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Sabato, 23 Aprile 2016 00:00

La Messa di sempre (2)

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PREFAZIONE
 

Ogni giorno, dovunque sia stata piantata la Croce di Cristo, si celebra la Messa. Nei piccoli paesi come nelle città affollate, nel lontano Nord come ai Tropici, la Messa è ovunque celebrata. Alle prime ore del mattino, in alcune chiese solitarie sparse qua e là con pochi fedeli, la Messa è detta da un sacerdote che sembra celebrare solo per un piccolo pugno di devoti. E, con massima pompa, in mezzo ad una moltitudine raccolta nella magnifica basilica di San Pietro, la Messa è celebrata dal Vicario di Cristo. Innumerevoli volte e ad ogni istante del giorno, la Messa è celebrata in un luogo o in un altro in tutto il mondo. Sua Santità Pio XII, nella sua Enciclica Mediator Dei, definisce la Messa come «l’atto supremo del culto divino, l’apice e l’anima della Religione cristiana».

Quale significato ha questo atto per noi che assistiamo al massimo atto di culto che l’uomo può offrire a Dio, per noi che — attraverso di esso — ci troviamo a faccia a faccia con Dio? E che cosa essa fa di noi? Un giovane dei nostri giorni, che cercava qualcosa in cui credere, protestò con vigore: «Questi uomini scendono dal Golgota e poi parlano delle condizioni del tempo!». E a un sublime atto d’immolazione che siamo stati chiamati, commemorazione d’un Sacrificio senza precedenti in esso la Vittima è al contempo desiderosa di patire e pura da ogni colpa. Nella Messa siamo messi a confronto con l’impenetrabile mistero del Sangue salvifico della Vittima senza macchia, nella quale la debolezza è potenza assoluta e nella cui vita la morte muore.

La Messa dovrebbe esser tutto per noi. Di fronte ad essa, le nostre menti dovrebbero restar confuse dalla trascendenza del mistero che vi si compie, la nostra sensibilità toccata dagli arcani riti che vi si celebrano, i nostri cuori soggiogati dall’amore del Signore per noi crocifisso.

L’essenza della Messa consiste principalmente in questo: essa è, anzitutto, un dramma ininterrotto svoltosi prima di noi, una tragedia che si perpetua in eterno. Il nome con il quale questo dramma è stato conosciuto sin dal VI secolo — «Messa» — è preso dalla formula con la quale, in origine, esso si concludeva: Ite Missa est. Questa espressione sembra esser troppo breve per indicare un così ineffabile mistero. In effetti, altre denominazioni, un tempo in uso, sembrerebbero più adatte. Tra queste figurano i termini «ringraziamento», «liturgia», «frazione del Pane», «sinapsi», «assemblea», oppure — seguendo l’uso di Tertulliano, Giustino martire e san Cipriano di CartagineDominica Passio, la Passione del Signore. Quest’ultima espressione corrisponde più pienamente alla realtà, perché è la Passione di Cristo che suscita la Messa, Passione implorata, annunciata, rivelata e realizzata. Tutto nella Messa converge su questa realtà fondamentale della Fede cristiana, secondo cui la nostra Redenzione è stata segnata dal Sacrificio della Croce, ed è in questa luce che la Messa può e deve esser compresa.
 

Per esser più precisi, la Messa conserva, in primo luogo, la memoria dell’Ultima Cena in cui Gesù, poco prima di consegnarsi ai supplizi della Passione, benedisse il pane e il vino trasformandoli nel suo Corpo e nel suo Sangue. Poi aggiunse: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19). Le sue parole, dense di significato, effettuando attraverso la transustanziazione il mutamento delle due sostanze più semplici della terra in sostanze soprannaturali, trasmettono un doppio messaggio. Con esse fu predetta la morte di Cristo nella sua volontaria offerta di Se stesso: «Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice — afferma san Paolo —, voi annunziate la morte del Signore finché Egli venga» (1Cor 11,26). All’interno di questa stessa memoria, offrendo ai suoi discepoli il pane e il vino così sublimemente trasformati, oltre a quello dell’Ultima Cena li rese partecipi d’un altro banchetto: il banchetto di Vita eterna. Dunque, la Messa è la rievocazione di tre realtà: è la ripresentazione delle parole e dei gesti che costituiscono la Consacrazione avvenuta nell’Ultima Cena; è il memoriale vivo e vero, carico del proprio significato drammatico, del Sacrificio offerto sul monte Calvario; è il convivio a cui tutti i battezzati sono invitati.

Storicamente, il nucleo della Messa consiste nella ripresentazione dell’Ultima Cena attraverso la parole e gli atti che Gesù ivi insegnò, parole e atti il cui significato incommensurabile la fede dei primi cristiani riusciva in qualche modo a comprendere. Probabilmente è così che le prime Messe sono state celebrate dagli Apostoli dopo l’Ascensione o dopo il giorno di Pentecoste. Esse erano abbastanza semplici e consistevano nella diligente ripetizione di ciò che gli Apostoli avevano appreso dal Signore. Questa caratteristica di austera semplicità rimase per tutto il periodo apostolico. Non vediamo forse san Paolo che, in uno dei suoi viaggi missionari, «spezzò il pane» in una semplice stanza al terzo piano d’un’abitazione, circondato da un gruppo che il piccolo locale a stento poteva contenere (cf. At 20,7ss.)? Questa sacra Cena, inoltre, non era separata dall’Agape o «festa della carità» che i primi cristiani solevano tenere per rafforzare i loro vincoli di fratellanza nel Signore.

Col trascorrere dei secoli, la Messa ha perso quella primitiva caratteristica di rigorosa austerità. Altri elementi, infatti, sono stati aggiunti alla basilare struttura evangelica. Molti di essi non sono che un’eredità dell’antica Legge. Non erano gli Apostoli figli di Mosè? Non erano forse convinti di mostrar la loro fedeltà ai precetti della legge aderendo alla rivelazione di Cristo? Come testimoniano i Vangeli e gli Atti degli Apostoli, la Liturgia nelle sinagoghe giudaiche era composta di due parti: la liturgia della preghiera, formata da canti o dalla recita di preghiere della Scrittura, prese ora da uno ora da un altro passo del libro dei Salmi in cui il fervore umano erompe in modo non altrove superato; la liturgia della parola consisteva nell’ascolto di lettori che proclamavano la Parola di Dio desunta dai libri sacri della Legge e dei Profeti.

Queste caratteristiche furono mantenute negli Uffici Divini del culto, e anche quando i cristiani smisero completamente di partecipare alle funzioni giudaiche, ne conservarono la struttura principale. Essa forma la radice delle preghiere dell’inizio della Messa e della lettura dell’Epistola e del Vangelo.

La Messa, nella forma in cui noi la conosciamo, incominciò a stabilizzarsi — nella sua struttura generale — verso la fine del III secolo. Malgrado qualche singola parte della Messa possa essere stata più o meno enfatizzata secondo l’uso del tempo, la struttura generale del rito è ancor oggi esattamente come quella di allora. È ovvio che in origine i dettagli della Messa non erano fissati rigorosamente come lo sono ai nostri giorni e, tranne la fedeltà agli elementi base, vigeva un certo grado di lecita libertà che permetteva al vescovo, o anche al semplice sacerdote, di esprimersi in preghiere spontanee. Per molto tempo vi furono notevoli divergenze circa il modo di celebrare la Messa, come si può facilmente constatare confrontando alcuni antichi Sacramentari, ossia quei Messali, magnificamente scritti e dipinti, in uso nelle cerimonie solenni lungo tutto il periodo dell’Alto Medioevo.

Anche ai nostri tempi si possono ancora riscontrare alcune differenze nel Rito o nell’uso annesso per privilegi concessi a particolari diocesi (Lione e Milano sono due esempi) o a Ordini religiosi (come i Certosini, i Domenicani o i Premostratensi).

Nel corso dei secoli, alcuni elementi nuovi sono stati accolti nella Messa secondo la Tradizione vivente della Chiesa. Il Gloria, ad esempio, era in origine un inno di  acclamazione proprio della Messa di mezzanotte di Natale, quando si dava voce alla gioia dei cuori nel celebrare la nascita del Redentore; invece il Credo, per citare un altro esempio, è una proclamazione individualistica di fede che trova posto nella Messa circa nell’anno 1000, essendo stato introdotto molto probabilmente per respingere certe eresie. Alcuni atti che a noi potrebbero sembrare necessità palesi all’interno della Messa, così come la Grande Elevazione, sono altrettante aggiunte posteriori alla struttra primitiva. In onesto raso. la solenne ostensione del Pane consacrato serve a confutare la tesi eretica secondo cui Dio non è presente sotto le apparenze eucaristiche. Questi arricchimenti del Rito aggiunti alla struttura della Messa nel corso dei secoli rivelano la Tradizione vivente della fede che ininterrottamente si riafferma.
La Messa nella sua attuale forma rigidamente regolata, come adesso è conosciuta in Occidente, è stata fissata da san Pio V. Attraverso la Bolla Quo primum del 1570, egli espresse il desiderio di far ritornare la Messa alle norme antiche e, al contempo, cercò di sbarazzarsi di alcuni elementi accidentali e d’imporne l’osservanza in modo uniforme in tutto il mondo cristiano latino.
Fu quindi data alla Messa una forma definitiva, associandola strettamente al primato della Cattedra apostolica e dell’autorità del successore di san Pietro. Il Messale di san Pio V, in effetti, non era altro che quello usato nella Città eterna: il Messale romano.

Di conseguenza il Catechismo del Concilio di Trento dichiarava che nessuna parte del Messale doveva esser considerata inutile o superflua; neanche la più piccola frase doveva esser ritenuta mancante o insignificante. La più breve delle formule e delle frasi, infatti, anche se si pronuncia in pochi secondi, fa parte integrante d’un insieme ben armonizzato che sintetizza ed esprime il dono di Dio, il Sacrificio di Cristo e la grazia a noi elargita.

Qual è dunque lo schema della Messa? La sua ripartizione tradizionale in Messa dei catecumeni e Messa dei fedeli è il risultato di circostanze storiche, dato che la prima parte deve la sua esistenza all’ammissione al culto comune dei cristiani per i neofiti sia non battezzati che battezzati, mentre la Messa dei fedeli è così denominata perché, dopo esser arrivati ad un certo punto della funzione, i non battezzati, nei tempi antichi, erano congedati.

Ma è proprio questa evoluzione che meglio designa i singoli momenti o «atti» della Messa. Vi sono, infatti, cinque «atti» ben determinati. Il primo di essi si compie quando, all’inizio dell’azione sacramentale, io prego: imploro Dio di perdonare le mie colpe; parlo con Lui del mio desiderio di conoscerlo; alzo la voce nella lode e nella supplica. Nel secondo atto, io ascolto gl’insegnamenti della Chiesa, primo fra tutti quello ricevuto dagli Apostoli o quello profeticamente rivelato nei Libri ispirati dell’antica Legge e, più tardi, nelle parole di Gesù nel Vangelo. Il contenuto di questo insegnamento è riassunto nel Credo che ripeto per confermare il mio assenso. Successivamente, mi trovo ad iniziare la Liturgia sacrificale propriamente considerata. Cristo offre Se stesso in un’oblazione che è il cuore della Messa ed è mio privilegio unirmi a quest’azione di grazia. Quindi io offro attraverso il ministero del sacerdote celebrante il quale è ad un tempo mio testimone e mio rappresentante, quei frutti della terra che devono esser trasformati, e questa offerta è in se stessa simbolo di quella più personale e del tutto interiore che faccio di me stesso, cosicché l’offerta e l’offerente s’identificano. Il quarto atto è di significato più profondo: esso comprende lo stesso atto sacrificale attraverso il quale e nel quale la Vittima è immolata. Sono proprio io che, con intima partecipazione all’azione sacrificale del sacerdote, compio questa immolazione nella quale la Vittima del Sacrificio e il Sommo Sacerdote sono una cosa sola: il Corpo divino è ancora inchiodato alla Croce, il Sangue espiatorio ancora fluisce. E, infine, in obbedienza alla volontà di Cristo, io ricevo la santa Comunione e mi nutro alla Mensa della Vita eterna.

È così che, passo dopo passo, la Liturgia della Messa si dischiude dinanzi ai nostri occhi in un’armonia che colpisce e non consente paragoni. In essa e attraverso di essa ogni aspetto del culto dovuto a Dio si realizza come si conviene: la Messa è la somma e il completamento di tutte le speranze e i buoni propositi dell’uomo. La Messa è il compimento d’un interscambio tra Dio e l’uomo: per suo mezzo tutto quello che cerco nella preghiera è gradatamente portato al suo pieno appagamento, quasi prima che abbia espresso il mio desiderio.
Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, se i suoi effetti siano qualcosa di esclusivamente personale, ossia riguardino soltanto Dio e l’anima. È vero che, in forza del primo comandamento, noi siamo obbligati ad amare Dio con tutta la mente e il cuore, ma non va dimenticato che il secondo, come ci è stato insegnato, è come il primo e richiede che l’uomo ami il suo prossimo come se stesso. Non ha compreso del tutto la Messa colui che non riesce a percepire che, con essa, questi due comandamentì sono incessantemente richiamati alla nostra memoria.

La Messa inizialmente fu percepita come un atto di preghiera comune: era la preghiera dei Dodici riuniti, la preghiera di quei primi cristiani così uniti in vincoli di comunione l’uno verso l’altro che condividevano tra loro anche i beni materiali; era la preghiera dei Martiri i quali univano il loro sangue in una confessione comune dell’unico Signore. Nella Messa noi siamo tutti piccole cellule d’uno stesso corpo, ciascuno è una pecora d’un unico ovile. Le preghiere più belle ed insigni della Liturgia — e sono tra le più antiche — ossia le Collette, le Secrete e i Postcommunio, non possono esser comprese nel loro vero significato se non vengono considerate come espressioni della preghiera comune. Esse impartiscono una lezione che è riaffermata nei Memento — uno per i vivi, l’altro per mortì — che troviamo inseriti nel Canone: al di là delle leggi del tempo e dello spazio, ci rendiamo atti all’unione con Dio solo nella misura in cui siamo uniti in rapporti di fratellanza l’uno con l’altro; e questo è il senso integrale della Comunione dei Santi.

La Messa è dunque l’affare per me più importante: qui sta la mia vita e la mia morte. E per me, per quanto io ne sia del tutto indegno, che ogni Messa è celebrata: «È per te che lì sgorga questa stilla del mio sangue…». Eppure il pieno senso della Messa non è attuato se non è vissuto da me in rapporto di fratellanza con tutti i figli di Dio, se per qualche motivo essi non sono uniti a me nel sentiero che conduce alla Luce, poiché l’anima, quando è elevata, trascina il mondo intero; a ciascuno di noi è affidato il bene di tutti. È ovvio che solo l’intera Chiesa, considerata dai suoi effettivi inizi sino alla fine dei tempi, è degna e capace di unificare gli elementi e di offrire l’oblazione in questo Sacrificio al Dio Infinito. Ma la Messa è anche un nostro affare personale: riguarda ognuno di noi. Ed è come singolo individuo, per quanto insignificante nella gran moltitudine di anime di cui Cristo è assetato e che ha redento con il suo Sangue, è come singolo individuo, unito nella fede e nella speranza ai miei fratelli d’esilio, che ora partecipo alla Messa con il cuore ricolmo d’amore nell’attesa della venuta del nostro Signore.

 

 

                                                

Letto 517 volte Ultima modifica il Mercoledì, 27 Aprile 2016 12:26
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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

   

Mons. Luigi Negri


   

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