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Venerdì, 12 Agosto 2016 09:59

La Messa di sempre (5)

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LA LETTURA DELLA PAROLA DI DIO

L’EPISTOLA

All’Amen che conclude le Collette segue l’ascolto della Parola di Dio. «Ho un messaggio […J da parte del Signore», si legge nella Bibbia (Gdc 3,20); ed è a ciascuno di noi che la Parola di Dio è rivolta.

Se volessimo cercar l’origine di queste letture, dovremmo risalire alle più antiche usanze cristiane e andare anche oltre, fino alle pratiche più care al cuore d’Israele. Il servizio della sinagoga conosceva già queste letture desunte dalla Legge e dai Profeti. Non abbiamo forse visto Gesù leggere Isaia ai suoi connazionali, i Giudei (Lc 4,16), e san Paolo prender parte, nei suoi viaggi missionari, a simili letture (cf At 13,1416)? La Chiesa primitiva ha fedelmente conservato tale usanza: la lettura dei libri sacri aveva un posto preminente nella Liturgia degli inizi.

     Nei tempi antichi venivano lette al popolo prima alcune letture dal Vecchio Testamento, poi qualcuna delle Lettere Apostoliche, e infine una parte del Vangelo. È questa divisione in tre delle letture preparatorie che ancora troviamo nella liturgia del Venerdì Santo. All’inizio queste letture non erano né brevi, né divise, come invece venne fatto in seguito: il lettore continuava a leggere ininterrottamente fino a che il Vescovo non riteneva opportuno fargli segno che era stato proposto abbastanza agli ascoltatori per la loro istruzione. Fu soltanto con la comparsa del Messale Romano del 1570 che entrarono nell’uso generale due letture precedentemente scelte, a seconda della festa che si celebrava.

Di norma la prima lettura è l’Epistola. Come si desume dal nome, l’Epistola è un brano tratto da una Lettera. Nelle domeniche l’Epistola è quasi sempre presa dagli scritti di san Paolo apostolo. In altre occasioni — nelle feste dei Santi, nelle ferie di Quaresima e nelle Tempora — generalmente è dagli scritti profetici dell’Antico Testamento che ci viene proposta un’istruzione attraverso una «lettura», che è chiamata Lectio, qualsiasi sia la sua provenienza. Evidentemente, in entrambi i casi lo scopo liturgico è il medesimo: mostrare come Dio all’inizio abbia parlato attraverso intermediari, ossia per bocca di uomini che erano suoi testimoni o confessori, i quali dovevano prepararci a ricevere, più tardi, il suo messaggio direttamente. Per questa ragione, la lettura è fatta sempre «in nome di Dio».


UNA PAUSA DI PREPARAZIONE

TRA L’EPISTOLA E IL VANGELO

Tra l’Epistola e il Vangelo troviamo alcune preghiere e canti che possono facilmente esser considerati, dall’osservatore frettoloso, come semplici digressioni, nient’altro, cioè, che sentieri che portano lontano dal piano generale della Liturgia; ma, in realtà, sono pieni di significato.

La lettura si conclude con la consueta formula di ringraziamento: Deo gratias, «Rendiamo grazie a Dio». Con tali parole, che si rinvengono così spesso nelle Lettere di san Paolo, si vuol ringraziar Dio il quale ha voluto che le parole appena declamate venissero dette o scritte.

Era costume nell’antica liturgia israelita che il corso della lettura o servizio didattico venisse interrotto dalla recita dei salmi. Ciò evitava il tedio della monotonia ed assicurava una partecipazione reale al culto da parte dell’assemblea. I canti che si trovano nel nostro Messale per il presente intervallo sono una sopravvivenza di quest’usanza. Che sia un’usanza molto antica tra i cristiani stessi è comprovato dalla testimonianza di Tertulliano del III secolo.

     Esistono tre formulari cantati. Il Graduale è ordinariamente composto di parole che giustamente si riferiscono alla lezione appena letta, ed era anticamente intonato da un cantore che stava in piedi sul gradino (gradus) dell’ambone. L’assemblea rispondeva al versicolo, cantando un ritornello. L’Alleluia è un’antica espressione giudaica di gioia, ed è di uso immemorabile: ricorda la venuta del Signore e, quindi, serve ad introdurre il Vangelo. Il Tratto prende il posto dell’Alleluia nei giorni di penitenza o di lutto. Era riservato alle voci dei grandi solisti del passato, che lo cantavano ininterrottamente, senza l’intervento del coro; ed essendo destinato a musiche solenni e nobili, è impregnato di antichità. A questi formulari, i liturgisti del Medioevo aggiunsero la Sequenza o Prosa, una sorte di commentario poetico alla festa celebrata.

Originariamente le parole della Sequenza furono inserite in quella lunga serie di neumi melismatici in cui l’Alleluia sembra prolungarsi in esplosioni di gioia. Queste Prose erano espressioni ammirabili del fervore cristiano. Di esse l’attuale Messale ritiene il Victimae paschali per il giorno di Pasqua, il Lauda Sion per il Corpus Domini, il Veni Sancte Spiritus per la Pentecoste, il Dies irae per le Messe di Requiem, e quello più toccante di tutti, lo Stabat Mater, che Jacopone da Todi scrisse in lode della Compassione d Vergine Santa. Non v’è dubbio che queste siano soltanto aggiunte alla primitiva liturgia; ma chi può mai esser indifferente allo splendore che le conferiscono?

A questo punto della celebrazione il Messale è portato nel suo angolo privilegiato, sul lato sinistro dell’altare, come se ne fosse il cuore da dove risuonano le parole di Cristo stesso. Nel frattempo il sacerdote, che sta per parlare in nome Cristo, si prepara per questo compito speciale chiedendo che Dio gli purifichi le labbra come un tempo fece con Isaia, quando un Angelo toccò la bocca del grande Profeta con un carbone ardente.

 

LA PAROLA DI DIO

IL VANGELO

Fino a questo punto abbiamo ascoltato il messaggio divino dalle labbra degli uomini: adesso è Dio stesso che ci parla! Cristo viene ad istruirci con l’esempio della sua vita e con le sue stesse parole.

Ed è per questo motivo che fin dall’inizio, nella Chiesa primitiva, la lettura del Vangelo è stata considerata un elemento essenziale della Liturgia: nelle catacombe era impensabile ometterla. Questo punto così essenziale nella preparazione al Sacrificio sottolinea il fatto che il Cristo, venuto a morire per la salvezza di ogni uomo, è il medesimo che istruisce ciascuno di noi sulle verità di Fede.

Ecco perché questo punto della Messa è segnato e circondato da un certo grado di solennità. Non è forse il libro del Vangelo un altro simbolo del Maestro? Non è il libro di cui san Giovanni Crisostomo diceva di non poter aprirlo senza un sentimento di profondo rispetto? Durante le Messe cantate l’incenso e le luci esprimono lo spirito di venerazione dovuto a questo libro, mentre, nelle Messe basse, ciò è espresso attraverso i significativi gesti del sacerdote, il quale tocca il libro, lo bacia e fa su di esso il segno di Croce.

     I fedeli, dopo essersi segnati col segno di Croce sulla fronte, sulle labbra e sul cuore, ascoltano in piedi e attentamente la lettura del Vangelo. Il segnarsi tre volte con la Croce vuole indicare che si accetta la Verità con l’intelligenza, si è pronti a confessarla e la si custodisce nel cuore.

Fin dal VI secolo s’è andata diffondendo l’usanza di selezionare in anticipo il passo di uno dei Vangeli, al fine di offrirci un esempio pratico del particolare insegnamento che la Messa del giorno vuol donarci.

Tutte le altre parti del formulario proprio della Messa dipendono, più o meno chiaramente, dalla pericope del Vangelo: esse servono o come commentari a ciò che è stato proclamato nella pericope evangelica, o come assicurazione della sua piena realizzazione.

Si tratta dunque d’un punto culminante. È la voce stessa del Dio Incarnato che si ascolta in questo momento. E quando la lettura è terminata, il solo scopo dell’eventuale omelia che segue è quello di spiegar e commentare le parole del Maestro, per illuminare la nostra mente e fortifire la nostra devozione.

 

IL CANONE DELLA FEDE

IL CREDO

Io credo fermamente tutto ciò che il Signore Gesù è venuto ad insegnarmi: questa confessione è lo scopo del Credo.
 

Fin dai primi tempi del Cristianesimo, la proclamazione d’un atto di fede era il requisito necessario per esser battezzati. Senza dubbio, il formulario era allora molto semplice, simile forse alla dichiarazione fatta dall’ufficiale etiope a Filippo il Diacono, quando disse: «Io credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio» (At 8,37).

Ma non passò molto tempo che l’errore attaccò i principi della fede cristiana, e da qui nacque la necessità di affermare tali principi in termini precisi e definiti.

Fu per soddisfare a questo bisogno che vennero redatti dei Simboli, ossia brevi affermazioni, concrete proposizioni di fede, «il Canone della nostra Fede», come veniva chiamato nel III secolo in Africa.

L’antico Credo degli Apostoli, le cui dirette e precise affermazioni sono familiari alla nostra preghiera privata, non fu più sufficiente quando divamparono le grandi eresie del IV secolo circa la natura di Cristo in relazione alle altre Persone della SS. Trinità. E fu così che in due Concili quello di Nicea nel 325 e quello di Costantinopoli nel 381 — fu redatto il testo di un più elaborato Simbolo o «Dichiarazione della Fede». il Credo che troviamo nelle nostre Messe domenicali.

Prima ad Antiochia e poi a Costantinopoli, fu deciso d’inserire il Credo nel formulario della Messa. Se ne diffuse l’uso in Spagna, in Francia e in Germania; ma Roma non lo adottò che dopo l’anno 1000. Si attribuisce tale adozione alla richiesta dell’Imperatore Enrico II che venne a Roma nei giorni di Benedetto VIII (10121024). Si narra che quando l’Imperatore chiese ai Romani perché non recitassero il Credo durante la Messa, gli fu risposto che, poiché la Chiesa di Roma fino ad allora non era mai stata macchiata dall’eresia, non v’era alcun bisogno di recitar il Credo. L’Imperatore, tuttavia, insistette e alla fine ottenne il consenso del Papa e il Credo venne cantato nelle Messe pubbliche.

Ai nostri tempi, l’uso del Credo è limitato alle Messe domenicali, e ad altre Messe, secondo le indicazioni delle Rubriche. Mentre il celebrante sta recitando il Credo con profondo fervore, i fedeli si alzano per proclamarlo ad alta voce e unanimemente. «Che il Credo risuoni – ordinò un Concilio tenuto a Toledo nel 589 — così che la vera fede possa esser dichiarata in canto, e che le anime dei credenti, accettando la fede, possano esser preparate a partecipare, in comunione, al Corpo e Sangue di Cristo».

Nel Vangelo la Parola ha parlato agli uomini; adesso, «incarnata», verrà ad offrir Se stessa sull’altare. Il Credo diviene così un meraviglioso legame tra le due parti della Messa.

 

L’OFFERTORIO

PREGHIERE SULLE OBLATE

La cosiddetta «Messa dei Catecumeni» è ormai conclusa, perché, anticamente, quelli che non erano che aspiranti alla fede venivano invitati a lasciar l’assemblea dopo la proclamazione dell’atto di fede, il Credo. Insieme con i non-battezzati, anche i peccatori che stavano facendo pubblica penitenza venivano congedati; a nessuno al di fuori dei membri integralmente cristiani veniva permesso di partecipare ai santi misteri che in questo momento hanno inizio.

Dai fedeli era innalzata, in questo momento, una serie di preghiere per dar voce all’intenzione collettiva della Chiesa. Di queste preghiere oggi non restano che tre brevi ricordi: il versicolo Dominus vobiscum con la consueta risposta e l’esortazione Oremus.

     Il primo atto sacramentale è l’Offertorio. È adesso contrassegnato da un gruppo di sei preghiere. Di queste una cambia ogni giorno, essendo specificamente adattata al tempo o alla festa che si celebra; le altre cinque sono fisse avendo come scopo la presentazione a Dio non soltanto delle offerte, ma anche di coloro che fanno quelle offerte. Quanto era pieno di significato, nella Chiesa primitiva, l’antico cerimoniale che segnava questo momento! L’assemblea indicava inequivocabilmente la propria parte nell’atto di offerta andando personalmente in processione a presentare i doni. Quali erano questi doni? Pane e vino, prima di tutto; ma anche altri alimenti, e perfino altre cose, come oro ed argento, uccelli e fiori. ll diacono disponeva questi doni su un tavolo speciale, mettendo da una parte quelli che dovevano esser usati durante il Sacrificio, dall’altra ciò che sarebbe stato dato ai poveri. Un canto responsoriale o antifonale era intonato durante la processione, e sembra che l’Offertorio fosse una delle parti più toccanti della Messa.

Nel Medioevo questa usanza gradualmente scomparve, senza dubbio a causa di possibili disordini verificatisi nel suo svolgimento. Ai nostri giorni vi sono altre usanze che richiamano il primitivo offertorio: la colletta dei soldi, ad esempio, ha il medesimo fine caritativo. Lo stesso può dirsi dell’offerta che si dà al sacerdote ogni volta che chiediamo di celebrare una Messa: in questo caso l’offerta e l’intenzione sono legate. Ma, ovviamente, la vera essenza di tutte queste usanze è contenuta nella preghiera che adesso il sacerdote pronuncia in nostro nome. Infatti, quandi tiene, con entrambe le mani, la patena su cui ha posto l’ostia, e quando la eleva in un magnifico gesto di supplica, è in realtà il dono di tutto ciò che siamo e di tutto ciò che abbiamo che presenta al Signore.

 

IL PANE E IL VINO

LA PREPARAZIONE DELLE OBLATE

All’Offertorio la materia che deve esser consacrata viene, per così dire, «separata» e offerta a Dio. È prescritto che siano selezionate due tipi di sostanze materiali per esser presentate a Dio: il pane e il vino, elementi scelti da Gesù nell’Ultima Cena. È ben giusto che questi frutti della terra, umili e ordinari, siano gli strumenti attraverso cui il Salvatore viene agli uomini: il pane è quel sostegno della vita sempre tanto necessario, il vino è la bevanda che inebria ma mai disseta. Non venne forse offerto del vino a Noè per confortarlo e incoraggiarlo dopo i terrori del diluvio?
 

In origine, il pane offerto durante la Messa era sì quello ordinario ma della migliore qualità disponibile, segnato con la Croce e confezionato nella forma di biscotti rotondi e appiattiti per esser più facilmente spezzato. Dal IX secolo circa, s’iniziò ad usare il pane azzimo, per ricordare quel pane non lievitato che Gesù, osservando la Legge di Mosè, aveva usato nell’Ultima Cena. Il vino della Messa è semplicemente il succo del «frutto della vite», che il divin Maestro, durante la sua vita terrena, era abituato a bere. Secondo un’usanza che data soltanto dal XIV secolo, viene in genere usato il vino bianco per ovvi motivi di pulizia, malgrado tali ragioni siano alquanto trascurabili in confronto al toccante simbolo del sangue che viene dall’uso del vino rosso.

Dal momento in cui sono offerti per la prima volta a Dio, il pane e il vino diventano simboli del Corpo e del Sangue di Cristo; ed è come tali che devono essere considerati, perché l’Offertorio anticipa, per così dire, la Consacrazione.

Nell’Offertorio il sacerdote aggiunge un po» di acqua al vino nel calice, così che i due liquidi possano mescolarsi, proprio come in Cristo la natura umana e quella divina sono inseparabili; o come il Signore Gesù e la sua Chiesa formano un solo Corpo. Nel Medioevo si riteneva comunemente che quest’acqua rappresentasse quella che uscì dal fianco trafitto di Gesù crocifisso; e, con un rito molto toccante, la liturgia greca prescrive l’uso d’una piccola lancia durante la Messa, con la quale l’ostia viene trafitta in memoria di quel fianco squarciato.

«Ti offriamo, o Signore, questo calice di salvezza», dice adesso il sacerdote, intendendo dire con ciò che, in maniera mistica, il pane diventerà il Corpo di Cristo, e il vino, nel calice, il suo preziosissimo Sangue.

 

                                        

Letto 424 volte Ultima modifica il Venerdì, 12 Agosto 2016 10:28
Admin

Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

   

Mons. Luigi Negri


   

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