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(es. Mt 28,120):
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Paradiso , beatitudine eterna

 

Dal Catechismo tridentino

Articolo 12

LA VITA ETERNA

Significato dell’articolo

139 I santi Apostoli, nostre guide, vollero chiudere il Simbolo, compendio della nostra fede, con l’articolo riguardante la «vita eterna», sia perché dopo la risurrezione della carne i fedeli non devono aspettare che il premio della vita eterna; sia perché la felicità perfetta e piena di ogni bene deve essere sempre dinanzi ai nostri occhi e apprendessimo che la mente e i pensieri nostri devono essere tutti fissi in essa.Perciò i parroci, istruendo i fedeli, non lasceranno mai di accenderne gli animi con il proporre loro i premi della vita eterna. Così tutto quello che essi avranno insegnato, anche se sommamente grave a sopportare per il nome cristiano, lo crederanno leggero e giocondo e diverranno più pronti e alacri nell’obbedire a Dio.

La vita eterna è una beatitudine perpetua

140 Sotto queste parole, che qui servono a spiegare la nostra beatitudine, sono nascosti molti misteri. E perciò necessario spiegarli in modo che siano a tutti noti, secondo la capacità di ciascuno. Si deve dunque far notare ai fedeli che la vita eterna significa non tanto la perpetuità della vita, alla quale partecipano anche i demoni e gli uomini cattivi, quanto la perpetuità della beatitudine, capace di soddisfare appieno il desiderio dei beati. Così la intendeva quel dottore della Legge, che nel Vangelo chiese al Signore nostro salvatore che cosa dovesse fare per possedere la vita eterna (Mt 19,16; Mc 10,17; Lc 18,18), ossia: «Che cosa devo fare per poter giungere a quel luogo dove è dato godere della felicità perfetta?». In questo senso le Sacre Scritture intendono tali parole, come si può osservare in molti luoghi (Mt 25,46; Gv 3,15; Rm 6,23).

Natura della beatitudine eterna

141 È stato dato appunto questo appellativo a tale beatitudine, perché non la si credesse consistere in cose materiali e caduche, le quali non possono essere eterne. Infatti questa stessa parola «beatitudine» non poteva bene esprimere quel che si voleva indicare, soprattutto perché vi sono stati certuni che, gonfi di fatua sapienza, han posto il sommo bene in quelle cose che si percepiscono coi sensi. Mentre queste periscono e invecchiano, la beatitudine non si può circoscrivere con limiti di tempo; che anzi le cose terrene sono del tutto aliene dalla vera felicità, dalla quale si allontana moltissimo chi è trasportato dall’amore e dal desiderio del mondo. Sta scritto infatti: «Non amate il mondo, ne quel che è nel mondo. Se qualcuno ama il mondo, in lui non è la carità del Padre». E poco appresso: «II mondo passa e insieme con esso la sua concupiscenza» (1 Gv 2,15.17).Questo dunque avranno cura i parroci di fissare nella mente dei fedeli, per persuaderli a disprezzare le cose del mondo e a non credere che si possa ottenere felicità quaggiù, dove non siamo cittadini, ma ospiti (1 Pt 2,11).

Tuttavia anche in questa vita potremo ben dirci beati per la virtù della speranza, purché, rigettando l’empietà e i desideri mondani, viviamo con sobrietà, con giustizia e con pietà, aspettando che si realizzi la speranza beata e la venuta della gloria del grande Dio e di Gesù Cristo nostro salvatore (Tt 2,13).

Moltissimi però, i quali credevano di esser sapienti, non avendo compreso queste cose, credettero doversi cercare la felicità in questa vita; divennero stolti e caddero nelle miserie più gravi (Rm 1,22).

Ma dal significato dell’espressione «vita eterna» impariamo anche che questa felicità, una volta raggiunta, non può più perdersi, come erroneamente alcuni supposero. Infatti la felicità risulta dall’unione di tutti i beni, senza mescolanza di alcun male: la quale felicità per appagare il desiderio dell’uomo, deve consistere necessariamente nella vita eterna. Non potrebbe infatti il beato non volere che gli sia dato di godere per sempre di quei beni che ha ottenuto. Se dunque tale possesso non fosse stabile e certo, sarebbe tormentato dall’angoscia del timore.

Ineffabilità della beatitudine eterna

142 Queste stesse parole però, «vita beata», mostrano a sufficienza che la grandezza della felicità dei beati nella patria celeste da essi solamente e da nessun altro può esser compresa. Infatti se noi, per significare una cosa, facciamo uso di un nome comune anche a molte altre, è chiaro che per esprimere esattamente quella cosa manca la parola propria. Poiché dunque la felicità viene espressa con voci tali che convengono egualmente ai beati e a tutti coloro che vivono una vita eterna, si può allora capire che essa è una realtà troppo alta e preclara, per poterne esprimere perfettamente la sostanza con una parola propria. Infatti nelle Sacre Scritture si danno a questa beatitudine celeste moltissimi altri nomi, come per esempio: «regno di Dio», «di Cristo», «dei cieli», «Paradiso», «Città santa», «nuova Gerusalemme», «casa del Padre» (Mc 9,46; At 14,21; 1 Cor 6,9; Ef5,5; 2 Pt 1,11; Mt 7,21; Le 23,43; Ap 3,12; 21,2.10). Tuttavia è chiaro che nessuno di essi vale a esprimerne la grandezza.

La fede nella beatitudine promuove la pietà

143 I parroci non si lascino qui sfuggire l’occasione di richiamare i fedeli, con la visuale dei premi tanto grandi racchiusi nel nome di vita eterna, alla pietà, alla giustizia e a tutti i doveri della religione cristiana. È noto infatti che si suole valutare la vita tra i beni più grandi cui si tende per natura. A ragione quindi la suprema felicità è stata significata mediante l’idea di vita eterna. Che se nulla è più amato, nulla può esservi di più caro o di più giocondo di questa piccola nostra vita piena di affanni, la quale va soggetta a sì numerose e varie miserie, che si dovrebbe con più verità chiamare morte; con quale ardore dell’animo, con quale impegno non dovremo desiderare la vita eterna che, distrutti tutti i mali, contiene la ragione perfetta e assoluta di tutti i beni? Poiché, come tramandarono i santi Padri, la felicità della vita eterna si deve definire come liberazione da tutti i mali e acquisto di tutti i beni.

Circa i mali vi sono chiarissime testimonianze nelle Sacre Scritture. E detto infatti nell’Apocalisse: «Non avranno più né fame, né sete; né cadrà sopra essi il caldo del sole, né altro ardore» (7,16). E di nuovo: «Asciugherà Iddio dai loro occhi ogni lacrima e non vi sarà più morte, né lutto, né lamento, né dolore, perché le vecchie cose sparirono» (ibid. 21,4). Invece si avrà per i beati un’immensa gloria, con infinite specie di stabile letizia e di godimento. Ma la grandezza di questa gloria non può essere compresa dall’animo nostro, né può penetrare nel nostro spirito; sicché dovremo necessariamente penetrare in essa, cioè nel gaudio del Signore, affinché da esso circonfusi, sia soddisfatto perfettamente il desiderio del nostro cuore.

Duplice beatitudine: «essenziale» e «accessoria»

144 Quantunque, come scrive sant’Agostino, sembri che possano essere enumerati più facilmente i mali di cui mancheremo, che i beni e i piaceri che godremo (Sermo, 127, 2, 3), pure si dovrà spiegare brevemente e con chiarezza quanto varrà a infiammare i fedeli alla brama di conseguire quell’immensa felicità. Ma prima si dovrà notare la distinzione, insegnata dai più autorevoli scrittori di argomenti soprannaturali. Essi infatti stabiliscono che vi sono due generi di beni, di cui uno spetta alla natura della beatitudine, l’altro ne discende. Per ragioni pedagogiche, chiamarono i primi «beni essenziali», gli altri «accessori».

Beatitudine essenziale

145 La beatitudine sostanziale, che con un termine comune può dirsi «essenziale», consiste nel vedere Dio e godere della sua bellezza; perché qui è la fonte e il principio di ogni bontà. «Questa è la vita eterna» dice Cristo nostro Signore «che conoscano te, solo vero Dio, e Gesù Cristo, che tu hai mandato» (Gv 17,3). San Giovanni sembra voglia spiegare codesta frase quando dice: «Carissimi, ora siamo figli di Dio; ma ancora non è manifesto quel che saremo; sappiamo però che quando lo sarà, saremo simili a lui, poiché lo vedremo quale è» (1 Gv 3,2). Il che vuoi dire che la beatitudine consiste in queste due cose: che vedremo Dio come è nella sua natura e nella sua sostanza e che diverremo come dei. Infatti chi gode di lui, sebbene ritenga la propria sostanza, riveste tuttavia una forma mirabile e quasi divina, in modo che sembri più un dio che un uomo.

Come poi questo possa avvenire si spiega dal fatto che ciascuna cosa è conosciuta o per la sua essenza o per una sua immagine che la rappresenti. Ma poiché non vi è nessuna cosa simile a Dio, per la cui sola somiglianza si possa giungere alla perfetta conoscenza di lui, ne segue che nessuno può vedere la natura ed essenza di lui, se la stessa essenza divina non si congiunge a noi. Questo vogliono significare le parole dell’Apostolo: «Ora vediamo attraverso uno specchio, in enigma; allora invece, faccia a faccia» (1 Cor 13,12). Quando dice in enigma, come spiega sant’Agostino, intende un’idea o immagine adatta a far conoscere Dio (De Trinit, 15, 9). Lo stesso mostra chiaramente san Dionigi, quando dice che per nessuna sembianza di cose inferiori si possono conoscere quelle superiori (De div. nomin., cap. 1). Infatti con la sembianza di nessuna cosa corporea si può conoscere l’essenza e la sostanza di ciò che non ha corpo, specialmente se consideriamo che le idee o immagini delle cose devono essere meno materiali e più spirituali delle cose stesse, che rappresentano. Lo possiamo facilmente constatare nella conoscenza di tutte le cose. Ma poiché è impossibile che di una cosa creata esista un’idea così pura e spirituale, quale è Dio stesso, da una tale immagine non potremo mai conoscere perfettamente l’essenza divina. Si aggiunga che tutte le cose sono circoscritte da determinati limiti di perfezione, mentre Dio è infinito e nessuna somiglianza di cosa creata può racchiudere la sua immensità.

Non rimane dunque altro modo per conoscere l’essenza divina che essa stessa si congiunga a noi, innalzando in una maniera meravigliosa più in alto la nostra intelligenza; cosi diveniamo idonei a contemplare la bellezza della sua natura. Questo lo otterremo con il lume della gloria, quando, illuminati dal suo splendore, vedremo nel suo lume il vero lume di Dio; poiché i beati sempre intuiranno Dio presente. Con questo dono, il più grande e il migliore di tutti, fatti partecipi i beati dell’essenza divina, godono la vera e permanente beatitudine (2 Pt 1,4). E noi dobbiamo crederlo con tanta certezza, che è perfino definito nel Simbolo dei Padri (niceni), doverla noi per benignità divina aspettare con sicura speranza. Vi si dice infatti: «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà «.

Queste cose sono del tutto divine, né possono essere spiegate a parole o comprese con il pensiero. Nondimeno possiamo scorgere un’immagine di questa beatitudine anche nelle cose percepite dai sensi. Come il ferro, se accostato al fuoco, assimila il fuoco e, sebbene la sua sostanza non muti, tuttavia sembra qualche cosa di differente, cioè fuoco, allo stesso modo quelli che sono ammessi alla gloria celeste, infiammati dall’amore di Dio, vengono così trasformati, pur non cessando di essere ciò che sono, da poter dire che differiscono da quelli che sono in questa vita, molto più che il ferro incandescente dal ferro normale (Anselmo, Lib. de simil., cap. 56). Per dirla in breve: la somma e assoluta beatitudine che diciamo essenziale deve porsi nel possesso di Dio. Infatti cosa può mancare per la felicità perfetta a chi possiede Dio ottimo e perfettissimo?

Beatitudine accidentale

146 Alla beatitudine essenziale s’aggiungono degli abbellimenti comuni a tutti i beati che, essendo meno lontani dalla ragione umana, sogliono commuovere ed eccitare con maggior forza gli animi nostri. A questo genere appartengono quelli a cui sembra alludere l’Apostolo scrivendo ai Romani: «Gloria e onore e pace a ognuno che fa il bene (Rm 2,10). Infatti i beati non godono solo di quella gloria, che mostrammo essere in fondo la beatitudine essenziale di Dio, ovvero congiunta strettissimamente con la sua natura; ma anche di quella che risulta dalla conoscenza chiara e precisa che ciascuno dei beati avrà dell’eccellente e splendida dignità degli altri. Ma pure quanto grande non si dovrà stimare l’onore che Dio loro concede, essendo essi chiamati non più servi, ma amici, fratelli e figli di Dio? Perciò con queste amorosissime e onorevolissime parole il nostro Salvatore inviterà i suoi eletti: «Venite benedetti dal Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi» (Mt 25,34). Cosicché a buon diritto si può esclamare: «I tuoi amici, o Dio, sono stati troppo onorificati» (Sal 138,17). Ma saranno lodati anche da Cristo signore dinanzi al Padre celeste e ai suoi angeli.

Inoltre, se è vero che la natura ingenerò in tutti gli uomini il desiderio di essere onorati da quelli che sono illustri per sapienza, ritenendosi che tali attestati di considerazione siano le più efficaci prove del merito, quanto non dovrà credersi grande la gloria dei beati, professando l’uno verso l’altro la stima più profonda.

Sarebbe infinita l’enumerazione di tutti i godimenti di cui sarà ripiena la gloria dei beati e non possiamo immaginarceli neppure. Tuttavia i fedeli devono persuadersi che di tutto quel che di giocondo può toccarci o desiderarsi in questa vita, sia che si riferisca alla conoscenza dell’intelletto, sia alla perfezione del corpo, di tutto la vita beata dei celesti ridonderà, sebbene in un modo più alto di quel che l’occhio possa vedere, l’orecchio possa udire o che comunque possa penetrare nel cuore dell’uomo, come afferma l’Apostolo (2 Cor 2,9). Il corpo, che prima era grossolano e materiale, quando nel cielo, tolta la mortalità, sarà diventato tenue e spirituale, non avrà più bisogno di alimenti; l’anima poi si satollerà di quel pascolo eterno di gloria, che sarà offerto a tutti dall’Autore di quel grande convito (Lc 12,37).

Chi mai potrà desiderare preziose vesti ovvero ornamenti regali per il corpo lassù dove non si avrà bisogno di tali cose e tutti saranno coperti di immortalità e di splendore, insigniti della corona della gloria eterna? Ma se è parte della felicità umana anche il possesso di una casa vasta e sontuosa, che cosa si può concepire di più vasto e sontuoso dello stesso cielo, che è illuminato in ogni parte dallo splendore divino? Perciò il profeta, ponendosi dinanzi agli occhi la bellezza di tale dimora e ardendo della brama di giungere a quella beata sede, dice: «Come sono amabili i tuoi tabernacoli, o Signore delle virtù! Anela e si strugge l’anima mia per il desiderio degli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente» (Sal 83,2s).

 

Come si acquista sicuramente la beatitudine

147 I parroci devono ardentemente desiderare e cercare con ogni studio che questo sia il volere di tutti i fedeli, questa la voce comune di tutti, «Poiché nella casa del Padre mio» dice il Signore «vi sono molte dimore (Gv 14,2) nelle quali saranno dati premi maggiori e minori, secondo che ognuno avrà meritato. Infatti chi semina con parsimonia, mieterà con parsimonia (2 Cor 9,6) e chi semina largamente mieterà pure largamente». Perciò non solo spingeranno i fedeli verso la beatitudine, ma li avvertiranno spesso che il modo certo per ottenerla è di istruirsi nella fede e nella carità, perseverando nella preghiera e nella salutare frequenza dei sacramenti, esercitandosi in tutte le opere caritatevoli verso il prossimo. Allora la misericordia di Dio, il quale preparò quella gloria beata a chi lo ama, farà sì che si avveri un giorno il detto del profeta: «Starà il mio popolo nella bellezza della pace, nei tabernacoli della fiducia e nella quiete opulenta» (Is 32,18).

 

 

Si deve dimostrare con argomenti

132 Anche le ragioni che vengono addotte dagli scrittori ecclesiastici possono essere adatte a provare questa verità. In primo luogo, essendo l’anima immortale e avendo una propensione naturale, come parte dell’uomo, al corpo umano, si dovrà ritenere che non sia naturale per essa restare sempre divisa dal corpo. E poiché ciò che è contrario alla natura ed è violento non può durare a lungo, sembra ragionevole che si ricongiunga al corpo; ne segue che vi sarà la risurrezione dei corpi. Di questo argomento il nostro Salvatore si servì quando, disputando con i Sadducei, dall’immortalità delle anime dedusse la risurrezione dei corpi (Mt 22,32).

Secondo, Dio, che è sommamente giusto, ha apparecchiato supplizi per i cattivi e premi per i buoni. Moltissimi però muoiono senza aver scontato la pena e più ancora senza aver ricevuto il premio delle loro virtù. Dunque le anime dovranno ricongiungersi necessariamente ai loro corpi, perché questi, di cui gli uomini si servono per peccare, ricevano il castigo o il premio delle loro azioni. Questo argomento è stato trattato con molta cura da san Giovanni Crisostomo in un’omelia al popolo di Antiochia (Hom. Ad pop. Ant., 1, 9). Ecco perché l’Apostolo, parlando della risurrezione, dice: «Se per questa vita sola speriamo in Cristo, siamo i più miserabili degli uomini» (1 Cor 15,19). Tali parole nessuno vorrà riferirle alla miseria dell’anima, che è immortale e, se anche i corpi non risorgessero, pure nella vita futura potrebbe godere la beatitudine, ma bisogna intenderle come riferite a tutto l’uomo. Se infatti al corpo non fossero dati i premi condegni per le sue pene, ne seguirebbe che coloro i quali, come gli Apostoli, hanno sopportato nella vita tante disgrazie e travagli sarebbero i più miseri dei mortali. La stessa cosa, ma molto più chiaramente, è insegnata da san Paolo con queste parole ai Tessalonicesi: «Noi stessi ci gloriamo di voi nelle chiese di Dio, della vostra pazienza e fede in mezzo a tutte le persecuzioni e tribolazioni da voi sopportate: indizio del giusto giudizio di Dio, perché siate ritenuti degni del regno di Dio, per cui anche patite. E giusto che Dio renda tribolazioni a coloro che vi affliggono; e a voi tribolati dia riposo con noi, all’apparire che farà dal cielo il Signore Gesù coi potenti suoi angeli, in un incendio di fiamme, per fare vendetta di coloro che non han riconosciuto Dio e non ubbidiscono al vangelo del nostro Signore Gesù Cristo» (2 Ts 1,48).

Inoltre gli uomini, fintantoché l’anima è separata dal corpo, non possono raggiungere la felicità piena, ricolma di ogni bene. Infatti, come ogni parte separata dal tutto è imperfetta, così è anche l’anima che non sia unita al corpo. Perciò ne segue che è necessaria la risurrezione dei corpi perché nulla manchi alla completa felicità dell’anima.

Con queste ragioni e con altre simili il parroco potrà istruire i fedeli su questo articolo.

 

Tutti gli uomini risorgeranno

133 Sarà inoltre necessario spiegare, secondo la dottrina dell’Apostolo, quali debbano essere i risuscitati alla vita; poiché, scrivendo ai Corinzi, egli dice: «Come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti saranno vivificati» (1 Cor 15,22). Prescindendo dunque da qualsiasi differenza di buoni e cattivi, tutti, pur non avendo la stessa sorte, risorgeranno da morte: quanti fecero il bene, in risurrezione di vita; quanti fecero il male, in risurrezione di condanna (Gv 5,29).

Quando diciamo tutti vogliamo indicare tanto quelli che al momento del giudizio saranno già morti, quanto quelli che moriranno. San Girolamo infatti scrive che la Chiesa ammette l’opinione che tutti dovranno morire, nessuno eccettuato, e che questa è più vicina al vero (Epist. ad Minerv., 119); la stessa opinione è anche quella di sant’Agostino (De civit. Dei, 20, 20). Né a essa contraddice quel che l’Apostolo scrive ai Tessalonicesi: «Quelli che morirono in Cristo, risorgeranno i primi; in seguito, noi che viviamo, che siamo rimasti, verremo rapiti nell’aria, insieme con quelli, incontro a Cristo» (1 Ts 4,16). Sant’Ambrogio infatti spiegando questo passo, dice: «Nello stesso rapimento verrà prima la morte come in un sopore, di modo che l’anima uscita ritorna in un attimo. Nell’essere sollevati moriranno, affinché giungendo presso il Signore ricevano la vita per la presenza del Signore; perché con il Signore non possono esserci morti» (Comm. in 1 epist. ad Thes., 4, 16). Tale opinione viene approvata dall’autorità di sant’Agostino nella Città di Dio (ibid.).

 

Risorgerà il corpo di ciascuno

134 Ma poiché è molto importante la certezza che sia lo stesso e identico corpo di ciascuno di noi, quantunque corrotto e ridotto in polvere, a risuscitare alla vita, il parroco deve accuratamente spiegarlo. Tale è il pensiero dell’Apostolo quando dice: «Quest’essere corruttibile deve rivestirsi di incorruzione» (1 Cor 15,53), volendo manifestamente indicare con il termine questo, il proprio corpo. Anche Giobbe profetizzò di esso in modo chiarissimo dicendo: «E nella carne mia vedrò il mio Dio; lo vedrò io stesso, i miei occhi lo mireranno e non un altro» (19,26). Ciò risulta dalla stessa definizione della risurrezione; infatti essa, secondo il Damasceno, è un richiamo a quello stato dal quale sei caduto (Exp. fidei, 4, 27).

Finalmente, se consideriamo la ragione già sopra indicata per cui avverrà la risurrezione, non ci può essere alcun dubbio in proposito. Dicemmo infatti che i corpi saranno resuscitati, affinchè abbia ciascuno quel che è dovuto al suo corpo, secondo quel che operò, sia di bene, sia di male (2 Cor 5,10). L’uomo deve dunque necessariamente risorgere nello stesso corpo, con cui servì a Dio o al demonio, per ricevere con il medesimo corpo le corone del trionfo e i premi o per soffrire le pene e i supplizi.

Il corpo risorgerà integro

135 E non risorgerà solo il corpo; ma anche tutto ciò che è parte della sua vera natura, del decoro e ornamento dell’uomo, deve ritornare a lui. Abbiamo uno splendido argomento di sant’Agostino: «Non vi sarà allora nei corpi ombra di difetto; se alcuni furono troppo obesi e grassi per la pinguedine, non prenderanno tutta la massa del corpo; ma quel che supererà la misura normale, sarà considerato superfluo. Al contrario, tutto quello che nel corpo sarà consumato da malattia o vecchiaia, sarà ridonato da Cristo per virtù divina, come a coloro che furono gracili per magrezza Cristo riparerà non solo il corpo, ma tutto quello che fu tolto dalla miseria di questa vita» (De civit. Dei, 22,19). Così in un altro luogo: «Non riprenderà l’uomo i capelli che aveva, ma quelli che gli stavano bene, secondo il passo: «Tutti i capelli del vostro capo sono numerati»; essi devono ripararsi secondo la divina sapienza» (ibid.). Anzitutto ci saranno ridonate tutte le membra che fanno parte della completa natura umana. Chi dalla nascita sia stato privo degli occhi o li abbia perduti per qualche malattia, gli zoppi, gli storpi e i minorati risorgeranno con il corpo intero e perfetto; altrimenti non sarebbe soddisfatto il desiderio dell’anima, la quale tende all’unione con il corpo. Tale desiderio tutti crediamo con certezza che debba essere appagato.

Inoltre è certo che la risurrezione, appunto come la creazione, va annoverata fra le migliori opere di Dio. Come dunque tutte le cose dal principio della creazione uscirono perfette dalle mani di Dio, così dovrà avvenire anche nella risurrezione. Né ciò si deve dire solo dei martiri, dei quali sant’Agostino afferma: «Non saranno senza quelle membra: poiché la mutilazione non potrebbe non essere un difetto del corpo; altrimenti quelli che furono decapitati, dovrebbero risorgere senza la testa. Però rimarranno nelle loro membra le cicatrici della spada, più risplendenti dell’oro e di qualsiasi pietra preziosa, come le cicatrici delle piaghe di Cristo» (ibid.). Ciò si afferma con verità anche dei cattivi, anche se le loro membra siano state amputate per una colpa personale; poiché l’acutezza del dolore sarà in ragione delle membra che essi avranno.

Perciò una tale restituzione delle membra non ridonderà a loro felicità, ma disgrazia e miseria, poiché i meriti non vengono attribuiti alle membra, bensì alla persona alla quale sono unite. A quelli che fecero penitenza saranno restituite per premio; a quelli invece che aborrirono la penitenza, per supplizio.

Se i parroci considereranno attentamente tutto questo, non mancheranno loro i fatti e i pensieri per muovere e infiammare all’amore della religione gli animi dei fedeli, affinché considerando i fastidi e le afflizioni di quaggiù, dirigano i loro ardenti desideri verso la gloria beata della risurrezione, preparata per i giusti e per i pii.

 

Immortalità dei corpi risorti

136 Rimane ora da far comprendere ai fedeli che, sebbene per quanto ne costituisce la sostanza debba resuscitare l’identico corpo che ha subito la morte, il suo stato però sarà molto differente. A parte infatti le altre circostanze in questo sta la differenza dei corpi risuscitati da quel che erano prima: mentre allora erano soggetti alle leggi della morte, dopo richiamati a vita, a prescindere dalle differenze tra buoni e cattivi, tutti saranno immortali. Questa meravigliosa reintegrazione della natura fu meritata dalla grande vittoria che Cristo riportò sulla morte, come ci insegnano le Sacre Scritture. Sta scritto infatti: «Egli precipiterà la morte in sempiterno» (Is 25,8); e altrove: «Sarò la tua morte, o morte» (Os 13,14). Spiegando tali parole, l’Apostolo dice: «La morte, l’ultima nemica, sarà distrutta» (1 Cor 15,26). E in san Giovanni leggiamo: «D’ora in poi non vi sarà più la morte» (Ap 21,4).

Era molto conveniente che il peccato di Adamo fosse del tutto vinto per merito di Cristo nostro Signore, il quale distrusse l’impero della morte. E questo è anche conforme alla divina giustizia, perché i buoni potessero godere per sempre una vita beata; i cattivi invece, dovendo scontare pene eterne, pur cercando la morte, non la potessero trovare; desiderassero di morire, e la morte ostinatamente fuggisse loro (Ap 9,6). Questa immortalità sarà comune ai buoni e ai cattivi.

 

Doti dei corpi risorti

137 I corpi redivivi dei santi avranno fulgide e meravigliose facoltà, per le quali diverranno molto più nobili di quello che furono. Le più notevoli sono quelle quattro, che son dette «doti», e sono rilevate dai Padri, sulle orme dell’Apostolo.

La prima è l» «impassibilità»; dono e dote, la quale farà sì che essi non possano soffrire niente di molesto o essere colpiti da dolori o incomodi. Infatti non potranno a essi nuocere né la violenza del freddo, né l’ardore del fuoco, né l’impeto delle acque. «Viene seminato» dice l’Apostolo «nella corruzione; risorgerà nella incorruzione» (1 Cor 15,42). Gli Scolastici la chiamarono impassibilità invece che «incorruzione», per esprimere quel che è proprio del corpo glorioso; poiché i beati non hanno l’impassibilità in comune coi dannati, perché i corpi di questi, sebbene incorruttibili, possono patire caldo, freddo e ogni dolore.

Viene poi lo «splendore», per il quale i corpi dei santi rifulgeranno come il sole. Lo attesta, in san Matteo, il nostro Salvatore: «I giusti risplenderanno come il sole nel regno del loro Padre» (13,43). E perché nessuno dubitasse di questa promessa, la confermò con l’esempio della sua trasfigurazione (Mt 17,2). Questa dote l’Apostolo la chiama ora «gloria», ora splendore. «Riformerà» dice «il corpo nostro umile, rassomigliandolo al corpo del suo splendore» (Fil 3,21 ); e di nuovo: «È seminato nella miseria, sorgerà nella gloria» (1 Cor 15,43). Di questa gloria vide un’immagine il popolo d’Israele nel deserto, quando la faccia di Mosè, di ritorno dal colloquio avuto con Dio sul Sinai, risplendeva talmente che i figli d’Israele non vi potevano fissare gli occhi (Es 34,29). Questo splendore è un fulgore speciale che viene al corpo dalla somma felicità dell’anima ed è come un riflesso della beatitudine di cui gode l’anima: come la stessa anima diventa beata, in quanto su di essa si posa una parte della felicità divina. Non si creda però che tutti si abbelliscano di tal privilegio in ugual misura, come del primo; saranno, si, tutti egualmente impassibili i corpi dei santi, ma non avranno un uguale splendore; poiché, come assicura l’Apostolo, altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle. Una stella infatti differisce dall’altra per lo splendore; così nella risurrezione dei morti (1 Cor 15,41).

A questa dote va congiunta quella che chiamano «agilità», per cui il corpo sarà liberato dal peso, che ora l’affatica e con grandissima facilità potrà muoversi verso quella parte dove l’anima vorrà, così che nulla potrà esservi di più celere di quel movimento, come insegnano apertamente sant’Agostino nella Città di Dio (13,18 e 20) e san Girolamo nel commento a Isaia (cap. 40). Perciò l’Apostolo dice: «Viene seminato nella debolezza, risorgerà nella forza» (1 Cor 15,43).

A queste doti va aggiunta la sottilità o «sottigliezza», la quale pone il corpo completamente sotto l’impero dell’anima così da servirla con immediatezza, come mostrano le parole dell’Apostolo: «Si semina un corpo animale, risorgerà un corpo spirituale» (1 Cor 15,44). Questi sono quasi tutti i punti principali da illustrare nella spiegazione dell’articolo.

 

Frutti salutari dell’articolo

138 Ma perché i fedeli sappiano quale frutto possono ricavare dalla conoscenza di sì numerosi e grandi misteri, si dovrà prima inculcare che dobbiamo ringraziare Dio, il quale ha nascosto queste cose ai sapienti e le ha rivelate ai piccoli. Quanti uomini infatti, illustri per prudenza o per singolare dottrina, non furono completamente all’oscuro di questa verità così certa? L’averla dunque Dio manifestata a noi, che non potevamo aspirare a comprenderla, ci deve fare eternamente lodare la sua benignità e clemenza.

Con il meditare quest’articolo, coglieremo anche il grande frutto che, nella morte di quanti per natura o benevolenza furono a noi congiunti, potremo facilmente consolare sia gli altri che noi stessi; consolazione di cui si servì l’Apostolo scrivendo ai Tessalonicesi intorno ai defunti (1 Ts 4,13). Ma anche in tutti gli altri affanni e disgrazie, il pensiero della futura risurrezione ci darà gran sollievo nel dolore. Ricordiamo il santo Giobbe, il quale sollevava l’animo afflitto e addolorato con questa sola speranza, che avrebbe finalmente potuto contemplare nella risurrezione Iddio suo signore (Gb 19,26s).

Oltre a ciò, questo pensiero sarà molto efficace nel persuadere i fedeli a mettere ogni diligenza nel menare una vita retta, integra, pura da ogni macchia di peccato. Se infatti penseranno che le immense ricchezze, successive alla risurrezione, sono preparate per loro, facilmente s’innamoreranno della virtù e della pietà. D’altro canto nessuna cosa potrà avere maggiore efficacia a sedare le passioni dell’animo e a ritrarre gli uomini dal peccato, che ammonirli spesso di quali mali e dolori saranno colpiti i cattivi che nell’ultimo giorno andranno alla risurrezione del giudizio (Gv 5,29).

 

Articolo 12 «CREDO LA VITA ETERNA»

1020 Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna. Quando la Chiesa ha pronunciato, per l’ultima volta, le parole di perdono dell’assoluzione di Cristo sul cristiano morente, l’ha segnato, per l’ultima volta, con una unzione fortificante e gli ha dato Cristo nel viatico come nutrimento per il viaggio, a lui si rivolge con queste dolci e rassicuranti parole:Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo, che ti è stato dato in dono; la tua dimora sia oggi nella pace della santa Gerusalemme, con la Vergine Maria, Madre di Dio, con san Giuseppe, con tutti gli angeli e i santi… Tu possa tornare al tuo Creatore, che ti ha formato dalla polvere della terra. Quando lascerai questa vita, ti venga incontro la Vergine Maria con gli angeli e i santi… Mite e festoso ti appaia il volto di Cristo e possa tu contemplarlo per tutti i secoli in eterno [Rituale romano, Rito delle esequie, Raccomandazione dell’anima].

I. Il giudizio particolare

1021 La morte pone fine alla vita dell’uomo come tempo aperto all’accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo [Cf 2Tm 1,910 ]. Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell’incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l’immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro [Cf Lc 16,22 ] e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone [Cf Lc 23,43 ] così come altri testi del Nuovo Testamento [Cf 2Cor 5,8; Fil 1,23; Eb 9,27; Eb 12,23 ] parlano di una sorte ultima dell’anima [Cf Mt 16,26 ] che può essere diversa per le une e per le altre.

 1022 Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, [Cf Concilio di Lione II: Denz.-Schönm., 857858; Concilio di Firenze II: ibid., 13041306; Concilio di Trento: ibid., 1820] o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, [Cf Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: Denz.-Schönm., 10001001; Giovanni XXII, Bolla Ne super his: ibid., 990] oppure si dannerà immediatamente per sempre [Cf Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: Denz.-Schönm., 1002].Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore [Cf San Giovanni della Croce, Parole di luce e di amore, 1, 57].

II. Il Cielo

1023 Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono «così come egli è» ( 1Gv 3,2 ), faccia a faccia: [Cf 1Cor 13,12; Ap 22,4 ] Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo… e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c’era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate…, anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale — e questo dopo l’Ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo — sono state, sono e saranno in cielo, associate al Regno dei cieli e al Paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l’essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura [ Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: Denz. –Schönm., 1000; cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49]. 

1024 Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata «il cielo». Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva. 

1025 Vivere in cielo è «essere con Cristo» [Cf Gv 14,3; Fil 1,23; 1Ts 4,17 ]. Gli eletti vivono «in lui», ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome: [Cf Ap 2,17 ]Vita est enim esse cum Christo; ideo ubi Christus, ibi vita, ibi regnum — La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c’è Cristo, là c’è la vita, là c’è il Regno [Sant’Ambrogio, Expositio Evangelii secundum Lucam, 10, 121: PL 15, 1834A].

1026 Con la sua morte e la sua Risurrezione Gesù Cristo ci ha «aperto» il cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della Redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui.

1027 Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» ( 1Cor 2,9 ). 

1028 A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando egli stesso apre il suo Mistero alla contemplazione immediata dell’uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa la «la visione beatifica»:Questa sarà la tua gloria e la tua felicità: essere ammesso a vedere Dio, avere l’onore di partecipare alle gioie della salvezza e della luce eterna insieme con Cristo, il Signore tuo Dio, … godere nel Regno dei cieli, insieme con i giusti e gli amici di Dio, le gioie dell’immortalità raggiunta [San Cipriano di Cartagine, Epistulae, 56, 10, 1: PL 4, 357B].

1029 Nella gloria del cielo i beati continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli altri uomini e all’intera creazione. Regnano già con Cristo; con lui «regneranno nei secoli dei secoli» ( Ap 22,5 ) [Cf Mt 25,21; Mt 25,23 ].

V. Il Giudizio finale 1038 La risurrezione di tutti i morti, «dei giusti e degli ingiusti» ( At 24,15 ), precederà il Giudizio finale. Sarà «l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce [del Figlio dell’Uomo] e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna» ( Gv 5,2829 ). Allora Cristo «verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli… E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra… E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» ( Mt 25,31; Mt 25,32; Mt 25,46 ). 

1039 Davanti a Cristo che è la Verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio [Cf Gv 12,49 ]. Il Giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena:Tutto il male che fanno i cattivi viene registrato a loro insaputa. Il giorno in cui Dio non tacerà ( Sal 50,3 )… egli si volgerà verso i malvagi e dirà loro: «Io avevo posto sulla terra i miei poverelli, per voi. Io, loro capo, sedevo nel cielo alla destra di mio Padre, ma sulla terra le mie membra avevano fame. Se voi aveste donato alle mie membra, il vostro dono sarebbe giunto fino al capo. Quando ho posto i miei poverelli sulla terra, li ho costituiti come vostri fattorini perché portassero le vostre buone opere nel mio tesoro: voi non avete posto nulla nelle loro mani, per questo non possedete nulla presso di me [Sant’Agostino, Sermones, 18, 4, 4: PL 38, 130131].

1040 Il Giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l’ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la Provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il Giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte [Cf Ct 8,6 ].

1041 Il messaggio del Giudizio finale chiama alla conversione fin tanto che Dio dona agli uomini «il momento favorevole, il giorno della salvezza» ( 2Cor 6,2 ). Ispira il santo timor di Dio. Impegna per la giustizia del Regno di Dio. Annunzia la «beata speranza» ( Tt 2,13 ) del ritorno del Signore il quale «verrà per essere glorificato nei suoi santi ed essere riconosciuto mirabile in tutti quelli che avranno creduto» ( 2Ts 1,10 ).

VI. La speranza dei cieli nuovi e della terra nuova

1042 Alla fine dei tempi, il Regno di Dio giungerà alla sua pienezza. Dopo il Giudizio universale i giusti regneranno per sempre con Cristo, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo sarà rinnovato:Allora la Chiesa… avrà il suo compimento… nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l’uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48].

1043 Questo misterioso rinnovamento, che trasformerà l’umanità e il mondo, dalla Sacra Scrittura è definito con l’espressione: «i nuovi cieli e una terra nuova» ( 2Pt 3,13 ) [Cf Ap 21,1 ]. Sarà la realizzazione definitiva del disegno di Dio di «ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» ( Ef 1,10 ).

1044 In questo nuovo universo, [Cf Ap 21,5 ] la Gerusalemme celeste, Dio avrà la sua dimora in mezzo agli uomini. Egli «tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate» ( Ap 21,4 ) [Cf Ap 21,27 ].

1045 Per l’uomo questo compimento sarà la realizzazione definitiva dell’unità del genere umano, voluta da Dio fin dalla creazione e di cui la Chiesa nella storia è «come sacramento» [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 1]. Coloro che saranno uniti a Cristo formeranno la comunità dei redenti, la «Città santa» di Dio ( Ap 21,2 ), «la Sposa dell’Agnello» ( Ap 21,9 ). Essa non sarà più ferita dal peccato, dalle impurità, [Cf Ap 21,27 ] dall’amor proprio, che distruggono o feriscono la comunità terrena degli uomini. La visione beatifica, nella quale Dio si manifesterà in modo inesauribile agli eletti, sarà sorgente perenne di gaudio, di pace e di reciproca comunione.

1046 Quanto al cosmo, la Rivelazione afferma la profonda comunione di destino fra il mondo materiale e l’uomo:La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio… e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione… Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo ( Rm 8,1923 ).

1047 Anche l’universo visibile, dunque, è destinato ad essere trasformato, «affinché il mondo stesso, restaurato nel suo stato primitivo, sia, senza più alcun ostacolo, al servizio dei giusti», partecipando alla loro glorificazione in Gesù Cristo risorto [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 5, 32, 1].

1048 » Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità, e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini» [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 39].

1049 «Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del Regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza» [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 39]. 

1050 «Infatti… tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando Cristo rimetterà al Padre il Regno eterno e universale» [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 39]. Dio allora sarà «tutto in tutti» ( 1Cor 15,28 ), nella vita eterna:

La vita, nella sua stessa realtà e verità, è il Padre, che attraverso il Figlio nello Spirito Santo, riversa come fonte su tutti noi i suoi doni celesti. E per la sua bontà promette veramente anche a noi uomini i beni divini della vita eterna [ San Cirillo di Gerusalemme, Catecheses illuminandorum, 18, 29: PG 33, 1049, cf Liturgia delle Ore, III, Ufficio delle letture del giovedì della diciassettesima settimana. [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 28.]

 

Seconda Lettura
Dalle «Conferenze» di san Tommaso d’Aquino, sacerdote
(Conf. sul Credo; Opuscula theologica 2; Torino 1954, pp. 216217)Mi sazierò quando apparirà la tua gloria
Quando saranno compiuti tutti i nostri desideri, cioè nella vita eterna, la fede cesserà. Non sarà più oggetto di fede tutta quella serie di verità che nel «Credo» si chiude con le parole: «vita eterna. Amen».
La prima cosa che si compie nella vita eterna è l’unione dell’uomo con Dio.
Dio stesso, infatti, è il premio ed il fine di tutte le nostre fatiche: «lo sono il tuo scudo, e la tua ricompensa sarà molto grande» (Gn 15,1). Questa unione poi consiste nella perfetta visione: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12).
La vita eterna inoltre consiste nella somma lode, come dice il Profeta: «Giubilo e gioia saranno in essa, ringraziamenti e inni di lode» (Is 51,3). Consiste ancora nella perfetta soddisfazione del desiderio. Ivi infatti ogni beato avrà più di quanto ha desiderato e sperato. La ragione è che nessuno può in questa vita appagare pienamente i suoi desideri, né alcuna cosa creata è in grado di colmare le aspirazioni dell’uomo. Solo Dio può saziarlo, anzi andare molto al di là, fino all’infinito. Per questo le brame dell’uomo si appagano solo in Dio, secondo quanto dice Agostino: «Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è senza pace fino a quando non riposa in te».
I santi, nella patria, possederanno perfettamente Dio. Ne segue che giungeranno all’apice di ogni loro desiderio e che la loro gloria sarà superiore a quanto speravano. Per questo dice il Signore: «Prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21); e Agostino aggiunge: «Tutta la gioia non entrerà nei beati, ma tutti i beati entreranno nella gioia. Mi sazierò quando apparirà la tua gloria»; ed anche: «Egli sazia di beni il tuo desiderio». Tutto quello che può procurare felicità, là è presente ed in sommo grado. Se si cercano godimenti, là ci sarà il massimo e più assoluto godimento, perché si tratta del bene supremo, cioè di Dio: «Dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 15,11).
La vita eterna infine consiste nella gioconda fraternità di tutti i santi. Sarà una comunione di spiriti estremamente deliziosa, perché ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati. Ognuno amerà l’altro come se stesso e perciò godrà del bene altrui come proprio.
Così il gaudio di uno solo sarà tanto maggiore quanto più grande sarà la gioia di tutti gli altri beati.

 

Capitulus 63

N.

Qualiter in illa ultima felicitate omne desiderium hominis completur.

N.1

Ex praemissis autem evidenter apparet quod in illa felicitate quae provenit ex visione divina, omne desiderium humanum impletur, secundum illud Psalmi, qui replet in bonis desiderium tuum; et omne humanum studium ibi suam consummationem accipit. Quod quidem patet discurrenti per singula.

N.2

Est enim quoddam desiderium hominis inquantum intellectualis est, de cognitione veritatis: quod quidem desiderium homines prosequuntur per studium contemplativae vitae. Et hoc quidem manifeste in illa visione consummabitur, quando, per visionem primae veritatis, omnia quae intellectus naturaliter scire desiderat, ei innotescent, ut ex supra dictis apparet.

N.3

Est etiam quoddam hominis desiderium secundum quod habet rationem, qua inferiora disponere potest: quod prosequuntur homines per studium activae et civilis vitae.

Quod quidem desiderium principaliter ad hoc est, ut tota hominis vita secundum rationem disponatur, quod est vivere secundum virtutem: cuiuslibet enim virtuosi finis in operando est propriae virtutis bonum, sicut fortis ut fortiter agat. Hoc autem desiderium tunc omnino complebitur: quia ratio in summo vigore erit, divino lumine illustrata, ne a recto deficere possit.

Consequuntur etiam civilem vitam quaedam bona quibus homo indiget ad civiles operationes.

Sicut honoris sublimitas: quam homines inordinate appetentes, superbi et ambitiosi fiunt. Ad summam autem honoris altitudinem per illam visionem homines sublimantur, inquantum deo quodam modo uniuntur, ut supra ostensum est.

Et propter hoc, sicut ipse deus rex saeculorum est, ita et beati ei coniuncti reges dicuntur, Apoc. 206: regnabunt cum christo.

Consequitur etiam civilem vitam aliud appetibile, quod est famae celebritas: per cuius inordinatum appetitum homines inanis gloriae cupidi dicuntur. Beati autem per illam visionem redduntur celebres, non secundum hominum, qui et decipi et decipere possunt, opinionem sed secundum verissimam cognitionem et dei et omnium beatorum. Et ideo illa beatitudo in sacra Scriptura frequentissime gloria nominatur: sicut in Psalmo dicitur: exultabunt sancti in gloria.

Est etiam et aliud in civili vita appetibile, scilicet divitiae: per cuius inordinatum appetitum et amorem homines illiberales et iniusti fiunt. In illa autem beatitudine est bonorum omnium sufficientia: inquantum beati perfruuntur illo qui comprehendit omnium bonorum perfectionem. Propter quod dicitur Sap. 711: venerunt mihi omnia bona pariter cum illa. Unde et in Psalmo dicitur: gloria et divitiae in domo eius.

N.4

Est etiam tertium hominis desiderium, quod est sibi et aliis animalibus commune, ut delectationibus perfruatur: quod homines maxime prosequuntur secundum vitam voluptuosam; et per eius immoderantiam homines intemperati et incontinentes fiunt. In illa vero felicitate est delectatio perfectissima: tanto quidem perfectior ea quae secundum sensus est, qua etiam bruta animalia perfrui possunt, quanto intellectus est altior sensu; quanto etiam illud bonum in quo delectabimur, maius est omni sensibili bono, et magis intimum, et magis continue delectans; quanto etiam illa delectatio est magis pura ab omni permixtione contristantis, aut sollicitudinis alicuius molestantis; de qua dicitur in Psalmo: inebriabuntur ab ubertate domus tuae, et torrente voluptatis tuae potabis eos.

N.5

Est etiam et naturale desiderium, omnibus rebus commune, per quod conservationem sui desiderant, secundum quod possibile est: per cuius immoderantiam homines timidi redduntur, et nimis a laboribus sibi parcentes. Quod quidem desiderium tunc omnino complebitur, quando beati perfectam sempiternitatem consequentur, ab omni nocumento securi: secundum illud Isaiae 4910 et Apoc. 21: non esurient neque sitient amplius, neque cadet super illos sol neque ullus aestus.

N.6

Sic igitur patet quod per visionem divinam consequuntur intellectuales substantiae veram felicitatem, in qua omnino desideria quietantur, et in qua est plena sufficientia omnium bonorum, quae, secundum Aristotelem, ad felicitatem requiritur.

Unde et boetius dicit quod beatitudo est status omnium bonorum congregatione perfectus.

N.7

Huius autem ultimae et perfectae felicitatis in hac vita nihil est adeo simile sicut vita contemplantium veritatem, secundum quod est possibile in hac vita.

Et ideo philosophi, qui de illa felicitate ultima plenam notitiam habere non potuerunt, in contemplatione quae est possibilis in hac vita, ultimam felicitatem hominis posuerunt.

Propter hoc etiam, inter alias vitas, in Scriptura divina magis contemplativa commendatur, dicente domino, Lucae 1042: maria optimam partem elegit, scilicet contemplationem veritatis, quae non auferetur ab ea. Incipit enim contemplatio veritatis in hac vita, sed in futura consummatur: activa vero et civilis vita huius vitae terminos non transcendit.

 

 

S. Alfonso Maria de Liguori
Apparecchio alla Morte
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CONSIDERAZIONE XXIXDEL PARADISO

«Tristitia vestra vertetur1 in gaudium» (Io. 16. 20).

 

PUNTO I

Procuriamo al presente di soffrir con pazienza le afflizioni di questa vita, offerendole a Dio in unione delle pene che patì Gesu-Cristo per nostro amore; e facciamoci animo colla speranza del paradiso. Finiranno un giorno tutte queste angustie, dolori, persecuzioni, timori; e salvandoci, diventeranno per noi gaudii e contenti nel regno de» beati. Così ci fa animo il Signore: «Tristitia vestra vertetur in gaudium» (Io. 16. 20). Consideriamo dunque oggi qualche cosa del paradiso. Ma che diremo di questo paradiso, se neppure i santi più illuminati han saputo darci ad intendere le delizie, che Dio riserva a» suoi servi fedeli? Davide2 altro non seppe dirne che “l paradiso è un bene troppo desiderabile: «Quam dilecta tabernacula tua, Domine virtutum!» (Ps. 83. 2). Ma voi almeno, S. Paolo mio, voi che aveste la sorte d’essere stato rapito a vedere il cieloRaptus in paradisum»), diteci qualche cosa di ciò che avete veduto. No, dice l’Apostolo, ciò che ho veduto, non è possibile spiegarlo. Son le delizie del paradiso: «Arcana verba, quae non licet homini loqui» (2. Cor. 12. 4).3 Sono sì grandi che non possono spiegarsi, se non si godono. Altro io non posso dirvi, dice l’Apostolo, che «oculus non vidit, nec auris audivit, neque in cor hominis ascendit, quae praeparavit Deus iis, qui diligunt illum» (1. Cor. 2. 9). Niun uomo in terra ha vedute mai, né udite, né comprese le bellezze, le armonie, i contenti, che Dio ha preparati a coloro che l’amano.

Non possiamo noi esser capaci de i beni del paradiso, perché non abbiamo altre idee, che de» beni di questa terra. Se i cavalli avessero mai il discorso, e sapessero che il padrone sposandosi ha preparato un gran banchetto, s’immaginerebbero che il banchetto non consisterebbe

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in altro, che in buona paglia, buona avena ed orzo: perché i cavalli non hanno idea d’altri cibi che di questi. Così pensiamo noi de i beni del paradiso. È bello il vedere in tempo d’està4 nella notte il cielo stellato: è gran delizia in tempo di primavera trovarsi in una marina, quando il mare è placido, in cui vi si vedono5 dentro scogli vestiti d’erba, e pesci che guizzano: è gran delizia il trovarsi in un giardino pieno di frutti e fiori,6 circondato da fontane che scorrono, e con uccelli che van volando e cantando d’intorno. Dirà taluno: Oh che paradiso! Che paradiso? che paradiso? altri sono i beni del paradiso. Per intendere qualche cosa in confuso del paradiso, si consideri ch’ivi sta un Dio onnipotente, impegnato a deliziare le anime che ama. Dice S. Bernardo:7 Vuoi sapere che cosa vi è in paradiso? «Nihil est quod nolis, totum est quod velis». Ivi non vi è cosa che dispiaccia, e vi è tutto quello che piace.

Oh Dio, che dirà l’anima in entrare in quel regno beato! Immaginiamoci che muoia quella verginella, o quel giovine, ch’essendosi consagrato all’amore di Gesu-Cristo, arrivata la morte, lascia già questa terra. L’anima è presentata al giudizio, il giudice l’abbraccia e le dichiara ch’è salva. Le viene ad incontro8 l’Angelo Custode, e se ne rallegra; ella lo ringrazia dell’assistenza fattale, e l’Angelo poi le dice: Via su, anima bella, allegramente già sei salva, vieni a vedere la faccia del tuo Signore. Ecco l’anima già passa le nubi, le sfere, le stelle: entra nel cielo. Oh Dio, che dirà nel metter piede la prima volta in quella patria beata, e in dar la prima occhiata a quella città di delizie! Gli angeli e i santi le verranno ad incontro,9 e giubilando le daranno il benvenuto. Ivi che consolazione avrà in incontrarsi co» suoi parenti, o amici entrati già prima in paradiso, e co» suoi santi avvocati! Vorrà l’anima allora genuflettersi avanti di loro per venerarli, ma le diranno quei santi: «Vide ne faceris, conservus tuus sum» (Apoc. 22. 9). Indi sarà portata a baciare i piedi a Maria ch’è la Regina del paradiso. Qual tenerezza sentirà l’anima in conoscere10 di vista la prima volta quella divina Madre, che tanto l’ha aiutata a salvarsi! poiché

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allora vedrà l’anima tutte le grazie, che le ha ottenute Maria, dalla quale poi si vedrà amorosamente abbracciata. Indi dalla stessa Regina sarà l’anima condotta a Gesù, che la riceverà come sposa e le dirà: «Veni de Libano, sponsa mea, veni, coronaberis» (Cant. 4. 8).Sposa mia, allegramente, son finite le lagrime, le pene e i timori; ricevi la corona eterna, ch’io t’ho acquistata col mio sangue. Gesù stesso poi la porterà a ricever la benedizione dal suo Padre divino, che abbracciandola la benedirà dicendole: «Intra in gaudium Domini tui» (Matth. 25. 21). Ella sarà11 beata della medesima beatitudine ch’Egli gode.

Affetti e preghiere

Ecco, mio Diopiedi vostri un ingrato, creato da Voi per lo paradiso, ma egli tante volte per miseri piaceri ve l’ha rinunziato in faccia, contentandosi d’esser condannato all’inferno. Ma spero che Voi già m’abbiate perdonato tutte l’ingiurie che v’ho fatto, delle quali sempre di nuovo mi pento, e voglio pentirmene sino alla morte; e voglio che sempre Voi di nuovo me le torniate a perdonare. Ma oh Dio, che benché Voi m’abbiate già perdonato, sempre non però sarà vero ch’io ho avuto l’animo di amareggiare Voi, mio Redentore, che per condurmi al vostro regno avete data la vita. Ma sia sempre lodata e benedetta la vostra misericordia, o Gesù mio, che con tanta pazienza m’avete sopportato; e in vece di castighi avete accresciute verso di me le grazie, i lumi e le chiamate. Vedo, caro mio Salvatore, che proprio mi volete salvo, mi volete nella vostra patria ad amarvi eternamente, ma volete ch’io prima v’ami in questa terra. Sì, che voglio amarvi. Ancorché non vi fosse paradiso, io voglio amarvi, finché vivo, con tutta l’anima, con tutte le mie forze. Mi basti il sapere che Voi, mio Dio, desiderate esser amato da me. Gesù mio, assistemi con la vostra grazia, non mi abbandonate. L’anima mia è eterna, dunque sto nella sorte o di amarvi, o di odiarvi in eterno? No, io in eterno voglio amarvi, e voglio amarvi assai in questa vita, per amarvi assai nell’altra. Disponete di me come vi piace, castigatemi qui come volete, non mi private del vostro amore, e poi fatene di me quel che vi piace. Gesù mio, i meriti vostri sono la speranza mia.

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O Maria, nella vostra intercessione io tutto confido. Voi m’avete liberato dall’inferno, quand’io stava in peccato; ora che voglio amar Dio, Voi mi avete da salvare e da far santo.

2 [14.] Davide) Davidde VR BR1 BR2.

3 [21.] II Cor., 12, 4: «Raptus est in paradisum: audivit arcana verba, quae non licet homini loqui».

4 [3.] està) estate VR BR1 BR2.

5 [5.] vedono) vedano VR BR1 BR2.

6 [7.] fiori) di fiori VR BR1 BR2.

7 [12.] S. BERNARDUS, De diversis, sermo 16, n. 7; PL 183, 582: «Ibi nihil deest; ecce abundantia qua impleatur humana cupiditas. Quae est ista copia, ubi nihil quod nolis sit, totum sit quod velis?»

8 [19.] ad incontro) incontro VR BR1 BR2.

9 [25.] ad incontro) incontro VR BR1 BR2.

10 [31.] conoscere) conoscer VR BR1 BR2.

11 [9.] Ella) E la farà ND1 VR ND3 BR1 BR2.

 

PUNTO II

Entrata che sarà l’anima nella beatitudine di Dio, «nihil est quod nolit», non avrà cosa più che l’affanni. «Absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum, et mors ultra non erit; neque luctus, neque clamor, neque dolor erit ultra; quia prima abierunt. Et dixit qui sedebat in throno: Ecce nova facio omnia» (Apoc. 21. 4).1 Nel paradiso non vi sono più infermità, non povertà, né incomodi: non vi sono più vicende di giorni e di notti, né di freddo o di caldo. Ivi è un continuo giorno sempre sereno, una continua primavera sempre deliziosa. Ivi non vi sono più persecuzioni o invidie; in quel regno d’amore tutti s’amano teneramente, e ciascuno gode del bene dell’altro come fosse suo. Non vi sono più timori, perché l’anima confermata in grazia non può più peccare e perdere il suo Dio. «Ecce nova facio omnia». Ogni cosa è nuova, ed ogni cosa consola e sazia. «Totum est quod velis». Ivi sarà contentata la vista, in rimirare quella città di perfetta bellezza: «Urbs perfecti decoris» (Thren. 2. 15).2 Che delizia sarebbe vedere una città, dove il pavimento delle vie fosse di cristallo, i palagi d’argento con i soffitti d’oro, e tutt’adorni di festoni di fiori? Oh quanto sarà più bella la città del paradiso! Che sarà poi vedere que» cittadini tutti vestiti alla regale, poiché tutti sono re, come parla S. Agostino:3 «Quot cives tot reges!» Che sarà veder Maria,

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che comparirà più bella che tutto il paradiso! Che sarà poi vedere l’Agnello divino, lo sposo Gesù! Santa Teresa4 appena vide una volta una mano di Gesu-Cristo, rimase5 stupida per tanta bellezza. Sarà contentato l’odorato con quegli odori, ma odori di paradiso. Sarà contentato l’udito colle armonie celesti. S. Francesco6 intese una volta da un angelo una sola arcata di viola, ed ebbe a morirne per la dolcezza. Che sarà sentir tutt’i santi e gli angeli cantare a coro le glorie di Dio! «In saecula saeculorum laudabunt te» (Ps. 83. 5). Che sarà udir Maria che loda Dio! La voce di Maria in cielo, dice S. Francesco di Sales,7 sarà come d’un uscignuolo8 in un bosco, che supera il

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canto di tutti gli altri uccellini, che vi sono. In somma ivi son tutte le delizie, che possono desiderarsi.

Ma queste delizie sinora considerate sono i minori beni del paradiso. Il bene che fa il paradiso è il sommo bene ch’è Dio. «Totum quod exspectamus (dice S. Agostino),9 duae syllabae sunt, Deus». Il premio che il Signore ci promette, non sono solamente le bellezze, le armonie e gli altri gaudi di quella città beata: il premio principale è Dio medesimo, cioè il vedere e l’amare Dio da faccia a faccia. «Ego ero merces tua magna nimis» (Gen. 15. 1).10 Dice S. Agostino11 che se Dio facesse veder la sua facciadannati, «continuo infernus ipse in amoenum converteretur paradisum» (Tom. 9. de Tripl. habit.). E soggiunge che se ad un’anima uscita da questa vita stesse ad eleggere o di veder Dio e star nelle pene dell’inferno, o pure di non vederlo ed esser liberata dall’inferno, «eligeret potius videre Dominum, et esse in illis poenis».12

Questo gaudio di vedere e amar Dio da faccia a faccia, da noi in questa vita non può comprendersi; ma argomentiamone qualche cosa dal saper13 per prima che l’amor divino è così dolce, che anche in questa vita è giunto a sollevar da terra non solo l’anime, ma ancora i corpi de» santi. S. Filippo Neri14 fu una volta rapito in aria con tutto lo scanno a cui s’afferrò. S. Pietro d’Alcantara15 fu anche alzato

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da terra abbracciato ad un albero svelto sin dalle radici. In oltre sappiamo che i santi martiri per la dolcezza dell’amor divino giubilavano negli stessi tormenti. S. Vincenzo mentr’era tormentato, parlava in modo (dice S. Agostino)16 che «alius videbatur pati, alius loqui». S. Lorenzo stando sulla graticola sul fuoco, insultava il tiranno: «Versa, et manduca»; sì, dice lo stesso S. Agostino,17 perché Lorenzo, «hoc igne (del divino amore) accensus non sentit incendium». In oltre, che dolcezze prova un peccatore in questa terra, anche in piangere i suoi peccati! Onde dicea S. Bernardo:18 «Si tam dulce est flere pro te, quid erit gaudere de te». Che suavità19 poi non prova un’anima, a cui nell’orazione se le scopre con un raggio di luce la divina bontà, le misericordie che l’ha usate e l’amore che l’ha portato e porta Gesu-Cristo! si sente allora l’anima struggere, e venir meno per l’amore. E pure in questa terra noi non vediamo Dio com’è: lo vediamo allo scuro. «Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem» (1. Cor. 13. 12). Al presente noi abbiamo una benda avanti gli occhi, e Dio sta sotto la portiera della fede, e non si fa da noi vedere; che sarà quando dagli occhi nostri si toglierà la benda, e s’alzerà la portiera, e vedremo Dio da faccia a faccia? vedremo quant’è bello Dio, quant’è grande, quant’è giusto, quant’è perfetto, quant’è amabile e quant’amoroso.

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Affetti e preghiere

Ah mio sommo bene, io sono quel misero, che vi ho voltate le spalle, ed ho rinunziato al vostro amore. Perciò non sarei più degno né di vedervi, né di amarvi. Ma Voi siete quegli,20 che per aver compassione di me, non avete avuto21 compassione di Voi, condannandovi a morir di dolore svergognato su d’un legno infame. La vostra morte dunque mi dà a sperare, che un giorno avrò da vedere e godere la vostra faccia, con amarvi allora con tutte le mie forze. Ma ora che sto in pericolo di perdervi per sempre, ora che mi trovo di avervi già perduto co» miei peccati, che farò nella vita che mi resta? seguiterò ad offendervi? No, Gesù mio, io detesto con tutto l’odio l’offese che v’ho fatte; mi dispiace sommamente di avervi ingiuriato, e v’amo con tutto il cuore. Discaccerete22 da Voi un’anima, che si pente e v’ama? No, già so quel che Voi avete detto, che non sapete, amato mio Redentore, discacciar niuno che viene pentitopiedi vostri: «Eum qui venit ad me, non eiiciam foras» (Io. 6. 37). Gesù mio, io lascio tutto, e mi converto a Voi; v’abbraccio, vi stringo al mio cuore; abbracciatemi e stringetemi al vostro Cuore ancora Voi. Ardisco di parlare così, perché parlo e tratto con una bontà infinita: parlo con un Dio, che si è contentato di morire per amor mio. Caro mio Salvatore, datemi perseveranza nel vostro amore.

Cara Madre mia Maria, per quanto amate Gesu-Cristo ottenetemi questa perseveranza. Così spero, così sia.

1 [9.] Apoc., 21, 45.

2 [19.] Thren., 2, 15: «Haeccine est urbs, dicentes, perfecti decoris, gaudium universae terrae?»

3 [24.] ANSALONE P., Esercizi spirituali o vero sollievo all’esercitante, disc. 15 del paradiso; Op. spir., II, Napoli 1721, 418: «Goderanno la compagnia di tanti beati, de» quali dice S. Agostino, quot socii, tot gaudia, ogni beato è una sorgiva di gioia… L’ambasciadore di Epiro venuto in Roma, ritornossene attonito dicendo: Vidi quot cives, tot reges, io ho veduto quanti cittadini romani, tanti re di corona; dicasi ciò con verità dei cittadini del cielo, quot cives, tot reges, ogni beato è re di corona». Il concetto riferito da s. Alfonso non manca in s. Agostino: Annotationes in Iob, c. 36; PL 34, 865. CSEL 28 (2), 588; Enarrat. in Ps. LXVII, nn. 2021; PL 36, 82526. CC 39, 88384, ecc. Il testo citato da Ansalone proviene dallo Ps. AUGUST., Liber de spiritu et anima, c. 57; PL 40, 82223: «Tantum enim unusquisque gaudebit de beatitudine alterius,

quantum de suo gaudio ineffabili; et quot socios habebit, tot gaudia habebit… Quotquot ibi sunt, dii sunt». L’autore di questo scritto è ALCHER. di Clairvaux (cfr. Glorieux, 27). Circa il tessalo Cinea, ministro del re Pirro, inviato nel 279 a Roma, vedi PLUTARCHUS, Vitae parallelae, Pyrrhus, XX, 6; I, Parisiis (Firmin-Didot), 471: «Ferunt Cineam, interim dum legationem obiret, operae pretium duxisse, uti in vitas Romanorum inspiceret et reipublicae virtutes cognosceret, habitis cum praestantissimis Romanorum sermonibus: eumque inter alia Pyrrho dixisse, Romanum senatum sibi regum multorum concilium visum fuisse; et de populi multitudine, vereri se, ne contra Lernaeam aliquam hydram sit pugnandum», ecc.

4 [2.] S. TERESA, Vita, c. 28; Opere spirit., I, Venezia 1643, 115: «Stando io un giorno in orazione, volle sua Maestà mostrarmi le sue mani, di così eccessiva bellezza che non potrei io esagerarlo… Indi a pochi giorni vidi anco quella divina faccia, che del tutto mi pare lasciommi assorta». Cfr. Libro de la vida, c. 28; Obras, I, Burgos 1915, 218. Stupida cioè presa da stupore.

5 [3.] rimase) e rimase NS7.

6 [5.] S. BONAVENTURA, Legenda S. Francisci, c. V, n. 11; Opera, VIII, Ad Claras Aquas 1898, 519: «Nocte enim quadam vigilante ipso et meditante de Domino, repente insonuit citara quaedam harmoniae mirabilis et suavissimae melodiae. Non videbatur aliquis… Spiritu in Deum directo, tanta fuit in illo dulcissimo carmine suavitate perfruitus, ut aliud se putaret saeculum commutasse».

7 [9.] S. FRANCESCO DI SALES, Trattato dell’amor di Dio, l. V, c. 11; Opere, II, Venezia 1748, 303, 305: «Così, Teotimo, fra tutti i cori degli uomini e quelli degli Angioli odesi la sovrana voce della SS. Vergine, che innalzata sopra di tutti dà maggiori lodi a Dio che tutto il resto delle creature… Quegli che avendo nel mattino udito lungamente nel vicino bosco un grazioso garrire di una gran quantità di ligurini, cardellini ed altri piccioli uccelletti, udendo finalmente un maestro rosignuolo che colla sua maravigliosa voce riempie con perfetta melodia l’aria e l’orecchie; senza dubbio preferisce questo canto solo boscareccio a tutti gli altri; così dopo essersi udite tutte le lodi che tante differenti creature danno l’une all’invito dell’altre al Creatore, ascoltandosi finalmente quelle del Salvatore, vi si ritrova una sicura infinità di meriti di valore e di soavità che trapassa ogni speranza, ed ogni attenzione di cuore». Cfr. Traité de l’amour de Dieu, l. V, c. 11; Oeuvres, IV, Annecy 1894, 292, 294.

8 [10.] uscignuolo) usignuolo BR1 BR2.

9 [5.] Opera S. Augustini, IX, Lugduni 1562, 746: «Et quid diximus? Deus, quid diximus? Duae istae syllabae sunt totum quod exspectamus». Cfr. S. AUGUST., In epist. Ioan. ad Parthos, tr. IV, n. 6; PL 35, 2009: «Quidquid dicimus quod dici non potest, quidquid volumus dicere, Deus vocatur. Et quod dicimus Deus, quid dicimus? Duae istae syllabae sunt tantum quod exspectamus».

10 [9.] Gen., 15, 1: «Ego protector tuus sum, et merces tua magna nimis».

11 [10.] Ps. AUGUSTINUS, De triplici habitaculo, c. IV; PL 40, 995: «Cuius faciem si omnes carcere inferni inclusi viderent, nullam poenam, nullum dolorem, nullamque tristitiam sentirent; cuius praesentia si in inferno cum sanctis habitatoribus appareret, continuo infernus in amoenum converteretur paradisum». È in Appendice delle opere di s. Agostino, ma non è autentico (cfr. Glorieux, 28).

12 [15.] GISOLFO P., op. cit., I, 537, attribuisce a s. Agostino il testo: «Si daretur optio damnatis, vel exire de illis poenis, et non videre, vel videre Deum in illis poenis? Eligerent potius videre Deum, et esse in illis poenis». Vedi pure Opera S. Thomae, opusc. LXIII de beatitudine, c. 3; XVII, Romae 1570, f. 100, col. 3: «In ea tana est delectatio, quod teste Augustino, si possent mali, mallent esse in poenis et Deum videre, quam esse extra poenas et Deum non videre». I critici rigettano come spurio quest’opuscolo: cfr. Opuscula theologica, I, Taurini 1954, XV.

13 [18.] saper) sapere VR BR1 BR2.

14 [20.] BACCI, Vita di S. Filippo Neri fiorentino, l. III, c. 1, nn. 1017; Bologna 1686, 192, ss.

15 [21.] MARCHESE F., Vita

di S. Pietro d’Alcantara, Venezia 1702, 7, 37, 53, 176, ecc. Cfr. Acta SS. Bolland., De S. Petro de Alcantara (die 19 oct.), 56, Parisiis 1865, 623, ss.

16 [4.] S. AUGUST., Sermo 270, n. 1; PL 38, 1254: «Tanta poena erat in membris, tanta securitas in verbis, tamquam alius torqueretur, alius loqueretur».

17 [6.] S. AUGUST, Sermo 303, n. 1; PL 38, 1394: «Denique flamma ustus, sed patientia tranquillus: Iam, inquit, coctum est; quod superest, versate me et manducate». Vedi anche il Sermo 206, n. 1; PL 39, 2127 (in Appendice delle opere di S. Agostino) si legge: «Hoc igitur igne etiam beatus Laurentius accensus, flammarum non sentit incendia» (cfr. Glorieux, 25).

18 [9.] Ps. BERNARDUS, Scala claustralium, c. VI, n. 7; PL 184, 479: «O Domine Iesu, si adeo dulces sunt istae lacrymae quae ex memoria et desiderio tui excitantur, quam dulce erit gaudium quod ex manifesta tui visione capietur? Si adeo dulce est flere pro te, quam dulce erit gaudere de te?» In Appendice delle opere di s. Bernardo, ma è di GUIGO II di Chartres (cfr. Glorieux, 71).

19 [10.] suavità) soavità VR BR1 BR2.

20 [4.] quegli) quello ND1 VR ND3 BR1 BR2 NS7: la correzione è autografa: «quegli» BM (1761).

21 [5.] avuto, om. NS7.

22 [13.] discaccerete) discaccierete BR1 BR2.

  • CONSIDERAZIONE XXIXDEL PARADISO

    • PUNTO III

 

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PUNTO III

In questa terra la maggior pena che affligge l’anime che amano Dio, e sono in desolazione, è il timore di non amare e di non essere amate da Dio. «Nescit homo, utrum amore an odio dignus sit» (Eccle. 9. 1). Ma nel paradiso l’anima è sicura ch’ella ama Dio, e ch’è amata da Dio; vede ch’ella è felicemente perduta nell’amor del suo Signore, e che “l Signore la tiene abbracciata come figlia cara, e vede che

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quest’amore non si scioglierà mai più in eterno. Accrescerà le beate fiamme all’anima il meglio conoscere che farà allora, quale amore è stato di Dio l’essersi fatto uomo, e morire per lei!1 quale amore l’istituzione del SS. Sagramento, un Dio farsi cibo d’un verme! Vedrà allora anche l’anima distintamente tutte le grazie che Dio le ha fatte in liberarla da tante tentazioni e pericoli di perdersi; ed allora vedrà che quelle tribolazioni, infermità, persecuzioni e perdite, ch’ella chiamava disgrazie e castighi di Dio, sono state tutte amore e tiri della divina provvidenza per condurla al paradiso. Vedrà specialmente la pazienza che ha avuta Dio in sopportarla dopo tanti peccati, e le misericordie che le ha usate, donandole tanti lumi e tante chiamate d’amore. Vedrà lassù di quel monte beato tante anime dannate nell’inferno per meno peccati de» suoi, ed ella si vedrà già salva, che possiede Dio, ed è sicura di non avere più a perdere quel sommo bene per tutta l’eternità.

Sempre dunque il beato goderà quella felicità, che per tutta l’eternità in ogni momento gli sarà sempre nuova, come se quel momento fosse la prima volta in cui la godesse. Sempre desidererà quel gaudio, e sempre l’otterrà: sempre contenta, sempre sitibonda: sempre sitibonda, e sempre saziata; sì, perché il desiderio del paradiso non porta pena, e “l possesso non porta tedio. In somma siccome i dannati sono vasi pieni d’ira, i beati sono vasi pieni di contento, in modo che non hanno più che desiderare. Dice S. Teresa2 che anche in questa terra, quando Iddio introduce un’anima nella cella del vino, cioè del suo divino amore, la rende felicemente ubbriaca, talmente ch’ella perde l’affetto a tutte le cose terrene. Ma in entrare in paradiso, oh quanto più perfettamente, come dice Davide,3 gli eletti «inebriabuntur ab ubertate domus tuae» (Ps. 35. 9). Allora avverrà che

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l’anima in vedere alla scoverta,4 e in abbracciarsi col suo sommo bene, resterà talmente inebriata d’amore, che felicemente si perderà in Dio, cioè affatto si scorderà di se stessa, e non penserà d’allora5 in poi che ad amare, a lodare e benedire quell’infinito bene, che possiede.

Quando dunque ci affliggono le croci di questa vita, confortiamoci a sopportarle pazientemente colla speranza del paradiso. S. Maria Egizziaca,6 dimandata in fine della sua vita dall’Abbate7 Zosimo,8 come avea potuto soffrire di vivere per tanti anni in quel deserto? Rispose: «Colla speranza del paradiso». S. Filippo Neri, essendogli offerta la dignità cardinalizia, buttò la berretta in aria dicendo: «Paradiso, paradiso». Fra Egidio Francescano9 in sentir nominare paradiso, era sollevato in aria per lo contento. Così parimenti ancora noi, quando ci vediamo angustiati dalle miserie di questa terra, alziamo gli occhi al cielo e consoliamoci, sospirando e dicendo: «Paradiso, paradiso».10 Pensiamo, che, se saremo fedeli a Dio, finiranno un giorno tutte queste pene, miserie e timori, e saremo ammessi in quella patria beata, dove saremo pienamente felici, mentre Dio sarà Dio. Ecco che ci aspettano i santi, ci aspetta Maria; e Gesù sta colla corona in mano, per renderci re11 di quel regno eterno.

Affetti e preghiere

Caro mio Salvatore, Voi mi avete insegnato a pregarvi: «Adveniat regnum tuum»:12 così dunque ora vi prego, venga il tuo regno

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nell’anima mia, sicché Voi la possediate tutta, ed ella possegga13 Voi sommo bene. O Gesù mio, Voi non avete niente risparmiato per salvarmi, e per acquistarvi il mio amore; salvatemi dunque, e la salute mia sia l’amarvi per sempre in questa e nell’altra vita. Io tante volte vi ho voltato le spalle, e con tutto ciò Voi mi fate sapere che non isdegnerete di tenermi abbracciato in paradiso per tutta l’eternità con tanto amore, come s’io non mai vi avessi offeso; ed io sapendo ciò potrò amare altri che Voi, vedendo che volete darmi il paradiso, dopo che tante volte m’ho meritato l’inferno? Ah mio Signore, non vi avessi mai offeso! Oh se tornassi a nascere, vorrei sempre amarvi! Ma il fatto è fatto. Or altro non posso che donare a Voi questa vita che mi resta. Sì, a Voi tutta la dono; tutto mi consagro al vostro amore. Uscite del mio cuore, affetti terreni, date luogo al mio Dio, che vuol possederlo tutto. Sì possedetemi tutto, o mio Redentore, mio amore, mio Dio. Da ogg’innanzi non voglio pensare che a compiacervi. Aiutatemi colla vostra grazia; così spero ai meriti vostri. Accrescete sempre più in me l’amor vostro e “l desiderio di darvi gusto. Paradiso, paradiso! Quando sarà, Signore, che vi vedrò da faccia a faccia? e mi abbraccerò con Voi, senza timore di avervi più a perdere? Ah mio Dio, tenetemi le mani sopra, acciocché non vi offenda più.

O Maria, quando sarà che mi vedròpiedi vostri in paradiso? Soccorretemi, Madre mia, non permettete ch’io mi danni e che vada a star lontano da Voi e dal vostro Figlio.

1 [3.] per lei) per noi ND1 VR ND3 BR1 BR2 NS7: abbiamo preferita la correzione autografa che si trova in BM (1761).

2 [23.] S. TERESA, Concetti dell’amor di Dio, c. VI; Op. spirituali, II, Venezia 1643, 191, 193: «Ma quello che dice la sposa è molto più, cioè l’introdurla insieme nella cantina, acciò possa di quivi uscirne senza misura più arricchita. Pare che il re non voglia lasciar di darle ogni cosa, ma che beva e mangi conforme al suo desiderio, e s’imbriachi bene, bevendo di tutti questi vini che si trovano nella cantina di Dio… Ordinò in me la carità. Ed è tanto ordinata che l’amore che portava al mondo, se le toglie via; e se le converte in odio, e quello che porta ai suoi parenti, resta in maniera che solo li ama in ordine a Dio». Cfr. Conceptos del amor de Dios, c. VI; Obras, IV, Burgos 1917, 258, 262.

3 [27.] Davide) Davidde VR BR1 BR2.

4 [1.] scoverta) scoperta VR BR1 BR2.

5 [3.] d’allora) da allora VR BR1 BR2.

6 [7.] Egizziaca) Egezziaca ND1 ND3; Egiziaca VR BR1 BR2.

7 [7.] Abbate) Abate VR BR1 BR2.

8 [7.] SOPRHRONIUS, Vita S. Mariae Aegyptiacae, c. 19; PL 73, 685: «Recordans enim de qualibus malis liberavit me Dominus, esca nutrior inconsummabili, et satietatis possideo epulas spem salutis meae». 345. BACCI, op. cit., l. II, c. 16, n. 6; Bologna 1686, 153: «All’istesso proposito, tre mesi prima che Filippo morisse, parlando in camera con Bernardino Corona… gli disse: Bernardino, il Papa mi vuol far cardinale, che te ne pare? Rispose il Corona ch’ei doveva accettare quella dignità, se non per altro almeno per far bene alla congregazione. All’ora il santo levando in alto la berretta e guardando il cielo disse: Paradiso, paradiso».

9 [10.] MARCO DA LISBONA, op. cit., p. I, l. VII, c. 11; Venezia 1582, 127: «Dicevano: Paradiso, fr. Egidio, paradiso! E in quel luogo dove sentiva queste parole restava in estasi».

10 [15.] S. Alfonso sul tema del paradiso compose una devota canzoncina, in ottonari, prima del 1740, intitolata: «Anima che sospira il paradiso»: cfr. O. GREGORIO, Canzoniere Alfonsiano, Angri 1933, 299300.

11 [19.] re) regi VR BR1 BR2.

12 [22.] Matth., 6, 10.

13 [1.] possegga) possieda VR BR1 BR2.

 

 

 

 

 

Pubblicato in I Novissimi
Sabato, 11 Gennaio 2014 01:30

Il Paradiso esiste!!

Testi biblici che ci aiutano a contemplare il santo Paradiso.

Isaia 6:1 Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio.

Isaia 6:2 Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava.

Isaia 6:3 Proclamavano l’uno all’altro:

«Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti.

Tutta la terra è piena della sua gloria».

Isaia 6:4 Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo.

Isaia 6:5 E dissi:

«Ohimé! Io sono perduto,

perché un uomo dalle labbra impure io sono

e in mezzo a un popolo

dalle labbra impure io abito;

eppure i miei occhi hanno visto

il re, il Signore degli eserciti».

Isaia 6:6 Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare.

Isaia 6:7 Egli mi toccò la bocca e mi disse:

«Ecco, questo ha toccato le tue labbra,

perciò è scomparsa la tua iniquità

e il tuo peccato è espiato».

Isaia 6:8 Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!».

Isaia 6:9 Egli disse: «Va» e riferisci a questo popolo:

Ascoltate pure, ma senza comprendere,

osservate pure, ma senza conoscere.

Ezechiele 1:1 Il cinque del quarto mese dell’anno trentesimo, mentre mi trovavo fra i deportati sulle rive del canale Chebàr, i cieli si aprirono ed ebbi visioni divine.

Ezechiele 1:2 Il cinque del mese — era l’anno quinto della deportazione del re Ioiachìn -

Ezechiele 1:3 la parola del Signore fu rivolta al sacerdote Ezechiele figlio di Buzì, nel paese dei Caldei, lungo il canale Chebàr. Qui fu sopra di lui la mano del Signore.

Ezechiele 1:4 Io guardavo ed ecco un uragano avanzare dal settentrione, una grande nube e un turbinìo di fuoco, che splendeva tutto intorno, e in mezzo si scorgeva come un balenare di elettro incandescente.

Ezechiele 1:5 Al centro apparve la figura di quattro esseri animati, dei quali questo era l’aspetto: avevano sembianza umana

Ezechiele 1:6 e avevano ciascuno quattro facce e quattro ali.

Ezechiele 1:7 Le loro gambe erano diritte e gli zoccoli dei loro piedi erano come gli zoccoli dei piedi d’un vitello, splendenti come lucido bronzo.

Ezechiele 1:8 Sotto le ali, ai quattro lati, avevano mani d’uomo; tutti e quattro avevano le medesime sembianze e le proprie ali,

Ezechiele 1:9 e queste ali erano unite l’una all’altra. Mentre avanzavano, non si volgevano indietro, ma ciascuno andava diritto avanti a sé.

Ezechiele 1:10 Quanto alle loro fattezze, ognuno dei quattro aveva fattezze d’uomo; poi fattezze di leone a destra, fattezze di toro a sinistra e, ognuno dei quattro, fattezze d’aquila.

Ezechiele 1:11 Le loro ali erano spiegate verso l’alto; ciascuno aveva due ali che si toccavano e due che coprivano il corpo.

Ezechiele 1:12 Ciascuno si muoveva davanti a sé; andavano là dove lo spirito li dirigeva e, muovendosi, non si voltavano indietro.

Ezechiele 1:13 Tra quegli esseri si vedevano come carboni ardenti simili a torce che si muovevano in mezzo a loro. Il fuoco risplendeva e dal fuoco si sprigionavano bagliori.

Ezechiele 1:14 Gli esseri andavano e venivano come un baleno.

Ezechiele 1:15 Io guardavo quegli esseri ed ecco sul terreno una ruota al loro fianco, di tutti e quattro.

Ezechiele 1:16 Le ruote avevano l’aspetto e la struttura come di topazio e tutt’e quattro la medesima forma, il loro aspetto e la loro struttura era come di ruota in mezzo a un’altra ruota.

Ezechiele 1:17 Potevano muoversi in quattro direzioni, senza aver bisogno di voltare nel muoversi.

Ezechiele 1:18 La loro circonferenza era assai grande e i cerchi di tutt’e quattro erano pieni di occhi tutt’intorno.

Ezechiele 1:19 Quando quegli esseri viventi si muovevano, anche le ruote si muovevano accanto a loro e, quando gli esseri si alzavano da terra, anche le ruote si alzavano.

Ezechiele 1:20 Dovunque lo spirito le avesse spinte, le ruote andavano e ugualmente si alzavano, perché lo spirito dell’essere vivente era nelle ruote.

Ezechiele 1:21 Quando essi si muovevano, esse si muovevano; quando essi si fermavano, esse si fermavano e, quando essi si alzavano da terra, anche le ruote ugualmente si alzavano, perché lo spirito dell’essere vivente era nelle ruote.

Ezechiele 1:22 Al di sopra delle teste degli esseri viventi vi era una specie di firmamento, simile ad un cristallo splendente, disteso sopra le loro teste,

Ezechiele 1:23 e sotto il firmamento vi erano le loro ali distese, l’una di contro all’altra; ciascuno ne aveva due che gli coprivano il corpo.

Ezechiele 1:24 Quando essi si muovevano, io udivo il rombo delle ali, simile al rumore di grandi acque, come il tuono dell’Onnipotente, come il fragore della tempesta, come il tumulto d’un accampamento. Quando poi si fermavano, ripiegavano le ali.

Ezechiele 1:25 Ci fu un rumore al di sopra del firmamento che era sulle loro teste.

Ezechiele 1:26 Sopra il firmamento che era sulle loro teste apparve come una pietra di zaffiro in forma di trono e su questa specie di trono, in alto, una figura dalle sembianze umane.

Ezechiele 1:27 Da ciò che sembrava essere dai fianchi in su, mi apparve splendido come l’elettro e da ciò che sembrava dai fianchi in giù, mi apparve come di fuoco. Era circondato da uno splendore

Ezechiele 1:28 il cui aspetto era simile a quello dell’arcobaleno nelle nubi in un giorno di pioggia. Tale mi apparve l’aspetto della gloria del Signore. Quando la vidi, caddi con la faccia a terra e udii la voce di uno che parlava.

Daniele 7:13 Guardando ancora nelle visioni notturne,

ecco apparire, sulle nubi del cielo,

uno, simile ad un figlio di uomo;

giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui,

Daniele 7:14 che gli diede potere, gloria e regno;

tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano;

il suo potere è un potere eterno,

che non tramonta mai, e il suo regno è tale

che non sarà mai distrutto.

Apocalisse 21:1 Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più.

Apocalisse 21:2 Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.

Apocalisse 21:3 Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini!

Egli dimorerà tra di loro

ed essi saranno suo popolo

ed egli sarà il «Dio-con-loro».

Apocalisse 21:4 E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;

non ci sarà più la morte,

né lutto, né lamento, né affanno,

perché le cose di prima sono passate».

Apocalisse 21:5 E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.

Apocalisse 21:6 Ecco sono compiute!

Io sono l’Alfa e l’Omega,

il Principio e la Fine.

A colui che ha sete darò gratuitamente

acqua della fonte della vita.

Apocalisse 21:7 Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;

io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.

Apocalisse 21:8 Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte».

Apocalisse 21:9 Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello».

Apocalisse 21:10 L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio.

Apocalisse 21:11 Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.

Apocalisse 21:12 La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele.

Apocalisse 21:13 A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte.

Apocalisse 21:14 Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

Apocalisse 21:15 Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura.

Apocalisse 21:16 La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono eguali.

Apocalisse 21:17 Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo.

Apocalisse 21:18 Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo.

Apocalisse 21:19 Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo,

Apocalisse 21:20 il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista.

Apocalisse 21:21 E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.

Apocalisse 21:22 Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio.

Apocalisse 21:23 La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

Apocalisse 21:24 Le nazioni cammineranno alla sua luce

e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza.

Apocalisse 21:25 Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,

poiché non vi sarà più notte.

Apocalisse 21:26 E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.

Apocalisse 21:27 Non entrerà in essa nulla d’impuro,

né chi commette abominio o falsità,

ma solo quelli che sono scritti

nel libro della vita dell’Agnello.

Apocalisse 22:1 Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello.

Apocalisse 22:2 In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.

Apocalisse 22:3 E non vi sarà più maledizione.

Il trono di Dio e dell’Agnello

sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno;

Apocalisse 22:4 vedranno la sua faccia

e porteranno il suo nome sulla fronte.

Apocalisse 22:5 Non vi sarà più notte

e non avranno più bisogno di luce di lampada,

né di luce di sole,

perché il Signore Dio li illuminerà

e regneranno nei secoli dei secoli.

Apocalisse 22:6 Poi mi disse: «Queste parole sono certe e veraci. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra breve.

Apocalisse 22:7 Ecco, io verrò presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro».

Apocalisse 22:8 Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. Udite e vedute che le ebbi, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che me le aveva mostrate.

Apocalisse 22:9 Ma egli mi disse: «Guardati dal farlo! Io sono un servo di Dio come te e i tuoi fratelli, i profeti, e come coloro che custodiscono le parole di questo libro. È Dio che devi adorare».

Apocalisse 22:10 Poi aggiunse: «Non mettere sotto sigillo le parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino.

 

Testi dal Catechismo e dalle opere dei santi sul Paradiso .

 

Testi del Catechismo della Chiesa Cattolica sul Paradiso

 

II. Il Cielo

 

1023 Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono «così come egli è» ( 1Gv 3,2 ), faccia a faccia: [Cf 1Cor 13,12; Ap 22,4 ] Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo… e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c’era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate…, anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale — e questo dopo l’Ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo — sono state, sono e saranno in cielo, associate al Regno dei cieli e al Paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l’essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura [ Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: Denz. –Schönm., 1000; cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49].

 

1024 Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata «il cielo». Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva. 

 

1025 Vivere in cielo è «essere con Cristo» [Cf Gv 14,3; Fil 1,23; 1Ts 4,17 ]. Gli eletti vivono «in lui», ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome: [Cf Ap 2,17 ]Vita est enim esse cum Christo; ideo ubi Christus, ibi vita, ibi regnum — La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c’è Cristo, là c’è la vita, là c’è il Regno [Sant’Ambrogio, Expositio Evangelii secundum Lucam, 10, 121: PL 15, 1834A].

 

1026 Con la sua morte e la sua Risurrezione Gesù Cristo ci ha «aperto» il cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della Redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui.

 

1027 Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» ( 1Cor 2,9 ). 

 

1028 A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando egli stesso apre il suo Mistero alla contemplazione immediata dell’uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa la «la visione beatifica»:Questa sarà la tua gloria e la tua felicità: essere ammesso a vedere Dio, avere l’onore di partecipare alle gioie della salvezza e della luce eterna insieme con Cristo, il Signore tuo Dio, … godere nel Regno dei cieli, insieme con i giusti e gli amici di Dio, le gioie dell’immortalità raggiunta [San Cipriano di Cartagine, Epistulae, 56, 10, 1: PL 4, 357B].

 

1029 Nella gloria del cielo i beati continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli altri uomini e all’intera creazione. Regnano già con Cristo; con lui «regneranno nei secoli dei secoli» ( Ap 22,5 ) [Cf Mt 25,21; Mt 25,23 ].

 

Seconda Lettura Dalle «Conferenze» di san Tommaso d’Aquino, sacerdote (Conf. sul Credo; Opuscula theologica 2; Torino 1954, pp. 216217)
Mi sazierò quando apparirà la tua gloria Quando saranno compiuti tutti i nostri desideri, cioè nella vita eterna, la fede cesserà. Non sarà più oggetto di fede tutta quella serie di verità che nel «Credo» si chiude con le parole: «vita eterna. Amen». La prima cosa che si compie nella vita eterna è l’unione dell’uomo con Dio. Dio stesso, infatti, è il premio ed il fine di tutte le nostre fatiche: «lo sono il tuo scudo, e la tua ricompensa sarà molto grande» (Gn 15,1). Questa unione poi consiste nella perfetta visione: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12). La vita eterna inoltre consiste nella somma lode, come dice il Profeta: «Giubilo e gioia saranno in essa, ringraziamenti e inni di lode» (Is 51,3). Consiste ancora nella perfetta soddisfazione del desiderio. Ivi infatti ogni beato avrà più di quanto ha desiderato e sperato. La ragione è che nessuno può in questa vita appagare pienamente i suoi desideri, né alcuna cosa creata è in grado di colmare le aspirazioni dell’uomo. Solo Dio può saziarlo, anzi andare molto al di là, fino all’infinito. Per questo le brame dell’uomo si appagano solo in Dio, secondo quanto dice Agostino: «Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è senza pace fino a quando non riposa in te». I santi, nella patria, possederanno perfettamente Dio. Ne segue che giungeranno all’apice di ogni loro desiderio e che la loro gloria sarà superiore a quanto speravano. Per questo dice il Signore: «Prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21); e Agostino aggiunge: «Tutta la gioia non entrerà nei beati, ma tutti i beati entreranno nella gioia. Mi sazierò quando apparirà la tua gloria»; ed anche: «Egli sazia di beni il tuo desiderio». Tutto quello che può procurare felicità, là è presente ed in sommo grado. Se si cercano godimenti, là ci sarà il massimo e più assoluto godimento, perché si tratta del bene supremo, cioè di Dio: «Dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 15,11). La vita eterna infine consiste nella gioconda fraternità di tutti i santi. Sarà una comunione di spiriti estremamente deliziosa, perché ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati. Ognuno amerà l’altro come se stesso e perciò godrà del bene altrui come proprio. Così il gaudio di uno solo sarà tanto maggiore quanto più grande sarà la gioia di tutti gli altri beati.

 

Il Paradiso

 

s. Alfonso de’ Liguori

 

Oh Dio, che dirà l’anima in entrare in quel regno beato! Immaginiamoci che muoia quella verginella, o quel giovine, ch’essendosi consagrato all’amore di Gesu-Cristo, arrivata la morte, lascia già questa terra. L’anima è presentata al giudizio, il giudice l’abbraccia e le dichiara ch’è salva. Le viene ad incontro l’Angelo Custode, e se ne rallegra; ella lo ringrazia dell’assistenza fattale, e l’Angelo poi le dice: Via su, anima bella, allegramente già sei salva, vieni a vedere la faccia del tuo Signore. Ecco l’anima già passa le nubi, le sfere, le stelle: entra nel cielo. Oh Dio, che dirà nel metter piede la prima volta in quella patria beata, e in dar la prima occhiata a quella città di delizie! Gli angeli e i santi le verranno ad incontro, e giubilando le daranno il benvenuto. Ivi che consolazione avrà in incontrarsi co» suoi parenti, o amici entrati già prima in paradiso, e co» suoi santi avvocati! Vorrà l’anima allora genuflettersi avanti di loro per venerarli, ma le diranno quei santi: «Vide ne faceris, conservus tuus sum» (Apoc. 22. 9). Indi sarà portata a baciare i piedi a Maria ch’è la Regina del paradiso. Qual tenerezza sentirà l’anima in conoscere di vista la prima volta quella divina Madre, che tanto l’ha aiutata a salvarsi! poiché allora vedrà l’anima tutte le grazie, che le ha ottenute Maria, dalla quale poi si vedrà amorosamente abbracciata. Indi dalla stessa Regina sarà l’anima condotta a Gesù, che la riceverà come sposa e le dirà: «Veni de Libano, sponsa mea, veni, coronaberis» (Cant. 4. 8). Sposa mia, allegramente, son finite le lagrime, le pene e i timori; ricevi la corona eterna, ch’io t’ho acquistata col mio sangue. Gesù stesso poi la porterà a ricever la benedizione dal suo Padre divino, che abbracciandola la benedirà dicendole: «Intra in gaudium Domini tui» (Matth. 25. 21). Ella sarà beata della medesima beatitudine ch’Egli gode.

 

Tutti i sensi saranno pienamente appagati in Paradiso

 

Entrata che sarà l’anima nella beatitudine di Dio, «nihil est quod nolit», non avrà cosa più che l’affanni. «Absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum, et mors ultra non erit; neque luctus, neque clamor, neque dolor erit ultra; quia prima abierunt. Et dixit qui sedebat in throno: Ecce nova facio omnia» (Apoc. 21. 4).1 Nel paradiso non vi sono più infermità, non povertà, né incomodi: non vi sono più vicende di giorni e di notti, né di freddo o di caldo. Ivi è un continuo giorno sempre sereno, una continua primavera sempre deliziosa. Ivi non vi sono più persecuzioni o invidie; in quel regno d’amore tutti s’amano teneramente, e ciascuno gode del bene dell’altro come fosse suo. Non vi sono più timori, perché l’anima confermata in grazia non può più peccare e perdere il suo Dio. «Ecce nova facio omnia». Ogni cosa è nuova, ed ogni cosa consola e sazia. «Totum est quod velis». Ivi sarà contentata la vista, in rimirare quella città di perfetta bellezza: «Urbs perfecti decoris» (Thren. 2. 15). Che delizia sarebbe vedere una città, dove il pavimento delle vie fosse di cristallo, i palagi d’argento con i soffitti d’oro, e tutt’adorni di festoni di fiori? Oh quanto sarà più bella la città del paradiso! Che sarà poi vedere que» cittadini tutti vestiti alla regale, poiché tutti sono re, come parla S. Agostino: «Quot cives tot reges!» Che sarà veder Maria, che comparirà più bella che tutto il paradiso! Che sarà poi vedere l’Agnello divino, lo sposo Gesù! Santa Teresa appena vide una volta una mano di Gesu-Cristo, rimase stupida per tanta bellezza. Sarà contentato l’odorato con quegli odori, ma odori di paradiso. Sarà contentato l’udito colle armonie celesti. S. Francesco intese una volta da un angelo una sola arcata di viola, ed ebbe a morirne per la dolcezza. Che sarà sentir tutt’i santi e gli angeli cantare a coro le glorie di Dio! «In saecula saeculorum laudabunt te» (Ps. 83. 5). Che sarà udir Maria che loda Dio! La voce di Maria in cielo, dice S. Francesco di Sales, sarà come d’un usignuolo in un bosco, che supera il

 

canto di tutti gli altri uccellini, che vi sono. In somma ivi son tutte le delizie, che possono desiderarsi.

 

Ma queste delizie sinora considerate sono i minori beni del paradiso. Il bene che fa il paradiso è il sommo bene ch’è Dio. «Totum quod exspectamus (dice S. Agostino), duae syllabae sunt, Deus». Il premio che il Signore ci promette, non sono solamente le bellezze, le armonie e gli altri gaudi di quella città beata: il premio principale è Dio medesimo, cioè il vedere e l’amare Dio da faccia a faccia. «Ego ero merces tua magna nimis» (Gen. 15. 1). Dice S. Agostino che se Dio facesse veder la sua faccia a» dannati, «continuo infernus ipse in amoenum converteretur paradisum» (Tom. 9. de Tripl. habit.). E soggiunge che se ad un’anima uscita da questa vita stesse ad eleggere o di veder Dio e star nelle pene dell’inferno, o pure di non vederlo ed esser liberata dall’inferno, «eligeret potius videre Dominum, et esse in illis poenis».

 

Questo gaudio di vedere e amar Dio da faccia a faccia, da noi in questa vita non può comprendersi; ma argomentiamone qualche cosa dal saper per prima che l’amor divino è così dolce, che anche in questa vita è giunto a sollevar da terra non solo l’anime, ma ancora i corpi de» santi. S. Filippo Neri fu una volta rapito in aria con tutto lo scanno a cui s’afferrò. S. Pietro d’Alcantara fu anche alzato da terra abbracciato ad un albero svelto sin dalle radici. In oltre sappiamo che i santi martiri per la dolcezza dell’amor divino giubilavano negli stessi tormenti. S. Vincenzo mentr’era tormentato, parlava in modo (dice S. Agostino) che «alius videbatur pati, alius loqui». S. Lorenzo stando sulla graticola sul fuoco, insultava il tiranno: «Versa, et manduca»; sì, dice lo stesso S. Agostino, perché Lorenzo, «hoc igne (del divino amore) accensus non sentit incendium». In oltre, che dolcezze prova un peccatore in questa terra, anche in piangere i suoi peccati! Onde dicea S. Bernardo: «Si tam dulce est flere pro te, quid erit gaudere de te». Che suavità poi non prova un’anima, a cui nell’orazione se le scopre con un raggio di luce la divina bontà, le misericordie che l’ha usate e l’amore che l’ha portato e porta Gesu-Cristo! si sente allora l’anima struggere, e venir meno per l’amore. E pure in questa terra noi non vediamo Dio com’è: lo vediamo allo scuro. «Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem» (1. Cor. 13. 12). Al presente noi abbiamo una benda avanti gli occhi, e Dio sta sotto la portiera della fede, e non si fa da noi vedere; che sarà quando dagli occhi nostri si toglierà la benda, e s’alzerà la portiera, e vedremo Dio da faccia a faccia? vedremo quant’è bello Dio, quant’è grande, quant’è giusto, quant’è perfetto, quant’è amabile e quant’amoroso. In questa terra la maggior pena che affligge l’anime che amano Dio, e sono in desolazione, è il timore di non amare e di non essere amate da Dio. «Nescit homo, utrum amore an odio dignus sit» (Eccle. 9. 1). Ma nel paradiso l’anima è sicura ch’ella ama Dio, e ch’è amata da Dio; vede ch’ella è felicemente perduta nell’amor del suo Signore, e che “l Signore la tiene abbracciata come figlia cara, e vede che quest’amore non si scioglierà mai più in eterno. Accrescerà le beate fiamme all’anima il meglio conoscere che farà allora, quale amore è stato di Dio l’essersi fatto uomo, e morire per lei! quale amore l’istituzione del SS. Sagramento, un Dio farsi cibo d’un verme! Vedrà allora anche l’anima distintamente tutte le grazie che Dio le ha fatte in liberarla da tante tentazioni e pericoli di perdersi; ed allora vedrà che quelle tribolazioni, infermità, persecuzioni e perdite, ch’ella chiamava disgrazie e castighi di Dio, sono state tutte amore e tiri della divina provvidenza per condurla al paradiso. Vedrà specialmente la pazienza che ha avuta Dio in sopportarla dopo tanti peccati, e le misericordie che le ha usate, donandole tanti lumi e tante chiamate d’amore. Vedrà lassù di quel monte beato tante anime dannate nell’inferno per meno peccati de» suoi, ed ella si vedrà già salva, che possiede Dio, ed è sicura di non avere più a perdere quel sommo bene per tutta l’eternità.

 

Sempre dunque il beato goderà quella felicità, che per tutta l’eternità in ogni momento gli sarà sempre nuova, come se quel momento fosse la prima volta in cui la godesse. Sempre desidererà quel gaudio, e sempre l’otterrà: sempre contenta, sempre sitibonda: sempre sitibonda, e sempre saziata; sì, perché il desiderio del paradiso non porta pena, e “l possesso non porta tedio. In somma siccome i dannati sono vasi pieni d’ira, i beati sono vasi pieni di contento, in modo che non hanno più che desiderare. Dice S. Teresa che anche in questa terra, quando Iddio introduce un’anima nella cella del vino, cioè del suo divino amore, la rende felicemente ubbriaca, talmente ch’ella perde l’affetto a tutte le cose terrene. Ma in entrare in paradiso, oh quanto più perfettamente, come dice Davide, gli eletti «inebriabuntur ab ubertate domus tuae» (Ps. 35. 9). Allora avverrà che  l’anima in vedere alla scoverta, e in abbracciarsi col suo sommo bene, resterà talmente inebriata d’amore, che felicemente si perderà in Dio, cioè affatto si scorderà di se stessa, e non penserà d’allora in poi che ad amare, a lodare e benedire quell’infinito bene, che possiede. Quando dunque ci affliggono le croci di questa vita, confortiamoci a sopportarle pazientemente colla speranza del paradiso. S. Maria Egiziaca, dimandata in fine della sua vita dall’Abbate Zosimo, come avea potuto soffrire di vivere per tanti anni in quel deserto? Rispose: «Colla speranza del paradiso». S. Filippo Neri, essendogli offerta la dignità cardinalizia, buttò la berretta in aria dicendo: «Paradiso, paradiso». Fra Egidio Francescano in sentir nominare paradiso, era sollevato in aria per lo contento. Così parimenti ancora noi, quando ci vediamo angustiati dalle miserie di questa terra, alziamo gli occhi al cielo e consoliamoci, sospirando e dicendo: «Paradiso, paradiso». Pensiamo, che, se saremo fedeli a Dio, finiranno un giorno tutte queste pene, miserie e timori, e saremo ammessi in quella patria beata, dove saremo pienamente felici, mentre Dio sarà Dio. Ecco che ci aspettano i santi, ci aspetta Maria; e Gesù sta colla corona in mano, per renderci re di quel regno eterno.

 

S. Caterina da Siena

 

Se tu raguardi di sopra in me, Vita durabile, nella natura angelica e nei cittadini che sono in essa {163r}

 

vita durabile, che in virtù del sangue dell’Agnello ànno avuto vita etterna, Io ò ordinato con ordine la

 

carità loro, ciò è che non ò posto che l’uno gusti pure il bene suo proprio nella beata vita che egli à da me e

 

non sia participato dagli altri. Non ò voluto così, anco è tanto ordinata e perfetta la carità loro, che il

 

grande gusta il bene del piccolo, e il piccolo del grande. Piccolo, quanto a misura; non che “l piccolo non

 

sia pieno come il grande, ogni uno nel grado suo, sì come in un altro luogo Io ti narrai. {DialXLI}

 

O quanto è fraterna questa carità! e quanto è unitiva in me e l’uno con l’altro, perché da me l’ànno e da me

 

la ricognoscono, con quel timore santo e di debita reverenzia, che vedendo loro s’affogano in me e in me

 

veggono e cognoscono la loro dignità nella quale Io gli ò posti. L’angelo si comunica con l’uomo cioè co»

 

l’anime dei beati, e i beati con gli angeli. Sì che ogni uno in questa dilezione della carità, godendo il bene

 

l’uno de l’altro, esultano in me con giubilo e allegrezza senza tristizia, dolce senza veruna amaritudine,

 

perché mentre che vissero e nella morte loro gustarono me per affetto d’amore nella carità del prossimo.

 

Chi l’à ordinato? La sapienzia mia con ammirabile e dolce providenzia.

 

CAPITOLO XLI

 

Così l’anima giusta che finisce in affetto di carità e legata in amore non può crescere in virtù venuto meno

 

il tempo, ma può sempre amare con quella dilezione che ella viene a me, e con quella misura l’è misurato.

 

{DialCXXXI/2672; DialCLXIV/1276-1326ss.} Sempre desidera me e sempre m’à, unde il suo desiderio

 

non è votio, ma avendo fame è saziato e saziato à fame; e dilonga è il fastidio dalla sazietà, e dilonga è la

 

pena dalla fame.

 

Nell’amore godono nell’eterna mia visione, participando quello bene che Io ò in me medesimo à

 

ognuno secondo la misura sua, cioè con quella misura dell’amore che essi sono venuti a me, con quella l’è

 

misurato. Perché sono stati nella carità mia e in quella del prossimo, ed uniti insieme colla carità comune

 

e con la particulare, che esce pure d’una medesima carità, godono ed esultano participando il bene l’uno

 

dell’altro con l’affetto della carità, oltre al bene universale che essi ànno tutti insieme. E con la natura

 

angelica godono ed esultano, co» quali i santi sono conlocati secondo le diverse e varie virtù le quali

 

principalmente ebbero nel mondo. Essendo legati tutti nel legame della carità, ànno una singulare

 

participazione con coloro con cui strettamente d’amore singulare s’amarono nel mondo, col quale amore

 

crescevano in {33r} grazia augmentando la virtù. L’uno era cagione all’altro di manifestare la gloria e

 

loda del nome mio in loro e nel prossimo. Sì che poi nella vita durabile non l’ànno perduto, anco l’ànno,

 

participando strettamente e con più abbondanzia l’uno con l’altro, aggiontolo all’universale bene.

 

{DialCXXXI/2658ss.}

 

E non vorrei però che tu credessi che questo bene particulare, il quale Io t’ò detto che essi ànno, l’avessero

 

solo per loro, però che non è così, ma è participato da tutti quanti i gustatori cittadini e diletti miei

 

figliuoli e da tutta la natura angelica. Unde, quando l’anima giogne a vita eterna, tutti participano il bene

 

di quella anima e l’anima del bene loro. Non che il vasello loro né il suo possa crescere, né che abbi

 

bisogno d’empirsi, però che egli è pieno e però non può crescere, ma ànno una esultazione con una

 

giocondità, uno giubilo, una allegrezza la quale si rinfresca in loro per lo cognoscimento che ànno trovato

 

in quella anima. Veggono che per mia misericordia ella è levata dalla terra con la plenitudine della grazia,

 

e così esultano in me, nel bene di quella anima, il quale à ricevuto per la mia bontà.

 

E quella anima gode in me e nell’anime e negli spiriti beati, vedendo e gustando in loro la dolcezza della

 

mia carità. I loro desideri sempre gridano dinanzi da me per la salvazione di tutto quanto il mondo;

 

perché la vita loro finì nella carità del prossimo, non l’ànno lassata, anco con essa passarono per la porta

 

de l’unigenito mio Figliuolo {Gv10/7} per lo modo che di sotto ti contierò. {DialLXXXIII/1806;

 

DialCXXXI/2652} Sì che vedi che con quello legame dell’amore in che finì la vita loro, con quello

 

permangono e dura sempre eternalmente.

 

Essi sono tanto conformati con la mia volontà che non possono volere se non quel che Io voglio, perché

 

l’arbitrio loro è legato nel legame della carità per sìffatto modo, che venendo meno il tempo alla creatura

 

che {35v} à in sé ragione, morendo in stato di grazia, non può più peccare. E in tanto è unita la sua

 

volontà con la mia che, vedendo il padre o la madre il figliuolo suo ne l’inferno, o il figliuolo la madre,

 

non se ne curano, anco sono contenti di vederli puniti, come nimici miei.

 

In niuna cosa si scordano da me; i desideri loro sono pieni. Il desiderio dei beati è di vedere l’onore mio in

 

voi viandanti, i quali sete peregrini che sempre corrite verso il termine della morte. Nel desiderio del mio

 

onore desiderano la salute vostra, e però sempre mi pregano per voi. Il quale desiderio è adempito da me

 

dalla parte mia, colà dove voi ignoranti non recalcitraste alla mia misericordia.

 

Ànno desiderio ancora di riavere la dota del corpo {Mt25/1430; Let79} loro e questo desiderio non gli

 

affligge, non avendolo attualmente, ma godono gustando per certezza che essi ànno d’avere il loro

 

desiderio pieno; non gli affligge, però che non avendolo non lo» manca beatitudine, e però non lo» dà pena.

 

E non ti pensare che la beatitudine del corpo dopo la resurrezione dia piú beatitudine all’anima. Che se

 

questo fusse seguiterebbe che infino che non avessero il corpo averebbero beatitudine imperfetta, la qual

 

cosa non può essere, però che in loro non manca alcuna perfezione. Sì che non è il corpo che dia

 

beatitudine all’anima, ma l’anima darà beatitudine al corpo: darà dell’abbondanzia sua, rivestita ne

 

l’ultimo dì del giudicio del vestimento della propria carne la quale lassò.

 

Come l’anima è fatta immortale, fermata e stabilita in me, così il corpo in quella unione diventa

 

immortale: perduta la gravezza è fatto sottile e leggiero. Unde sappi che “l corpo glorificato passerebbe per

 

lo mezzo del muro, né il fuoco né l’acqua non l’offenderebbe; non per virtù sua ma per la virtù dell’anima

 

{34r}, la quale virtù è mia, data a lei per grazia, e per amore ineffabile col quale Io la creai alla imagine e

 

similitudine mia.

 

L’occhio de l’intelletto tuo non è sufficiente a vedere, né l’orecchia a udire, né la lingua a narrare, né il

 

cuore a pensare il bene loro.{1Cor2/9}

 

O quanto diletto ànno in vedere me che so» ogni bene! O quanto diletto averanno essendo col corpo

 

glorificato! Il quale bene non avendo di qui al giudicio generale, non ànno pena, perché non lo» manca

 

beatitudine, però che l’anima è piena in sé. La quale plenitudine participarà il corpo, come detto t’ò.

 

Dicevoti del bene che avarebbe il corpo glorificato ne l’umanità glorificata de l’unigenito mio Figliuolo la

 

quale vi dà certezza della vostra resurrezione. Ine esultano nelle piaghe sue, le quali sono rimase fresche,

 

riservate le cicatrici nel corpo suo, le quali gridano continuamente misericordia a me, sommo ed eterno

 

Padre, per voi. Tutti si conformaranno con lui in gaudio e in giocondità, occhio con occhio e mano con

 

mano; con tutto quanto il corpo del dolce Verbo mio Figliuolo tutti vi conformarete. Stando in me starete

 

in lui, perché egli è una cosa con meco. Ma l’occhio del corpo vostro, come detto t’ò, si deletterà ne

 

l’umanità glorificata del Verbo unigenito mio Figliuolo.

 

Questo perché? Perché la vita loro finì nella dilezione della mia carità, e però lo» dura eternalmente. Non

 

che possano adoperare alcuno bene, ma godonsi quello che essi ànno portato, ciò è che non possono fare

 

alcuno atto meritorio per lo quale possino meritare, però che solo in questa vita si merita e pecca, secondo

 

che piace alla propria volontà, col libero arbitrio.

 

Costoro non aspettano con timore il divino giudicio, ma con allegrezza; e non lo» parrà la faccia del

 

Figliuolo mio terribile né piena d’odio, perché essi sono finiti in carità ed in dilezione di me e {34v}

 

benivolenzia del prossimo.

 

Sì che vedi che la mutazione della faccia non sarà in lui quando verrà a giudicare con la maiestà mia, ma

 

in coloro che saranno giudicati da lui. A» dannati apparirà con odio e con giustizia, ne» salvati con amore e

 

con misericordia.

 

CAPITOLO XLV

 

Òtti mostrato come essi si ingannano con uno disordinato timore e come Io so» lo Dio vostro che non mi

 

muovo, e che Io non so» accettatore delle creature ma del santo desiderio. E questo t’ò mostrato nella figura

 

dell’arbore la quale Io t’ò detta.

 

Ora ti voglio mostrare a cui le spine e triboli che germinò la terra per lo peccato fanno male, e a cui no. E

 

perché infino a ora ti ò mostrata la loro dannazione insiememente con la mia bontà, e òtti detto come essi

 

sono ingannati dalla propria sensualità, ora ti voglio dire come solo costoro sono quelli che sono offesi

 

dalle spine.

 

Veruno che nasca in questa vita passa senza fadiga, o corporale o mentale. Corporale la portano i servi

 

miei, ma la mente loro è libera, cioè che non sente fadiga della fadiga, perché à accordata la sua volontà

 

con la {38v} mia. La quale volontà è quella cosa che dà pena all’uomo. Pena di mente e di corpo portano

 

costoro i quali Io t’ò contiati, che in questa vita gustano l’arra dell’inferno, sì come i servi miei gustano

 

l’arra di vita eterna.

 

Sai tu quale è il più singulare bene che ànno i beati? è d’avere la volontà loro piena di quello che

 

desiderano. Desiderano me, e desiderando me essi m’ànno e mi gustano senza alcuna rebellione, però che

 

ànno lassata la gravezza del corpo, il quale era una legge che impugnava contra lo spirito. Il corpo l’era un

 

mezzo che non lassava cognoscere perfettamente la verità, né potevano vedermi a faccia a faccia perché il

 

corpo non lassava.

 

Ma poi che l’anima à lassato il peso del corpo la volontà sua è piena, perché desiderando di vedere me ella

 

mi vede, nella quale visione sta la vostra beatitudine. Vedendo cognosce e cognoscendo ama, e amando

 

gusta me, sommo ed eterno Bene; gustando sazia e adempie la volontà sua, cioè il desiderio che egli à di

 

vedere e cognoscere me. Desiderando à e avendo desidera e, come Io ti dissi, dilonga è la pena dal

 

desiderio, e’l fastidio dalla sazietà. {Ap7/1617}

 

Sì che vedi che i servi miei ricevono beatitudine principalmente in vedere e cognoscere me; la quale

 

visione e cognoscimento lo» riempie la volontà d’avere ciò che essa volontà desidera, e così è saziata. E

 

però ti dissi che, singularmente, gustare vita eterna era d’avere ciò che la volontà desidera. Ma sappi che

 

ella si sazia nel vedere e cognoscere me, come detto t’ò. In questa vita gustano l’arra di vita eterna,

 

gustando questo medesimo del quale Io t’ò detto ch’essi sono saziati.

 

Come ànno questa arra in questa vita? Dicotelo: in vedere la mia bontà in sé in cognoscere la mia verità; il

 

quale cognoscimento à lo “ntelletto illuminato in me, il quale è l’occhio dell’anima. Questo occhio {39r} à

 

la pupilla della santissima fede, il quale lume della fede fa discernere e cognoscere e seguitare la via e la

 

dottrina della mia Verità, Verbo incarnato. Senza questa pupilla della fede non vedrebbe se non come

 

l’uomo che à la forma dell’occhio, ma il panno à ricuperta la pupilla che fa vedere all’occhio. E così

 

l’occhio dell’intelletto: la pupilla sua è la fede la quale, essendovi posto dinanzi il panno della infedelità,

 

tratto dall’amore proprio di se medesimo, non vede; à la forma dell’occhio ma non il lume, perché esso se

 

l’à tolto. {Mt6/2223}

 

Sì che vedi che nel vedere cognoscono, e cognoscendo amano, e amando anniegano e perdono la volontà

 

loro propria.

 

Perduta la loro si vestono della mia, che non voglio altro che la vostra santificazione. E subito si dànno a

 

vollere il capo a dietro dalla via di sotto, e cominciano a salire per lo ponte e passano sopra le spine, e

 

perché sono calzati i piei dell’affetto loro con la mia volontà, non lo» fa male. {Ef6/11ss.} E però ti dissi

 

che sostenevano corporalmente e non mentalmente perché la volontà sensitiva è morta, la quale dà pena e

 

affligge la mente della creatura. Tolta la volontà è tolta la pena, ed ogni cosa portano con reverenzia,

 

reputandosi grazia d’essere tribolati per me, e non desiderano se non quello che Io voglio.

 

Se Io lo» do pena da parte delle dimonia, permettendolo» le molte tentazioni per provarli nelle virtù, sì

 

come Io ti dissi di sopra, {DialXLIII/750ss.} essi resistono con la volontà, la quale ànno fortificata in me,

 

umiliandosi e reputandosi indegni della pace e quiete della mente e reputandosi degni della pena; e così

 

passano con allegrezza e cognoscimento di loro senza pena affliggitiva.

 

Se ella è tribolazione dagli uomini, o infermità, o povertà, o mutamento di stato nel mondo, o privazione

 

di figliuoli o dell’altre creature le quali molto amasse, le quali tutte sono spine che germinò la terra dopo il

 

{39v} peccato, tutte le porta col lume della ragione e della fede santa, raguardando me che so» somma

 

bontà e non posso volere altro che bene; e per bene le concedo, per amore e non per odio.

 

E cognosciuto che ànno l’amore in me, ed essi raguardano loro, cognoscendo i loro difetti; e veggono col

 

lume della fede che “l bene debba essere remunerato e la colpa punita. Ogni piccola colpa veggono che

 

meriterebbe pena infinita, perché è fatta contra me che so» infinito Bene, e recansi a grazia che Io in

 

questa vita gli voglia punire, e in questo tempo finito. E così insiememente scontiano il peccato con la

 

contrizione del cuore, e con la perfetta pazienza meritano, e le fadighe loro sono remunerate di bene

 

infinito.

 

Poi cognoscono che ogni fadiga di questa vita è piccola per la piccolezza del tempo: il tempo è quanto una

 

punta d’aco e non più, e passato il tempo è passata la fadiga, adunque vedi che è piccola. Essi portano con

 

pazienzia, e passano le spine attuali e non lo» toccano il cuore, perché il cuore loro è tratto di loro per

 

amore sensitivo, e posto e unito in me per affetto d’amore.

 

Bene è dunque la verità che costoro gustano vita eterna ricevendo l’arra in questa vita; e stando nell’acqua

 

non si immollano, passando sopra le spine non si pungono, come detto t’ò, perché ànno cognosciuto me,

 

sommo Bene, e cercatolo colà dove egli si truova, cioè nel Verbo de l’unigenito mio Figliuolo.

 

Paradiso s Metilde

 

CAPITOLO I

 

L’ANIMA DELLA BADESSA

 

GERTRUDE SORELLA DI METILDE.

 

Metilde, piena di tenerezza per gli afflitti, si ricordava davanti al Signore non solo dei vivi, ma anche dei defunti, ai quali applicava i suoi devoti suffragi. Più volte dunque, pregando per varie anime che non avevano più bisogno di soccorso, le furono dal misericordioso Signore manifestati i loro meriti e la loro gloria.

 

Un giorno in cui si cantava la messa per i defunti, quella divota vergine, in azione di grazie recitava per l’anima di sua sorella la badessa Gertrude di felice memoria, la serie dei responsori della Santa Trinità. Avendo ella già visto altre volte quell’anima nella gloria, il Signore le disse: “La rivedresti tu volentieri ancora?”

 

D’un tratto, sua sorella le apparve portando sul corpo un velo di candidissimo lino splendente di luce. Metilde le domandò cosa significasse questo velo, e la defunta rispose: “Rappresenta la vita che ho menata nel chiostro, tutti i fili di cui è tessuto sono dalla Divinità penetrati di gloria e di splendore”.

 

Tali parole fecero intendere a Metilde che non si osserva nessuna buona pratica per divozione o per fedeltà alle regole del proprio stato, che non venga raccolta dalla memoria del Signore per darne all’anima una ricompensa speciale.

 

E la tua corona dov’è?” ripigliò Metilde. “La mia corona, rispose quella anima beata, è talmente gloriosa che dalla terra s’innalza sino al trono di Dio, e raggiunge i confini del mondo. Incomincia su la terra dove agli uomini lasciai la mia memoria ed i miei esempi; sale sino al trono di Dio, perché le mie virtù procurano a Dio onore e lode, ed in pari tempo rallegrano tutti i Santi; abbraccia pure le quattro parti del mondo, perché la mia vita ha: giovato a tutta la Chiesa e le sarà di vantaggio sino alla fine dei secoli”.

 

Metilde l’interrogò sopra un punto che era oggetto delle loro preghiere quando era ancor vivente, e l’anima rispose: “La mia preghiera è ormai più efficace, più utile e più fruttuosa che durante la mia vita”. E dimostrando Metilde qualche sorpresa nell’udire queste parole, la beata soggiunse: “È così, perché 1a preghiera del giusto, anche dopo la sua morte, né perisce né muore mai. La preghiera che avrà implorato la salvezza dei peccatori conserverà il suo valore anche dopo la morte di chi l’ha fatta. Così pure di tutte le altre preghiere”.

 

Questo è conforme a ciò che si legge nel secondo libro dei Maccabei, dove si vede che il Sommo Sacerdote Onia, comparve col profeta Geremia a Giuda Maccabeo e indicando Geremia gli disse: Ecco colui che prega per tutto il popolo (II Mach., XV, 14). È certo che l’anima di Geremia allora era nel Limbo. Ma colui che, durante la sua vita, come un vero sacerdote del Signore aveva propiziato il Signore con le sue preghiere per il popolo, veniva mostrato dopo la sua morte come intercessore a favore di quello.

 

Donde si può concludere che se uno sapesse dare ai propri desiderii un’intenzione che si estendesse a tutti i secoli, vale à dire se desiderasse per l’amore e la gloria di Dio, di vivere sino alla fine del mondo nella preghiera, nel lavoro e nella sofferenza per soccorrere i vivi e le anime del purgatorio, sicuramente Dio accetterebbe un tal voto come l’atto medésimo.

 

CAPITOLO II

 

LE ANIME BEATE OFFRONO A DIO

 

LE PREGHIERE CHE VENGONO RECITATE PER LORO

 

Un’altra volta, mentre la Comunità si accostava alla Comunione, là Santa vide di nuovo l’anima di sua sorella tutta risplendente di bellezza, la quale stava alla destra di Dio e dal Signore riceveva tanti baci quanti erano le persone che ricevevano il Corpo del Signore. Questo esprimeva il merito particolare che quell’anima aveva acquistato col promuovere nelle Suore la frequenza alla Santa Comunione.

 

Considerando un tale spettacolo con gaudio ed ammirazione, Metilde volle sapere se il Sacerdote acquisti qualche merito nel distribuire il Corpo di Cristo. — “Se un semplice soldato, rispose il Signore, portasse ai Principi della Corte il figlio unico del Re, e che il Bambino reale da ciascuno di quei Principi ricevesse cento monete; quel soldato certo si arricchirebbe, quando riportando il figlio del Re da questo ricevesse in dono quel denaro offerto dai Principi. Così pure si accresce il merito del Sacerdote il quale, con divozione e santa gioia, distribuisce ai fedeli il Sacramento del Corpo di Gesù Cristo”.

 

Dopo, la Santa disse a sua sorella: “Dimmi, sorella diletta, qual vantaggio ricevi tu quando poi recitiamo per te i responsori della Santa Trinità od altre preghiere?” L’anima rispose: “Io ricevo tutte le parole delle vostre labbra sotto forma di rose che offro con gioia al mio diletto”. Poi mostrando a Metilde nelle pieghe del suo mantello bellissime rose che nel loro centro avevano una foglia d’oro, le disse: — “Questa foglia d’oro è quella del cuore, cioè della carità che dà valore alla preghiera. E non è forse più per carità che per dovere che mi fate questa offerta?”

 

Ma che avviene, ripigliò Metilde, delle offerte fatte ai Santi?”

 

Le ricevono, rispose l’anima, con gioia e parimenti le presentano al Signore. Offrireste voi ai Santi anche un solo Pater con l’intenzione di darne se fosse possibile altrettanto a ciascuno, che questo unico Pater lo accetterebbero tutti come se fosse stato particolarmente recitato per ciascuno di loro in particolare”.

 

DELL» ANIMA DELLA PIA EREMITA YSENTRUDA.

 

La Santa conobbe ancora come l’anima di Ysentruda fosse passata a Dio. Le parve che tutti i cori degli Angeli le facessero un corteo di gloria e di amore, perché era particolarmente degna di essere loro associata e come assimilata. Essa, infatti, erasi resa simile agli Spiriti angelici per l’umile ed affettuosa cura con cui accoglieva quelli che la visitavano. Aveva imitato gli Arcangeli per la sua familiarità con Dio; le Virtù per la pratica vigorosa del bene, peri buoni esempi, anzi per uno zelo talmente ardente che parecchie persone si erano convertite per le sue veementi esortazioni. Aveva ancora portato la somiglianza dei Principati, delle Potestà e delle Dominazioni per il suo coraggio e la sua potenza contro i demonii ed i vizi, per il rispetto e l’amore che portava all’immagine di Dio impressa in ogni uomo e che nell’anima propria ella aveva conservata senza macchia; per le preghiere ferventi ed orazioni che offriva a Dio giorno e notte.

 

Era stata persino una degna emula degli spiriti degli Ordini più elevati; Dio, infatti, trovava nell’anima di lei un delizioso riposo mentre essa possedeva la pienezza della conoscenza di Dio e nutriva per Lui un amore estremamente ardente.

 

La Beata Vergine Maria e Giovanni l’Evangelista presentarono dunque quell’anima davanti al trono della gloria.

 

Nostro Signore Gesù Cristo l’accolse nei suoi abbracci, la condusse davanti a Dio Padre e in onore della sua sposa con una voce melodiosa, cantò: “Haec est quae nescivit thorum in delicto , etc., Ecco quella che non conobbe il matrimonio. Ecco quella che mi ha amato con tutto il suo cuore e con tutte le sue forze. Ecco quella che si è attaccata a me con tutta la purezza dell’anima sua”. Su la corona della beata, la Passione di Cristo cui era tanto divota, l’amore e la castità brillavano con un particolare splendore il quale si diffondeva sopra tutte le sue virtù ed i suoi ornamenti.

 

CAPITOLO VI

 

DI UNA SUORA INFERMA

 

Una suora che in tutti i giorni della sua vita aveva devotamente servito Dio nella santa Religione, cadde ammalata. Metilde, mentre invocava il Signore per lei, ne vide l’anima come inginocchiata davanti al Signore, il quale le mostrava le sue rosseggianti piaghe, e quella le salutava con la seguente preghiera che la Santa non conosceva: O salutari piaghe del mio carissimo amante Gesù Cristo, Salvete, Salvete! Salvete nella onnipotenza del Padre che vi ha volute, nella sapienza del Figlio che vi ha sofferte; nella benignità dello Spirito Santo che, per mezzo di Voi, ha compiuto l’opera della nostra redenzione!1

 

Mentre quella suora stava per ricevere l’estrema Unzione e la Comunità si era radunata attorno al suo letto, Metilde vide due angeli che portavano ciascuno una vaschetta piena d’acqua; questa significava la misericordia e la verità, nelle quali l’anima doveva lavarsi da ogni macchia, secondo queste parole: La misericordia e la verità cammineranno davanti alla vostra faccia. (Ps.; LXXXVIII, 15).

 

Vennero ancora quattro Angeli, i quali sospesero sopra il letto un drappo rosso, per simboleggiare il merito e la dignità che quella suora doveva ricevere dopo la sua morte; perché fin tanto che l’anima è rinchiusa nel suo involucro mortale, non può conoscere la gloria di cui sarà da Dio coronata in cielo.

 

Tuttavia. Metilde era triste perché in questa scena non compariva il suo Diletto. A lei non bastava per la sua consolazione la presenza degli Angeli; con l’occhio del cuore, da ogni parte ella cercava Colui che era l’unico oggetto del suo amore.

 

D’un tratto, il Signore comparve nel mezzo della stanza, rivestito d’un abito bianco ornato di scudi d’oro; il color bianco indicava la purezza dell’ammalata, e gli scudi la sua pazienza inalterabile nei dolori e nelle infermità. Il Signore aveva scelto queste vesti per onorare le virtù della sua sposa.

 

Metilde vide che il Signore stava presso l’inferma al posto del Sacerdote. La Beata Vergine Maria sedeva in capo alletto; e mentre il Sacerdote recita,va le Litanie dei Santi, il Signore tre volte fece su l’inferma il segno della Croce dicendo: “Ti benedico per la sanità dell’anima tua, e per la santificazione del tuo corpo”.

 

La Beata Vergine Maria, quando nelle litanie si pronunciò il suo nome, sollevò l’inferma dicendo: “Ecco, o Figlio mio, questa sposa che offro ai vostri eterni abbracci”. E ognuno dei Santi, all’invocazione del proprio nome, piegava il ginocchio onde intercedere per lei. Poi esultando formarono tutti come una corona, girando attorno alletto; e le Vergini camminavano per le prime presso il Signore. Quando le unzioni furono terminate, il Signore disse alla Madre sua: “A Voi l’affido perché la presentiate immacolata al mio cospetto”.

 

Frattanto l’ora del beato tramonto si avvicinava; quando l’inferma fu agli estremi, la Santa, piena di compassione, raddoppiò di fervore nelle sue preghiere e vide arrivare un innumerevole esercito di Santi. I Santi Martiri si posero in fila presso il capo del: l’ammalata; erano rivestiti di porpora, portavano degli scudi perfino sui loro abiti, e dicevano a vicenda: “Agitiamo i nostri scudi”. Un tal rumore di armi produsse un’armonia così soave che i dolori dell’inferma si cangiarono in allegrezza.

 

Gesù. il Diletto di quell’anima, stava ancora vicino al letto, e la Madre sua a lato di Lui; allora quell’anima beata, liberata dai vincoli della carne, volò con grande letizia nelle braccia delta Vergine Madre. Liberata da ogni dolore, se n’andava a ricevere la corona eterna. La Vergine Maria la offrì subito al suo divin Figlio, il quale con ineffabile tenerezza, l’accolse nelle sue braccia, e la fece riposare sul proprio seno sino alla celebrazione della messa in cui venne offerta la vittima pasquale.

 

Il Signore intanto aveva raccomandato alla divota vergine che vedeva tutte queste cose, di far cantare al più presto la messa per quell’anima; e così fu fatto, poiché la messa venne celebrata prima dell’Ora di Prima.

 

Il Signore, in onore della sua nuova sposa, aveva preso un abito bianco sfarzoso, tutto ornato di aquile ricamate. Il color bianco significava la purezza e la carità della defunta; le aquile, la sua anima contemplativa.

 

Dal principio della messa, sembrò che celebrasse Gesù Cristo medesimo, sommo Sacerdote e vero Pontefice, Si vedeva su l’altare un tesoro di infinite ricchezze ed era il. complesso delle opere compiute su la terra dal Figlio di Dio per la salvezza del genere umano, Egli offrì al Padre suo questo tesoro onde supplire ai meriti di quell’anima.

 

La gloriosa Vergine Maria la condusse, ella medesima, presso l’altare, dopo di averle consegnato un cofanetto di oro nel quale aveva rinchiuso le sue proprie virtù ed opere sante. le quali, sopraggiunte a quelle praticate dall’anima, ne coprivano tutti i difetti e le imperfezioni.

 

Al Vangelo, il Signore prendendo quell’anima per mano le disse: “Io ti prometto, diletta mia, che il tuo corpo il quale fu consacrato tutt’intero al mio servizio, risusciterà glorioso nell’ultimo giorno”.

 

Ornata come una sposa, quell’anima beata portava al dito un anello di cui la gemma rappresentava la testa di un uomo; uno splendore meraviglioso dava al suo cuore la trasparenza di uno specchio; ma quando il divino Agnello Pasquale venne offerto per lei, dal Cuore di Dio uscì una luce più possente ancora che tutta l’avvolse e la tolse agli sguardi di Metilde. Irradiata in. quel modo dalla luce della Divinità, riempita della ineffabile dolcezza dello Spirito Santo, arricchita di tutti doni celesti, quell’anima beata. diveniva un solo spirito con Dio per il vincolo di un indissolubile sposalizio.

 

Mentre si portava il corpo alla sepoltura, Metilde sentì risuonare il canto armonioso dei Santi che onoravano le esequie di quella sposa del Re immortale. Essi cantavano:“Tu sei beata e tutto va bene per te, eletta sposa di Cristo: tu avrai parte in eterno al gaudio dei Santi ed all’allegrezza degli Angeli”.

 

Davanti al corpo, splendevano torre ardenti dalle larghe fiamme, simbolo delle opere che quella suora aveva compiute per grazie di Dio e che l’avevano preceduta nell’eternità. Poi il Re dei Re e supremo Signore, accolse la sua sposa e strettamente l’abbracciò: ma ella sapendo in qual modo poteva disporre di quel Dio che si abbandonava al suo potere, prese la mano del Signore e lo condusse a benedire la Congregazione.

 

In questo modo adunque il Signore lietamente trasportò la sua diletta, scortata dal glorioso esercito dei Santi, sin nelle celesti regioni. Metilde vide quell’anima in presenza dell’adorabile Trinità, dove brillava con un indicibile splendore. Il Signore si chinava verso di lei come per darle il bacio, ma non glielo dava; e siccome Metilde ne rimaneva sorpresa, il Signore gliene spiegò il motivo dicendo: “Il bacio significa la pace; in cielo non si dà perché è il soggiorno della pace eterna; quindi l’anima beata non ha bisogno del bacio di pace”.

 

Poi il Signore disse a quell’anima gloriosa: “Alzati, e vieni, come una figlia prediletta, a precipitarti nelle braccia di tuo Padre”. Essa obbedì subito con allegrezza, e il Signore ripigliò: “Questo abbraccio significa l’unione con cui l’anima è sempre a me congiunta per un indissolubile vincolo d’amore”.

 

CAPITOLO VII

 

DELLANIMA DI FRA N. DEI PREDICATORI

 

Negli otto giorni che seguirono la morte di Fra N., dell’Ordine dei Predicatori, intimo e fedele amico del Monastero, la Santa venne illuminata intorno all’anima di lui. Questo religioso durante la messa le apparve in alto, e sembrava portare calzature così ammirabilmente ricamate che Metilde provava un vivo desiderio di ottenere qualche cosa di tali ornamenti. Ed egli le disse: “Ricevi la perla della sapienza”, Quelle calzature simboleggiavano i faticosi viaggi che quel religioso aveva fatti per predicare la parola di Dio.

 

Quando si giunse all’Offertorio della messa, la Santa udì una voce che diceva: “Sono aperte le porte del cielo”; e le parve di vedere una porta immensa che d’un tratto si aprì e per la quale l’anima di quel religioso entrò con allegrezza.

 

Il Signore con le mani distese venne incontro a quell’anima beata, l’accolse nelle sue braccia e la condusse sino al trono della gloria, dove la rivestì di un meraviglioso splendore che niuna lingua umana potrebbe descrivere; alle mani le mise guanti bianchissimi, e ai piedi calzature più belle e più brillanti ancora delle prime, dicendo: “Portate subito la prima delle vesti”; ora questa veste Dio l’aveva formata di sé medesimo.

 

Ecco come la Santa intese che Dio riveste l’anima: su la terra Dio è l’autore e il distributore di ogni grazia, e in cielo Egli stesso è l’ornamento, la gloria e la sovrabbondante ricompensa dei Beati; di sé medesimo li orna e li premia per tutte le opere buone e le virtù che hanno praticate su la terra.

 

A quel religioso venne inoltre messa in capo una grande corona di orò rosso ornata di finissime perle. Nel ricevere questa corona quell’anima beata si prostrò ai piedi del Signore rendendo grazie e confessando che tutti questi doni li riceveva unicamente dalla divina bontà e non in virtù dei suoi propri meriti.

 

Metilde desiderò sapere qual merito avesse acquistato quel religioso nell’apprezzare con un cuore fedele il dono di Dio in Suor M. Ed ella vide uscire dal divin Cuore come una corrente che si riversò su quell’anima beata e conobbe che questa medesima corrente si portava parimenti verso tutte le anime che amano i doni di Dio negli altri, benché non ne ricevano di simili. Subito Suor M. le apparve piena d’immensa gioia, circondata di luce e di gloria. La Santa, nella sua ammirazione, le disse: “Fatemi conoscere qualche cosa dei vostri ornamenti”; ma quella rispose: “Tu non potresti intenderne nulla, perché gli ornamenti che porto adesso sono più numerosi dei fili che vi sono in un vestito ordinario e sono un dono del Signore mio Sposo”. Da queste parole, la Santa conobbe che i Santi non si attribuiscono nulla dei propri meriti, ma che alla grazia ed alla misericordia di Dio fanno risalire tutto il premio e tutta la gloria che possiedono.

 

DELLANIMA DEI FRATI

 

ALBERTO E TOMMASO, DEI PREDICATORI

 

Metilde vide che le anime di don Alberto e di fra Tommaso2, d’illustre memoria erano penetrate nei cieli, come Principi di alta nobiltà. Ciascuna aveva davanti a sé due angeli che portavano fiaccole ed appartenevano, l’uno al coro dei Serafini, l’altro a quello dei Cherubini. Il Cherubino indicava che su la terra essi erano stati illuminati dalla scienza divina; il Serafino, che erano stati accesi di ardente amore, non solo per Dio ma pure per quella conoscenza e quella intelligenza che amavano come il più prezioso dei doni divini.

 

Quando furono arrivati davanti al trono di Dio, tutte le parole dei loro scritti apparvero su le loro vesti in lettere d’oro; la luce della Divinità le faceva tutte brillare come l’oro sotto i raggi di un sole cocente ed ogni parola, a sua volta, rinviava su la Divinità un magnifico riflesso. Una dolcezza inesprimibile scorreva pure da quelle parole anche su le loro membra per aumentare il gaudio delle loro anime. Non v’era neppure una parola tra quelle che trattavano della Divinità e dell’Umanità di Gesù Cristo che non procurasse loro una gloria particolare e non sembrasse conferir loro una sorta di rassomiglianza con la Divinità. Così pure le loro spiegazioni su la gloria e la felicità degli Angeli, su le parole dei Profeti e degli Apostoli, sul trionfo dei Martiri. sul merito di tutti i Santi, riproducevano a loro favore la gloria degli uni e degli altri; perciò si vedevano in quei Dottori risplendere la chiarezza degli Angeli, i meriti dei Profeti, la dignità sovreminente degli Apostoli, la trionfante gloria dei Martiri, la dottrina dei Santi Confessori, e infine la glorificazione di tutti i Santi.

 

DELLANIMA DI UN ALTRO

 

CONTE BERNARDO MORTO IN ETÀ DI DICIANNOVE ANNI

 

L’indomani del giorno in cui morì il Conte Bernardo di felice memoria, questa divota vergine, stando in orazione, lo vide prostrato ai piedi del Signore, nell’atto di versare abbondanti lacrime, perché negli ultimi momenti si era pentito per timore piuttosto che per amore di Dio. Egli piangeva pure perché non aveva mai-versato lagrime d’amore. Metilde compresa da compassione per una tale tristezza, pregò il Signore che volesse dare a quest’anima come rimedio e supplemento. tutte le lagrime che il suo innocente amore gli aveva fatto versare su la terra. Il Signore si degnò di esaudire questa prece, e il defunto ne provò gran sollievo.

 

Ma Metilde disse al Signore: “Perché l’avete voi tolto, o mio Signore, con una morte prematura, mentre avendo uno spirito così buono e devoto, avrebbe fatto tanto bene se fosse vissuto più a lungo?

 

Non sai, rispose il Signore, che le opere buone fatte in istato di peccato mortale noli hanno nessun valore?”

 

Ella ripigliò: “E che. serve adunque che ora egli sia lodato dagli uomini per la sua bontà, per le sue qualità e per i suoi modi eleganti?”

 

Il Signore disse: “Ogni volta che gli uomini su la terra lodandomi celebrano l’innocenza della sua vita, tutti i Santi mi rendono un particolare maggiore per le, virtù naturali di cui avevo ornato l’anima sua.

 

Più, quest’anima medesima. quantunque non ancora beatificata, ogni volta che su la terra si dice del bene di lei, con allegrezza celebra le mie lodi”.

 

Nella messa dell’ottavo giorno, celebrata per il defunto nella cappella in cui era sepolto, Metilde vide il Signore rivolto verso il sacerdote che leggeva il Vangelo; e tutte le parole del Signore riferite in quel Vangelo passavano attraverso il sacerdote come risplendènti raggi.

 

Il Signore disse a Metilde: “Tutte le parole che pronunciai su la terra hanno conservato la loro efficacia, ed operano ancora in quelli che le ripetono con divozione le meraviglie che operarono nell’uscire dalle mie divine labbra. Le mie parole non passano come le parole degli uomini: ma come io sono eterno, anche le parole mie hanno un effetto eterno”.

 

Mentre si cantava l’offertorio il Signore disse: “Le offerte dei fedeli che il Sacerdote riceve. e lietamente mi offre, non già per amore del denaro ma semplicemente per la salvezza delle anime, sono per loro di un gran profitto”.

 

Metilde vide allora il defunto girare intorno all’altare cantando: “Io so, o Signore che mi avete dato alla morte per salvezza, gaudio e consolazione dell’anima mia”; e gli disse: “Chi dunque ti ha insegnato a cantare?”

 

L’anima rispose: “Io so tutto quello che concerne la lode del mio Creatore”.

 

Soffri tu qualche pena?”

 

Nessuna, rispose l’anima, se non che non godo ancora la visione dell’amabilissimo mio Dio, mentre brucio dalla brama di contemplarlo. Quando pure tutti i desiderii che furono nel cuore dell’uomo si trovassero riuniti in un cuor solo, sarebbero nulla a confronto del desiderio di cui ardo”.

 

Metilde continuò: “Come ciò può essere vero, poiché molti Santi sospirarono verso Dio con gemiti inenarrabili?”

 

Finché l’anima è aggravata dal peso della carne, ripigliò il defunto, le necessità del corpo le sono continuamente di impedimento. Mangiare, dormire, lavorare, conversare con gli uomini, sono cose per le quali l’anima non può giammai con tale e tanto desiderio infiammarsi, come quando liberata dal carcere della carne e da ogni umano impedimento, sospira verso il Creatore”.

 

* * *

 

Tre mesi dopo la sua morte, il detto Conte apparve ancora a quella vergine di Cristo. L’anima sua veniva condotta da due giovani risplendenti di luce e pareva vestita di una tunica grigia e di sopra aveva un abito antico di lino che aveva la forma delle vesti militari. Quella vergine gli disse: “Perché sei vestito ancora come nel secolo?”

 

Egli rispose: “Mia madre ha fatto delle mie vesti un uso così buono e a me così gradito ch’io perciò comparisco di quelle ancora vestito”.

 

Non ha forse fatto buon uso di tutto ciò che ti apparteneva?” continuò Metilde.

 

Sì, rispose il defunto, di tutto ha disposto bene, ma più utilmente delle mie vesti; perciò mi ha procurato con quelle una particolare soddisfazione e ti prego di rendere grazie a lei ed ai miei parenti ed amici, perché si sono comportati verso di me con tanta benevolenza”.

 

Ma non è per te di impedimento, che i tuoi parenti tanto piangano per te?

 

- No, desidero soltanto che sappiano il bene che Dio ha fatto all’anima mia col ritirarmi dal mondo”.

 

Perché porti tu questa tunica grigia?”

 

Perché nell’ultimo estremo, dopo aver ricevuto il Corpo del Signore, con piena volontà proposi che se avessi ricuperato la sanità mi sarei fatto soldato di Cristo”.

 

Godi tu la dignità riservata alle Vergini?”

 

Sì, ma non nella sua perfezione, perché i consigli dei cattivi inclinarono i miei desiderii e la mia volontà verso le cose terrene, e l’anima mia ne contrasse qualche macchia”.

 

E che cosa ti ha giovato di più per liberarti?”

 

Le messe celebra te per me, le elemosine e l’orazione pura”.

 

Che cosa intendi tu per orazione pura?”

 

Quella che proviene dal cuore mondo dal peccato, o almeno da un cuore il quale avendo pur coscienza di aver peccato, si propone di purificarsi. Una preghiera offerta in tal modo, scorre nel divin Cuore come acqua purissima e vi opera meraviglie: ma la preghiera del peccatore non sale se non come acqua torbida”.

 

Chi ti ha insegnato queste cose?”

 

Tutto quanto vogliamo sapere, Dio ce lo insegna”.

 

E chi sono questi giovani che ti accompagnano?”

 

Uno è l’Angelo cui il Signore mi aveva affidato su la terra, rispose l’anima, l’altro appartiene al coro nel quale devo essere condotto”.

 

..

 

* * *

 

Pregando per un altro defunto, Metilde udì il Signore che gli diceva: “Dal midollo del mio Cuore bevi il gaudio, per parte di tutti quelli che pregano per te”.

 

CAPITOLO XIII

 

DELLA RISURREZIONE FUTURA

 

Udendo una volta nel Vangelo queste parole: “Et tertia die resurget: E risusciterà il terzo giorno”, Metilde si prostrò a terra, rendendo grazie, a Dio per la nostra futura risurrezione e la glorificazione del nostro corpo. Nella cappella dove pregava, erano tre corpi sepolti davanti all’altare; ed ella li vide alzarsi dalle loro tombe ed elevare le mani al cielo per rendere grazie a Dio.

 

I loro cuori apparivano ornati di gemme preziose e si muovevano in modo meraviglioso quasi giocando, rallegrandosi grandemente delle buone opere che avevano praticate nel mondo.

 

Metilde disse al Signore: “In quale stato, o mio Signore, questi corpi saranno ripigliati dalle loro anime? Quale sarà il loro splendore quando l’anima sarà loro di nuovo riunita?”

 

Il Signore rispose: “Nella risurrezione il corpo sarà sette volte più risplendente del sole, e l’anima sette volte più risplendente del corpo. L’anima si rivestirà del suo corpo come di una veste e attraverso tutte le membra di esso risplenderà come un sole attraverso il cristallo. Io investirò l’intima sostanza dell’anima di una luce ineffabile e gli eletti così brilleranno in cielo nel corpo e nell’anima per sempre riuniti”.

 

1 O salultifera vulnera dulcissimi mei Jesu Christi, salvete, salvete, salvete, in omnipotentia Patris, qui vos dedit, in sapientia Filii qui in vobis sustinuit, in benignitate Spiritus Sancti, qui in vobis opus nostrae redemptionis perfecit.

 

2 Sant’Alberto Magno e san Tommaso d’Aquino; allora erano morti da pochi anni e non erano ancora canonizzati.

 

 

Pubblicato in I Novissimi
Giovedì, 19 Dicembre 2013 22:25

Paradiso

Cosa dice la Bibbia del paradiso? E’ scritto nella Bibbia, in Giovanni 14:2,3 (NR): “Nella casa del Padre mio ci son molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi.”

Il paradiso è al di là della nostra comprensione. E’ SCRITTO NELLA BIBBIA, in 1 Corinzi 2:9 (NR): “Ma, com’è scritto: ‘Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano.”

Come fu descritto il paradiso da Isaia? E’ scritto nella Bibbia, in Isaia 65:2123 (NR): “Essi costruiranno case e le abiteranno; pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto. Non costruiranno più perché un altro abiti, non pianteranno più perché un altro mangi; poiché i giorni del mio popolo saranno come i giorni degli alberi; i miei eletti godranno a lungo l’opera delle loro mani. Non si affaticheranno invano, e non avranno più figli per vederli morire all’improvviso; poiché saranno la discendenza dei benedetti del Signore e i loro rampolli staranno con essi.”

La pace riempirà anche il regno animale. E’ scritto nella Bibbia, in Isaia 65:25 (NR): “Il lupo e l’agnello pascoleranno assieme, il leone mangerà il foraggio come il bue, e il serpente si nutrirà di polvere. Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo, dice il Signore.”

L’handicappato sarà guarito. E’ scritto nella Bibbia, in Isaia 35:5,6 (NR): “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi, e saranno sturati gli orecchi dei sordi; allora lo zoppo salterà come un cervo, e la lingua del muto canterà di gioia; perché delle acque sgorgheranno nel deserto, e dei torrenti nei luoghi solitari.”

Dio vivrà con il Suo popolo e la morte, il pianto e il dolore finiranno. E’ scritto nella Bibbia, in Apocalisse 21:3.4 (NR): “Udii una gran voce dal trono, che diceva: ‘Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio. Egli asciugherà ogni lagrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte; né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate.”

Pubblicato in I Novissimi
   

Mons. Luigi Negri


   

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