Google+
Apologetica Cattolica,Apologetica,Papa Francesco,Papa,chiesa cattolica,bibbia,sacre scritture,sacra scrittura,cristiani,chiesa,cattolici,religione,chiese,evangelici,testimoni di geova,protestanti,eresie,Dio,Gesù,Maria,Madonna Il Paradiso esiste!!

Messa in diretta live  

Clicca qui, e scorri in fondo alla pagina per la diretta video


   

Vedi anche…  

   

Adorazione Perpetua Online  

Adorazione di Gesù Eucarestia perpetua online


   

Bibbia Online  

Leggi la Bibbia online: Dopo l’apertura della pagina potete anche ascoltare i passi cliccando su questo simbolo:

Cerca nella BIBBIA
Per citazione
(es. Mt 28,120):
Per parola:
   
Sabato, 11 Gennaio 2014 01:30

Il Paradiso esiste!!

Scritto da
Vota questo articolo
(2 Voti)

Testi biblici che ci aiutano a contemplare il santo Paradiso.

Isaia 6:1 Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio.

Isaia 6:2 Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava.

Isaia 6:3 Proclamavano l’uno all’altro:

«Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti.

Tutta la terra è piena della sua gloria».

Isaia 6:4 Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo.

Isaia 6:5 E dissi:

«Ohimé! Io sono perduto,

perché un uomo dalle labbra impure io sono

e in mezzo a un popolo

dalle labbra impure io abito;

eppure i miei occhi hanno visto

il re, il Signore degli eserciti».

Isaia 6:6 Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare.

Isaia 6:7 Egli mi toccò la bocca e mi disse:

«Ecco, questo ha toccato le tue labbra,

perciò è scomparsa la tua iniquità

e il tuo peccato è espiato».

Isaia 6:8 Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!».

Isaia 6:9 Egli disse: «Va» e riferisci a questo popolo:

Ascoltate pure, ma senza comprendere,

osservate pure, ma senza conoscere.

Ezechiele 1:1 Il cinque del quarto mese dell’anno trentesimo, mentre mi trovavo fra i deportati sulle rive del canale Chebàr, i cieli si aprirono ed ebbi visioni divine.

Ezechiele 1:2 Il cinque del mese — era l’anno quinto della deportazione del re Ioiachìn -

Ezechiele 1:3 la parola del Signore fu rivolta al sacerdote Ezechiele figlio di Buzì, nel paese dei Caldei, lungo il canale Chebàr. Qui fu sopra di lui la mano del Signore.

Ezechiele 1:4 Io guardavo ed ecco un uragano avanzare dal settentrione, una grande nube e un turbinìo di fuoco, che splendeva tutto intorno, e in mezzo si scorgeva come un balenare di elettro incandescente.

Ezechiele 1:5 Al centro apparve la figura di quattro esseri animati, dei quali questo era l’aspetto: avevano sembianza umana

Ezechiele 1:6 e avevano ciascuno quattro facce e quattro ali.

Ezechiele 1:7 Le loro gambe erano diritte e gli zoccoli dei loro piedi erano come gli zoccoli dei piedi d’un vitello, splendenti come lucido bronzo.

Ezechiele 1:8 Sotto le ali, ai quattro lati, avevano mani d’uomo; tutti e quattro avevano le medesime sembianze e le proprie ali,

Ezechiele 1:9 e queste ali erano unite l’una all’altra. Mentre avanzavano, non si volgevano indietro, ma ciascuno andava diritto avanti a sé.

Ezechiele 1:10 Quanto alle loro fattezze, ognuno dei quattro aveva fattezze d’uomo; poi fattezze di leone a destra, fattezze di toro a sinistra e, ognuno dei quattro, fattezze d’aquila.

Ezechiele 1:11 Le loro ali erano spiegate verso l’alto; ciascuno aveva due ali che si toccavano e due che coprivano il corpo.

Ezechiele 1:12 Ciascuno si muoveva davanti a sé; andavano là dove lo spirito li dirigeva e, muovendosi, non si voltavano indietro.

Ezechiele 1:13 Tra quegli esseri si vedevano come carboni ardenti simili a torce che si muovevano in mezzo a loro. Il fuoco risplendeva e dal fuoco si sprigionavano bagliori.

Ezechiele 1:14 Gli esseri andavano e venivano come un baleno.

Ezechiele 1:15 Io guardavo quegli esseri ed ecco sul terreno una ruota al loro fianco, di tutti e quattro.

Ezechiele 1:16 Le ruote avevano l’aspetto e la struttura come di topazio e tutt’e quattro la medesima forma, il loro aspetto e la loro struttura era come di ruota in mezzo a un’altra ruota.

Ezechiele 1:17 Potevano muoversi in quattro direzioni, senza aver bisogno di voltare nel muoversi.

Ezechiele 1:18 La loro circonferenza era assai grande e i cerchi di tutt’e quattro erano pieni di occhi tutt’intorno.

Ezechiele 1:19 Quando quegli esseri viventi si muovevano, anche le ruote si muovevano accanto a loro e, quando gli esseri si alzavano da terra, anche le ruote si alzavano.

Ezechiele 1:20 Dovunque lo spirito le avesse spinte, le ruote andavano e ugualmente si alzavano, perché lo spirito dell’essere vivente era nelle ruote.

Ezechiele 1:21 Quando essi si muovevano, esse si muovevano; quando essi si fermavano, esse si fermavano e, quando essi si alzavano da terra, anche le ruote ugualmente si alzavano, perché lo spirito dell’essere vivente era nelle ruote.

Ezechiele 1:22 Al di sopra delle teste degli esseri viventi vi era una specie di firmamento, simile ad un cristallo splendente, disteso sopra le loro teste,

Ezechiele 1:23 e sotto il firmamento vi erano le loro ali distese, l’una di contro all’altra; ciascuno ne aveva due che gli coprivano il corpo.

Ezechiele 1:24 Quando essi si muovevano, io udivo il rombo delle ali, simile al rumore di grandi acque, come il tuono dell’Onnipotente, come il fragore della tempesta, come il tumulto d’un accampamento. Quando poi si fermavano, ripiegavano le ali.

Ezechiele 1:25 Ci fu un rumore al di sopra del firmamento che era sulle loro teste.

Ezechiele 1:26 Sopra il firmamento che era sulle loro teste apparve come una pietra di zaffiro in forma di trono e su questa specie di trono, in alto, una figura dalle sembianze umane.

Ezechiele 1:27 Da ciò che sembrava essere dai fianchi in su, mi apparve splendido come l’elettro e da ciò che sembrava dai fianchi in giù, mi apparve come di fuoco. Era circondato da uno splendore

Ezechiele 1:28 il cui aspetto era simile a quello dell’arcobaleno nelle nubi in un giorno di pioggia. Tale mi apparve l’aspetto della gloria del Signore. Quando la vidi, caddi con la faccia a terra e udii la voce di uno che parlava.

Daniele 7:13 Guardando ancora nelle visioni notturne,

ecco apparire, sulle nubi del cielo,

uno, simile ad un figlio di uomo;

giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui,

Daniele 7:14 che gli diede potere, gloria e regno;

tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano;

il suo potere è un potere eterno,

che non tramonta mai, e il suo regno è tale

che non sarà mai distrutto.

Apocalisse 21:1 Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più.

Apocalisse 21:2 Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.

Apocalisse 21:3 Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini!

Egli dimorerà tra di loro

ed essi saranno suo popolo

ed egli sarà il «Dio-con-loro».

Apocalisse 21:4 E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;

non ci sarà più la morte,

né lutto, né lamento, né affanno,

perché le cose di prima sono passate».

Apocalisse 21:5 E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.

Apocalisse 21:6 Ecco sono compiute!

Io sono l’Alfa e l’Omega,

il Principio e la Fine.

A colui che ha sete darò gratuitamente

acqua della fonte della vita.

Apocalisse 21:7 Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;

io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.

Apocalisse 21:8 Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte».

Apocalisse 21:9 Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello».

Apocalisse 21:10 L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio.

Apocalisse 21:11 Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.

Apocalisse 21:12 La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele.

Apocalisse 21:13 A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte.

Apocalisse 21:14 Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

Apocalisse 21:15 Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura.

Apocalisse 21:16 La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono eguali.

Apocalisse 21:17 Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo.

Apocalisse 21:18 Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo.

Apocalisse 21:19 Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo,

Apocalisse 21:20 il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista.

Apocalisse 21:21 E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.

Apocalisse 21:22 Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio.

Apocalisse 21:23 La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

Apocalisse 21:24 Le nazioni cammineranno alla sua luce

e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza.

Apocalisse 21:25 Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,

poiché non vi sarà più notte.

Apocalisse 21:26 E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.

Apocalisse 21:27 Non entrerà in essa nulla d’impuro,

né chi commette abominio o falsità,

ma solo quelli che sono scritti

nel libro della vita dell’Agnello.

Apocalisse 22:1 Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello.

Apocalisse 22:2 In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.

Apocalisse 22:3 E non vi sarà più maledizione.

Il trono di Dio e dell’Agnello

sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno;

Apocalisse 22:4 vedranno la sua faccia

e porteranno il suo nome sulla fronte.

Apocalisse 22:5 Non vi sarà più notte

e non avranno più bisogno di luce di lampada,

né di luce di sole,

perché il Signore Dio li illuminerà

e regneranno nei secoli dei secoli.

Apocalisse 22:6 Poi mi disse: «Queste parole sono certe e veraci. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra breve.

Apocalisse 22:7 Ecco, io verrò presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro».

Apocalisse 22:8 Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. Udite e vedute che le ebbi, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che me le aveva mostrate.

Apocalisse 22:9 Ma egli mi disse: «Guardati dal farlo! Io sono un servo di Dio come te e i tuoi fratelli, i profeti, e come coloro che custodiscono le parole di questo libro. È Dio che devi adorare».

Apocalisse 22:10 Poi aggiunse: «Non mettere sotto sigillo le parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino.

 

Testi dal Catechismo e dalle opere dei santi sul Paradiso .

 

Testi del Catechismo della Chiesa Cattolica sul Paradiso

 

II. Il Cielo

 

1023 Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono «così come egli è» ( 1Gv 3,2 ), faccia a faccia: [Cf 1Cor 13,12; Ap 22,4 ] Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo… e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c’era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate…, anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale — e questo dopo l’Ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo — sono state, sono e saranno in cielo, associate al Regno dei cieli e al Paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l’essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura [ Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: Denz. –Schönm., 1000; cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49].

 

1024 Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata «il cielo». Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva. 

 

1025 Vivere in cielo è «essere con Cristo» [Cf Gv 14,3; Fil 1,23; 1Ts 4,17 ]. Gli eletti vivono «in lui», ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome: [Cf Ap 2,17 ]Vita est enim esse cum Christo; ideo ubi Christus, ibi vita, ibi regnum — La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c’è Cristo, là c’è la vita, là c’è il Regno [Sant’Ambrogio, Expositio Evangelii secundum Lucam, 10, 121: PL 15, 1834A].

 

1026 Con la sua morte e la sua Risurrezione Gesù Cristo ci ha «aperto» il cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della Redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui.

 

1027 Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» ( 1Cor 2,9 ). 

 

1028 A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando egli stesso apre il suo Mistero alla contemplazione immediata dell’uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa la «la visione beatifica»:Questa sarà la tua gloria e la tua felicità: essere ammesso a vedere Dio, avere l’onore di partecipare alle gioie della salvezza e della luce eterna insieme con Cristo, il Signore tuo Dio, … godere nel Regno dei cieli, insieme con i giusti e gli amici di Dio, le gioie dell’immortalità raggiunta [San Cipriano di Cartagine, Epistulae, 56, 10, 1: PL 4, 357B].

 

1029 Nella gloria del cielo i beati continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli altri uomini e all’intera creazione. Regnano già con Cristo; con lui «regneranno nei secoli dei secoli» ( Ap 22,5 ) [Cf Mt 25,21; Mt 25,23 ].

 

Seconda Lettura Dalle «Conferenze» di san Tommaso d’Aquino, sacerdote (Conf. sul Credo; Opuscula theologica 2; Torino 1954, pp. 216217)
Mi sazierò quando apparirà la tua gloria Quando saranno compiuti tutti i nostri desideri, cioè nella vita eterna, la fede cesserà. Non sarà più oggetto di fede tutta quella serie di verità che nel «Credo» si chiude con le parole: «vita eterna. Amen». La prima cosa che si compie nella vita eterna è l’unione dell’uomo con Dio. Dio stesso, infatti, è il premio ed il fine di tutte le nostre fatiche: «lo sono il tuo scudo, e la tua ricompensa sarà molto grande» (Gn 15,1). Questa unione poi consiste nella perfetta visione: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12). La vita eterna inoltre consiste nella somma lode, come dice il Profeta: «Giubilo e gioia saranno in essa, ringraziamenti e inni di lode» (Is 51,3). Consiste ancora nella perfetta soddisfazione del desiderio. Ivi infatti ogni beato avrà più di quanto ha desiderato e sperato. La ragione è che nessuno può in questa vita appagare pienamente i suoi desideri, né alcuna cosa creata è in grado di colmare le aspirazioni dell’uomo. Solo Dio può saziarlo, anzi andare molto al di là, fino all’infinito. Per questo le brame dell’uomo si appagano solo in Dio, secondo quanto dice Agostino: «Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è senza pace fino a quando non riposa in te». I santi, nella patria, possederanno perfettamente Dio. Ne segue che giungeranno all’apice di ogni loro desiderio e che la loro gloria sarà superiore a quanto speravano. Per questo dice il Signore: «Prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21); e Agostino aggiunge: «Tutta la gioia non entrerà nei beati, ma tutti i beati entreranno nella gioia. Mi sazierò quando apparirà la tua gloria»; ed anche: «Egli sazia di beni il tuo desiderio». Tutto quello che può procurare felicità, là è presente ed in sommo grado. Se si cercano godimenti, là ci sarà il massimo e più assoluto godimento, perché si tratta del bene supremo, cioè di Dio: «Dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 15,11). La vita eterna infine consiste nella gioconda fraternità di tutti i santi. Sarà una comunione di spiriti estremamente deliziosa, perché ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati. Ognuno amerà l’altro come se stesso e perciò godrà del bene altrui come proprio. Così il gaudio di uno solo sarà tanto maggiore quanto più grande sarà la gioia di tutti gli altri beati.

 

Il Paradiso

 

s. Alfonso de’ Liguori

 

Oh Dio, che dirà l’anima in entrare in quel regno beato! Immaginiamoci che muoia quella verginella, o quel giovine, ch’essendosi consagrato all’amore di Gesu-Cristo, arrivata la morte, lascia già questa terra. L’anima è presentata al giudizio, il giudice l’abbraccia e le dichiara ch’è salva. Le viene ad incontro l’Angelo Custode, e se ne rallegra; ella lo ringrazia dell’assistenza fattale, e l’Angelo poi le dice: Via su, anima bella, allegramente già sei salva, vieni a vedere la faccia del tuo Signore. Ecco l’anima già passa le nubi, le sfere, le stelle: entra nel cielo. Oh Dio, che dirà nel metter piede la prima volta in quella patria beata, e in dar la prima occhiata a quella città di delizie! Gli angeli e i santi le verranno ad incontro, e giubilando le daranno il benvenuto. Ivi che consolazione avrà in incontrarsi co» suoi parenti, o amici entrati già prima in paradiso, e co» suoi santi avvocati! Vorrà l’anima allora genuflettersi avanti di loro per venerarli, ma le diranno quei santi: «Vide ne faceris, conservus tuus sum» (Apoc. 22. 9). Indi sarà portata a baciare i piedi a Maria ch’è la Regina del paradiso. Qual tenerezza sentirà l’anima in conoscere di vista la prima volta quella divina Madre, che tanto l’ha aiutata a salvarsi! poiché allora vedrà l’anima tutte le grazie, che le ha ottenute Maria, dalla quale poi si vedrà amorosamente abbracciata. Indi dalla stessa Regina sarà l’anima condotta a Gesù, che la riceverà come sposa e le dirà: «Veni de Libano, sponsa mea, veni, coronaberis» (Cant. 4. 8). Sposa mia, allegramente, son finite le lagrime, le pene e i timori; ricevi la corona eterna, ch’io t’ho acquistata col mio sangue. Gesù stesso poi la porterà a ricever la benedizione dal suo Padre divino, che abbracciandola la benedirà dicendole: «Intra in gaudium Domini tui» (Matth. 25. 21). Ella sarà beata della medesima beatitudine ch’Egli gode.

 

Tutti i sensi saranno pienamente appagati in Paradiso

 

Entrata che sarà l’anima nella beatitudine di Dio, «nihil est quod nolit», non avrà cosa più che l’affanni. «Absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum, et mors ultra non erit; neque luctus, neque clamor, neque dolor erit ultra; quia prima abierunt. Et dixit qui sedebat in throno: Ecce nova facio omnia» (Apoc. 21. 4).1 Nel paradiso non vi sono più infermità, non povertà, né incomodi: non vi sono più vicende di giorni e di notti, né di freddo o di caldo. Ivi è un continuo giorno sempre sereno, una continua primavera sempre deliziosa. Ivi non vi sono più persecuzioni o invidie; in quel regno d’amore tutti s’amano teneramente, e ciascuno gode del bene dell’altro come fosse suo. Non vi sono più timori, perché l’anima confermata in grazia non può più peccare e perdere il suo Dio. «Ecce nova facio omnia». Ogni cosa è nuova, ed ogni cosa consola e sazia. «Totum est quod velis». Ivi sarà contentata la vista, in rimirare quella città di perfetta bellezza: «Urbs perfecti decoris» (Thren. 2. 15). Che delizia sarebbe vedere una città, dove il pavimento delle vie fosse di cristallo, i palagi d’argento con i soffitti d’oro, e tutt’adorni di festoni di fiori? Oh quanto sarà più bella la città del paradiso! Che sarà poi vedere que» cittadini tutti vestiti alla regale, poiché tutti sono re, come parla S. Agostino: «Quot cives tot reges!» Che sarà veder Maria, che comparirà più bella che tutto il paradiso! Che sarà poi vedere l’Agnello divino, lo sposo Gesù! Santa Teresa appena vide una volta una mano di Gesu-Cristo, rimase stupida per tanta bellezza. Sarà contentato l’odorato con quegli odori, ma odori di paradiso. Sarà contentato l’udito colle armonie celesti. S. Francesco intese una volta da un angelo una sola arcata di viola, ed ebbe a morirne per la dolcezza. Che sarà sentir tutt’i santi e gli angeli cantare a coro le glorie di Dio! «In saecula saeculorum laudabunt te» (Ps. 83. 5). Che sarà udir Maria che loda Dio! La voce di Maria in cielo, dice S. Francesco di Sales, sarà come d’un usignuolo in un bosco, che supera il

 

canto di tutti gli altri uccellini, che vi sono. In somma ivi son tutte le delizie, che possono desiderarsi.

 

Ma queste delizie sinora considerate sono i minori beni del paradiso. Il bene che fa il paradiso è il sommo bene ch’è Dio. «Totum quod exspectamus (dice S. Agostino), duae syllabae sunt, Deus». Il premio che il Signore ci promette, non sono solamente le bellezze, le armonie e gli altri gaudi di quella città beata: il premio principale è Dio medesimo, cioè il vedere e l’amare Dio da faccia a faccia. «Ego ero merces tua magna nimis» (Gen. 15. 1). Dice S. Agostino che se Dio facesse veder la sua faccia a» dannati, «continuo infernus ipse in amoenum converteretur paradisum» (Tom. 9. de Tripl. habit.). E soggiunge che se ad un’anima uscita da questa vita stesse ad eleggere o di veder Dio e star nelle pene dell’inferno, o pure di non vederlo ed esser liberata dall’inferno, «eligeret potius videre Dominum, et esse in illis poenis».

 

Questo gaudio di vedere e amar Dio da faccia a faccia, da noi in questa vita non può comprendersi; ma argomentiamone qualche cosa dal saper per prima che l’amor divino è così dolce, che anche in questa vita è giunto a sollevar da terra non solo l’anime, ma ancora i corpi de» santi. S. Filippo Neri fu una volta rapito in aria con tutto lo scanno a cui s’afferrò. S. Pietro d’Alcantara fu anche alzato da terra abbracciato ad un albero svelto sin dalle radici. In oltre sappiamo che i santi martiri per la dolcezza dell’amor divino giubilavano negli stessi tormenti. S. Vincenzo mentr’era tormentato, parlava in modo (dice S. Agostino) che «alius videbatur pati, alius loqui». S. Lorenzo stando sulla graticola sul fuoco, insultava il tiranno: «Versa, et manduca»; sì, dice lo stesso S. Agostino, perché Lorenzo, «hoc igne (del divino amore) accensus non sentit incendium». In oltre, che dolcezze prova un peccatore in questa terra, anche in piangere i suoi peccati! Onde dicea S. Bernardo: «Si tam dulce est flere pro te, quid erit gaudere de te». Che suavità poi non prova un’anima, a cui nell’orazione se le scopre con un raggio di luce la divina bontà, le misericordie che l’ha usate e l’amore che l’ha portato e porta Gesu-Cristo! si sente allora l’anima struggere, e venir meno per l’amore. E pure in questa terra noi non vediamo Dio com’è: lo vediamo allo scuro. «Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem» (1. Cor. 13. 12). Al presente noi abbiamo una benda avanti gli occhi, e Dio sta sotto la portiera della fede, e non si fa da noi vedere; che sarà quando dagli occhi nostri si toglierà la benda, e s’alzerà la portiera, e vedremo Dio da faccia a faccia? vedremo quant’è bello Dio, quant’è grande, quant’è giusto, quant’è perfetto, quant’è amabile e quant’amoroso. In questa terra la maggior pena che affligge l’anime che amano Dio, e sono in desolazione, è il timore di non amare e di non essere amate da Dio. «Nescit homo, utrum amore an odio dignus sit» (Eccle. 9. 1). Ma nel paradiso l’anima è sicura ch’ella ama Dio, e ch’è amata da Dio; vede ch’ella è felicemente perduta nell’amor del suo Signore, e che “l Signore la tiene abbracciata come figlia cara, e vede che quest’amore non si scioglierà mai più in eterno. Accrescerà le beate fiamme all’anima il meglio conoscere che farà allora, quale amore è stato di Dio l’essersi fatto uomo, e morire per lei! quale amore l’istituzione del SS. Sagramento, un Dio farsi cibo d’un verme! Vedrà allora anche l’anima distintamente tutte le grazie che Dio le ha fatte in liberarla da tante tentazioni e pericoli di perdersi; ed allora vedrà che quelle tribolazioni, infermità, persecuzioni e perdite, ch’ella chiamava disgrazie e castighi di Dio, sono state tutte amore e tiri della divina provvidenza per condurla al paradiso. Vedrà specialmente la pazienza che ha avuta Dio in sopportarla dopo tanti peccati, e le misericordie che le ha usate, donandole tanti lumi e tante chiamate d’amore. Vedrà lassù di quel monte beato tante anime dannate nell’inferno per meno peccati de» suoi, ed ella si vedrà già salva, che possiede Dio, ed è sicura di non avere più a perdere quel sommo bene per tutta l’eternità.

 

Sempre dunque il beato goderà quella felicità, che per tutta l’eternità in ogni momento gli sarà sempre nuova, come se quel momento fosse la prima volta in cui la godesse. Sempre desidererà quel gaudio, e sempre l’otterrà: sempre contenta, sempre sitibonda: sempre sitibonda, e sempre saziata; sì, perché il desiderio del paradiso non porta pena, e “l possesso non porta tedio. In somma siccome i dannati sono vasi pieni d’ira, i beati sono vasi pieni di contento, in modo che non hanno più che desiderare. Dice S. Teresa che anche in questa terra, quando Iddio introduce un’anima nella cella del vino, cioè del suo divino amore, la rende felicemente ubbriaca, talmente ch’ella perde l’affetto a tutte le cose terrene. Ma in entrare in paradiso, oh quanto più perfettamente, come dice Davide, gli eletti «inebriabuntur ab ubertate domus tuae» (Ps. 35. 9). Allora avverrà che  l’anima in vedere alla scoverta, e in abbracciarsi col suo sommo bene, resterà talmente inebriata d’amore, che felicemente si perderà in Dio, cioè affatto si scorderà di se stessa, e non penserà d’allora in poi che ad amare, a lodare e benedire quell’infinito bene, che possiede. Quando dunque ci affliggono le croci di questa vita, confortiamoci a sopportarle pazientemente colla speranza del paradiso. S. Maria Egiziaca, dimandata in fine della sua vita dall’Abbate Zosimo, come avea potuto soffrire di vivere per tanti anni in quel deserto? Rispose: «Colla speranza del paradiso». S. Filippo Neri, essendogli offerta la dignità cardinalizia, buttò la berretta in aria dicendo: «Paradiso, paradiso». Fra Egidio Francescano in sentir nominare paradiso, era sollevato in aria per lo contento. Così parimenti ancora noi, quando ci vediamo angustiati dalle miserie di questa terra, alziamo gli occhi al cielo e consoliamoci, sospirando e dicendo: «Paradiso, paradiso». Pensiamo, che, se saremo fedeli a Dio, finiranno un giorno tutte queste pene, miserie e timori, e saremo ammessi in quella patria beata, dove saremo pienamente felici, mentre Dio sarà Dio. Ecco che ci aspettano i santi, ci aspetta Maria; e Gesù sta colla corona in mano, per renderci re di quel regno eterno.

 

S. Caterina da Siena

 

Se tu raguardi di sopra in me, Vita durabile, nella natura angelica e nei cittadini che sono in essa {163r}

 

vita durabile, che in virtù del sangue dell’Agnello ànno avuto vita etterna, Io ò ordinato con ordine la

 

carità loro, ciò è che non ò posto che l’uno gusti pure il bene suo proprio nella beata vita che egli à da me e

 

non sia participato dagli altri. Non ò voluto così, anco è tanto ordinata e perfetta la carità loro, che il

 

grande gusta il bene del piccolo, e il piccolo del grande. Piccolo, quanto a misura; non che “l piccolo non

 

sia pieno come il grande, ogni uno nel grado suo, sì come in un altro luogo Io ti narrai. {DialXLI}

 

O quanto è fraterna questa carità! e quanto è unitiva in me e l’uno con l’altro, perché da me l’ànno e da me

 

la ricognoscono, con quel timore santo e di debita reverenzia, che vedendo loro s’affogano in me e in me

 

veggono e cognoscono la loro dignità nella quale Io gli ò posti. L’angelo si comunica con l’uomo cioè co»

 

l’anime dei beati, e i beati con gli angeli. Sì che ogni uno in questa dilezione della carità, godendo il bene

 

l’uno de l’altro, esultano in me con giubilo e allegrezza senza tristizia, dolce senza veruna amaritudine,

 

perché mentre che vissero e nella morte loro gustarono me per affetto d’amore nella carità del prossimo.

 

Chi l’à ordinato? La sapienzia mia con ammirabile e dolce providenzia.

 

CAPITOLO XLI

 

Così l’anima giusta che finisce in affetto di carità e legata in amore non può crescere in virtù venuto meno

 

il tempo, ma può sempre amare con quella dilezione che ella viene a me, e con quella misura l’è misurato.

 

{DialCXXXI/2672; DialCLXIV/1276-1326ss.} Sempre desidera me e sempre m’à, unde il suo desiderio

 

non è votio, ma avendo fame è saziato e saziato à fame; e dilonga è il fastidio dalla sazietà, e dilonga è la

 

pena dalla fame.

 

Nell’amore godono nell’eterna mia visione, participando quello bene che Io ò in me medesimo à

 

ognuno secondo la misura sua, cioè con quella misura dell’amore che essi sono venuti a me, con quella l’è

 

misurato. Perché sono stati nella carità mia e in quella del prossimo, ed uniti insieme colla carità comune

 

e con la particulare, che esce pure d’una medesima carità, godono ed esultano participando il bene l’uno

 

dell’altro con l’affetto della carità, oltre al bene universale che essi ànno tutti insieme. E con la natura

 

angelica godono ed esultano, co» quali i santi sono conlocati secondo le diverse e varie virtù le quali

 

principalmente ebbero nel mondo. Essendo legati tutti nel legame della carità, ànno una singulare

 

participazione con coloro con cui strettamente d’amore singulare s’amarono nel mondo, col quale amore

 

crescevano in {33r} grazia augmentando la virtù. L’uno era cagione all’altro di manifestare la gloria e

 

loda del nome mio in loro e nel prossimo. Sì che poi nella vita durabile non l’ànno perduto, anco l’ànno,

 

participando strettamente e con più abbondanzia l’uno con l’altro, aggiontolo all’universale bene.

 

{DialCXXXI/2658ss.}

 

E non vorrei però che tu credessi che questo bene particulare, il quale Io t’ò detto che essi ànno, l’avessero

 

solo per loro, però che non è così, ma è participato da tutti quanti i gustatori cittadini e diletti miei

 

figliuoli e da tutta la natura angelica. Unde, quando l’anima giogne a vita eterna, tutti participano il bene

 

di quella anima e l’anima del bene loro. Non che il vasello loro né il suo possa crescere, né che abbi

 

bisogno d’empirsi, però che egli è pieno e però non può crescere, ma ànno una esultazione con una

 

giocondità, uno giubilo, una allegrezza la quale si rinfresca in loro per lo cognoscimento che ànno trovato

 

in quella anima. Veggono che per mia misericordia ella è levata dalla terra con la plenitudine della grazia,

 

e così esultano in me, nel bene di quella anima, il quale à ricevuto per la mia bontà.

 

E quella anima gode in me e nell’anime e negli spiriti beati, vedendo e gustando in loro la dolcezza della

 

mia carità. I loro desideri sempre gridano dinanzi da me per la salvazione di tutto quanto il mondo;

 

perché la vita loro finì nella carità del prossimo, non l’ànno lassata, anco con essa passarono per la porta

 

de l’unigenito mio Figliuolo {Gv10/7} per lo modo che di sotto ti contierò. {DialLXXXIII/1806;

 

DialCXXXI/2652} Sì che vedi che con quello legame dell’amore in che finì la vita loro, con quello

 

permangono e dura sempre eternalmente.

 

Essi sono tanto conformati con la mia volontà che non possono volere se non quel che Io voglio, perché

 

l’arbitrio loro è legato nel legame della carità per sìffatto modo, che venendo meno il tempo alla creatura

 

che {35v} à in sé ragione, morendo in stato di grazia, non può più peccare. E in tanto è unita la sua

 

volontà con la mia che, vedendo il padre o la madre il figliuolo suo ne l’inferno, o il figliuolo la madre,

 

non se ne curano, anco sono contenti di vederli puniti, come nimici miei.

 

In niuna cosa si scordano da me; i desideri loro sono pieni. Il desiderio dei beati è di vedere l’onore mio in

 

voi viandanti, i quali sete peregrini che sempre corrite verso il termine della morte. Nel desiderio del mio

 

onore desiderano la salute vostra, e però sempre mi pregano per voi. Il quale desiderio è adempito da me

 

dalla parte mia, colà dove voi ignoranti non recalcitraste alla mia misericordia.

 

Ànno desiderio ancora di riavere la dota del corpo {Mt25/1430; Let79} loro e questo desiderio non gli

 

affligge, non avendolo attualmente, ma godono gustando per certezza che essi ànno d’avere il loro

 

desiderio pieno; non gli affligge, però che non avendolo non lo» manca beatitudine, e però non lo» dà pena.

 

E non ti pensare che la beatitudine del corpo dopo la resurrezione dia piú beatitudine all’anima. Che se

 

questo fusse seguiterebbe che infino che non avessero il corpo averebbero beatitudine imperfetta, la qual

 

cosa non può essere, però che in loro non manca alcuna perfezione. Sì che non è il corpo che dia

 

beatitudine all’anima, ma l’anima darà beatitudine al corpo: darà dell’abbondanzia sua, rivestita ne

 

l’ultimo dì del giudicio del vestimento della propria carne la quale lassò.

 

Come l’anima è fatta immortale, fermata e stabilita in me, così il corpo in quella unione diventa

 

immortale: perduta la gravezza è fatto sottile e leggiero. Unde sappi che “l corpo glorificato passerebbe per

 

lo mezzo del muro, né il fuoco né l’acqua non l’offenderebbe; non per virtù sua ma per la virtù dell’anima

 

{34r}, la quale virtù è mia, data a lei per grazia, e per amore ineffabile col quale Io la creai alla imagine e

 

similitudine mia.

 

L’occhio de l’intelletto tuo non è sufficiente a vedere, né l’orecchia a udire, né la lingua a narrare, né il

 

cuore a pensare il bene loro.{1Cor2/9}

 

O quanto diletto ànno in vedere me che so» ogni bene! O quanto diletto averanno essendo col corpo

 

glorificato! Il quale bene non avendo di qui al giudicio generale, non ànno pena, perché non lo» manca

 

beatitudine, però che l’anima è piena in sé. La quale plenitudine participarà il corpo, come detto t’ò.

 

Dicevoti del bene che avarebbe il corpo glorificato ne l’umanità glorificata de l’unigenito mio Figliuolo la

 

quale vi dà certezza della vostra resurrezione. Ine esultano nelle piaghe sue, le quali sono rimase fresche,

 

riservate le cicatrici nel corpo suo, le quali gridano continuamente misericordia a me, sommo ed eterno

 

Padre, per voi. Tutti si conformaranno con lui in gaudio e in giocondità, occhio con occhio e mano con

 

mano; con tutto quanto il corpo del dolce Verbo mio Figliuolo tutti vi conformarete. Stando in me starete

 

in lui, perché egli è una cosa con meco. Ma l’occhio del corpo vostro, come detto t’ò, si deletterà ne

 

l’umanità glorificata del Verbo unigenito mio Figliuolo.

 

Questo perché? Perché la vita loro finì nella dilezione della mia carità, e però lo» dura eternalmente. Non

 

che possano adoperare alcuno bene, ma godonsi quello che essi ànno portato, ciò è che non possono fare

 

alcuno atto meritorio per lo quale possino meritare, però che solo in questa vita si merita e pecca, secondo

 

che piace alla propria volontà, col libero arbitrio.

 

Costoro non aspettano con timore il divino giudicio, ma con allegrezza; e non lo» parrà la faccia del

 

Figliuolo mio terribile né piena d’odio, perché essi sono finiti in carità ed in dilezione di me e {34v}

 

benivolenzia del prossimo.

 

Sì che vedi che la mutazione della faccia non sarà in lui quando verrà a giudicare con la maiestà mia, ma

 

in coloro che saranno giudicati da lui. A» dannati apparirà con odio e con giustizia, ne» salvati con amore e

 

con misericordia.

 

CAPITOLO XLV

 

Òtti mostrato come essi si ingannano con uno disordinato timore e come Io so» lo Dio vostro che non mi

 

muovo, e che Io non so» accettatore delle creature ma del santo desiderio. E questo t’ò mostrato nella figura

 

dell’arbore la quale Io t’ò detta.

 

Ora ti voglio mostrare a cui le spine e triboli che germinò la terra per lo peccato fanno male, e a cui no. E

 

perché infino a ora ti ò mostrata la loro dannazione insiememente con la mia bontà, e òtti detto come essi

 

sono ingannati dalla propria sensualità, ora ti voglio dire come solo costoro sono quelli che sono offesi

 

dalle spine.

 

Veruno che nasca in questa vita passa senza fadiga, o corporale o mentale. Corporale la portano i servi

 

miei, ma la mente loro è libera, cioè che non sente fadiga della fadiga, perché à accordata la sua volontà

 

con la {38v} mia. La quale volontà è quella cosa che dà pena all’uomo. Pena di mente e di corpo portano

 

costoro i quali Io t’ò contiati, che in questa vita gustano l’arra dell’inferno, sì come i servi miei gustano

 

l’arra di vita eterna.

 

Sai tu quale è il più singulare bene che ànno i beati? è d’avere la volontà loro piena di quello che

 

desiderano. Desiderano me, e desiderando me essi m’ànno e mi gustano senza alcuna rebellione, però che

 

ànno lassata la gravezza del corpo, il quale era una legge che impugnava contra lo spirito. Il corpo l’era un

 

mezzo che non lassava cognoscere perfettamente la verità, né potevano vedermi a faccia a faccia perché il

 

corpo non lassava.

 

Ma poi che l’anima à lassato il peso del corpo la volontà sua è piena, perché desiderando di vedere me ella

 

mi vede, nella quale visione sta la vostra beatitudine. Vedendo cognosce e cognoscendo ama, e amando

 

gusta me, sommo ed eterno Bene; gustando sazia e adempie la volontà sua, cioè il desiderio che egli à di

 

vedere e cognoscere me. Desiderando à e avendo desidera e, come Io ti dissi, dilonga è la pena dal

 

desiderio, e’l fastidio dalla sazietà. {Ap7/1617}

 

Sì che vedi che i servi miei ricevono beatitudine principalmente in vedere e cognoscere me; la quale

 

visione e cognoscimento lo» riempie la volontà d’avere ciò che essa volontà desidera, e così è saziata. E

 

però ti dissi che, singularmente, gustare vita eterna era d’avere ciò che la volontà desidera. Ma sappi che

 

ella si sazia nel vedere e cognoscere me, come detto t’ò. In questa vita gustano l’arra di vita eterna,

 

gustando questo medesimo del quale Io t’ò detto ch’essi sono saziati.

 

Come ànno questa arra in questa vita? Dicotelo: in vedere la mia bontà in sé in cognoscere la mia verità; il

 

quale cognoscimento à lo “ntelletto illuminato in me, il quale è l’occhio dell’anima. Questo occhio {39r} à

 

la pupilla della santissima fede, il quale lume della fede fa discernere e cognoscere e seguitare la via e la

 

dottrina della mia Verità, Verbo incarnato. Senza questa pupilla della fede non vedrebbe se non come

 

l’uomo che à la forma dell’occhio, ma il panno à ricuperta la pupilla che fa vedere all’occhio. E così

 

l’occhio dell’intelletto: la pupilla sua è la fede la quale, essendovi posto dinanzi il panno della infedelità,

 

tratto dall’amore proprio di se medesimo, non vede; à la forma dell’occhio ma non il lume, perché esso se

 

l’à tolto. {Mt6/2223}

 

Sì che vedi che nel vedere cognoscono, e cognoscendo amano, e amando anniegano e perdono la volontà

 

loro propria.

 

Perduta la loro si vestono della mia, che non voglio altro che la vostra santificazione. E subito si dànno a

 

vollere il capo a dietro dalla via di sotto, e cominciano a salire per lo ponte e passano sopra le spine, e

 

perché sono calzati i piei dell’affetto loro con la mia volontà, non lo» fa male. {Ef6/11ss.} E però ti dissi

 

che sostenevano corporalmente e non mentalmente perché la volontà sensitiva è morta, la quale dà pena e

 

affligge la mente della creatura. Tolta la volontà è tolta la pena, ed ogni cosa portano con reverenzia,

 

reputandosi grazia d’essere tribolati per me, e non desiderano se non quello che Io voglio.

 

Se Io lo» do pena da parte delle dimonia, permettendolo» le molte tentazioni per provarli nelle virtù, sì

 

come Io ti dissi di sopra, {DialXLIII/750ss.} essi resistono con la volontà, la quale ànno fortificata in me,

 

umiliandosi e reputandosi indegni della pace e quiete della mente e reputandosi degni della pena; e così

 

passano con allegrezza e cognoscimento di loro senza pena affliggitiva.

 

Se ella è tribolazione dagli uomini, o infermità, o povertà, o mutamento di stato nel mondo, o privazione

 

di figliuoli o dell’altre creature le quali molto amasse, le quali tutte sono spine che germinò la terra dopo il

 

{39v} peccato, tutte le porta col lume della ragione e della fede santa, raguardando me che so» somma

 

bontà e non posso volere altro che bene; e per bene le concedo, per amore e non per odio.

 

E cognosciuto che ànno l’amore in me, ed essi raguardano loro, cognoscendo i loro difetti; e veggono col

 

lume della fede che “l bene debba essere remunerato e la colpa punita. Ogni piccola colpa veggono che

 

meriterebbe pena infinita, perché è fatta contra me che so» infinito Bene, e recansi a grazia che Io in

 

questa vita gli voglia punire, e in questo tempo finito. E così insiememente scontiano il peccato con la

 

contrizione del cuore, e con la perfetta pazienza meritano, e le fadighe loro sono remunerate di bene

 

infinito.

 

Poi cognoscono che ogni fadiga di questa vita è piccola per la piccolezza del tempo: il tempo è quanto una

 

punta d’aco e non più, e passato il tempo è passata la fadiga, adunque vedi che è piccola. Essi portano con

 

pazienzia, e passano le spine attuali e non lo» toccano il cuore, perché il cuore loro è tratto di loro per

 

amore sensitivo, e posto e unito in me per affetto d’amore.

 

Bene è dunque la verità che costoro gustano vita eterna ricevendo l’arra in questa vita; e stando nell’acqua

 

non si immollano, passando sopra le spine non si pungono, come detto t’ò, perché ànno cognosciuto me,

 

sommo Bene, e cercatolo colà dove egli si truova, cioè nel Verbo de l’unigenito mio Figliuolo.

 

Paradiso s Metilde

 

CAPITOLO I

 

L’ANIMA DELLA BADESSA

 

GERTRUDE SORELLA DI METILDE.

 

Metilde, piena di tenerezza per gli afflitti, si ricordava davanti al Signore non solo dei vivi, ma anche dei defunti, ai quali applicava i suoi devoti suffragi. Più volte dunque, pregando per varie anime che non avevano più bisogno di soccorso, le furono dal misericordioso Signore manifestati i loro meriti e la loro gloria.

 

Un giorno in cui si cantava la messa per i defunti, quella divota vergine, in azione di grazie recitava per l’anima di sua sorella la badessa Gertrude di felice memoria, la serie dei responsori della Santa Trinità. Avendo ella già visto altre volte quell’anima nella gloria, il Signore le disse: “La rivedresti tu volentieri ancora?”

 

D’un tratto, sua sorella le apparve portando sul corpo un velo di candidissimo lino splendente di luce. Metilde le domandò cosa significasse questo velo, e la defunta rispose: “Rappresenta la vita che ho menata nel chiostro, tutti i fili di cui è tessuto sono dalla Divinità penetrati di gloria e di splendore”.

 

Tali parole fecero intendere a Metilde che non si osserva nessuna buona pratica per divozione o per fedeltà alle regole del proprio stato, che non venga raccolta dalla memoria del Signore per darne all’anima una ricompensa speciale.

 

E la tua corona dov’è?” ripigliò Metilde. “La mia corona, rispose quella anima beata, è talmente gloriosa che dalla terra s’innalza sino al trono di Dio, e raggiunge i confini del mondo. Incomincia su la terra dove agli uomini lasciai la mia memoria ed i miei esempi; sale sino al trono di Dio, perché le mie virtù procurano a Dio onore e lode, ed in pari tempo rallegrano tutti i Santi; abbraccia pure le quattro parti del mondo, perché la mia vita ha: giovato a tutta la Chiesa e le sarà di vantaggio sino alla fine dei secoli”.

 

Metilde l’interrogò sopra un punto che era oggetto delle loro preghiere quando era ancor vivente, e l’anima rispose: “La mia preghiera è ormai più efficace, più utile e più fruttuosa che durante la mia vita”. E dimostrando Metilde qualche sorpresa nell’udire queste parole, la beata soggiunse: “È così, perché 1a preghiera del giusto, anche dopo la sua morte, né perisce né muore mai. La preghiera che avrà implorato la salvezza dei peccatori conserverà il suo valore anche dopo la morte di chi l’ha fatta. Così pure di tutte le altre preghiere”.

 

Questo è conforme a ciò che si legge nel secondo libro dei Maccabei, dove si vede che il Sommo Sacerdote Onia, comparve col profeta Geremia a Giuda Maccabeo e indicando Geremia gli disse: Ecco colui che prega per tutto il popolo (II Mach., XV, 14). È certo che l’anima di Geremia allora era nel Limbo. Ma colui che, durante la sua vita, come un vero sacerdote del Signore aveva propiziato il Signore con le sue preghiere per il popolo, veniva mostrato dopo la sua morte come intercessore a favore di quello.

 

Donde si può concludere che se uno sapesse dare ai propri desiderii un’intenzione che si estendesse a tutti i secoli, vale à dire se desiderasse per l’amore e la gloria di Dio, di vivere sino alla fine del mondo nella preghiera, nel lavoro e nella sofferenza per soccorrere i vivi e le anime del purgatorio, sicuramente Dio accetterebbe un tal voto come l’atto medésimo.

 

CAPITOLO II

 

LE ANIME BEATE OFFRONO A DIO

 

LE PREGHIERE CHE VENGONO RECITATE PER LORO

 

Un’altra volta, mentre la Comunità si accostava alla Comunione, là Santa vide di nuovo l’anima di sua sorella tutta risplendente di bellezza, la quale stava alla destra di Dio e dal Signore riceveva tanti baci quanti erano le persone che ricevevano il Corpo del Signore. Questo esprimeva il merito particolare che quell’anima aveva acquistato col promuovere nelle Suore la frequenza alla Santa Comunione.

 

Considerando un tale spettacolo con gaudio ed ammirazione, Metilde volle sapere se il Sacerdote acquisti qualche merito nel distribuire il Corpo di Cristo. — “Se un semplice soldato, rispose il Signore, portasse ai Principi della Corte il figlio unico del Re, e che il Bambino reale da ciascuno di quei Principi ricevesse cento monete; quel soldato certo si arricchirebbe, quando riportando il figlio del Re da questo ricevesse in dono quel denaro offerto dai Principi. Così pure si accresce il merito del Sacerdote il quale, con divozione e santa gioia, distribuisce ai fedeli il Sacramento del Corpo di Gesù Cristo”.

 

Dopo, la Santa disse a sua sorella: “Dimmi, sorella diletta, qual vantaggio ricevi tu quando poi recitiamo per te i responsori della Santa Trinità od altre preghiere?” L’anima rispose: “Io ricevo tutte le parole delle vostre labbra sotto forma di rose che offro con gioia al mio diletto”. Poi mostrando a Metilde nelle pieghe del suo mantello bellissime rose che nel loro centro avevano una foglia d’oro, le disse: — “Questa foglia d’oro è quella del cuore, cioè della carità che dà valore alla preghiera. E non è forse più per carità che per dovere che mi fate questa offerta?”

 

Ma che avviene, ripigliò Metilde, delle offerte fatte ai Santi?”

 

Le ricevono, rispose l’anima, con gioia e parimenti le presentano al Signore. Offrireste voi ai Santi anche un solo Pater con l’intenzione di darne se fosse possibile altrettanto a ciascuno, che questo unico Pater lo accetterebbero tutti come se fosse stato particolarmente recitato per ciascuno di loro in particolare”.

 

DELL» ANIMA DELLA PIA EREMITA YSENTRUDA.

 

La Santa conobbe ancora come l’anima di Ysentruda fosse passata a Dio. Le parve che tutti i cori degli Angeli le facessero un corteo di gloria e di amore, perché era particolarmente degna di essere loro associata e come assimilata. Essa, infatti, erasi resa simile agli Spiriti angelici per l’umile ed affettuosa cura con cui accoglieva quelli che la visitavano. Aveva imitato gli Arcangeli per la sua familiarità con Dio; le Virtù per la pratica vigorosa del bene, peri buoni esempi, anzi per uno zelo talmente ardente che parecchie persone si erano convertite per le sue veementi esortazioni. Aveva ancora portato la somiglianza dei Principati, delle Potestà e delle Dominazioni per il suo coraggio e la sua potenza contro i demonii ed i vizi, per il rispetto e l’amore che portava all’immagine di Dio impressa in ogni uomo e che nell’anima propria ella aveva conservata senza macchia; per le preghiere ferventi ed orazioni che offriva a Dio giorno e notte.

 

Era stata persino una degna emula degli spiriti degli Ordini più elevati; Dio, infatti, trovava nell’anima di lei un delizioso riposo mentre essa possedeva la pienezza della conoscenza di Dio e nutriva per Lui un amore estremamente ardente.

 

La Beata Vergine Maria e Giovanni l’Evangelista presentarono dunque quell’anima davanti al trono della gloria.

 

Nostro Signore Gesù Cristo l’accolse nei suoi abbracci, la condusse davanti a Dio Padre e in onore della sua sposa con una voce melodiosa, cantò: “Haec est quae nescivit thorum in delicto , etc., Ecco quella che non conobbe il matrimonio. Ecco quella che mi ha amato con tutto il suo cuore e con tutte le sue forze. Ecco quella che si è attaccata a me con tutta la purezza dell’anima sua”. Su la corona della beata, la Passione di Cristo cui era tanto divota, l’amore e la castità brillavano con un particolare splendore il quale si diffondeva sopra tutte le sue virtù ed i suoi ornamenti.

 

CAPITOLO VI

 

DI UNA SUORA INFERMA

 

Una suora che in tutti i giorni della sua vita aveva devotamente servito Dio nella santa Religione, cadde ammalata. Metilde, mentre invocava il Signore per lei, ne vide l’anima come inginocchiata davanti al Signore, il quale le mostrava le sue rosseggianti piaghe, e quella le salutava con la seguente preghiera che la Santa non conosceva: O salutari piaghe del mio carissimo amante Gesù Cristo, Salvete, Salvete! Salvete nella onnipotenza del Padre che vi ha volute, nella sapienza del Figlio che vi ha sofferte; nella benignità dello Spirito Santo che, per mezzo di Voi, ha compiuto l’opera della nostra redenzione!1

 

Mentre quella suora stava per ricevere l’estrema Unzione e la Comunità si era radunata attorno al suo letto, Metilde vide due angeli che portavano ciascuno una vaschetta piena d’acqua; questa significava la misericordia e la verità, nelle quali l’anima doveva lavarsi da ogni macchia, secondo queste parole: La misericordia e la verità cammineranno davanti alla vostra faccia. (Ps.; LXXXVIII, 15).

 

Vennero ancora quattro Angeli, i quali sospesero sopra il letto un drappo rosso, per simboleggiare il merito e la dignità che quella suora doveva ricevere dopo la sua morte; perché fin tanto che l’anima è rinchiusa nel suo involucro mortale, non può conoscere la gloria di cui sarà da Dio coronata in cielo.

 

Tuttavia. Metilde era triste perché in questa scena non compariva il suo Diletto. A lei non bastava per la sua consolazione la presenza degli Angeli; con l’occhio del cuore, da ogni parte ella cercava Colui che era l’unico oggetto del suo amore.

 

D’un tratto, il Signore comparve nel mezzo della stanza, rivestito d’un abito bianco ornato di scudi d’oro; il color bianco indicava la purezza dell’ammalata, e gli scudi la sua pazienza inalterabile nei dolori e nelle infermità. Il Signore aveva scelto queste vesti per onorare le virtù della sua sposa.

 

Metilde vide che il Signore stava presso l’inferma al posto del Sacerdote. La Beata Vergine Maria sedeva in capo alletto; e mentre il Sacerdote recita,va le Litanie dei Santi, il Signore tre volte fece su l’inferma il segno della Croce dicendo: “Ti benedico per la sanità dell’anima tua, e per la santificazione del tuo corpo”.

 

La Beata Vergine Maria, quando nelle litanie si pronunciò il suo nome, sollevò l’inferma dicendo: “Ecco, o Figlio mio, questa sposa che offro ai vostri eterni abbracci”. E ognuno dei Santi, all’invocazione del proprio nome, piegava il ginocchio onde intercedere per lei. Poi esultando formarono tutti come una corona, girando attorno alletto; e le Vergini camminavano per le prime presso il Signore. Quando le unzioni furono terminate, il Signore disse alla Madre sua: “A Voi l’affido perché la presentiate immacolata al mio cospetto”.

 

Frattanto l’ora del beato tramonto si avvicinava; quando l’inferma fu agli estremi, la Santa, piena di compassione, raddoppiò di fervore nelle sue preghiere e vide arrivare un innumerevole esercito di Santi. I Santi Martiri si posero in fila presso il capo del: l’ammalata; erano rivestiti di porpora, portavano degli scudi perfino sui loro abiti, e dicevano a vicenda: “Agitiamo i nostri scudi”. Un tal rumore di armi produsse un’armonia così soave che i dolori dell’inferma si cangiarono in allegrezza.

 

Gesù. il Diletto di quell’anima, stava ancora vicino al letto, e la Madre sua a lato di Lui; allora quell’anima beata, liberata dai vincoli della carne, volò con grande letizia nelle braccia delta Vergine Madre. Liberata da ogni dolore, se n’andava a ricevere la corona eterna. La Vergine Maria la offrì subito al suo divin Figlio, il quale con ineffabile tenerezza, l’accolse nelle sue braccia, e la fece riposare sul proprio seno sino alla celebrazione della messa in cui venne offerta la vittima pasquale.

 

Il Signore intanto aveva raccomandato alla divota vergine che vedeva tutte queste cose, di far cantare al più presto la messa per quell’anima; e così fu fatto, poiché la messa venne celebrata prima dell’Ora di Prima.

 

Il Signore, in onore della sua nuova sposa, aveva preso un abito bianco sfarzoso, tutto ornato di aquile ricamate. Il color bianco significava la purezza e la carità della defunta; le aquile, la sua anima contemplativa.

 

Dal principio della messa, sembrò che celebrasse Gesù Cristo medesimo, sommo Sacerdote e vero Pontefice, Si vedeva su l’altare un tesoro di infinite ricchezze ed era il. complesso delle opere compiute su la terra dal Figlio di Dio per la salvezza del genere umano, Egli offrì al Padre suo questo tesoro onde supplire ai meriti di quell’anima.

 

La gloriosa Vergine Maria la condusse, ella medesima, presso l’altare, dopo di averle consegnato un cofanetto di oro nel quale aveva rinchiuso le sue proprie virtù ed opere sante. le quali, sopraggiunte a quelle praticate dall’anima, ne coprivano tutti i difetti e le imperfezioni.

 

Al Vangelo, il Signore prendendo quell’anima per mano le disse: “Io ti prometto, diletta mia, che il tuo corpo il quale fu consacrato tutt’intero al mio servizio, risusciterà glorioso nell’ultimo giorno”.

 

Ornata come una sposa, quell’anima beata portava al dito un anello di cui la gemma rappresentava la testa di un uomo; uno splendore meraviglioso dava al suo cuore la trasparenza di uno specchio; ma quando il divino Agnello Pasquale venne offerto per lei, dal Cuore di Dio uscì una luce più possente ancora che tutta l’avvolse e la tolse agli sguardi di Metilde. Irradiata in. quel modo dalla luce della Divinità, riempita della ineffabile dolcezza dello Spirito Santo, arricchita di tutti doni celesti, quell’anima beata. diveniva un solo spirito con Dio per il vincolo di un indissolubile sposalizio.

 

Mentre si portava il corpo alla sepoltura, Metilde sentì risuonare il canto armonioso dei Santi che onoravano le esequie di quella sposa del Re immortale. Essi cantavano:“Tu sei beata e tutto va bene per te, eletta sposa di Cristo: tu avrai parte in eterno al gaudio dei Santi ed all’allegrezza degli Angeli”.

 

Davanti al corpo, splendevano torre ardenti dalle larghe fiamme, simbolo delle opere che quella suora aveva compiute per grazie di Dio e che l’avevano preceduta nell’eternità. Poi il Re dei Re e supremo Signore, accolse la sua sposa e strettamente l’abbracciò: ma ella sapendo in qual modo poteva disporre di quel Dio che si abbandonava al suo potere, prese la mano del Signore e lo condusse a benedire la Congregazione.

 

In questo modo adunque il Signore lietamente trasportò la sua diletta, scortata dal glorioso esercito dei Santi, sin nelle celesti regioni. Metilde vide quell’anima in presenza dell’adorabile Trinità, dove brillava con un indicibile splendore. Il Signore si chinava verso di lei come per darle il bacio, ma non glielo dava; e siccome Metilde ne rimaneva sorpresa, il Signore gliene spiegò il motivo dicendo: “Il bacio significa la pace; in cielo non si dà perché è il soggiorno della pace eterna; quindi l’anima beata non ha bisogno del bacio di pace”.

 

Poi il Signore disse a quell’anima gloriosa: “Alzati, e vieni, come una figlia prediletta, a precipitarti nelle braccia di tuo Padre”. Essa obbedì subito con allegrezza, e il Signore ripigliò: “Questo abbraccio significa l’unione con cui l’anima è sempre a me congiunta per un indissolubile vincolo d’amore”.

 

CAPITOLO VII

 

DELLANIMA DI FRA N. DEI PREDICATORI

 

Negli otto giorni che seguirono la morte di Fra N., dell’Ordine dei Predicatori, intimo e fedele amico del Monastero, la Santa venne illuminata intorno all’anima di lui. Questo religioso durante la messa le apparve in alto, e sembrava portare calzature così ammirabilmente ricamate che Metilde provava un vivo desiderio di ottenere qualche cosa di tali ornamenti. Ed egli le disse: “Ricevi la perla della sapienza”, Quelle calzature simboleggiavano i faticosi viaggi che quel religioso aveva fatti per predicare la parola di Dio.

 

Quando si giunse all’Offertorio della messa, la Santa udì una voce che diceva: “Sono aperte le porte del cielo”; e le parve di vedere una porta immensa che d’un tratto si aprì e per la quale l’anima di quel religioso entrò con allegrezza.

 

Il Signore con le mani distese venne incontro a quell’anima beata, l’accolse nelle sue braccia e la condusse sino al trono della gloria, dove la rivestì di un meraviglioso splendore che niuna lingua umana potrebbe descrivere; alle mani le mise guanti bianchissimi, e ai piedi calzature più belle e più brillanti ancora delle prime, dicendo: “Portate subito la prima delle vesti”; ora questa veste Dio l’aveva formata di sé medesimo.

 

Ecco come la Santa intese che Dio riveste l’anima: su la terra Dio è l’autore e il distributore di ogni grazia, e in cielo Egli stesso è l’ornamento, la gloria e la sovrabbondante ricompensa dei Beati; di sé medesimo li orna e li premia per tutte le opere buone e le virtù che hanno praticate su la terra.

 

A quel religioso venne inoltre messa in capo una grande corona di orò rosso ornata di finissime perle. Nel ricevere questa corona quell’anima beata si prostrò ai piedi del Signore rendendo grazie e confessando che tutti questi doni li riceveva unicamente dalla divina bontà e non in virtù dei suoi propri meriti.

 

Metilde desiderò sapere qual merito avesse acquistato quel religioso nell’apprezzare con un cuore fedele il dono di Dio in Suor M. Ed ella vide uscire dal divin Cuore come una corrente che si riversò su quell’anima beata e conobbe che questa medesima corrente si portava parimenti verso tutte le anime che amano i doni di Dio negli altri, benché non ne ricevano di simili. Subito Suor M. le apparve piena d’immensa gioia, circondata di luce e di gloria. La Santa, nella sua ammirazione, le disse: “Fatemi conoscere qualche cosa dei vostri ornamenti”; ma quella rispose: “Tu non potresti intenderne nulla, perché gli ornamenti che porto adesso sono più numerosi dei fili che vi sono in un vestito ordinario e sono un dono del Signore mio Sposo”. Da queste parole, la Santa conobbe che i Santi non si attribuiscono nulla dei propri meriti, ma che alla grazia ed alla misericordia di Dio fanno risalire tutto il premio e tutta la gloria che possiedono.

 

DELLANIMA DEI FRATI

 

ALBERTO E TOMMASO, DEI PREDICATORI

 

Metilde vide che le anime di don Alberto e di fra Tommaso2, d’illustre memoria erano penetrate nei cieli, come Principi di alta nobiltà. Ciascuna aveva davanti a sé due angeli che portavano fiaccole ed appartenevano, l’uno al coro dei Serafini, l’altro a quello dei Cherubini. Il Cherubino indicava che su la terra essi erano stati illuminati dalla scienza divina; il Serafino, che erano stati accesi di ardente amore, non solo per Dio ma pure per quella conoscenza e quella intelligenza che amavano come il più prezioso dei doni divini.

 

Quando furono arrivati davanti al trono di Dio, tutte le parole dei loro scritti apparvero su le loro vesti in lettere d’oro; la luce della Divinità le faceva tutte brillare come l’oro sotto i raggi di un sole cocente ed ogni parola, a sua volta, rinviava su la Divinità un magnifico riflesso. Una dolcezza inesprimibile scorreva pure da quelle parole anche su le loro membra per aumentare il gaudio delle loro anime. Non v’era neppure una parola tra quelle che trattavano della Divinità e dell’Umanità di Gesù Cristo che non procurasse loro una gloria particolare e non sembrasse conferir loro una sorta di rassomiglianza con la Divinità. Così pure le loro spiegazioni su la gloria e la felicità degli Angeli, su le parole dei Profeti e degli Apostoli, sul trionfo dei Martiri. sul merito di tutti i Santi, riproducevano a loro favore la gloria degli uni e degli altri; perciò si vedevano in quei Dottori risplendere la chiarezza degli Angeli, i meriti dei Profeti, la dignità sovreminente degli Apostoli, la trionfante gloria dei Martiri, la dottrina dei Santi Confessori, e infine la glorificazione di tutti i Santi.

 

DELLANIMA DI UN ALTRO

 

CONTE BERNARDO MORTO IN ETÀ DI DICIANNOVE ANNI

 

L’indomani del giorno in cui morì il Conte Bernardo di felice memoria, questa divota vergine, stando in orazione, lo vide prostrato ai piedi del Signore, nell’atto di versare abbondanti lacrime, perché negli ultimi momenti si era pentito per timore piuttosto che per amore di Dio. Egli piangeva pure perché non aveva mai-versato lagrime d’amore. Metilde compresa da compassione per una tale tristezza, pregò il Signore che volesse dare a quest’anima come rimedio e supplemento. tutte le lagrime che il suo innocente amore gli aveva fatto versare su la terra. Il Signore si degnò di esaudire questa prece, e il defunto ne provò gran sollievo.

 

Ma Metilde disse al Signore: “Perché l’avete voi tolto, o mio Signore, con una morte prematura, mentre avendo uno spirito così buono e devoto, avrebbe fatto tanto bene se fosse vissuto più a lungo?

 

Non sai, rispose il Signore, che le opere buone fatte in istato di peccato mortale noli hanno nessun valore?”

 

Ella ripigliò: “E che. serve adunque che ora egli sia lodato dagli uomini per la sua bontà, per le sue qualità e per i suoi modi eleganti?”

 

Il Signore disse: “Ogni volta che gli uomini su la terra lodandomi celebrano l’innocenza della sua vita, tutti i Santi mi rendono un particolare maggiore per le, virtù naturali di cui avevo ornato l’anima sua.

 

Più, quest’anima medesima. quantunque non ancora beatificata, ogni volta che su la terra si dice del bene di lei, con allegrezza celebra le mie lodi”.

 

Nella messa dell’ottavo giorno, celebrata per il defunto nella cappella in cui era sepolto, Metilde vide il Signore rivolto verso il sacerdote che leggeva il Vangelo; e tutte le parole del Signore riferite in quel Vangelo passavano attraverso il sacerdote come risplendènti raggi.

 

Il Signore disse a Metilde: “Tutte le parole che pronunciai su la terra hanno conservato la loro efficacia, ed operano ancora in quelli che le ripetono con divozione le meraviglie che operarono nell’uscire dalle mie divine labbra. Le mie parole non passano come le parole degli uomini: ma come io sono eterno, anche le parole mie hanno un effetto eterno”.

 

Mentre si cantava l’offertorio il Signore disse: “Le offerte dei fedeli che il Sacerdote riceve. e lietamente mi offre, non già per amore del denaro ma semplicemente per la salvezza delle anime, sono per loro di un gran profitto”.

 

Metilde vide allora il defunto girare intorno all’altare cantando: “Io so, o Signore che mi avete dato alla morte per salvezza, gaudio e consolazione dell’anima mia”; e gli disse: “Chi dunque ti ha insegnato a cantare?”

 

L’anima rispose: “Io so tutto quello che concerne la lode del mio Creatore”.

 

Soffri tu qualche pena?”

 

Nessuna, rispose l’anima, se non che non godo ancora la visione dell’amabilissimo mio Dio, mentre brucio dalla brama di contemplarlo. Quando pure tutti i desiderii che furono nel cuore dell’uomo si trovassero riuniti in un cuor solo, sarebbero nulla a confronto del desiderio di cui ardo”.

 

Metilde continuò: “Come ciò può essere vero, poiché molti Santi sospirarono verso Dio con gemiti inenarrabili?”

 

Finché l’anima è aggravata dal peso della carne, ripigliò il defunto, le necessità del corpo le sono continuamente di impedimento. Mangiare, dormire, lavorare, conversare con gli uomini, sono cose per le quali l’anima non può giammai con tale e tanto desiderio infiammarsi, come quando liberata dal carcere della carne e da ogni umano impedimento, sospira verso il Creatore”.

 

* * *

 

Tre mesi dopo la sua morte, il detto Conte apparve ancora a quella vergine di Cristo. L’anima sua veniva condotta da due giovani risplendenti di luce e pareva vestita di una tunica grigia e di sopra aveva un abito antico di lino che aveva la forma delle vesti militari. Quella vergine gli disse: “Perché sei vestito ancora come nel secolo?”

 

Egli rispose: “Mia madre ha fatto delle mie vesti un uso così buono e a me così gradito ch’io perciò comparisco di quelle ancora vestito”.

 

Non ha forse fatto buon uso di tutto ciò che ti apparteneva?” continuò Metilde.

 

Sì, rispose il defunto, di tutto ha disposto bene, ma più utilmente delle mie vesti; perciò mi ha procurato con quelle una particolare soddisfazione e ti prego di rendere grazie a lei ed ai miei parenti ed amici, perché si sono comportati verso di me con tanta benevolenza”.

 

Ma non è per te di impedimento, che i tuoi parenti tanto piangano per te?

 

- No, desidero soltanto che sappiano il bene che Dio ha fatto all’anima mia col ritirarmi dal mondo”.

 

Perché porti tu questa tunica grigia?”

 

Perché nell’ultimo estremo, dopo aver ricevuto il Corpo del Signore, con piena volontà proposi che se avessi ricuperato la sanità mi sarei fatto soldato di Cristo”.

 

Godi tu la dignità riservata alle Vergini?”

 

Sì, ma non nella sua perfezione, perché i consigli dei cattivi inclinarono i miei desiderii e la mia volontà verso le cose terrene, e l’anima mia ne contrasse qualche macchia”.

 

E che cosa ti ha giovato di più per liberarti?”

 

Le messe celebra te per me, le elemosine e l’orazione pura”.

 

Che cosa intendi tu per orazione pura?”

 

Quella che proviene dal cuore mondo dal peccato, o almeno da un cuore il quale avendo pur coscienza di aver peccato, si propone di purificarsi. Una preghiera offerta in tal modo, scorre nel divin Cuore come acqua purissima e vi opera meraviglie: ma la preghiera del peccatore non sale se non come acqua torbida”.

 

Chi ti ha insegnato queste cose?”

 

Tutto quanto vogliamo sapere, Dio ce lo insegna”.

 

E chi sono questi giovani che ti accompagnano?”

 

Uno è l’Angelo cui il Signore mi aveva affidato su la terra, rispose l’anima, l’altro appartiene al coro nel quale devo essere condotto”.

 

..

 

* * *

 

Pregando per un altro defunto, Metilde udì il Signore che gli diceva: “Dal midollo del mio Cuore bevi il gaudio, per parte di tutti quelli che pregano per te”.

 

CAPITOLO XIII

 

DELLA RISURREZIONE FUTURA

 

Udendo una volta nel Vangelo queste parole: “Et tertia die resurget: E risusciterà il terzo giorno”, Metilde si prostrò a terra, rendendo grazie, a Dio per la nostra futura risurrezione e la glorificazione del nostro corpo. Nella cappella dove pregava, erano tre corpi sepolti davanti all’altare; ed ella li vide alzarsi dalle loro tombe ed elevare le mani al cielo per rendere grazie a Dio.

 

I loro cuori apparivano ornati di gemme preziose e si muovevano in modo meraviglioso quasi giocando, rallegrandosi grandemente delle buone opere che avevano praticate nel mondo.

 

Metilde disse al Signore: “In quale stato, o mio Signore, questi corpi saranno ripigliati dalle loro anime? Quale sarà il loro splendore quando l’anima sarà loro di nuovo riunita?”

 

Il Signore rispose: “Nella risurrezione il corpo sarà sette volte più risplendente del sole, e l’anima sette volte più risplendente del corpo. L’anima si rivestirà del suo corpo come di una veste e attraverso tutte le membra di esso risplenderà come un sole attraverso il cristallo. Io investirò l’intima sostanza dell’anima di una luce ineffabile e gli eletti così brilleranno in cielo nel corpo e nell’anima per sempre riuniti”.

 

1 O salultifera vulnera dulcissimi mei Jesu Christi, salvete, salvete, salvete, in omnipotentia Patris, qui vos dedit, in sapientia Filii qui in vobis sustinuit, in benignitate Spiritus Sancti, qui in vobis opus nostrae redemptionis perfecit.

 

2 Sant’Alberto Magno e san Tommaso d’Aquino; allora erano morti da pochi anni e non erano ancora canonizzati.

 

 

Letto 1178 volte Ultima modifica il Sabato, 11 Gennaio 2014 14:55
Don Tullio

Don Tullio è un sacerdote di Santa Romana Chiesa, Dottore in teologia morale e laurea in giurisprudenza.

https://www.facebook.com/dontullio.rotondo
   

Mons. Luigi Negri


   

Chi è online  

Abbiamo 130 visitatori e nessun utente online

   

Versetto del giorno  

   

Liturgia del giorno  

   

Catechismo della Chiesa Cattolica  


Clicca sull'immagine

   

Associazione Quo Vadis  


Conosci davvero i testimoni di Geova?
   
   
Sali su
Vai giù
   
hasTooltip