Sempre vigilanti contro il Relativismo

In questi tempi così difficili sul piano della Fede, della morale e della sana dottrina, non sono pochi quei cattolici, anche del clero, che sembrano aver smarrito la bussola che possa guidarli ad una retta sequela di Cristo e dei suoi insegnamenti che sono tutti presenti nel millenario magistero della Chiesa e che una volta definiti non sono certo soggetti a cambiamenti o mode di sorta.
     Non sono pochi nemmeno quelli che, appellandosi ad un errata interpretazione dei documenti usciti dal Concilio Vaticano II, credono che nella Chiesa di Cristo possa esserci una dottrina vecchia, ormai da relegare in soffitta, ed una adatta e tirata a lucido per i nostri tempi. Questo atteggiamento non può che sfociare in un vero relativismo che è stato già ampiamente condannato dalla Chiesa cattolica, tanto nei tempi passati quanto in quelli post-conciliari. Può quindi tornarci utile soffermarci su un Enciclica "Veritatis Splendor" del Pontefice Giovanni Paolo II, recentemente canonizzato, in cui si afferma:

 

Capitolo 32.

In alcune correnti del pensiero moderno si è giunti ad esaltare la libertà al punto da farne un assoluto, che sarebbe la sorgente dei valori. In questa direzione si muovono le dottrine che perdono il senso della trascendenza o quelle che sono esplicitamente atee. Si sono attribuite alla coscienza individuale le prerogative di un'istanza suprema del giudizio morale, che decide categoricamente e infallibilmente del bene e del male. All'affermazione del dovere di seguire la propria coscienza si è indebitamente aggiunta l'affermazione che il giudizio morale è vero per il fatto stesso che proviene dalla coscienza. Ma, in tal modo, l'imprescindibile esigenza di verità è scomparsa, in favore di un criterio di sincerità, di autenticità, di «accordo con se stessi», tanto che si è giunti ad una concezione radicalmente soggettivista del giudizio morale. Come si può immediatamente comprendere, non è estranea a questa evoluzione la crisi intorno alla verità. Persa l'idea di una verità universale sul bene, conoscibile dalla ragione umana, è inevitabilmente cambiata anche la concezione della coscienza: questa non è più considerata nella sua realtà originaria, ossia un atto dell'intelligenza della persona, cui spetta di applicare la conoscenza universale del bene in una determinata situazione e di esprimere così un giudizio sulla condotta giusta da scegliere qui e ora; ci si è orientati a concedere alla coscienza dell'individuo il privilegio di fissare, in modo autonomo, i criteri del bene e del male e agire di conseguenza. Tale visione fa tutt'uno con un'etica individualista, per la quale ciascuno si trova confrontato con la sua verità, differente dalla verità degli altri. Spinto alle estreme conseguenze, l'individualismo sfocia nella negazione dell'idea stessa di natura umana. 

Queste differenti concezioni sono all'origine degli orientamenti di pensiero che sostengono l'antinomia tra legge morale e coscienza, tra natura e libertà.

Questo processo sta penetrando trasversalmente nella vita del credente cattolico e della Chiesa stessa e sta sovvertendo radicalmente il senso della Verità che è Rivelata in Cristo per mezzo della Sua Incarnazione, "E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv. 1,1-14) e non raggiunta dall'uomo attraverso chissà quale processo intelettuale e/o filosofico che lo pone al centro della vita come riferimento assoluto del bene e del male secondo la propria coscienza individuale.
     Questa verità è stata ampiamente ribadita anche dal Sommo Pontefice Benedetto XVI. In un discorso del 24 febbraio 2007 ai membri della Pontificia Accademia per la Vita affermò:

"La formazione di una coscienza vera, perché fondata sulla verità, e retta, perché determinata a seguirne i dettami, senza contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi, è oggi un’impresa difficile e delicata, ma imprescindibile. Ed è un’impresa ostacolata, purtroppo, da diversi fattori. Anzitutto, nell’attuale fase della secolarizzazione chiamata post-moderna e segnata da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità ci si allontana dal gusto della riflessione. Addirittura, secondo alcuni, la coscienza individuale, per essere libera, dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione. Così la coscienza, che è atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori."

Ricordiamo sempre che è proprio con Cristo e in Cristo che l'uomo ha ottenuto la verità tutta intera e che è solo per suo mezzo che possiamo ottenere vera Salvezza e vita eterna.

Ultima modifica il Giovedì, 20 Agosto 2015 23:02
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Admin

Laurea in Teologia Dogmatica presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

Veritas semper una est.

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