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Per citazione
(es. Mt 28,120):
Per parola:
   

A un Parroco che si lamentava della indifferenza dei fedeli della comunità di tale Parroco, il s. Curato d’Ars la cui Parrocchia era stata da lui trasformata e convertita a Cristo, rispose: “ Avete predicato? Avete pregato? Avete digiunato? Vi siete disciplinato? Avete dormito su duro giaciglio? Finché non vi risolvete a fare questo non avete diritto di lamentarvi.”

(Trochu “Vita del Curato d’Ars.” c. 15)  

Pubblicato in Santi e Dottori

abato 27 agosto sarà beatificata a Santiago del Estero, in Argentina, alla presenza del cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, Maria Antonia de San Jose. Sin dall’espulsione dei gesuiti dai territori americani del Re di Spagna, questa giovane donna, appartenente a un’agiata famiglia di Santiago del Estero, si è impegnata a continuare la loro opera di evangelizzazione, soprattutto la diffusione degli esercizi spirituali.

 

La celebrazione di beatificazione di Maria Antonia de San Jose, detta “Mama Antula” in tutto Sudamerica, si svolgerà il 27 agosto nella città argentina di Santiago del Estero, alla presenza del prefetto della Congregazione per le cause dei santi, cardinale Angelo Amato. Nell’arcidiocesi di Buenos Aires, le celebrazioni avranno inizio la settimana successiva e si concluderanno il 17 settembre con una Messa di ringraziamento per la beatificazione di Maria Antonia che sarà presieduta dall’arcivescovo, cardinale Mario Aurelio Poli, nella cattedrale metropolitana.

Spirito missionario. Non si può non associare la beatificazione di “Mama Antula” alla cerimonia di canonizzazione del “Cura Gaucho”, Jose Gabriel Brochero, prevista a Roma per il prossimo 16 ottobre: le loro vite, infatti, sono legate da un profondo spirito missionario e dalla stessa fiducia negli esercizi spirituali proposti da Sant’Ignazio di Loyola quale metodo per la conversione e l’incontro con il Signore. Maria Antonia de Paz y Figueroa, nata a Santiago del Estero nel 1730 e chiamata “Antula” perche così chiamavano i popoli d’origine “quechua” le donne di nome “Antonia”, è ritenuta da monsignor Santiago Olivera (vicepostulatore della causa di beatificazione) antesignana di padre Jose Gabriel Brochero.

Mamma Antula e il Cura Brochero sono senza dubbio due figure che rappresentano la dimensione missionaria della Chiesa e hanno dimostrato – a cavallo o con il mulo – che la spiritualità ignaziana è una spiritualità di azione. “Andare fin dove Dio non sia conosciuto per farLo conoscere”: questa la definizione che la stessa Mama Antula era solita dare della missione che era chiamata a compiere e che praticava in un mondo che riteneva un luogo di grazia.

Con coraggio e fede. Sin dall’espulsione dei gesuiti dai territori americani del Re di Spagna, questa giovane donna, appartenente a un’agiata famiglia di Santiago del Estero, si è impegnata a continuare la loro opera di evangelizzazione, soprattutto la diffusione degli esercizi spirituali.
In un abito nero da gesuita e con i piedi nudi, unita ad altre donne laiche che come lei si erano consacrate a Dio, Mama Antula ha peregrinato attraverso le terre deserte dell’allora provincia del Tucumàn (attuale Nord argentino) alla ricerca di appoggio e sostegno per la diffusione degli esercizi spirituali. A volte riceveva insulti, a volte sassate. Le gridavano “pazza” e “strega”, dicevano anche che era “un gesuita mascherato” ma la futura beata continuava, con coraggio e grande fede.
     I primi ritiri spirituali furono organizzati tra gli abitanti dei piccoli villaggi di Jujuy, Catamarca, Tucumàn, La Rioja e Cordoba, ma dal 1779 iniziò a organizzarli anche a Buenos Aires nella santa casa di esercizi spirituali da lei fondata, con l’autorizzazione e la benedizione del vescovo che aveva perfino stabilito l’obbligo degli esercizi per tutti gli aspiranti a ricevere gli ordini sacri. Secondo quanto affermato dai postulatori nella causa di beatificazione, tra il 1780 e il 1799, sarebbero passati per la casa di esercizi spirituali da lei creata oltre 70mila persone, tra cui molti personaggi della storia argentina, come Manuel Belgrano e Juan Manuel de Rosas. Mama Antula estese gli esercizi spirituali per tutto il Vicereame: è documentata la visita realizzata dal viceré del Perù, Manuel Queiros e da sua moglie, alla santa casa degli esercizi spirituali, mentre si trovavano a Buenos Aires di ritorno a Madrid.

Figura rappresentativa.

Papa Francesco l’ha voluta beata e figura rappresentativa della donna evangelizzatrice”, ha affermato negli ultimi giorni la superiora generale della “ Sociedad Hijas del Divino Salvador”, suor Zulema N. Zayas, ricordando che già nel 2010 l’allora cardinale Jorge Bergoglio chiese ai giovani dell’arcidiocesi di Buenos Aires di andare a pregare nella chiesa “Nuestra Señora de la Piedad” dove – dal 1799 – giace sepolta Mama Antula. Tra pochi giorni molti fedeli si recheranno proprio in questa chiesa perché, secondo quanto annunciato, dopo la messa prevista per il 17 settembre nella cattedrale di Buenos Aires, si andrà in processione verso la chiesa della Pietà e anche verso la santa casa di esercizi spirituali.

Pubblicato in Attualità

BIOGRAFIA

Teresa Martin nacque ad Aleçon (Orne), piccolo villaggio della Normandia francese, il 2 gennaio 1873 da una famiglia borghese agiata di profonda fede cristiana, ultima di otto figli, di cui tre muoiono piccoli, perché in quel tempo la mortalità infantile non era ancora stata vinta. Tuttavia nonostante le tragedie nella famiglia Martin regna una solida fede che le acconsente di scorgere in ogni avvenimento la presenza di Dio.

Il padre Louis Martin nato il 22 Agosto a Bordeaux, era orologiaio aveva imparato il suo lavoro in Svizzera, da bambino aveva seguito suo padre nelle diverse guarnigioni (Avignone, Strasburgo) e conobbe la vita dei campi militari sino al congedo del padre successivamente si ritirarono ad Aleçon nel 1830. Louis a ventidue anni sogna una vita religiosa e si presenta come postulante al monastero del Gran San Bernardo ma non viene accettato perché non conosce il latino, tuttavia per otto anni conduce una vita quasi monastica, tutta dedita al lavoro, alla preghiera, alla lettura.

La mamma Zélie Guérin, nata il 23 Dicembre 1831 in una famiglia di origine contadina, è stata educata da un padre autoritario e da una madre molto severa, anche lei pensa alla vita religiosa, ma la sua domanda di essere accolta presso le suore dell’Hotel-Dieu d’Aleçon viene respinta ed allora si lancia nella fabbricazione del «Punto di Aleçon» apre un negozio diventa un’abile lavoratrice e avrà un pieno successo.

Appena nata Teresa conosce la sofferenza: a soli quindici giorni rischia di morire per un’enterite acuta. A due mesi Teresa supera una crisi però la madre è tuttavia costretta, su parere del medico, a separarsi dalla figlia e affidarla a una nutrice amica.

All’età di quattro anni Teresa perde la mamma, minata da un cancro al seno, tuttavia le sorelle fanno del loro meglio per crescere la piccola Teresa, nello stesso periodo si trasferiscono a Lisieux (Calvados). Ha nove anni quando sua sorella Paolina, la sua «piccola mamma», entra al Carmelo della città, Teresa cade gravemente ammalata. Nessuno sa diagnosticare la malattia. Teresa, familiari e amici pregano moltissimo. Il 13 Maggio 1883, quando ormai sembrava inevitabile la morte. Teresa vede la Vergine sorridente e immediatamente guarisce. La guarigione improvvisa e quel sorriso materno di Maria la rendono ancora più determinata a realizzare il sogno da sempre nutrito ossia consacrarsi totalmente all’Amore. Alla prima comunione (8 Maggio 1884) Teresa sperimentò di sentirsi amata «fu un bacio d’amore, mi sentivo amata, e dicevo anche: Ti amo, mi do a te per sempre».

Successivamente anche la primogenita Maria entra nel Carmelo. A 14 anni, Teresa annuncia al padre l’intenzione di entrare al Carmelo. A 15 anni (il 9 aprile 1888) varca il cancello della clausura, dopo aver ottenuto — considerata la sua giovane età — un permesso particolare da papa Leone XIII, che incontrò il 20 novembre 1887 a Roma. Nel Carmelo era calmissima e ritrovò la pace, che non l’abbandonò più nemmeno durante la prova. La madre Gonzaga, nonostante la giovane età di Teresa la trattava con severità, tuttavia lei non se ne lamentò mai.

Frattanto le condizioni del padre precipitarono. L’arteriosclerosi devastò il papà di Teresa che fu interdetto e ricoverato per tre anni in una casa di cura. Questo fatto le procurò un terribile dolore.

     Ma la prova più grande per lei non fu quella della salute, bensì la «notte» dello spirito che l’avvolse per diciotto mesi. Sperimentò questo non attraverso le frequentazioni di atei, ma nel silenzio incombente di Dio capì la condizione dell’ateo: «Dio ha permesso che l’anima mia fosse invasa dalle tenebre più fitte, e che il pensiero del Cielo, dolcissimo per me, non fosse più se non lotta e tormento».

La sua salute cagionevole tuttavia non resisterà a lungo al rigore della regola carmelitana e il 30 settembre 1897, all’età di 24 anni, morirà di tubercolosi, vivendo giorno per giorno le sue sofferenze in perfetta unione a Gesù Cristo morto in croce, per la salvezza degli uomini.

Questo periodo di nove anni trascorsi in una vita da religiosa, apparentemente senza rilievo, avranno una meravigliosa portata spirituale, tanto più forte se si considera che da allora molte persone semplici, grazie al suo esempio si sentono di poter imitare e raggiungere lo stesso livello di quest’anima senza pretese né complicazioni, ma tuttavia così terribilmente esigente con se stessa. Quella di Teresa è la «via d’infanzia», o «piccola via» che fa riconoscere la propria piccolezza e si abbandona con fiducia alla bontà di Dio come un bambino nelle braccia di sua madre.

Nella vita di Teresa tutto è in contrasto. Il suo linguaggio è povero e spesso infantile, ma il suo pensiero è geniale. La sua vita apparentemente senza drammi è invece una tragedia della fede. La sua esistenza si è svolta fra le quattro mura del Carmelo, eppure il suo messaggio è universale.

     Teresa ha scritto molto. Ha composto tre manoscritti, uno nel 1895, «Storia di un’anima» (chiamato manoscritto A), autobiografia scritta dietro richiesta della sorella Paolina (madre Agnese) un altro nel 1897 (chiamato manoscritto B), anno in cui scrive per obbedire alla sua priora. Le sue sorelle poi hanno raccolto le sue «ultime conversazioni» dal maggio 1897 al giorno della sua morte (questo chiamato manoscritto C). Si rimane poi stupiti dal gran numero di lettere inviate alla famiglia e dalle numerose poesie che ha composto. Teresa ha sofferto molto. Le prove spirituali che ha attraversato nel corso di questa vita nascosta (notte della fede, vuoto spirituale, tentazione di miscredenza) la rendono molto vicina a quelli che dubitano e non credono.

Teresa è sconosciuta quando muore nel 1897, ma quando viene canonizzata ventotto anni più tardi, nel 1925, la fama della sua santità si è sparsa celermente nel mondo intero: Lisieux diventerà uno delle destinazioni più ricercate da grandi masse di fedeli da ogni parte del mondo. Teresa viene proclamata, nello stesso anno sempre da papa Pio XI patrono universale delle Missioni, — per le quali ella ha pregato senza posa — è patrona della Francia, come Giovanna d’Arco.

Nel 1997, centenario della sua morte, Teresa è dichiarata «Dottore della Chiesa», la terza donna che assurge al massimo della considerazione teologica in duemila anni di Cristianesimo, dopo santa Caterina da Siena e santa Teresa d’Avila.

Il santo è visto come un prototipo che polarizza le energie e indica come realizzare il Vangelo in una data epoca. S. Teresa di Lisieux è profondamente moderna perché aiuta lo spirito ed il cuore a fondere le cose della terra a quelle del cielo e intendere le cose di Dio, del suo Amore, ai comportamenti più concreti.

Nel linguaggio odierno si parla spesso di tensione, per esprimere la difficoltà che ha l’uomo a vivere coscientemente a livello spirituale. S. Teresa ci offre un equilibrio armonioso. Per questo motivo può essere facilmente presa come modello di vita spirituale.

«La scienza dell’amore divino»

A questo punto non vorremmo eludere un interrogativo che è affiorato nella mente di non pochi fedeli e studiosi di teologia: quali sono le motivazioni che giustificano il conferimento del titolo di Dottore della Chiesa a S. Teresa di Gesù Bambino? In altri termini: questo titolo così raro e prestigioso si addice veramente alla semplicità della «piccola Teresa»?

Nella Lettera apostolica «Divini amoris scientia» (DAS), promulgata il 19 ottobre 1997 — in coincidenza con il rito liturgico del Dottorato — Giovanni Paolo II indica negli scritti di S. Teresa di Lisieux un punto di riferimento imprescindibile per cogliere gli aspetti salienti della «eminente dottrina» che giustificano l’attribuzione del titolo di Dottore della Chiesa.

E vero: gli scritti teresiani non offrono una dottrina sistematica, formalmente scientifica nell’ambito della teologia, però evidenziano «un particolare carisma di sapienza» mediante cui la giovane carmelitana si sente ìstruita dal Signore Gesù, da lei chiamato «il Dottore dei Dottori» (Manoscritto A, 83v), dal quale ella attinge le verità del Vangelo, in particolare «la scienza dell’amore di Dio».

Teresa scriveva l’8 settembre 1896: «Io sento dentro di me la vocazione di sacerdote, di apostolo, di dottore, di martire. [… ] Nonostante la mia piccolezza vorrei illuminare le anime come i profeti, i dottori…» (Manoscritto B 2v-3r).

Nel riflettere sui capitoli 12 e 13 della prima lettera di San Paolo ai Corinzi, Teresa intuisce, sotto la mozione dello Spirito Santo, che «l’Amore racchiude tutte le vocazioni. [… ] Allora, nell’eccesso della mia gioia delirante, ho esclamato: «Gesù, mio Amore, la mia vocazione l’ho trovata finalmente! La mia vocazione è l’amore, [… ] nel cuore della Chiesa. mia madre, sarò l’amore» (Manoscritto B, 3v).


Alla scuola di Gesù, con l’assistenza spirituale del gesuita P.Almire Pichon, la santa carmelitana assimila «la scienza dell’amore divino», che è «un dono concesso ai piccoli e agli umili, perché conoscano e proclamino i segreti di Dio nascosti ai dotti e ai sapienti» (DAS, 1).

Nelle sue riflessioni, illuminate da una profonda passione per la Sacra Scrittura (nei suoi scritti si contano più di mille citazioni bìbliche), Teresa di Lisieux riconduce le verità fondamentali della fede alla scoperta dell’Amore misericordioso, alla contemplazione del Cuore di Dio, il quale «è più tenero di una madre» (Manoscritto A, 80 v).

Dai testi di Isaia, del Vangelo e di S. Paolo, si irradia sul cammino spirituale di Teresa questo suggestivo annuncio: Dio è Amore; ogni uomo è amato da Dio di un amore soffuso di tenerezza matema.

All’amore patemo-matemo di Dio deve corrispondere il nostro amore di figli, impregnato di fiducia e di abbandono sconfinato in Lui, perché «l’amore si paga soltanto con l’amore» (Manoscritto B, 4 r).

Così, liberandosi dalle vecchie paure del giansenismo — dominante in quell’epoca — e lanciandosi sulla via che porta all’Amore misericordioso, visibile nel cuore del Figlio Gesù, Teresa può svelare questa via nei tre manoscritti autobiografici, editi poi con il titolo di Storia di un’anima, e negli altri suoi scritti.

E» la via dell’infanzia spirituale «che tutti possono praticare, perché tutti sono chiamati alla santità» (DAS, 6). E» però una via impegnativa: non favorisce l’inerzia né incoraggia la passività, ma — al contrario — è crescita nella fede, è potenziamento delle virtù evangeliche, è dinamismo interiore che si traduce in azione, in testimonianza.

Un messaggio sempre attuale

I Sommi Pontefici — da S. Pio X a Giovanni Paolo II - non solo hanno riconosciuto la santità della carmelitana di Lisieux, ma ne hanno pure messo in risalto la dottrina eminente e insieme accessibile, che ha anticipato alcune intuizioni importanti del Concilio Vaticano II, come — per esempio — la riscoperta della Parola di Dio, il primato della carità, il rinnovamento dell’ecclesiologia e della mariologia.

     E» significativo quanto scrive Giovanni Paolo II: «L’influsso del messaggio teresiano comprende uomini e donne la cui santità o eroicità delle virtù la stessa Chiesa ha riconosciuto, pastori della Chiesa, cultori della teologia, sacerdoti, religiosi, movimenti ecclesiali, uomini e donne di ogni tempo. A tutti Teresa reca la sua personale conferma che il Vangelo, di cui è diventata la testimone e «apostola degli apostoli», deve essere preso alla lettera, con il più grande realismo possibile, perché ha un valore universale nel tempo e nello spazio» (DAS, 10).

La totale coerenza in S. Teresa tra Vangelo e vita, tra dottrina e prassi, spiega in gran parte la perdurante incidenza del suo messaggio sugli uomini e sulle donne del nostro tempo, nella nostra epoca segnata dal triste fenomeno della secolarizzazione e dell’indifferentìsmo religioso.

Lo Spirito Santo dona al nostro tempo, specie a tantissimi giovani cui manca il senso di vivere, questa giovane carmelitana come testimone di una fede coraggiosa e provata, come interlocutrice avvincente per credenti e non credenti. A questi ultimi, soprattutto, Teresa si sente più che mai vicina, perché — come lei stessa ci avverte — si è assisa «alla tavola dei peccatori» (Manoscritto C, 6 r), sperimentando ìl «silenzio di Dio», la «notte oscura della fede»: la sensazione dell’inutilità di tutto: una terribile prova sofferta negli ultimi diciotto mesi della sua vita, in cui ella imparò cosa significa credere e restare fedelì al «Dio della speranza, che ci riempie di ogni gioia e pace nella fede» (Rm 15,13).


Teresa di Lisieux rivaluta la missione della donna nella Chiesa

Mentre la Chiesa si trova oggi ad affrontare il formidabile impegno della nuova evangelizzazione, Teresa, vissuta «nel cuore della Chiesa», ci ricorda i mezzi insostituibili da usare, se non vogliamo che tutto si riduca ad un arido attivismo.

Ella rivendica nei suoi scritti il primato assoluto di Cristo, del quale desidera fare viva esperienza esistenziale, interiorizzata nella preghiera, per amarlo e farlo amare «fino alla follia», per imitarlo passo passo e lasciarsi condurre da Lui nell’immenso mistero di amore che è la vita stessa della Trinità.

Alcuni mesi prima di morire, la Santa così si esprime: «Il tuo amore, Gesù, è cresciuto con me e ora è un abisso di cui non riesco a sondare la profondità» (Manoscritto C, 35 r). Con tutta se stessa Teresa si tuffa in questo abisso senza fondo, dove lo Spirito la aiuta a scoprire il segreto per testimoniare, fino all’eroismo, il Vangelo della Carità, nel contesto concreto della comunità del suo Carmelo: «Più sono unita a Gesù e più amo tutte le sorelle» (Manoscritto C. 12 v).

Un altro fatto che rende efficace l’attualità del messaggio teresiano è la rivalutazione della missione della donna. Se la donna è chiamata ad essere un «segno della tenerezza di Dio verso il genere umano» (Vita Consecrata, 57), la santa di Lisieux mostra alla Chiesa e alla società moderna quale ruolo abbia il «genio femminile».

Nel puntualizzare tre caratteristiche della figura di Teresa, il Papa scrive nella Lettera citata: «E» una donna che. nell’accostarsi al Vangelo ha saputo cogliere ricchezze nascoste, con quella concretezza e profonda risonanza sapienziale che è propria del genio femminile. […]»

Teresa è poi una contemplativa: la sua è una vita nascosta che possiede una arcana fecondità per la dilatazione del Vangelo e riempie la Chiesa e il mondo del buon odore di Cristo. Teresa, infine, è una giovane che, avendo raggiunto la santità in piena giovinezza, può illuminare i sentieri dei giovani, ai quali spetta di essere testimoni del Vangelo presso le nuove generazioni. […]

Teresa è Maestra per il nostro tempo, assetato di parole vive ed essenziali, di testimonianze eroiche e credibili. Perciò è amata e accolta anche da fratelli e sorelle delle altre comunità cristiane e perfino da chi neppure è cristiano (DAS, 11).

Davvero «la piccola Teresa» — che Pio XI l’l1 febbraio 1923 definì «una Parola di Dio per il mondo» — non finisce di stupire. Dal cuore di tutti i credenti, in comunione con il Papa, sgorga quindi spontaneo il Magnificat di riconoscenza al Signore per «la sapienza che ha donato a S. Teresa di Gesù Bambino, per l’amore che ha riversato in lei e che continua ad illuminare e riscaldare i cuori, spingendoli alla santità» (Omelia di Giovanni Paolo II del 19 ottobre).


I SUOI SCRITTI:

STORIA DI UN ANIMA
Manoscritto autobiografico A

[Rivolgendosi a Madre Agnese di Gesù, sua sorella Pauline] A lei, Madre mia cara, a lei che mi è due volte madre confido la storia dell’anima mia… Quando lei mi chiese di farlo, pensai: il cuore si dissiperà, occupandosi di se stesso; ma poi Gesù mi ha fatto sentire che, obbedendo con semplicità, avrei fatto piacere a lui; del resto, faccio una cosa sola: comincio a cantare quello che debbo ripetere eternamente: «Le misericordie del Signore!».

Citazioni

  • A quattordici anni, dato il mio desiderio di scienza, il buon Dio giudicò necessario unire alla «pura farina», «miele ed olio in abbondanza».
  • A un tratto la Vergine Santa mi parve bella, tanto bella che non avevo visto mai cosa bella a tal segno, il suo viso spirava bontà e tenerezza ineffabili, ma quello che mi penetrò tutta l’anima fu il sorriso stupendo della Madonna.
  • Ah, quante ne abbiamo viste di genti varie, gli uni diversi dagli altri, e quale campo di studio interessante il mondo, quando si è prossimi a lasciarlo!
  • Ah, se i sapienti, dopo aver passato la loro vita negli studi, fossero venuti a interrogarmi, senza dubbio sarebbero rimasti meravi­gliati vedendo una fanciulla di quattordici anni capire i segreti della perfezione, segreti che tutta la loro scienza non può scoprire, poiché per possederli bisogna essere poveri di spirito!
  • Capii che cosa è la vita; fino allora non l’avevo vista così triste, ma ora mi apparve in tutta la sua realtà, vidi che era soltanto sofferenza e separazione continua. Piansi amaramente, perché non comprendevo ancora la gioia del sacrificio, ero debole, così debole che considero una grande grazia aver potuto sopportare una prova la quale pareva molto al disopra delle mie forze!
  • Ci sono molti gradi nella perfezione, e che ciascun’anima è libera di rispondere agli inviti di Nostro Signore, di far poco o molto per lui, insomma di scegliere tra i sacrifici che egli chiede.
  • Dio ha voluto creare i grandi Santi, che possono essere paragonati ai gigli ed alle rose; ma ne ha creati anche di più piccoli, e questi si debbono contentare d’essere margherite o violette, destinate a rallegrar lo sguardo del Signore quand’egli si degna d’abbassarlo.
  • Finalmente i miei desideri erano compiuti [entra in clausura], l’anima mia provava una pace così dolce e profonda che mi sarebbe impossibile esprimerla, e da sette anni e mezzo questa pace mi è rimasta, non mi ha abbandonata in mezzo alle prove più serie.
  • Forse Gesù ha voluto mostrarmi il mondo innanzi alla prima visita che mi avrebbe fatta, affinché io scegliessi più liberamente la via sulla quale mi sarei impegnata con lui.
  • Il Signore mi ha fatto la grazia di non conoscere la società mondana se non quel tanto da potere disprezzarla e tenermi lontana da essa.
  • Il ricordo che Madre Genoveffa [(Claire Bertrand) fondatrice del Carmelo di Lisieux] mi ha lasciato nel cuore, è un ricordo profumato.
  • Io credo che il Signore mi abbia permesso di ricordarmene [di un sogno popolato di demoni] per provarmi che un’anima in stato di grazia non ha nulla da temere dai demoni i quali sono vigliacchi, capaci di fug­gire davanti allo sguardo di una bambina.
  • Io non do importanza ai miei sogni, del resto ne ho raramente di simbolici, e mi domando perfino come mai, pen­sando tutto il giorno al Signore, io non me ne occupi di più durante il sonno.
  • Il dubbio non era possibile, già la fede e la speranza non erano più necessarie, l’amore ci faceva trovare sulla terra Colui che cercavamo.
  • Io non racconterò la mia vita vera e propria, bensì i miei pensieri riguardo alle grazie che Dio mi ha concesse.
  • L’amore di Nostro Signore si rivela altrettanto bene nell’anima più semplice la quale non resista affatto alla grazia, quanto nell’anima più sublime.
  • L’ho ben capito, la gioia non la troviamo negli oggetti che ci stanno intorno, bensì nel profondo dell’anima, possiamo averla in una prigione altrettanto bene che in un palazzo, la prova è che io sono più felice nel Carmelo, anche tra prove intime ed esteriori, che nel mondo, circondata dalle comodità della vita, e soprattutto dalle dolcezze del focolare paterno!
  • La mia anima è maturata nel crogiuolo delle prove esteriori ed interiori.
  • La mia confessione era breve, non dicevo mai una parola dei miei sentimenti intimi, essendo così dritta la via su cui camminavo, e così luminosa che non mi occorreva altra guida se non Gesù.
  • La perfezione consiste nel fare la sua volontà, nell’essere ciò che Egli vuole che noi siamo.
  • Liberato dagli scrupoli, dalla sensibilità ecces­siva, lo spirito mio si sviluppò.
  • Ma Teresa non era più la stessa, Gesù le aveva cambiato il cuore! Reprimendo le lacrime, discesi rapidamente la scala, e comprimendo i battiti del cuore presi le scarpe, le posai dinanzi a Papà, e tirai fuori gioiosamente tutti gli oggetti, con l’aria beata di una regina. Papà rideva, era ridiventato gaio anche lui, e Celina credeva di sognare! Fortunatamente era una dolce realtà, la piccola Teresa aveva ritrovato la forza d’animo che aveva perduta a quattro anni e mezzo, e da ora in poi l’avrebbe conservata per sempre! In quella notte di luce cominciò il terzo periodo della mia vita, più bello degli altri, più colmo di grazie del Cielo.
  • Non è la mia vita vera e propria che scriverò, ma i miei pensieri riguardo alle grazie che il Buon Dio si è degnato di accordarmi.
  • Non tutte le anime possono somigliarsi, bisogna che ce ne siano di gruppi diversi per onorare in modo particolare ciascuna perfezione del Signore
  • Nostro Signore si occupa di ciascuna anima con tanto amore, quasi fosse la sola ad esistere.
  • Paragonavo i direttori a specchi fedeli che riflettessero Gesù nelle anime, e dicevo che per me il buon Dio non si serviva d’intermediario, bensì agiva direttamente!
  • Per tutta la mia vita è piaciuto a Dio circondarmi d’amore, i primi ricordi sono sorrisi e carezze tenerissime: ma, se egli mi aveva messo intorno tanto amore, me ne aveva posto anche nel cuore, creandolo amante e sensibile.
  • Quale gioia pensare che il buon Dio è giusto, cioè che tiene conto delle nostre debolezze, che conosce perfettamente la fragilità della nostra natura.
  • Questo, proprio questo il mistero della mia vocazione, della mia vita tutta, e in particolare il mistero dei privilegi di Gesù sull’anima mia. Gesù non chiama quelli che sono degni, bensì chi vuole lui.
  • Sono questi [i miseri] i fiori selvatici che lo rapiscono perché sono tanto semplici.

Forse l’umile fiore verrà colto nella sua freschezza, oppure trapiantato su altre rive?… L’ignoro, ma di una cosa sono sicura, ed è che la misericordia di Dio lo accompagnerà sempre, e che mai esso cesserà di benedire la Madre cara che lo ha dato a Gesù; eternamente si rallegrerà di essere uno dei fiori della sua corona. Eternamente canterà con questa Madre diletta il cantico sempre nuovo dell’Amore.

Manoscritto autobiografico B

O mia sorella cara! Lei mi chiede un ricordo dei miei esercizi spirituali, esercizi che forse saranno gli ultimi. Poiché Nostra Madre lo permette, è una gioia per me d’intrattenermi con lei che è due volte mia sorella, con lei che mi ha prestato la sua voce promettendo in nome mio che io volevo servire soltanto Gesù, quando non mi era possibile parlare.

Citazioni

  • A Gesù piace mostrarmi il solo cammino che conduca alla fornace divina, cioè l’abbandono del bambino il quale si addormenta senza paura tra le braccia di suo Padre.
  • Affinché l’amore sia soddisfatto pienamente, bisogna che si abbassi, che si abbassi fino al niente, per trasformare in fuoco questo niente.
  • [Gesù] Aveva sete d’amore.
  • Capisco così bene che soltanto l’amore può renderci graditi al Signore, da costituire esso la mia unica ambizione.
  • Conosco la mia miseria e la mia debolezza, ma so anche quanto piaccia ai cuori nobili, generosi, far del bene, perciò, vi supplico, beati abitanti del cielo, vi supplico di adottarmi come figlia.
  • È impossibile alla parola umana ridire cose che il cuore può appena intuire.
  • Ecco ciò che Gesù esige da noi, non ha bisogno affatto delle nostre opere, ma soltanto del nostro amore, perché questo Dio stesso che dichiara di non aver bisogno di dirci se ha fame, non ha esitato a mendicare un po» d’acqua dalla Samaritana.
  • Esiste un Cielo e che questo Cielo è popolato di anime che mi amano, che mi guardano come loro figlia.
  • Gesù, Gesù, se è tanto delizioso il desiderio di amarti, che sarà possederti, godere del tuo amore?
  • Gesù non chiede grandi azioni, bensì soltanto l’abbandono e la riconoscenza.
  • Gesù, se volessi scrivere tutti i miei desideri, dovrei prendere il tuo libro di vita, lì sono narrate le azioni di tutti i Santi, e quelle azioni vorrei averle compiute per te.
  • L’amore racchiude tutte le vocazioni, che l’amore è tutto, che abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi, in una parola che è eterno.
  • L’amore si paga soltanto con l’amore
  • L’amore solo fa agire le membra della Chiesa, che, se l’amore si spegnesse, gli apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue… Capii che l’amore racchiude tutte le vocazioni, che l’amore è tutto, che abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi, in una parola che è eterno. Allora, nell’eccesso della mia gioia delirante, esclamai: Gesù, Amore mio, la mia vocazione l’ho trovata finalmente, la mia vocazione è l’amore!
  • La Carità è la via per eccellenza che conduce sicuramente a Dio.
  • Nel cuore della Chiesa mia Madre, io sarò l’amore. Così, sarò tutto… e il mio sogno sarà attuato!
  • Non ho altri mezzi per provarti il mio amore, se non gettar dei fiori, cioè non lasciar sfuggire alcun piccolo sacrificio, alcuna premura, alcuna parola, e profittare di tutte le cose piccole, e farlo per amore.
  • Sento la vocazione del sacerdote. Con quale amore, Gesù, ti porterei nelle mie mani quando, alla mia voce, discenderesti dal Cielo! Con quale amore ti darei alle anime!
  • Senza mostrarsi, senza udir la sua voce, Gesù m’istruisce nell’intimo: non è per mezzo dei libri, perché non capisco quello che leggo, ma talvolta una parola come questa che ho trovato alla fine dell’orazione (dopo essere rimasta nel silenzio e nell’aridità) viene a consolarmi: Ecco il maestro che ti do, ti insegnerà tutto quello che devi fare. Voglio farti leggere nel libro di vita, ov’è contenuta la scienza di Amore.


O Gesù, perché non posso dire a tutte le piccole anime quanto ineffabile è la tua condiscendenza… Sento che se, cosa impossibile, tu trovassi un’anima più debole, più piccola della mia, ti compiaceresti di colmarla con favori anche più grandi, se si abbandonasse con fiducia completa alla tua misericordia infinita. Ma perché desiderare di comunicare i tuoi segreti d’amore, Gesù, non sei tu solo che me li hai insegnati, e non puoi forse rivelarti ad altri? Sì, lo so, e ti scongiuro di farlo, ti supplico di abbassare il tuo sguardo divino sopra un gran numero di piccole anime… Ti supplico di scegliere una Legione di piccole vittime degne del tuo Amore.

Manoscritto autobiografico C

Madre tanto amata, ella mi ha espresso il desiderio che io completi con lei il mio canto delle misericordie del Signore. Questo dolce canto l’avevo cominciato con la sua figlia cara, Agnese di Gesù, la mamma incaricata da Dio di guidarmi nei giorni dell’infanzia; con quella madre dovevo cantare le grazie largite al fiore umile della Vergine Santa quand’era nella sua primavera, ma è con lei che debbo cantare la felicità di questa piccola corolla ora che i raggi timidi dell’aurora hanno fatto posto agli ardori del mezzogiorno.

Citazioni

  • Bisogna aver viaggiato sotto questo tunnel cupo [la notte della fede] per capirne l’oscurità. Cercherò tuttavia di spiegarmi per mezzo di un paragone.
  • Come il genio di Cristoforo Colombo gli fece intuire che esisteva un mondo nuovo, allorché nessuno ci pensava, così io sentivo che un’altra terra mi avrebbe servito un giorno di stabile dimora.
  • Da lungo tempo ho capito che il buon Dio non ha bisogno di nessuno (ancor meno di me che di altri) per far del bene sulla terra.
  • Dandosi a Dio, il cuore non perde la sua tenerezza naturale, anzi, questa tenerezza cresce divenendo più pura e più divina.
  • Desidero essere santa ma sento la mia impotenza e vi domando, mio Dio, di essere voi stesso la mia santità.
  • Esistono davvero anime senza fede, le quali per l’abuso delle grazie hanno perduto questo tesoro immenso, sorgente delle sole gioie pure e vere.
  • Gesù mio, l’anima che si sprofonda nell’oceano del tuo amore, attira con sé tutti i tesori che possiede.
  • Il buon Dio non può ispirare desideri inattuabili, perciò posso, nonostante la mia piccolezza, aspirare alla santità.
  • Il tuo amore, Gesù, è cresciuto con me e ora è un abisso di cui non riesco a sondare la profondità.
  • Il velo della fede […] non è più un velo per me, è un muro che si alza fino ai cieli e copre le stelle. Quando canto la feli­cità del Cielo, il possesso eterno di Dio, non provo gioia alcuna, perché canto semplicemente ciò che voglio credere.
  • Il vostro comandamento, poiché mi dà la sicurezza che la volontà vostra è di amare in me tutti coloro che voi mi comandate di amare.
  • La carità perfetta consiste nel sopportare i difetti degli altri, non stupirsi delle loro debolezze, edificarsi dei minimi atti di virtù che essi praticano, ma soprattutto ho capito che la carità non deve restare affatto chiusa nel fondo del cuore.
  • Le tue braccia, o Gesù, sono l’ascensore che mi deve innalzare fino al cielo! Per questo io non ho affatto bisogno di diventare grande; bisogna anzi che rimanga piccola, che lo diventi sempre di più.
  • Mi sembra ora che niente m’impedisca di partire, perché non ho più grandi desideri, se non quello di amare sino a morire di amore.
  • Mio Dio! Trinità beata, desidero amarvi e farvi amare, lavorare per la glorificazione della santa Chiesa, salvando le anime che sono sulla terra e liberando quelle che sono nel purgatorio.
  • Non ho bisogno di crescere, al contrario bisogna che resti piccola, che lo divenga sempre più.
  • Non potrò godere del riposo finché ci saranno anime da salvare.
  • Poiché prendono per imperfezione i miei piccoli atti di virtù, potranno altrettanto bene ingannarsi prendendo per virtù ciò che è soltanto imperfezione.
  • Quando canto la felicità del Cielo, il possesso eterno di Dio, non provo gioia alcuna, perché canto semplicemente ciò che voglio credere.
  • Quando il nemico [il Demonio] mi provoca, mi conduco da valoroso; sapendo che la viltà consiste proprio nel battersi in duello, volgo la schiena all’avversario senza degnarlo di uno sguardo; corro verso il mio Gesù, gli dico che sono pronta a versar fino all’ultima stilla di sangue per testimoniare che esiste un Cielo.
  • Questa fiaccola rappresenti la carità la quale deve illuminare, rallegrare, non soltanto coloro che mi sono più cari, ma tutti coloro che sono nella casa, senza eccettuar nessuno.
  • Restare piccolo è riconoscere il proprio nulla, è attendere tutto dal buon Dio, è non inquietarsi a dismisura delle proprie colpe.
  • [Gesù] sa bene che, pur non avendo il godimento della fede, mi sforzo tuttavia di compierne le opere. Credo di aver compiuto più atti di fede da un anno, che non in tutta la vita.
  • Se qualche volta cado per mia debolezza, il vostro sguardo divino purifichi subito la mia anima consumando tutte le mie imperfezioni, come il fuoco che trasforma ogni cosa in se stesso.
  • Sento che sto per entrare nel riposo […]. Ma sento soprattutto che sta per cominciare la mia missione, la mia missione di fare amare il buon Dio come l’amo io, di comunicare la mia piccola via alle anime. Se il buon Dio esaudirà i miei desideri, il mio cielo scorrerà sulla terra sino alla fine del mondo. Sì, voglio passare il mio cielo e fare del bene sulla terra. Ciò non è impossibile, perché gli Angeli, pur restando immersi nella visione beatifica, vegliano su di noi. *Si ammette che dappertutto sulla terra esistano eccezioni, soltanto Iddio non ha il diritto di farne!
  • Soltanto in Cielo l’unione sarà completa ed eterna; allora ho voluto che l’anima mia abiti nei Cieli, che guardi le cose della terra soltanto da lontano.
  • Sono ben rare le anime che non misurino la potenza divina secondo i loro corti pensieri.
  • Tutte le nostre giustizie hanno macchie ai vostri [di Dio] occhi. Voglio perciò rivestirmi della vostra giustizia e ricevere dal vostro amore il possesso eterno di voi stesso.
  • Tutto è bene, quando si cerca soltanto la volontà di Gesù.
  • Una parola, un sorriso amabile bastano spesso perché un’anima triste si espanda.
  • Voglio cercare il mezzo di andare in Cielo per una via ben diritta, molto breve, una piccola via tutta nuova.
  • Vorrei anch’io trovare un ascensore per innalzarmi fino a Gesù, perché sono troppo piccola per salire la dura scala della perfezione.


Voglio, o mio Diletto, ad ogni battito del cuore rinnovarvi questa offerta un numero infinito di volte, fino a che, svanite le ombre, possa ridirvi il mio amore in un a faccia a faccia eterno!… Maria Francesca Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo Gesù!



Pubblicato in Santi e Dottori

Paradiso , beatitudine eterna

 

Dal Catechismo tridentino

Articolo 12

LA VITA ETERNA

Significato dell’articolo

139 I santi Apostoli, nostre guide, vollero chiudere il Simbolo, compendio della nostra fede, con l’articolo riguardante la «vita eterna», sia perché dopo la risurrezione della carne i fedeli non devono aspettare che il premio della vita eterna; sia perché la felicità perfetta e piena di ogni bene deve essere sempre dinanzi ai nostri occhi e apprendessimo che la mente e i pensieri nostri devono essere tutti fissi in essa.Perciò i parroci, istruendo i fedeli, non lasceranno mai di accenderne gli animi con il proporre loro i premi della vita eterna. Così tutto quello che essi avranno insegnato, anche se sommamente grave a sopportare per il nome cristiano, lo crederanno leggero e giocondo e diverranno più pronti e alacri nell’obbedire a Dio.

La vita eterna è una beatitudine perpetua

140 Sotto queste parole, che qui servono a spiegare la nostra beatitudine, sono nascosti molti misteri. E perciò necessario spiegarli in modo che siano a tutti noti, secondo la capacità di ciascuno. Si deve dunque far notare ai fedeli che la vita eterna significa non tanto la perpetuità della vita, alla quale partecipano anche i demoni e gli uomini cattivi, quanto la perpetuità della beatitudine, capace di soddisfare appieno il desiderio dei beati. Così la intendeva quel dottore della Legge, che nel Vangelo chiese al Signore nostro salvatore che cosa dovesse fare per possedere la vita eterna (Mt 19,16; Mc 10,17; Lc 18,18), ossia: «Che cosa devo fare per poter giungere a quel luogo dove è dato godere della felicità perfetta?». In questo senso le Sacre Scritture intendono tali parole, come si può osservare in molti luoghi (Mt 25,46; Gv 3,15; Rm 6,23).

Natura della beatitudine eterna

141 È stato dato appunto questo appellativo a tale beatitudine, perché non la si credesse consistere in cose materiali e caduche, le quali non possono essere eterne. Infatti questa stessa parola «beatitudine» non poteva bene esprimere quel che si voleva indicare, soprattutto perché vi sono stati certuni che, gonfi di fatua sapienza, han posto il sommo bene in quelle cose che si percepiscono coi sensi. Mentre queste periscono e invecchiano, la beatitudine non si può circoscrivere con limiti di tempo; che anzi le cose terrene sono del tutto aliene dalla vera felicità, dalla quale si allontana moltissimo chi è trasportato dall’amore e dal desiderio del mondo. Sta scritto infatti: «Non amate il mondo, ne quel che è nel mondo. Se qualcuno ama il mondo, in lui non è la carità del Padre». E poco appresso: «II mondo passa e insieme con esso la sua concupiscenza» (1 Gv 2,15.17).Questo dunque avranno cura i parroci di fissare nella mente dei fedeli, per persuaderli a disprezzare le cose del mondo e a non credere che si possa ottenere felicità quaggiù, dove non siamo cittadini, ma ospiti (1 Pt 2,11).

Tuttavia anche in questa vita potremo ben dirci beati per la virtù della speranza, purché, rigettando l’empietà e i desideri mondani, viviamo con sobrietà, con giustizia e con pietà, aspettando che si realizzi la speranza beata e la venuta della gloria del grande Dio e di Gesù Cristo nostro salvatore (Tt 2,13).

Moltissimi però, i quali credevano di esser sapienti, non avendo compreso queste cose, credettero doversi cercare la felicità in questa vita; divennero stolti e caddero nelle miserie più gravi (Rm 1,22).

Ma dal significato dell’espressione «vita eterna» impariamo anche che questa felicità, una volta raggiunta, non può più perdersi, come erroneamente alcuni supposero. Infatti la felicità risulta dall’unione di tutti i beni, senza mescolanza di alcun male: la quale felicità per appagare il desiderio dell’uomo, deve consistere necessariamente nella vita eterna. Non potrebbe infatti il beato non volere che gli sia dato di godere per sempre di quei beni che ha ottenuto. Se dunque tale possesso non fosse stabile e certo, sarebbe tormentato dall’angoscia del timore.

Ineffabilità della beatitudine eterna

142 Queste stesse parole però, «vita beata», mostrano a sufficienza che la grandezza della felicità dei beati nella patria celeste da essi solamente e da nessun altro può esser compresa. Infatti se noi, per significare una cosa, facciamo uso di un nome comune anche a molte altre, è chiaro che per esprimere esattamente quella cosa manca la parola propria. Poiché dunque la felicità viene espressa con voci tali che convengono egualmente ai beati e a tutti coloro che vivono una vita eterna, si può allora capire che essa è una realtà troppo alta e preclara, per poterne esprimere perfettamente la sostanza con una parola propria. Infatti nelle Sacre Scritture si danno a questa beatitudine celeste moltissimi altri nomi, come per esempio: «regno di Dio», «di Cristo», «dei cieli», «Paradiso», «Città santa», «nuova Gerusalemme», «casa del Padre» (Mc 9,46; At 14,21; 1 Cor 6,9; Ef5,5; 2 Pt 1,11; Mt 7,21; Le 23,43; Ap 3,12; 21,2.10). Tuttavia è chiaro che nessuno di essi vale a esprimerne la grandezza.

La fede nella beatitudine promuove la pietà

143 I parroci non si lascino qui sfuggire l’occasione di richiamare i fedeli, con la visuale dei premi tanto grandi racchiusi nel nome di vita eterna, alla pietà, alla giustizia e a tutti i doveri della religione cristiana. È noto infatti che si suole valutare la vita tra i beni più grandi cui si tende per natura. A ragione quindi la suprema felicità è stata significata mediante l’idea di vita eterna. Che se nulla è più amato, nulla può esservi di più caro o di più giocondo di questa piccola nostra vita piena di affanni, la quale va soggetta a sì numerose e varie miserie, che si dovrebbe con più verità chiamare morte; con quale ardore dell’animo, con quale impegno non dovremo desiderare la vita eterna che, distrutti tutti i mali, contiene la ragione perfetta e assoluta di tutti i beni? Poiché, come tramandarono i santi Padri, la felicità della vita eterna si deve definire come liberazione da tutti i mali e acquisto di tutti i beni.

Circa i mali vi sono chiarissime testimonianze nelle Sacre Scritture. E detto infatti nell’Apocalisse: «Non avranno più né fame, né sete; né cadrà sopra essi il caldo del sole, né altro ardore» (7,16). E di nuovo: «Asciugherà Iddio dai loro occhi ogni lacrima e non vi sarà più morte, né lutto, né lamento, né dolore, perché le vecchie cose sparirono» (ibid. 21,4). Invece si avrà per i beati un’immensa gloria, con infinite specie di stabile letizia e di godimento. Ma la grandezza di questa gloria non può essere compresa dall’animo nostro, né può penetrare nel nostro spirito; sicché dovremo necessariamente penetrare in essa, cioè nel gaudio del Signore, affinché da esso circonfusi, sia soddisfatto perfettamente il desiderio del nostro cuore.

Duplice beatitudine: «essenziale» e «accessoria»

144 Quantunque, come scrive sant’Agostino, sembri che possano essere enumerati più facilmente i mali di cui mancheremo, che i beni e i piaceri che godremo (Sermo, 127, 2, 3), pure si dovrà spiegare brevemente e con chiarezza quanto varrà a infiammare i fedeli alla brama di conseguire quell’immensa felicità. Ma prima si dovrà notare la distinzione, insegnata dai più autorevoli scrittori di argomenti soprannaturali. Essi infatti stabiliscono che vi sono due generi di beni, di cui uno spetta alla natura della beatitudine, l’altro ne discende. Per ragioni pedagogiche, chiamarono i primi «beni essenziali», gli altri «accessori».

Beatitudine essenziale

145 La beatitudine sostanziale, che con un termine comune può dirsi «essenziale», consiste nel vedere Dio e godere della sua bellezza; perché qui è la fonte e il principio di ogni bontà. «Questa è la vita eterna» dice Cristo nostro Signore «che conoscano te, solo vero Dio, e Gesù Cristo, che tu hai mandato» (Gv 17,3). San Giovanni sembra voglia spiegare codesta frase quando dice: «Carissimi, ora siamo figli di Dio; ma ancora non è manifesto quel che saremo; sappiamo però che quando lo sarà, saremo simili a lui, poiché lo vedremo quale è» (1 Gv 3,2). Il che vuoi dire che la beatitudine consiste in queste due cose: che vedremo Dio come è nella sua natura e nella sua sostanza e che diverremo come dei. Infatti chi gode di lui, sebbene ritenga la propria sostanza, riveste tuttavia una forma mirabile e quasi divina, in modo che sembri più un dio che un uomo.

Come poi questo possa avvenire si spiega dal fatto che ciascuna cosa è conosciuta o per la sua essenza o per una sua immagine che la rappresenti. Ma poiché non vi è nessuna cosa simile a Dio, per la cui sola somiglianza si possa giungere alla perfetta conoscenza di lui, ne segue che nessuno può vedere la natura ed essenza di lui, se la stessa essenza divina non si congiunge a noi. Questo vogliono significare le parole dell’Apostolo: «Ora vediamo attraverso uno specchio, in enigma; allora invece, faccia a faccia» (1 Cor 13,12). Quando dice in enigma, come spiega sant’Agostino, intende un’idea o immagine adatta a far conoscere Dio (De Trinit, 15, 9). Lo stesso mostra chiaramente san Dionigi, quando dice che per nessuna sembianza di cose inferiori si possono conoscere quelle superiori (De div. nomin., cap. 1). Infatti con la sembianza di nessuna cosa corporea si può conoscere l’essenza e la sostanza di ciò che non ha corpo, specialmente se consideriamo che le idee o immagini delle cose devono essere meno materiali e più spirituali delle cose stesse, che rappresentano. Lo possiamo facilmente constatare nella conoscenza di tutte le cose. Ma poiché è impossibile che di una cosa creata esista un’idea così pura e spirituale, quale è Dio stesso, da una tale immagine non potremo mai conoscere perfettamente l’essenza divina. Si aggiunga che tutte le cose sono circoscritte da determinati limiti di perfezione, mentre Dio è infinito e nessuna somiglianza di cosa creata può racchiudere la sua immensità.

Non rimane dunque altro modo per conoscere l’essenza divina che essa stessa si congiunga a noi, innalzando in una maniera meravigliosa più in alto la nostra intelligenza; cosi diveniamo idonei a contemplare la bellezza della sua natura. Questo lo otterremo con il lume della gloria, quando, illuminati dal suo splendore, vedremo nel suo lume il vero lume di Dio; poiché i beati sempre intuiranno Dio presente. Con questo dono, il più grande e il migliore di tutti, fatti partecipi i beati dell’essenza divina, godono la vera e permanente beatitudine (2 Pt 1,4). E noi dobbiamo crederlo con tanta certezza, che è perfino definito nel Simbolo dei Padri (niceni), doverla noi per benignità divina aspettare con sicura speranza. Vi si dice infatti: «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà «.

Queste cose sono del tutto divine, né possono essere spiegate a parole o comprese con il pensiero. Nondimeno possiamo scorgere un’immagine di questa beatitudine anche nelle cose percepite dai sensi. Come il ferro, se accostato al fuoco, assimila il fuoco e, sebbene la sua sostanza non muti, tuttavia sembra qualche cosa di differente, cioè fuoco, allo stesso modo quelli che sono ammessi alla gloria celeste, infiammati dall’amore di Dio, vengono così trasformati, pur non cessando di essere ciò che sono, da poter dire che differiscono da quelli che sono in questa vita, molto più che il ferro incandescente dal ferro normale (Anselmo, Lib. de simil., cap. 56). Per dirla in breve: la somma e assoluta beatitudine che diciamo essenziale deve porsi nel possesso di Dio. Infatti cosa può mancare per la felicità perfetta a chi possiede Dio ottimo e perfettissimo?

Beatitudine accidentale

146 Alla beatitudine essenziale s’aggiungono degli abbellimenti comuni a tutti i beati che, essendo meno lontani dalla ragione umana, sogliono commuovere ed eccitare con maggior forza gli animi nostri. A questo genere appartengono quelli a cui sembra alludere l’Apostolo scrivendo ai Romani: «Gloria e onore e pace a ognuno che fa il bene (Rm 2,10). Infatti i beati non godono solo di quella gloria, che mostrammo essere in fondo la beatitudine essenziale di Dio, ovvero congiunta strettissimamente con la sua natura; ma anche di quella che risulta dalla conoscenza chiara e precisa che ciascuno dei beati avrà dell’eccellente e splendida dignità degli altri. Ma pure quanto grande non si dovrà stimare l’onore che Dio loro concede, essendo essi chiamati non più servi, ma amici, fratelli e figli di Dio? Perciò con queste amorosissime e onorevolissime parole il nostro Salvatore inviterà i suoi eletti: «Venite benedetti dal Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi» (Mt 25,34). Cosicché a buon diritto si può esclamare: «I tuoi amici, o Dio, sono stati troppo onorificati» (Sal 138,17). Ma saranno lodati anche da Cristo signore dinanzi al Padre celeste e ai suoi angeli.

Inoltre, se è vero che la natura ingenerò in tutti gli uomini il desiderio di essere onorati da quelli che sono illustri per sapienza, ritenendosi che tali attestati di considerazione siano le più efficaci prove del merito, quanto non dovrà credersi grande la gloria dei beati, professando l’uno verso l’altro la stima più profonda.

Sarebbe infinita l’enumerazione di tutti i godimenti di cui sarà ripiena la gloria dei beati e non possiamo immaginarceli neppure. Tuttavia i fedeli devono persuadersi che di tutto quel che di giocondo può toccarci o desiderarsi in questa vita, sia che si riferisca alla conoscenza dell’intelletto, sia alla perfezione del corpo, di tutto la vita beata dei celesti ridonderà, sebbene in un modo più alto di quel che l’occhio possa vedere, l’orecchio possa udire o che comunque possa penetrare nel cuore dell’uomo, come afferma l’Apostolo (2 Cor 2,9). Il corpo, che prima era grossolano e materiale, quando nel cielo, tolta la mortalità, sarà diventato tenue e spirituale, non avrà più bisogno di alimenti; l’anima poi si satollerà di quel pascolo eterno di gloria, che sarà offerto a tutti dall’Autore di quel grande convito (Lc 12,37).

Chi mai potrà desiderare preziose vesti ovvero ornamenti regali per il corpo lassù dove non si avrà bisogno di tali cose e tutti saranno coperti di immortalità e di splendore, insigniti della corona della gloria eterna? Ma se è parte della felicità umana anche il possesso di una casa vasta e sontuosa, che cosa si può concepire di più vasto e sontuoso dello stesso cielo, che è illuminato in ogni parte dallo splendore divino? Perciò il profeta, ponendosi dinanzi agli occhi la bellezza di tale dimora e ardendo della brama di giungere a quella beata sede, dice: «Come sono amabili i tuoi tabernacoli, o Signore delle virtù! Anela e si strugge l’anima mia per il desiderio degli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente» (Sal 83,2s).

 

Come si acquista sicuramente la beatitudine

147 I parroci devono ardentemente desiderare e cercare con ogni studio che questo sia il volere di tutti i fedeli, questa la voce comune di tutti, «Poiché nella casa del Padre mio» dice il Signore «vi sono molte dimore (Gv 14,2) nelle quali saranno dati premi maggiori e minori, secondo che ognuno avrà meritato. Infatti chi semina con parsimonia, mieterà con parsimonia (2 Cor 9,6) e chi semina largamente mieterà pure largamente». Perciò non solo spingeranno i fedeli verso la beatitudine, ma li avvertiranno spesso che il modo certo per ottenerla è di istruirsi nella fede e nella carità, perseverando nella preghiera e nella salutare frequenza dei sacramenti, esercitandosi in tutte le opere caritatevoli verso il prossimo. Allora la misericordia di Dio, il quale preparò quella gloria beata a chi lo ama, farà sì che si avveri un giorno il detto del profeta: «Starà il mio popolo nella bellezza della pace, nei tabernacoli della fiducia e nella quiete opulenta» (Is 32,18).

 

 

Si deve dimostrare con argomenti

132 Anche le ragioni che vengono addotte dagli scrittori ecclesiastici possono essere adatte a provare questa verità. In primo luogo, essendo l’anima immortale e avendo una propensione naturale, come parte dell’uomo, al corpo umano, si dovrà ritenere che non sia naturale per essa restare sempre divisa dal corpo. E poiché ciò che è contrario alla natura ed è violento non può durare a lungo, sembra ragionevole che si ricongiunga al corpo; ne segue che vi sarà la risurrezione dei corpi. Di questo argomento il nostro Salvatore si servì quando, disputando con i Sadducei, dall’immortalità delle anime dedusse la risurrezione dei corpi (Mt 22,32).

Secondo, Dio, che è sommamente giusto, ha apparecchiato supplizi per i cattivi e premi per i buoni. Moltissimi però muoiono senza aver scontato la pena e più ancora senza aver ricevuto il premio delle loro virtù. Dunque le anime dovranno ricongiungersi necessariamente ai loro corpi, perché questi, di cui gli uomini si servono per peccare, ricevano il castigo o il premio delle loro azioni. Questo argomento è stato trattato con molta cura da san Giovanni Crisostomo in un’omelia al popolo di Antiochia (Hom. Ad pop. Ant., 1, 9). Ecco perché l’Apostolo, parlando della risurrezione, dice: «Se per questa vita sola speriamo in Cristo, siamo i più miserabili degli uomini» (1 Cor 15,19). Tali parole nessuno vorrà riferirle alla miseria dell’anima, che è immortale e, se anche i corpi non risorgessero, pure nella vita futura potrebbe godere la beatitudine, ma bisogna intenderle come riferite a tutto l’uomo. Se infatti al corpo non fossero dati i premi condegni per le sue pene, ne seguirebbe che coloro i quali, come gli Apostoli, hanno sopportato nella vita tante disgrazie e travagli sarebbero i più miseri dei mortali. La stessa cosa, ma molto più chiaramente, è insegnata da san Paolo con queste parole ai Tessalonicesi: «Noi stessi ci gloriamo di voi nelle chiese di Dio, della vostra pazienza e fede in mezzo a tutte le persecuzioni e tribolazioni da voi sopportate: indizio del giusto giudizio di Dio, perché siate ritenuti degni del regno di Dio, per cui anche patite. E giusto che Dio renda tribolazioni a coloro che vi affliggono; e a voi tribolati dia riposo con noi, all’apparire che farà dal cielo il Signore Gesù coi potenti suoi angeli, in un incendio di fiamme, per fare vendetta di coloro che non han riconosciuto Dio e non ubbidiscono al vangelo del nostro Signore Gesù Cristo» (2 Ts 1,48).

Inoltre gli uomini, fintantoché l’anima è separata dal corpo, non possono raggiungere la felicità piena, ricolma di ogni bene. Infatti, come ogni parte separata dal tutto è imperfetta, così è anche l’anima che non sia unita al corpo. Perciò ne segue che è necessaria la risurrezione dei corpi perché nulla manchi alla completa felicità dell’anima.

Con queste ragioni e con altre simili il parroco potrà istruire i fedeli su questo articolo.

 

Tutti gli uomini risorgeranno

133 Sarà inoltre necessario spiegare, secondo la dottrina dell’Apostolo, quali debbano essere i risuscitati alla vita; poiché, scrivendo ai Corinzi, egli dice: «Come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti saranno vivificati» (1 Cor 15,22). Prescindendo dunque da qualsiasi differenza di buoni e cattivi, tutti, pur non avendo la stessa sorte, risorgeranno da morte: quanti fecero il bene, in risurrezione di vita; quanti fecero il male, in risurrezione di condanna (Gv 5,29).

Quando diciamo tutti vogliamo indicare tanto quelli che al momento del giudizio saranno già morti, quanto quelli che moriranno. San Girolamo infatti scrive che la Chiesa ammette l’opinione che tutti dovranno morire, nessuno eccettuato, e che questa è più vicina al vero (Epist. ad Minerv., 119); la stessa opinione è anche quella di sant’Agostino (De civit. Dei, 20, 20). Né a essa contraddice quel che l’Apostolo scrive ai Tessalonicesi: «Quelli che morirono in Cristo, risorgeranno i primi; in seguito, noi che viviamo, che siamo rimasti, verremo rapiti nell’aria, insieme con quelli, incontro a Cristo» (1 Ts 4,16). Sant’Ambrogio infatti spiegando questo passo, dice: «Nello stesso rapimento verrà prima la morte come in un sopore, di modo che l’anima uscita ritorna in un attimo. Nell’essere sollevati moriranno, affinché giungendo presso il Signore ricevano la vita per la presenza del Signore; perché con il Signore non possono esserci morti» (Comm. in 1 epist. ad Thes., 4, 16). Tale opinione viene approvata dall’autorità di sant’Agostino nella Città di Dio (ibid.).

 

Risorgerà il corpo di ciascuno

134 Ma poiché è molto importante la certezza che sia lo stesso e identico corpo di ciascuno di noi, quantunque corrotto e ridotto in polvere, a risuscitare alla vita, il parroco deve accuratamente spiegarlo. Tale è il pensiero dell’Apostolo quando dice: «Quest’essere corruttibile deve rivestirsi di incorruzione» (1 Cor 15,53), volendo manifestamente indicare con il termine questo, il proprio corpo. Anche Giobbe profetizzò di esso in modo chiarissimo dicendo: «E nella carne mia vedrò il mio Dio; lo vedrò io stesso, i miei occhi lo mireranno e non un altro» (19,26). Ciò risulta dalla stessa definizione della risurrezione; infatti essa, secondo il Damasceno, è un richiamo a quello stato dal quale sei caduto (Exp. fidei, 4, 27).

Finalmente, se consideriamo la ragione già sopra indicata per cui avverrà la risurrezione, non ci può essere alcun dubbio in proposito. Dicemmo infatti che i corpi saranno resuscitati, affinchè abbia ciascuno quel che è dovuto al suo corpo, secondo quel che operò, sia di bene, sia di male (2 Cor 5,10). L’uomo deve dunque necessariamente risorgere nello stesso corpo, con cui servì a Dio o al demonio, per ricevere con il medesimo corpo le corone del trionfo e i premi o per soffrire le pene e i supplizi.

Il corpo risorgerà integro

135 E non risorgerà solo il corpo; ma anche tutto ciò che è parte della sua vera natura, del decoro e ornamento dell’uomo, deve ritornare a lui. Abbiamo uno splendido argomento di sant’Agostino: «Non vi sarà allora nei corpi ombra di difetto; se alcuni furono troppo obesi e grassi per la pinguedine, non prenderanno tutta la massa del corpo; ma quel che supererà la misura normale, sarà considerato superfluo. Al contrario, tutto quello che nel corpo sarà consumato da malattia o vecchiaia, sarà ridonato da Cristo per virtù divina, come a coloro che furono gracili per magrezza Cristo riparerà non solo il corpo, ma tutto quello che fu tolto dalla miseria di questa vita» (De civit. Dei, 22,19). Così in un altro luogo: «Non riprenderà l’uomo i capelli che aveva, ma quelli che gli stavano bene, secondo il passo: «Tutti i capelli del vostro capo sono numerati»; essi devono ripararsi secondo la divina sapienza» (ibid.). Anzitutto ci saranno ridonate tutte le membra che fanno parte della completa natura umana. Chi dalla nascita sia stato privo degli occhi o li abbia perduti per qualche malattia, gli zoppi, gli storpi e i minorati risorgeranno con il corpo intero e perfetto; altrimenti non sarebbe soddisfatto il desiderio dell’anima, la quale tende all’unione con il corpo. Tale desiderio tutti crediamo con certezza che debba essere appagato.

Inoltre è certo che la risurrezione, appunto come la creazione, va annoverata fra le migliori opere di Dio. Come dunque tutte le cose dal principio della creazione uscirono perfette dalle mani di Dio, così dovrà avvenire anche nella risurrezione. Né ciò si deve dire solo dei martiri, dei quali sant’Agostino afferma: «Non saranno senza quelle membra: poiché la mutilazione non potrebbe non essere un difetto del corpo; altrimenti quelli che furono decapitati, dovrebbero risorgere senza la testa. Però rimarranno nelle loro membra le cicatrici della spada, più risplendenti dell’oro e di qualsiasi pietra preziosa, come le cicatrici delle piaghe di Cristo» (ibid.). Ciò si afferma con verità anche dei cattivi, anche se le loro membra siano state amputate per una colpa personale; poiché l’acutezza del dolore sarà in ragione delle membra che essi avranno.

Perciò una tale restituzione delle membra non ridonderà a loro felicità, ma disgrazia e miseria, poiché i meriti non vengono attribuiti alle membra, bensì alla persona alla quale sono unite. A quelli che fecero penitenza saranno restituite per premio; a quelli invece che aborrirono la penitenza, per supplizio.

Se i parroci considereranno attentamente tutto questo, non mancheranno loro i fatti e i pensieri per muovere e infiammare all’amore della religione gli animi dei fedeli, affinché considerando i fastidi e le afflizioni di quaggiù, dirigano i loro ardenti desideri verso la gloria beata della risurrezione, preparata per i giusti e per i pii.

 

Immortalità dei corpi risorti

136 Rimane ora da far comprendere ai fedeli che, sebbene per quanto ne costituisce la sostanza debba resuscitare l’identico corpo che ha subito la morte, il suo stato però sarà molto differente. A parte infatti le altre circostanze in questo sta la differenza dei corpi risuscitati da quel che erano prima: mentre allora erano soggetti alle leggi della morte, dopo richiamati a vita, a prescindere dalle differenze tra buoni e cattivi, tutti saranno immortali. Questa meravigliosa reintegrazione della natura fu meritata dalla grande vittoria che Cristo riportò sulla morte, come ci insegnano le Sacre Scritture. Sta scritto infatti: «Egli precipiterà la morte in sempiterno» (Is 25,8); e altrove: «Sarò la tua morte, o morte» (Os 13,14). Spiegando tali parole, l’Apostolo dice: «La morte, l’ultima nemica, sarà distrutta» (1 Cor 15,26). E in san Giovanni leggiamo: «D’ora in poi non vi sarà più la morte» (Ap 21,4).

Era molto conveniente che il peccato di Adamo fosse del tutto vinto per merito di Cristo nostro Signore, il quale distrusse l’impero della morte. E questo è anche conforme alla divina giustizia, perché i buoni potessero godere per sempre una vita beata; i cattivi invece, dovendo scontare pene eterne, pur cercando la morte, non la potessero trovare; desiderassero di morire, e la morte ostinatamente fuggisse loro (Ap 9,6). Questa immortalità sarà comune ai buoni e ai cattivi.

 

Doti dei corpi risorti

137 I corpi redivivi dei santi avranno fulgide e meravigliose facoltà, per le quali diverranno molto più nobili di quello che furono. Le più notevoli sono quelle quattro, che son dette «doti», e sono rilevate dai Padri, sulle orme dell’Apostolo.

La prima è l» «impassibilità»; dono e dote, la quale farà sì che essi non possano soffrire niente di molesto o essere colpiti da dolori o incomodi. Infatti non potranno a essi nuocere né la violenza del freddo, né l’ardore del fuoco, né l’impeto delle acque. «Viene seminato» dice l’Apostolo «nella corruzione; risorgerà nella incorruzione» (1 Cor 15,42). Gli Scolastici la chiamarono impassibilità invece che «incorruzione», per esprimere quel che è proprio del corpo glorioso; poiché i beati non hanno l’impassibilità in comune coi dannati, perché i corpi di questi, sebbene incorruttibili, possono patire caldo, freddo e ogni dolore.

Viene poi lo «splendore», per il quale i corpi dei santi rifulgeranno come il sole. Lo attesta, in san Matteo, il nostro Salvatore: «I giusti risplenderanno come il sole nel regno del loro Padre» (13,43). E perché nessuno dubitasse di questa promessa, la confermò con l’esempio della sua trasfigurazione (Mt 17,2). Questa dote l’Apostolo la chiama ora «gloria», ora splendore. «Riformerà» dice «il corpo nostro umile, rassomigliandolo al corpo del suo splendore» (Fil 3,21 ); e di nuovo: «È seminato nella miseria, sorgerà nella gloria» (1 Cor 15,43). Di questa gloria vide un’immagine il popolo d’Israele nel deserto, quando la faccia di Mosè, di ritorno dal colloquio avuto con Dio sul Sinai, risplendeva talmente che i figli d’Israele non vi potevano fissare gli occhi (Es 34,29). Questo splendore è un fulgore speciale che viene al corpo dalla somma felicità dell’anima ed è come un riflesso della beatitudine di cui gode l’anima: come la stessa anima diventa beata, in quanto su di essa si posa una parte della felicità divina. Non si creda però che tutti si abbelliscano di tal privilegio in ugual misura, come del primo; saranno, si, tutti egualmente impassibili i corpi dei santi, ma non avranno un uguale splendore; poiché, come assicura l’Apostolo, altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle. Una stella infatti differisce dall’altra per lo splendore; così nella risurrezione dei morti (1 Cor 15,41).

A questa dote va congiunta quella che chiamano «agilità», per cui il corpo sarà liberato dal peso, che ora l’affatica e con grandissima facilità potrà muoversi verso quella parte dove l’anima vorrà, così che nulla potrà esservi di più celere di quel movimento, come insegnano apertamente sant’Agostino nella Città di Dio (13,18 e 20) e san Girolamo nel commento a Isaia (cap. 40). Perciò l’Apostolo dice: «Viene seminato nella debolezza, risorgerà nella forza» (1 Cor 15,43).

A queste doti va aggiunta la sottilità o «sottigliezza», la quale pone il corpo completamente sotto l’impero dell’anima così da servirla con immediatezza, come mostrano le parole dell’Apostolo: «Si semina un corpo animale, risorgerà un corpo spirituale» (1 Cor 15,44). Questi sono quasi tutti i punti principali da illustrare nella spiegazione dell’articolo.

 

Frutti salutari dell’articolo

138 Ma perché i fedeli sappiano quale frutto possono ricavare dalla conoscenza di sì numerosi e grandi misteri, si dovrà prima inculcare che dobbiamo ringraziare Dio, il quale ha nascosto queste cose ai sapienti e le ha rivelate ai piccoli. Quanti uomini infatti, illustri per prudenza o per singolare dottrina, non furono completamente all’oscuro di questa verità così certa? L’averla dunque Dio manifestata a noi, che non potevamo aspirare a comprenderla, ci deve fare eternamente lodare la sua benignità e clemenza.

Con il meditare quest’articolo, coglieremo anche il grande frutto che, nella morte di quanti per natura o benevolenza furono a noi congiunti, potremo facilmente consolare sia gli altri che noi stessi; consolazione di cui si servì l’Apostolo scrivendo ai Tessalonicesi intorno ai defunti (1 Ts 4,13). Ma anche in tutti gli altri affanni e disgrazie, il pensiero della futura risurrezione ci darà gran sollievo nel dolore. Ricordiamo il santo Giobbe, il quale sollevava l’animo afflitto e addolorato con questa sola speranza, che avrebbe finalmente potuto contemplare nella risurrezione Iddio suo signore (Gb 19,26s).

Oltre a ciò, questo pensiero sarà molto efficace nel persuadere i fedeli a mettere ogni diligenza nel menare una vita retta, integra, pura da ogni macchia di peccato. Se infatti penseranno che le immense ricchezze, successive alla risurrezione, sono preparate per loro, facilmente s’innamoreranno della virtù e della pietà. D’altro canto nessuna cosa potrà avere maggiore efficacia a sedare le passioni dell’animo e a ritrarre gli uomini dal peccato, che ammonirli spesso di quali mali e dolori saranno colpiti i cattivi che nell’ultimo giorno andranno alla risurrezione del giudizio (Gv 5,29).

 

Articolo 12 «CREDO LA VITA ETERNA»

1020 Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna. Quando la Chiesa ha pronunciato, per l’ultima volta, le parole di perdono dell’assoluzione di Cristo sul cristiano morente, l’ha segnato, per l’ultima volta, con una unzione fortificante e gli ha dato Cristo nel viatico come nutrimento per il viaggio, a lui si rivolge con queste dolci e rassicuranti parole:Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo, che ti è stato dato in dono; la tua dimora sia oggi nella pace della santa Gerusalemme, con la Vergine Maria, Madre di Dio, con san Giuseppe, con tutti gli angeli e i santi… Tu possa tornare al tuo Creatore, che ti ha formato dalla polvere della terra. Quando lascerai questa vita, ti venga incontro la Vergine Maria con gli angeli e i santi… Mite e festoso ti appaia il volto di Cristo e possa tu contemplarlo per tutti i secoli in eterno [Rituale romano, Rito delle esequie, Raccomandazione dell’anima].

I. Il giudizio particolare

1021 La morte pone fine alla vita dell’uomo come tempo aperto all’accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo [Cf 2Tm 1,910 ]. Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell’incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l’immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro [Cf Lc 16,22 ] e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone [Cf Lc 23,43 ] così come altri testi del Nuovo Testamento [Cf 2Cor 5,8; Fil 1,23; Eb 9,27; Eb 12,23 ] parlano di una sorte ultima dell’anima [Cf Mt 16,26 ] che può essere diversa per le une e per le altre.

 1022 Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, [Cf Concilio di Lione II: Denz.-Schönm., 857858; Concilio di Firenze II: ibid., 13041306; Concilio di Trento: ibid., 1820] o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, [Cf Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: Denz.-Schönm., 10001001; Giovanni XXII, Bolla Ne super his: ibid., 990] oppure si dannerà immediatamente per sempre [Cf Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: Denz.-Schönm., 1002].Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore [Cf San Giovanni della Croce, Parole di luce e di amore, 1, 57].

II. Il Cielo

1023 Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono «così come egli è» ( 1Gv 3,2 ), faccia a faccia: [Cf 1Cor 13,12; Ap 22,4 ] Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo… e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c’era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate…, anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale — e questo dopo l’Ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo — sono state, sono e saranno in cielo, associate al Regno dei cieli e al Paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l’essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura [ Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: Denz. –Schönm., 1000; cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49]. 

1024 Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata «il cielo». Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva. 

1025 Vivere in cielo è «essere con Cristo» [Cf Gv 14,3; Fil 1,23; 1Ts 4,17 ]. Gli eletti vivono «in lui», ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome: [Cf Ap 2,17 ]Vita est enim esse cum Christo; ideo ubi Christus, ibi vita, ibi regnum — La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c’è Cristo, là c’è la vita, là c’è il Regno [Sant’Ambrogio, Expositio Evangelii secundum Lucam, 10, 121: PL 15, 1834A].

1026 Con la sua morte e la sua Risurrezione Gesù Cristo ci ha «aperto» il cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della Redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui.

1027 Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» ( 1Cor 2,9 ). 

1028 A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando egli stesso apre il suo Mistero alla contemplazione immediata dell’uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa la «la visione beatifica»:Questa sarà la tua gloria e la tua felicità: essere ammesso a vedere Dio, avere l’onore di partecipare alle gioie della salvezza e della luce eterna insieme con Cristo, il Signore tuo Dio, … godere nel Regno dei cieli, insieme con i giusti e gli amici di Dio, le gioie dell’immortalità raggiunta [San Cipriano di Cartagine, Epistulae, 56, 10, 1: PL 4, 357B].

1029 Nella gloria del cielo i beati continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli altri uomini e all’intera creazione. Regnano già con Cristo; con lui «regneranno nei secoli dei secoli» ( Ap 22,5 ) [Cf Mt 25,21; Mt 25,23 ].

V. Il Giudizio finale 1038 La risurrezione di tutti i morti, «dei giusti e degli ingiusti» ( At 24,15 ), precederà il Giudizio finale. Sarà «l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce [del Figlio dell’Uomo] e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna» ( Gv 5,2829 ). Allora Cristo «verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli… E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra… E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» ( Mt 25,31; Mt 25,32; Mt 25,46 ). 

1039 Davanti a Cristo che è la Verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio [Cf Gv 12,49 ]. Il Giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena:Tutto il male che fanno i cattivi viene registrato a loro insaputa. Il giorno in cui Dio non tacerà ( Sal 50,3 )… egli si volgerà verso i malvagi e dirà loro: «Io avevo posto sulla terra i miei poverelli, per voi. Io, loro capo, sedevo nel cielo alla destra di mio Padre, ma sulla terra le mie membra avevano fame. Se voi aveste donato alle mie membra, il vostro dono sarebbe giunto fino al capo. Quando ho posto i miei poverelli sulla terra, li ho costituiti come vostri fattorini perché portassero le vostre buone opere nel mio tesoro: voi non avete posto nulla nelle loro mani, per questo non possedete nulla presso di me [Sant’Agostino, Sermones, 18, 4, 4: PL 38, 130131].

1040 Il Giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l’ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la Provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il Giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte [Cf Ct 8,6 ].

1041 Il messaggio del Giudizio finale chiama alla conversione fin tanto che Dio dona agli uomini «il momento favorevole, il giorno della salvezza» ( 2Cor 6,2 ). Ispira il santo timor di Dio. Impegna per la giustizia del Regno di Dio. Annunzia la «beata speranza» ( Tt 2,13 ) del ritorno del Signore il quale «verrà per essere glorificato nei suoi santi ed essere riconosciuto mirabile in tutti quelli che avranno creduto» ( 2Ts 1,10 ).

VI. La speranza dei cieli nuovi e della terra nuova

1042 Alla fine dei tempi, il Regno di Dio giungerà alla sua pienezza. Dopo il Giudizio universale i giusti regneranno per sempre con Cristo, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo sarà rinnovato:Allora la Chiesa… avrà il suo compimento… nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l’uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48].

1043 Questo misterioso rinnovamento, che trasformerà l’umanità e il mondo, dalla Sacra Scrittura è definito con l’espressione: «i nuovi cieli e una terra nuova» ( 2Pt 3,13 ) [Cf Ap 21,1 ]. Sarà la realizzazione definitiva del disegno di Dio di «ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» ( Ef 1,10 ).

1044 In questo nuovo universo, [Cf Ap 21,5 ] la Gerusalemme celeste, Dio avrà la sua dimora in mezzo agli uomini. Egli «tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate» ( Ap 21,4 ) [Cf Ap 21,27 ].

1045 Per l’uomo questo compimento sarà la realizzazione definitiva dell’unità del genere umano, voluta da Dio fin dalla creazione e di cui la Chiesa nella storia è «come sacramento» [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 1]. Coloro che saranno uniti a Cristo formeranno la comunità dei redenti, la «Città santa» di Dio ( Ap 21,2 ), «la Sposa dell’Agnello» ( Ap 21,9 ). Essa non sarà più ferita dal peccato, dalle impurità, [Cf Ap 21,27 ] dall’amor proprio, che distruggono o feriscono la comunità terrena degli uomini. La visione beatifica, nella quale Dio si manifesterà in modo inesauribile agli eletti, sarà sorgente perenne di gaudio, di pace e di reciproca comunione.

1046 Quanto al cosmo, la Rivelazione afferma la profonda comunione di destino fra il mondo materiale e l’uomo:La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio… e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione… Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo ( Rm 8,1923 ).

1047 Anche l’universo visibile, dunque, è destinato ad essere trasformato, «affinché il mondo stesso, restaurato nel suo stato primitivo, sia, senza più alcun ostacolo, al servizio dei giusti», partecipando alla loro glorificazione in Gesù Cristo risorto [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 5, 32, 1].

1048 » Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità, e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini» [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 39].

1049 «Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del Regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza» [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 39]. 

1050 «Infatti… tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando Cristo rimetterà al Padre il Regno eterno e universale» [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 39]. Dio allora sarà «tutto in tutti» ( 1Cor 15,28 ), nella vita eterna:

La vita, nella sua stessa realtà e verità, è il Padre, che attraverso il Figlio nello Spirito Santo, riversa come fonte su tutti noi i suoi doni celesti. E per la sua bontà promette veramente anche a noi uomini i beni divini della vita eterna [ San Cirillo di Gerusalemme, Catecheses illuminandorum, 18, 29: PG 33, 1049, cf Liturgia delle Ore, III, Ufficio delle letture del giovedì della diciassettesima settimana. [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 28.]

 

Seconda Lettura
Dalle «Conferenze» di san Tommaso d’Aquino, sacerdote
(Conf. sul Credo; Opuscula theologica 2; Torino 1954, pp. 216217)Mi sazierò quando apparirà la tua gloria
Quando saranno compiuti tutti i nostri desideri, cioè nella vita eterna, la fede cesserà. Non sarà più oggetto di fede tutta quella serie di verità che nel «Credo» si chiude con le parole: «vita eterna. Amen».
La prima cosa che si compie nella vita eterna è l’unione dell’uomo con Dio.
Dio stesso, infatti, è il premio ed il fine di tutte le nostre fatiche: «lo sono il tuo scudo, e la tua ricompensa sarà molto grande» (Gn 15,1). Questa unione poi consiste nella perfetta visione: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12).
La vita eterna inoltre consiste nella somma lode, come dice il Profeta: «Giubilo e gioia saranno in essa, ringraziamenti e inni di lode» (Is 51,3). Consiste ancora nella perfetta soddisfazione del desiderio. Ivi infatti ogni beato avrà più di quanto ha desiderato e sperato. La ragione è che nessuno può in questa vita appagare pienamente i suoi desideri, né alcuna cosa creata è in grado di colmare le aspirazioni dell’uomo. Solo Dio può saziarlo, anzi andare molto al di là, fino all’infinito. Per questo le brame dell’uomo si appagano solo in Dio, secondo quanto dice Agostino: «Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è senza pace fino a quando non riposa in te».
I santi, nella patria, possederanno perfettamente Dio. Ne segue che giungeranno all’apice di ogni loro desiderio e che la loro gloria sarà superiore a quanto speravano. Per questo dice il Signore: «Prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21); e Agostino aggiunge: «Tutta la gioia non entrerà nei beati, ma tutti i beati entreranno nella gioia. Mi sazierò quando apparirà la tua gloria»; ed anche: «Egli sazia di beni il tuo desiderio». Tutto quello che può procurare felicità, là è presente ed in sommo grado. Se si cercano godimenti, là ci sarà il massimo e più assoluto godimento, perché si tratta del bene supremo, cioè di Dio: «Dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 15,11).
La vita eterna infine consiste nella gioconda fraternità di tutti i santi. Sarà una comunione di spiriti estremamente deliziosa, perché ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati. Ognuno amerà l’altro come se stesso e perciò godrà del bene altrui come proprio.
Così il gaudio di uno solo sarà tanto maggiore quanto più grande sarà la gioia di tutti gli altri beati.

 

Capitulus 63

N.

Qualiter in illa ultima felicitate omne desiderium hominis completur.

N.1

Ex praemissis autem evidenter apparet quod in illa felicitate quae provenit ex visione divina, omne desiderium humanum impletur, secundum illud Psalmi, qui replet in bonis desiderium tuum; et omne humanum studium ibi suam consummationem accipit. Quod quidem patet discurrenti per singula.

N.2

Est enim quoddam desiderium hominis inquantum intellectualis est, de cognitione veritatis: quod quidem desiderium homines prosequuntur per studium contemplativae vitae. Et hoc quidem manifeste in illa visione consummabitur, quando, per visionem primae veritatis, omnia quae intellectus naturaliter scire desiderat, ei innotescent, ut ex supra dictis apparet.

N.3

Est etiam quoddam hominis desiderium secundum quod habet rationem, qua inferiora disponere potest: quod prosequuntur homines per studium activae et civilis vitae.

Quod quidem desiderium principaliter ad hoc est, ut tota hominis vita secundum rationem disponatur, quod est vivere secundum virtutem: cuiuslibet enim virtuosi finis in operando est propriae virtutis bonum, sicut fortis ut fortiter agat. Hoc autem desiderium tunc omnino complebitur: quia ratio in summo vigore erit, divino lumine illustrata, ne a recto deficere possit.

Consequuntur etiam civilem vitam quaedam bona quibus homo indiget ad civiles operationes.

Sicut honoris sublimitas: quam homines inordinate appetentes, superbi et ambitiosi fiunt. Ad summam autem honoris altitudinem per illam visionem homines sublimantur, inquantum deo quodam modo uniuntur, ut supra ostensum est.

Et propter hoc, sicut ipse deus rex saeculorum est, ita et beati ei coniuncti reges dicuntur, Apoc. 206: regnabunt cum christo.

Consequitur etiam civilem vitam aliud appetibile, quod est famae celebritas: per cuius inordinatum appetitum homines inanis gloriae cupidi dicuntur. Beati autem per illam visionem redduntur celebres, non secundum hominum, qui et decipi et decipere possunt, opinionem sed secundum verissimam cognitionem et dei et omnium beatorum. Et ideo illa beatitudo in sacra Scriptura frequentissime gloria nominatur: sicut in Psalmo dicitur: exultabunt sancti in gloria.

Est etiam et aliud in civili vita appetibile, scilicet divitiae: per cuius inordinatum appetitum et amorem homines illiberales et iniusti fiunt. In illa autem beatitudine est bonorum omnium sufficientia: inquantum beati perfruuntur illo qui comprehendit omnium bonorum perfectionem. Propter quod dicitur Sap. 711: venerunt mihi omnia bona pariter cum illa. Unde et in Psalmo dicitur: gloria et divitiae in domo eius.

N.4

Est etiam tertium hominis desiderium, quod est sibi et aliis animalibus commune, ut delectationibus perfruatur: quod homines maxime prosequuntur secundum vitam voluptuosam; et per eius immoderantiam homines intemperati et incontinentes fiunt. In illa vero felicitate est delectatio perfectissima: tanto quidem perfectior ea quae secundum sensus est, qua etiam bruta animalia perfrui possunt, quanto intellectus est altior sensu; quanto etiam illud bonum in quo delectabimur, maius est omni sensibili bono, et magis intimum, et magis continue delectans; quanto etiam illa delectatio est magis pura ab omni permixtione contristantis, aut sollicitudinis alicuius molestantis; de qua dicitur in Psalmo: inebriabuntur ab ubertate domus tuae, et torrente voluptatis tuae potabis eos.

N.5

Est etiam et naturale desiderium, omnibus rebus commune, per quod conservationem sui desiderant, secundum quod possibile est: per cuius immoderantiam homines timidi redduntur, et nimis a laboribus sibi parcentes. Quod quidem desiderium tunc omnino complebitur, quando beati perfectam sempiternitatem consequentur, ab omni nocumento securi: secundum illud Isaiae 4910 et Apoc. 21: non esurient neque sitient amplius, neque cadet super illos sol neque ullus aestus.

N.6

Sic igitur patet quod per visionem divinam consequuntur intellectuales substantiae veram felicitatem, in qua omnino desideria quietantur, et in qua est plena sufficientia omnium bonorum, quae, secundum Aristotelem, ad felicitatem requiritur.

Unde et boetius dicit quod beatitudo est status omnium bonorum congregatione perfectus.

N.7

Huius autem ultimae et perfectae felicitatis in hac vita nihil est adeo simile sicut vita contemplantium veritatem, secundum quod est possibile in hac vita.

Et ideo philosophi, qui de illa felicitate ultima plenam notitiam habere non potuerunt, in contemplatione quae est possibilis in hac vita, ultimam felicitatem hominis posuerunt.

Propter hoc etiam, inter alias vitas, in Scriptura divina magis contemplativa commendatur, dicente domino, Lucae 1042: maria optimam partem elegit, scilicet contemplationem veritatis, quae non auferetur ab ea. Incipit enim contemplatio veritatis in hac vita, sed in futura consummatur: activa vero et civilis vita huius vitae terminos non transcendit.

 

 

S. Alfonso Maria de Liguori
Apparecchio alla Morte
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CONSIDERAZIONE XXIXDEL PARADISO

«Tristitia vestra vertetur1 in gaudium» (Io. 16. 20).

 

PUNTO I

Procuriamo al presente di soffrir con pazienza le afflizioni di questa vita, offerendole a Dio in unione delle pene che patì Gesu-Cristo per nostro amore; e facciamoci animo colla speranza del paradiso. Finiranno un giorno tutte queste angustie, dolori, persecuzioni, timori; e salvandoci, diventeranno per noi gaudii e contenti nel regno de» beati. Così ci fa animo il Signore: «Tristitia vestra vertetur in gaudium» (Io. 16. 20). Consideriamo dunque oggi qualche cosa del paradiso. Ma che diremo di questo paradiso, se neppure i santi più illuminati han saputo darci ad intendere le delizie, che Dio riserva a» suoi servi fedeli? Davide2 altro non seppe dirne che “l paradiso è un bene troppo desiderabile: «Quam dilecta tabernacula tua, Domine virtutum!» (Ps. 83. 2). Ma voi almeno, S. Paolo mio, voi che aveste la sorte d’essere stato rapito a vedere il cieloRaptus in paradisum»), diteci qualche cosa di ciò che avete veduto. No, dice l’Apostolo, ciò che ho veduto, non è possibile spiegarlo. Son le delizie del paradiso: «Arcana verba, quae non licet homini loqui» (2. Cor. 12. 4).3 Sono sì grandi che non possono spiegarsi, se non si godono. Altro io non posso dirvi, dice l’Apostolo, che «oculus non vidit, nec auris audivit, neque in cor hominis ascendit, quae praeparavit Deus iis, qui diligunt illum» (1. Cor. 2. 9). Niun uomo in terra ha vedute mai, né udite, né comprese le bellezze, le armonie, i contenti, che Dio ha preparati a coloro che l’amano.

Non possiamo noi esser capaci de i beni del paradiso, perché non abbiamo altre idee, che de» beni di questa terra. Se i cavalli avessero mai il discorso, e sapessero che il padrone sposandosi ha preparato un gran banchetto, s’immaginerebbero che il banchetto non consisterebbe

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in altro, che in buona paglia, buona avena ed orzo: perché i cavalli non hanno idea d’altri cibi che di questi. Così pensiamo noi de i beni del paradiso. È bello il vedere in tempo d’està4 nella notte il cielo stellato: è gran delizia in tempo di primavera trovarsi in una marina, quando il mare è placido, in cui vi si vedono5 dentro scogli vestiti d’erba, e pesci che guizzano: è gran delizia il trovarsi in un giardino pieno di frutti e fiori,6 circondato da fontane che scorrono, e con uccelli che van volando e cantando d’intorno. Dirà taluno: Oh che paradiso! Che paradiso? che paradiso? altri sono i beni del paradiso. Per intendere qualche cosa in confuso del paradiso, si consideri ch’ivi sta un Dio onnipotente, impegnato a deliziare le anime che ama. Dice S. Bernardo:7 Vuoi sapere che cosa vi è in paradiso? «Nihil est quod nolis, totum est quod velis». Ivi non vi è cosa che dispiaccia, e vi è tutto quello che piace.

Oh Dio, che dirà l’anima in entrare in quel regno beato! Immaginiamoci che muoia quella verginella, o quel giovine, ch’essendosi consagrato all’amore di Gesu-Cristo, arrivata la morte, lascia già questa terra. L’anima è presentata al giudizio, il giudice l’abbraccia e le dichiara ch’è salva. Le viene ad incontro8 l’Angelo Custode, e se ne rallegra; ella lo ringrazia dell’assistenza fattale, e l’Angelo poi le dice: Via su, anima bella, allegramente già sei salva, vieni a vedere la faccia del tuo Signore. Ecco l’anima già passa le nubi, le sfere, le stelle: entra nel cielo. Oh Dio, che dirà nel metter piede la prima volta in quella patria beata, e in dar la prima occhiata a quella città di delizie! Gli angeli e i santi le verranno ad incontro,9 e giubilando le daranno il benvenuto. Ivi che consolazione avrà in incontrarsi co» suoi parenti, o amici entrati già prima in paradiso, e co» suoi santi avvocati! Vorrà l’anima allora genuflettersi avanti di loro per venerarli, ma le diranno quei santi: «Vide ne faceris, conservus tuus sum» (Apoc. 22. 9). Indi sarà portata a baciare i piedi a Maria ch’è la Regina del paradiso. Qual tenerezza sentirà l’anima in conoscere10 di vista la prima volta quella divina Madre, che tanto l’ha aiutata a salvarsi! poiché

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allora vedrà l’anima tutte le grazie, che le ha ottenute Maria, dalla quale poi si vedrà amorosamente abbracciata. Indi dalla stessa Regina sarà l’anima condotta a Gesù, che la riceverà come sposa e le dirà: «Veni de Libano, sponsa mea, veni, coronaberis» (Cant. 4. 8).Sposa mia, allegramente, son finite le lagrime, le pene e i timori; ricevi la corona eterna, ch’io t’ho acquistata col mio sangue. Gesù stesso poi la porterà a ricever la benedizione dal suo Padre divino, che abbracciandola la benedirà dicendole: «Intra in gaudium Domini tui» (Matth. 25. 21). Ella sarà11 beata della medesima beatitudine ch’Egli gode.

Affetti e preghiere

Ecco, mio Diopiedi vostri un ingrato, creato da Voi per lo paradiso, ma egli tante volte per miseri piaceri ve l’ha rinunziato in faccia, contentandosi d’esser condannato all’inferno. Ma spero che Voi già m’abbiate perdonato tutte l’ingiurie che v’ho fatto, delle quali sempre di nuovo mi pento, e voglio pentirmene sino alla morte; e voglio che sempre Voi di nuovo me le torniate a perdonare. Ma oh Dio, che benché Voi m’abbiate già perdonato, sempre non però sarà vero ch’io ho avuto l’animo di amareggiare Voi, mio Redentore, che per condurmi al vostro regno avete data la vita. Ma sia sempre lodata e benedetta la vostra misericordia, o Gesù mio, che con tanta pazienza m’avete sopportato; e in vece di castighi avete accresciute verso di me le grazie, i lumi e le chiamate. Vedo, caro mio Salvatore, che proprio mi volete salvo, mi volete nella vostra patria ad amarvi eternamente, ma volete ch’io prima v’ami in questa terra. Sì, che voglio amarvi. Ancorché non vi fosse paradiso, io voglio amarvi, finché vivo, con tutta l’anima, con tutte le mie forze. Mi basti il sapere che Voi, mio Dio, desiderate esser amato da me. Gesù mio, assistemi con la vostra grazia, non mi abbandonate. L’anima mia è eterna, dunque sto nella sorte o di amarvi, o di odiarvi in eterno? No, io in eterno voglio amarvi, e voglio amarvi assai in questa vita, per amarvi assai nell’altra. Disponete di me come vi piace, castigatemi qui come volete, non mi private del vostro amore, e poi fatene di me quel che vi piace. Gesù mio, i meriti vostri sono la speranza mia.

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O Maria, nella vostra intercessione io tutto confido. Voi m’avete liberato dall’inferno, quand’io stava in peccato; ora che voglio amar Dio, Voi mi avete da salvare e da far santo.

2 [14.] Davide) Davidde VR BR1 BR2.

3 [21.] II Cor., 12, 4: «Raptus est in paradisum: audivit arcana verba, quae non licet homini loqui».

4 [3.] està) estate VR BR1 BR2.

5 [5.] vedono) vedano VR BR1 BR2.

6 [7.] fiori) di fiori VR BR1 BR2.

7 [12.] S. BERNARDUS, De diversis, sermo 16, n. 7; PL 183, 582: «Ibi nihil deest; ecce abundantia qua impleatur humana cupiditas. Quae est ista copia, ubi nihil quod nolis sit, totum sit quod velis?»

8 [19.] ad incontro) incontro VR BR1 BR2.

9 [25.] ad incontro) incontro VR BR1 BR2.

10 [31.] conoscere) conoscer VR BR1 BR2.

11 [9.] Ella) E la farà ND1 VR ND3 BR1 BR2.

 

PUNTO II

Entrata che sarà l’anima nella beatitudine di Dio, «nihil est quod nolit», non avrà cosa più che l’affanni. «Absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum, et mors ultra non erit; neque luctus, neque clamor, neque dolor erit ultra; quia prima abierunt. Et dixit qui sedebat in throno: Ecce nova facio omnia» (Apoc. 21. 4).1 Nel paradiso non vi sono più infermità, non povertà, né incomodi: non vi sono più vicende di giorni e di notti, né di freddo o di caldo. Ivi è un continuo giorno sempre sereno, una continua primavera sempre deliziosa. Ivi non vi sono più persecuzioni o invidie; in quel regno d’amore tutti s’amano teneramente, e ciascuno gode del bene dell’altro come fosse suo. Non vi sono più timori, perché l’anima confermata in grazia non può più peccare e perdere il suo Dio. «Ecce nova facio omnia». Ogni cosa è nuova, ed ogni cosa consola e sazia. «Totum est quod velis». Ivi sarà contentata la vista, in rimirare quella città di perfetta bellezza: «Urbs perfecti decoris» (Thren. 2. 15).2 Che delizia sarebbe vedere una città, dove il pavimento delle vie fosse di cristallo, i palagi d’argento con i soffitti d’oro, e tutt’adorni di festoni di fiori? Oh quanto sarà più bella la città del paradiso! Che sarà poi vedere que» cittadini tutti vestiti alla regale, poiché tutti sono re, come parla S. Agostino:3 «Quot cives tot reges!» Che sarà veder Maria,

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che comparirà più bella che tutto il paradiso! Che sarà poi vedere l’Agnello divino, lo sposo Gesù! Santa Teresa4 appena vide una volta una mano di Gesu-Cristo, rimase5 stupida per tanta bellezza. Sarà contentato l’odorato con quegli odori, ma odori di paradiso. Sarà contentato l’udito colle armonie celesti. S. Francesco6 intese una volta da un angelo una sola arcata di viola, ed ebbe a morirne per la dolcezza. Che sarà sentir tutt’i santi e gli angeli cantare a coro le glorie di Dio! «In saecula saeculorum laudabunt te» (Ps. 83. 5). Che sarà udir Maria che loda Dio! La voce di Maria in cielo, dice S. Francesco di Sales,7 sarà come d’un uscignuolo8 in un bosco, che supera il

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canto di tutti gli altri uccellini, che vi sono. In somma ivi son tutte le delizie, che possono desiderarsi.

Ma queste delizie sinora considerate sono i minori beni del paradiso. Il bene che fa il paradiso è il sommo bene ch’è Dio. «Totum quod exspectamus (dice S. Agostino),9 duae syllabae sunt, Deus». Il premio che il Signore ci promette, non sono solamente le bellezze, le armonie e gli altri gaudi di quella città beata: il premio principale è Dio medesimo, cioè il vedere e l’amare Dio da faccia a faccia. «Ego ero merces tua magna nimis» (Gen. 15. 1).10 Dice S. Agostino11 che se Dio facesse veder la sua facciadannati, «continuo infernus ipse in amoenum converteretur paradisum» (Tom. 9. de Tripl. habit.). E soggiunge che se ad un’anima uscita da questa vita stesse ad eleggere o di veder Dio e star nelle pene dell’inferno, o pure di non vederlo ed esser liberata dall’inferno, «eligeret potius videre Dominum, et esse in illis poenis».12

Questo gaudio di vedere e amar Dio da faccia a faccia, da noi in questa vita non può comprendersi; ma argomentiamone qualche cosa dal saper13 per prima che l’amor divino è così dolce, che anche in questa vita è giunto a sollevar da terra non solo l’anime, ma ancora i corpi de» santi. S. Filippo Neri14 fu una volta rapito in aria con tutto lo scanno a cui s’afferrò. S. Pietro d’Alcantara15 fu anche alzato

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da terra abbracciato ad un albero svelto sin dalle radici. In oltre sappiamo che i santi martiri per la dolcezza dell’amor divino giubilavano negli stessi tormenti. S. Vincenzo mentr’era tormentato, parlava in modo (dice S. Agostino)16 che «alius videbatur pati, alius loqui». S. Lorenzo stando sulla graticola sul fuoco, insultava il tiranno: «Versa, et manduca»; sì, dice lo stesso S. Agostino,17 perché Lorenzo, «hoc igne (del divino amore) accensus non sentit incendium». In oltre, che dolcezze prova un peccatore in questa terra, anche in piangere i suoi peccati! Onde dicea S. Bernardo:18 «Si tam dulce est flere pro te, quid erit gaudere de te». Che suavità19 poi non prova un’anima, a cui nell’orazione se le scopre con un raggio di luce la divina bontà, le misericordie che l’ha usate e l’amore che l’ha portato e porta Gesu-Cristo! si sente allora l’anima struggere, e venir meno per l’amore. E pure in questa terra noi non vediamo Dio com’è: lo vediamo allo scuro. «Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem» (1. Cor. 13. 12). Al presente noi abbiamo una benda avanti gli occhi, e Dio sta sotto la portiera della fede, e non si fa da noi vedere; che sarà quando dagli occhi nostri si toglierà la benda, e s’alzerà la portiera, e vedremo Dio da faccia a faccia? vedremo quant’è bello Dio, quant’è grande, quant’è giusto, quant’è perfetto, quant’è amabile e quant’amoroso.

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Affetti e preghiere

Ah mio sommo bene, io sono quel misero, che vi ho voltate le spalle, ed ho rinunziato al vostro amore. Perciò non sarei più degno né di vedervi, né di amarvi. Ma Voi siete quegli,20 che per aver compassione di me, non avete avuto21 compassione di Voi, condannandovi a morir di dolore svergognato su d’un legno infame. La vostra morte dunque mi dà a sperare, che un giorno avrò da vedere e godere la vostra faccia, con amarvi allora con tutte le mie forze. Ma ora che sto in pericolo di perdervi per sempre, ora che mi trovo di avervi già perduto co» miei peccati, che farò nella vita che mi resta? seguiterò ad offendervi? No, Gesù mio, io detesto con tutto l’odio l’offese che v’ho fatte; mi dispiace sommamente di avervi ingiuriato, e v’amo con tutto il cuore. Discaccerete22 da Voi un’anima, che si pente e v’ama? No, già so quel che Voi avete detto, che non sapete, amato mio Redentore, discacciar niuno che viene pentitopiedi vostri: «Eum qui venit ad me, non eiiciam foras» (Io. 6. 37). Gesù mio, io lascio tutto, e mi converto a Voi; v’abbraccio, vi stringo al mio cuore; abbracciatemi e stringetemi al vostro Cuore ancora Voi. Ardisco di parlare così, perché parlo e tratto con una bontà infinita: parlo con un Dio, che si è contentato di morire per amor mio. Caro mio Salvatore, datemi perseveranza nel vostro amore.

Cara Madre mia Maria, per quanto amate Gesu-Cristo ottenetemi questa perseveranza. Così spero, così sia.

1 [9.] Apoc., 21, 45.

2 [19.] Thren., 2, 15: «Haeccine est urbs, dicentes, perfecti decoris, gaudium universae terrae?»

3 [24.] ANSALONE P., Esercizi spirituali o vero sollievo all’esercitante, disc. 15 del paradiso; Op. spir., II, Napoli 1721, 418: «Goderanno la compagnia di tanti beati, de» quali dice S. Agostino, quot socii, tot gaudia, ogni beato è una sorgiva di gioia… L’ambasciadore di Epiro venuto in Roma, ritornossene attonito dicendo: Vidi quot cives, tot reges, io ho veduto quanti cittadini romani, tanti re di corona; dicasi ciò con verità dei cittadini del cielo, quot cives, tot reges, ogni beato è re di corona». Il concetto riferito da s. Alfonso non manca in s. Agostino: Annotationes in Iob, c. 36; PL 34, 865. CSEL 28 (2), 588; Enarrat. in Ps. LXVII, nn. 2021; PL 36, 82526. CC 39, 88384, ecc. Il testo citato da Ansalone proviene dallo Ps. AUGUST., Liber de spiritu et anima, c. 57; PL 40, 82223: «Tantum enim unusquisque gaudebit de beatitudine alterius,

quantum de suo gaudio ineffabili; et quot socios habebit, tot gaudia habebit… Quotquot ibi sunt, dii sunt». L’autore di questo scritto è ALCHER. di Clairvaux (cfr. Glorieux, 27). Circa il tessalo Cinea, ministro del re Pirro, inviato nel 279 a Roma, vedi PLUTARCHUS, Vitae parallelae, Pyrrhus, XX, 6; I, Parisiis (Firmin-Didot), 471: «Ferunt Cineam, interim dum legationem obiret, operae pretium duxisse, uti in vitas Romanorum inspiceret et reipublicae virtutes cognosceret, habitis cum praestantissimis Romanorum sermonibus: eumque inter alia Pyrrho dixisse, Romanum senatum sibi regum multorum concilium visum fuisse; et de populi multitudine, vereri se, ne contra Lernaeam aliquam hydram sit pugnandum», ecc.

4 [2.] S. TERESA, Vita, c. 28; Opere spirit., I, Venezia 1643, 115: «Stando io un giorno in orazione, volle sua Maestà mostrarmi le sue mani, di così eccessiva bellezza che non potrei io esagerarlo… Indi a pochi giorni vidi anco quella divina faccia, che del tutto mi pare lasciommi assorta». Cfr. Libro de la vida, c. 28; Obras, I, Burgos 1915, 218. Stupida cioè presa da stupore.

5 [3.] rimase) e rimase NS7.

6 [5.] S. BONAVENTURA, Legenda S. Francisci, c. V, n. 11; Opera, VIII, Ad Claras Aquas 1898, 519: «Nocte enim quadam vigilante ipso et meditante de Domino, repente insonuit citara quaedam harmoniae mirabilis et suavissimae melodiae. Non videbatur aliquis… Spiritu in Deum directo, tanta fuit in illo dulcissimo carmine suavitate perfruitus, ut aliud se putaret saeculum commutasse».

7 [9.] S. FRANCESCO DI SALES, Trattato dell’amor di Dio, l. V, c. 11; Opere, II, Venezia 1748, 303, 305: «Così, Teotimo, fra tutti i cori degli uomini e quelli degli Angioli odesi la sovrana voce della SS. Vergine, che innalzata sopra di tutti dà maggiori lodi a Dio che tutto il resto delle creature… Quegli che avendo nel mattino udito lungamente nel vicino bosco un grazioso garrire di una gran quantità di ligurini, cardellini ed altri piccioli uccelletti, udendo finalmente un maestro rosignuolo che colla sua maravigliosa voce riempie con perfetta melodia l’aria e l’orecchie; senza dubbio preferisce questo canto solo boscareccio a tutti gli altri; così dopo essersi udite tutte le lodi che tante differenti creature danno l’une all’invito dell’altre al Creatore, ascoltandosi finalmente quelle del Salvatore, vi si ritrova una sicura infinità di meriti di valore e di soavità che trapassa ogni speranza, ed ogni attenzione di cuore». Cfr. Traité de l’amour de Dieu, l. V, c. 11; Oeuvres, IV, Annecy 1894, 292, 294.

8 [10.] uscignuolo) usignuolo BR1 BR2.

9 [5.] Opera S. Augustini, IX, Lugduni 1562, 746: «Et quid diximus? Deus, quid diximus? Duae istae syllabae sunt totum quod exspectamus». Cfr. S. AUGUST., In epist. Ioan. ad Parthos, tr. IV, n. 6; PL 35, 2009: «Quidquid dicimus quod dici non potest, quidquid volumus dicere, Deus vocatur. Et quod dicimus Deus, quid dicimus? Duae istae syllabae sunt tantum quod exspectamus».

10 [9.] Gen., 15, 1: «Ego protector tuus sum, et merces tua magna nimis».

11 [10.] Ps. AUGUSTINUS, De triplici habitaculo, c. IV; PL 40, 995: «Cuius faciem si omnes carcere inferni inclusi viderent, nullam poenam, nullum dolorem, nullamque tristitiam sentirent; cuius praesentia si in inferno cum sanctis habitatoribus appareret, continuo infernus in amoenum converteretur paradisum». È in Appendice delle opere di s. Agostino, ma non è autentico (cfr. Glorieux, 28).

12 [15.] GISOLFO P., op. cit., I, 537, attribuisce a s. Agostino il testo: «Si daretur optio damnatis, vel exire de illis poenis, et non videre, vel videre Deum in illis poenis? Eligerent potius videre Deum, et esse in illis poenis». Vedi pure Opera S. Thomae, opusc. LXIII de beatitudine, c. 3; XVII, Romae 1570, f. 100, col. 3: «In ea tana est delectatio, quod teste Augustino, si possent mali, mallent esse in poenis et Deum videre, quam esse extra poenas et Deum non videre». I critici rigettano come spurio quest’opuscolo: cfr. Opuscula theologica, I, Taurini 1954, XV.

13 [18.] saper) sapere VR BR1 BR2.

14 [20.] BACCI, Vita di S. Filippo Neri fiorentino, l. III, c. 1, nn. 1017; Bologna 1686, 192, ss.

15 [21.] MARCHESE F., Vita

di S. Pietro d’Alcantara, Venezia 1702, 7, 37, 53, 176, ecc. Cfr. Acta SS. Bolland., De S. Petro de Alcantara (die 19 oct.), 56, Parisiis 1865, 623, ss.

16 [4.] S. AUGUST., Sermo 270, n. 1; PL 38, 1254: «Tanta poena erat in membris, tanta securitas in verbis, tamquam alius torqueretur, alius loqueretur».

17 [6.] S. AUGUST, Sermo 303, n. 1; PL 38, 1394: «Denique flamma ustus, sed patientia tranquillus: Iam, inquit, coctum est; quod superest, versate me et manducate». Vedi anche il Sermo 206, n. 1; PL 39, 2127 (in Appendice delle opere di S. Agostino) si legge: «Hoc igitur igne etiam beatus Laurentius accensus, flammarum non sentit incendia» (cfr. Glorieux, 25).

18 [9.] Ps. BERNARDUS, Scala claustralium, c. VI, n. 7; PL 184, 479: «O Domine Iesu, si adeo dulces sunt istae lacrymae quae ex memoria et desiderio tui excitantur, quam dulce erit gaudium quod ex manifesta tui visione capietur? Si adeo dulce est flere pro te, quam dulce erit gaudere de te?» In Appendice delle opere di s. Bernardo, ma è di GUIGO II di Chartres (cfr. Glorieux, 71).

19 [10.] suavità) soavità VR BR1 BR2.

20 [4.] quegli) quello ND1 VR ND3 BR1 BR2 NS7: la correzione è autografa: «quegli» BM (1761).

21 [5.] avuto, om. NS7.

22 [13.] discaccerete) discaccierete BR1 BR2.

  • CONSIDERAZIONE XXIXDEL PARADISO

    • PUNTO III

 

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PUNTO III

In questa terra la maggior pena che affligge l’anime che amano Dio, e sono in desolazione, è il timore di non amare e di non essere amate da Dio. «Nescit homo, utrum amore an odio dignus sit» (Eccle. 9. 1). Ma nel paradiso l’anima è sicura ch’ella ama Dio, e ch’è amata da Dio; vede ch’ella è felicemente perduta nell’amor del suo Signore, e che “l Signore la tiene abbracciata come figlia cara, e vede che

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quest’amore non si scioglierà mai più in eterno. Accrescerà le beate fiamme all’anima il meglio conoscere che farà allora, quale amore è stato di Dio l’essersi fatto uomo, e morire per lei!1 quale amore l’istituzione del SS. Sagramento, un Dio farsi cibo d’un verme! Vedrà allora anche l’anima distintamente tutte le grazie che Dio le ha fatte in liberarla da tante tentazioni e pericoli di perdersi; ed allora vedrà che quelle tribolazioni, infermità, persecuzioni e perdite, ch’ella chiamava disgrazie e castighi di Dio, sono state tutte amore e tiri della divina provvidenza per condurla al paradiso. Vedrà specialmente la pazienza che ha avuta Dio in sopportarla dopo tanti peccati, e le misericordie che le ha usate, donandole tanti lumi e tante chiamate d’amore. Vedrà lassù di quel monte beato tante anime dannate nell’inferno per meno peccati de» suoi, ed ella si vedrà già salva, che possiede Dio, ed è sicura di non avere più a perdere quel sommo bene per tutta l’eternità.

Sempre dunque il beato goderà quella felicità, che per tutta l’eternità in ogni momento gli sarà sempre nuova, come se quel momento fosse la prima volta in cui la godesse. Sempre desidererà quel gaudio, e sempre l’otterrà: sempre contenta, sempre sitibonda: sempre sitibonda, e sempre saziata; sì, perché il desiderio del paradiso non porta pena, e “l possesso non porta tedio. In somma siccome i dannati sono vasi pieni d’ira, i beati sono vasi pieni di contento, in modo che non hanno più che desiderare. Dice S. Teresa2 che anche in questa terra, quando Iddio introduce un’anima nella cella del vino, cioè del suo divino amore, la rende felicemente ubbriaca, talmente ch’ella perde l’affetto a tutte le cose terrene. Ma in entrare in paradiso, oh quanto più perfettamente, come dice Davide,3 gli eletti «inebriabuntur ab ubertate domus tuae» (Ps. 35. 9). Allora avverrà che

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l’anima in vedere alla scoverta,4 e in abbracciarsi col suo sommo bene, resterà talmente inebriata d’amore, che felicemente si perderà in Dio, cioè affatto si scorderà di se stessa, e non penserà d’allora5 in poi che ad amare, a lodare e benedire quell’infinito bene, che possiede.

Quando dunque ci affliggono le croci di questa vita, confortiamoci a sopportarle pazientemente colla speranza del paradiso. S. Maria Egizziaca,6 dimandata in fine della sua vita dall’Abbate7 Zosimo,8 come avea potuto soffrire di vivere per tanti anni in quel deserto? Rispose: «Colla speranza del paradiso». S. Filippo Neri, essendogli offerta la dignità cardinalizia, buttò la berretta in aria dicendo: «Paradiso, paradiso». Fra Egidio Francescano9 in sentir nominare paradiso, era sollevato in aria per lo contento. Così parimenti ancora noi, quando ci vediamo angustiati dalle miserie di questa terra, alziamo gli occhi al cielo e consoliamoci, sospirando e dicendo: «Paradiso, paradiso».10 Pensiamo, che, se saremo fedeli a Dio, finiranno un giorno tutte queste pene, miserie e timori, e saremo ammessi in quella patria beata, dove saremo pienamente felici, mentre Dio sarà Dio. Ecco che ci aspettano i santi, ci aspetta Maria; e Gesù sta colla corona in mano, per renderci re11 di quel regno eterno.

Affetti e preghiere

Caro mio Salvatore, Voi mi avete insegnato a pregarvi: «Adveniat regnum tuum»:12 così dunque ora vi prego, venga il tuo regno

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nell’anima mia, sicché Voi la possediate tutta, ed ella possegga13 Voi sommo bene. O Gesù mio, Voi non avete niente risparmiato per salvarmi, e per acquistarvi il mio amore; salvatemi dunque, e la salute mia sia l’amarvi per sempre in questa e nell’altra vita. Io tante volte vi ho voltato le spalle, e con tutto ciò Voi mi fate sapere che non isdegnerete di tenermi abbracciato in paradiso per tutta l’eternità con tanto amore, come s’io non mai vi avessi offeso; ed io sapendo ciò potrò amare altri che Voi, vedendo che volete darmi il paradiso, dopo che tante volte m’ho meritato l’inferno? Ah mio Signore, non vi avessi mai offeso! Oh se tornassi a nascere, vorrei sempre amarvi! Ma il fatto è fatto. Or altro non posso che donare a Voi questa vita che mi resta. Sì, a Voi tutta la dono; tutto mi consagro al vostro amore. Uscite del mio cuore, affetti terreni, date luogo al mio Dio, che vuol possederlo tutto. Sì possedetemi tutto, o mio Redentore, mio amore, mio Dio. Da ogg’innanzi non voglio pensare che a compiacervi. Aiutatemi colla vostra grazia; così spero ai meriti vostri. Accrescete sempre più in me l’amor vostro e “l desiderio di darvi gusto. Paradiso, paradiso! Quando sarà, Signore, che vi vedrò da faccia a faccia? e mi abbraccerò con Voi, senza timore di avervi più a perdere? Ah mio Dio, tenetemi le mani sopra, acciocché non vi offenda più.

O Maria, quando sarà che mi vedròpiedi vostri in paradiso? Soccorretemi, Madre mia, non permettete ch’io mi danni e che vada a star lontano da Voi e dal vostro Figlio.

1 [3.] per lei) per noi ND1 VR ND3 BR1 BR2 NS7: abbiamo preferita la correzione autografa che si trova in BM (1761).

2 [23.] S. TERESA, Concetti dell’amor di Dio, c. VI; Op. spirituali, II, Venezia 1643, 191, 193: «Ma quello che dice la sposa è molto più, cioè l’introdurla insieme nella cantina, acciò possa di quivi uscirne senza misura più arricchita. Pare che il re non voglia lasciar di darle ogni cosa, ma che beva e mangi conforme al suo desiderio, e s’imbriachi bene, bevendo di tutti questi vini che si trovano nella cantina di Dio… Ordinò in me la carità. Ed è tanto ordinata che l’amore che portava al mondo, se le toglie via; e se le converte in odio, e quello che porta ai suoi parenti, resta in maniera che solo li ama in ordine a Dio». Cfr. Conceptos del amor de Dios, c. VI; Obras, IV, Burgos 1917, 258, 262.

3 [27.] Davide) Davidde VR BR1 BR2.

4 [1.] scoverta) scoperta VR BR1 BR2.

5 [3.] d’allora) da allora VR BR1 BR2.

6 [7.] Egizziaca) Egezziaca ND1 ND3; Egiziaca VR BR1 BR2.

7 [7.] Abbate) Abate VR BR1 BR2.

8 [7.] SOPRHRONIUS, Vita S. Mariae Aegyptiacae, c. 19; PL 73, 685: «Recordans enim de qualibus malis liberavit me Dominus, esca nutrior inconsummabili, et satietatis possideo epulas spem salutis meae». 345. BACCI, op. cit., l. II, c. 16, n. 6; Bologna 1686, 153: «All’istesso proposito, tre mesi prima che Filippo morisse, parlando in camera con Bernardino Corona… gli disse: Bernardino, il Papa mi vuol far cardinale, che te ne pare? Rispose il Corona ch’ei doveva accettare quella dignità, se non per altro almeno per far bene alla congregazione. All’ora il santo levando in alto la berretta e guardando il cielo disse: Paradiso, paradiso».

9 [10.] MARCO DA LISBONA, op. cit., p. I, l. VII, c. 11; Venezia 1582, 127: «Dicevano: Paradiso, fr. Egidio, paradiso! E in quel luogo dove sentiva queste parole restava in estasi».

10 [15.] S. Alfonso sul tema del paradiso compose una devota canzoncina, in ottonari, prima del 1740, intitolata: «Anima che sospira il paradiso»: cfr. O. GREGORIO, Canzoniere Alfonsiano, Angri 1933, 299300.

11 [19.] re) regi VR BR1 BR2.

12 [22.] Matth., 6, 10.

13 [1.] possegga) possieda VR BR1 BR2.

 

 

 

 

 

Pubblicato in I Novissimi
Venerdì, 11 Aprile 2014 00:00

Santa Veronica Giuliani

* Scorrete a fine articolo se volete ascoltare la biografia come audio

Questa straordinaria mistica è nata il 27-12-1660 a Mercatello sul Metauro, nella diocesi di Urbania (Pesaro), dal capitano Francesco e da Benedetta Mancini. La sua vita fu un susseguirsi di meraviglie. Battezzata con il nome di Orsola, a soli cinque mesi prese a camminare da sola per recarsi a venerare un quadro raffigurante la SS. Trinità. Non aveva ancora sette mesi quando ammonì un negoziante poco onesto: «Fate la giustizia, che Dio vi vede». A due o tre anni cominciò a godere delle frequenti visioni di Gesù e Maria, che le sorridevano e rispondevano dalle immagini appese alle pareti di casa mentre ella esclamava: «Gesù bello! Gesù caro! Io ti voglio tanto bene». Durante la Messa, al momento dell’elevazione, nell’ostia vedeva quasi sempre Gesù che l’invitava a sé. «Oh, bello!… Oh, bello!…» gridava la piccina, e si slanciava verso l’altare. Quando il sacerdote portò il viatico a sua madre, Orsola vide l’ostia sfolgorante di luce. A mani giunte supplicò: «Date anche a me Gesù».

Appena la morente si comunicò, le si pose accanto, sul letto, esclamando:
«Oh, che cosa bella avete voi avuto, mamma! Oh, che odore di Gesù!». Prima di morire la pia genitrice chiamò le sue cinque figlie attorno a sé e a ciascuna assegnò una piaga del crocifisso come rifugio e oggetto particolare di devozione. Ad Orsola, di sei anni, toccò quella del S. Cuore.
Nella fanciullezza, sentendo leggere la vita dei martiri, la santa concepì grande desiderio di patire per amore di Gesù. Una volta mise di proposito una manina nel fuoco di uno scaldino e se la scottò tutta senza versare lacrime. Si disciplinava con una grossa corda; camminava sulle ginocchia; disegnava croci in terra con la lingua; stava lungamente a braccia aperte in forma di croce; si pungeva con gli spini; si costruiva croci sproporzionate alle sue spalle, bramosa di fare tutto quello che aveva fatto il Signore il quale, nella settimana santa, le si faceva vedere coperto di piaghe.
Per amor di Dio, Orsola aveva compassione dei poverelli ai quali donava generosamente quello di cui disponeva. Scriverà più tardi: «Mi pareva di vedere nostro Signore, quando vedevo essi». Col passare degli anni crebbe in lei sempre più la brama di fare la prima Comunione. Supplicava Maria SS.: «Datemi cotesto vostro Figlio nel cuore!… io sento che non posso stare senza di Lui!» Fu soddisfatta il 2-2-1670 a Piacenza, dove suo padre si era trasferito in qualità di Sopraintendente alle Finanze presso la corte del Duca Ranunzio II. Gesù allora le disse: «Pensa a me solo! Tu sarai la mia sposa diletta!». Ma come lasciare il mondo se la sua bellezza le attirava le più vive simpatie di giovani distinti? Al babbo che l’adorava un giorno disse: «Come posso ubbidirvi, se il Signore mi vuole sua sposa?… Anch’Egli è mio padre, e Padre supremo. Non solo gli debbo ubbidire io, ma ancor voi».
Dopo aver mutato il nome di Orsola in Veronica, il 17-7-1677 riuscì a entrare, diciassettenne, nel monastero delle Cappuccine di Città di Castello (Perugia). E impossibile descrivere il cumulo di grazie, doni, privilegi, visioni, estasi, carismi singolari che Dio elargì incessantemente alla sua «diletta». I fenomeni mistici che in lei si verificarono furono controllati a lungo e severamente dalle autorità competenti. Dal 1695 al 27-2-1727, nonostante la grandissima ripugnanza che provava, la santa scrisse, senza rileggerle, in un Diario le fasi e le esperienze della sua vita interiore per obbedienza al vescovo, Mons. Eustachi, e al confessore del monastero, il P. Ubaldo Antonio Cappelletti, filippino. Riempì 21.000 pagine raccolte in 44 volumi, pubblicati dal 1895 al 1928 dal P. Luigi Pizzicarla SJ., con versioni in francese e spagnolo.
Dopo che Gesù elevò Suor Veronica al suo mistico sposalizio, fu soddisfatta nella sua ardente brama di patire per Lui. In modo misterioso, ma reale e visibile, sperimentò a uno a uno tutti i martiri e gli oltraggi della sua Passione. Di continuo esclamava: «Le croci e i patimenti son gioie e son contenti». Giunse a dire: «Né patire, né morire, per più patire». Accoratamente diceva a Gesù: «Sitio! Sitio! Ho sete non di consolazioni, ma di amaritudine e di patimenti». Si può dire che fin dall’infanzia pregasse: «Sposo mio, mio caro bene, crocifiggetemi con Voi! Fatemi sentire le pene e i dolori dei vostri santi piedi e delle vostre sante mani… Più non tardate! Passate da parte a parte questo mio cuore».

     Nel 1694 divenne maestra delle novizie e ricevette nel capo l’impressione delle spine. Dopo tre anni di digiuno a pane e acqua, il venerdì santo del 1697 le apparvero le stimmate e nel cuore ebbe impressi gli strumenti della Passione. «In un istante, scrisse la santa, vidi uscire dalle sue santissime piaghe cinque raggi splendenti; tutti vennero alla mia volta; e io vedevo i detti raggi divenire come piccole fiamme. In quattro vi erano i chiodi e in uno la lancia d’oro, ma tutta infuocata, e mi passò il cuore da banda a banda, e i chiodi passarono le mani e i piedi». Per questo soffriva talmente, anche in modo visibile agli altri, che veniva chiamata la «sposa del crocifisso».

     Il vescovo di Città di Castello, al corrente dei fenomeni soprannaturali che avvenivano in Suor Veronica, dopo un rapporto al S. Ufficio, ricevette istruzioni che applicò con la più grande severità. Accompagnato da sacerdoti sperimentati, si recò nel monastero e si convinse della realtà delle stimmate. Alcuni medici ne curarono le ferite per sei mesi. Dopo ogni medicazione le mettevano guanti alle mani muniti di sigilli. Ma le ferite, invece di guarire, s’ingrandivano di più. La badessa ricevette dal vescovo ordini destinati a provare la pazienza, l’umiltà e l’obbedienza della santa nella maniera più sensibile. Le fu tolto l’ufficio di maestra delle novizie; fu dichiarata scaduta dal diritto di voto attivo e passivo; le fu proibita ogni relazione con le altre suore; colpita da interdetto non fu più ammessa all’ufficio in coro né alla santa Messa; fu privata persino della Comunione e per cinquanta giorni fu chiusa in una cella simile ad una prigione. Insomma, di proposito, fu trattata come una folle, una simulatrice e una bugiarda. Il Vescovo al S. Ufficio non poté fare altro che scrivere: «Veronica obbedisce ai miei ordini nella maniera più esatta e non mostra, riguardo a questi duri trattamenti, il più leggero segno di tristezza, ma al contrario, una tranquillità indescrivibile e un umore gioioso».

     A queste sofferenze univa di continuo indicibili penitenze, accesissime preghiere per la conversione dei peccatori. «M’ha costituita mediatrice fra Lui e i peccatori. Questo è il primo offizio che Iddio mi ha dato» scriveva. Continui suffragi offriva alle anime dei defunti. Confidò nel Diario: «Mi ha promesso Iddio la grazia di liberare quante anime voglio dal Purgatorio». Aveva continuamente presenti al suo spirito pure i bisogni di tutta la Chiesa e specialmente dei sacerdoti.
     Sottomessa sempre in vita ai superiori, la santa volle morire il 9-7-1727, dopo 33 giorni di malattia, appena il confessore, il P. Guelfi, le disse: «Suor Veronica, se è volontà di Dio che l’ordine del suo ministro intervenga in quest’ora suprema, vi comando di rendere lo spirito». Quando morì era badessa da undici anni. Nel suo cuore verginale furono trovati scolpiti gli emblemi della passione così come li aveva descritti e persino disegnati per ordine del confessore. Il suo corpo è venerato sotto l’altare maggiore della chiesa delle Cappuccine in Città di Castello. Pio VII la beatificò il 18-6-1804 e Gregorio XVI la canonizzò il 26-5-1839.
  L’opera del suo diario è qualcosa di monumentale, 20 volumi scritti in 34 anni.   

Da lei l’invito a fare della vita un’offerta di riparazione e i espiazione perenne, per salvare in Cristo anche l’insalvabile. Riguardo all’opera del demonio nella vita della santa c’è da osservare che oggi c’è molta incredulità in merito all’esistenza del demonio, degli spiriti maligni e dell’inferno. Tra credenti si arriva a negare l’eternità dell’inferno, oppure lo si considera vuoto, oppure si nega che esistano pene e sofferenze concrete, con la scusa che Dio è misericordioso. Le esperienze della Santa sono una potente conferma della dottrina e dell’insegnamento di sempre della Chiesa. Il Diario è pieno delle sue lotte con i demoni e delle sue visite e descrizioni dell’inferno. I Demoni le strappavano di mano brocche e altri utensili, rovesciavano acqua bollente su di lei in cucina; le strappavano la penna, rovesciavano l’inchiostro, mentre scriveva il Diario.

    Non aveva quasi mai una notte tranquilla: le apparivano in gran numero, in forme orribili, minacciose, oscene, urlavano, bestemmiavano, buttavano fuori odori infetti, gettavano nella sua scodella capelli, ragni, topi morti, la buttavano nel fuoco, la lanciavano contro i muri, le tiravano pietre e le davano delle botte. Le altre suore udivano, certe volte vedevano e la Santa doveva anche incoraggiarle. Tante volte dovevano correre di notte alla sua cella. L’attaccavano, di solito quando compiva il suo ufficio di vittima mediatrice e redentrice, quando pregava e si mortificava per la conversione dei peccatori: “smetti” le urlavano, “smetti subito”. Un giorno le troncarono un piede.

    Portata al confessionale, guarì istantaneamente quando il confessore le impose di chiedere a Dio la guarigione. L’inferno lo vede quasi tutti i giorni, accompagnata dai suoi Angeli Custodi in modo visibile e dalla Madonna in modo invisibile. Una ragione bassa, nera, fetida, piena di urla animalesche e di lampi sinistri. Poi vide una montagna piena di aspidi e basilischi che non potevano liberarsi. I suoi Angeli Custodi le dissero che quello era l’inferno superiore, cioè l’inferno benigno. Allora la montagna si spalancò e nei suoi fianchi c’era una moltitudine di anime e di demoni intrecciati con catene di fuoco. I demoni tormentavano le anime dannate. Nel fondo dell’abisso c’era un trono mostruoso.

Al centro una sedia formata dai capi dell’abisso. Satana vi stava seduta sopra in tutto il suo indescrivibile orrore. Satana vedeva tutti i dannati e questi vedevano Satana: la visione di Satana costituisce il tormento dell’inferno, così come, invece, la visione di Dio costituisce la delizia del paradiso. Gli Angeli dissero, come pure Gesù in altre visioni, che questi supplizi sono per tutta l’eternità. La Santa nota che il cuscino di Satana è formato da Giuda ed altre anime disperate. Quelle anime furono dignitari della Chiesa e prelati religiosi. Di fronte alla realtà vista, la Santa afferma che ciò che raccontano i predicatori non è niente! Nell’Inferno vide cadere una pioggia di anime.

In altre esperienze, descrive i sette livelli dell’inferno, con le loro rispettive categorie di dannati. Vide un posto più orribile per i religiosi che avevano disprezzato le loro sante regole e un altro per i sacerdoti che non erano stati fedeli all’insegnamento della Chiesa e che per questo sono stati causa di rovina di tante anime. In un luogo appartato vide anche dei dannati in anima e corpo: erano quelli che avevano venduto la loro anima al demonio con patto volontario. Se questo non basta nulla basterà a quelli di cui parla il detto: “Non c’è più cieco di colui che non vuol vedere”.

Per chi lo desidera potete ascoltare qui sotto la sua biografia.


 

Pubblicato in Sana Dottrina
   

Mons. Luigi Negri


   

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