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(es. Mt 28,120):
Per parola:
   
Giovedì, 23 Ottobre 2014 00:00

Il dogma del Purgatorio.

{cts-style-1}Il Purgatorio{/cts-style-1}

Per la dottrina cattolica, il Purgatorio è un luogo dove le anime dei trapassati espiano i propri peccati prima di essere accolte nella gloria del paradiso.

La Sacra Scrittura ci dice: «E» stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio» (Eb 9,27). L’uomo, responsabile di tutte le sue azioni, dovrà presentarsi al tribunale di Dio, giusto giudice, il quale darà a ciascuno secondo le sue opere (Rm 2,6). Lo ha detto chiaramente anche Gesù nella parabola del ricco e del povero Lazzaro: » Il povero morì e fu portato dagli Angeli nel seno di Abramo (cioè in Paradiso); morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’Inferno tra i tormenti…» (Luca 16, 22). Gesù stesso assicurò il buon ladrone, agonizzante come Lui sulla croce, che lo avrebbe portato con Sé in Paradiso quello stesso giorno (Luca 23,43), infatti la sua crocifissione e morte, va contro il comandamento che dice non uccidere, anche se peccatore.

    «E vidi i morti, grandi e piccoli, in piedi davanti al trono. E i libri furono [Dn 7,10ss] aperti. Fu aperto anche un altro libro, quello della [3,5 ; 13,8 ;17,8] vita. I morti vennero giudicati secondo le loro opere, in base a ciò che era scritto in quei libri. Il mare restituì i morti che esso custodiva, la Morte [1,18+] e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. Poi la Morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. E chi non risultò scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco «(Ap, 20 1215).

La parola «Purgatorio» viene dal verbo latino “purgare”, che significa «rendere puro», cioè non mescolato o contaminato, e significa «luogo», o “stato” di purificazione. Il Significato è [pur-ga-tò-rio] (pl. m. –rii o –ri; f. –ria, pl. –rie) A agg. raro Che serve a purgare fig. Purificatorio, espiatorio: pene purgatorie.

     I nostri defunti sono persone decedute a noi «care», e che continueremo sempre ad amare (Gv 15,12; 13,34), a rispettare, e a pregare con la funzione di intercessione (2Mac 15,1213) presso Dio “che non ha rinunciato alla sua bontà verso i vivi e verso i morti” (Rt 2,20), affinché Egli vada a donargli la buona novella di salvezza e di liberazione (1Pt 3,1920), che in (Ct 8,6) spiega per «il regno dei morti»: lett.: « še’ol », dimora sotterranea dei defunti; prigioniere da una fiamma divina: l’amore consuma come il fuoco del cielo, come il fulmine ( Nm 11,1 . 3 ; 1Re 8,38 ; 2Re 1,12 ; Gb 1,16 ). Il TM ha: «una fiamma di Yah» ( šalhebetyah ); BJ traduce: «una fiamma di YHWH».

     Paolo dice: e per mezzo di lui «riconciliare» a sé tutte le cose, «rappacificando» (cioè col perdono) con il sangue della sua croce le cose che stanno «sulla terra» e quelle «nei cieli»! (Col 1, 20). Ora la domanda sorge spontanea, perché “nei cieli” hanno bisogno di riconciliazione?

Dio sulla terra ci perdona, ci purifica, ma perché anche nei cieli! e dove? visto che il paradiso è il regno dei cieli!

     Quindi la risposta e, che nei cieli c’è un luogo dove le anime vanno per attendere RICONCILIAZIONE e RIAPPACIFICAZIONE col sangue di Cristo.
La spiegazione della bibbia di Gerusalemme nuovo verbum dice: per mezzo di lui… siano riconciliate tutte le cose: BJ traduce: «e per mezzo di lui riconciliare tutti gli esseri per lui», per mezzo di Cristo e per Cristo, in parallelismo con la fine del v 16. Un’altra interpretazione riferisce eis auton, «a sé», al Padre (cf. Rm 5,10; 2Cor 5,18s). — sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli: questa riconciliazione universale ingloba tutti gli spiriti celesti come tutti gli uomini.

 

Quella parte di cielo quindi è esattamente IL PURGATORIO dove vanno le anime salvate dall’inferno, in attesa di entrare DEFINITIVAMENTE nel regno dei cieli!

Oltre al giudizio subito dopo la morte, la Sacra Scrittura insegna l’esistenza del Paradiso o regno dei cieli, dell’inferno o geenna l’abisso (Lc 8, 31; Ap 17, 8), e del purgatorio anche se in maniera indiretta, cioè con dei passi molto specifici, ammettendo la possibilità di un luogo o stato d’animo di purificazione.

Ma capiamo bene cosa dice la Bibbia:

ABISSO e REGNO DEI MORTI sono palesi davanti al Signore, quanto più i cuori degli uomini! (Pr 15,11). Ma se l’abisso è l’inferno, il regno dei morti sarà sicuramente un regno ossia un luogo dove le anime attendono di essere liberate!
Ecco il CIELO e il CIELO DEI CIELI, l’abisso e la terra sussultano quando egli appare (Sir 16, 18). Il cielo cosa sarà, se il cielo dei cieli è il paradiso!

«E nello spirito ANDÓ» a portare l’annuncio anche alle «anime prigioniere”, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava [2Pt 3,9] nei giorni di Noè [Gen 7,7; 2Pt 2,5], mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua (1Pt 3, 1920).

     Nel v.19 dice che Gesù ancona non risuscitato dai morti «nello spirito andò» DOVE? ci domandiamo noi, dalle anime prigioniere!
Quindi Gesù si reco in un luogo che non era ne inferi e ne paradiso, e che erano presenti queste anime prigioniere condannate perché non avevano creduto al messaggio di Dio dato a Noè.

E se quel luogo non era ne inferi, e ne paradiso, sicuramente come detto prima, era il purgatorio! La bibbia spiega che per anime prigioniere: sono le anime dei defunti che, puniti al tempo del diluvio, sono però chiamati alla vita dalla «pazienza di Dio» (cf. 4,6). Mt 27,52s contiene un’allusione analoga alla liberazione dei «santi» da parte di Cristo, nel periodo intercorso fra la sua morte e la sua risurrezione, cioè dei giusti che lo attendevano (cf. Eb 11,3940; 12,33) per entrare al suo seguito nella «santa città» escatologica.

     Continua Pietro dicendo: “ma renderanno conto a colui che è pronto a giudicare [At 10,42 ;2Tm 4,1] i vivi e i morti. Infatti anche ai morti è stata annunciata la buona novella [1Pt 3,19 ss], affinché siano condannati, come tutti gli uomini, nel corpo, ma vivano secondo Dio nello Spirito (1Pt 4, 56). Se questi «morti condannati» (cioè anime) che «vivono nello Spirito» quindi non all’inferno e ne in paradiso «secondo Dio» sicuramente staranno in purgatorio! Nel v.6 afferma che anche ai morti viene annunciata la buona novella, cioè quelli che non stanno né all’inferno e né in paradiso.

Quando la bibbia dice: I vivi sanno che devono morire, ma “i morti non sanno nulla”; non c’è più salario per loro, è svanito il loro ricordo (Qo 9,5), è chiaro ed evidente che parla di “mancanza di conoscenza” di quel luogo (1Pt 3,19 ), perché da vivi sapevano dove stavano e che avevano una fine, mentre da morti no, e come un bambino neonato che dopo venuto al mondo non sa nulla di quello che gli succede intorno.
     Spiega la Bibbia Cei che per “i morti non sanno nulla”: come il libro di Giobbe [ Là (nello še’ol) i malvagi cessano di agitarsi, e chi è sfinito trova riposo (Gb 3,17) ] e come molti salmi, anche il libro di Qoèlet testimonia la concezione di una esistenza al di là della morte, ma una esistenza di ombre, prive di vita e di ricordi.


     Gesù nel suo vangelo in molte occasioni parla di condanna (Mc 16,16) che ha in se una pena da scontare ad espiare le sue colpe, e di condanna nella geenna, o inferno viene definito la seconda morte ed è eterna.
    Ma c’è un altro fatto da considerare in questo brano, cioè questi non avendo creduto a Noè, Dio li condannò in quel luogo, e quando Gesù andò nello spirito a portare “l’annuncio” (1Pt 4, 56) della “sua parola di verità e di salvezza” (come noi qui in terra abbiamo ”la buona novella”), questi dopo “essersi fidato (1Pt 1,7)” e averlo creduto si salvarono definitivamente, “chi crede in lui non è condannato” (Gv 3, 18), e vuol dire anche che la sua parola ci purifica se la osserviamo sia in cielo così in terra, “dopo aver PURIFICATO le vostre anime con LOBBEDIENZA ALLA VERITÀ (ossia alla buona novella di salvezza) per amarvi sinceramente come fratelli“ (1Pt 1,22), solo allora queste “anime prigioniere” entreranno DEFINITIVAMENTE nel regno dei cieli.

Ma prigioniere da cosa? ci domandiamo noi! Pietro e Paolo dicono da un fuoco nei passi seguenti.
    Affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro destinato a perire e tuttavia «PURIFICATO CON FUOCO», torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo “si manifesterà” (1Pt 1,7), ovviamente per salvarci!
La fede non è solo per i viventi in terra, ma come visto sopra anche per le anime prigioniere nel purgatorio!
     
«Infatti nessuno può porre un fondamento [Is 28,16 ;1Pt 2,4 ;At 4,1112] diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno [1,8-ss] la farà conoscere, «perché con il fuoco” [Mt 3,11-12p ;1Pt 1,7] si manifesterà, e il «fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno». Se l’opera, che uno costruì sul fondamento, resisterà, costui ne «riceverà una ricompensa». Ma se l’opera di qualcuno finirà bruciata, «quello sarà punito»; «tuttavia egli si salverà», «però quasi passando attraverso il fuoco» (1Cor 3, 1115).
     Vedete cosa dice il v.14 riceverà la ricompensa, cioè il paradiso, invece il v.15 sarà punito, ma si salverà cioè dall’inferno o seconda morte, passando attraverso il fuoco, che come detto prima (1Pt 3, 19) agiranno come sbarre di prigione, il PURGATORIO!

Altri esempi: «Mettiti [Lc 12,5859] presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, «e tu venga gettato in prigione». In verità io ti dico: «non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo» (Mt 5, 2526).
   In quei tempi ben diversi da oggi, il vangelo non era conosciuto da tutto il mondo, quindi quelli ad es. popoli indigeni, pagani ecc. che non conoscevano il messaggio di salvezza, non potevano convertirsi e salvarsi. Quindi era giusto secondo la misericordia di Dio che la buona novella andava predicata in questo luogo o stato d’animo affinché credano e si salvino dall’inferno.

Farò passare questo terzo per il fuoco e [Is 1,25 ;Is 48,10] lo purificherò come si purifica l’argento; lo proverò come si prova l’oro (Zc 13, 9).

Il loro cuore è falso; orbene, “sconteranno la pena” (Os 10, 2).

Samaria «sconterà la sua pena», «perché si è ribellata al suo Dio. Periranno di spada, saranno sfracellati i bambini; le donne incinte sventrate» (Os 14, 1). Quindi “i bambini e le donne incinte” dopo la loro morte dice che “sconteranno la pena”, una pena che li purifica e non li getta nell’inferno!
Può la Misericordia di Dio gettare nell’inferno feti in grembo alle donne e bambini? NO!

     Infatti la parola di Dio dice: Li strapperò di mano agli inferi, li riscatterò dalla morte? Dov’è o morte, la tua peste? Dov’è, o inferi, il vostro sterminio? «La compassione è nascosta ai miei occhi»» (Os 13,14).

«Perciò io vi dico: qualunque peccato [1Tm 1,13 ;1Gv 5,16] e bestemmia verrà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non verrà perdonata. A chi parlerà contro il Figlio dell’uomo, sarà perdonato; ma a chi parlerà contro lo Spirito [Lc 12,10; Nm 15,30s] Santo, non sarà perdonato, né in questo mondo né in quello futuro [né in questo mondo o età né in quello futuro» (Mt 12, 3132).

     Il peccato contro lo Spirito Santo, imperdonabile, consiste in quel rifiuto pregiudiziale e cosciente della luce, per cui si giunge ad attribuire a Satana le opere di Dio (cfr. Gv 3,2021; cfr. 1Gv 5,16). Il peccato contro il Figlio dell’uomo è scusato: probabilmente perché nell’umanità di Gesù la divinità è nascosta, sicché è possibile che il rifiuto sia fatto in buona fede.
Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve credere che c’è, prima del Giudizio, un fuoco purificatore; infatti colui che è la Verità afferma che, se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro (Mt 12,31).

Da questa affermazione si deduce che certe colpe allora possono essere rimesse in questo secolo o mondo, ma certe altre nel secolo futuro. (San Gregorio Magno, Dialoghi, 4, 41, 3: SC 265, 148 (4, 39: PL 77, 396).

Dove il [Is 66,24 ss.] loro verme (verme è simbolo del rimorso) non muore e il fuoco non si estingue. Ognuno infatti sarà salato [Lv 2,13ss.; Mt 5,13 ; Lc 14,34 ;Col 4,6] con il fuoco (Mc 9, 4849).
Ognuno: il codice D e vet.lat. hanno: «Ogni sacrificio». — Il fuoco che «sala» si riferisce sia al castigo che punisce i peccatori conservandoli, sia piuttosto al fuoco che purifica i fedeli (prova, giudizio di Dio) per farne vittime gradite a Dio (cf. Lv 2,13 , a cui fa allusione un’aggiunta del codice D seguito da vet.lat. e volg.: «e ogni vittima sarà salata con sale»). Il v 50 (cf. Mt 5,13 ) sembra sia stato riportato qui per la semplice vicinanza della parola «sale».

     Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il «Signore dei morti» e dei vivi (Rm 14, 9). Signore dei morti è inteso per quelli che ancora non entrano nel regno dei cieli… PURGATORIO! Quelli che vanno all’inferno, non tornano indietro, e non hanno Signori ma solo satana! Quindi quando dice Signore dei morti, e inteso per quelli che non stanno né all’inferno e né in paradiso, ma in purgatorio!

In questo brano vediamo nel v.1314 addirittura l’apparizione di due defunti “Onia” sommo sacerdote e del profeta “Geremia” che intercede per il popolo di Dio.

     La sua visione era questa: «Onia [m. 2Mac 4,3038] [3,1-ss], che era stato sommo sacerdote, uomo onesto e buono, modesto nel portamento, mite nel contegno, spedito ed elegante nel parlare, occupato fin dalla fanciullezza in tutto ciò che è proprio della virtù, con le mani protese pregava per tutta la comunità dei Giudei.» [Onia continua a svolgere la funzione di intercessore che già aveva esercitato in vita (3,10s; 4,5)]. Poi, allo stesso modo, “era apparso un uomo distinto” per età senile e maestà, circonfuso di dignità meravigliosa e piena di magnificenza. “Presa la parola”, Onia disse: «Questi è l’amico dei suoi fratelli, che prega molto per il popolo e per la città santa, Geremia, il profeta di Dio». E Geremia stendendo la destra consegnò a Giuda una spada d’oro, pronunciando queste parole nel porgerla: «Prendi la spada sacra come dono di Dio; con questa abbatterai i nemici». (2Mac 15,1216). Geremia: che ha duramente sofferto per il suo popolo (cf. Ger 11,19 . 21 ; 14,15 ; 18,18s ; 20,12 ; 26 ), ne è anche l’intercessore più adatto. Questa funzione attribuita a Geremia e a Onia è la prima testimonianza di una credenza nella preghiera dei giusti defunti per i vivi. Tale convinzione è strettamente connessa con quella della risurrezione (cf. 67 ; Sal 16,10 ; 49,16 ).

Concludendo possiamo dire con “la bibbia in mano”, che anche se il termine purgatorio non è specificato biblicamente in senso diretto, ma indiretto, cioè con dei passi molto specifici che abbiamo visto sopra, che l’esistenza del PURGATORIO è accertata, e che la dottrina della Chiesa cattolica vince su quella di chi afferma diversamente.
 

Pubblicato in Sana Dottrina
Mercoledì, 29 Gennaio 2014 00:22

Santa Perpetua e il Purgatorio

 

Santa Perpetua Martire  subì il martirio a Cartagine nel 203, durante la persecuzione di Settimo Severo. Da questa madre e martire veniamo a conoscenza della fede dei primi cristiani nel Purgatorio e del valore della preghiera per i defunti.
     Perpetua, che aveva ventidue anni, venne imprigionata insieme con Felicita, Revocato, Saturo e Saturnino. Nell’attesa di venire uccisa in odio alla fede.
Era, una signora di alto lignaggio le altre quattro persone — Felicita, Revocato, Saturo e Saturnino erano tutti soltanto catecumeni, ricevettero tuttavia il battesimo prima dell’esecuzione mentre erano in carcere. Perpetua finemente educata assai venerata, aveva papà, mamma, due fratelli e il suo bambino lattante. Essa stessa racconta nel capitolo 3 al 10 degli indubbi Atti dei martiri tutta la storia del suo martirio.

Perpetua fece un racconto di quanto le accaddeva in carcere:

«Pochi giorni dopo la sentenza della nostra condanna a morte, mentre tutti stavano pregando, improvvisamente nel bel mezzo della preghiera mi uscì un grido ed io chiamai: Dinocrate . Restai sorpresa perchè io non lo avevo nominato prima, ma solo in questo istante, e pensai piena di tristezza alla sua sorte. Compresi anche che dovevo pregare per lui e subito incominciai a pregare e supplicare il Signore per lui. Io vedevo Dinocrate uscir fuori da un luogo buio – durante la notte in visione – dove c’erano tante persone aride e assetate con i vestiti sporchi e pallidissimi, con una ferita sul volto, come egli aveva quando morì. Dinocrate era un mio fratello, che morì a sette anni sfinito da un cancro al volto, per cui la sua morte fu uno spavento per tutti. Io avevo pregato per questo mio fratello defunto, e fra me e lui c’era un grande spazio cosicchè non ci potevamo incontrare. Lontano dal luogo dove si trovava Dinocrate, c’era un bacino pieno di acqua, il cui orlo però era molto più alto di dove poteva arrivare lui, ed egli cercava di allungarsi come se cercasse di bere. Io ero triste, perchè quel bacino era pieno di acqua, ma lui a causa dell’altezza di questo bacino non poteva bere. In quel momento mi svegliai e sentii dentro di me che mio fratello soffriva; io però sentivo che potevo venirgli incontro durante i giorni che noi saremmo rimasti in carcere; perchè ai giochi avremmo dovuto combattere contro le fiere; era infatti allora il compleanno dell’Imperatore Geta. Ed io pregai notte e giorno con sospiri e lacrime perchè egli mi venisse donato.» Nel giorno in cui noi rimanemmo legati, in carcere, ebbi poi la seguente visione: «Vidi il luogo visto prima, e que– sta volta Dinocrate con il corpo lavato, ben vestito, che si divertiva; dove c’era stata la ferita vidi una cicatrice, e l’orlo di quel bacino era più basso e arrivava ora solo fino all’ombelico del fanciullo, egli attingeva senza posa da quel bacino. Sopra l’orlo c’era anche una coppa d’oro piena di acqua; Dinocrate si avvicinò e incominciò a bere dalla coppa d’oro, e questa non si svuotava; dopo che egli ebbe bevuto abbastanza di quell’acqua prese a giocare tutto contento come fanno i bambini. In quel momento mi svegliai e compresi che Dinocrate era stato liberato dalla sua pena».


 APPROFONDIMENTO

L’autenticità dei racconti di Perpetua e di Saturo

In tutta la letteratura agiografica, non ci sono molti testi ricchi di tanta freschezza e spontaneità quanta ne mostrano le parti narrative della Passione di Perpetua e Felicita. Pertanto la questione dell’autenticità dell’opera non si è mai posta per i primi editori, e se il demone dell’ipercritica ha talora tentato qualche commentatore, come Ed. Schwartz, si è in genere riconosciuto nella Passione un documento storico di prim’ordine, una testimonianza straordinariamente viva del vigore e del clima spirituale della giovane Chiesa africana tra il II e il III secolo. Citiamo un eccellente conoscitore dell’opera, H. Delehaye: «In tutte le sue parti, il racconto è particolarmente avvincente. L’assenza di ricercatezza, la vivacità delle impressioni, la chiarezza dell’esposizione, il calore del sentimento, tutto vi contribuisce ad affascinare il lettore, e non c’è bisogno di altra prova per dimostrare il valore e la sincerità di un testimone».



La testimonianza è anzitutto autobiografica. Il racconto di Perpetua è un diario dal carcere nel quale, in uno stile semplice, senza alcun artificio retorico, la giovane donna parla dapprima delle sue difficoltà e delle sue angosce. Difficoltà morali e familiari, in primo luogo: la tortura iniziale subita da Perpetua è la separazione radicale da tutti i suoi mentre ella è ancora catecumena — separazione della quale, per di più, suo padre la considera colpevole -, e più ancora forse la collera che, in un primo tempo, nutre contro di lei il padre, rimasto l’unico pagano della famiglia «Allora mio padre, infuriato per questa parola, si gettò su di me per cavarmi gli occhi», prima di assumere un atteggiamento supplichevole e accorato che non è per Perpetua la minore prova morale «Mi diceva queste parole, che venivano davvero dal suo affetto di padre, baciandomi le mani e gettandosi ai miei piedi, e tra le lacrime non mi chiamava più figlia, ma padrona».
E poiché il padre, in un ultimo tentativo di salvarla contro la sua volontà, era salito sul palco dove il procuratore la interrogava, ella ebbe il dolore di vederlo espulso brutalmente e percosso con una verga «Provai dolore per ciò che era capitato a mio padre come se io stessa fossi stata percossa: tale fu il dolore che provai per la sua infelice vecchiaia». La vita dei martiri nella prigione è ricordata e descritta in modo veramente efficace. Poco dopo l’arresto, i catecumeni, ben presto battezzati, sono chiusi in carcere a Cartagine, in una segreta buia e oppressa da un calore soffocante (in quell’estate dell’anno 202 la cui canicola è resa ancor più pesante dall’ammassarsi dei prigionieri), sorvegliata da carcerieri che estorcono ai martiri i loro pochi denari. Fortunatamente, due diaconi di Cartagine, Terzio e Pomponio, si adoperano per alleviare un poco la loro sorte. Perpetua, dal canto suo, è «torturata dall’inquietudine» per il suo bambino, che deperisce e che ella allatta come può; ella lo affida alla propria famiglia, poi ottiene il permesso di tenerlo con sé in prigione, e ciò la rasserena immediatamente: «Fui liberata dalla mia pena e dall’inquietudine per il bambino, e di colpo il carcere divenne per me una dimora principesca, tanto che preferivo trovarmi là che in qualsiasi altro luogo».




Le visioni di Perpetua


     Fin da quel momento, Perpetua si trova in una disposizione d’animo propizia alle visioni. Uno dei suoi fratelli, anch’egli cristiano, intuì questa ricettività spirituale, tanto che fu all’origine della prima apparizione: «Allora mio fratello mi disse: «Sorella venerata, grandi sono ormai i tuoi meriti, tanto che puoi chiedere la grazia di una visione e che ti sia rivelato se tu sia destinata al martirio o alla liberazione» . Per desiderio del fratello, dunque, Perpetua prega e riceve quella che, delle sue quattro visioni, è la più luminosa, la più ricca di immagini e simboli che si sono nutriti della più antica tradizione dell’iconografia cristiana e l “hanno alimentata a loro volta. Se infatti non c’è motivo, come abbiamo visto, di considerare questi testi come una finzione di cui sarebbe autore il redattore anonimo della Passione, ciò non toglie che essi siano pervasi da tutta una cultura biblica assimilata attraverso la lettura liturgica e la lettura personale. I
n tale cultura trovava posto la letteratura apocalittica, e al suo interno il libro del Pastore di Erma, anteriore di qualche decennio al martirio delle sante cartaginesi. Non molto apprezzato da Tertulliano, che da montanista qual era lo giudicava «lassista», lui stesso però ci dice che quest’opera era allora letta negli ambienti cristiani della capitale africana.

     Il carisrna concesso a Perpetua pochi giorni prima della sua passione ha attinto più o meno coscientemente a questo sostrato, del quale si vedono impiegati gli archetipi immaginari: la scala che tocca con la sommità il cielo e ai piedi della quale è in agguato un dragone «di straordinaria grandezza», la figura del Buon Pastore. Ma la visione della giovane cartaginese aggiunge dei particolari al referente in questione e lo arricchisce: i montanti della scala sono irti di strumenti di ferro taglienti che accrescono le difficoltà e il pericolo dell’ascesa; il Buon Pastore amministra la comunione a Perpetua in un modo molto singolare, nella forma di un boccone di formaggio (o di latte cagliato) la cui dolcezza, nella bocca della giovane, sopravvive alla visione: probabilmente a torto si è creduto talora di potere scoprire un elemento (montanista in questo sacramento, vedendovi un rapporto con gli artotyrites di cui parla sant’Epifanio, una setta imparentata per le sue origini al montanismo, che aveva istituito una pseudo-eucarestia con pane e formaggio (in greco: artos tyròs), ma molto più tardi, nella seconda metà del IV secolo, e in Asia Minore.

      Di carattere completamente differente sono la seconda e la terza visione di Perpetua, che costituiscono in realtà una duplice visione concernente suo fratello Dinocrate e che presentano un tono molto personale, tanto che qualcuno si è arrischiato a darne un “interpretazione psicanalitica. Una notte, il giovane fratello morto all’età di 7 anni per un cancro al viso appare a Perpetua con la ferita aperta, pallido e assetato, vicino a una vasca colma d’acqua, il cui bordo è però troppo alto perché il fanciullo possa bervi. Perpetua prega giorno e notte con lacrime e gemiti perché gli sia concessa la salvezza. Pochi giorni dopo, un’altra visione le mostra, nel medesimo luogo, Dinocrate in buona salute, con la ferita cicatrizzata, risollevato (Passione: refrigerans); il bordo della vasca si era abbassato e il fanciullo, pieno di gioia, vi attingeva senza posa, giocando come fanno molti suoi coetanei: «Allora compresi, aggiunge Perpetua, che era stato liberato dalla pena». Il significato allegorico di questi due sogni è evidente: la vasca, quella piscina dal bordo in un primo momento troppo alto, è il simbolo della beatitudine eterna nell’aldilà (refrigerium), alla quale il povero Dinocrate non può accedere subito — forse perché non era stato battezzato ?
Il testo non lo precisa -. Compaiono in questo episodio sia la credenza del limbo sia quella nell’efficacia dell’intercessione dei vivi. I teologi non dovevano tardare, in particolare in ambiente pelagiano, ad appropriarsi del caso di Dinocrate per affermare che i bambini morti senza battesimo potevano aver accesso al regno dei cieli, il che provocò una ferma reazione da parte di sant» Agostino. L’ultima visione di Perpetua ci introduce nel luogo in cui avverrà il martirio suo e dei compagni, vale a dire nell’anfiteatro di Cartagine. Non è tuttavia il suo martirio che ella vede in sogno, bensì una scena «agonistica» apparentemente misteriosa, sulla vera natura della quale è stata fatta luce solamente in tempi molto recenti.

     Il diacono Pomponio, una figura certamente familiare a Perpetua, viene a cercarla per condurla nell’anfiteatro; l’abito bianco e le calzature ricamate che egli indossa nel sogno lo trasformano in un altro personaggio, in un dignitario dei giochi di epoca imperiale, l’eisagogòs, che introduceva solennemente i concorrenti nell’arena. Qui si tratta di un combattimento che oppone Perpetua a un Egiziano — una figura simbolicamente demoniaca -, ma non è un combattimento di gladiatori, come si è spesso creduto. Mentre i due concorrenti si preparano, sopraggiunge un uomo «di statura straordinaria», riccamente abbigliato con una veste di porpora, con calzature ricamate d’oro e d’argento: si deve riconoscere in lui un agonoteta, vestito come i dignitari che presiedevano i grandi agoni greci nell’esercizio della loro carica. Questo personaggio tiene in mano la bacchetta dell’arbitro e soprattutto un ramo verde con pomi d’oro. A Perpetua che trionfa sull’egiziano egli consegnerà il ramo della vittoria con i suoi pomi, nient’altro che la ricompensa tradizionalmente assegnata al vincitore della lotta — o più precisamente del pancrazio — nelle gare dei Pythia, gare che, a quanto ci dice Tertulliano (Scorpiace, 6), furono organizzate per la prima volta a Cartagine all’inizio del III secolo. Dunque i ricordi ancora ben vivi di un combattimento (ag6n) reale hanno arricchito la visione di Perpetua — visione che essi dimostrano sicuramente autentica — con alcuni personaggi trasfigurati dalla trasposizione allegorica: il diacono– eisagogòs, il pancraziaste egiziano demoniaco (e si sa che effettivamente gli Egiziani erano specializzati nella lotta e nel pugilato), infine il Cristo-agonoteta che dà a Perpetua la certezza della vittoria, non sulle fiere ma sul diavolo, nel combattimento che ella deve ancora affrontare realmente nell’anfiteatro.

Il martirio di Perpetua, Felicita e Saturo

     Nell’episodio finale del martirio ritroviamo Felicita, la cui figura peraltro è messa in ombra da quella di Perpetua e anche da quella di Saturo, il catechista le cui visioni profetiche danno alla Passione il suo pieno significato. Felicita era incinta, e secondo il testo molto afflitta al pensiero che il suo martirio potesse essere rinviato a causa della gravidanza, giacché la legge proibiva l’esecuzione capitale delle donne incinte. Due giorni prima dei giochi, quand’ella era ormai all’ottavo mese di gravidanza, i suoi compagni di carcere si unirono in una preghiera che fu immediatamente seguita dalle prime doglie; e così, dice la Passione, Felicita «mise al mondo una bambina, che una sorella nella fede allevò come fosse sua figlia». ! Quest’ultima parte del testo è preziosa sotto vari aspetti, tanto per le informazioni che fornisce sopra molti particolari istituzionali che riguardano i giochi e i loro preliminari, che per la luce ch’essa getta sull’atteggiamento morale dei martiri, sui loro rapporti con i carcerieri, sui momenti di angoscia attraversati pur nel fervore religioso. Si è osservato, spesso con stupore, che i martiri conversano con i loro guardiani e che essi alternano le concessioni al rigore.

Di tale ambiguo dialogo tra la vittima e il suo carnefice, abbiamo qui una delle prime e più complete testimonianze. Per esempio il capocarceriere, il tribuno, generalmente duro con i prigionieri, dopo una battuta ironica di Perpetua concede loro di trasformare l’ultimo pasto, il «pasto libero», in agape aperta ai parenti e agli amici, e anche a un gruppo di curiosi che Saturo apostrofa e tra i quali attua delle conversioni. La mattina del 7 marzo 203, infine, tutti lasciano il carcere per entrare nell’arena: in questo glorioso corteo, il redattore ha posto in risalto la figura di Perpetua, la «sposa di Cristo», la «prediletta di Dio» (matrona Christi, Dei delicata), e quella di Felicita, «gioiosa di aver partorito senza danno, cosi da poter combattere contro le fiere, passando dal sangue al sangue, dalla levatrice al reziario, pronta a ricevere, dopo il parto, il bagno di un secondo battesimo». Il Signore, dice il testo, concesse a ciascuno il genere di morte che aveva desiderato. Saturo, che non temeva nulla più dell’orso, ricevette il battesimo del sangue dal dente del leopardo. Egli che, nella prima visione di Perpetua, l’aveva preceduta sulla scala, fu anche il primo a ricevere il colpo di grazia. Il racconto si conclude con l’immagine di santa Perpetua che guida lei stessa contro la propria gola la mano incerta del gladiatore inesperto che era preposto alla iugulatio: una donna siffatta non sarebbe potuta morire, se ella stessa non avesse voluto.

La prima visione di Perpetua

     Chiesi la grazia ed ebbi questa visione. Vidi una scala di bronzo di mirabile altezza, che giungeva fino al cielo; ma era stretta e si poteva salire solo uno per volta. Sui lati della scala era fissato ogni genere di strumenti di ferro: c’erano spade, lance, arpioni, lunghi coltelli, spiedi, per modo che se uno saliva incautamente o trascurava di tenere lo sguardo verso l’alto, finiva dilaniato e le sue carni restavano impigliate nei ferri. Ai piedi della scala giaceva un serpente di mirabile grandezza che aspettava al varco chiunque si avvicinava per spaventarlo ed impedirgli l’ascesa. Prima di me salì Saturo (egli si era consegnato spontaneamente per amor nostro: era lui che ci aveva istruito nella fede, ma, al momento dell’arresto, non era stato presente).

Giunto in cima alla scala, si girò e mi disse: «Perpetua, ti aspetto. Ma bada che il serpente non ti morda». Gli risposi: «Non mi farà nulla, in nome di Gesù Cristo». Il serpente infatti, al fondo della scala, levò il capo assai lentamente, quasi avesse paura di me. Io allora, calcando il suo capo come primo gradino della scala compii l’ascesa. E vidi un immenso giardino, e, assiso nel mezzo, un uomo dalla testa bianca, vestito da pastore, di grande statura, che mungeva delle pecore; e, tutt’intorno. molte migliaia di persone bianco vestite. Levò il capo, mi vide e mi disse: «Benvenuta, figlia [nel testo latino, troviamo la parola greca: teknon]. Poi mi chiamò per nome e mi offri un boccone del formaggio che mungeva. Io lo presi a mani giunte e lo mangiai. Tutti i presenti dissero: «Amen».
Al suono di quella voce mi svegliai che ancora masticavo non so cosa di dolce. Ne riferii immediatamente a mio fratello: comprendemmo che sarebbe stato il martirio e deponemmo per sempre ogni speranza in questo mondo». Passione, in Atti e passioni dei martiri.

La quarta visione di Perpetua

     La vigilia dei giochi, ebbi questa visione. Vidi il diacono Pomponio giungere alla porta della prigione e bussare energicamente. Andai ad aprirgli: indossava una bianca tunica senza cintura, e sandali molto eleganti. Mi disse: «Perpetua, ti aspettiamo: vieni». Poi mi prese per mano e ci avviammo per un cammino aspro e tortuoso. Alla fine, tutti trafelati, giungemmo all’anfiteatro. Mi fece entrare nell’arena e mi disse: «Non temere: sono qua io, combatterò con te». E se ne andò. M’accorsi che c’era una gran folla eccitata, e poiché sapevo di essere condannata alle fiere, mi stupii che non venissero liberate contro di me. Si fece avanti, invece, per affrontarmi in duello, un egiziano d’aspetto ripugnante coi suoi accoliti. Anche a me si avvicinarono dei giovinetti di bell’aspetto, per assistermi e incitarmi. Fui spogliata e divenni uomo. I miei assistenti presero a massaggiarmi con l’olio, come s’usa prima dei combattimenti nell’arena, mentre vedo che l’egiziano si rotola nella polvere. S’avanzò infine un uomo di mirabile statura, più alto ancora del tetto dell’anfiteatro, con veste di porpora senza cintura e, ai lati del petto, due bande verticali; calzava meravigliosi sandali d’oro e argento, e portava una bacchetta da allenatore dei gladiatori e un ramo verde con pomi d’oro. Intimò il silenzio e disse: «L’egiziano, se sarà lui a vincere, ucciderà l’altra con la spada; se invece sarà lei a prevalere, avrà in premio questo ramo», e si ritirò. L’incontro ebbe inizio, cominciammo a tirarci dei pugni.

     Quello cercò di afferrarmi i piedi, ma io lo colpii al volto con dei calci. Allora mi sollevò in aria, ma così lo potei colpire ancora meglio, non avendo i piedi impegnati nell’appoggio al suolo. Poi, approfittando di un momento di tregua, congiunsi le mani intrecciando ben bene le dita e lo afferrai alla testa. Quello crollò col volto a terra e io gli calcai la testa sotto il tallone. La folla prese a gridare e i miei accoliti a cantare salmi. Mi avvicinai all’allenatore e presi il ramo. Lui mi baciò e disse: «La pace sia con te, figlia mia». E io mi avviai tra il tripudio della folla verso la Porta della Vita. Qui mi svegliai. Compresi che non era contro le fiere che avrei dovuto combattere, bensì contro il demonio, ma sapevo che avrei vinto». Passione, 114, in Atti e passioni dei martiri.

Il martirio di Saturo e di Perpetua

     Saturo, che si trovava presso un’altra porta (dell’arena), esortava a sua volta la guardia, Pudente, dicendo: «Vedi bene: come avevo sperato e previsto, non una fiera mi ha ancora toccato. E affinché tu ora creda con tutto il tuo cuore, ecco, io ora entro nell’arena e vengo ucciso da un sol morso di leopardo». E non appena fu esposto al leopardo (i giochi volgevano ormai al termine), perse tanto sangue al primo morso che, mentre lo trascinavano fuori, la folla gli gridò, a testimonianza del suo secondo battesimo: «Salvo e ben lavato! Salvo e ben lavato!». E certamente poteva dirsi salvo uno che aveva fatto quel genere di bagno. Disse allora a Pudente, la guardia: «Addio, ricordati di me, ricordati della fede: che queste cose non ti turbino, ma ti fortifichino».

E nello stesso tempo si fece dare un anello che portava al dito, lo intinse nella sua ferita e glielo restituì, in eredità, come pegno del suo amore e ricordo del suo martirio. Quindi, ormai privo di conoscenza, fu trascinato con gli altri per essere giugulato, nel luogo a ciò preposto. Ma siccome la folla chiedeva che venissero portati nell’arena […] si levarono spontaneamente e si portarono bene in vista dove li voleva la folla; non prima, però, di essersi scambiati il bacio di rito, così da affrontare il martirio con questo gesto di pace. Gli altri ricevettero il ferro immobili e in silenzio, in special modo Saturo, che, salito sul patibolo prima di Perpetua, prima di Perpetua era spirato (anche in quella circostanza lui la precedeva). Perpetua, invece, per provare almeno un po» di dolore, quando la spada le arrivò all’osso lanciò un urlo e guidò lei stessa contro la propria gola l’incerta mano del gladiatore inesperto. È da credere che una donna siffatta non avrebbe potuto essere uccisa se essa stessa non l’avesse voluto: tanto grande era il timore che incuteva allo spirito immondo». Passione, 21, l — 10, in Atti e passioni dei martiri.

Un gruppo di martiri

     Perpetua, Felicita e i loro compagni sono così presentati all’inizio del racconto del loro martirio: «Furono arrestati alcuni giovani catecumeni: Revocato e Felicita, sua compagna di schiavitù, Saturnino e Secondolo; con loro anche Vibia Perpetua, di buona famiglia, di ottima educazione, degnamente maritata. Aveva ancora padre e madre, due fratelli, uno dei quali era anch’egli catecumeno, e un figlioletto che ancora poppava; lei, aveva all’incirca ventidue anni» (Passione, 2, 13). A questo piccolo gruppo, bisogna aggiungere il nome di Saturo, il catechista, che si consegna spontaneamente più avanti (Passione, 4, 5), e quelli dei personaggi che quest’ultimo menziona nella sua visione come vittime della medesima persecuzione, ma in altre circostanze: Giocondo, un altro Saturnino, Artassio e Quinto (Passione, 1l, 9). Di questo gruppo di martiri, la tradizione ha lasciato gli uomini in ombra per ricordare soprattutto i nomi di Perpetua, la giovane donna di nascita libera e di buona condizione sociale, che ci appare nel suo ambiente familiare, e di Felicita, una giovane schiava, appartenente forse alla casa di Perpetua, cosa che il testo, tuttavia, non precisa; Felicita era incinta, e partorì in carcere una bambina (Passione, 15) il cui padre era probabilmente Revocato.

Nonostante qualche esitazione dei testi su questo punto, l’intero gruppo sembra originario di Thuburbo Minus, piccola città sulle rive del fiume Medjerda, a una cinquantina di chilometri da Cartagine. Di là essi furono trasferiti nella capitale della provincia, per subirvi una prigionia di parecchi mesi prima del martirio, avvenuto il 7 marzo del 203, nell’anfiteatro in occasione di giochi indetti per celebrare l’anniversario dell’assegnazione del titolo di Cesare a Geta, figlio di Settimio Severo. La data del 7 marzo è indicata in modo concorde dai martirologi (die nonarum martiarum, nonas martias) ed è anche la data consacrata dalla liturgia cattolica e dal santorale attuale.



Pubblicato in I Novissimi
Domenica, 05 Gennaio 2014 00:00

Purgartorio, un invenzione cattolica?

Spesso sui testi scolastici (e non solo) si afferma che il Purgatorio sia una verità cattolica che non abbia alcun fondamento biblico e che sia una sorta di “invenzione” della Chiesa medievale per incrementare indulgenze e Messe di suffragio…
 
E’ davvero così? Niente affatto.
 
Prima di tutto va detto che la Sacra Scrittura fa riferimento al Purgatorio.
 
Nell’Antico Testamento vi è l’episodio riguardante la morte di Aronne, allorquando vennero offerti sacrifici per trenta giorni. Ora, se è possibile offrire sacrifici per un defunto, vuol dire che il defunto può espiare anche dopo la morte.
 
Sempre restando all’Antico Testamento ancora più importante è il capitolo 12 del Secondo Libro dei Maccabei, dove si narra che Giuda Maccabeo, dopo che gli Ebrei ebbero vinto un’importante battaglia per la loro indipendenza, si recò sul campo di battaglia e si accorse che sotto la tunica di ciascun caduto vi erano oggetti idolatrici, fu così che decise di pregare lui stesso e fece pregare il popolo d’Israele affinché Dio perdonasse il peccato di quei soldati. Si legge ancora che Giuda Maccabeo fece fare una colletta e la inviò a Gerusalemme affinché fosse offerto un sacrificio espiatorio. Dunque un sacrificio espiatorio per i defunti, il che vuol dire che vi era la convinzione che si potesse pregare per i defunti, il che vuol dire anche che che si era convinti che nell’aldilà ci fosse un “luogo” di espiazione.
 
Passando al Nuovo Testamento importante è ciò che è scritto al capitolo 5 del Vangelo di San Matteo:“Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo.” (5, 2526).

 
Ancora il Vangelo di San Matteo:“Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.” (12, 3132).

 
Significativo è anche ciò che è scritto nella Prima Lettera ai Corinti:“Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito; tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco.”(1 Corinti 3, 1017).
 
Basterebbe questo per capire quanto la verità del Purgatorio abbia un fondamento biblico.
 
Ma aggiungiamo anche altro.
 
Un esempio si può trarre dal diario di santa Perpetua, santa che fu martirizzata a Cartagine il 7 marzo del 203. Mentre si trovava in prigione, Perpetua ebbe una duplice visione. Nella prima vide suo fratello Dinocrate, “morto a sette anni per un cancro che gli aveva devastato la faccia” al punto che, scrisse la Santa, “la sua morte aveva fatto inorridire tutti.” Perpetua vide il suo fratellino uscire “da un luogo tenebroso dove vi era molta altra gente; era accaldato e assetato, sudicio e pallido. Il volto era sfigurato dalla piaga che l’aveva ucciso.” E, sempre in questa prima visione, santa Perpetua vide suo fratello che cercava, senza riuscirci, di bere ad una piscina e con ciò capì che Dinocrate stava soffrendo. Impietosita da questa visione, pregò per l’anima del suo fratellino. Il Signore ascoltò le sue preghiere e in una seconda visione potè vedere Dinocrate perfettamente guarito, in grado di bere, capace di giocare come fanno tutti i bambini. Interpretando questa seconda visione, Perpetua scrisse: “Mi svegliai e compresi che la pena (del Purgatorio) gli era stata rimessa.” Ebbene, questo diario è sicuramente prima del 203, anno di morte della Santa. Quindi in un periodo molto precedente al medioevo!
 
E’ del II secolo una famosa iscrizione tombale, quella di Abercio, forse vescovo di Ierapoli in Asia Minore. Fu proprio lui a comporre, prima di morire, il suo epitaffio, che dice: “Queste cose dettai direttamente io, Abercio, quando avevo precisamente settantadue anni di età. Vedendole e comprendendole, preghi per Abercio.” Dunque, Abercio invita colui che sulla sua tomba a pregare per lui, il che vuol dire che Abercio (II secolo!) è convinto dell’esistenza del Purgatorio.

 
Un’altra preziosa testimonianza ci viene data da Tertulliano (155222), che nel De Corona scrive: “Nel giorno anniversario facciamo preghiere per i defunti.”

 
Ancora un’altra testimonianza da Tertulliano. Egli scrive nel De monogamia:“La moglie sopravvissuta al marito offre preghiere per la gioia di suo marito nei giorni anniversari della sua morte.”

 
Anche sant’Agostino ci è di aiuto. Nel De fide, spe et caritate  scrive : « Non si può negare che le anime dei defunti possono essere aiutate dalla pietà dei loro cari ancora in vita, quando è offerto per loro il sacrificio del Mediatore (la S.Messa), oppure mediante elemosine.” E sant’Agostino è vissuto tra il IV e il V secolo!
 

E per finire: sant’Efrem di Siro (306373) scrive nel suo Testamentum: “Nel trigesimo della mia morte ricordatevi di me, fratelli, nella preghiera. I morti infatti ricevono aiuto dalla preghiera fatta dai vivi.”
 
Pensiamo che tutto questo possa bastare per smontare la menzogna di un Purgatorio “inventato” nel medioevo.
Pubblicato in I Novissimi
   

Mons. Luigi Negri


   

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