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Mercoledì, 29 Gennaio 2014 00:22

Santa Perpetua e il Purgatorio

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Santa Perpetua Martire  subì il martirio a Cartagine nel 203, durante la persecuzione di Settimo Severo. Da questa madre e martire veniamo a conoscenza della fede dei primi cristiani nel Purgatorio e del valore della preghiera per i defunti.
     Perpetua, che aveva ventidue anni, venne imprigionata insieme con Felicita, Revocato, Saturo e Saturnino. Nell’attesa di venire uccisa in odio alla fede.
Era, una signora di alto lignaggio le altre quattro persone — Felicita, Revocato, Saturo e Saturnino erano tutti soltanto catecumeni, ricevettero tuttavia il battesimo prima dell’esecuzione mentre erano in carcere. Perpetua finemente educata assai venerata, aveva papà, mamma, due fratelli e il suo bambino lattante. Essa stessa racconta nel capitolo 3 al 10 degli indubbi Atti dei martiri tutta la storia del suo martirio.

Perpetua fece un racconto di quanto le accaddeva in carcere:

«Pochi giorni dopo la sentenza della nostra condanna a morte, mentre tutti stavano pregando, improvvisamente nel bel mezzo della preghiera mi uscì un grido ed io chiamai: Dinocrate . Restai sorpresa perchè io non lo avevo nominato prima, ma solo in questo istante, e pensai piena di tristezza alla sua sorte. Compresi anche che dovevo pregare per lui e subito incominciai a pregare e supplicare il Signore per lui. Io vedevo Dinocrate uscir fuori da un luogo buio – durante la notte in visione – dove c’erano tante persone aride e assetate con i vestiti sporchi e pallidissimi, con una ferita sul volto, come egli aveva quando morì. Dinocrate era un mio fratello, che morì a sette anni sfinito da un cancro al volto, per cui la sua morte fu uno spavento per tutti. Io avevo pregato per questo mio fratello defunto, e fra me e lui c’era un grande spazio cosicchè non ci potevamo incontrare. Lontano dal luogo dove si trovava Dinocrate, c’era un bacino pieno di acqua, il cui orlo però era molto più alto di dove poteva arrivare lui, ed egli cercava di allungarsi come se cercasse di bere. Io ero triste, perchè quel bacino era pieno di acqua, ma lui a causa dell’altezza di questo bacino non poteva bere. In quel momento mi svegliai e sentii dentro di me che mio fratello soffriva; io però sentivo che potevo venirgli incontro durante i giorni che noi saremmo rimasti in carcere; perchè ai giochi avremmo dovuto combattere contro le fiere; era infatti allora il compleanno dell’Imperatore Geta. Ed io pregai notte e giorno con sospiri e lacrime perchè egli mi venisse donato.» Nel giorno in cui noi rimanemmo legati, in carcere, ebbi poi la seguente visione: «Vidi il luogo visto prima, e que– sta volta Dinocrate con il corpo lavato, ben vestito, che si divertiva; dove c’era stata la ferita vidi una cicatrice, e l’orlo di quel bacino era più basso e arrivava ora solo fino all’ombelico del fanciullo, egli attingeva senza posa da quel bacino. Sopra l’orlo c’era anche una coppa d’oro piena di acqua; Dinocrate si avvicinò e incominciò a bere dalla coppa d’oro, e questa non si svuotava; dopo che egli ebbe bevuto abbastanza di quell’acqua prese a giocare tutto contento come fanno i bambini. In quel momento mi svegliai e compresi che Dinocrate era stato liberato dalla sua pena».


 APPROFONDIMENTO

L’autenticità dei racconti di Perpetua e di Saturo

In tutta la letteratura agiografica, non ci sono molti testi ricchi di tanta freschezza e spontaneità quanta ne mostrano le parti narrative della Passione di Perpetua e Felicita. Pertanto la questione dell’autenticità dell’opera non si è mai posta per i primi editori, e se il demone dell’ipercritica ha talora tentato qualche commentatore, come Ed. Schwartz, si è in genere riconosciuto nella Passione un documento storico di prim’ordine, una testimonianza straordinariamente viva del vigore e del clima spirituale della giovane Chiesa africana tra il II e il III secolo. Citiamo un eccellente conoscitore dell’opera, H. Delehaye: «In tutte le sue parti, il racconto è particolarmente avvincente. L’assenza di ricercatezza, la vivacità delle impressioni, la chiarezza dell’esposizione, il calore del sentimento, tutto vi contribuisce ad affascinare il lettore, e non c’è bisogno di altra prova per dimostrare il valore e la sincerità di un testimone».



La testimonianza è anzitutto autobiografica. Il racconto di Perpetua è un diario dal carcere nel quale, in uno stile semplice, senza alcun artificio retorico, la giovane donna parla dapprima delle sue difficoltà e delle sue angosce. Difficoltà morali e familiari, in primo luogo: la tortura iniziale subita da Perpetua è la separazione radicale da tutti i suoi mentre ella è ancora catecumena — separazione della quale, per di più, suo padre la considera colpevole -, e più ancora forse la collera che, in un primo tempo, nutre contro di lei il padre, rimasto l’unico pagano della famiglia «Allora mio padre, infuriato per questa parola, si gettò su di me per cavarmi gli occhi», prima di assumere un atteggiamento supplichevole e accorato che non è per Perpetua la minore prova morale «Mi diceva queste parole, che venivano davvero dal suo affetto di padre, baciandomi le mani e gettandosi ai miei piedi, e tra le lacrime non mi chiamava più figlia, ma padrona».
E poiché il padre, in un ultimo tentativo di salvarla contro la sua volontà, era salito sul palco dove il procuratore la interrogava, ella ebbe il dolore di vederlo espulso brutalmente e percosso con una verga «Provai dolore per ciò che era capitato a mio padre come se io stessa fossi stata percossa: tale fu il dolore che provai per la sua infelice vecchiaia». La vita dei martiri nella prigione è ricordata e descritta in modo veramente efficace. Poco dopo l’arresto, i catecumeni, ben presto battezzati, sono chiusi in carcere a Cartagine, in una segreta buia e oppressa da un calore soffocante (in quell’estate dell’anno 202 la cui canicola è resa ancor più pesante dall’ammassarsi dei prigionieri), sorvegliata da carcerieri che estorcono ai martiri i loro pochi denari. Fortunatamente, due diaconi di Cartagine, Terzio e Pomponio, si adoperano per alleviare un poco la loro sorte. Perpetua, dal canto suo, è «torturata dall’inquietudine» per il suo bambino, che deperisce e che ella allatta come può; ella lo affida alla propria famiglia, poi ottiene il permesso di tenerlo con sé in prigione, e ciò la rasserena immediatamente: «Fui liberata dalla mia pena e dall’inquietudine per il bambino, e di colpo il carcere divenne per me una dimora principesca, tanto che preferivo trovarmi là che in qualsiasi altro luogo».




Le visioni di Perpetua


     Fin da quel momento, Perpetua si trova in una disposizione d’animo propizia alle visioni. Uno dei suoi fratelli, anch’egli cristiano, intuì questa ricettività spirituale, tanto che fu all’origine della prima apparizione: «Allora mio fratello mi disse: «Sorella venerata, grandi sono ormai i tuoi meriti, tanto che puoi chiedere la grazia di una visione e che ti sia rivelato se tu sia destinata al martirio o alla liberazione» . Per desiderio del fratello, dunque, Perpetua prega e riceve quella che, delle sue quattro visioni, è la più luminosa, la più ricca di immagini e simboli che si sono nutriti della più antica tradizione dell’iconografia cristiana e l “hanno alimentata a loro volta. Se infatti non c’è motivo, come abbiamo visto, di considerare questi testi come una finzione di cui sarebbe autore il redattore anonimo della Passione, ciò non toglie che essi siano pervasi da tutta una cultura biblica assimilata attraverso la lettura liturgica e la lettura personale. I
n tale cultura trovava posto la letteratura apocalittica, e al suo interno il libro del Pastore di Erma, anteriore di qualche decennio al martirio delle sante cartaginesi. Non molto apprezzato da Tertulliano, che da montanista qual era lo giudicava «lassista», lui stesso però ci dice che quest’opera era allora letta negli ambienti cristiani della capitale africana.

     Il carisrna concesso a Perpetua pochi giorni prima della sua passione ha attinto più o meno coscientemente a questo sostrato, del quale si vedono impiegati gli archetipi immaginari: la scala che tocca con la sommità il cielo e ai piedi della quale è in agguato un dragone «di straordinaria grandezza», la figura del Buon Pastore. Ma la visione della giovane cartaginese aggiunge dei particolari al referente in questione e lo arricchisce: i montanti della scala sono irti di strumenti di ferro taglienti che accrescono le difficoltà e il pericolo dell’ascesa; il Buon Pastore amministra la comunione a Perpetua in un modo molto singolare, nella forma di un boccone di formaggio (o di latte cagliato) la cui dolcezza, nella bocca della giovane, sopravvive alla visione: probabilmente a torto si è creduto talora di potere scoprire un elemento (montanista in questo sacramento, vedendovi un rapporto con gli artotyrites di cui parla sant’Epifanio, una setta imparentata per le sue origini al montanismo, che aveva istituito una pseudo-eucarestia con pane e formaggio (in greco: artos tyròs), ma molto più tardi, nella seconda metà del IV secolo, e in Asia Minore.

      Di carattere completamente differente sono la seconda e la terza visione di Perpetua, che costituiscono in realtà una duplice visione concernente suo fratello Dinocrate e che presentano un tono molto personale, tanto che qualcuno si è arrischiato a darne un “interpretazione psicanalitica. Una notte, il giovane fratello morto all’età di 7 anni per un cancro al viso appare a Perpetua con la ferita aperta, pallido e assetato, vicino a una vasca colma d’acqua, il cui bordo è però troppo alto perché il fanciullo possa bervi. Perpetua prega giorno e notte con lacrime e gemiti perché gli sia concessa la salvezza. Pochi giorni dopo, un’altra visione le mostra, nel medesimo luogo, Dinocrate in buona salute, con la ferita cicatrizzata, risollevato (Passione: refrigerans); il bordo della vasca si era abbassato e il fanciullo, pieno di gioia, vi attingeva senza posa, giocando come fanno molti suoi coetanei: «Allora compresi, aggiunge Perpetua, che era stato liberato dalla pena». Il significato allegorico di questi due sogni è evidente: la vasca, quella piscina dal bordo in un primo momento troppo alto, è il simbolo della beatitudine eterna nell’aldilà (refrigerium), alla quale il povero Dinocrate non può accedere subito — forse perché non era stato battezzato ?
Il testo non lo precisa -. Compaiono in questo episodio sia la credenza del limbo sia quella nell’efficacia dell’intercessione dei vivi. I teologi non dovevano tardare, in particolare in ambiente pelagiano, ad appropriarsi del caso di Dinocrate per affermare che i bambini morti senza battesimo potevano aver accesso al regno dei cieli, il che provocò una ferma reazione da parte di sant» Agostino. L’ultima visione di Perpetua ci introduce nel luogo in cui avverrà il martirio suo e dei compagni, vale a dire nell’anfiteatro di Cartagine. Non è tuttavia il suo martirio che ella vede in sogno, bensì una scena «agonistica» apparentemente misteriosa, sulla vera natura della quale è stata fatta luce solamente in tempi molto recenti.

     Il diacono Pomponio, una figura certamente familiare a Perpetua, viene a cercarla per condurla nell’anfiteatro; l’abito bianco e le calzature ricamate che egli indossa nel sogno lo trasformano in un altro personaggio, in un dignitario dei giochi di epoca imperiale, l’eisagogòs, che introduceva solennemente i concorrenti nell’arena. Qui si tratta di un combattimento che oppone Perpetua a un Egiziano — una figura simbolicamente demoniaca -, ma non è un combattimento di gladiatori, come si è spesso creduto. Mentre i due concorrenti si preparano, sopraggiunge un uomo «di statura straordinaria», riccamente abbigliato con una veste di porpora, con calzature ricamate d’oro e d’argento: si deve riconoscere in lui un agonoteta, vestito come i dignitari che presiedevano i grandi agoni greci nell’esercizio della loro carica. Questo personaggio tiene in mano la bacchetta dell’arbitro e soprattutto un ramo verde con pomi d’oro. A Perpetua che trionfa sull’egiziano egli consegnerà il ramo della vittoria con i suoi pomi, nient’altro che la ricompensa tradizionalmente assegnata al vincitore della lotta — o più precisamente del pancrazio — nelle gare dei Pythia, gare che, a quanto ci dice Tertulliano (Scorpiace, 6), furono organizzate per la prima volta a Cartagine all’inizio del III secolo. Dunque i ricordi ancora ben vivi di un combattimento (ag6n) reale hanno arricchito la visione di Perpetua — visione che essi dimostrano sicuramente autentica — con alcuni personaggi trasfigurati dalla trasposizione allegorica: il diacono– eisagogòs, il pancraziaste egiziano demoniaco (e si sa che effettivamente gli Egiziani erano specializzati nella lotta e nel pugilato), infine il Cristo-agonoteta che dà a Perpetua la certezza della vittoria, non sulle fiere ma sul diavolo, nel combattimento che ella deve ancora affrontare realmente nell’anfiteatro.

Il martirio di Perpetua, Felicita e Saturo

     Nell’episodio finale del martirio ritroviamo Felicita, la cui figura peraltro è messa in ombra da quella di Perpetua e anche da quella di Saturo, il catechista le cui visioni profetiche danno alla Passione il suo pieno significato. Felicita era incinta, e secondo il testo molto afflitta al pensiero che il suo martirio potesse essere rinviato a causa della gravidanza, giacché la legge proibiva l’esecuzione capitale delle donne incinte. Due giorni prima dei giochi, quand’ella era ormai all’ottavo mese di gravidanza, i suoi compagni di carcere si unirono in una preghiera che fu immediatamente seguita dalle prime doglie; e così, dice la Passione, Felicita «mise al mondo una bambina, che una sorella nella fede allevò come fosse sua figlia». ! Quest’ultima parte del testo è preziosa sotto vari aspetti, tanto per le informazioni che fornisce sopra molti particolari istituzionali che riguardano i giochi e i loro preliminari, che per la luce ch’essa getta sull’atteggiamento morale dei martiri, sui loro rapporti con i carcerieri, sui momenti di angoscia attraversati pur nel fervore religioso. Si è osservato, spesso con stupore, che i martiri conversano con i loro guardiani e che essi alternano le concessioni al rigore.

Di tale ambiguo dialogo tra la vittima e il suo carnefice, abbiamo qui una delle prime e più complete testimonianze. Per esempio il capocarceriere, il tribuno, generalmente duro con i prigionieri, dopo una battuta ironica di Perpetua concede loro di trasformare l’ultimo pasto, il «pasto libero», in agape aperta ai parenti e agli amici, e anche a un gruppo di curiosi che Saturo apostrofa e tra i quali attua delle conversioni. La mattina del 7 marzo 203, infine, tutti lasciano il carcere per entrare nell’arena: in questo glorioso corteo, il redattore ha posto in risalto la figura di Perpetua, la «sposa di Cristo», la «prediletta di Dio» (matrona Christi, Dei delicata), e quella di Felicita, «gioiosa di aver partorito senza danno, cosi da poter combattere contro le fiere, passando dal sangue al sangue, dalla levatrice al reziario, pronta a ricevere, dopo il parto, il bagno di un secondo battesimo». Il Signore, dice il testo, concesse a ciascuno il genere di morte che aveva desiderato. Saturo, che non temeva nulla più dell’orso, ricevette il battesimo del sangue dal dente del leopardo. Egli che, nella prima visione di Perpetua, l’aveva preceduta sulla scala, fu anche il primo a ricevere il colpo di grazia. Il racconto si conclude con l’immagine di santa Perpetua che guida lei stessa contro la propria gola la mano incerta del gladiatore inesperto che era preposto alla iugulatio: una donna siffatta non sarebbe potuta morire, se ella stessa non avesse voluto.

La prima visione di Perpetua

     Chiesi la grazia ed ebbi questa visione. Vidi una scala di bronzo di mirabile altezza, che giungeva fino al cielo; ma era stretta e si poteva salire solo uno per volta. Sui lati della scala era fissato ogni genere di strumenti di ferro: c’erano spade, lance, arpioni, lunghi coltelli, spiedi, per modo che se uno saliva incautamente o trascurava di tenere lo sguardo verso l’alto, finiva dilaniato e le sue carni restavano impigliate nei ferri. Ai piedi della scala giaceva un serpente di mirabile grandezza che aspettava al varco chiunque si avvicinava per spaventarlo ed impedirgli l’ascesa. Prima di me salì Saturo (egli si era consegnato spontaneamente per amor nostro: era lui che ci aveva istruito nella fede, ma, al momento dell’arresto, non era stato presente).

Giunto in cima alla scala, si girò e mi disse: «Perpetua, ti aspetto. Ma bada che il serpente non ti morda». Gli risposi: «Non mi farà nulla, in nome di Gesù Cristo». Il serpente infatti, al fondo della scala, levò il capo assai lentamente, quasi avesse paura di me. Io allora, calcando il suo capo come primo gradino della scala compii l’ascesa. E vidi un immenso giardino, e, assiso nel mezzo, un uomo dalla testa bianca, vestito da pastore, di grande statura, che mungeva delle pecore; e, tutt’intorno. molte migliaia di persone bianco vestite. Levò il capo, mi vide e mi disse: «Benvenuta, figlia [nel testo latino, troviamo la parola greca: teknon]. Poi mi chiamò per nome e mi offri un boccone del formaggio che mungeva. Io lo presi a mani giunte e lo mangiai. Tutti i presenti dissero: «Amen».
Al suono di quella voce mi svegliai che ancora masticavo non so cosa di dolce. Ne riferii immediatamente a mio fratello: comprendemmo che sarebbe stato il martirio e deponemmo per sempre ogni speranza in questo mondo». Passione, in Atti e passioni dei martiri.

La quarta visione di Perpetua

     La vigilia dei giochi, ebbi questa visione. Vidi il diacono Pomponio giungere alla porta della prigione e bussare energicamente. Andai ad aprirgli: indossava una bianca tunica senza cintura, e sandali molto eleganti. Mi disse: «Perpetua, ti aspettiamo: vieni». Poi mi prese per mano e ci avviammo per un cammino aspro e tortuoso. Alla fine, tutti trafelati, giungemmo all’anfiteatro. Mi fece entrare nell’arena e mi disse: «Non temere: sono qua io, combatterò con te». E se ne andò. M’accorsi che c’era una gran folla eccitata, e poiché sapevo di essere condannata alle fiere, mi stupii che non venissero liberate contro di me. Si fece avanti, invece, per affrontarmi in duello, un egiziano d’aspetto ripugnante coi suoi accoliti. Anche a me si avvicinarono dei giovinetti di bell’aspetto, per assistermi e incitarmi. Fui spogliata e divenni uomo. I miei assistenti presero a massaggiarmi con l’olio, come s’usa prima dei combattimenti nell’arena, mentre vedo che l’egiziano si rotola nella polvere. S’avanzò infine un uomo di mirabile statura, più alto ancora del tetto dell’anfiteatro, con veste di porpora senza cintura e, ai lati del petto, due bande verticali; calzava meravigliosi sandali d’oro e argento, e portava una bacchetta da allenatore dei gladiatori e un ramo verde con pomi d’oro. Intimò il silenzio e disse: «L’egiziano, se sarà lui a vincere, ucciderà l’altra con la spada; se invece sarà lei a prevalere, avrà in premio questo ramo», e si ritirò. L’incontro ebbe inizio, cominciammo a tirarci dei pugni.

     Quello cercò di afferrarmi i piedi, ma io lo colpii al volto con dei calci. Allora mi sollevò in aria, ma così lo potei colpire ancora meglio, non avendo i piedi impegnati nell’appoggio al suolo. Poi, approfittando di un momento di tregua, congiunsi le mani intrecciando ben bene le dita e lo afferrai alla testa. Quello crollò col volto a terra e io gli calcai la testa sotto il tallone. La folla prese a gridare e i miei accoliti a cantare salmi. Mi avvicinai all’allenatore e presi il ramo. Lui mi baciò e disse: «La pace sia con te, figlia mia». E io mi avviai tra il tripudio della folla verso la Porta della Vita. Qui mi svegliai. Compresi che non era contro le fiere che avrei dovuto combattere, bensì contro il demonio, ma sapevo che avrei vinto». Passione, 114, in Atti e passioni dei martiri.

Il martirio di Saturo e di Perpetua

     Saturo, che si trovava presso un’altra porta (dell’arena), esortava a sua volta la guardia, Pudente, dicendo: «Vedi bene: come avevo sperato e previsto, non una fiera mi ha ancora toccato. E affinché tu ora creda con tutto il tuo cuore, ecco, io ora entro nell’arena e vengo ucciso da un sol morso di leopardo». E non appena fu esposto al leopardo (i giochi volgevano ormai al termine), perse tanto sangue al primo morso che, mentre lo trascinavano fuori, la folla gli gridò, a testimonianza del suo secondo battesimo: «Salvo e ben lavato! Salvo e ben lavato!». E certamente poteva dirsi salvo uno che aveva fatto quel genere di bagno. Disse allora a Pudente, la guardia: «Addio, ricordati di me, ricordati della fede: che queste cose non ti turbino, ma ti fortifichino».

E nello stesso tempo si fece dare un anello che portava al dito, lo intinse nella sua ferita e glielo restituì, in eredità, come pegno del suo amore e ricordo del suo martirio. Quindi, ormai privo di conoscenza, fu trascinato con gli altri per essere giugulato, nel luogo a ciò preposto. Ma siccome la folla chiedeva che venissero portati nell’arena […] si levarono spontaneamente e si portarono bene in vista dove li voleva la folla; non prima, però, di essersi scambiati il bacio di rito, così da affrontare il martirio con questo gesto di pace. Gli altri ricevettero il ferro immobili e in silenzio, in special modo Saturo, che, salito sul patibolo prima di Perpetua, prima di Perpetua era spirato (anche in quella circostanza lui la precedeva). Perpetua, invece, per provare almeno un po» di dolore, quando la spada le arrivò all’osso lanciò un urlo e guidò lei stessa contro la propria gola l’incerta mano del gladiatore inesperto. È da credere che una donna siffatta non avrebbe potuto essere uccisa se essa stessa non l’avesse voluto: tanto grande era il timore che incuteva allo spirito immondo». Passione, 21, l — 10, in Atti e passioni dei martiri.

Un gruppo di martiri

     Perpetua, Felicita e i loro compagni sono così presentati all’inizio del racconto del loro martirio: «Furono arrestati alcuni giovani catecumeni: Revocato e Felicita, sua compagna di schiavitù, Saturnino e Secondolo; con loro anche Vibia Perpetua, di buona famiglia, di ottima educazione, degnamente maritata. Aveva ancora padre e madre, due fratelli, uno dei quali era anch’egli catecumeno, e un figlioletto che ancora poppava; lei, aveva all’incirca ventidue anni» (Passione, 2, 13). A questo piccolo gruppo, bisogna aggiungere il nome di Saturo, il catechista, che si consegna spontaneamente più avanti (Passione, 4, 5), e quelli dei personaggi che quest’ultimo menziona nella sua visione come vittime della medesima persecuzione, ma in altre circostanze: Giocondo, un altro Saturnino, Artassio e Quinto (Passione, 1l, 9). Di questo gruppo di martiri, la tradizione ha lasciato gli uomini in ombra per ricordare soprattutto i nomi di Perpetua, la giovane donna di nascita libera e di buona condizione sociale, che ci appare nel suo ambiente familiare, e di Felicita, una giovane schiava, appartenente forse alla casa di Perpetua, cosa che il testo, tuttavia, non precisa; Felicita era incinta, e partorì in carcere una bambina (Passione, 15) il cui padre era probabilmente Revocato.

Nonostante qualche esitazione dei testi su questo punto, l’intero gruppo sembra originario di Thuburbo Minus, piccola città sulle rive del fiume Medjerda, a una cinquantina di chilometri da Cartagine. Di là essi furono trasferiti nella capitale della provincia, per subirvi una prigionia di parecchi mesi prima del martirio, avvenuto il 7 marzo del 203, nell’anfiteatro in occasione di giochi indetti per celebrare l’anniversario dell’assegnazione del titolo di Cesare a Geta, figlio di Settimio Severo. La data del 7 marzo è indicata in modo concorde dai martirologi (die nonarum martiarum, nonas martias) ed è anche la data consacrata dalla liturgia cattolica e dal santorale attuale.



Letto 1475 volte Ultima modifica il Mercoledì, 29 Gennaio 2014 01:06
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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

   

Mons. Luigi Negri


   

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