERTELA CHE CON TE:PERDITIO TUA EX TEALZA GLI OCCHI E VEDI QUANTE GRAZIE IO TI HO DONATO,PER ASSICURARTI LA SALVEZZA ETERNA.

IO POTEVO FARTI NASCERE IN UNA FORESTA DI UN LUOGO BARBARO;IOHO FATTO PER TANTI ALTRI,MA PER TE,IO TI HO FATTO NASCERE NELLA FEDE CATTOLICA; IO TI HO FATTO CRESCERE DA UN COSI» BUON PADRE,DA UNA MADRE ECCELLENTE,AL CENTRO DELLE ISTRUZIONI E DEGLI INSEGNAMENTI PIU» PURI; SE MALGRADO QUESTI TU TI DANNIDI CHI SARA» LA COLPA?

TUA FIGLIO MIO,TUA PERDITIO TUA EX TE.

IO POTEVO PRECIPITARTI ALL» INFERNO DOPO IL PRIMO PECCATO MORTALE CHE TU HAI FATTO,SENZA ATTENDERE IL SECONDO.

IOHO FATTO CON TANTI ALTRI MA HO PRESO PAZIENZA CON TE;HO ATTESO PER LUNGHI ANNI,IO TI ASPETTO ANCORA OGGI ALLA CONFESSIONE. SE MALGRADO TUTTO QUESTO TU TI DANNI,DI CHILA COLPATUA FIGLIO MIO,TUA:PERDITIO TUA EX TE.

TU SAI QUANTI SONO MORTI IN PECCATO SOTTO I TUOI OCCHI: ERA UN AVVERTIMENTO PER TE; TU SAI QUANTI ALTRI HO RIMESSO SULLA BUONA STRADA PER DARTIESEMPIO. TI RICORDI QUELLO CHE TI HA DETTO QUESTO ECCELLENTE CONFESSORE?SONO IO CHE GLIELO FACEVO DIRENON TI SPINGEVA A CAMBIARE VITA,A FARE UNA BUONA CONFESSIONE? SONO IO CHE GLIELO ISPIRAVO.

RICORDATI DI QUEL SERMONE CHE TI TOCCO» IL CUORE,ERO IO CHE TI CI HO CONDOTTO.E CHE COSASUCCESSO TRA ME E TE NEL SEGRETO DEL TUO CUORE, TU NON LO AVRAI SCORDATO.

QUELLE ISPIRAZIONI INTERIORI,QUELLE CONOSCENZE COSI» CHIARE,QUEI RIMORSI CONTINUI DELLA TUA COSCIENZA,TU OSERESTI NEGARLI?TUTTE QUELLE COSE ERANO AIUTI DELLA MIA GRAZIA PERCHE» IO TI VOLEVO SALVARE.IO LI HO RIFIUTATI A TANTI ALTRI E LI HO DATI A TE PERCHE» IO TI AMAVO TENERAMENTE.

FIGLIO MIO, FIGLIO MIO,QUANTI ALTRI, SE IO GLI PARLASSI TENERAMENTE COME FACCIO OGGI CON TE,TORNEREBBERO SULLA RETTA VIA! E TU,TU MI GIRI LE SPALLE.

ASCOLTA QUELLO CHE IO STO PER DIRTI,QUESTE SARANNO LE MIE ULTIME PAROLETU MI SEI COSTATO IL SANGUECOSI» MALGRADO QUESTO SANGUE CHE IO HO VERSATO PER TE,TU VUOI DANNARTI MALGRADO ME,TU TI DANNI PERCHE» TU VUOI DANNARTI:PERDITIO TUA EX TE

AH ! MIO BUON GESU»,LE PIETRE STESSE SI CREPANO A QUESTE COSI DOLCI PAROLE,A DELLE ESPRESSIONI COSI» TENERE. C’E» QUI QUALCUNO CHE VOGLIA DANNARSI CON TANTE GRAZIE E SOCCORSI? SE CE N’E» UNO CHE MI ASCOLTA, CHE RESISTA ANCORA SE PUO»!

SE VOI VOLETE,VOI VI SALVERETE

BARONIO RIPORTA CHE GIULIANOAPOSTATA,DOPO LA SUA INFAME APOSTASIA,CONSEGUI» UN ODIO COSI» VIVO CONTRO IL BATTESIMO CHE CERCAVA GIORNO E NOTTE IL MODO DI CANCELLARLO.

EGLI FECE PERCIO» PREPARARE UN BAGNO DI SANGUE DI CAPRE E SI MISE DENTRO,VOLENDO CON QUESTO SANGUE IMPURO DI UNA VITTIMA CONSACRATA A VENERE, CANCELLARE DALLA SUA ANIMA IL CARATTERE SACRO DEL BATTESIMO.

QUESTA CONDOTTA VI PARE ABOMINEVOLE: MA SE GIULIANO AVEVA POTUTO RIUSCIRE NEL SUO DISEGNO,E» CERTO CHE EGLI AVREBBE SOFFERTO MOLTO ALL» INFERNO.

PECCATORI, IL CONSIGLIO CHE IO VI DO,VI SEMBRERA» SENZA DUBBIO STRANO; E TUTTAVIA, A PRENDERLO BENE, E» AL CONTRARIO ISPIRATO DA UNA TENERA COMPASSIONE PER VOI.

IO VI SCONGIURO IN GINOCCHIO,PER IL SANGUE DI GESU CRISTO E PER IL CUORE DI MARIA,DI CAMBIARE VITA,DI RIMETTERVI NELLA VIA CHE CONDUCE AL CIELO,E DI FARE TUTTO QUELLO CHE POTETE PER APPARTENERE AL PICCOLO GRUPPO DEGLI ELETTI.

SE AL POSTO DI QUESTO,VOI VOLETE CONTINUARE A CAMMINARE NELLA VIA CHE CONDUCE ALL» INFERNO, TROVERETE CERTAMENTE IL MODO DI CANCELLARE IN VOI IL BATTESIMO.

SCIAGURA A VOI,SE VOI TRASCINERETE ALL» INFERNO, GRAVATO NEL VOSTRO ANIMO,IL SACRO NOME DI GESU CRISTO E IL CARATTERE SACRO DEL CRISTIANO.

LA VOSTRA CONFUSIONE SARA» ANCORA PIU» GRANDE.

FATE DUNQUE QUELLO CHE IO VI CONSIGLIO:SE VOI NON VOLETE CONVERTIRVI, ANDATE OGGI A PREGARE IL VOSTRO CURATO DI CANCELLARE IL VOSTRO NOME DAL REGISTRO DEI BATTESIMI,AFFINCHE» NON RIMANGA PIU» NESSUN RICORDO CHE VOI SIATE STATI MAI CRISTIANI,SUPPLICATE IL VOSTRO ANGELO CUSTODE DI CANCELLARE DAL SUO LIBRO LE GRAZIE,LE ISPIRAZIONI E I SOCCORSI CHE VI HA DONATO PER ORDINE DI DIO,PERCHE» SCIAGURA A VOI SE EGLI SE LI RICORDA!

DITE A NOSTRO SIGNORE CHE SI RIPRENDA LA SUA FEDE,IL SUO BATTESIMO,I SUOI SACRAMENTI.

VOI SIETE PIENI DI ORRORE A QUESTO PENSIERO.

GETTATEVI DUNQUE AI PIEDI DI GESU» CRISTO E DITEGLI CON LE LACRIME AGLI OCCHI E CON CUORE CONTRITO:” SIGNORE IO CONFESSO CHE FINO A QUI IO NON HO VISSUTO DA CRISTIANO,IO NON SONO DEGNO DI ESSERE CONTATO TRA I VOSTRI ELETTI,IO RICONOSCO CHE HO MERITATO LA DANNAZIONE, MA LA VOSTRA MISERICORDIAGRANDE: CONFIDANDO PIENAMENTE NELLA VOSTRA GRAZIA,IO VI DICO CHE VOGLIO SALVARE LA MIA ANIMADEBBA IO SACRIFICARE LA MIA FORTUNA,IL MIO ONORE,LA MIA STESSA VITA,PURCHE» IO MI SALVI.!

SE FINO A QUI IO SONO STATO INFEDELE,IO CI HO RIPENSATO,IO DEPLORO,IO DETESTO LA MIA INFEDELTA»,IO VI DOMANDO UMILMENTE PERDONO.

PERDONATEMI,MIO BUON GESU»,E FORTIFICATEMI ALLO STESSO TEMPO AFFINCHE» IO MI SALVI.

IO NON VI DOMANDO NE» LE RICCHEZZE,NE» GLI ONORI,NE» LA PROSPERITA»; IO DOMANDO SOLO UNA COSA ,SALVARE LA MIA ANIMA.

O LACRIME BENEDETTE,O BEATI SOSPIRI!

IO VOGLIO,FRATELLI MIEI,RIMANDARVI TUTTI CONSOLATI. SE DUNQUE VOI MI. DOMANDATE IL MIO PENSIERO SUL NUMERO DEGLI ELETTI,ECCOLO:

CHE CI SONO POCHI ELETTI,IO DICO CHE COLUI CHE VUOLE SALVARSI SI SALVA,E CHE NESSUNO SI PERDE SE NON SI VUOLE PERDERE.

E SEVERO CHE CE NE SONO POCHI CHE SI SALVANO, E PERCHE» CE NE SONO POCHI CHE VIVONO RETTAMENTE.

PER IL RESTO,COMPARATE QUESTE DUE OPINIONI:

LA PRIMA,CHE DICE CHE IL MAGGIOR NUMERO DEI CATTOLICIDANNATO; LA SECONDA,CHE PRETENDE AL CONTRARIO CHE LA MAGGIOR PARTE DEI CATTOLICI SONO SALVATI;IMMAGINATEVI CHE UN ANGELO INVIATO DA DIO PER CONFERMARE LA PRIMA OPINIONE,VI VENISSE A DIRE CHE NON SOLAMENTE LA MAGGIOR PARTE DEI CATTOLICI SONO DANNATI MA CHE DI TUTTA QUESTA FOLLA QUI PRESENTE UNO SOLO SARA» SALVATO.

SE VOI AVESTE OBBEDITO AI COMANDAMENTI DI DIO,SE VOI DETESTASTE LA CORRUZIONE DI QUESTO SECOLO,SE VOI ABBRACCIASTE CON UNO SPIRITO DI PENITENZA LA CROCE DI GESU» CRISTO,VOI SARESTE QUESTO SOLO CHE SI SALVERA».

IMMAGINATEVI IN SEGUITO CHE QUESTO ANGELO TORNASSE TRA DI VOI,E CHE PER CONFERMARVI LA SECONDA OPINIONE,EGLI VI DICESSE CHE NON SOLAMENTE LA MAGGIOR PARTE DEI CATTOLICI SONO SALVATI MA CHE DI TUTTO QUESTO AUDITORIO UNA SOLA PERSONA SARA» DANNATA E TUTTI GLI ALTRI SARANNO SALVI.

SE VOI CONTINUATE DOPO QUESTO LE VOSTRE USURE,LE VOSTRE VENDETTE,LE VOSTRE AZIONI CRIMINALI,LE VOSTRE IMPURITA» VOI SARETE QUELLA SOLA PERSONA CHE SI DANNERA».

A CHE COSA SERVE DUNQUE SAPERE SE CE NE SONO POCHI O MOLTI CHE SI SALVANO?

CERCATE DI RENDERE LA VOSTRA ELEZIONE CERTA ATTRAVERSO LE VOSTRE BUONE OPERECI DICE SAN PIETROSE LO VOLETE,VOI VI SALVERETE”,DICE SAN TOMMASOAQUINO A SUA SORELLA,CHE GLI DOMANDAVA CHE COSA DOVEVA FARE PER ANDARE IN CIELO. IO VI DICO LA STESSA COSA: ED ECCO COME IO PROVO LA MIA ASSERZIONE.

NESSUNO SI DANNA SE NONIN PECCATO MORTALE,E» QUESTIONE DI FEDE; NESSUNO PECCA MORTALMENTE SE NON LO VUOLE, ECCO QUA UNA DELLE PROPOSIZIONI TEOLOGICHE INCONTESTABILI. DUNQUE NESSUNO VA ALL» INFERNO SE NON LO VUOLELA CONSEGUENZAEVIDENTE.

QUELLA NON BASTA PER CONSOLARVI? PIANGETE I PECCATI PASSATI,CONFESSATEVI BENE,NON PECCATE PIU» IN FUTURO,E VOI SARETE TUTTI SALVATI.

PERCHE» DUNQUE TORMENTARSI TANTO,POICHE» E» CERTO CHE PER ANDARE ALL» INFERNO BISOGNA PECCARE MORTALMENTE,CHE PER PECCARE MORTALMENTE BISOGNA VOLERLO,E CHE DI CONSEGUENZA SI VA ALL» INFERNO SE LO SI VUOLE? QUESTA NONUN» OPINIONE,MA UNA VERITA» INCONTESTABILE E CONSOLANTE; CHE DIO VE LA FACCIA COMPRENDERE E VI BENEDICA AMEN


A proposito dei molti che si dannano c’è un fatto che si verificò durante la predicazione del beato A. Baldinucci gesuita. Si era in agosto, tempo nel quale non sogliono 
cadere foglie dagli alberi . Il beato Baldinucci stava facendo davanti ad un folto gruppo di persone una predica durante una missione . Ad un tratto, evidentemente illuminato da Dio, il gesuita disse : “Volete sapere quante sono le persone che vanno all’inferno ? Ebbene sono quante le foglie che cadono da questo albero.” Dette quelle parole, per un prodigio misterioso praticamente tutte o quasi le foglie dell’albero caddero a terra …. Udite quelle parole e visto quanto accadeva, la gente rimase grandemente impressionata e vari si convertirono ….

Ecco il frutto che deve produrre in noi quanto ho detto finora: la conversione ….la liberazione dal lassismo e da qualsiasi deviazione nel campo della teologia e in particolare della teologia morale, l’impegno forte ad entrare tra gli eletti. Dio vuole salvi tutti e dunque se noi viviamo secondo i suoi comandamenti, se frequentiamo i sacramenti, Dio vuole salvarci e ci salva.



S. Veronica Giuliani

Nel suo “Diario” edito dal Monastero delle Cappuccine , Città di Castello 1974 l. IV p. 281 è scritto

“Maria SS.ma mi disse …..”Figlia ti faccio sapere che giornalmente si offende Dio; diluviano le anime all’inferno …. Facevano festa (i demoni) perché arrivavano eserciti di anime.”

Alla pagina 354 del medesimo testo

“Ella (la s. Vergine Maria) mi ha detto ….Figlia …ad ogni momento precipitano migliaia di anime nell’inferno”

Alla p. 358 dello stesso testo è scritto

“Figlia sappi che ora nel mondo è venuto un vivere , che pochi si salveranno”


Beata Alexandrina da Costa

« Mia figlia, la sofferenza è la chiave del cielo. Ho tanto sofferto per aprire il cielo all’umanità; ma per molti, inutilmente. Dicono: «Voglio godere; son venuto al mondo soltanto per godere». Dicono: «Non esiste l’inferno». Io sono morto per loro e dicono che non me l’avevano chiesto, e contro di me scagliano eresie e bestemmie. Per salvarli io scelgo delle anime e metto sulle loro spalle la croce e mi assoggetto ad aiutarle. Felice l’anima che comprende il valore della sofferenza! La mia croce è soave se portata per amor mio ».

Affermazioni della Madonna e dei veggenti di Fatima .

– Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’inferno, perché non c’è chi si sacrifica e prega per loro. (Apparizione dell’agosto 1917

 E i veggenti di Fatima hanno confermato che molti si dannano infatti  nella “Storia di Fatima scritta da Lucia” si afferma 

“In pochi minuti i nostri rifornimenti erano distribuiti al gregge. E così passammo la giornata a digiuno, proprio come i più austeri certosini. Gia­cinta stava ancora seduta sulla roccia, con l’aria pensierosa e domandò

– Quella Signora ha detto anche che molte anime andavano all’inferno! Che cos’è l’inferno?

– una buca piena di animali e con un fuoco grande grande (così me lo spiegava mia madre) e ci va chi fa i peccati e non si confessa; e il fuoco brucia sempre sempre.

– E non si esce mai di là?

– No.

– E dopo tanti, ma tanti anni?

– No, l’inferno non finisce mai.

– E il cielo nemmeno?

– Chi va in cielo non esce più di lassù.

– E neanche quelli che vanno all’inferno?!

– Non capisci che sono eterni, che non finiscono mai!

Facemmo allora per la prima volta la meditazione sull’inferno e sull’eter­nità. La cosa che più impressionò Giacinta fu l’eternità. Anche durante i giochi, ogni tanto domandava: “Ma senti! Allora, dopo tanti, tanti anni, l’in­ferno non sarà ancora finito?”. E altre volte: “Quella gente che c’è li a bruciare, non muore? E non diventano cenere? E se noi preghiamo molto per i peccatori, nostro Signore li libererà di li? E anche con i sacrifici? Poverini! Dobbiamo pregare e fare molti sacrifici per loro!». Dopo aggiungeva: “Come era buona quella Signora? Subito ci ha promesso di portarci in cielo”



(Giacinta )Ogni tanto chiamava me o il fratello, come se si svegliasse dal sonno: «Francesco! Francesco! Non state a pregare con me? Bisogna pregare molto per liberare le anime dall’inferno. Tante vanno laggiù, tante!».



Parole della beata Giacinta. Le fu domandato “- Giacinta! A che cosa stai pensando?” Rispose:
“ Alla guerra che deve venire. Morirà tanta gente! E quasi tutti vanno all’inferno!”

Un ulteriore testo su questo tema lo traggo dall’Osservatore Romano del 72-1954(edizione settimanale).


P. Riccardo Lombardi parla di una intervista a lui concessa da suor Lucia dos Santos una delle veggenti di Fatima.


«Le domandai «Mi dica se «Mondo migliore» è la risposta della Chiesa alle parole della  Vergine da lei udite» Mi rispose «Padre certamente c’è bisogno di questo grande rinnovamento. Se non si fa , constatando lo svolgimento attuale dell’umanità, solo una limitata parte del genere umano si salverà» .……
Riprese p. Lombardi «Lei crede veramente che molti vadano all’inferno? Io spero che Dio ne salvi molti” (non per nulla un mio libro ha per titolo «La salvezza di chi non ha fede»).
Rispose suor Lucia «Padre, si dannano molti»
Riprese p. Lombardi » Si, il mondo è una sentina di vizi . Ma c’è sempre una speranza di salvezza.» Rispose suor Lucia » No , Padre, molti , molti si perderanno»….”

Il p. Lombardi conclude l’articolo dicendo testualmente: «Quelle parole (di suor Lucia) mi scossero .»


È eretico non credere all’esistenza dell’inferno. 

Dai testi riportati all’inizio di questo lavoro, testi magisteriali di altissimo livello, appare evidente che chi non crede alla esistenza dell’inferno è eretico. Come si è potuto vedere sopra la Chiesa si è impegnata ad un livello altissimo per affermare che chi muore in peccato mortale è punito con i diavoli nell’inferno

Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS 1002 in cui tra l’altro si afferma; “Noi inoltre definiamo che, secondo la generale disposizione di Dio, le anime di coloro che muoiono in peccato mortale attuale, subito dopo la loro morte discendono all’inferno dove sono tormentate con supplizi infernali e che non di meno nel giorno del giudizio tutti gli uomini compariranno davanti al tribunale di Cristo con i loro corpi, per rendere conto delle loro azioni affinché ciascuno riporti le conseguenze di quanto ha operato con il corpo, sia il bene che il male”

È evidente che una tale definizione di fede afferma necessariamente e dogmaticamente l’esistenza dell’inferno. A ulteriore conferma di quanto abbiamo appena detto riportiamo quanto si afferma nel motu proprio di Giovanni Paolo II “Ad tuendam fidem”

“A) Il can. 750 del Codice di Diritto Canonico d’ora in poi avrà due paragrafi, il primo dei quali consisterà del testo del canone vigente e il secondo presenterà un testo nuovo, cosicché nell’insieme il can. 750 suonerà:

Can. 750 — § 1. Per fede divina e cattolica sono da credere tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio scritta o tramandata, vale a dire nell’unico deposito della fede affidato alla Chiesa, e che insieme sono proposte come divinamente rivelate, sia dal magistero solenne della Chiesa, sia dal suo magistero ordinario e universale, ossia quello che è manifestato dalla comune adesione dei fedeli sotto la guida del sacro magistero; di conseguenza tutti sono tenuti a evitare qualsiasi dottrina ad esse contraria.”

.…

il canone 751 afferma che sono eretici coloro che negano ostinatamente una verità da tenere per fede divina e cattolica o ostinatamente dubitano su di essa.

Il canone 1364 afferma che per tale peccato è prevista la scomunica latae sententiae.

Nella «Nota illustrativa della professio fidei» si dice riguardo alle verità del canone 750 comma 1 più sopra indicato

5. Con la formula del primo comma: «Credo pure con ferma fede tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio scritta o trasmessa e che la Chiesa, sia con giudizio solenne sia con magistero ordinario e universale, propone a credere come divinamente rivelato», si vuole affermare che l’oggetto insegnato è costituito da tutte quelle dottrine di fede divina e cattolica che la Chiesa propone come divinamente e formalmente rivelate e, come tali, irreformabili (11).

Tali dottrine sono contenute nella parola di Dio scritta o trasmessa e vengono definite con un giudizio solenne come verità divinamente rivelate o dal Romano Pontefice quando parla «ex cathedra» o dal Collegio dei Vescovi radunato in concilio, oppure vengono infallibilmente proposte a credere dal magistero ordinario e universale.

Queste dottrine comportano da parte di tutti i fedeli l’assenso di fede teologale. Per tale ragione chi ostinatamente le mettesse in dubbio o le dovesse negare, cadrebbe nella censura di eresia, come indicato dai rispettivi canoni dei Codici canonici.

.……

11. Esemplificazioni. Senza alcuna intenzione di esaustività o completezza, si possono ricordare, a scopo meramente indicativo, alcuni esempi di dottrine relative ai tre commi sopra esposti(Cfr. Codice di Diritto Canonico, cann. 752; 1371; Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, cann. 599,1436, §2.). Alle verità del primo comma appartengono gli articoli di fede del Credo, i diversi dogmi cristologici( Cfr. DS 301302.) e mariani (Cfr. DS 2803; 3903); la dottrina dell’istituzione dei sacramenti da parte di Cristo e la loro efficacia quanto alla grazia (Cfr. DS 1601; 1606.); la dottrina della presenza reale e sostanziale di Cristo nell’Eucaristia (Cfr. DS 1636) e la natura sacrificale della celebrazione eucaristica((Cfr. DS 1740; 1743.)); la fondazione della Chiesa per volontà di Cristo(Cfr. DS 3050.); la dottrina sul primato e sull’infallibilità del Romano Pontefice(Cfr. DS 30593075.); la dottrina sull’esistenza del peccato originale (Cfr. DS 15101515.); la dottrina sull’immortalità dell’anima spirituale e sulla retribuzione immediata dopo la morte ( Cfr. DS 10001002 : Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS 1002 in cui tra l’altro si afferma; “Noi inoltre definiamo che, secondo la generale disposizione di Dio, le anime di coloro che muoiono in peccato mortale attuale, subito

dopo la loro morte discendono all’inferno dove sono tormentate con supplizi infernali e che non di meno nel giorno del giudizio tutti gli uomini compariranno davanti al tribunale di Cristo con i loro corpi, per rendere conto delle loro azioni affinché ciascuno riporti le conseguenze di quanto ha operato con il corpo, sia il bene che il male “)

DUNQUE risulta ulteriormente confermato che NEGARE OSTINATAMENTE LA (O DUBITARE OSTINATAMENTE SULLA) ESISTENZA DELLINFERNO NEL QUALE SONO PUNITI I DEMONI E I DANNATIERESIA CHE SI OPPONE, COME VISTO, A UNA VERITA» DI FEDE DIVINA E CATTOLICA sulla base del canone 750 1° comma ; L’ERETICO INCORRE NELLA SCOMUNICA latae sententiae SECONDO IL CANONE 1364.



Conclusione


Carissimo fratello, carissima sorella che hai letto questo testo, il Signore apra il tuo cuore alle verità che hai udito, ti liberi da ogni peccato e ti faccia suo apostolo nel mondo di oggi che, purtroppo, giustifica e conferma, in certo modo, quella terribile frase del Vangelo “Larga è la strada della perdizione e molti la percorrono. Quanto difficile la strada e angusta la porta che conduce alla vita e pochi la trovano” ….. Sii dunque tu un grande apostolo di Cristo Signore per strappare molti dalla strada che porta all’inferno e per condurli alla Vita che è lo stesso Gesù Cristo Signore. Concludo riproponendo due testi che sintetizzano nel modo forse più perfetto il frutto che vuole realizzare questo libretto.


“Stretta è la porta e difficile è la via che conduce alla vita e sono pochi quelli che la trovano. Considerati fatto dei pochi eletti e non ti raffreddare per l’esempio e la tiepidezza della moltitudine; ma vivi come pochi per poter meritare di essere trovato nel regno di Dio. Molti infatti sono chiamati, pochi scelti e piccolo è il gregge , al quale è piaciuto al Padre dare l’eredità” (S. Giovanni Cassiano “Sugli istituti dei cenobi” l.IV cap. 38 )



– Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’inferno, perché non c’è chi si sacrifica e prega per loro. (Maria SS.ma ai piccoli veggenti di Fatima)

 N. B. Mi scuso per eventuali errori e per la differenza tra i caratteri … ma ritengo che il testo debba essere pubblicato urgentemente per la sua grande importanza. Buona lettura. 

Pubblicato in I Novissimi
Mercoledì, 29 Gennaio 2014 00:22

Santa Perpetua e il Purgatorio

 

Santa Perpetua Martire  subì il martirio a Cartagine nel 203, durante la persecuzione di Settimo Severo. Da questa madre e martire veniamo a conoscenza della fede dei primi cristiani nel Purgatorio e del valore della preghiera per i defunti.
     Perpetua, che aveva ventidue anni, venne imprigionata insieme con Felicita, Revocato, Saturo e Saturnino. Nell’attesa di venire uccisa in odio alla fede.
Era, una signora di alto lignaggio le altre quattro persone — Felicita, Revocato, Saturo e Saturnino erano tutti soltanto catecumeni, ricevettero tuttavia il battesimo prima dell’esecuzione mentre erano in carcere. Perpetua finemente educata assai venerata, aveva papà, mamma, due fratelli e il suo bambino lattante. Essa stessa racconta nel capitolo 3 al 10 degli indubbi Atti dei martiri tutta la storia del suo martirio.

Perpetua fece un racconto di quanto le accaddeva in carcere:

«Pochi giorni dopo la sentenza della nostra condanna a morte, mentre tutti stavano pregando, improvvisamente nel bel mezzo della preghiera mi uscì un grido ed io chiamai: Dinocrate . Restai sorpresa perchè io non lo avevo nominato prima, ma solo in questo istante, e pensai piena di tristezza alla sua sorte. Compresi anche che dovevo pregare per lui e subito incominciai a pregare e supplicare il Signore per lui. Io vedevo Dinocrate uscir fuori da un luogo buio – durante la notte in visione – dove c’erano tante persone aride e assetate con i vestiti sporchi e pallidissimi, con una ferita sul volto, come egli aveva quando morì. Dinocrate era un mio fratello, che morì a sette anni sfinito da un cancro al volto, per cui la sua morte fu uno spavento per tutti. Io avevo pregato per questo mio fratello defunto, e fra me e lui c’era un grande spazio cosicchè non ci potevamo incontrare. Lontano dal luogo dove si trovava Dinocrate, c’era un bacino pieno di acqua, il cui orlo però era molto più alto di dove poteva arrivare lui, ed egli cercava di allungarsi come se cercasse di bere. Io ero triste, perchè quel bacino era pieno di acqua, ma lui a causa dell’altezza di questo bacino non poteva bere. In quel momento mi svegliai e sentii dentro di me che mio fratello soffriva; io però sentivo che potevo venirgli incontro durante i giorni che noi saremmo rimasti in carcere; perchè ai giochi avremmo dovuto combattere contro le fiere; era infatti allora il compleanno dell’Imperatore Geta. Ed io pregai notte e giorno con sospiri e lacrime perchè egli mi venisse donato.» Nel giorno in cui noi rimanemmo legati, in carcere, ebbi poi la seguente visione: «Vidi il luogo visto prima, e que– sta volta Dinocrate con il corpo lavato, ben vestito, che si divertiva; dove c’era stata la ferita vidi una cicatrice, e l’orlo di quel bacino era più basso e arrivava ora solo fino all’ombelico del fanciullo, egli attingeva senza posa da quel bacino. Sopra l’orlo c’era anche una coppa d’oro piena di acqua; Dinocrate si avvicinò e incominciò a bere dalla coppa d’oro, e questa non si svuotava; dopo che egli ebbe bevuto abbastanza di quell’acqua prese a giocare tutto contento come fanno i bambini. In quel momento mi svegliai e compresi che Dinocrate era stato liberato dalla sua pena».


 APPROFONDIMENTO

L’autenticità dei racconti di Perpetua e di Saturo

In tutta la letteratura agiografica, non ci sono molti testi ricchi di tanta freschezza e spontaneità quanta ne mostrano le parti narrative della Passione di Perpetua e Felicita. Pertanto la questione dell’autenticità dell’opera non si è mai posta per i primi editori, e se il demone dell’ipercritica ha talora tentato qualche commentatore, come Ed. Schwartz, si è in genere riconosciuto nella Passione un documento storico di prim’ordine, una testimonianza straordinariamente viva del vigore e del clima spirituale della giovane Chiesa africana tra il II e il III secolo. Citiamo un eccellente conoscitore dell’opera, H. Delehaye: «In tutte le sue parti, il racconto è particolarmente avvincente. L’assenza di ricercatezza, la vivacità delle impressioni, la chiarezza dell’esposizione, il calore del sentimento, tutto vi contribuisce ad affascinare il lettore, e non c’è bisogno di altra prova per dimostrare il valore e la sincerità di un testimone».



La testimonianza è anzitutto autobiografica. Il racconto di Perpetua è un diario dal carcere nel quale, in uno stile semplice, senza alcun artificio retorico, la giovane donna parla dapprima delle sue difficoltà e delle sue angosce. Difficoltà morali e familiari, in primo luogo: la tortura iniziale subita da Perpetua è la separazione radicale da tutti i suoi mentre ella è ancora catecumena — separazione della quale, per di più, suo padre la considera colpevole -, e più ancora forse la collera che, in un primo tempo, nutre contro di lei il padre, rimasto l’unico pagano della famiglia «Allora mio padre, infuriato per questa parola, si gettò su di me per cavarmi gli occhi», prima di assumere un atteggiamento supplichevole e accorato che non è per Perpetua la minore prova morale «Mi diceva queste parole, che venivano davvero dal suo affetto di padre, baciandomi le mani e gettandosi ai miei piedi, e tra le lacrime non mi chiamava più figlia, ma padrona».
E poiché il padre, in un ultimo tentativo di salvarla contro la sua volontà, era salito sul palco dove il procuratore la interrogava, ella ebbe il dolore di vederlo espulso brutalmente e percosso con una verga «Provai dolore per ciò che era capitato a mio padre come se io stessa fossi stata percossa: tale fu il dolore che provai per la sua infelice vecchiaia». La vita dei martiri nella prigione è ricordata e descritta in modo veramente efficace. Poco dopo l’arresto, i catecumeni, ben presto battezzati, sono chiusi in carcere a Cartagine, in una segreta buia e oppressa da un calore soffocante (in quell’estate dell’anno 202 la cui canicola è resa ancor più pesante dall’ammassarsi dei prigionieri), sorvegliata da carcerieri che estorcono ai martiri i loro pochi denari. Fortunatamente, due diaconi di Cartagine, Terzio e Pomponio, si adoperano per alleviare un poco la loro sorte. Perpetua, dal canto suo, è «torturata dall’inquietudine» per il suo bambino, che deperisce e che ella allatta come può; ella lo affida alla propria famiglia, poi ottiene il permesso di tenerlo con sé in prigione, e ciò la rasserena immediatamente: «Fui liberata dalla mia pena e dall’inquietudine per il bambino, e di colpo il carcere divenne per me una dimora principesca, tanto che preferivo trovarmi là che in qualsiasi altro luogo».




Le visioni di Perpetua


     Fin da quel momento, Perpetua si trova in una disposizione d’animo propizia alle visioni. Uno dei suoi fratelli, anch’egli cristiano, intuì questa ricettività spirituale, tanto che fu all’origine della prima apparizione: «Allora mio fratello mi disse: «Sorella venerata, grandi sono ormai i tuoi meriti, tanto che puoi chiedere la grazia di una visione e che ti sia rivelato se tu sia destinata al martirio o alla liberazione» . Per desiderio del fratello, dunque, Perpetua prega e riceve quella che, delle sue quattro visioni, è la più luminosa, la più ricca di immagini e simboli che si sono nutriti della più antica tradizione dell’iconografia cristiana e l “hanno alimentata a loro volta. Se infatti non c’è motivo, come abbiamo visto, di considerare questi testi come una finzione di cui sarebbe autore il redattore anonimo della Passione, ciò non toglie che essi siano pervasi da tutta una cultura biblica assimilata attraverso la lettura liturgica e la lettura personale. I
n tale cultura trovava posto la letteratura apocalittica, e al suo interno il libro del Pastore di Erma, anteriore di qualche decennio al martirio delle sante cartaginesi. Non molto apprezzato da Tertulliano, che da montanista qual era lo giudicava «lassista», lui stesso però ci dice che quest’opera era allora letta negli ambienti cristiani della capitale africana.

     Il carisrna concesso a Perpetua pochi giorni prima della sua passione ha attinto più o meno coscientemente a questo sostrato, del quale si vedono impiegati gli archetipi immaginari: la scala che tocca con la sommità il cielo e ai piedi della quale è in agguato un dragone «di straordinaria grandezza», la figura del Buon Pastore. Ma la visione della giovane cartaginese aggiunge dei particolari al referente in questione e lo arricchisce: i montanti della scala sono irti di strumenti di ferro taglienti che accrescono le difficoltà e il pericolo dell’ascesa; il Buon Pastore amministra la comunione a Perpetua in un modo molto singolare, nella forma di un boccone di formaggio (o di latte cagliato) la cui dolcezza, nella bocca della giovane, sopravvive alla visione: probabilmente a torto si è creduto talora di potere scoprire un elemento (montanista in questo sacramento, vedendovi un rapporto con gli artotyrites di cui parla sant’Epifanio, una setta imparentata per le sue origini al montanismo, che aveva istituito una pseudo-eucarestia con pane e formaggio (in greco: artos tyròs), ma molto più tardi, nella seconda metà del IV secolo, e in Asia Minore.

      Di carattere completamente differente sono la seconda e la terza visione di Perpetua, che costituiscono in realtà una duplice visione concernente suo fratello Dinocrate e che presentano un tono molto personale, tanto che qualcuno si è arrischiato a darne un “interpretazione psicanalitica. Una notte, il giovane fratello morto all’età di 7 anni per un cancro al viso appare a Perpetua con la ferita aperta, pallido e assetato, vicino a una vasca colma d’acqua, il cui bordo è però troppo alto perché il fanciullo possa bervi. Perpetua prega giorno e notte con lacrime e gemiti perché gli sia concessa la salvezza. Pochi giorni dopo, un’altra visione le mostra, nel medesimo luogo, Dinocrate in buona salute, con la ferita cicatrizzata, risollevato (Passione: refrigerans); il bordo della vasca si era abbassato e il fanciullo, pieno di gioia, vi attingeva senza posa, giocando come fanno molti suoi coetanei: «Allora compresi, aggiunge Perpetua, che era stato liberato dalla pena». Il significato allegorico di questi due sogni è evidente: la vasca, quella piscina dal bordo in un primo momento troppo alto, è il simbolo della beatitudine eterna nell’aldilà (refrigerium), alla quale il povero Dinocrate non può accedere subito — forse perché non era stato battezzato ?
Il testo non lo precisa -. Compaiono in questo episodio sia la credenza del limbo sia quella nell’efficacia dell’intercessione dei vivi. I teologi non dovevano tardare, in particolare in ambiente pelagiano, ad appropriarsi del caso di Dinocrate per affermare che i bambini morti senza battesimo potevano aver accesso al regno dei cieli, il che provocò una ferma reazione da parte di sant» Agostino. L’ultima visione di Perpetua ci introduce nel luogo in cui avverrà il martirio suo e dei compagni, vale a dire nell’anfiteatro di Cartagine. Non è tuttavia il suo martirio che ella vede in sogno, bensì una scena «agonistica» apparentemente misteriosa, sulla vera natura della quale è stata fatta luce solamente in tempi molto recenti.

     Il diacono Pomponio, una figura certamente familiare a Perpetua, viene a cercarla per condurla nell’anfiteatro; l’abito bianco e le calzature ricamate che egli indossa nel sogno lo trasformano in un altro personaggio, in un dignitario dei giochi di epoca imperiale, l’eisagogòs, che introduceva solennemente i concorrenti nell’arena. Qui si tratta di un combattimento che oppone Perpetua a un Egiziano — una figura simbolicamente demoniaca -, ma non è un combattimento di gladiatori, come si è spesso creduto. Mentre i due concorrenti si preparano, sopraggiunge un uomo «di statura straordinaria», riccamente abbigliato con una veste di porpora, con calzature ricamate d’oro e d’argento: si deve riconoscere in lui un agonoteta, vestito come i dignitari che presiedevano i grandi agoni greci nell’esercizio della loro carica. Questo personaggio tiene in mano la bacchetta dell’arbitro e soprattutto un ramo verde con pomi d’oro. A Perpetua che trionfa sull’egiziano egli consegnerà il ramo della vittoria con i suoi pomi, nient’altro che la ricompensa tradizionalmente assegnata al vincitore della lotta — o più precisamente del pancrazio — nelle gare dei Pythia, gare che, a quanto ci dice Tertulliano (Scorpiace, 6), furono organizzate per la prima volta a Cartagine all’inizio del III secolo. Dunque i ricordi ancora ben vivi di un combattimento (ag6n) reale hanno arricchito la visione di Perpetua — visione che essi dimostrano sicuramente autentica — con alcuni personaggi trasfigurati dalla trasposizione allegorica: il diacono– eisagogòs, il pancraziaste egiziano demoniaco (e si sa che effettivamente gli Egiziani erano specializzati nella lotta e nel pugilato), infine il Cristo-agonoteta che dà a Perpetua la certezza della vittoria, non sulle fiere ma sul diavolo, nel combattimento che ella deve ancora affrontare realmente nell’anfiteatro.

Il martirio di Perpetua, Felicita e Saturo

     Nell’episodio finale del martirio ritroviamo Felicita, la cui figura peraltro è messa in ombra da quella di Perpetua e anche da quella di Saturo, il catechista le cui visioni profetiche danno alla Passione il suo pieno significato. Felicita era incinta, e secondo il testo molto afflitta al pensiero che il suo martirio potesse essere rinviato a causa della gravidanza, giacché la legge proibiva l’esecuzione capitale delle donne incinte. Due giorni prima dei giochi, quand’ella era ormai all’ottavo mese di gravidanza, i suoi compagni di carcere si unirono in una preghiera che fu immediatamente seguita dalle prime doglie; e così, dice la Passione, Felicita «mise al mondo una bambina, che una sorella nella fede allevò come fosse sua figlia». ! Quest’ultima parte del testo è preziosa sotto vari aspetti, tanto per le informazioni che fornisce sopra molti particolari istituzionali che riguardano i giochi e i loro preliminari, che per la luce ch’essa getta sull’atteggiamento morale dei martiri, sui loro rapporti con i carcerieri, sui momenti di angoscia attraversati pur nel fervore religioso. Si è osservato, spesso con stupore, che i martiri conversano con i loro guardiani e che essi alternano le concessioni al rigore.

Di tale ambiguo dialogo tra la vittima e il suo carnefice, abbiamo qui una delle prime e più complete testimonianze. Per esempio il capocarceriere, il tribuno, generalmente duro con i prigionieri, dopo una battuta ironica di Perpetua concede loro di trasformare l’ultimo pasto, il «pasto libero», in agape aperta ai parenti e agli amici, e anche a un gruppo di curiosi che Saturo apostrofa e tra i quali attua delle conversioni. La mattina del 7 marzo 203, infine, tutti lasciano il carcere per entrare nell’arena: in questo glorioso corteo, il redattore ha posto in risalto la figura di Perpetua, la «sposa di Cristo», la «prediletta di Dio» (matrona Christi, Dei delicata), e quella di Felicita, «gioiosa di aver partorito senza danno, cosi da poter combattere contro le fiere, passando dal sangue al sangue, dalla levatrice al reziario, pronta a ricevere, dopo il parto, il bagno di un secondo battesimo». Il Signore, dice il testo, concesse a ciascuno il genere di morte che aveva desiderato. Saturo, che non temeva nulla più dell’orso, ricevette il battesimo del sangue dal dente del leopardo. Egli che, nella prima visione di Perpetua, l’aveva preceduta sulla scala, fu anche il primo a ricevere il colpo di grazia. Il racconto si conclude con l’immagine di santa Perpetua che guida lei stessa contro la propria gola la mano incerta del gladiatore inesperto che era preposto alla iugulatio: una donna siffatta non sarebbe potuta morire, se ella stessa non avesse voluto.

La prima visione di Perpetua

     Chiesi la grazia ed ebbi questa visione. Vidi una scala di bronzo di mirabile altezza, che giungeva fino al cielo; ma era stretta e si poteva salire solo uno per volta. Sui lati della scala era fissato ogni genere di strumenti di ferro: c’erano spade, lance, arpioni, lunghi coltelli, spiedi, per modo che se uno saliva incautamente o trascurava di tenere lo sguardo verso l’alto, finiva dilaniato e le sue carni restavano impigliate nei ferri. Ai piedi della scala giaceva un serpente di mirabile grandezza che aspettava al varco chiunque si avvicinava per spaventarlo ed impedirgli l’ascesa. Prima di me salì Saturo (egli si era consegnato spontaneamente per amor nostro: era lui che ci aveva istruito nella fede, ma, al momento dell’arresto, non era stato presente).

Giunto in cima alla scala, si girò e mi disse: «Perpetua, ti aspetto. Ma bada che il serpente non ti morda». Gli risposi: «Non mi farà nulla, in nome di Gesù Cristo». Il serpente infatti, al fondo della scala, levò il capo assai lentamente, quasi avesse paura di me. Io allora, calcando il suo capo come primo gradino della scala compii l’ascesa. E vidi un immenso giardino, e, assiso nel mezzo, un uomo dalla testa bianca, vestito da pastore, di grande statura, che mungeva delle pecore; e, tutt’intorno. molte migliaia di persone bianco vestite. Levò il capo, mi vide e mi disse: «Benvenuta, figlia [nel testo latino, troviamo la parola greca: teknon]. Poi mi chiamò per nome e mi offri un boccone del formaggio che mungeva. Io lo presi a mani giunte e lo mangiai. Tutti i presenti dissero: «Amen».
Al suono di quella voce mi svegliai che ancora masticavo non so cosa di dolce. Ne riferii immediatamente a mio fratello: comprendemmo che sarebbe stato il martirio e deponemmo per sempre ogni speranza in questo mondo». Passione, in Atti e passioni dei martiri.

La quarta visione di Perpetua

     La vigilia dei giochi, ebbi questa visione. Vidi il diacono Pomponio giungere alla porta della prigione e bussare energicamente. Andai ad aprirgli: indossava una bianca tunica senza cintura, e sandali molto eleganti. Mi disse: «Perpetua, ti aspettiamo: vieni». Poi mi prese per mano e ci avviammo per un cammino aspro e tortuoso. Alla fine, tutti trafelati, giungemmo all’anfiteatro. Mi fece entrare nell’arena e mi disse: «Non temere: sono qua io, combatterò con te». E se ne andò. M’accorsi che c’era una gran folla eccitata, e poiché sapevo di essere condannata alle fiere, mi stupii che non venissero liberate contro di me. Si fece avanti, invece, per affrontarmi in duello, un egiziano d’aspetto ripugnante coi suoi accoliti. Anche a me si avvicinarono dei giovinetti di bell’aspetto, per assistermi e incitarmi. Fui spogliata e divenni uomo. I miei assistenti presero a massaggiarmi con l’olio, come s’usa prima dei combattimenti nell’arena, mentre vedo che l’egiziano si rotola nella polvere. S’avanzò infine un uomo di mirabile statura, più alto ancora del tetto dell’anfiteatro, con veste di porpora senza cintura e, ai lati del petto, due bande verticali; calzava meravigliosi sandali d’oro e argento, e portava una bacchetta da allenatore dei gladiatori e un ramo verde con pomi d’oro. Intimò il silenzio e disse: «L’egiziano, se sarà lui a vincere, ucciderà l’altra con la spada; se invece sarà lei a prevalere, avrà in premio questo ramo», e si ritirò. L’incontro ebbe inizio, cominciammo a tirarci dei pugni.

     Quello cercò di afferrarmi i piedi, ma io lo colpii al volto con dei calci. Allora mi sollevò in aria, ma così lo potei colpire ancora meglio, non avendo i piedi impegnati nell’appoggio al suolo. Poi, approfittando di un momento di tregua, congiunsi le mani intrecciando ben bene le dita e lo afferrai alla testa. Quello crollò col volto a terra e io gli calcai la testa sotto il tallone. La folla prese a gridare e i miei accoliti a cantare salmi. Mi avvicinai all’allenatore e presi il ramo. Lui mi baciò e disse: «La pace sia con te, figlia mia». E io mi avviai tra il tripudio della folla verso la Porta della Vita. Qui mi svegliai. Compresi che non era contro le fiere che avrei dovuto combattere, bensì contro il demonio, ma sapevo che avrei vinto». Passione, 114, in Atti e passioni dei martiri.

Il martirio di Saturo e di Perpetua

     Saturo, che si trovava presso un’altra porta (dell’arena), esortava a sua volta la guardia, Pudente, dicendo: «Vedi bene: come avevo sperato e previsto, non una fiera mi ha ancora toccato. E affinché tu ora creda con tutto il tuo cuore, ecco, io ora entro nell’arena e vengo ucciso da un sol morso di leopardo». E non appena fu esposto al leopardo (i giochi volgevano ormai al termine), perse tanto sangue al primo morso che, mentre lo trascinavano fuori, la folla gli gridò, a testimonianza del suo secondo battesimo: «Salvo e ben lavato! Salvo e ben lavato!». E certamente poteva dirsi salvo uno che aveva fatto quel genere di bagno. Disse allora a Pudente, la guardia: «Addio, ricordati di me, ricordati della fede: che queste cose non ti turbino, ma ti fortifichino».

E nello stesso tempo si fece dare un anello che portava al dito, lo intinse nella sua ferita e glielo restituì, in eredità, come pegno del suo amore e ricordo del suo martirio. Quindi, ormai privo di conoscenza, fu trascinato con gli altri per essere giugulato, nel luogo a ciò preposto. Ma siccome la folla chiedeva che venissero portati nell’arena […] si levarono spontaneamente e si portarono bene in vista dove li voleva la folla; non prima, però, di essersi scambiati il bacio di rito, così da affrontare il martirio con questo gesto di pace. Gli altri ricevettero il ferro immobili e in silenzio, in special modo Saturo, che, salito sul patibolo prima di Perpetua, prima di Perpetua era spirato (anche in quella circostanza lui la precedeva). Perpetua, invece, per provare almeno un po» di dolore, quando la spada le arrivò all’osso lanciò un urlo e guidò lei stessa contro la propria gola l’incerta mano del gladiatore inesperto. È da credere che una donna siffatta non avrebbe potuto essere uccisa se essa stessa non l’avesse voluto: tanto grande era il timore che incuteva allo spirito immondo». Passione, 21, l — 10, in Atti e passioni dei martiri.

Un gruppo di martiri

     Perpetua, Felicita e i loro compagni sono così presentati all’inizio del racconto del loro martirio: «Furono arrestati alcuni giovani catecumeni: Revocato e Felicita, sua compagna di schiavitù, Saturnino e Secondolo; con loro anche Vibia Perpetua, di buona famiglia, di ottima educazione, degnamente maritata. Aveva ancora padre e madre, due fratelli, uno dei quali era anch’egli catecumeno, e un figlioletto che ancora poppava; lei, aveva all’incirca ventidue anni» (Passione, 2, 13). A questo piccolo gruppo, bisogna aggiungere il nome di Saturo, il catechista, che si consegna spontaneamente più avanti (Passione, 4, 5), e quelli dei personaggi che quest’ultimo menziona nella sua visione come vittime della medesima persecuzione, ma in altre circostanze: Giocondo, un altro Saturnino, Artassio e Quinto (Passione, 1l, 9). Di questo gruppo di martiri, la tradizione ha lasciato gli uomini in ombra per ricordare soprattutto i nomi di Perpetua, la giovane donna di nascita libera e di buona condizione sociale, che ci appare nel suo ambiente familiare, e di Felicita, una giovane schiava, appartenente forse alla casa di Perpetua, cosa che il testo, tuttavia, non precisa; Felicita era incinta, e partorì in carcere una bambina (Passione, 15) il cui padre era probabilmente Revocato.

Nonostante qualche esitazione dei testi su questo punto, l’intero gruppo sembra originario di Thuburbo Minus, piccola città sulle rive del fiume Medjerda, a una cinquantina di chilometri da Cartagine. Di là essi furono trasferiti nella capitale della provincia, per subirvi una prigionia di parecchi mesi prima del martirio, avvenuto il 7 marzo del 203, nell’anfiteatro in occasione di giochi indetti per celebrare l’anniversario dell’assegnazione del titolo di Cesare a Geta, figlio di Settimio Severo. La data del 7 marzo è indicata in modo concorde dai martirologi (die nonarum martiarum, nonas martias) ed è anche la data consacrata dalla liturgia cattolica e dal santorale attuale.



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Giovedì, 19 Dicembre 2013 22:25

Paradiso

Cosa dice la Bibbia del paradiso? E’ scritto nella Bibbia, in Giovanni 14:2,3 (NR): “Nella casa del Padre mio ci son molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi.”

Il paradiso è al di là della nostra comprensione. E’ SCRITTO NELLA BIBBIA, in 1 Corinzi 2:9 (NR): “Ma, com’è scritto: ‘Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano.”

Come fu descritto il paradiso da Isaia? E’ scritto nella Bibbia, in Isaia 65:2123 (NR): “Essi costruiranno case e le abiteranno; pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto. Non costruiranno più perché un altro abiti, non pianteranno più perché un altro mangi; poiché i giorni del mio popolo saranno come i giorni degli alberi; i miei eletti godranno a lungo l’opera delle loro mani. Non si affaticheranno invano, e non avranno più figli per vederli morire all’improvviso; poiché saranno la discendenza dei benedetti del Signore e i loro rampolli staranno con essi.”

La pace riempirà anche il regno animale. E’ scritto nella Bibbia, in Isaia 65:25 (NR): “Il lupo e l’agnello pascoleranno assieme, il leone mangerà il foraggio come il bue, e il serpente si nutrirà di polvere. Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo, dice il Signore.”

L’handicappato sarà guarito. E’ scritto nella Bibbia, in Isaia 35:5,6 (NR): “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi, e saranno sturati gli orecchi dei sordi; allora lo zoppo salterà come un cervo, e la lingua del muto canterà di gioia; perché delle acque sgorgheranno nel deserto, e dei torrenti nei luoghi solitari.”

Dio vivrà con il Suo popolo e la morte, il pianto e il dolore finiranno. E’ scritto nella Bibbia, in Apocalisse 21:3.4 (NR): “Udii una gran voce dal trono, che diceva: ‘Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio. Egli asciugherà ogni lagrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte; né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate.”

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Mons. Luigi Negri


   

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