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Giovedì, 19 Maggio 2016 00:00

La Messa di sempre (4)

CONFITEOR 
LA CONFESSIONE DEI PECCATI
Nell’istante stesso in cui l’anima si abbandona alla gioia, viene frenata dal ricordo dei suoi peccati che, come un muro di separazione, si leva tra lei e Dio. Nella Chiesa primitiva s’avvertiva spontaneo il bisogno di chieder perdono all’inizio della Messa. Pian piano, si andò affermando il riconoscimento formale d’esser in peccato, accompagnato dalla richiesta di perdono. Nell’VIII e IX secolo, sotto il titolo di Apologia, anime devote iniziarono a comporre alcune preghiere per il perdono in cui la supplica era unita alla confessione. Il Messale Romano, così com’era nel 1570, conservava uno di questi formulari che, in maniera particolarmente toccante, contemplava quasi quattro momenti d’un processo: l’anima appare davanti alla corte di giustizia e confessa la sua colpa, l’avvocato la difende e il perdono è concesso. Si trattava d’una preghiera pubblica collettiva in cui il sacerdote e il popolo riconoscevano la loro iniquità, non soltanto privatamente, ma di fronte alla Chiesa intera, a santi testimoni e alle potenze del Cielo. Ecco perché, all’inizio del Confiteor, si avverte con evidenza il senso di comunione che caratterizza coloro che partecipano alla Messa.

L’atto di pentimento tre volte ripetuto al mea culpa, quando la mano batte il petto con un gesto al contempo biblico e monastico, porta consolazione al peccatore afflitto dal suo dolore; infatti, non è forse scritto che la preghiera dell’umile sarà ascoltata dall’Altissimo?
 

IL BACIO ALLALTARE
IL SACERDOTE SALE AL SACRO ALTARE

Le preghiere ai piedi dell’altare non erano che un’introduzione; ora il sacerdote, gradino dopo gradino, s’accosta alla sacra Mensa. Usando alcune parole del salmo 84 (Benedixisti Domine) che è associato alla gioia del Natale, ha prima pregato che Dio mostrasse il suo volto al suo popolo perché possa trovare in Lui la sua gioia. Ma, nel momento stesso in cui inizia ad avvicinarsi all’altare, un’ombra avvolge il suo cuore e, con le parole d’un’antica preghiera che era già in uso a Roma nel V secolo (Aufer a nobis, quaesumus, Domine, iniquitates nostras…), chiede al Signore di purificare l’anima desiderosa di penetrare nel suo Luogo santo.

Adesso il sacerdote sta di fronte all’altare, davanti all’oggetto più sacro che la chiesa contiene, davanti a quell’altare che è il suo centro e il suo vertice, un oggetto dal significato misterioso che non potrà mai pienamente esser sondato. Simbolo di Cristo, non è forse l’altare anche il luogo che serve a ricevere il Corpo e il Sangue del Crocifisso? E non è forse anche un’immagine, come afferma sant’Ambrogio, del Corpo del Salvatore, visto che il giorno in cui l’altare venne consacrato ricevette l’unzione propria dell’Unto di Dio, essendo stato cosparso del sacro Crisma? Le cinque croci che sono incise nella pietra ricordano le cinque Piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo. L’altare rappresenta anche la Chiesa: le reliquie dei suoi Santi sono incastonate nella sacra Mensa, e il sacerdote che viene a celebrarvi il Sacrificio lo fa in nome della Chiesa. Dinanzi all’ineffabile senso di gloria che emana dall’altare, il sacerdote, in devota venerazione, bacia quella sacra Mensa con le sue labbra. Tale gesto rappresenta l’unione della Sposa con il suo Sposo, di cui il bacio è l’immagine più eloquente. E in verità, ciò che il sacerdote si propone di compiere qui non è altro che l’unione della Chiesa con il suo Maestro, dell’anima col suo Redentore.

È questa stessa sovrabbondanza di gioia che sentiamo nascere in noi nel momento in cui il sacerdote saluta l’altare con questo dolcissimo bacio. È allora che costruiamo l’altare delle nostre anime, quell’altare su cui Cristo desidera riposare.
 

INIZIO DELLA MESSA

IL SEGNO DELLA CROCE

Il celebrante va sul lato destro dell’altare e, dal libro che trova già pronto, legge una breve preghiera. Questo è l’Introito o Ingressa (ossia verso introduttivo), come è chiamato nella Liturgia Ambrosiana. Il suo significato diventa chiaro solo alla luce della conoscenza del vecchio cerimoniale di cui queste poche parole costituiscono l’unico ricordo.

Nei primi tempi della Chiesa Romana, il Papa in solenne corteo si recava dal Palazzo del Laterano coi suoi assistenti (sacerdoti, diaconi e accoliti) in un particolare santuario nel quale doveva celebrare la Messa in quel giorno. Questo rito esisteva nel V secolo sotto san Celestino V, e successivamente fu abbellito e ampliato da san Gregorio Magno.      In ciò troviamo l’origine della processione d’entrata. Salmi venivano cantati a cori alterni (in stile cosiddetto «antifonato»), scelti con cura per esser in armonia col Sacrificio che si celebrava in quel giorno. E così tali salmi erano gioiosi in Avvento, ma tristi in Quaresima. Nel giorno della festa di qualche Santo, inneggiavano al suo glorioso trionfo, e quando venivano commemorate l’Epifania o la Trasfigurazione, il loro tema era la Regalità di Cristo. In tal modo, l’Introito divenne un canto d’entrata.

Ai nostri tempi, l’uso d’una singola antifona seguita dal versetto d’un salmo (o, a volte, d’un passo preso da un altro libro della Sacra Scrittura), con il Gloria Patri e la ripetizione dell’antifona, non è che una «reliquia» di quel rito così toccante. Tuttavia anche questo Introito abbreviato ha la sua funzione. Cambiando di giorno in giorno e servendo come una sorta d’introduzione spirituale, con poche e brevi parole afferma il tema o il culmine del formulano della Messa del giorno. Dicendo le parole dell’Introito, il celebrante fa un segno di Croce, che è il segno dell’inizio della celebrazione in senso stretto.
 

MISERICORDIA E GLORIA DI DIO

IL KYRIE E IL GLORIA

Ci sono due nozioni che, come temi musicali in una sinfonia, ricorrono spesso nella Messa: li troviamo qui insieme in due preghiere che sono complementari l’una all’altra: il Kyrie e il Gloria. Dare gloria a Dio e implorare la sua misericordia sono i due scopi che legano l’uomo a Dio: è perché sappiamo che Dio è Onnipotente che lo preghiamo di aver misericordia di noi. E non sono forse tutte le varie sfumature di questi inseparabili scopi ben espresse nel gesto con cui il sacerdote prima estende e alza le mani, e poi le giunge? È un gesto che riassume tutti i nostri desideri per le cose divine, e, aumentando il nostro fervore, testimonia la nostra speranza di salvezza.

Il Kyrie è il rimanente di quei dialoghi a forma di litanie, di quelle preghiere d’acclamazione che nascevano spontaneamente nel cuore della Chiesa primitiva. Ha avuto origine nell’Est in cui si parlava greco, forse a Gerusalemme, dove la pellegrina spagnola, Egeria, lo sentì cantare, verso la fine del IV secolo; ed è in greco che ancora lo diciamo. Dopo che l’Introito ha aperto la cerimonia con i suoi versi tratti dalla Sacra Scrittura, questa semplice supplica presenta alle tre Divine Persone il nostro sentito bisogno e desiderio di salvezza. Subito dopo viene intonato un inno alla Maestà di Dio. Il Gloria è una preghiera molto antica, già esistente nel II secolo, che fu incorporata nella Messa Romana nel VI secolo. Si apre giustamente con le parole che gli Angeli adoperarono per cantare la loro lode «a Dio nell’alto dei Cieli»; perché ogni Messa rinnova, in un certo senso, il Natale, attualizzando, ancora una volta, la venuta di Nostro Signore. Iniziando con questo verso del Vangelo, tutte le età della fede si lanciano in un inno di lode che è come un torrente d’amore in piena.

Eppure neanche questo slancio gioioso verso la gloria del Padre può far dimenticare all’uomo il proprio miserabile stato. Per questo, quando s’indirizza a Cristo nostro Mediatore, l’inno riecheggia la richiesta di misericordia fatta nel Kyrie: è perché Egli è Santo, è il Signore, il Dio Altissimo, che ha pietà di noi e ci porta la salvezza.

Ed è additando lo sfolgorante riflesso della gloria del Padre, Figlio e Spirito Santo, pegno di salvezza per ogni credente, che questo bellissimo inno si conclude in sublime semplicità.

FATTI «UNO» NEL SIGNORE

LA COLLETTA

L’aver adorato e chiesto misericordia non è abbastanza: l’unità dei fedeli è parte di ogni Messa. Dominus vobiscum, esclama il sacerdote, «il Signore sia con voi», mentre con le braccia stese si gira verso il popolo. Sembra che la Liturgia, per mezzo di tale azione, usando quest’antica forma di saluto ereditata dagli usi biblici, cerchi di soddisfare il desiderio che tutti i fedeli possano esser riuniti insieme e fatti uno nella loro supplica.

Quest’azione è ripetuta in otto momenti particolarmente solenni durante la Messa. Questa unità dei fedeli nella supplica ispira le preghiere chiamate Collette, che si collocano a questo punto della Messa.

È questo uno dei momenti principali di preghiera nella Messa; gli altri sono segnati dalla Secreta e dal Postcommunio. Queste preghiere sono indirizzate alla Trinità in Unità; il sacerdote le legge o le canta con le braccia aperte e, se dovesse pronunciar il nome di Gesù, inchina la testa verso la Croce dell’altare.

Queste preghiere si chiamano Collette perché riassumono e uniscono insieme tutte le intenzioni del Sacrificio di quel giorno. Storicamente questo termine richiama l’antica usanza della Roma urbana, verso il IV secolo, in cui tutta la comunità cristiana era solita riunirsi in una chiesa per procedere poi insieme, con solennità, al santuario scelto per la celebrazione della Messa di quel giorno: in questo senso la Colletta è la preghiera della plebs colletta, ossia la preghiera del popolo riunito.

I cristiani del Medioevo arrivarono a dare a questo termine il significato di preghiera in comune. In effetti, recitando queste preghiere, il sacerdote riunisce insieme, come in un sol fascio, tutte le nostre speranze e tutti i nostri buoni propositi come per offrirli a Dio. E ancora, il bacio con cui il sacerdote saluta di nuovo l’altare prima di dire queste preghiere, non è forse un segno dell’unione dell’assemblea in Cristo?

 

 

                                                

 

Pubblicato in La Messa di sempre
Mercoledì, 27 Aprile 2016 00:00

La Messa di sempre (3)

LE PREGHIERE AI PIEDI DELLALTARE

Siamo ai piedi dell’altare: Introibo, andrò all’altare di Dio. Sono le preghiere preparatorie. Oggi il sacerdote le recita ai piedi dell’altare; un tempo, le iniziava lasciando la sacrestia, come atto personale di avvicinamento ai santi misteri.

Storicamente, rappresentano un’ultima aggiunta alla Messa. La loro prima comparsa data soltanto dal VII secolo, e il loro uso generale non venne introdotto che nel 1570, quando san Pio V rese obbligatorio il Messale Romano. Le parole di queste preghiere sono significative: il salmo 42 ricorda gli ebrei esiliati e afflitti presso le acque di Babilonia che piangevano il loro altare dissacrato e il loro Luogo santo abbandonato. Ma tali parole testimoniano anche una fede ferma, una completa fiducia in Dio. Con il succedersi dei versi di questo salmo affiora la speranza che sorpassa il dolore. Per questa ragione nel primo periodo della Chiesa — a Milano, per esempio, al tempo di sant’Ambrogio — coloro che erano stati appena battezzati cantavano questo salmo durante la veglia di Pasqua, quando, per la prima volta, erano ammessi a prender piena parte all’intera Messa.

«Mi accosterò all’altare di Dio, al Dio, che allieta la mia giovinezza». Quanto chiare e quanto significative diventano queste parole della Sacra Scrittura, se recitate nella luce gioiosa d’una riacquistata giovinezza spirituale; perché è con un cuore giovane e con uno spirito traboccante di gioia che dovremmo andare davanti al Dio vivente.

 

ELEVAZIONE

Sono venuto, mio Signore, con lo spirito pronto, armato di speranza ed amore.
Vedo la Messa come un’oasi felice nella mia vita, come una sorgente refrigerante e vigorosa.
 
Quante sono le ore che trascorro senza pensare a Te, mio Dio! Conservami nel ricordo di Te! Mondami dalle tendenze intime al peccato, dalle inclinazioni che mi spingono a scegliere ciò che è disdicevole, dal male che non dovrei compiere e che invece commetto.
Proprio all’inizio della Messa, donami la grazia d’essere ciò che Tu vuoi ch’io sia. 
La mia fiducia in Te è senza limiti e la mia prima parola è di totale confidenza in Te. Io credo in Te, in Te solo pongo la mia speranza.

 

CONFITEOR

LA CONFESSIONE DEI PECCATI

Nell’istante stesso in cui l’anima si abbandona alla gioia, viene frenata dal ricordo dei suoi peccati che, come un muro di separazione, si leva tra lei e Dio. Nella Chiesa primitiva s’avvertiva spontaneo il bisogno di chieder perdono all’inizio della Messa. Pian piano, si andò affermando il riconoscimento formale d’esser in peccato, accompagnato dalla richiesta di perdono. Nell’VIII e IX secolo, sotto il titolo di Apologia, anime devote iniziarono a comporre alcune preghiere per il perdono in cui la supplica era unita alla confessione. Il Messale Romano, così com’era nel 1570, conservava uno di questi formulari che, in maniera particolarmente toccante, contemplava quasi quattro momenti d’un processo: l’anima appare davanti alla corte di giustizia e confessa la sua colpa, l’avvocato la difende e il perdono è concesso. Si trattava d’una preghiera pubblica collettiva in cui il sacerdote e il popolo riconoscevano la loro iniquità, non soltanto privatamente, ma di fronte alla Chiesa intera, a santi testimoni e alle potenze del Cielo. Ecco perché, all’inizio del Confiteor, si avverte con evidenza il senso di comunione che caratterizza coloro che partecipano alla Messa.

L’atto di pentimento tre volte ripetuto al mea culpa, quando la mano batte il petto con un gesto al contempo biblico e monastico, porta consolazione al peccatore afflitto dal suo dolore; infatti, non è forse scritto che la preghiera dell’umile sarà ascoltata dall’Altissimo?

 

ELEVAZIONE

Tutto il Paradiso è in ascolto, gli Angeli e i Santi odono la mia preghiera: non sono solo alla presenza di Dio, al cui sguardo nulla è nascosto.Vorrei che il gesto di penitenza tre volte ripetuto, fatto sul petto, potesse scuotere il mio cuore e svegliare la mia anima dal torpore, ricordandomi tutto quello che dovrei fare per dar gloria a Dio.In questo momento tutti intorno a me esprimono la potenza misteriosa dell’amore fraterno. Tutti i Santi del passato, tutte le Potenze del Paradiso, che formano il tribunale d’accusa e di giudizio, sono divenuti miei intercessori dinanzi a Colui che è tre volte Santo. La purezza della Vergine, il sangue dei Martiri, la pazienza insigne dei Santi, sono mia difesa nella misteriosa economia della partecipazione dei meriti attraverso la comunione dei Santi.
Le parole dell’assoluzione risuonano nell’anima come un indescrivibile sollievo.

 

IL BACIO ALLALTARE

IL SACERDOTE SALE AL SACRO ALTARE

Le preghiere ai piedi dell’altare non erano che un’introduzione; ora il sacerdote, gradino dopo gradino, s’accosta alla sacra Mensa. Usando alcune parole del salmo 84 (Benedixisti Domine) che è associato alla gioia del Natale, ha prima pregato che Dio mostrasse il suo volto al suo popolo perché possa trovare in Lui la sua gioia. Ma, nel momento stesso in cui inizia ad avvicinarsi all’altare, un’ombra avvolge il suo cuore e, con le parole d’un’antica preghiera che era già in uso a Roma nel V secolo (Aufer a nobis, quaesumus, Domine, iniquitates nostras…), chiede al Signore di purificare l’anima desiderosa di penetrare nel suo Luogo santo.

Adesso il sacerdote sta di fronte all’altare, davanti all’oggetto più sacro che la chiesa contiene, davanti a quell’altare che è il suo centro e il suo vertice, un oggetto dal significato misterioso che non potrà mai pienamente esser sondato. Simbolo di Cristo, non è forse l’altare anche il luogo che serve a ricevere il Corpo e il Sangue del Crocifisso? E non è forse anche un’immagine, come afferma sant’Ambrogio, del Corpo del Salvatore, visto che il giorno in cui l’altare venne consacrato ricevette l’unzione propria dell’Unto di Dio, essendo stato cosparso del sacro Crisma? Le cinque croci che sono incise nella pietra ricordano le cinque Piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo. L’altare rappresenta anche la Chiesa: le reliquie dei suoi Santi sono incastonate nella sacra Mensa, e il sacerdote che viene a celebrarvi il Sacrificio lo fa in nome della Chiesa. Dinanzi all’ineffabile senso di gloria che emana dall’altare, il sacerdote, in devota venerazione, bacia quella sacra Mensa con le sue labbra. Tale gesto rappresenta l’unione della Sposa con il suo Sposo, di cui il bacio è l’immagine più eloquente. E in verità, ciò che il sacerdote si propone di compiere qui non è altro che l’unione della Chiesa con il suo Maestro, dell’anima col suo Redentore.

È questa stessa sovrabbondanza di gioia che sentiamo nascere in noi nel momento in cui il sacerdote saluta l’altare con questo dolcissimo bacio. È allora che costruiamo l’altare delle nostre anime, quell’altare su cui Cristo desidera riposare.
 

ELEVAZIONE

Come il tuo altare, Signore, sta nel centro della chiesa, fa» che anche nel mio cuore l’incrollabile centro sia sempre e solo Tu.

Come questo tabernacolo ospita la tua Presenza viva che con piena fede ora confesso, concedi che la mia anima possa imparare a conoscerti e che Tu possa essere a me più vicino dei miei pensieri più intimi.

Come il sacerdote in questo momento s’inchina devotamente dinanzi al tuo altare, pieno di timore reverenziale, concedimi di conoscere la mia piccolezza e la tua grandezza; permettimi di sottomettere e calpestare il mio orgoglio per cercare e trovare appagamento non nella mia povera vanità, ma in Te che solo resti.

Infine, come il bacio all’altare è una manifestazione e un pegno serio di quell’amore di fronte al quale tutti gli amori terreni languiscono ed impallidiscono, fa» che, o mio Signore Gesù, io ti conosca profondamente e faccia sempre ciò che Tu vuoi, inchinandomi dinanzi all’altare segreto situato all’interno della mia anima dove Tu dimori.

 

INIZIO DELLA MESSA

IL SEGNO DELLA CROCE

Il celebrante va sul lato destro dell’altare e, dal libro che trova già pronto, legge una breve preghiera. Questo è l’Introito o Ingressa (ossia verso introduttivo), come è chiamato nella Liturgia Ambrosiana. Il suo significato diventa chiaro solo alla luce della conoscenza del vecchio cerimoniale di cui queste poche parole costituiscono l’unico ricordo.

Nei primi tempi della Chiesa Romana, il Papa in solenne corteo si recava dal Palazzo del Laterano coi suoi assistenti (sacerdoti, diaconi e accoliti) in un particolare santuario nel quale doveva celebrare la Messa in quel giorno. Questo rito esisteva nel V secolo sotto san Celestino V, e successivamente fu abbellito e ampliato da san Gregorio Magno. In ciò troviamo l’origine della processione d’entrata. Salmi venivano cantati a cori alterni (in stile cosiddetto «antifonato»), scelti con cura per esser in armonia col Sacrificio che si celebrava in quel giorno. E così tali salmi erano gioiosi in Avvento, ma tristi in Quaresima. Nel giorno della festa di qualche Santo, inneggiavano al suo glorioso trionfo, e quando venivano commemorate l’Epifania o la Trasfigurazione, il loro tema era la Regalità di Cristo. In tal modo, l’Introito divenne un canto d’entrata.

Ai nostri tempi, l’uso d’una singola antifona seguita dal versetto d’un salmo (o, a volte, d’un passo preso da un altro libro della Sacra Scrittura), con il Gloria Patri e la ripetizione dell’antifona, non è che una «reliquia» di quel rito così toccante. Tuttavia anche questo Introito abbreviato ha la sua funzione. Cambiando di giorno in giorno e servendo come una sorta d’introduzione spirituale, con poche e brevi parole afferma il tema o il culmine del formulano della Messa del giorno. Dicendo le parole dell’Introito, il celebrante fa un segno di Croce, che è il segno dell’inizio della celebrazione in senso stretto.

 

ELEVAZIONE

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Mio Signore, fa» ch’io compia questo gesto consueto come se lo facessi per la prima volta; concedimi che, sapendo molto bene di averlo fatto spesso male, possa compierlo ora come se sentissi la gioia piena del suo significato, che è la potenza della Croce.

All’inizio della Messa, quando mi avvicino al tuo Sacrificio, fa» che la Croce, grazie alla quale sono stato riscattato, si pianti nel mio cuore. Che la mia vita e le mie sofferenze possano, per suo mezzo, unirsi alla tua Umanità, alle tue pene, al tuo dolore. Possa la morte, che attendo con spavento, essere associata al tuo supremo Sacrificio.

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Mio Signore, quando la mia mano passa dalla fronte al petto e da una spalla all’altra, possa questo sacro segno dominare tutti i miei pensieri e diventare il sostegno principale del mio essere, affinché, nonostante la mia iniquità e la miseria del mio cuore, che a Te solo sono svelate, possa conoscere me stesso per esser da Te perdonato, sanato e — per tua misericordia — segnato dal tuo personale sigillo.

 

MISERICORDIA E GLORIA DI DIO

IL KYRIE E IL GLORIA

Ci sono due nozioni che, come temi musicali in una sinfonia, ricorrono spesso nella Messa: li troviamo qui insieme in due preghiere che sono complementari l’una all’altra: il Kyrie e il Gloria. Dare gloria a Dio e implorare la sua misericordia sono i due scopi che legano l’uomo a Dio: è perché sappiamo che Dio è Onnipotente che lo preghiamo di aver misericordia di noi. E non sono forse tutte le varie sfumature di questi inseparabili scopi ben espresse nel gesto con cui il sacerdote prima estende e alza le mani, e poi le giunge? È un gesto che riassume tutti i nostri desideri per le cose divine, e, aumentando il nostro fervore, testimonia la nostra speranza di salvezza.

Il Kyrie è il rimanente di quei dialoghi a forma di litanie, di quelle preghiere d’acclamazione che nascevano spontaneamente nel cuore della Chiesa primitiva. Ha avuto origine nell’Est in cui si parlava greco, forse a Gerusalemme, dove la pellegrina spagnola, Egeria, lo sentì cantare, verso la fine del IV secolo; ed è in greco che ancora lo diciamo. Dopo che l’Introito ha aperto la cerimonia con i suoi versi tratti dalla Sacra Scrittura, questa semplice supplica presenta alle tre Divine Persone il nostro sentito bisogno e desiderio di salvezza.

Subito dopo viene intonato un inno alla Maestà di Dio. Il Gloria è una preghiera molto antica, già esistente nel II secolo, che fu incorporata nella Messa Romana nel VI secolo. Si apre giustamente con le parole che gli Angeli adoperarono per cantare la loro lode «a Dio nell’alto dei Cieli»; perché ogni Messa rinnova, in un certo senso, il Natale, attualizzando, ancora una volta, la venuta di Nostro Signore. Iniziando con questo verso del Vangelo, tutte le età della fede si lanciano in un inno di lode che è come un torrente d’amore in piena.

Eppure neanche questo slancio gioioso verso la gloria del Padre può far dimenticare all’uomo il proprio miserabile stato. Per questo, quando s’indirizza a Cristo nostro Mediatore, l’inno riecheggia la richiesta di misericordia fatta nel Kyrie: è perché Egli è Santo, è il Signore, il Dio Altissimo, che ha pietà di noi e ci porta la salvezza.

Ed è additando lo sfolgorante riflesso della gloria del Padre, Figlio e Spirito Santo, pegno di salvezza per ogni credente, che questo bellissimo inno si conclude in sublime semplicità.

 

ELEVAZIONE

Ora che da tutte le tue creature s’è innalzata a Te la triplice supplica come grido di speranza, come richiesta di perdono; ora che i Cori angelici e le indimenticabili voci di tutti i fratelli nella Fede hanno acclamato la tua «gloria» e hanno reso grazie alla maestà del tuo Nome; fa», o Signore, che il mio spirito riconciliato possa fissarsi innanzi a Te nella pace, affinché io possa entrare sino alla tua presenza e lì acclamare con forza: «Mio Signore, ti amo; è Te che adoro; mio Dio, mostrami la tua Misericordia»: nel dire questo, ho detto tutto.

 

FATTI «UNO» NEL SIGNORE

LA COLLETTA

L’aver adorato e chiesto misericordia non è abbastanza: l’unità dei fedeli è parte di ogni Messa. Dominus vobiscum, esclama il sacerdote, «il Signore sia con voi», mentre con le braccia stese si gira verso il popolo. Sembra che la Liturgia, per mezzo di tale azione, usando quest’antica forma di saluto ereditata dagli usi biblici, cerchi di soddisfare il desiderio che tutti i fedeli possano esser riuniti insieme e fatti uno nella loro supplica.

Quest’azione è ripetuta in otto momenti particolarmente solenni durante la Messa. Questa unità dei fedeli nella supplica ispira le preghiere chiamate Collette, che si collocano a questo punto della Messa.

È questo uno dei momenti principali di preghiera nella Messa; gli altri sono segnati dalla Secreta e dal Postcommunio. Queste preghiere sono indirizzate alla Trinità in Unità; il sacerdote le legge o le canta con le braccia aperte e, se dovesse pronunciar il nome di Gesù, inchina la testa verso la Croce dell’altare.

Queste preghiere si chiamano Collette perché riassumono e uniscono insieme tutte le intenzioni del Sacrificio di quel giorno. Storicamente questo termine richiama l’antica usanza della Roma urbana, verso il IV secolo, in cui tutta la comunità cristiana era solita riunirsi in una chiesa per procedere poi insieme, con solennità, al santuario scelto per la celebrazione della Messa di quel giorno: in questo senso la Colletta è la preghiera della plebs colletta, ossia la preghiera del popolo riunito.

I cristiani del Medioevo arrivarono a dare a questo termine il significato di preghiera in comune. In effetti, recitando queste preghiere, il sacerdote riunisce insieme, come in un sol fascio, tutte le nostre speranze e tutti i nostri buoni propositi come per offrirli a Dio. E ancora, il bacio con cui il sacerdote saluta di nuovo l’altare prima di dire queste preghiere, non è forse un segno dell’unione dell’assemblea in Cristo?

 

ELEVAZIONE

Signor mio, non è solo per me che in questo istante prego (una preghiera egoistica è una preghiera quanto mai debole), ma per tutti, conoscenti e non, per il tuo popolo, per coloro che portano il tuo sacro sigillo, per coloro che non li conoscono o che, conoscendoti, hanno abbandonato la tua via: prego per tutti, affinché siamo una cosa sola in Te.

Con tutti, poi, mi unisco in questa invocazione che la tua Chiesa pone oggi sulle mie labbra, affinché possa lodarti e pregarti come conviene, e il pregarti possa diventar il nostro desiderio costante per comprender ciò che solamente è degno di Te.

Insieme con i Santi che adesso invochiamo, inizio la preghiera della Chiesa nella speranza di giungere con loro e come loro ai piedi del tuo Trono eterno.

 

 

                                                

Pubblicato in La Messa di sempre
Venerdì, 22 Aprile 2016 00:00

La Messa di sempre (1)

II Motu Proprio Summorum Pontificum di Sua Santità Benedetto XVI, entrato in vigore il 14 luglio 2007, ha restituito, a partire da quella data, piena cittadinanza alla Messa tradizionale, dopo 40 anni di vero e proprio «embargo ecclesiastico». Ma la strada per la ripresa della Messa secondo il Rito romano antico si presenta tutt’altro che facile. La coltre d’oblio lasciata cadere su questo inestimabile tesoro della Fede cattolica ostacola sensibilmente la ripresa del Rito antico, più volte auspicata dal Santo Padre.

Per contribuire alla rinascita della Santa Messa tradizionale, proponiamo ai lettori un testo altrettanto aureo, dal titolo Questa è la Messa, di Henri Daniel-Rops (19011965), accademico di Francia, e celebre storico e letterato francese. Il testo è stato da noi liberamente tradotto, e in alcuni punti rimaneggiato, dall’edizione in lingua inglese, che apparve negli Stati Uniti, nel 1958, con un’ampia prefazione dell’arcivescovo Fulton J. Sheen (18951979), allora vescovo ausiliare di New York. L’opera ci sembra tanto più significativa in quanto l’autore, — il cui nome è stato recentemente ricordato anche da Benedetto XVI nel suo libro “Gesù di Nazaret” — non può esser ascritto al movimento tradizionalista o «ultra-montano» francese. Scrittore cattolico di largo successo, di posizioni politiche e religiose «moderate», Daniel-Rops dà voce a quello che, fino alla riforma liturgica del 1969, era “l’unum sentire» della Chiesa cattolica. Espressione di questo stesso «idem sentire» è la prefazione di mons. Fulton Sheen, di cui nel 2002 è stata aperta la causa di beatificazione. Queste pagine, attraverso la spiegazione delle singole parti della Messa, accompagnate da toccanti elevazioni dell’anima, aiutano a penetrare — per quanto possibile a umano intelletto — il grande mistero che ogni giorno si compie sui nostri altari, «dove il sacrificio della Croce è perpetuamente rappresentato» (Concilio di Trento).

Benedetto XVI, ancora cardinal Ratzinger, rilevò con estrema acutezza mista a preoccupazione quanto l’idea del Sacrificio stesse divenendo estranea alla moderna liturgia omologandola al Credo luterano. Per Martin Lutero, infatti, parlare di Sacrificio era «il più grande e più spaventoso abominio» nonché una «maledetta empietà». «[Ma certo] — affermò il Cardinale — una parte non trascurabile di liturgisti sembra praticamente giunta al risultato di dare sostanzialmente ragione a Lutero contro [il concilio di] Trento nella disputa del XVI secolo. […] Il nuovo illuminismo oltrepassa però di gran lunga Lutero […].

Ritorniamo al nostro quesito fondamentale: è giusto qualificare l’Eucarestia come Divin Sacrificio o è questa una maledetta empietà? […] La Scrittura e la Tradizione formano un tutto inseparabile, ed è questo che Lutero […] non ha potuto vedere1.

La Messa è, dunque, il Sacrificio del Calvario attualizzato sui nostri altari. La celebrazione eucaristica secondo il Vetus Orda Missae con evidenza solare manifesta l’idea del Sacrificio in ogni sua parola, in ogni gesto, in ogni cerimonia che vi si compie. «L’augusto Sacrificio dell’altare — si legge nell’enciclica Mediator Dei del Sommo Pontefice Pio XII di venerata memoria — non è, dunque, una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio, nel quale, immolandosi incruentamente, il Sommo Sacerdote fa ciò che fece una volta sulla Croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima». «Una e identica è la vittima; Egli medesimo, che adesso offre per il ministero dei sacerdoti, si offrì allora sulla Croce; è diverso soltanto il modo di fare l’offerta». Questo — e non altro — è la Messa.

 

INTRODUZIONE

Il Sacrificio della Messa
Vi sono alcune cose nella vita troppo belle per esser dimenticate. Alcune di esse riguardano il modo in cui gli uomini vivono nel mondo; altre, invece, il modo in cui essi muoiono. La maggior parte dei Paesi ha istituito un giorno commemorativo per ricordare l’estremo sacrificio che i patrioti hanno compiuto in difesa della nazione e della società. Poiché la vita era quanto di più prezioso potevano dare, a coloro che sopravvivono non è lecito dimenticare questo loro dono. Tali eroi non avrebbero potuto richiedere una simile memoria, né istituirla, essendo riservata ai sopravvissuti.

Se sono stabiliti giorni commemorativi per coloro che muoiono al fine di salvaguardare la libertà dall’oppressione degli uomini, tanto più doveva esser istituito un memoriale per il supremo Sacrificio di Cristo che mori per liberarci dalla tirannia del peccato. Ma vi sono molte differenze tra questi patrioti e Cristo. Nessuno di loro era nato per morire; ciascuno era nato per vivere, e la morte è stata per ognuno di essi un’interruzione violenta. Nostro Signore, invece, nacque per morire. Per nessun altro intento Egli venne al mondo se non per redimere l’umanità inoltre, a differenza degli uomini che non possono far il loro memoriale, Egli istituì il preciso modo in cui la sua Morte doveva esser rievocata. Poiché Egli venne per morire, la sua Morte era la cosa più importante che desiderava fosse da noi ricordata. Egli non disse che gli uomini avrebbero dovuto scrivere una storia su di essa o esser caritatevoli verso il povero in memoria di Lui. No. Egli disse loro come voleva che fosse commemorato il suo Sacrificio: il memoriale che ci ha lasciato è la Messa.

Essa fu istituita la notte prima ch’Egli morisse, durante quella che da allora è stata chiamata l’Ultima Cena. Prendendo del pane nelle sue mani disse: «Questo è il mio Corpo, dato per voi», vale a dire, dato sulla Croce, il giorno dopo. Quindi sopra il calice del vino disse: «Questo è il mio Sangue, della nuova alleanza, versato per molti in remissione dei peccati». Egli era il Sacerdote che offriva Se stesso come Vittima affinché gli uomini mai dimenticassero che «nessun uomo può avere un amore più grande di colui che offre la propria vita per i suoi amici». E dopo aver prefigurato e previsto il modo in cui sarebbe morto, il giorno successivo, per la Redenzione del mondo, diede il comandamento divino agli Apostoli e alla Chiesa: «Fate questo in memoria di me». Nell’Ultima Cena Egli previde la Croce; nella Messa noi torniamo a quella Cena e a quella Croce La Messa è l’applicazione e la proiezione nello spazio e nel tempo dell’amore redentivo di Cristo sulla Croce.

S’immagini una stazione radio che trasmette messaggi dall’eternità: è lì da sempre, ma noi ascoltiamo i messaggi solo quando incominciamo a sintonizzarci. Alla stessa maniera, il Sacrificio che fu offerto sulla Croce ha un valore eterno, ma la Messa aiuta le creature a «sintonizzarsi» sui meriti di esso e ad applicarli a se stesse. 

La Redenzione di Nostro Signore sulla Croce si compì una volta per tutte, ma la sua attualizzazione dipende dallo svolgersi della storia. Potenzialmente, ogni essere umano nel mondo è stato redento sulla Croce, ma l’attualizzazione e l’applicazione di quella Redenzione è condizionata dalla libera cooperazione dell’uomo nel corso della storia.

Il Calvario occupò solo una minima parte di tempo, ma, essendo il Sacrificio d’un Dio Eterno, esso è capace d’illuminare tutto il tempo in ciascuno dei suoi periodi storici. La Messa, dunque, è la proiezione nel tempo dei valori eterni del Calvario.

Similmente, il Calvario fu soltanto un piccolo luogo della terra, crocevia tra Gerusalemme, Atene e Roma. Ma quello che vi accadde, ossia il Sacrificio dell’Onnipotente, riguarda l’uomo in ogni angolo della terra La Messa pianta la Croce di Cristo in una città, in un paese, in una missione, in una grande cattedrale; solleva il sipario del tempo e dello spazio ed attualizza quel che avvenne sul Calvario. La Croce — in modo prefigurativo — interessò anche tutto il tempo passato: tutti i sacrifici di giovenchi, capre, pecore e, in particolare, il sacrificio dell’agnello pasquale trovarono compimento nella Croce di Cristo. La Croce influì anche sul futuro, scorrendo attraverso il tempo come una possente cascata che forma canali per le valli e le pianure.

ll fatto che tutti i sacrifici cessino dopo quello del Calvario significa che esso è la perfezione e la pienezza di tutti i sacrifici. Persino i Giudei non sacrificano più gli agnelli pasquali nelle loro sinagoghe, dato che l’Agnello pasquale è già stato immolato.

Il Sacrificio della Croce, quindi, non è un avvenimento passato: esso avviene tuttora. Non è un ricordo o un relitto del passato che perdura nel presente: è un dramma attuale, ora come allora, e così sarà per tutta la durata del tempo e per l’eternità.

Sulla Croce il nostro divin Redentore sapeva in che modo ciascuna anima avrebbe risposto al suo più grande atto d’amore: sapeva se lo avrebbe accolto oppure rifiutato. Noi stessi non sappiamo come reagiremo al suo amore fin quandonon saremo faccia a faccia con Lui e la sua Croce. Dal nostro punto di vista, impieghiamo tempo per capire il «dramma» del Calvario. Ma la Messa ci dà un indizio; noi non eravamo consapevoli d’esser presenti sul Calvario il Venerdì Santo, ma lo siamo nella Messa. Possiamo conoscer qualcosa del ruolo che abbiamo avuto sul Calvario dal modo in cui ci comportiamo alla Messa nel ventesimo secolo e come la Messa ci aiuta a vivere la nostra quotidiana esistenza.

La Messa non è un nuovo Sacrificio ma una rappresentazione dello stesso supremo Sacrificio del Calvario. Ci sono due momenti nella storia: il primo, quando il Sacrificio è atteso (è il tempo «avanti Cristo»), e il secondo, quando il Sacrificio è compiuto e offerto (è il tempo «dopo Cristo»).

Se la Vergine Santissima e san Giovanni ai piedi della Croce avessero chiuso gli occhi quando Nostro Signore stava offrendo Se stesso per i peccati del mondo, i risultati spirituali in loro non sarebbero stati diversi da quelli che riceviamo noi assistendo ora al Sacrificio della Messa. Ma i loro occhi erano aperti, e perciò videro il supremo Sacrificio realizzami con spargimento di sangue, e quest’ultimo fluire dalle Piaghe aperte delle mani, dei piedi e del costato del Salvatore sull’umanità peccatrice. Nella Messa noi vediamo realizzato tutto ciò senza effusione di sangue.

La Messa, quindi, non è una sostituzione della Croce. Al contrario, i meriti che acquistiamo partecipando alla Messa sono i medesimi di quelli che avremmo ottenuto se fossimo stati presenti sul Calvario.

     E ciò perché esiste un solo Sacrificio, quello del Sacerdote e Vittima insieme: sulla Croce e nella Messa è la stessa e unica Persona che s’immola. Prima della venuta del Figlio di Dio, c’erano molti sacrifici offerti per i peccati. Gli uomini ben comprendevano d’esser indegni di stare alla Presenza di Dio. Togliendo la vita ad un animale o distruggendo un oggetto, con funzione sostitutiva, essi punivano e purificavano se stessi. In quasi tutti i popoli, oltre ai Giudei i quali ebbero il gran vantaggio della Rivelazione divina, v’erano sacerdoti che offrivano vittime in sacrifido. Ma quando Nostro Signore offri l’eterno Sacrificio, fu al contempo Sacerdote e Vittima, Offerente e Offerta. Il sacerdote e la vittima non erano più separati come avveniva prima. Sulla Croce, quindi, Gesù fu ritto come Sacerdote e prostrato come Vittima perché offrì Se stesso.

Il sacerdote celebra la Messa unicamente «in persona Christi», per questo non dice, al momento della Consacrazione, «questo è il Corpo di Cristo», ma «questo è il mio Corpo», e «questo è il mio Sangue»; egli è solo uno strumento di Cristo, come una matita nella mano di chi scrive. Si dice che una delle differenze tra la Croce e la Messa è che in quest» ultima il Sacrificio è offerto senza spargimento di sangue, mentre sulla Croce c’erano le strazianti scene della crocifissione. Verissimo. Ma v’è pure un’altra differenza, ed è che, sulla Croce, Nostro Signore era solo, mentre nella Messa noi siamo con Lui.

Il modo in cui noi siamo con Lui sarà chiarito esaminando l’Offertorio, la Consacrazione e la Comunione.
 

Offertorio
Per applicare i meriti della Redenzione alle nostre anime dobbiamo considerare la morte al peccato, che si è compiuta sulla Croce. Il primo atto necessario, dunque, è quello di offrire noi stessi in unione con Cristo.

Nella Chiesa primitiva ciò veniva fatto offrendo gli stessi elementi che Nostro Signore offrì nell’Ultima Cena, ossia il pane e il vino. Il fedele portava alla Messa il pane e il vino, e una parte di essi veniva utilizzata dal sacerdote per il Sacrificio. Vi sono alcune ragioni intrinseche per cui questi elementi dovevano esser usati. La prima è che pane e vino sono stati il nutrimento tradizionale della maggior parte degli uomini nel corso della storia. Il pane è come se fosse la sostanza della terra e il vino il suo sangue. I fedeli, quindi, nell’offrire ciò che dà loro sussistenza fisica e vita, donano parimenti se stessi. La seconda ragione è che, in natura, non esistono altre due sostanze che meglio rappresentano l’unità come il pane e il vino. Il pane è fatto da una grande quantità di chicchi di grano, e il vino da molteplici grappoli di uva. Allo stesso modo i fedeli, che sono numerosi, si riuniscono per fare un’unica offerta con Cristo. La terza ragione è che pochi elementi in natura simboleggiano il Sacrificio meglio del grano e dell’uva. Il grano non diventa pane fin quando non sia passato attraverso il Calvario dell’inverno e sia stato soggetto alle torture della macina. L’uva non diventa vino finché non sia stata pigiata nel Getsemani del torchio.

Ai nostri giorni, i fedeli non portano più il pane e il vino al Sacrificio della Messa ma un equivalente: questa è la ragione per cui la colletta è fatta durante l’Offertorio della Messa. ll sacrificio materiale che i fedeli offrono per la Messa è tuttora un simbolo della loro incorporazione alla morte di Cristo. Sebbene non portino più pane e vino, procurano ciò che serve all’acquisto di quegli elementi che rappresentano materialmente l’unità del loro sacrificio.

Consacrazione
Noi ci siamo offerti a Dio come Nostro Signore ha offerto Se stesso al Padre suo celeste. L’essenza del Cristianesimo è quella di riprodurre nella vita di ogni singola persona ciò che è avvenuto a Nostro Signore. La natura umana ch’Egli ha assunto è il prototipo o il modello naturale per ciascuno di noi. Dal momento ch’Egli fu crocifisso, ricorse e ascese nella gloria per redimere il mondo, ogni individuo deve liberamente offrirgli la propria natura umana e morire al peccato per vivere nella grazia e nella gloria con Lui. La Messa rappresenta l’apice dell’incorporazione alla morte e alla gloria di Cristo.

Nell’Offertorio presentiamo noi stessi a Dio sotto le specie del pane e del vino. La Consacrazione è il momento in cui si realizza la cosiddetta «transustanziazione». Abbiamo incominciato a morire nella parte inferiore di noi stessi per vivere di Cristo. Il termine «transustanziazione” significa che — alle parole della Consacrazione — la sostanza del pane diviene la sostanza del Corpo di Cristo, e quella del vino il Sangue di Lui. La Consacrazione ha come suo effetto una nuova presenza, senza spargimento di sangue, dell’offerta del Calvario. Nella Messa non c’è un’altra offerta, ma un’altra presenza della medesima attraverso il ministero del sacerdote.

Il pane e il vino non sono consacrati insieme ma separatamente. Prima il pane, che diventa il suo Corpo, poi il vino, che diviene il suo Sangue.

Questa Consacrazione separata del pane e del vino costituisce una sorta di separazione mistica del suo Corpo e del suo Sangue, che rappresenta il modo in cui Egli morì sul Calvario.

La Consacrazione che avviene nella Messa non significa che Nostro Signore muore di nuovo. Egli, infatti, non può più morire nella sua natura umana individuale, essendo ora nella gloria alla destra del Padre, ma può prolungare la sua morte in noi. […]. È come se, al momento della Consacrazione, Nostro Signore dicesse: «Non posso morire di nuovo nella mia natura umana che è nella gloria alla destra del Padre, ma tu, fedele, dammi la tua umanità ed io morirò ancora in te».

Nell’Offertorio abbiamo presentato noi stessi in sacrificio con Cristo; nella Consacrazione moriamo con Lui. Applichiamo la sua Morte a noi stessi per partecipare della sua gloria. In questo momento ciò che è eterno irrompe nel tempo e non v’è nulla di più solenne sulla terra del momento suggestivo e riverenziale della Consacrazione. Non è una preghiera, non è un inno: è un atto divino che ci rende capaci di applicare a noi stessi la Croce salvifica di Cristo.

Sebbene le parole della Consacrazione significhino anzitutto che il Corpo e il Sangue di Cristo o sono presenti sull’altare, vi è un altro significato che ben ci riguarda. I sacerdoti e il popolo sono chiamati a far una simile e totale donazione di sé morendo al peccato e alle miserie della vita, per poter dire: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Non m’importa se queste specie, accidenti o apparenze della mia vita — quali sono i miei doveri, il mio lavoro, le mie attività — rimangono: rimangano pure così come sono. Ma ciò che sono dinanzi a Te, mio Dio, ossia il mio intelletto, il mio volere, il mio corpo, la mia anima, tutto deve trasformarsi in modo ch’io non sia più mio ma tuo». In tal modo realizziamo, nel senso più profondo, le parole di san Paolo ai Galati: «Sono stato crocifisso con Cristo». Potremmo pregare dicendo: «Dono me stesso a Te, mio Dio. Ecco il mio corpo, prendilo. Ecco il mio sangue, prendilo. Ecco la mia anima, la mia energia, la mia forza, le mie facoltà, la mia salute, tutto ciò che ho. Sono tue. Prendile! Consacrale!

Offrile con Te stesso al Padre celeste affinché Egli mirando questo Sacrificio, possa vedere solamente Te, il suo Figlio prediletto nel quale si è compiaciuto. Trasforma il misero pane della mia vita nella tua Vita divina; vivifica il vino della mia vita arida con il tuo Spirito divino; unisci il mio cuore infranto al tuo Cuore trafitto; fa» ch’io non porti la Croce ma sia crocifisso. Non permettere che il mio abbandono, le mie pene e privazioni vadano perdute. Raccogli i frammenti e, come la goccia d’acqua è assorbita dal vino nell’Offertorio della Messa, fa» che la mia vita sia assorbita dalla tua; fa» che la mia piccola croce sia stretta alla tua grande Croce affinché possa meritare le delizie della felicità eterna in unione con Te, mio supremo Bene».
 

La Comunione
Nell’Offertorio, noi siamo come agnelli condotti al macello. Nella Consacrazione, siamo agnelli macellati nella parte inferiore del nostro «io» peccaminoso. Nella Comunione, scopriamo che non siamo morti del tutto, ma che siamo tornati alla vita.

Per poter comprendere, attraverso la legge dei contrari, che cosa si realizzi nella santa Comunione, può esser utile considerare la natura del Totalitarismo e del Comunismo. In tali filosofie di vita, ciascuna persona deve darsi totalmente e completamente, corpo e anima, mente e volontà, opere e vita, a un dittatore umano. Anche nella cristianità c’è un dittatore; noi ci diamo completamente e interamente a Dio attraverso il suo divin Figlio, Gesù Cristo.

Ma v’è una grande differenza. Nel Comunismo coloro che consegnano se stessi allo Stato si consacrano al materialismo, dal momento che negano Dio e l’anima. Quando qualcuno si abbandona a ciò che è materiale, è da esso posseduto, così come un uomo che sta annegando è posseduto dall’acqua, o un uomo che sta per essere bruciato è investito dal fuoco. Il Comunismo non potrà mai arricchire o elevare le anime dei suoi seguaci.

Invece, quando ci doniamo a Dio e moriamo nella parte bassa di noi stessi, come avviene nella Consacrazione della Messa, allora ritroviamo le nostre anime elevate e arricchite. Cominciamo ad esser finalmente liberi, glorificati, innalzati, divinizzati. Capiamo che, dopotutto, nella Consacrazione, la nostra morte non doveva durare più a lungo di quella di Cristo sul Calvario, visto che nella santa Comunione noi doniamo la nostra umanità e riceviamo la Divinità. Cediamo il nostro tempo e riceviamo l’onnipotenza della Volontà divina. Doniamo il nostro piccolo amore e riceviamo il Fuoco dell’Amore divino, diamo il nostro niente e riceviamo il Tutto. Questo perché Cristo ha detto: «Colui che perde la propria vita a causa mia la salverà».

Esiste una vita superiore a quella del corpo, ed è la vita dell’anima. E come la vita del corpo è l’anima, così la vita dell’anima è Dio. Questa vita divina la riceviamo nella Comunione. Se la luce del sole, l’umidità e le sostanze chimiche della terra potessero parlare, direbbero alle piante: «Se non mi mangiate, non avrete vita in voi». Se le piante e l’erba dei campi potessero parlare, direbbero agli animali: «Se non mi mangiate, non avrete vita in voi». Se gli animali, le piante e le sostanze chimiche dell’universo potessero parlare, direbbero all’uomo: «Se non mi mangi, non avrai vita in te». Allo stesso modo Dio ci dice che, se non lo riceviamo, non avremo la vita divina in noi. Secondo la legge della trasformazione, ciò che è minore è trasformato nel maggiore: le sostanze chimiche in piante, le piante in animali, gli animali nell’uomo e l’uomo in Dio, senza, comunque, che l’uomo perda mai la sua personale identità.

Nella Comunione si dice comunemente che noi «riceviamo» Nostro Signore per aver in noi la sua Vita divina, ben più d’un neonato che riceve la vita umana dalla propria madre, poiché, in quest’ultimo caso, l’essere umano è nutrito da un altro essere umano (da un suo pari), mentre nella Comunione l’essere umano riceve la Vita divina da Dio. Ma, in realtà, a ben vedere, nella Comunione non siamo tanto noi a ricevere Cristo: è Cristo che riceve noi, incorporandoci a Lui.

Sappiamo di non esserne degni. Ogni amore, in verità, si ritiene indegno. L’amante è sempre in ginocchio, l’amato sempre su un piedistallo. Perciò prima di ricevere la Comunione, ripetiamo con il sacerdote: Domine, non sum dignus, “o Signore, non sono degno». È come se non avessimo il coraggio di accostarci alla Sacra Mensa, consapevoli di non esser meritevoli del Dono di Dio.

È da notare che, anche in natura, non esiste comunione senza sacrificio. Come non possiamo fare nessuna «comunione naturale» col cibo senza che esso sia stato trattato e messo sul fuoco, e gli animali siano stati sottoposti al coltello e soggetti a purificazione, così non possiamo fare Comunione con Cristo senza che prima ci sia stata una morte. Ecco perché la Messa non è solo una cerimonia, è un Sacrificio che termina nella Comunione. La Comunione è la conseguenza del Calvario; viviamo di ciò che uccidiamo. I nostri corpi vivono dell’uccisione degli animali da campo e delle piante da giardino; riceviamo la vita dalla loro crocifissione; noi li uccidiamo non per il gusto di distruggere ma per avere la vita in maggior abbondanza. Noi li immoliamo per l’utilità che ricaviamo dalla comunione con loro.

Per un magnifico paradosso dell’Amore divino, Dio fa della Croce un reale mezzo di salvezza.

Noi lo abbiamo ucciso; lo abbiamo inchiodato e crocifisso; ma l’amore illimitato del suo Cuore non poteva esaurirsi. Egli voleva darci la vera Vita, che noi abbiamo ucciso; il vero Cibo, che noi abbiamo distrutto; voleva nutrirci con il vero Pane, che noi abbiamo seppellito, e con il vero Sangue, che noi abbiamo versato. Noi abbiamo trasformato il nostro effettivo crimine in una felice colpa. Abbiamo convertito una Crocifissione in una Redenzione; un’immolazione in una comunione; una morte in una vita senza fine.

Ed è proprio questo che rende l’uomo un mistero! Che l’uomo — fatto a immagine e somiglianza di Dio, che è amore — debba essere amato, non è un mistero. Ma perché egli non ami in contraccambio, questo è un grande mistero. Perché il nostro dolcissimo Iddio deve essere il grande Non-Amato, perché l’Amore non è amato? Egli è amato in tutti quelli che si uniscono a Cristo, Sacerdote e Vittima.
 

Fulton J. Sheen, Arcivescovo

 

 

 

NOTE:

1 La teologia della liturgia, Abbazia di Fontgombault, 2224 luglio 2001.

Pubblicato in La Messa di sempre
Mercoledì, 16 Aprile 2014 00:00

Le regole liturgiche di Papa Sisto

 La proibizione ai laici di toccare il calice e tutti gli arredi sacri fu imposta da San Sisto I Papa (? – 125 ca.), del quale, per entrambi i calendari liturgici, vecchio e nuovo, la festa cade il 3 aprile. Benché il suo nome riconduca al numero sei, in realtà egli fu il settimo erede di San Pietro. Figlio di pastori romani, divenne sacerdote e fu eletto con i voti del clero nel 115.

L’esigenza di quella proibizione nacque, come sempre accade, dalla volontà di alcuni di avvicinarsi alla cose sacre seppure indegni, agendo in un ambito esclusivo dei ministri di Dio. Perciò questa sacra tradizione si è perpetrata nel tempo. Tuttavia, sia la rivoluzione operata dai novatori con la riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II, sia gli aggravanti abusi liturgici ad essa succeduti hanno fatto sì che i laici non solo entrino nel recinto sacro dell’altare, il presbiterio (da presbitero = sacerdote), riservato al clero officiante, ma sono spesso autorizzati a comunicare i fedeli, i quali loro stessi prendono fra le mani le sacre particole.

In quel tempo governava l’Imperatore Adriano (76138), un originale sovrano-filosofo, amante della cultura e dell’arte greca. Benché pagano, egli fu contrario alle persecuzioni. Scrisse, infatti, ad un suo proconsole in Africa: «Se uno fa delle accuse dimostrando che i cristiani sono rei di delitti contro le leggi, tu puniscili secondo il loro delitto; ma, per Ercole! Se qualcuno mette avanti, per punirli, un semplice pretesto, tu devi decidere secondo la gravità e punire costui».

Papa Sisto fu soprattutto attento allo sviluppo del culto: lo precisò in regole e norme che resteranno come sigillo nella tradizione liturgica cristiana. Inoltre gli stava molto a cuore che tutte le comunità cristiane comunicassero fra di loro e pare che già sotto il suo Pontificato abbiano preso avvio le prime diatribe fra Oriente ed Occidente circa la data della celebrazione della Santa Pasqua.

A Sisto I viene fatta risalire anche l’introduzione del triplice cantico «Sanctus», chiamato Trisagio, posto dopo l’introduzione del prefazio. Il termine Trisagio deriva da agios (santo) e da treis (tre): «Dio tre volte santo». Nell’Antico Testamento esso costituiva una definizione della Santissima Trinità, perché è come si dicesse: «Santo è Dio Padre, Santo è Dio Figlio, Santo è Dio Spirito Santo», ma per conoscere questo bisognava sapere leggere, avere dimestichezza delle Scritture, perciò essere dotti. Fu così che il Sommo Pontefice lo fece sapere a tutti i fedeli introducendolo nella Santa Messa subito prima della consacrazione e della transustanziazione.

Tutte le Chiese, a qualunque liturgia appartengano, qualunque rito seguano, hanno questo Trisagio che è il cantico angelico che Isaia udì quando ebbe la visione celeste e, dopo di lui, San Giovanni, come l’Apostolo stesso racconta nell’Apocalisse (4,8). Afferma Dom Prosper Guéranger (18051875), il grande abate benedettino di Solesmes: «Che dicono dunque gli Angeli? Sanctus, Sanctus, Sactus Dominus Deus Sabaoth. Celebrano la Santità di Dio. Ma come la celebrano? Nella maniera più perfetta: adoperano il superlativo, dicendo per tre volte di seguito che Dio è veramente santo. (…) Perché applichiamo a Dio la triplice affermazione della santità? Perché la santità è la principale delle perfezioni divine: Dio è santo per essenza» (P. Guéranger, La Santa Messa, De Vita contemplativa-Francescane dell’Immacolata, Città di Castello 2008, p. 103).

Il Trisagio lo ritroviamo nel Te Deum: «Tibi Cherubim et Seraphim incessabili voce proclamant: Sanctus, Sanctus, Sanctus Dominus Deus Sabaoth» («Santo, Santo, Santo il Signore Dio degli eserciti»): gli eserciti che stanno agli ordini dell’Onnipotente nulla hanno da temere in quanto tutte le guerre, tutte le prove e tutti gli ostacoli potranno essere vinti trionfalmente grazie al loro Dio. Spiega ancora l’Abate Guéranger: «Dunque, Dio è santo e forte, tanto forte quanto santo e tanto santo quanto forte» (Ivi, p. 104).

Questo Romano Pontefice, che cantò e fece cantare fino a noi e ai nostri posteri la santità di Dio nel Santo Sacrificio, non morì martire e il suo riposo, nell’attesa della Resurrezione, non è presso la tomba di San Pietro, bensì ad Alatri (Frosinone), nella cattedrale di San Paolo, dove lo si celebra patrono della città.

Pubblicato in Storia del Cristianesimo
Giovedì, 20 Febbraio 2014 20:01

la liturgia non è spettacolarizzazione.

Il Segretario di Stato vaticano sottolinea il valore della liturgia, richiamandone la sobrietà e il dinamismo silenzioso.

MICHELANGELO NASCA
ROMA

Si sta svolgendo in questi giorni, alla Pontificia Università Lateranense di Roma, un convegno dedicato alla Sacrosanctum Concilium, una delle quattro grandi costituzioni conciliari generate dal Concilio Vaticano II nel 1963, e che si occupa nello specifico della riforma e della promozione della liturgia. L’arcivescovo Pietro Parolin, segretario di Stato, in occasione di tale ricorrenza, ha celebrato una Messa nella Basilica di San Pietro sottolineando, nel corso della sua omelia, gli aspetti importanti del rinnovamento liturgico della Chiesa proposti dal documento conciliare sulla Sacra Liturgia.

La liturgia – ha dichiarato Parolin, nella sintesi raccolta da Radio Vaticana – custodisce e apre la porta della grazia e va, dunque, a sua volta, coltivata e custodita nella sua verità. Essa permette e realizza la santificazione dell’uomo attraverso “segni sensibili”, “in un tempo e in uno spazio nuovi”, attraverso l’azione del popolo (etimologia del termine “liturgia”) caratterizzata dalla sobrietà dei gesti cultuali e celebrativi. “Sempre ci stupisce – sottolinea Parolin – la sproporzione tra la semplicità dei segni e la portata sovrumana degli effetti. La vita trinitaria ci è offerta nell’acqua del Battesimo; Dio ci offre se stesso in cibo nell’Eucaristia; il suo perdono ci raggiunge attraverso il gesto e le parole di un sacerdote”.

Il particolare legame tra Dio e l’uomo, e il dialogo che attraverso i segni liturgici viene intrapreso, trova realizzazione nell’ordinarietà della vita quotidiana. Parolin sottolinea questo particolare aspetto della ferialità nell’esistenza umana, suggerendo così l’identità di un Dio presente in ogni istante della vita dell’uomo: “Si direbbe quasi che il Signore ci voglia incontrare e risanare e rinnovare in un contesto di disarmante normalità, che ci voglia raggiungere e trasformare nella ferialità della nostra esistenza, nello stesso modo in cui scelse i dodici, chiamandoli dalle loro occupazioni quotidiane e proiettandoli verso l’orizzonte della sequela e della missione”.

I gesti che Gesù compie nei racconti dei Vangeli sono presentati con estrema sobrietà e semplicità, Egli non cerca la spettacolarizzazione, poiché – precisa il Segretario di Stato – “il bene compiuto possiede un suo inarrestabile dinamismo interno di crescita e di diffusione”; un dinamismo potente, costante, delicato e silenzioso.

A conclusione del suo discorso, Parolin, salutando tutti i partecipanti al Convegno sulla Sacrosanctum Concilium, ha ricordato il compito importante della liturgia, quello cioè di custodire e rendere presente — nella sua verità e nella sua autentica finalità – il dono della grazia: “Il mistero della vita di Cristo si attualizza nella vita della Chiesa con l’azione dello Spirito ed è la liturgia il canale principale, sempre aperto, in cui scorre l’acqua pura che promana dal mistero pasquale di Cristo. La liturgia custodisce e apre la porta della grazia e va, dunque, a sua volta, coltivata e custodita nella sua verità e nella sua autentica finalità”.

FONTE: Vatican insider.

Pubblicato in Attualità
Ecco alcune brevi indicazioni sui gesti rituali, per riservare uno spazio più adeguato alla questione di maggiore rilievo secondo l’attuale rito della messa latina.

La copertura del calice è essenzialmente un gesto di prudenza, per evitare che vi cadano elementi estranei, soprattutto quando contiene il vino trasformato nel sangue di Cristo. Nei primi secoli si stendeva una sola tovaglia sull’altare, come mostra il mosaico di san Vitale a Ravenna. Le tovaglie si moltiplicarono dal secolo ottavo, probabilmente per evitare che il vino consacrato, versato accidentalmente, finisse fuori dall’altare. La prima di queste tovaglie fu chiamata palla corporalis: coprendo l’intero altare, sulla parte anteriore erano poste le offerte, mentre quella posteriore era piegata sul calice, proprio per preservarlo da impurità. Da questa tovaglia unica siamo giunti al corporale sul quale si pongono le oblate e alla palla, che può essere usata per coprire il calice.

Secondo un uso greco, seguito in Palestina ai tempi di Gesù, prima di bere del vino vi si aggiungeva una modica quantità d’acqua. Le antiche preghiere eucaristiche orientali ricordano questo gesto durante l’ultima cena, pur non essendovene traccia nel Vangelo. Quando i fedeli si comunicavano sotto le due specie, l’acqua veniva versata dal diacono in capienti calici, con un gesto a forma di croce. Scomparsa la comunione al calice dei fedeli, la quantità di vino è limitata e il sacerdote vi versa solo poche gocce d’acqua. La Chiesa antica ha visto in questo gesto simbolico l’unione a Cristo che salva. Come il vino assimila l’acqua, così Gesù, unendoci a lui, ha preso su di sé i nostri peccati: «Se qualcuno offre solo vino, il Sangue di Cristo comincia a essere senza di noi, ma se offre acqua soltanto, il popolo comincia ad essere senza Cristo» (Lettera di Cipriano di Cartagine a Cecilio).

Lo spezzare il pane è seguito dall’immissione di un pezzo di ostia consacrata nel calice. Rompere il pane per condividerlo era un gesto comune presso gli ebrei. Lo troviamo fra i gesti di Gesù durante la cena: la frazione del pane diventa il nome con cui la tradizione lucana indica l’eucaristia (At 2,42; 20,7).

Per la liturgia antica sembra un gesto funzionale per comunicare i fedeli, assumendo una forma rituale precisa. Il rito non ha solo una funzione pratica; significa che noi, pur essendo molti, diventiamo un solo corpo nella comunione a un solo pane che è Cristo, come dice l’apostolo Paolo. Ricordando l’episodio della moltiplicazione dei pani, il gesto assume un valore escatologico: tutti possono avere parte al Regno di Dio. Alla frazione del pane è legato il gesto dell’immixtio, l’immersione nel calice di un pezzo di pane consacrato. Fra le varie interpretazioni possibili, la più convincente fa riferimento al rito del fermentum. Nella messa papale una parte del pane consacrato era conservata per la celebrazione seguente, volendo indicare così la continuità del sacrificio eucaristico, un’altra parte era inviata ai vescovi suburbicari e ai preti delle chiese titolari romane. Il rito era praticato anche dai vescovi nei confronti dei preti delle chiese circostanti.

Venendo alla domanda più importante, il significato teologico del sangue versato dal Signore ha interessato la riflessione di teologi e mistici lungo tutta la storia della Chiesa. In questa sede mi devo limitare a pochi accenni biblici. La Pasqua di Cristo è il centro della salvezza secondo il disegno del Padre. Al mistero della Pasqua è legato il sangue dell’agnello, nella sua dimensione profetica dell’Antico Patto e nella sua realtà del Nuovo. L’angelo del Signore ha risparmiato le case degli ebrei per il sangue dell’agnello sugli stipiti. La celebrazione dell’alleanza al Sinai è ratificata con l’aspersione del sangue sul popolo. Nell’ultima cena Gesù indica il proprio sangue come sangue dell’alleanza: è il sangue versato nel suo passaggio verso il Padre, perché tutti gli uomini possano trovare salvezza.

Il sangue di Cristo è un elemento fondamentale dell’alleanza. Esprime l’adesione piena al disegno del Padre, come indicano svariati passi del Nuovo Testamento: mediante il sangue di Cristo abbiamo la redenzione e la remissione dei peccati (Ef 1,7; 1Gv 1,79), siamo giustificati (Rom 5,9), Dio ha operato la pacificazione (Col 1,20). Questi testi vogliono porre in evidenza la realtà fisica del sacrificio, a testimonianza del dono totale che Cristo ha fatto di se stesso per la salvezza dell’umanità. L’effusione del sangue fisico di Cristo significa il dono della sua vita per noi. Nell’effusione del sangue di Cristo si manifesta l’amore divino effuso, come dono totale di sé (Mc 10,45, Mt 20,28).

Infine, nell’immagine giovannea del sangue uscito dal costato di Cristo (Gv 19,34) abbiamo la conferma della realtà della morte ma si annuncia anche il frutto della morte: secondo lo stesso evangelista l’abbondanza di vita che si espande dalla Pasqua è frutto della morte di Cristo (Gv 7,38). Le parole del rito eucaristico («questo è il calice del mio sangue, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me») raccordano la realtà fisica del sangue di Cristo al suo significato teologico: il sangue offerto nel vino consacrato è il sangue di Cristo nella sua realtà pasquale, presente nell’eucaristia come dono offerto agli uomini perché l’accolgano nella loro vita e, a loro volta, si lascino trasformare in dono totale.

Padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria.

Pubblicato in Teologia Sacramentaria
   

Mons. Luigi Negri


   

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