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Mercoledì, 27 Aprile 2016 00:00

La Messa di sempre (3)

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LE PREGHIERE AI PIEDI DELLALTARE

Siamo ai piedi dell’altare: Introibo, andrò all’altare di Dio. Sono le preghiere preparatorie. Oggi il sacerdote le recita ai piedi dell’altare; un tempo, le iniziava lasciando la sacrestia, come atto personale di avvicinamento ai santi misteri.

Storicamente, rappresentano un’ultima aggiunta alla Messa. La loro prima comparsa data soltanto dal VII secolo, e il loro uso generale non venne introdotto che nel 1570, quando san Pio V rese obbligatorio il Messale Romano. Le parole di queste preghiere sono significative: il salmo 42 ricorda gli ebrei esiliati e afflitti presso le acque di Babilonia che piangevano il loro altare dissacrato e il loro Luogo santo abbandonato. Ma tali parole testimoniano anche una fede ferma, una completa fiducia in Dio. Con il succedersi dei versi di questo salmo affiora la speranza che sorpassa il dolore. Per questa ragione nel primo periodo della Chiesa — a Milano, per esempio, al tempo di sant’Ambrogio — coloro che erano stati appena battezzati cantavano questo salmo durante la veglia di Pasqua, quando, per la prima volta, erano ammessi a prender piena parte all’intera Messa.

«Mi accosterò all’altare di Dio, al Dio, che allieta la mia giovinezza». Quanto chiare e quanto significative diventano queste parole della Sacra Scrittura, se recitate nella luce gioiosa d’una riacquistata giovinezza spirituale; perché è con un cuore giovane e con uno spirito traboccante di gioia che dovremmo andare davanti al Dio vivente.

 

ELEVAZIONE

Sono venuto, mio Signore, con lo spirito pronto, armato di speranza ed amore.
Vedo la Messa come un’oasi felice nella mia vita, come una sorgente refrigerante e vigorosa.
 
Quante sono le ore che trascorro senza pensare a Te, mio Dio! Conservami nel ricordo di Te! Mondami dalle tendenze intime al peccato, dalle inclinazioni che mi spingono a scegliere ciò che è disdicevole, dal male che non dovrei compiere e che invece commetto.
Proprio all’inizio della Messa, donami la grazia d’essere ciò che Tu vuoi ch’io sia. 
La mia fiducia in Te è senza limiti e la mia prima parola è di totale confidenza in Te. Io credo in Te, in Te solo pongo la mia speranza.

 

CONFITEOR

LA CONFESSIONE DEI PECCATI

Nell’istante stesso in cui l’anima si abbandona alla gioia, viene frenata dal ricordo dei suoi peccati che, come un muro di separazione, si leva tra lei e Dio. Nella Chiesa primitiva s’avvertiva spontaneo il bisogno di chieder perdono all’inizio della Messa. Pian piano, si andò affermando il riconoscimento formale d’esser in peccato, accompagnato dalla richiesta di perdono. Nell’VIII e IX secolo, sotto il titolo di Apologia, anime devote iniziarono a comporre alcune preghiere per il perdono in cui la supplica era unita alla confessione. Il Messale Romano, così com’era nel 1570, conservava uno di questi formulari che, in maniera particolarmente toccante, contemplava quasi quattro momenti d’un processo: l’anima appare davanti alla corte di giustizia e confessa la sua colpa, l’avvocato la difende e il perdono è concesso. Si trattava d’una preghiera pubblica collettiva in cui il sacerdote e il popolo riconoscevano la loro iniquità, non soltanto privatamente, ma di fronte alla Chiesa intera, a santi testimoni e alle potenze del Cielo. Ecco perché, all’inizio del Confiteor, si avverte con evidenza il senso di comunione che caratterizza coloro che partecipano alla Messa.

L’atto di pentimento tre volte ripetuto al mea culpa, quando la mano batte il petto con un gesto al contempo biblico e monastico, porta consolazione al peccatore afflitto dal suo dolore; infatti, non è forse scritto che la preghiera dell’umile sarà ascoltata dall’Altissimo?

 

ELEVAZIONE

Tutto il Paradiso è in ascolto, gli Angeli e i Santi odono la mia preghiera: non sono solo alla presenza di Dio, al cui sguardo nulla è nascosto.Vorrei che il gesto di penitenza tre volte ripetuto, fatto sul petto, potesse scuotere il mio cuore e svegliare la mia anima dal torpore, ricordandomi tutto quello che dovrei fare per dar gloria a Dio.In questo momento tutti intorno a me esprimono la potenza misteriosa dell’amore fraterno. Tutti i Santi del passato, tutte le Potenze del Paradiso, che formano il tribunale d’accusa e di giudizio, sono divenuti miei intercessori dinanzi a Colui che è tre volte Santo. La purezza della Vergine, il sangue dei Martiri, la pazienza insigne dei Santi, sono mia difesa nella misteriosa economia della partecipazione dei meriti attraverso la comunione dei Santi.
Le parole dell’assoluzione risuonano nell’anima come un indescrivibile sollievo.

 

IL BACIO ALLALTARE

IL SACERDOTE SALE AL SACRO ALTARE

Le preghiere ai piedi dell’altare non erano che un’introduzione; ora il sacerdote, gradino dopo gradino, s’accosta alla sacra Mensa. Usando alcune parole del salmo 84 (Benedixisti Domine) che è associato alla gioia del Natale, ha prima pregato che Dio mostrasse il suo volto al suo popolo perché possa trovare in Lui la sua gioia. Ma, nel momento stesso in cui inizia ad avvicinarsi all’altare, un’ombra avvolge il suo cuore e, con le parole d’un’antica preghiera che era già in uso a Roma nel V secolo (Aufer a nobis, quaesumus, Domine, iniquitates nostras…), chiede al Signore di purificare l’anima desiderosa di penetrare nel suo Luogo santo.

Adesso il sacerdote sta di fronte all’altare, davanti all’oggetto più sacro che la chiesa contiene, davanti a quell’altare che è il suo centro e il suo vertice, un oggetto dal significato misterioso che non potrà mai pienamente esser sondato. Simbolo di Cristo, non è forse l’altare anche il luogo che serve a ricevere il Corpo e il Sangue del Crocifisso? E non è forse anche un’immagine, come afferma sant’Ambrogio, del Corpo del Salvatore, visto che il giorno in cui l’altare venne consacrato ricevette l’unzione propria dell’Unto di Dio, essendo stato cosparso del sacro Crisma? Le cinque croci che sono incise nella pietra ricordano le cinque Piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo. L’altare rappresenta anche la Chiesa: le reliquie dei suoi Santi sono incastonate nella sacra Mensa, e il sacerdote che viene a celebrarvi il Sacrificio lo fa in nome della Chiesa. Dinanzi all’ineffabile senso di gloria che emana dall’altare, il sacerdote, in devota venerazione, bacia quella sacra Mensa con le sue labbra. Tale gesto rappresenta l’unione della Sposa con il suo Sposo, di cui il bacio è l’immagine più eloquente. E in verità, ciò che il sacerdote si propone di compiere qui non è altro che l’unione della Chiesa con il suo Maestro, dell’anima col suo Redentore.

È questa stessa sovrabbondanza di gioia che sentiamo nascere in noi nel momento in cui il sacerdote saluta l’altare con questo dolcissimo bacio. È allora che costruiamo l’altare delle nostre anime, quell’altare su cui Cristo desidera riposare.
 

ELEVAZIONE

Come il tuo altare, Signore, sta nel centro della chiesa, fa» che anche nel mio cuore l’incrollabile centro sia sempre e solo Tu.

Come questo tabernacolo ospita la tua Presenza viva che con piena fede ora confesso, concedi che la mia anima possa imparare a conoscerti e che Tu possa essere a me più vicino dei miei pensieri più intimi.

Come il sacerdote in questo momento s’inchina devotamente dinanzi al tuo altare, pieno di timore reverenziale, concedimi di conoscere la mia piccolezza e la tua grandezza; permettimi di sottomettere e calpestare il mio orgoglio per cercare e trovare appagamento non nella mia povera vanità, ma in Te che solo resti.

Infine, come il bacio all’altare è una manifestazione e un pegno serio di quell’amore di fronte al quale tutti gli amori terreni languiscono ed impallidiscono, fa» che, o mio Signore Gesù, io ti conosca profondamente e faccia sempre ciò che Tu vuoi, inchinandomi dinanzi all’altare segreto situato all’interno della mia anima dove Tu dimori.

 

INIZIO DELLA MESSA

IL SEGNO DELLA CROCE

Il celebrante va sul lato destro dell’altare e, dal libro che trova già pronto, legge una breve preghiera. Questo è l’Introito o Ingressa (ossia verso introduttivo), come è chiamato nella Liturgia Ambrosiana. Il suo significato diventa chiaro solo alla luce della conoscenza del vecchio cerimoniale di cui queste poche parole costituiscono l’unico ricordo.

Nei primi tempi della Chiesa Romana, il Papa in solenne corteo si recava dal Palazzo del Laterano coi suoi assistenti (sacerdoti, diaconi e accoliti) in un particolare santuario nel quale doveva celebrare la Messa in quel giorno. Questo rito esisteva nel V secolo sotto san Celestino V, e successivamente fu abbellito e ampliato da san Gregorio Magno. In ciò troviamo l’origine della processione d’entrata. Salmi venivano cantati a cori alterni (in stile cosiddetto «antifonato»), scelti con cura per esser in armonia col Sacrificio che si celebrava in quel giorno. E così tali salmi erano gioiosi in Avvento, ma tristi in Quaresima. Nel giorno della festa di qualche Santo, inneggiavano al suo glorioso trionfo, e quando venivano commemorate l’Epifania o la Trasfigurazione, il loro tema era la Regalità di Cristo. In tal modo, l’Introito divenne un canto d’entrata.

Ai nostri tempi, l’uso d’una singola antifona seguita dal versetto d’un salmo (o, a volte, d’un passo preso da un altro libro della Sacra Scrittura), con il Gloria Patri e la ripetizione dell’antifona, non è che una «reliquia» di quel rito così toccante. Tuttavia anche questo Introito abbreviato ha la sua funzione. Cambiando di giorno in giorno e servendo come una sorta d’introduzione spirituale, con poche e brevi parole afferma il tema o il culmine del formulano della Messa del giorno. Dicendo le parole dell’Introito, il celebrante fa un segno di Croce, che è il segno dell’inizio della celebrazione in senso stretto.

 

ELEVAZIONE

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Mio Signore, fa» ch’io compia questo gesto consueto come se lo facessi per la prima volta; concedimi che, sapendo molto bene di averlo fatto spesso male, possa compierlo ora come se sentissi la gioia piena del suo significato, che è la potenza della Croce.

All’inizio della Messa, quando mi avvicino al tuo Sacrificio, fa» che la Croce, grazie alla quale sono stato riscattato, si pianti nel mio cuore. Che la mia vita e le mie sofferenze possano, per suo mezzo, unirsi alla tua Umanità, alle tue pene, al tuo dolore. Possa la morte, che attendo con spavento, essere associata al tuo supremo Sacrificio.

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Mio Signore, quando la mia mano passa dalla fronte al petto e da una spalla all’altra, possa questo sacro segno dominare tutti i miei pensieri e diventare il sostegno principale del mio essere, affinché, nonostante la mia iniquità e la miseria del mio cuore, che a Te solo sono svelate, possa conoscere me stesso per esser da Te perdonato, sanato e — per tua misericordia — segnato dal tuo personale sigillo.

 

MISERICORDIA E GLORIA DI DIO

IL KYRIE E IL GLORIA

Ci sono due nozioni che, come temi musicali in una sinfonia, ricorrono spesso nella Messa: li troviamo qui insieme in due preghiere che sono complementari l’una all’altra: il Kyrie e il Gloria. Dare gloria a Dio e implorare la sua misericordia sono i due scopi che legano l’uomo a Dio: è perché sappiamo che Dio è Onnipotente che lo preghiamo di aver misericordia di noi. E non sono forse tutte le varie sfumature di questi inseparabili scopi ben espresse nel gesto con cui il sacerdote prima estende e alza le mani, e poi le giunge? È un gesto che riassume tutti i nostri desideri per le cose divine, e, aumentando il nostro fervore, testimonia la nostra speranza di salvezza.

Il Kyrie è il rimanente di quei dialoghi a forma di litanie, di quelle preghiere d’acclamazione che nascevano spontaneamente nel cuore della Chiesa primitiva. Ha avuto origine nell’Est in cui si parlava greco, forse a Gerusalemme, dove la pellegrina spagnola, Egeria, lo sentì cantare, verso la fine del IV secolo; ed è in greco che ancora lo diciamo. Dopo che l’Introito ha aperto la cerimonia con i suoi versi tratti dalla Sacra Scrittura, questa semplice supplica presenta alle tre Divine Persone il nostro sentito bisogno e desiderio di salvezza.

Subito dopo viene intonato un inno alla Maestà di Dio. Il Gloria è una preghiera molto antica, già esistente nel II secolo, che fu incorporata nella Messa Romana nel VI secolo. Si apre giustamente con le parole che gli Angeli adoperarono per cantare la loro lode «a Dio nell’alto dei Cieli»; perché ogni Messa rinnova, in un certo senso, il Natale, attualizzando, ancora una volta, la venuta di Nostro Signore. Iniziando con questo verso del Vangelo, tutte le età della fede si lanciano in un inno di lode che è come un torrente d’amore in piena.

Eppure neanche questo slancio gioioso verso la gloria del Padre può far dimenticare all’uomo il proprio miserabile stato. Per questo, quando s’indirizza a Cristo nostro Mediatore, l’inno riecheggia la richiesta di misericordia fatta nel Kyrie: è perché Egli è Santo, è il Signore, il Dio Altissimo, che ha pietà di noi e ci porta la salvezza.

Ed è additando lo sfolgorante riflesso della gloria del Padre, Figlio e Spirito Santo, pegno di salvezza per ogni credente, che questo bellissimo inno si conclude in sublime semplicità.

 

ELEVAZIONE

Ora che da tutte le tue creature s’è innalzata a Te la triplice supplica come grido di speranza, come richiesta di perdono; ora che i Cori angelici e le indimenticabili voci di tutti i fratelli nella Fede hanno acclamato la tua «gloria» e hanno reso grazie alla maestà del tuo Nome; fa», o Signore, che il mio spirito riconciliato possa fissarsi innanzi a Te nella pace, affinché io possa entrare sino alla tua presenza e lì acclamare con forza: «Mio Signore, ti amo; è Te che adoro; mio Dio, mostrami la tua Misericordia»: nel dire questo, ho detto tutto.

 

FATTI «UNO» NEL SIGNORE

LA COLLETTA

L’aver adorato e chiesto misericordia non è abbastanza: l’unità dei fedeli è parte di ogni Messa. Dominus vobiscum, esclama il sacerdote, «il Signore sia con voi», mentre con le braccia stese si gira verso il popolo. Sembra che la Liturgia, per mezzo di tale azione, usando quest’antica forma di saluto ereditata dagli usi biblici, cerchi di soddisfare il desiderio che tutti i fedeli possano esser riuniti insieme e fatti uno nella loro supplica.

Quest’azione è ripetuta in otto momenti particolarmente solenni durante la Messa. Questa unità dei fedeli nella supplica ispira le preghiere chiamate Collette, che si collocano a questo punto della Messa.

È questo uno dei momenti principali di preghiera nella Messa; gli altri sono segnati dalla Secreta e dal Postcommunio. Queste preghiere sono indirizzate alla Trinità in Unità; il sacerdote le legge o le canta con le braccia aperte e, se dovesse pronunciar il nome di Gesù, inchina la testa verso la Croce dell’altare.

Queste preghiere si chiamano Collette perché riassumono e uniscono insieme tutte le intenzioni del Sacrificio di quel giorno. Storicamente questo termine richiama l’antica usanza della Roma urbana, verso il IV secolo, in cui tutta la comunità cristiana era solita riunirsi in una chiesa per procedere poi insieme, con solennità, al santuario scelto per la celebrazione della Messa di quel giorno: in questo senso la Colletta è la preghiera della plebs colletta, ossia la preghiera del popolo riunito.

I cristiani del Medioevo arrivarono a dare a questo termine il significato di preghiera in comune. In effetti, recitando queste preghiere, il sacerdote riunisce insieme, come in un sol fascio, tutte le nostre speranze e tutti i nostri buoni propositi come per offrirli a Dio. E ancora, il bacio con cui il sacerdote saluta di nuovo l’altare prima di dire queste preghiere, non è forse un segno dell’unione dell’assemblea in Cristo?

 

ELEVAZIONE

Signor mio, non è solo per me che in questo istante prego (una preghiera egoistica è una preghiera quanto mai debole), ma per tutti, conoscenti e non, per il tuo popolo, per coloro che portano il tuo sacro sigillo, per coloro che non li conoscono o che, conoscendoti, hanno abbandonato la tua via: prego per tutti, affinché siamo una cosa sola in Te.

Con tutti, poi, mi unisco in questa invocazione che la tua Chiesa pone oggi sulle mie labbra, affinché possa lodarti e pregarti come conviene, e il pregarti possa diventar il nostro desiderio costante per comprender ciò che solamente è degno di Te.

Insieme con i Santi che adesso invochiamo, inizio la preghiera della Chiesa nella speranza di giungere con loro e come loro ai piedi del tuo Trono eterno.

 

 

                                                

Letto 398 volte Ultima modifica il Venerdì, 12 Agosto 2016 09:59
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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

   

Mons. Luigi Negri


   

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